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La democrazia italiana non è diventata il regno dell’irresponsabilità @DomaniGiornale

L’accountability è una virtù doppiamente democratica. Riguarda governanti e rappresentanti che dovranno rendere conto di quello che hanno fatto, non fatto, fatto male ai cittadini e, in senso più lato, alla pluralità di gruppi esistenti nel regime democratico. Riguarda gli elettori che sanno di avere nelle loro mani lo strumento, il voto, per punire e premiare periodicamente i rappresentanti e i governanti -meglio quando la legge elettorale conferisce agli elettori potere vero. Oltre a elezioni libere e eque (fair), una democrazia ha come caratteristica cruciale del suo funzionamento la possibilità di correggere costantemente i suoi errori. L’alternanza fra coalizioni al governo, pur non frequentissima, è la più visibile e più efficace delle correzioni. Però, più frequentemente sono i governanti che si sentono obbligati a rivedere le loro politiche, a riformare le loro riforme, a cambiare i loro comportamenti sotto le pressioni congiunte oppure no delle opposizioni e dell’opinione pubblica. Questo meccanismo complessivo di accountability è sempre significativamente all’opera quando il tempo è buono, ovvero in condizioni normali. Funziona anche in tempi di crisi, di emergenza, di pandemia? Prima i dati, poi le valutazioni.

Della Cina non-democratica non è il caso di parlare salvo notare che si sono avuti mugugni, rilevati dagli esperti, diretti contro la leadership del Partito comunista, locale e nazionale. Di più era difficile attendersi. Quel che può maggiormente sorprendere è che in nessun regime democratico i capi di governo sono stati sostituiti in quest’anno di pandemia. Qualche raro ministro ha perso il posto, ma non necessariamente per la sua mala gestione della pandemia. Eppure, un po’ dappertutto si sono levate critiche e un po’ dappertutto, più in Italia che altrove, le opposizioni hanno criticato i rispettivi governi e hanno formulato proposte non sempre realistiche e credibili. Potremmo spiegare la persistenza dei governi con un motivo importantissimo. Gli elettori pensano che nelle crisi, quando la barca è sballottata da onde altissime, quando il mare rimane procelloso e la riva non sembra vicina, meglio non cambiare il timoniere. Sarebbe un’operazione rischiosa non destinata con certezza a stabilizzare la navigazione. Ma, allora ai governanti, consapevoli dell’esistenza di questo sentimento nell’opinione pubblica, è concesso tutto, forse troppo?

Il quesito riguarda qualsiasi governo, nel nostro caso il governo Conte e i suoi ministri, ma anche la democrazia stessa, il suo funzionamento, la sua capacità di attivare e fare valere il meccanismo della accountability, della responsabilizzazione. Certo, vedremo all’opera quel meccanismo in occasione delle elezioni politiche prossime venture. Ė anche possibile sostenere che gli elettori hanno avuto la possibilità di attivarlo in maniera indiretta nelle elezioni regionali e amministrative. Oserei aggiungere persino che qualche ministro e, almeno in parte, il Presidente del Consiglio hanno frequentemente riveduto, ritoccato, ridefinito le loro posizioni e le loro politiche. Paradossalmente, invece di dare valore positivo a questi cambiamenti, le opposizioni e i critici li hanno attribuiti ad una mancanza di visione del governo, a non avere e non sapere tenere, ritorno alla metafora marinara, dritta la barra. Sia come sia, la virtù democratica dell’accountability sembra non trovare il modo di essere attivata e manifestarsi in pratica. Il capo del governo Conte procede con i suoi DPCM che, però, con buona pace dei critici, sono espressione della maggioranza, dunque, non un modo per esibire potere personale a scapito dei partiti che lo sostengono. Inoltre, quei DPCM spesso correggono politiche precedenti e, dunque, azzardo, sono influenzati dalla consapevolezza di dovere rendere conto del fatto, non fatto, fatto male. Forse qualcuno vorrebbe di più, non certo, mi auguro, un processo al passato di cui il Presidente del Consiglio non è minimamente responsabile. Mi sento giustificato nel concludere che l’accountability è, seppure in maniera limitata e compressa, all’opera. Il bilancio complessivo e conclusivo arriverà quando si terranno le elezioni politiche. Per il momento, possiamo, per l’appunto sospendere il giudizio e, volendo, manifestare la nostra insoddisfazione. Tuttavia, nessuno è giustificato nell’affermare che l’accountability non abita più nella democrazia italiana. 

Pubblicato il 12 novembre 2020 su Domani


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