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Il ritorno delle coalizioni

“Sconfitto il populismo” annunciano trionfanti le prime pagine di alcuni quotidiani e i titoli dei telegiornali. Chini sui dati alcuni pensosi commentatori dicono che sì, è vero, il populismo è stato pesantemente colpito. Fermo restando che nessun populismo deve mai darsi per soccombente in seguito al voto di cinque milioni o poco più di italiani, il fatto è che non tiene l’identificazione assoluta fra Movimento Cinque Stelle e populismo. Da un lato, il populismo abita anche nei toni, nei modi, nello stile di fare politica di Matteo Salvini, della Lega e di non pochi suoi candidati. Fa anche la sua comparsa nelle proposte renziane di rottamare e tagliare poltrone e senatori. Dall’altro, l’affermazione fondante del Movimento Cinque Stelle: “uno vale uno”, primo è sbagliata; secondo è stata rapidamente sostituita nei fatti da “uno vale uno, ma c’è uno che vale di più”. Infatti, quell’uno, cioè Beppe Grillo, è il vero sconfitto del primo turno delle elezioni amministrative. A Genova il candidato da lui imposto (con una frase inquietante:”fidatevi di me” -con il non detto: “che ne so più delle regole democratiche”) contro la vincitrice di regolari primarie è andato malissimo. I due sindaci da lui osteggiati e ostracizzati, quello di Comacchio ha ri-vinto al primo turno; quello, più noto, di Parma arriva al ballottaggio con il vento in poppa. Altrove, nei pure sgangherati raggruppamenti italiani qualcuno chiederebbe un rendiconto. Invece, il verticistico Movimento Cinque Stelle rimane consegnato a Grillo e a Casaleggio figlio. C’è la loro convinzione, non del tutto malposta, che, andate male queste elezioni, rimane uno zoccolo duro sul quale ricostruire il consenso in vista delle elezioni politiche. Quello zoccolo di voti, intorno al 25 per cento, è costituito dai molti italiani, prevalentemente giovani, che accettano e condividono la critica radicale della politica e dei politici. Sull’antipolitica Grillo ha costruito il suo successo. Cercherà di rivitalizzarlo e, poiché è improbabile che a livello nazionale ci siano impennate di miglioramenti (a cominciare dall’elaborazione di una legge elettorale quantomeno decente), il tesoretto, poco populista, molto antipolitico, dei voti grillini non sarà dilapidato.

Grillo non è mai stato l’unico “uomo solo al comando”. Prima di lui Berlusconi, che il comando non intende mollarlo e che di successori ne ha già bruciati non pochi, e, naturalmente Renzi. Andato a sbattere contro il muro dei no al referendum del 4 dicembre, Renzi non ha affatto rinunciato, almeno a parole, alla sua idea centrale, la riverniciatura della “vocazione maggioritaria”. Tuttavia, clamorosamente, gli esiti del primo turno, le cui propaggini arriveranno fino al secondo turno, dicono alto e forte che è tornata la politica delle coalizioni. Dappertutto, il centro-destra si rivela competitivo perché, nel silenzio di Brerlusconi, riesce a mettere insieme le sue sparse e, spesso, anche conflittuali, membra. Il “sogno” maggioritario del Partito Democratico annega in una varietà quasi infinita di liste civiche di sinistra, di centro, di quant’altro a suo sostegno. Altro che correre da soli. Invece di costruirlo dal governo, grazie ad offerte di posti e di (ri)candidature, il Partito della Nazione si materializza sul territorio dove sono state confezionate liste persino con i tanto bistrattati scissionisti, i quali, da soli, ovviamente, non sarebbero andati da nessuna parte, meno che mai nei consigli comunali in lizza.

La coerenza renziana e piddina svanita per ineludibili considerazioni di bottega dovrebbe spingere a rivalutare le coalizioni, la modalità più diffusa con la quale si fa politica nelle democrazie parlamentari. Dovrebbe anche fare riflettere i tuttora improvvisati apprendisti stregoni delle riforme elettorali buone per una sola stagione. La legge per i sindaci, approvata dal Parlamento nel 1993 sotto una possente spinta referendaria, è ottima e funziona poiché fu pensata per dare potere, non a qualche partito o leader, ma agli elettori. Così dev’essere anche per la necessaria legge elettorale nazionale. Il resto ce lo diranno i ballottaggi.

Pubblicato il 13 giugno 2017

“Non assolvo il popolo” Dialogo tra la Società Giusta e il Popolo apatico

Un Popolo apatico che vagava in qua e in là arrabbiato e senza meta, vide da lontano un busto piccolissimo che da principio immaginò dovere essere di plastica a somiglianza dei manichini degli Ipermercati. Ma fattosi più da vicino, trovò che era una donna esilissima seduta in terra, col busto ritto e fiero, il dorso e il gomito appoggiati a una pila di libri, il volto bello e terribile, che lo guardava fissamente.

Popolo: Chi sei? Perché mi scruti? Cosa cerchi?

Società Giusta: Il mio nome è Società Giusta, sono la madre della politica e di tutte le decisioni collettive sovrane.

Popolo: Non m’interesso di politica. La politica mi disgusta.

Società Giusta: Anche a me sempre disgustano le brutte decisioni che la politica produce. Ma la politica è pur sempre (quasi) tutto quanto avviene in città. Se non te ne interessi, fai male a te stesso e ai tuoi concittadini.

Popolo: La politica è troppo complicata per me.

Società Giusta: Complicata? I tuoi genitori ti parlano di politica? Parli di politica con i tuoi figli e con i tuoi amici?

Popolo: I miei genitori non sanno nulla di politica e non ne vogliono sapere. Con i figli parlo poco, solo del lavoro che non trovano, con gli amici parliamo di calcio, di immigrati, di criminalità.

Società Giusta: Qualcuno ha fatto carriera politica sfruttando le squadre di calcio. Chi pensi che debba affrontare e risolvere il problema del lavoro che non c’è, della criminalità che c’è fin troppo e dell’immigrazione che cresce?

Popolo: Tocca a loro, ai politici. Li paghiamo già fin troppo e non fanno niente. Fannulloni, sono tutti eguali, vadano a lavorare.

Società Giusta: Quei politici li hai eletti tu, popolo. Anche se non sei andato a votare personalmente, saranno stati i tuoi amici a farlo. Sostanzialmente, popolo, hai il governo che ti meriti.

Popolo: Non è il “mio” governo. Non l’ho mai votato. Sono tutti eguali. Tutti promettono. Nessuno mantiene. Ho deciso di votare nessuno.

Società Giusta: se non ti piace nessuno, se li vuoi sostituire tutti, dovresti impegnarti in qualche attività politica, magari a livello locale.

Popolo: Non me l’ha mai chiesto nessuno di impegnarmi. Non saprei come quando con chi associarmi.

Società Giusta: ma non sei tu e i tuoi amici che, qualche volta canticchiate Gaber: “la libertà e partecipazione”? e allora?

Popolo: È un motivetto orecchiabile, ma se facessimo atti di partecipazione finisce che loro credono di godere del nostro sostegno. Astenendoci mandiamo un messaggio forte. Li delegittimiamo.

Società Giusta: ma quando mai l’astensione ha delegittimato chi ottiene voti! Non ti ricordi che nelle elezioni regionali dell’Emilia-Romagna nel novembre 2014 votò soltanto il 37,70% (contro il 68% delle precedenti), ma il Governatore si è insediato, ha nominato la sua giunta, agisce e nessuno si ricorda più di quell’espressione di enorme e diffusa insoddisfazione. No, troppo spesso l’astensionismo è la soluzione dei pigri, dei pavidi, dei menefreghisti. Non sai, popolo, che l’art. 48 della Costituzione afferma che il voto è un “dovere civico”?

Popolo: ma se non ho abbastanza informazioni sulla politica, sui partiti, sui candidati e non trovo il tempo per partecipare come potrei influenzare l’esito delle elezioni e le decisioni politiche?

Società Giusta: Proprio per questo ti condanno. Non ti sei interessato alla politica, anche se qualcuno fra i tuoi amici te lo chiedeva; non ti sei informato sulla politica, anche se qualcuno fra i tuoi amici e conoscenti voleva informarti; non hai voluto partecipare ad attività politiche, anche se hai parenti, amici, relazioni, persino sul tuo luogo di lavoro, che un po’ di politica la fanno. Ti sei condannato a non avere nessuna influenza sulle “cose della tua città”. I cattivi cittadini come te sono responsabili della vita descritta dal grande filosofo politico Thomas Hobbes: “solitaria, povera, cattiva, brutale e breve”. Ti condanno, popolo apatico e antipolitico, perché da cattivo cittadino hai reso più difficile la vita dei buoni cittadini che cerca(va)no di migliorarla anche per te. Ti condanno a continuare a vivere la tua vita egoista e autoreferenziale, grigia e triste e a lamentartene.

Pubblicato il 5 aprile 2017 su TerzaRepubblica.it

Quello che non emerge: una cultura politica 1 aprile #Torino Biennale Democrazia #bdem17

sabato 1 aprile ore 10
Circolo dei lettori – Sala Grande
via Gianbattista Bogino 9, Torino

Quello che non emerge: una cultura politica

Valeria Ottonelli e Gianfranco Pasquino

coordina Gabriele Magrin

Esaurite le ideologie e affondate le culture politiche, cancellato il “secolo socialdemocratico”, in sofferenza persino il neo-liberismo, a contendersi il campo sono rimasti l’antipolitica, il populismo e i fondamentalismi. Chi pensa che i diritti e i doveri da soli non bastino per nessuna (vecchia e) nuova cultura politica deve chiedersi dove e come potranno nascere nuove culture politiche competitive che diano risposte al governo dell’economia, all’ammodernamento del welfare e alle diseguaglianze

 

 

Da professore gli darei un sei. Abbatta il debito

Gentiloni sta cercando di rimettere l’Italia in carreggiata. Con l’Ue Siamo inadempienti e vogliamo flessibilità
Intervista raccolta da Alessandro Di Matteo per La Stampa

ROMA Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica, non ha mai amato Renzi ma ha apprezzato la nascita del governo Gentiloni. Professore, dopo i primi cento giorni che giudizio dà?

«Non si poteva comunque andare a nessuna elezione anticipata. Il governo purtroppo è nato ancora all’insegna di Renzi, fondamentalmente è il governo Renzi con un paio di cambiamenti significativi. C’è però qualche aggiustamento nello stile e Gentiloni sta cercando di rimediare a qualche cosa. Da professore direi: fin qui più o meno un sei… tra il sei più e il sei meno».

Sulla politica economica, per esempio, c’è qualche divergenza tra Gentiloni e Renzi…

«Gentiloni sta cercando di rimettere in carreggiata un rapporto con l’Europa che non può essere conflittuale. Noi siamo inadempienti, continuiamo a non fare la manovra richiesta, chiediamo margini di flessibilità superiori a quelli che ci possono essere consentiti e non abbattiamo il debito pubblico. Gentiloni cerca di abbassare i toni e di andare nella direzione voluta dall’Europa. Purtroppo, essendo indicato da Renzi, non può alzare le tasse perché Renzi è contrario in maniera ideologica…».

Lei vorrebbe alzare le tasse?

«È necessario abbattere il debito pubblico, un grande partito deve essere in grado di assumersi delle responsabilità. Per rientrare dal debito bisogna che qualcuno paghi. Non tutti, ma ci sono fasce medio alte – anche i professori, come me – che dovrebbero pagare qualcosa di più. Prodi ottenne la tassa per l’Europa, la utilizzò bene per entrare in Maastricht e ne restituì almeno il 60%. Si possono chiedere soldi agli italiani, purché si sia credibili. Gentiloni può esserlo, se spiega l’obiettivo».

Quindi, avanti con Gentiloni fino al 2018.

«Non ho capito bene perché qualcuno pensava di tornare al voto dopo il 4 dicembre. Non ci sono le condizioni, bisogna fare una legge elettorale, non ci può essere solo il recepimento della sentenza della Consulta. Le elezioni non si fanno per risolvere i problemi dei politici e dei partiti ma per affrontare i problemi del Paese, per consentire agli elettori di eleggere i propri rappresentanti, mai per eleggere un governo. E questa è una fase di grande confusione anche per gli elettori, io avrei qualche difficoltà a votare domattina».

Non c’è il rischio che aumenti lo scollamento con gli italiani?

«No, l’antipolitica viene alimentata da altre cose. Per esempio, questa insistita propaganda sulla casta. Certo, la casta ha i suoi difetti, ma quando i parlamentari salvano Minzolini – mentre dovevano solo ratificare – alimentano l’antipolitica. Ma anche quando sento uno come Di Maio che dice “non lamentatevi della violenza”… Non è certo il governo Gentiloni che alimenta l’antipolitica, direi anzi che sta facendo un servizio al Paese».

Pubblicato il 20 marzo 2017

 

PD, non serve una nuova ribollita

L’ex-segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi lancerà la campagna per la sua possibile ri-elezione da un luogo simbolo: il Lingotto di Torino. Da lì il 27 giugno 2007 partì in maniera vertiginosa la corsa di Walter Veltroni all’insegna di un manifesto programmatico “Un’Italia unita, moderna e giusta” che aveva molto poco a che vedere con il partito nascituro, ma fin troppo con il governo del paese. L’esito che quasi nessuno, meno che mai Veltroni e Dario Franceschini, il suo accompagnatore nel ticket come imprevisto (la carica non sta nello Statuto) vice-segretario, volle vedere, fu l’inevitabile indebolimento del già traballante governo Prodi II. Con la sua vocazione maggioritaria e il rifiuto di fare coalizioni, Veltroni avrebbe poi perso alla grande le elezioni del 2008. È del tutto evidente che Renzi ha intrapreso lo stesso, sbagliato e pericoloso, percorso. Del partito, in realtà, gliene importa poco o nulla, se non come veicolo per raccogliere voti. Tuttavia, il problema da affrontare, che qualcuno, a cominciare dai suoi concorrenti, se non cadono nello stesso errore, dovrebbe ricordare a Renzi, è come (ri)costruire il Partito Democratico.

Dopo anni di gestione verticistica e personalistica, con una maggioranza che ha irriso e schiacciato le minoranze interne, che non si è mai curata né degli iscritti né delle organizzazioni locali del PD né della formazione di un cultura politica del partito (le passerelle dei ministri alla Scuola di politica sono state esercizi di non brillante propaganda), è venuto il tempo di una vera svolta. Per usare un lessico della vecchia “ditta” del passato, la “rivoluzione copernicana” si avvererebbe se i candidati alla segreteria, a cominciare da Renzi, narrassero sia agli iscritti sia a chi si prepara ad andare a votare, per lui o per gli altri, sia a coloro che se ne sono andati sia, più in generale, agli italiani che si occupano di politica, che tipo di partito sarà il PD prossimo venturo. Sarà ancora un partito di centro-sinistra, disposto a cercare alleati? Oppure si sposterà di più verso il centro inseguendo il cosiddetto Partito della Nazione? Accetterà al suo interno posizioni diversificate, aperto al dissenso e al flusso di idee diverse, seppur non divergenti? Vorrà caratterizzarsi come contenitore di una sinistra inevitabilmente, ma spesso anche fecondamente, plurale? Sarà il partito del leader che comunica al popolo, all’Italia e al mondo (chiedo scusa: all’Europa) oppure promuoverà la partecipazione degli iscritti, si doterà di chiari criteri per la selezione dei dirigenti, degli amministratori, dei rappresentanti e valorizzerà le personalità, le loro esperienze, le loro competenze, le loro ambizioni?

Lo spazio di elaborazione politica originale è enorme. È anche esigente poiché se il prossimo segretario del Partito Democratico non si sforzerà di dare finalmente vita e corpo a un partito come comunità di persone che vogliono cambiare la politica italiana, sarà impossibile ristrutturare il sistema dei partiti (anche grazie a una legge elettorale che dia potere ai cittadini e offra rappresentanza), vera garanzia di buon funzionamento e di qualità in tutte le democrazie nelle migliori delle quali costituisce l’argine più solido contro l’antipolitica e il populismo. Snocciolare un elenco di riforme fatte, più o meno bene, di riforme da fare, più o meno credibilmente, di nemici da sconfiggere, non serve a tonificare il PD. Soltanto un Partito davvero democratico al suo interno può raccogliere le istanze di cambiamento, anche con la rivalutazione di scelte fatte nel passato, e riuscirebbe a governare in maniera decente l’Italia. Dal Lingotto bisogna pretendere sopra tutto la risposta su che tipo di partito deve diventare il PD (di Renzi oppure di Orlando oppure di Emiliano). Altrimenti, si udirà solo propaganda, come direbbero i toscani, “ribollita”.

Pubblicato AGL il 10 marzo 2017

Una visione dell’Italia desiderata #PartitoDemocratico

“Un paese, un partito, le persone”. Questo è l’ordine di priorità che Bersani auspica per il Partito Democratico. Le date contano, eccome. L’elenco di Bersani le contiene in maniera sufficientemente chiara. Primo, il governo Gentiloni, guidato da un esponente del Partito Democratico designato dal segretario Renzi, deve durare fino alla scadenza naturale della legislatura, vale a dire fine febbraio 2018. Dunque, secondo, il Congresso del Partito Democratico non deve essere convocato frettolosamente per andare, poi, subito alla crisi di governo e a elezioni anticipate. Terzo, il Congresso non deve diventare il luogo del regolamento di conti con le minoranze come, dal 5 dicembre mattina, Renzi e alcuni suoi collaboratori, in particolare, una livida Maria Elena Boschi, sembrano fortemente volere. Qui sta il discorso sulle persone ovvero sulle poltrone come, deliberatamente, Renzi impostò la campagna referendaria all’insegna dell’antipolitica e dell’antiparlamentarismo. Certamente, le minoranze nutrono il giustificato timore che il renziano regolamento di conti implichi che, quando Renzi sceglierà le candidature, molti di loro, probabilmente la maggioranza, saranno esclusi. Nessuno di loro sarà capolista bloccato. Tutti i sopravvissuti dovranno conquistarsi le preferenze. È una preoccupazione più che legittima, ma non è la più importante delle motivazioni a fondamento di una possibile scissione.

Emiliano, Rossi e Speranza, i tre dirigenti del PD che hanno annunciato la loro candidatura se il Congresso si svolgerà con regole garantiste, e Bersani e D’Alema hanno motivazioni molto più significative che vanno da una linea politica e da riforme, spesso contraddittorie, che non hanno condiviso, alle modalità con le quali il segretario del loro partito e il suo cosiddetto “giglio magico” li hanno regolarmente e duramente trattati in occasione di tutte le riunioni formali della direzione e dell’Assemblea finora tenute: con disprezzo delle loro posizioni e della loro dignità politica. Certo, la maggioranza ha il diritto di fare valere i suoi numeri, meglio se accompagnati dalle idee, ma, in un partito democratico, le minoranze, tutte, devono essere ascoltate e rispettate. Non è chiaro, mentre alcuni “pontieri”, forse tardivamente, probabilmente pochissimo presi in considerazione, svolgono una difficilissima opera di mediazione, se Renzi è disponibile a quello che per lui sarebbe non soltanto ascolto, ma un passo indietro su una tabella di marcia disegnata per acquisire il controllo totale del partito e dei gruppi parlamentari prossimi venturi.

Qualcuno, fra i commentatori politici, spesso gli stessi che sono stati a favore del “sì”, già si affanna a gettare tutta la responsabilità di un’eventuale scissione sulle spalle degli oppositori di Renzi accusandoli, da un lato, di indebolire il partito e addirittura l’Italia e, dall’altro, affermando che desiderano una legge proporzionale soltanto per sopravvivere. Come se con il Mattarellum o con un sistema di collegi uninominali quelle minoranze non potessero risultare comunque utili al PD e spesso decisive alle vittorie collegio per collegio! La divisione imporrà comunque la ricerca di accordi su basi nuove e con prospettive mutate.

Nell’Assemblea, giocatore d’azzardo come pochi, Renzi potrebbe andare a vedere se davvero basterà qualche piccola concessione in materia di data del Congresso, uno scivolamento di mese o poco più, senza compromettersi sulla scadenza della legislatura (da lui, peraltro, indicata nel passato proprio nel febbraio 2018) e del governo Gentiloni. Lo scontro, però, riguarda la linea politica e le persone, con le loro, spesso legittime, ambizioni. Il PD non ha mai saputo fondere le culture riformiste che dovevano stare a suo fondamento e, sostanzialmente, le ha viste affievolirsi, se non scomparire. Il segretario ritiene quello della cultura politica è un argomento di poco interesse. Infatti, ha già respinto la richiesta di una conferenza programmatica. La probabile scissione, forse solo procrastinabile, potrebbe avere come effetto, non voluto, ma neppure sgradito, quello di obbligare sia le minoranze sia i renziani a elaborare una visione di che paese desiderano e con quali riforme intendono costruirlo. Il segretario, che ha ancora adesso il potere di scongiurare la scissione e ne porterebbe le maggiori responsabilità, dovrebbe lanciare lui la conferenza programmatica come sua iniziativa. Potrebbe farne una giornata particolare obbligando tutti a confrontarsi e rendendo un buon servizio al Partito Democratico.

Pubblicato AGL 19 febbraio 2017

Elogio del referendum. La voce del popolo migliora le democrazie

articolo 1 testata

Pubblicato nella Rivista della Fondazione Nenni, “L’articolo 1”, Anno II, n. 1, 2017, pp. 18-20

Referendum? Torniamo alla fonte delle democrazie che conosciamo. Sto con Abraham Lincoln. Nel 1863, a Gettysburg, in piena guerra civile, il Presidente degli Stati Uniti definì la democrazia come “governo dal popolo, del popolo, per il popolo”. Il governo è democratico se trae la sua legittimazione elettorale dal popolo. Il governo è democratico se opera per il popolo, vale a dire rappresentando gli ideali, attuando le preferenze e soddisfacendo gli interessi del popolo. Infine, il governo è democratico, vale dire del popolo, se il popolo ha altri strumenti, oltre alle periodiche elezioni, per influire sui processi decisionali: l’iniziativa legislativa (proposition è il termine americano), la revoca (recall) dei governanti e i referendum, decisioni sulle leggi. Espellere il referendum dalla batteria degli strumenti democratici sarebbe una grave limitazione della democrazia di qualsiasi paese. Vero è, però, che non solo, ad esempio, negli Stati Uniti d’America non esiste il referendum a livello federale, ma esistono unicamente referendum nei singoli stati. Vero è, altresì, che, in generale, le democrazie parlamentari anglosassoni sono democrazie rappresentative nelle quali il ricorso al referendum, con l’eccezione dell’Australia, è molto raro, in pratica eccezionale.

Dal 1945 ad oggi, la Gran Bretagna ha tenuto tre referendum in tutto: due su ingresso (1975) e uscita (2016) dall’Unione Europea e uno sul cambiamento della legge elettorale (nel 2011, respinto). Da quando esiste, in Italia, il referendum abrogativo è stato usato 67 volte. In 39 casi il quorum è stato superato, in 28 no. Per 23 volte hanno vinto i sì; 16 volte i no. In tutti i referendum tranne uno, che non hanno conseguito il quorum, il sì ha avuto nette maggioranze. Si sono tenuti 3 referendum costituzionali: 2001, vittoria del sì; 2006 e 2016 vittoria del no. Negli Stati-membri dell’Unione europea si sono tenuti, con fortune alterne, ad esempio, in Irlanda e in Danimarca, referendum sull’accettazione di Trattati Europei. Per due volte, con un referendum i norvegesi si sono rifiutati di aderire all’Unione Europea nonostante la posizione favorevole della maggioranza delle loro elites politiche, economiche, culturali.

Quando l’esito, più o meno sorprendente, come quello britannico Leave or Remain (giugno 2016) e come quello italiano sulle riforme costituzionali va contro le aspettative delle elites, allora, invece di criticare l’incapacità delle elites stesse di convincere il popolo, ma preferisco di gran lungo il termine cittadini, con buoni argomenti, il biasimo colpisce proprio quei cittadini. Nel migliore dei casi si sostiene che il quesito loro sottoposto era troppo complesso da capire; nel peggiore, li si accusa di non essersi informati abbastanza, di non avere comunque gli strumenti per capire e per scegliere con reale cognizione di causa, di avere votato con la pancia e non con il cervello. Per evitare presunti guai maggiori, ricomincia a circolare la proposta di fare a meno dei referendum, di eliminare uno degli strumenti della democrazia del popolo. Immagino che, con coerenza, Lincoln osserverebbe che non bisogna buttare il bambino referendum con l’acqua sporca della campagna referendaria svolta, spesso, senza gli appropriati riferimenti alla posta in gioco e alle sue conseguenze per i cittadini, per le loro condizioni di vita, per il funzionamento del sistema politico. Se dell’oggetto del referendum, il cosiddetto merito, le elites partitiche, economiche, culturali, mediatiche non parlano e non approfondiscono preferendo metterla sul “personale”, sulla persona dei proponenti, sulla loro richiesta di appoggio, per un consenso ai limiti del plebiscitarismo, è del tutto legittimo che gli elettori diano una risposta su questo piano, sul quale, comprensibilmente, la pancia conterà più della testa. L’esito del referendum sulle riforme costituzionali è stato l’inevitabile rifiuto, non solo di riforme pasticciate e confuse, forse pericolose, sicuramente peggiorative del funzionamento del sistema politico italiano, ma anche in larga misura dell’arroganza e della protervia dei loro proponenti e sostenitori.

Sì, la massaia e il pensionato ragioneranno anche, ma certo non esclusivamente, con la loro pancia (che brutta espressione populista, diciamo piuttosto con le loro emozioni e, talvolta, con le loro passioni).. Ascoltando quello che dicono i sostenitori dell’approvazione di un qualsiasi quesito e gli oppositori e come lo dicono, spesso in maniera manipolatoria,né la massaia né il pensionato dovranno vergognarsi. Continueranno, però, ad essere criticati poiché hanno votato senza sufficienti conoscenze, in definitiva inquinando un esito che avrebbe dovuto essere valutato (esclusivamente?) da color che sanno. Chi si colloca su questa strada, vale a dire, concedere e riservare il diritto di votare soltanto a coloro che ne saprebbero di più, sta entrando nel girone dei non-democratici. Non si facciano più referendum perché l’esito viene prodotto da elettori che non sanno.

Però, perché consentire a quegli elettori, che non sono in grado di valutare quesiti e conseguenze del referendum, di votare per le elezioni politiche scegliendo fra complicati, spesso oscuri e prolissi, programmi di partito? Anche in questo tipo di elezioni ci saranno milioni di elettori che scelgono sapendo poco o nulla di programmi, di costi e di vantaggi, delle conseguenze del loro voto. Saranno, spesso, in compagnia anche di molti candidati alle cariche di rappresentanza se non addirittura di governo. Qualcuno, sulla stessa linea di ragionamento, sosterrà che, per l’appunto, le cariche di governo debbono essere date esclusivamente a coloro che sanno, per semplicità, ai tecnocrati. Come se i tecnocrati avessero tutti le stesse opinioni, formulassero le stesse soluzioni, offrissero la stessa valutazione delle conseguenze delle loro scelte. Come se i tecnocrati potessero essere efficacemente eletti dai cittadini incompetenti e ignoranti i quali, ovviamente, non sono per definizione in grado di valutarne il tasso di “tecnocraticità” e neppure potrebbero controllarne l’operato, meno che mai attraverso un referendum.

L’errore profondamente e strutturalmente antidemocratico di considerare i cittadini al di sotto del livello di conoscenze necessarie per valutare i quesiti referendari sta nel pensare che ciascun cittadino viva solo e isolato. Che non interagisca con altri. Si formi, quando succede, un’opinione guardando la TV, smanettando sui social, occasionalmente leggendo un quotidiano. La comunicazione politica non è un flusso unidirezionale senza intermediari da una fonte ai singoli cittadini. Massaie e pensionati hanno spesso una famiglia, parenti e amici, interagiscono, più o meno frequentemente, con persone di cui si fidano. Chiedono le informazioni necessarie a esprimere il loro voto a chi ritengono ne sappia più di loro (talvolta, ma, per loro fortuna, non spesso, ai professori/oni) e ottengono quasi sempre quello che desiderano e ritengono sufficiente. La democrazia è un “luogo” dove lo storytelling deve fare i conti con la conversazione fra persone. È pur sempre possibile migliorare la qualità della conversazione; accrescere l’interesse dei cittadini; ampliare l’opinione pubblica informata. Sono compiti ai quali dovrebbe dedicarsi soprattutto la classe politica, più o meno “casta”. Sono compiti che una società civile innervata da associazioni vivaci e robuste può a sua volta, svolgere. Questa è sicuramente una delle componenti migliori dell’etica in politica.

Non è questo il luogo dove criticare le inadeguatezze della classe politica italiana, soprattutto di quella scelta con le nomine dall’alto consentite dalle leggi elettorali utilizzate dal 2006 ad oggi. Neppure dobbiamo insistere sulle fin troppo note peculiarità negative della società italiana: corporativa, familistica, dotata di limitatissimo senso civico, poco incline ad impegnarsi, spesso antiparlamentare e antipolitica. Che si possano risolvere tutti o alcuni di questi problemi restringendo, se non addirittura eliminando la possibilità di ricorrere al referendum è, in tutta evidenza, assurdo. Solo una “casta” indebolita e frastornata può intrattenere simili progetti. La riduzione della democrazia elettorale non garantisce mai migliore qualità della legislazione. Al contrario, può condurre ad un ulteriore distacco dei cittadini dalla politica.

Negando agli elettori la possibilità, poiché non ne saprebbero abbastanza, di bocciare leggi fatte dalle elites politiche e, troppo spesso volute e sostenute dalle elites economiche, si riconosce indirettamente che le elites politiche, votate da quegli stessi elettori ritenuti inadeguati e ignoranti, avrebbero grandi competenze e grandi qualità. È un paradosso dal quale si esce soltanto riconoscendo che la democrazia è anche governo del popolo che si manifesta con il referendum. Che in democrazia tutti possono sbagliare e tutti possono imparare correggendo i loro errori poiché, diversamente dagli autoritarismi di tutti i tipi, di tutti i luoghi, di tutti i tempi, le democrazie hanno la capacità di migliorarsi anche ascoltando la voce del popolo (sovrano), interloquendo con quel popolo, non blandendolo, ma confrontandovisi. Insomma, facendo della buona politica che non è riduzione del potere del popolo, ma vigorosa e rigorosa pedagogia.