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Bricolage di regole e istituzioni #HuffPostItalia Sulla legge elettorale proviamo a seguire inglesi e francesi

“… forse è il caso di riflettere più a fondo sull’alternativa fra quale proporzionale e quale maggioritario senza scegliere quello che costa meno

Non so come, dopo avere per tre volte approvato la riduzione del numero dei parlamentari, voterà la Lega. Mi chiedo con quale motivazione approveranno quella riduzione i parlamentari del Partito Democratico che, per tre volte, hanno votato contro. Non potrà essere la motivazione qualunquistica addotta dalle Cinque Stelle: il risparmio di 500 milioni di Euro che, comunque, comincerà soltanto dopo la prossima elezione del Parlamento, 2023? Rimango in attesa di capire quali saranno i freni e contrappesi da introdurre nelle procedure e nelle regole del parlamento e, immagino, dei governi venturi: frenare che cosa? Fare da contrappeso a cos’altro? Si tratta di freni e contrappesi che, già attualmente, in Italia non sarebbero utili? Il contrappeso indispensabile, sostengono i riformatori riduttori di parlamentari, è la proporzionale. Bisognerà, dunque, eliminare la componente maggioritaria della comunque pessima a prescindere (candidature multiple, liste bloccate et al.) Legge Rosato.

Introdurre la proporzionale per “salvare” i partiti piccoli, quanto piccoli?, non mi pare una motivazione particolarmente convincente, meno che mai in chiave di “contrappeso”. Lo sarebbe se i contrappesisti fossero disposti a sostenere che la presenza in parlamento dei tribuni (quelli derivanti dal fantomatico “diritto di tribuna”) servisse soprattutto a rendere difficile e complicata la formazione dei governi, tutti costretti ad essere di coalizione multipartitica, quindi, esposti a frequenti e costanti conflitti interni e poi a fare i conti con un Parlamento frammentato nel quale piccoli drappelli di parlamentari contratterebbero i loro voti. Fermo restando, adesso dovrebbero già saperlo tutti, che “la” proporzionale non esiste, ma esistono numerose varianti di rappresentanza proporzionale: soglie di accesso al Parlamento, dimensioni delle circoscrizioni, premi di maggioranza, le buonanime del Porcellum e di quell’aborto dell’Italicum erano leggi proporzionali furbescamente manipolate e corrette, quale proporzionale? Forse, un giorno si riprenderà a discutere di una legge elettorale che offra davvero potere agli elettori e che migliori la rappresentanza. Questi sono i criteri con i quali valutare la qualità della legge elettorale e giungere a effettivi freni e contrappesi.

Laddove il parlamentare sa che deve rispondere certo al partito (ma ci sono ancora partiti oppure esistono solo strutture sostanzialmente personalistiche e lideristiche?) che lo ha candidato e del quale condivide la linea politica e, parola grossa, la cultura politica, ma, forse soprattutto, agli elettori che lo hanno ascoltato e poi lo hanno votato, saremo in grado di migliorare la rappresentanza politica. Anche le leggi elettorali maggioritarie, sia di tipo inglese sia di tipo francese, offrono rappresentanza politica, che non è mai soltanto questione di numeri, ma è questione di volontà e capacità dei rappresentanti di apprendere e tradurre preferenze in comportamenti, non soltanto di voto. Avete mai sentito dire dagli elettori “non mi sento governato” e “vorrei più governo”? Certamente, li avete sentiti, giustamente lamentarsi di “non essere rappresentati”: “li eleggiamo, se ne vanno a Roma, si dimenticano di noi” (per forza, sono stati/e paracadutati/e, in quel collegio non risiedono, se sono “forti” nel partito la prossima volta verranno paracadutati/e altrove).

Gli eletti nei collegi uninominali inglesi e francesi non si sforzano di dare rappresentanza a tutto il collegio, al maggiore numero di quegli elettori? Una rappresentanza di questo tipo è il prodromo della governabilità, non un suo freno. Si configura anche come contrappeso al governo. In attesa che votino, estemporaneamente chiamati in causa — saranno loro i nuovi freni e gli originali contrappesi?, i sedicenni (quelli nati nel 2013 riusciranno, se passerà il presidenzialismo alla Salvini/Meloni, a eleggere il Presidente della Repubblica nel 2029), nessuno dei quali è stato esposto a qualche forma di educazione civica, forse è il caso di riflettere più a fondo sull’alternativa fra quale proporzionale e quale maggioritario senza scegliere quello che costa meno.

Pubblicato il 3 ottobre 2019 su huffingtonpost.it

Il ritorno di Berlusconi come coalition-maker

Grande operazione è stata quella di resuscitare Berlusconi con la legge per lui migliore quella che gli consente, al tempo stesso, sia di scegliere tutti i candidati di Forza Italia e, grazie ai collegi uninominali sicuri e alle liste bloccate, di predestinarli al seggio in Parlamento sia di svolgere il ruolo che gli riesce meglio, quello di coalition-maker. Che poi lui diventi anche indispensabile per fare un governo è solo un danno collaterale.

Governabilità, un nodo irrisolto #leggeElettorale

Incassata la botta della dichiarazione di incostituzionalità di alcune parti, nient’affatto marginali, della legge elettorale improvvidamente definita Italicum, gli esponenti del Partito Democratico hanno esplorato strade in verità non molto dissimili per formulare una nuova legge elettorale. Non intendo ripercorrere la brutta telenovela, ma mettere soltanto gli essenziali punti fermi. L’approdo attuale, per il quale mi rifiuto di ricorrere al latino maccheronico, è un testo firmato dal capogruppo del PD alla Camera, Ettore Rosato. Due terzi dei parlamentari saranno eletti con metodo proporzionale su liste corte, non più di quattro candidature, un terzo in collegi uninominali. Tuttavia, gli elettori non avranno due voti, ma uno solo. Quindi, non potranno scegliere il candidato che preferiscono nel collegio uninominale e la lista di un altro partito nella parte proporzionale com’è non solo possibile, ma ampiamente praticato con la legge proporzionale vigente in Germania. Le liste proporzionali sono bloccate, vale a dire che l’elettore non ha nessuna possibilità di scelta cosicché i candidati saranno eletti secondo l’ordine deciso dai capi dei partiti e, in qualche caso, sicuramente per il PD, dai capi delle correnti. Già si parla delle quote da attribuire agli “orlandiani” e ai “franceschiniani”. Poiché sono possibili le pluricandidature, fino a cinque, i capi dei partiti e delle correnti, a cominciare da Alfano, sono praticamente certi della loro rielezione.

Secondo alcuni, in particolare, ovviamente l’on. Rosato, ma anche l’on. Fiano, relatore della precedente legge poi inabissatasi, questa legge elettorale, che non esiste da nessuna parte al mondo, garantirebbe la governabilità. Non è affatto chiaro perché lo farebbe né che cosa sia la governabilità per i suoi sostenitori, a meno che si riferiscano alla fabbricazione di una maggioranza parlamentare ampia a sostegno di un governo. Tutto questo, però, sarà affidato alla formazione di coalizioni, difficilmente prima del voto, inevitabilmente dopo, in Parlamento che è quello che avviene normalmente in tutte le democrazie parlamentari, ma è stato a lungo demonizzato come “inciucio”, consociazione, Grande Coalizione, addirittura paventando, del tutto a sproposito, l’esito tragico di Weimar (1919-1933).

Nelle democrazie parlamentari la governabilità dipende e discende da una buona rappresentanza parlamentare delle preferenze e degli interessi, delle aspettative e degli ideali degli elettori. Stabile e efficace sarà quel governo prodotto da partiti e da parlamentari che rappresentano effettivamente i loro elettorati. Con la legge Rosato, gli elettori non avranno nessuna possibilità di scegliere i parlamentari, i quali, a loro volta, non avranno nessun interesse a rapportarsi ad elettori che non li hanno votati e dai quali non dipende la loro rielezione, tutta nelle mani dei dirigenti di partito che li hanno messi in testa nelle liste oppure in collegi uninominali “sicuri”. Poi, lo sappiamo perché l’abbiamo visto, quando il vento cambierà, questi parlamentari andranno alla ricerca di partiti e dirigenti in grado di ricandidarli. Più di trecentocinquanta parlamentari hanno cambiato gruppo e partito dal 2013 ad oggi.

Alcuni costituzionalisti sostengono che anche la legge Rosato ha molti elementi di incostituzionalità.

È possibile, ma la Corte Costituzionale potrà intervenire soltanto a legge approvata e, forse, già applicata, con un nuovo Parlamento in esistenza, che sarebbe rapidamente delegittimato. Qualcuno si è spinto a scrivere che questa legge è immorale. Si può sostenere che contiene elementi “osceni”, ma questo giudizio mi pare sterile e, naturalmente, non inciderà sull’opinione dei parlamentari che stanno per approvare la legge. Credo che una legge elettorale che dà ai partiti e ai loro dirigenti più potere che ai cittadini-elettori sia sbagliata e, poiché democrazia significa “potere del popolo”, molto poco democratica. Darà cattiva e inadeguata rappresentanza politica e non contribuirà affatto alla governabilità.

Pubblicato AGL 8 ottobre 2017

Riforma Boschi e Italicum, non si rassegnano

Gli sconfitti del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 non si sono ancora rassegnati. Non riescono ancora a farsene una ragione poiché continuano a ripetere argomentazioni infondate e sbagliate. Grave per i politici, la ripetitività di errori è gravissima per i professori, giuristi o politologi che siano. Sul “Corriere della Sera” Sabino Cassese esprime il suo rimpianto per il non-superamento del bicameralismo (che, comunque, nella riforma Renzi-Boschi era soltanto parziale) poiché obbliga ad una “defatigante navetta”. Non cita nessun dato su quante leggi siano effettivamente sottoposte alla navetta, sembra non più del 10 per cento, e non si chiede se la fatica sia davvero un prodotto istituzionale del bicameralismo paritario italiano oppure dell’incapacità dei parlamentari e dei governi di fare leggi tecnicamente impeccabili, quindi meno faticose da approvare, oppure, ancora, se governi e parlamentari abbiano legittime differenze di opinioni su materie complicate, ma qualche volta non intendano altresì perseguire obiettivi politici contrastanti. Comunque, i dati comparati continuano a dare conforto a chi dice che, nonostante tutto, la produttività del Parlamento italiano non sfigura affatto a confronto con quella dei parlamenti dei maggiori Stati europei: Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna. Nessuno, poi, credo neanche Cassese, sarebbe in grado di sostenere con certezza che le procedure previste nella riforma avrebbero accorciato i tempi di approvazione, ridotti i conflitti fra le due Camere e, meno che mai, prodotto leggi tecnicamente migliori.

Più volte, non da solo, Mauro Calise ha sostenuto che soltanto un governo forte, identificato con quello guidato da Matteo Renzi, risolverebbe tutti questi problemi, e altri ancora. Non ci ha mai detto con quali meccanismi istituzionali creare un governo forte, ma ha sempre affidato questo compito erculeo alla legge elettorale. Lunedì ne “Il Mattino” di Napoli ha ribadito la sua fiducia nelle virtù taumaturgiche del mai “provato” Italicum. Lo cito:”avevamo miracolosamente partorito una legge maggioritaria” …. “senza la quale in Europa nessuno è in grado di formare un governo”. Come ho avuto più volte modo di segnalare, l’Italicum come il Porcellum non era una legge maggioritaria, ma una legge proporzionale con premio di maggioranza. Con il Porcellum nel 2008 più dell’80 per cento dei seggi furono attribuiti con metodo proporzionale; nel 2013 si scese a poco più di 70 per cento. L’Italicum, non “miracolosamente partorito”, ma imposto con voto di fiducia, non avrebbe cambiato queste percentuali. Quanto alla formazione dei governi, tutti i capi dei partiti europei hanno saputo formare governi nei e con i loro Parlamenti eletti con leggi proporzionali. Tutte le democrazie parlamentari europee hanno sistemi elettorali proporzionali in vigore da un centinaio d’anni (la Germania dal 1949). Nessuno di quei sistemi ha premi di maggioranza. Tutte le democrazie parlamentari hanno governi di coalizione. Elementari esercizi di fact-checking che anche un politologo alle prime armi dovrebbe sapere fare, anzi, avrebbe il dovere di fare, smentiscono le due affermazioni portanti dell’articolo di Calise. C’è di peggio, perché Calise chiama in ballo Macron sostenendo che la sua ampia maggioranza parlamentare discende dal sistema elettorale maggioritario. Però, il doppio turno francese in collegi uninominali non ha nulla in comune né con il Porcellum né con l’Italicum le cui liste bloccate portano a parlamentari nominati. Inoltre, il modello istituzionale francese da vita a una democrazia semipresidenziale che non ha nulla a che vedere con i premierati forti vagheggiati, ma non messi su carta, dai renziani né, tantomeno, con il cosiddetto “sindaco d’Italia”. Il paragone fatto da Calise è tanto sbagliato quanto manipolatorio. Non serve né a riabilitare riforme malfatte né a delineare nessuna accettabile riforma futura.

Pubblicato il 12 settembre 2017

 

Tutti al voto Mattarella permettendo

Una legge elettorale concordata fra quelli che, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Forza Italia, sono considerati i tre poli attualmente esistenti sarebbe buona cosa. Il condizionale è d’obbligo per due ragioni. La prima è che sembra che l’accordo già scricchioli in parte sul versante del Movimento 5 Stelle in parte all’interno del PD. Essendo il più debole dei tre poli, Berlusconi non può permettersi e non vorrebbe sentire/vedere nessuno scricchiolio. La seconda ragione del condizionale è che più la si guarda dentro più la legge elettorale presenta elementi problematici tanto per i contraenti quanto, soprattutto, per gli elettori. Fermo restando che è difficile effettuare un esame tecnico approfondito, ma, al tempo stesso, semplice da riferire, dei meccanismi della nuova legge (che, comunque, non è la legge tedesca che si chiama “rappresentanza proporzionale personalizzata), un paio di punti sono assolutamente criticabili e già criticati persino dai contraenti. Rischia di essere addirittura anticostituzionale il meccanismo che impedirebbe al vincitore di un collegio uninominale di occupare il suo seggio in Parlamento a causa della prevalenza dei candidati nelle liste bloccate, per di più con candidature multiple, già fortemente criticate dalla Corte Costituzionale. Qualcuno vorrebbe la possibilità di usare almeno un voto di preferenza. Nell’apposito referendum del 1991 l’elettorato italiano si espresse a favore della preferenza unica nominativa. Inoltre, contrariamente al doppio voto di cui gode l’elettore tedesco, l’elettore italiano potrà soltanto tracciare una crocetta o sul simbolo del partito o sul nome del candidato (e se votasse disgiunto si vedrebbe annullare il voto) comunque scegliendo il partito e ratificandone l’intera lista delle candidature.

Dopo l’esplicita orgogliosa accettazione da parte di Alfano, leader di Alternativa Popolare, della soglia del 5 per cento per accedere al Parlamento, almeno su questa clausola, a mio parere utile per evitare la frammentazione del sistema dei partiti (e da accompagnare con una riforma dei regolamenti delle Camere affinché quello che è stato tenuto fuori dalla porta non ritorni dalla finestra), l’accordo potrebbe reggere. L’esito sarebbe sostanzialmente una legge elettorale proporzionale (ma anche Porcellum e Italicum erano leggi proporzionali seppur con un premio in seggi per il partito/coalizione di maggioranza), che offre troppo potere ai capi dei partiti che praticamente nomineranno ancora una volta tutti o quasi i loro parlamentari. A questo punto, molti commentatori e politici danno per scontate due conseguenze. La prima è che, approvata la legge elettorale, si andrà rapid(issim)amente a elezioni anticipate. La seconda è che dal prossimo parlamento dovrà uscire un governo costruito su una difficile coalizione.

La probabilità di elezioni anticipate dipende da due fattori: i tempi necessari all’approvazione della nuova legge elettorale e le valutazioni del Presidente della Repubblica, l’oste con il quale bisogna fare i conti anche perché non ha soltanto il potere di sciogliere o no il Parlamento, ma anche quello di firmare o no, se rilevasse qualche profilo di incostituzionalità, la legge elettorale. Per ragioni di opportunità, ad esempio, l’approvazione urgente di misure economiche oppure l’aumento dello spread, segnale di nervosismo dei mercati che non gradiscono l’inevitabile incertezza di una campagna elettorale, l’assurdità, mi permetto di scrivere, di una campagna elettorale svolta sulle spiagge del Bel Paese, Mattarella potrebbe suggerire di giungere a scadenza naturale dell’attuale Parlamento: fine febbraio 2018.

Quanto all’esito, poiché siamo in una democrazia per quanto di modesta qualità, saranno gli elettori a deciderlo. È lecito che ci interroghiamo sulla composizione del prossimo governo, ma allora le variabili sono molte. Allo stato della distribuzione delle preferenze politiche, una coalizione PD-Forza Italia non avrebbe la maggioranza assoluta alla Camera. PD e Cinque Stelle avrebbero sicuramente abbastanza seggi per formare un governo di maggioranza, ma non conosciamo la disponibilità del PD e sappiamo che, almeno finora, le Cinque Stelle negano qualsiasi volontà di fare coalizioni, anche se hanno aperto, bontà loro, a un governo di minoranza composto esclusivamente da pentastellati o da personale “tecnico/cratico” da loro reclutato. Non è affatto detto che, arrivando a scadenza naturale, il problema di chi e come formerà la prossima coalizione di governo diventerà più facile da risolvere. È chiaro, però, che chi ha fretta di andare alle elezioni dovrebbe cercare di fugare alcuni legittimi dubbi relativi a esiti che non servirebbero al paese. Dovrebbe anche dire agli europei che il governo post-Gentiloni-Padoan rispetterà tutti gli impegni presi.
Pubblicato il 3 giugno 2017

Pasticcio elettorale per due

Berlusconi e Renzi hanno due obiettivi in comune: escogitare un sistema elettorale che consenta loro di nominare i propri parlamentari e, in subordine, andare a elezioni anticipate (che il Presidente Mattarella ha già fatto sapere di non consentire). Quando, nel 2014, andò al governo (dove aveva affermato di voler giungere solo dopo una vittoria elettorale) Renzi dovette fare i conti con parlamentari quasi tutti selezionati da Bersani. Anche se molti, nella peggiore tradizione italiana, si trasformarono subito in zelantissimi renziani, altri, quelli, non tutti, della “ditta Bersani”, fecero opposizione, peraltro sterile, fino alla loro fuoruscita/scissione. Ad abbandonare Berlusconi al quale, pure, erano debitori delle loro cariche e carriere, ci pensarono fin dall’ottobre 2013 gli alfaniani, poi qualche anno dopo i verdiniani, tutti, oggi, alla ricerca di una “nomina” da Renzi e da Berlusconi che non vogliono consentire agli elettori italiani di scegliere i parlamentari: quindi, liste bloccate. Però, queste liste possono fare capolino anche in leggi elettorali molto diverse fra loro. Qui cominciano i dissensi.

Preso atto che difficilmente sarà in condizioni di vincere, l’ex-Cavaliere del maggioritario è diventato uno strenuo sostenitore di una legge proporzionale, forse quella tedesca (che, incidentalmente, sarebbe, comunque, nella sua integralità, ottima). Vagando alla ricerca della legge che gli prometta i risultati numericamente e politicamente migliori, Renzi ne ha disinvoltamente dette/fatte di tutti i colori: dall’Italicum, largamente dichiarato incostituzionale dalla Corte, alla reviviscenza della legge Mattarella, che porta il nome del suo relatore nel 1993, al sistema elettorale tedesco, mai precisato nelle sue cruciali componenti, a qualcosa formulato da Denis Verdini (le cui qualità di esperto elettorale non erano precedentemente note) fino alla più recente proposta, detta Rosatellum (sconsiglierei caldamente l’uso del latinorum, ma qui lo faccio per brevità), poiché elaborata da Ettore Rosato, capogruppo del PD alla Camera dei deputati. Con questa legge praticamente tutti gli eletti sarebbero designati dai rispettivi partiti che li candidano nei collegi uninominali e nelle liste proporzionali.

“Nominare” i parlamentari non è un peccato secondo nessuna fede, neanche quella “francescana”, appena abbracciata da Beppe Grillo, tranne quella, laica, che vuole un parlamento composto da uomini e donne che hanno conquistato il voto degli elettori, che eserciteranno il loro mandato tenendo conto delle preferenze e degli interessi degli elettori, del collegio uninominale e del paese, e del programma del loro partito. Non soltanto queste sottigliezze non sono gradite né a Renzi né a Berlusconi, ma sfuggono anche all’etica politico-parlamentare dei grillini che vogliono il mandato imperativo che toglierebbe qualsiasi autonomia agli eletti, francescani o no che si dichiarino. Se, però, Renzi vuole un sistema con forti effetti maggioritari, a partire dai collegi uninominali, allora, no, Berlusconi non può essere d’accordo. Forza Italia, ma non la Lega, ha sempre avuto notevoli difficoltà a trovare candidature singole attraenti, destinate comunque a essere schiacciate dalla personalità del leader. Incidentalmente, il Movimento 5 Stelle sa che non importa che i suoi candidati siano noti poiché gli elettori votano il Movimento a prescindere da qualsiasi valutazione delle candidature. Berlusconi vuole una legge proporzionale per perdere poco, ma anche per impedire a Renzi di vincere abbastanza da governare da solo e per tornare a essere l’interlocutore più rilevante. Renzi vuole una legge con componenti maggioritarie anche nascoste per provare a vincere da solo, altrimenti, per arrivare a dettare da posizioni di forza le condizioni per la coalizione di governo. Quello che si preannuncia sarà il prodotto di una forzatura di Renzi grazie al sostegno di senatori alla spasmodica ricerca della ricandidatura oppure un indigeribile pasticcio di formulette elettorali che non porteranno a nulla di buono (e a molto di già visto e non gradito).

Pubblicato il 23 maggio 2017

Caso Minzolini, se il voto dei senatori sta al di sopra delle leggi

Il voto della maggioranza dei senatori che hanno impedito la decadenza dalla carica del collega Augusto Minzolini, componente del gruppo parlamentare di Forza Italia, non deve essere derubricato ad un qualsiasi episodio di omertà a buon rendere. Non è stato soltanto la ripetizione di un fenomeno che viene da lontano e un segnale di quello che può ancora succedere in questa legislatura. Più o meno consapevolmente, con il loro voto, contorto quanto si vuole – favorevoli, contrari, assenti, usciti dall’aula-, i senatori hanno mandato un messaggio terribile, purtroppo non rilevato e non stigmatizzato da giornalisti e commentatori. Quando incappano nelle maglie della giustizia, i politici per lo più procedono a una sequela di frasi fatte tanto retoriche quanto ipocrite. Per loro, la giustizia è sempre a orologeria poiché cerca di influenzare l’andamento della politica. Nessuno che dica che la politica ha tempi non prevedibili cosicché i magistrati dovrebbero avere poteri quasi magici per arrivare puntuali. Poi, a seconda dei casi, i politici annunciano che gli “avvisati di garanzia” e gli indagati sono innocenti fino alla condanna, cosa che non dovrebbe automaticamente significare che possono restare nella loro carica come se non fosse successo niente. Non c’è da stupirsi se i rari casi in cui gli inquisiti si sono dimessi vengono ricordati da tutti. Segue, naturalmente, la solenne dichiarazione di fiducia nella giustizia. La conclusione consiste nell’unanime invito alla magistratura a fare il suo corso. Quando, però, come in questo caso, la condanna di Minzolini per “peculato continuato” è definitiva, troppi parlamentari s’affannano a non darle seguito.

Secondo la legge che porta il nome di Paola Severino, competente ministro della Giustizia del governo Monti, il condannato in via definitiva decade, com’è già avvenuto con Silvio Berlusconi, dalla sua carica. I Senatori avrebbero semplicemente dovuto rispettare e ratificare quanto deciso dai giudici. Il loro voto di salvataggio ha una valenza grave e implicazioni preoccupanti. In estrema sintesi, un certo numero di rappresentanti del popolo ha deciso che le leggi della Repubblica possono essere disattese e che il loro voto deve contare più delle sentenze emesse dai tribunali italiani. Invece, le leggi debbono essere pienamente osservate e rigorosamente applicate. Qualora i parlamentari ritengano che una legge sia sbagliata, pericolosa, controproducente, essi hanno non soltanto il potere, ma il dovere di cambiarla, se non, addirittura di abolirla, mai di disattenderla né di violarla, nella lettera e nello spirito.

Con il loro voto i senatori “assolutori” di Minzolini hanno anche comunicato qualcosa che ha regolarmente fatto parte del bagaglio di espressioni e valutazione di Berlusconi. Il voto degli eletti dal popolo si colloca al di sopra delle leggi. Però, poiché la legge elettorale vigente nel 2013 contemplava liste bloccate (delle quali neppure la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum ha imposto l’abolizione), nessuno dei senatori è stato “eletto dal popolo”, tutti sono stati nominati dai capi dei loro partiti e a quei capipartito continuano a rispondere. I senatori hanno anche finito per dire che la magistratura deve essere subordinata alla politica e al parlamento, E’ un’affermazione chiaramente, totalmente, irrimediabilmente populista poiché, nelle democrazie, sono i cittadini e i parlamentari a essere subordinati alle leggi. Nel caso di reati, la magistratura ne valuta la sussistenza e procede a giudicare gli accusati proprio “in nome del popolo”. Ponendo il popolo che loro presumono di rappresentare al di sopra delle leggi, i senatori hanno introdotto il virus populista nel funzionamento e nei rapporti fra le istituzioni. Un brutto piano inclinato.

Pubblicato AGL il 21 marzo 2017 

Porcelli, canguri e mercato delle vacche

Animali politici o no, è venuto il momento che i parlamentari smettano di dedicarsi al latinorum e, destreggiandosi fra porcelli, canguri e vacche, leggano qualcosa di europeo. Ecco, qui un breve testo del 2 luglio 2013 pubblicato in “Mondoperaio” e poi accolto alla fine del capitolo 2 “Oggetto di oscuri desideri: la legge elettorale” del mio libro Cittadini senza scettro (Egea-UniBocconi 2015).

È un segno dei tempi quando tocca ai tacchini e ai grillini riformare leggi elettorali grazie alle quali sono, per lo più senza nessuna cognizione di causa, entrati in Parlamento. Naturalmente, anche se a parole diffondono il loro convincimento che non bisognerà mai più votare con il Porcellum, il non frenetico attivismo dei parlamentari in carica suggerisce che del maiale non intendono buttare via proprio niente, meno che mai le liste bloccate. Uno dei modi più frequentemente utilizzati per salvare il maiale consiste nell’avanzare proposte variamente complicate che combinino in maniera assolutamente inusuale e imprevedibile pezzi di sistemi elettorali usati in altri paesi. Proposte di questo genere non fanno molta strada, ma fanno perdere (o, a seconda dei punti di vista, guadagnare) tempo. Nel recente passato, una delle più efficaci perditempo è consistita nella indigeribile combinazione di elementi dei sistemi elettorali tedesco e spagnolo.

Il sistema elettorale australiano, sbucato alla fine del 2012 da non ricordo più quale fervida mente riformatrice e subito non molto originalmente definito “kangurum”, sembrava già dimenticato. Invece è rispuntato, facendo, come si conviene ai canguri, un bel balzo. È poco più di una variante del maggioritario di stampo inglese. In Australia (e in pochissimi non importanti altri paesi) funziona efficacemente, vale a dire conferisce agli elettori il potere di scegliere il candidato preferito nei collegi uninominali. Di più (per esempio, dare vita ad un governo) non fa, essendo questo comunque compito dei partiti a seconda dell’esito del voto. Particolari non proprio di contorno del caso australiano sono che il voto è obbligatorio, il sistema partitico si è da tempo assestato sulla competizione bipolare, il capo dello Stato è la Regina d’Inghilterra. Se i pregi più vantati del sistema australiano, ovvero la sua peculiarità positiva, sono che l’elettore deve mettere in una graduatoria le sue preferenze e che si vota in collegi uninominali ad un turno solo (evitando quindi il presunto “mercato delle vacche” che si avrebbe con il doppio turno), entrambi possono cadere – o almeno indebolirsi, sotto il fuoco di motivate critiche.

Ci vogliono candidati e partiti molto bravi per insegnare ad elettori come quelli australiani – peraltro in buona misura già abituati – come stilare la graduatoria dei candidati in ordine di preferenza. Non sottovaluto le capacità di apprendimento degli elettori italiani, ma boccio quelle pedagogiche dei candidati e dei partiti italiani (molti dei quali continuano a non sapere quasi nulla dei sistemi elettorali). Quanto al “mercato delle vacche” (nell’esempio più richiamato, quello francese), ne farò un moderato, ma seriamente motivato elogio. Chiunque abbia mai frequentato un mercato delle vacche sa che gli animali stanno in bella vista, che ciascun compratore può guardarli a lungo, toccarli, valutarli e ottenere tutte le informazioni aggiuntive che desidera. I venditori si comportano correttamente non perché sono gentili, ma perché (anche senza avere letto Adam Smith) sanno di essere in un mercato competitivo dove altri venditori vanteranno la superiore qualità delle loro vacche e la eventuale maggiore adeguatezza alle necessità del compratore. Dunque il mercato delle vacche ha due enormi pregi: è trasparente ed è concorrenziale. Chi truffa verrà inesorabilmente punito, escluso.

In effetti è proprio vero: in Francia, dove si usa il doppio turno per eleggere un solo candidato, c’è un mercato delle vacche che molti intellettuali catholic-chic o comunisti ancien régime respingono a priori, senza saperne abbastanza, ma anche perché hanno scarsissima fiducia nell’elettorato. Non credono alle capacità degli elettori di seguire la “conversazione” che chiamerò elettorale (ma è anche “democratica”) che si svolge fra il primo e il secondo turno. Candidati che non superano la soglia di accesso al secondo turno e che dicono agli elettori, soprattutto ai loro, quale candidato preferiscono fra quelli rimasti in lizza. Candidati che desistono spiegando perché (ad esempio, con l’obiettivo di evitare la dispersione di voti, a sinistra o a destra, che favorirebbe l’elezione del candidato più sgradito). Dirigenti di partito che raggiungono accordi tali per cui votare per uno specifico candidato significa dare anche approvazione ad una coalizione che potrebbe farsi governo. Il doppio turno di collegio con clausola di accesso al secondo turno produce, fra il primo e il secondo turno, il massimo di informazioni per gli elettori, anche perché i mass media seguiranno e riferiranno le contrattazione con grande attenzione. Infine, se gli elettori avranno sbagliato a scegliere il candidato (a comprare la loro vacca, nella offensiva e fuorviante analogia), potranno fare mea culpa, cambiare idea, e la volta successiva bocciare l’incumbent e “acquistare” (compatibilmente con le offerte del mercato) una vacca migliore. Più informazione, più potere del cittadino elettore/compratore: il collaudato sistema elettorale francese continua ad essere preferibile a quello australiano. Les vaches sconfiggono i canguri.

Bentornato Mattarellum, ma riveduto e migliorato

viaBorgogna3

Non stiamo cercando il sistema elettorale perfetto. Coloro, poi, che volevano cambiare il bicameralismo che chiamavano “perfetto”, ma era paritario, proprio non ci arriverebbero mai. Infatti, avevano inventato un Porcellum poi finalmente smantellato dalla Corte Costituzionale. Per superare le obiezioni di quella Corte hanno confezionato un Italicum che, per le poche variazioni rispetto al Porcellum è, a tutti gli effetti, un Porcellinum. Adesso aspettano di vederselo triturato dalla Corte la cui composizione è quasi la stessa di tre anni fa. La “triturazione” servirebbe loro ottimamente per avere un alibi. In via di principio, a un sistema proporzionale senza clausole, il cosiddetto consultellum, che, per capre e caproni, è dizione più precisa di “puro”, chiunque voglia dare o dichiari di volerlo fare, rappresentanza ai cittadini, non può opporsi. Meglio, però, se il prossimo sistema elettorale darà anche potere ai cittadini, gentilmente consentendo loro di scegliere i propri rappresentanti nei collegi uninominali.

Non necessariamente congegnato con questo obiettivo, il Mattarellum ha funzionato in maniera più che accettabile nel 1994, 1996, 2001. Ricordiamone, però, alcuni elementi importanti. Primo: non avremmo mai avuto un sistema elettorale maggioritario e collegi uninominali se non fosse stato per l’opera indefessa dei referendari del 1993 (fra i quali c’ero anch’io). I parlamentari della legislatura 1992-1994 furono obbligati a trovare un modo per non tradire troppo l’esito del referendum che si applicò senza nessun intervento al Senato. Tre quarti di collegi uninominali nei quali vinceva chi otteneva un voto in più degli altri. Un quarto di eletti con il cosiddetto recupero proporzionale dei soli voti non già utilizzati per eleggere candidati. Un esempio numerico chiarisce tutto. Lo faccio con riferimento all’elezione degli, allora, otto senatori nelle Marche. Ciascun collegio ha all’incirca 180 mila elettori, il 65 per cento dei quali, vale a dire, 117 mila, vota. Data l’attuale distribuzione dei voti secondo i sondaggi, è probabile che il PD conquisti tre seggi e, se il centro-destra non ha raggiunto nessun accordo pre-elettorale nel suo ambito, gli altri tre seggi maggioritari saranno conquistati dalle Cinque Stelle. Nessuno dei voti utilizzati da PD e Cinque Stelle per le loro vittorie può servire per il recupero proporzionale al quale parteciperanno soltanto i candidati del centro-destra. I due seggi di recupero andranno ai candidati dei due partiti il cui monte voti complessivo è più alto, presumibilmente, nell’ordine, Lega Nord e Forza Italia. In una regione piccola l’effetto maggioritario sembra contenuto, ma in regioni grandi come Lombardia, Sicilia, Campania. Veneto e Emilia-Romagna risulterà notevole. Naturalmente, non v’è nessuna certezza che un partito che abbia il 32 per cento dei voti su scala nazionale riesca ad ottenere una maggioranza assoluta di seggi alla Camera o al Senato.

La scheda a parte e lo scorporo, ovvero, meglio, lo scomputo dei voti serviti a eleggere i deputati da quelli andati alla lista, bloccata, di recupero proporzionale, furono una non brillante invenzione introdotta dai dirigenti di partito, un salvagente per garantirsi il seggio, anche grazie alla possibilità di essere presenti tanto in un collegio uninominale quanto nella lista bloccata. Nel 1994, sia Mario Segni, nel suo collegio uninominale in Sardegna, sia Sergio Mattarella, nel suo collegio uninominale in Sicilia, furono sconfitti, ma tornarono alla Camera dei deputati recuperati come capilista della lista bloccata. Altri più furbi o più forti si fecero paracadutare in collegi uninominali sicuri (preferibilmente in Toscana, in Emilia, in Umbria). Nel suo collegio di Gallipoli, nel 1996 Massimo D’Alema rinunciò al salvagente della candidatura simultanea nella scheda proporzionale. Fu eletto. Suggerimento: introdurre nel Mattarellum 2.0 il requisito di residenza da almeno tre anni nel collegio in cui si vuole essere candidati.

Il Mattarellum incentivò la formazione di coalizioni pre-elettorali. Tali furono in Italia tanto l’Ulivo quanto l’Unione e, per il centro-destra, il Polo delle Libertà e il Polo del Buongoverno, in seguito la Casa della Libertà. Le coalizioni pre-elettorali, che sono molto diffuse nelle democrazie parlamentari europee che usano sistemi proporzionali, ma che hanno una loro non disprezzabile storia anche in Francia dove ci sono collegi uninominali, danno un’informazione in più all’elettorato su quali partiti potrebbero andare al governo.

In Italia, i piccoli partiti pretesero allora collegi sicuri per entrare nelle coalizioni pre-elettorali minacciando altrimenti di fare mancare i loro voti che potevano essere decisivi. Eliminando la scheda di recupero proporzionale, la minaccia sarebbe spuntata. I candidati vittoriosi in seguito ad un chiaro accordo pre-elettorale sarebbero, al tempo stesso, effettivi rappresentanti del collegio, ma agirebbero da parlamentari a sostegno della loro coalizione sia al governo sia all’opposizione. I famigerati trasformisti debbono e possono essere bloccati attraverso il regolamento di Camera e Senato che sancisca che coloro che cambiano gruppo parlamentare non sono abilitati a formarne un altro, ma sono obbligati a confluire nel gruppo misto perdendo stanze, segretarie, fondi e persino accesso alle cariche nelle Commissioni. A queste condizioni e senza nessun’altra modifica rispetto a quelle che ho delineato (più precisamente, senza nessun premietto in seggi), il Mattarellum 2.0 è il sistema elettorale più facilmente e rapidamente configurabile e sicuramente preferibile nelle condizioni date. Non avvantaggia e non svantaggia nessuno. Crea condizioni di incertezza per candidati e partiti. Conferisce incisivo potere agli elettori.

Pubblicato il 19 dicembre su Casa della Cultura online

La Riforma riduce la democrazia elettorale e non tiene conto del rispetto delle minoranze

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Intervista raccolta da Francesco Mazzocca

La lunghissima campagna referendaria si avvia alla conclusione. A una settimana dalla consultazione, ho avuto il piacere ma soprattutto l’onore di fare qualche domanda al Professore Gianfranco Pasquino, uno dei massimi esperti di scienza politica internazionale, e punto di riferimento nel panorama del costituzionalismo comparato attraverso innumerevoli opere e pubblicazioni. Dal 2014 Professore Emerito all’Università di Bologna, Gianfranco Pasquino ha insegnato a Firenze, Harvard, Los Angeles. Per diverso tempo è stato editorialista de La Repubblica, Il Sole 24 Ore, L’Unità. In questa intervista ci illustra, ancora una volta, le ragioni a sostegno del No per il referendum del 4 dicembre.

Egregio Professore, innanzitutto la ringrazio per la sua enorme disponibilità. Ormai siamo agli sgoccioli, manca una settimana al referendum per la conferma della riforma della costituzione. Quali sono le sue sensazioni?

Lei mi chiede una previsione, ma io le rispondo che sono lieto di avere riscoperto anche molte “sensazioni romantiche”. Credo di avere colto in alcune migliaia di cittadini interlocutori effettiva voglia di capire e un grande desiderio di fare la cosa giusta. Non parlavo alla loro pancia, ma ho cercato di sollecitare la loro testa senza mai dimenticare che per molti la Costituzione riguarda anche il cuore: la loro “passione” civile e politica.

Questa campagna referendaria è stata condotta con grande dispendio di energie, in entrambi gli schieramenti. Molto probabilmente i sostenitori del Sì ne hanno fatto quasi un atto di parte, una sorta di atto di indirizzo politico che mal si concilia con l’idea e la sostanza della Costituzione, ovvero la condivisione dei valori. Una contrapposizione inaccettabile per un paese come l’Italia. Perché secondo lei tutto questo astio?

Molti, troppi sostenitori del sì, a cominciare dal Presidente del Consiglio (e dalla più riluttante, ma altrettanto responsabile Ministra Boschi) si giocano la carriera politica. Se vincono, molti saranno ricompensati con cariche dal Parlamento alla Corte Costituzionale, da qualche cattedra a qualche ruolo nei moltissimi enti di nomina governativa. Spero di non vedere nulla di questo. Suggerisco di seguire i percorsi dei più insolenti fra i sostenitori del sì.

Entriamo nel merito del testo: il rinnovato Senato sarà composto, oltre che da rappresentati dalle Regioni, anche da Sindaci e da personalità nominate dal Presidente della Repubblica. La prima contraddizione: come fanno ad essere rappresentanti delle Regioni?

Nessuna contraddizione: essendo stati lottizzati (scelti “in conformità alle scelte degli elettori”) rappresenteranno docilmente, ah, dovrei scrivere “disciplinatamente”, i partiti che li hanno eletti/nominati/designati. Le regioni sono solo un trampolino per un po’ di prestigio e alcuni vantaggi.

In termini di democrazia la riforma ha fatto un enorme passo indietro. Fino ad ora la spaccatura tra elettori ed eletti era rappresentata dalla lista bloccata: zero possibilità di scelta, ma avevamo almeno la conoscenza di una lista, di una graduatoria. La stretta connessione tra legge elettorale e riforma costituzionale ci porterà i senatori nominati dai Consigli regionali: la spaccatura tra politica e società civile mi sembra sia ormai insanabile.

E chi ha mai detto che bisogna sanare “la spaccatura tra politica e società civile”? L’obiettivo dei sedicenti riformatori è duplice: 1. ridurre la democrazia elettorale, 2. ampliare la governabilità, vale a dire i poteri di un governo che riesca ad essere sempre meno controllabile.

Alzare il numero minimo di firme per la presentazione dei progetti di legge di iniziativa popolare; abbassare il quorum per la validità del referendum abrogativo quando a richiederlo siano almeno 800000 persone. Insomma, un vero e proprio pasticcio di numeri che riduce fortemente il senso della regola della maggioranza, caposaldo di ogni democrazia costituzionale.

No, la regola della maggioranza non è il caposaldo di ogni democrazia costituzionale. In democrazia ci sono decisioni prese con maggioranze relative e non contestate e decisioni da prendersi con maggioranze qualificate. Il caposaldo è il rispetto delle minoranze, non impedirne la rappresentanza, non schiacciarle, dare loro sempre voce. Avere freni e contrappesi. Operare in trasparenza con piena assunzione di responsabilità, non con meccanismi opachi. Nulla di questo si trova nelle riforme. Neppure nel quesito referendario, a riprova della scarsissima importanza attribuita alla partecipazione dei cittadini, si fa cenno alcuno a referendum e iniziativa legislativa popolare.

La riduzione dei tempi per l’approvazione di una legge è stato lo sponsor più forte per far sì che a legiferare sia una sola camera. In realtà, da profondo conoscitore delle dinamiche parlamentari, possiamo dire che i ritardi nell’approvazione di una legge dipendono dalla cattiva calendarizzazione dei lavori parlamentari, e che la doppia lettura di Camera e Senato c’entra poco?

Un governo che poggia su una maggioranza politica, anche solo relativamente coesa, ottiene dal bicameralismo italiano quello che vuole, a condizione che sappia che cosa vuole, magari perché attua il programma suo o quello concordato con gli alleati, e sia capace di perseguirlo. Tutto il resto, lentezza, farraginosità, andirivieni, sono favole che Renzi e Boschi possono raccontare poiché non hanno nessuna cognizione sul funzionamento dei parlamenti, ma che altri, a cominciare dal parlamentare di lunghissimo corso, Giorgio Napolitano, e dagli ex-Presidenti di Camera, Violante e Casini, e Senato, Pera, dovrebbero per decenza evitare e smentire.

Ultima domanda: la riduzione dei costi col taglio del numero dei Senatori è stata una motivazione che ha strumentalizzato molto il senso della riforma. In realtà, numeri alla mano si può tranquillamente affermare che i costi saranno ridotti di una percentuale minima. Ma quand’anche fosse vero il gran risparmio, è fuori luogo ragionare della Costituzione in termini economici, perché si rischia una fortissima riduzione di partecipazione della società civile alla vita politica. Insomma, si sacrifica la democrazia in nome dell’economia.

Tagliare i politici e ridurre costi sono misure che, anche a causa del tono con cui vengono annunciate, sollecitano l’antiparlamentarismo di troppi italiani e vanno nella direzione di un populismo soft. I risparmi saranno molto limitati. Quello che ci vuole è una spending review costante. Per esempio, i referendum, compreso quello sulla trivellazione, vanno tenuti, ogni volta che è possibile, insieme ad altre consultazioni elettorali. Per esempio, avremmo risparmiato moltissimo se questa campagna referendaria Renzi non l’avesse iniziata a fine aprile e se avesse fissato la data della consultazione, non nell’ultimo giorno possibile, ma nel primo. La democrazia costa e i cittadini consapevoli sanno che è giusto pagare per il suo buon funzionamento. Ma i costi della politica dei politici non debbono gravare sulle tasche dei cittadini contribuenti, ma di quei politici. Sappiamo chi sono.

Pubblicato il 27 novembre 2016 su SCISCIANONOTIZIE.IT