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Il ritorno di Berlusconi come coalition-maker

Grande operazione è stata quella di resuscitare Berlusconi con la legge per lui migliore quella che gli consente, al tempo stesso, sia di scegliere tutti i candidati di Forza Italia e, grazie ai collegi uninominali sicuri e alle liste bloccate, di predestinarli al seggio in Parlamento sia di svolgere il ruolo che gli riesce meglio, quello di coalition-maker. Che poi lui diventi anche indispensabile per fare un governo è solo un danno collaterale.

Governabilità, un nodo irrisolto #leggeElettorale

Incassata la botta della dichiarazione di incostituzionalità di alcune parti, nient’affatto marginali, della legge elettorale improvvidamente definita Italicum, gli esponenti del Partito Democratico hanno esplorato strade in verità non molto dissimili per formulare una nuova legge elettorale. Non intendo ripercorrere la brutta telenovela, ma mettere soltanto gli essenziali punti fermi. L’approdo attuale, per il quale mi rifiuto di ricorrere al latino maccheronico, è un testo firmato dal capogruppo del PD alla Camera, Ettore Rosato. Due terzi dei parlamentari saranno eletti con metodo proporzionale su liste corte, non più di quattro candidature, un terzo in collegi uninominali. Tuttavia, gli elettori non avranno due voti, ma uno solo. Quindi, non potranno scegliere il candidato che preferiscono nel collegio uninominale e la lista di un altro partito nella parte proporzionale com’è non solo possibile, ma ampiamente praticato con la legge proporzionale vigente in Germania. Le liste proporzionali sono bloccate, vale a dire che l’elettore non ha nessuna possibilità di scelta cosicché i candidati saranno eletti secondo l’ordine deciso dai capi dei partiti e, in qualche caso, sicuramente per il PD, dai capi delle correnti. Già si parla delle quote da attribuire agli “orlandiani” e ai “franceschiniani”. Poiché sono possibili le pluricandidature, fino a cinque, i capi dei partiti e delle correnti, a cominciare da Alfano, sono praticamente certi della loro rielezione.

Secondo alcuni, in particolare, ovviamente l’on. Rosato, ma anche l’on. Fiano, relatore della precedente legge poi inabissatasi, questa legge elettorale, che non esiste da nessuna parte al mondo, garantirebbe la governabilità. Non è affatto chiaro perché lo farebbe né che cosa sia la governabilità per i suoi sostenitori, a meno che si riferiscano alla fabbricazione di una maggioranza parlamentare ampia a sostegno di un governo. Tutto questo, però, sarà affidato alla formazione di coalizioni, difficilmente prima del voto, inevitabilmente dopo, in Parlamento che è quello che avviene normalmente in tutte le democrazie parlamentari, ma è stato a lungo demonizzato come “inciucio”, consociazione, Grande Coalizione, addirittura paventando, del tutto a sproposito, l’esito tragico di Weimar (1919-1933).

Nelle democrazie parlamentari la governabilità dipende e discende da una buona rappresentanza parlamentare delle preferenze e degli interessi, delle aspettative e degli ideali degli elettori. Stabile e efficace sarà quel governo prodotto da partiti e da parlamentari che rappresentano effettivamente i loro elettorati. Con la legge Rosato, gli elettori non avranno nessuna possibilità di scegliere i parlamentari, i quali, a loro volta, non avranno nessun interesse a rapportarsi ad elettori che non li hanno votati e dai quali non dipende la loro rielezione, tutta nelle mani dei dirigenti di partito che li hanno messi in testa nelle liste oppure in collegi uninominali “sicuri”. Poi, lo sappiamo perché l’abbiamo visto, quando il vento cambierà, questi parlamentari andranno alla ricerca di partiti e dirigenti in grado di ricandidarli. Più di trecentocinquanta parlamentari hanno cambiato gruppo e partito dal 2013 ad oggi.

Alcuni costituzionalisti sostengono che anche la legge Rosato ha molti elementi di incostituzionalità.

È possibile, ma la Corte Costituzionale potrà intervenire soltanto a legge approvata e, forse, già applicata, con un nuovo Parlamento in esistenza, che sarebbe rapidamente delegittimato. Qualcuno si è spinto a scrivere che questa legge è immorale. Si può sostenere che contiene elementi “osceni”, ma questo giudizio mi pare sterile e, naturalmente, non inciderà sull’opinione dei parlamentari che stanno per approvare la legge. Credo che una legge elettorale che dà ai partiti e ai loro dirigenti più potere che ai cittadini-elettori sia sbagliata e, poiché democrazia significa “potere del popolo”, molto poco democratica. Darà cattiva e inadeguata rappresentanza politica e non contribuirà affatto alla governabilità.

Pubblicato AGL 8 ottobre 2017

Riforma Boschi e Italicum, non si rassegnano

Gli sconfitti del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 non si sono ancora rassegnati. Non riescono ancora a farsene una ragione poiché continuano a ripetere argomentazioni infondate e sbagliate. Grave per i politici, la ripetitività di errori è gravissima per i professori, giuristi o politologi che siano. Sul “Corriere della Sera” Sabino Cassese esprime il suo rimpianto per il non-superamento del bicameralismo (che, comunque, nella riforma Renzi-Boschi era soltanto parziale) poiché obbliga ad una “defatigante navetta”. Non cita nessun dato su quante leggi siano effettivamente sottoposte alla navetta, sembra non più del 10 per cento, e non si chiede se la fatica sia davvero un prodotto istituzionale del bicameralismo paritario italiano oppure dell’incapacità dei parlamentari e dei governi di fare leggi tecnicamente impeccabili, quindi meno faticose da approvare, oppure, ancora, se governi e parlamentari abbiano legittime differenze di opinioni su materie complicate, ma qualche volta non intendano altresì perseguire obiettivi politici contrastanti. Comunque, i dati comparati continuano a dare conforto a chi dice che, nonostante tutto, la produttività del Parlamento italiano non sfigura affatto a confronto con quella dei parlamenti dei maggiori Stati europei: Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna. Nessuno, poi, credo neanche Cassese, sarebbe in grado di sostenere con certezza che le procedure previste nella riforma avrebbero accorciato i tempi di approvazione, ridotti i conflitti fra le due Camere e, meno che mai, prodotto leggi tecnicamente migliori.

Più volte, non da solo, Mauro Calise ha sostenuto che soltanto un governo forte, identificato con quello guidato da Matteo Renzi, risolverebbe tutti questi problemi, e altri ancora. Non ci ha mai detto con quali meccanismi istituzionali creare un governo forte, ma ha sempre affidato questo compito erculeo alla legge elettorale. Lunedì ne “Il Mattino” di Napoli ha ribadito la sua fiducia nelle virtù taumaturgiche del mai “provato” Italicum. Lo cito:”avevamo miracolosamente partorito una legge maggioritaria” …. “senza la quale in Europa nessuno è in grado di formare un governo”. Come ho avuto più volte modo di segnalare, l’Italicum come il Porcellum non era una legge maggioritaria, ma una legge proporzionale con premio di maggioranza. Con il Porcellum nel 2008 più dell’80 per cento dei seggi furono attribuiti con metodo proporzionale; nel 2013 si scese a poco più di 70 per cento. L’Italicum, non “miracolosamente partorito”, ma imposto con voto di fiducia, non avrebbe cambiato queste percentuali. Quanto alla formazione dei governi, tutti i capi dei partiti europei hanno saputo formare governi nei e con i loro Parlamenti eletti con leggi proporzionali. Tutte le democrazie parlamentari europee hanno sistemi elettorali proporzionali in vigore da un centinaio d’anni (la Germania dal 1949). Nessuno di quei sistemi ha premi di maggioranza. Tutte le democrazie parlamentari hanno governi di coalizione. Elementari esercizi di fact-checking che anche un politologo alle prime armi dovrebbe sapere fare, anzi, avrebbe il dovere di fare, smentiscono le due affermazioni portanti dell’articolo di Calise. C’è di peggio, perché Calise chiama in ballo Macron sostenendo che la sua ampia maggioranza parlamentare discende dal sistema elettorale maggioritario. Però, il doppio turno francese in collegi uninominali non ha nulla in comune né con il Porcellum né con l’Italicum le cui liste bloccate portano a parlamentari nominati. Inoltre, il modello istituzionale francese da vita a una democrazia semipresidenziale che non ha nulla a che vedere con i premierati forti vagheggiati, ma non messi su carta, dai renziani né, tantomeno, con il cosiddetto “sindaco d’Italia”. Il paragone fatto da Calise è tanto sbagliato quanto manipolatorio. Non serve né a riabilitare riforme malfatte né a delineare nessuna accettabile riforma futura.

Pubblicato il 12 settembre 2017

 

Tutti al voto Mattarella permettendo

Una legge elettorale concordata fra quelli che, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Forza Italia, sono considerati i tre poli attualmente esistenti sarebbe buona cosa. Il condizionale è d’obbligo per due ragioni. La prima è che sembra che l’accordo già scricchioli in parte sul versante del Movimento 5 Stelle in parte all’interno del PD. Essendo il più debole dei tre poli, Berlusconi non può permettersi e non vorrebbe sentire/vedere nessuno scricchiolio. La seconda ragione del condizionale è che più la si guarda dentro più la legge elettorale presenta elementi problematici tanto per i contraenti quanto, soprattutto, per gli elettori. Fermo restando che è difficile effettuare un esame tecnico approfondito, ma, al tempo stesso, semplice da riferire, dei meccanismi della nuova legge (che, comunque, non è la legge tedesca che si chiama “rappresentanza proporzionale personalizzata), un paio di punti sono assolutamente criticabili e già criticati persino dai contraenti. Rischia di essere addirittura anticostituzionale il meccanismo che impedirebbe al vincitore di un collegio uninominale di occupare il suo seggio in Parlamento a causa della prevalenza dei candidati nelle liste bloccate, per di più con candidature multiple, già fortemente criticate dalla Corte Costituzionale. Qualcuno vorrebbe la possibilità di usare almeno un voto di preferenza. Nell’apposito referendum del 1991 l’elettorato italiano si espresse a favore della preferenza unica nominativa. Inoltre, contrariamente al doppio voto di cui gode l’elettore tedesco, l’elettore italiano potrà soltanto tracciare una crocetta o sul simbolo del partito o sul nome del candidato (e se votasse disgiunto si vedrebbe annullare il voto) comunque scegliendo il partito e ratificandone l’intera lista delle candidature.

Dopo l’esplicita orgogliosa accettazione da parte di Alfano, leader di Alternativa Popolare, della soglia del 5 per cento per accedere al Parlamento, almeno su questa clausola, a mio parere utile per evitare la frammentazione del sistema dei partiti (e da accompagnare con una riforma dei regolamenti delle Camere affinché quello che è stato tenuto fuori dalla porta non ritorni dalla finestra), l’accordo potrebbe reggere. L’esito sarebbe sostanzialmente una legge elettorale proporzionale (ma anche Porcellum e Italicum erano leggi proporzionali seppur con un premio in seggi per il partito/coalizione di maggioranza), che offre troppo potere ai capi dei partiti che praticamente nomineranno ancora una volta tutti o quasi i loro parlamentari. A questo punto, molti commentatori e politici danno per scontate due conseguenze. La prima è che, approvata la legge elettorale, si andrà rapid(issim)amente a elezioni anticipate. La seconda è che dal prossimo parlamento dovrà uscire un governo costruito su una difficile coalizione.

La probabilità di elezioni anticipate dipende da due fattori: i tempi necessari all’approvazione della nuova legge elettorale e le valutazioni del Presidente della Repubblica, l’oste con il quale bisogna fare i conti anche perché non ha soltanto il potere di sciogliere o no il Parlamento, ma anche quello di firmare o no, se rilevasse qualche profilo di incostituzionalità, la legge elettorale. Per ragioni di opportunità, ad esempio, l’approvazione urgente di misure economiche oppure l’aumento dello spread, segnale di nervosismo dei mercati che non gradiscono l’inevitabile incertezza di una campagna elettorale, l’assurdità, mi permetto di scrivere, di una campagna elettorale svolta sulle spiagge del Bel Paese, Mattarella potrebbe suggerire di giungere a scadenza naturale dell’attuale Parlamento: fine febbraio 2018.

Quanto all’esito, poiché siamo in una democrazia per quanto di modesta qualità, saranno gli elettori a deciderlo. È lecito che ci interroghiamo sulla composizione del prossimo governo, ma allora le variabili sono molte. Allo stato della distribuzione delle preferenze politiche, una coalizione PD-Forza Italia non avrebbe la maggioranza assoluta alla Camera. PD e Cinque Stelle avrebbero sicuramente abbastanza seggi per formare un governo di maggioranza, ma non conosciamo la disponibilità del PD e sappiamo che, almeno finora, le Cinque Stelle negano qualsiasi volontà di fare coalizioni, anche se hanno aperto, bontà loro, a un governo di minoranza composto esclusivamente da pentastellati o da personale “tecnico/cratico” da loro reclutato. Non è affatto detto che, arrivando a scadenza naturale, il problema di chi e come formerà la prossima coalizione di governo diventerà più facile da risolvere. È chiaro, però, che chi ha fretta di andare alle elezioni dovrebbe cercare di fugare alcuni legittimi dubbi relativi a esiti che non servirebbero al paese. Dovrebbe anche dire agli europei che il governo post-Gentiloni-Padoan rispetterà tutti gli impegni presi.
Pubblicato il 3 giugno 2017

Pasticcio elettorale per due

Berlusconi e Renzi hanno due obiettivi in comune: escogitare un sistema elettorale che consenta loro di nominare i propri parlamentari e, in subordine, andare a elezioni anticipate (che il Presidente Mattarella ha già fatto sapere di non consentire). Quando, nel 2014, andò al governo (dove aveva affermato di voler giungere solo dopo una vittoria elettorale) Renzi dovette fare i conti con parlamentari quasi tutti selezionati da Bersani. Anche se molti, nella peggiore tradizione italiana, si trasformarono subito in zelantissimi renziani, altri, quelli, non tutti, della “ditta Bersani”, fecero opposizione, peraltro sterile, fino alla loro fuoruscita/scissione. Ad abbandonare Berlusconi al quale, pure, erano debitori delle loro cariche e carriere, ci pensarono fin dall’ottobre 2013 gli alfaniani, poi qualche anno dopo i verdiniani, tutti, oggi, alla ricerca di una “nomina” da Renzi e da Berlusconi che non vogliono consentire agli elettori italiani di scegliere i parlamentari: quindi, liste bloccate. Però, queste liste possono fare capolino anche in leggi elettorali molto diverse fra loro. Qui cominciano i dissensi.

Preso atto che difficilmente sarà in condizioni di vincere, l’ex-Cavaliere del maggioritario è diventato uno strenuo sostenitore di una legge proporzionale, forse quella tedesca (che, incidentalmente, sarebbe, comunque, nella sua integralità, ottima). Vagando alla ricerca della legge che gli prometta i risultati numericamente e politicamente migliori, Renzi ne ha disinvoltamente dette/fatte di tutti i colori: dall’Italicum, largamente dichiarato incostituzionale dalla Corte, alla reviviscenza della legge Mattarella, che porta il nome del suo relatore nel 1993, al sistema elettorale tedesco, mai precisato nelle sue cruciali componenti, a qualcosa formulato da Denis Verdini (le cui qualità di esperto elettorale non erano precedentemente note) fino alla più recente proposta, detta Rosatellum (sconsiglierei caldamente l’uso del latinorum, ma qui lo faccio per brevità), poiché elaborata da Ettore Rosato, capogruppo del PD alla Camera dei deputati. Con questa legge praticamente tutti gli eletti sarebbero designati dai rispettivi partiti che li candidano nei collegi uninominali e nelle liste proporzionali.

“Nominare” i parlamentari non è un peccato secondo nessuna fede, neanche quella “francescana”, appena abbracciata da Beppe Grillo, tranne quella, laica, che vuole un parlamento composto da uomini e donne che hanno conquistato il voto degli elettori, che eserciteranno il loro mandato tenendo conto delle preferenze e degli interessi degli elettori, del collegio uninominale e del paese, e del programma del loro partito. Non soltanto queste sottigliezze non sono gradite né a Renzi né a Berlusconi, ma sfuggono anche all’etica politico-parlamentare dei grillini che vogliono il mandato imperativo che toglierebbe qualsiasi autonomia agli eletti, francescani o no che si dichiarino. Se, però, Renzi vuole un sistema con forti effetti maggioritari, a partire dai collegi uninominali, allora, no, Berlusconi non può essere d’accordo. Forza Italia, ma non la Lega, ha sempre avuto notevoli difficoltà a trovare candidature singole attraenti, destinate comunque a essere schiacciate dalla personalità del leader. Incidentalmente, il Movimento 5 Stelle sa che non importa che i suoi candidati siano noti poiché gli elettori votano il Movimento a prescindere da qualsiasi valutazione delle candidature. Berlusconi vuole una legge proporzionale per perdere poco, ma anche per impedire a Renzi di vincere abbastanza da governare da solo e per tornare a essere l’interlocutore più rilevante. Renzi vuole una legge con componenti maggioritarie anche nascoste per provare a vincere da solo, altrimenti, per arrivare a dettare da posizioni di forza le condizioni per la coalizione di governo. Quello che si preannuncia sarà il prodotto di una forzatura di Renzi grazie al sostegno di senatori alla spasmodica ricerca della ricandidatura oppure un indigeribile pasticcio di formulette elettorali che non porteranno a nulla di buono (e a molto di già visto e non gradito).

Pubblicato il 23 maggio 2017

Caso Minzolini, se il voto dei senatori sta al di sopra delle leggi

Il voto della maggioranza dei senatori che hanno impedito la decadenza dalla carica del collega Augusto Minzolini, componente del gruppo parlamentare di Forza Italia, non deve essere derubricato ad un qualsiasi episodio di omertà a buon rendere. Non è stato soltanto la ripetizione di un fenomeno che viene da lontano e un segnale di quello che può ancora succedere in questa legislatura. Più o meno consapevolmente, con il loro voto, contorto quanto si vuole – favorevoli, contrari, assenti, usciti dall’aula-, i senatori hanno mandato un messaggio terribile, purtroppo non rilevato e non stigmatizzato da giornalisti e commentatori. Quando incappano nelle maglie della giustizia, i politici per lo più procedono a una sequela di frasi fatte tanto retoriche quanto ipocrite. Per loro, la giustizia è sempre a orologeria poiché cerca di influenzare l’andamento della politica. Nessuno che dica che la politica ha tempi non prevedibili cosicché i magistrati dovrebbero avere poteri quasi magici per arrivare puntuali. Poi, a seconda dei casi, i politici annunciano che gli “avvisati di garanzia” e gli indagati sono innocenti fino alla condanna, cosa che non dovrebbe automaticamente significare che possono restare nella loro carica come se non fosse successo niente. Non c’è da stupirsi se i rari casi in cui gli inquisiti si sono dimessi vengono ricordati da tutti. Segue, naturalmente, la solenne dichiarazione di fiducia nella giustizia. La conclusione consiste nell’unanime invito alla magistratura a fare il suo corso. Quando, però, come in questo caso, la condanna di Minzolini per “peculato continuato” è definitiva, troppi parlamentari s’affannano a non darle seguito.

Secondo la legge che porta il nome di Paola Severino, competente ministro della Giustizia del governo Monti, il condannato in via definitiva decade, com’è già avvenuto con Silvio Berlusconi, dalla sua carica. I Senatori avrebbero semplicemente dovuto rispettare e ratificare quanto deciso dai giudici. Il loro voto di salvataggio ha una valenza grave e implicazioni preoccupanti. In estrema sintesi, un certo numero di rappresentanti del popolo ha deciso che le leggi della Repubblica possono essere disattese e che il loro voto deve contare più delle sentenze emesse dai tribunali italiani. Invece, le leggi debbono essere pienamente osservate e rigorosamente applicate. Qualora i parlamentari ritengano che una legge sia sbagliata, pericolosa, controproducente, essi hanno non soltanto il potere, ma il dovere di cambiarla, se non, addirittura di abolirla, mai di disattenderla né di violarla, nella lettera e nello spirito.

Con il loro voto i senatori “assolutori” di Minzolini hanno anche comunicato qualcosa che ha regolarmente fatto parte del bagaglio di espressioni e valutazione di Berlusconi. Il voto degli eletti dal popolo si colloca al di sopra delle leggi. Però, poiché la legge elettorale vigente nel 2013 contemplava liste bloccate (delle quali neppure la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum ha imposto l’abolizione), nessuno dei senatori è stato “eletto dal popolo”, tutti sono stati nominati dai capi dei loro partiti e a quei capipartito continuano a rispondere. I senatori hanno anche finito per dire che la magistratura deve essere subordinata alla politica e al parlamento, E’ un’affermazione chiaramente, totalmente, irrimediabilmente populista poiché, nelle democrazie, sono i cittadini e i parlamentari a essere subordinati alle leggi. Nel caso di reati, la magistratura ne valuta la sussistenza e procede a giudicare gli accusati proprio “in nome del popolo”. Ponendo il popolo che loro presumono di rappresentare al di sopra delle leggi, i senatori hanno introdotto il virus populista nel funzionamento e nei rapporti fra le istituzioni. Un brutto piano inclinato.

Pubblicato AGL il 21 marzo 2017 

Porcelli, canguri e mercato delle vacche

Animali politici o no, è venuto il momento che i parlamentari smettano di dedicarsi al latinorum e, destreggiandosi fra porcelli, canguri e vacche, leggano qualcosa di europeo. Ecco, qui un breve testo del 2 luglio 2013 pubblicato in “Mondoperaio” e poi accolto alla fine del capitolo 2 “Oggetto di oscuri desideri: la legge elettorale” del mio libro Cittadini senza scettro (Egea-UniBocconi 2015).

È un segno dei tempi quando tocca ai tacchini e ai grillini riformare leggi elettorali grazie alle quali sono, per lo più senza nessuna cognizione di causa, entrati in Parlamento. Naturalmente, anche se a parole diffondono il loro convincimento che non bisognerà mai più votare con il Porcellum, il non frenetico attivismo dei parlamentari in carica suggerisce che del maiale non intendono buttare via proprio niente, meno che mai le liste bloccate. Uno dei modi più frequentemente utilizzati per salvare il maiale consiste nell’avanzare proposte variamente complicate che combinino in maniera assolutamente inusuale e imprevedibile pezzi di sistemi elettorali usati in altri paesi. Proposte di questo genere non fanno molta strada, ma fanno perdere (o, a seconda dei punti di vista, guadagnare) tempo. Nel recente passato, una delle più efficaci perditempo è consistita nella indigeribile combinazione di elementi dei sistemi elettorali tedesco e spagnolo.

Il sistema elettorale australiano, sbucato alla fine del 2012 da non ricordo più quale fervida mente riformatrice e subito non molto originalmente definito “kangurum”, sembrava già dimenticato. Invece è rispuntato, facendo, come si conviene ai canguri, un bel balzo. È poco più di una variante del maggioritario di stampo inglese. In Australia (e in pochissimi non importanti altri paesi) funziona efficacemente, vale a dire conferisce agli elettori il potere di scegliere il candidato preferito nei collegi uninominali. Di più (per esempio, dare vita ad un governo) non fa, essendo questo comunque compito dei partiti a seconda dell’esito del voto. Particolari non proprio di contorno del caso australiano sono che il voto è obbligatorio, il sistema partitico si è da tempo assestato sulla competizione bipolare, il capo dello Stato è la Regina d’Inghilterra. Se i pregi più vantati del sistema australiano, ovvero la sua peculiarità positiva, sono che l’elettore deve mettere in una graduatoria le sue preferenze e che si vota in collegi uninominali ad un turno solo (evitando quindi il presunto “mercato delle vacche” che si avrebbe con il doppio turno), entrambi possono cadere – o almeno indebolirsi, sotto il fuoco di motivate critiche.

Ci vogliono candidati e partiti molto bravi per insegnare ad elettori come quelli australiani – peraltro in buona misura già abituati – come stilare la graduatoria dei candidati in ordine di preferenza. Non sottovaluto le capacità di apprendimento degli elettori italiani, ma boccio quelle pedagogiche dei candidati e dei partiti italiani (molti dei quali continuano a non sapere quasi nulla dei sistemi elettorali). Quanto al “mercato delle vacche” (nell’esempio più richiamato, quello francese), ne farò un moderato, ma seriamente motivato elogio. Chiunque abbia mai frequentato un mercato delle vacche sa che gli animali stanno in bella vista, che ciascun compratore può guardarli a lungo, toccarli, valutarli e ottenere tutte le informazioni aggiuntive che desidera. I venditori si comportano correttamente non perché sono gentili, ma perché (anche senza avere letto Adam Smith) sanno di essere in un mercato competitivo dove altri venditori vanteranno la superiore qualità delle loro vacche e la eventuale maggiore adeguatezza alle necessità del compratore. Dunque il mercato delle vacche ha due enormi pregi: è trasparente ed è concorrenziale. Chi truffa verrà inesorabilmente punito, escluso.

In effetti è proprio vero: in Francia, dove si usa il doppio turno per eleggere un solo candidato, c’è un mercato delle vacche che molti intellettuali catholic-chic o comunisti ancien régime respingono a priori, senza saperne abbastanza, ma anche perché hanno scarsissima fiducia nell’elettorato. Non credono alle capacità degli elettori di seguire la “conversazione” che chiamerò elettorale (ma è anche “democratica”) che si svolge fra il primo e il secondo turno. Candidati che non superano la soglia di accesso al secondo turno e che dicono agli elettori, soprattutto ai loro, quale candidato preferiscono fra quelli rimasti in lizza. Candidati che desistono spiegando perché (ad esempio, con l’obiettivo di evitare la dispersione di voti, a sinistra o a destra, che favorirebbe l’elezione del candidato più sgradito). Dirigenti di partito che raggiungono accordi tali per cui votare per uno specifico candidato significa dare anche approvazione ad una coalizione che potrebbe farsi governo. Il doppio turno di collegio con clausola di accesso al secondo turno produce, fra il primo e il secondo turno, il massimo di informazioni per gli elettori, anche perché i mass media seguiranno e riferiranno le contrattazione con grande attenzione. Infine, se gli elettori avranno sbagliato a scegliere il candidato (a comprare la loro vacca, nella offensiva e fuorviante analogia), potranno fare mea culpa, cambiare idea, e la volta successiva bocciare l’incumbent e “acquistare” (compatibilmente con le offerte del mercato) una vacca migliore. Più informazione, più potere del cittadino elettore/compratore: il collaudato sistema elettorale francese continua ad essere preferibile a quello australiano. Les vaches sconfiggono i canguri.