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Caso Minzolini, se il voto dei senatori sta al di sopra delle leggi

Il voto della maggioranza dei senatori che hanno impedito la decadenza dalla carica del collega Augusto Minzolini, componente del gruppo parlamentare di Forza Italia, non deve essere derubricato ad un qualsiasi episodio di omertà a buon rendere. Non è stato soltanto la ripetizione di un fenomeno che viene da lontano e un segnale di quello che può ancora succedere in questa legislatura. Più o meno consapevolmente, con il loro voto, contorto quanto si vuole – favorevoli, contrari, assenti, usciti dall’aula-, i senatori hanno mandato un messaggio terribile, purtroppo non rilevato e non stigmatizzato da giornalisti e commentatori. Quando incappano nelle maglie della giustizia, i politici per lo più procedono a una sequela di frasi fatte tanto retoriche quanto ipocrite. Per loro, la giustizia è sempre a orologeria poiché cerca di influenzare l’andamento della politica. Nessuno che dica che la politica ha tempi non prevedibili cosicché i magistrati dovrebbero avere poteri quasi magici per arrivare puntuali. Poi, a seconda dei casi, i politici annunciano che gli “avvisati di garanzia” e gli indagati sono innocenti fino alla condanna, cosa che non dovrebbe automaticamente significare che possono restare nella loro carica come se non fosse successo niente. Non c’è da stupirsi se i rari casi in cui gli inquisiti si sono dimessi vengono ricordati da tutti. Segue, naturalmente, la solenne dichiarazione di fiducia nella giustizia. La conclusione consiste nell’unanime invito alla magistratura a fare il suo corso. Quando, però, come in questo caso, la condanna di Minzolini per “peculato continuato” è definitiva, troppi parlamentari s’affannano a non darle seguito.

Secondo la legge che porta il nome di Paola Severino, competente ministro della Giustizia del governo Monti, il condannato in via definitiva decade, com’è già avvenuto con Silvio Berlusconi, dalla sua carica. I Senatori avrebbero semplicemente dovuto rispettare e ratificare quanto deciso dai giudici. Il loro voto di salvataggio ha una valenza grave e implicazioni preoccupanti. In estrema sintesi, un certo numero di rappresentanti del popolo ha deciso che le leggi della Repubblica possono essere disattese e che il loro voto deve contare più delle sentenze emesse dai tribunali italiani. Invece, le leggi debbono essere pienamente osservate e rigorosamente applicate. Qualora i parlamentari ritengano che una legge sia sbagliata, pericolosa, controproducente, essi hanno non soltanto il potere, ma il dovere di cambiarla, se non, addirittura di abolirla, mai di disattenderla né di violarla, nella lettera e nello spirito.

Con il loro voto i senatori “assolutori” di Minzolini hanno anche comunicato qualcosa che ha regolarmente fatto parte del bagaglio di espressioni e valutazione di Berlusconi. Il voto degli eletti dal popolo si colloca al di sopra delle leggi. Però, poiché la legge elettorale vigente nel 2013 contemplava liste bloccate (delle quali neppure la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum ha imposto l’abolizione), nessuno dei senatori è stato “eletto dal popolo”, tutti sono stati nominati dai capi dei loro partiti e a quei capipartito continuano a rispondere. I senatori hanno anche finito per dire che la magistratura deve essere subordinata alla politica e al parlamento, E’ un’affermazione chiaramente, totalmente, irrimediabilmente populista poiché, nelle democrazie, sono i cittadini e i parlamentari a essere subordinati alle leggi. Nel caso di reati, la magistratura ne valuta la sussistenza e procede a giudicare gli accusati proprio “in nome del popolo”. Ponendo il popolo che loro presumono di rappresentare al di sopra delle leggi, i senatori hanno introdotto il virus populista nel funzionamento e nei rapporti fra le istituzioni. Un brutto piano inclinato.

Pubblicato AGL il 21 marzo 2017 

Porcelli, canguri e mercato delle vacche

Animali politici o no, è venuto il momento che i parlamentari smettano di dedicarsi al latinorum e, destreggiandosi fra porcelli, canguri e vacche, leggano qualcosa di europeo. Ecco, qui un breve testo del 2 luglio 2013 pubblicato in “Mondoperaio” e poi accolto alla fine del capitolo 2 “Oggetto di oscuri desideri: la legge elettorale” del mio libro Cittadini senza scettro (Egea-UniBocconi 2015).

È un segno dei tempi quando tocca ai tacchini e ai grillini riformare leggi elettorali grazie alle quali sono, per lo più senza nessuna cognizione di causa, entrati in Parlamento. Naturalmente, anche se a parole diffondono il loro convincimento che non bisognerà mai più votare con il Porcellum, il non frenetico attivismo dei parlamentari in carica suggerisce che del maiale non intendono buttare via proprio niente, meno che mai le liste bloccate. Uno dei modi più frequentemente utilizzati per salvare il maiale consiste nell’avanzare proposte variamente complicate che combinino in maniera assolutamente inusuale e imprevedibile pezzi di sistemi elettorali usati in altri paesi. Proposte di questo genere non fanno molta strada, ma fanno perdere (o, a seconda dei punti di vista, guadagnare) tempo. Nel recente passato, una delle più efficaci perditempo è consistita nella indigeribile combinazione di elementi dei sistemi elettorali tedesco e spagnolo.

Il sistema elettorale australiano, sbucato alla fine del 2012 da non ricordo più quale fervida mente riformatrice e subito non molto originalmente definito “kangurum”, sembrava già dimenticato. Invece è rispuntato, facendo, come si conviene ai canguri, un bel balzo. È poco più di una variante del maggioritario di stampo inglese. In Australia (e in pochissimi non importanti altri paesi) funziona efficacemente, vale a dire conferisce agli elettori il potere di scegliere il candidato preferito nei collegi uninominali. Di più (per esempio, dare vita ad un governo) non fa, essendo questo comunque compito dei partiti a seconda dell’esito del voto. Particolari non proprio di contorno del caso australiano sono che il voto è obbligatorio, il sistema partitico si è da tempo assestato sulla competizione bipolare, il capo dello Stato è la Regina d’Inghilterra. Se i pregi più vantati del sistema australiano, ovvero la sua peculiarità positiva, sono che l’elettore deve mettere in una graduatoria le sue preferenze e che si vota in collegi uninominali ad un turno solo (evitando quindi il presunto “mercato delle vacche” che si avrebbe con il doppio turno), entrambi possono cadere – o almeno indebolirsi, sotto il fuoco di motivate critiche.

Ci vogliono candidati e partiti molto bravi per insegnare ad elettori come quelli australiani – peraltro in buona misura già abituati – come stilare la graduatoria dei candidati in ordine di preferenza. Non sottovaluto le capacità di apprendimento degli elettori italiani, ma boccio quelle pedagogiche dei candidati e dei partiti italiani (molti dei quali continuano a non sapere quasi nulla dei sistemi elettorali). Quanto al “mercato delle vacche” (nell’esempio più richiamato, quello francese), ne farò un moderato, ma seriamente motivato elogio. Chiunque abbia mai frequentato un mercato delle vacche sa che gli animali stanno in bella vista, che ciascun compratore può guardarli a lungo, toccarli, valutarli e ottenere tutte le informazioni aggiuntive che desidera. I venditori si comportano correttamente non perché sono gentili, ma perché (anche senza avere letto Adam Smith) sanno di essere in un mercato competitivo dove altri venditori vanteranno la superiore qualità delle loro vacche e la eventuale maggiore adeguatezza alle necessità del compratore. Dunque il mercato delle vacche ha due enormi pregi: è trasparente ed è concorrenziale. Chi truffa verrà inesorabilmente punito, escluso.

In effetti è proprio vero: in Francia, dove si usa il doppio turno per eleggere un solo candidato, c’è un mercato delle vacche che molti intellettuali catholic-chic o comunisti ancien régime respingono a priori, senza saperne abbastanza, ma anche perché hanno scarsissima fiducia nell’elettorato. Non credono alle capacità degli elettori di seguire la “conversazione” che chiamerò elettorale (ma è anche “democratica”) che si svolge fra il primo e il secondo turno. Candidati che non superano la soglia di accesso al secondo turno e che dicono agli elettori, soprattutto ai loro, quale candidato preferiscono fra quelli rimasti in lizza. Candidati che desistono spiegando perché (ad esempio, con l’obiettivo di evitare la dispersione di voti, a sinistra o a destra, che favorirebbe l’elezione del candidato più sgradito). Dirigenti di partito che raggiungono accordi tali per cui votare per uno specifico candidato significa dare anche approvazione ad una coalizione che potrebbe farsi governo. Il doppio turno di collegio con clausola di accesso al secondo turno produce, fra il primo e il secondo turno, il massimo di informazioni per gli elettori, anche perché i mass media seguiranno e riferiranno le contrattazione con grande attenzione. Infine, se gli elettori avranno sbagliato a scegliere il candidato (a comprare la loro vacca, nella offensiva e fuorviante analogia), potranno fare mea culpa, cambiare idea, e la volta successiva bocciare l’incumbent e “acquistare” (compatibilmente con le offerte del mercato) una vacca migliore. Più informazione, più potere del cittadino elettore/compratore: il collaudato sistema elettorale francese continua ad essere preferibile a quello australiano. Les vaches sconfiggono i canguri.

Bentornato Mattarellum, ma riveduto e migliorato

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Non stiamo cercando il sistema elettorale perfetto. Coloro, poi, che volevano cambiare il bicameralismo che chiamavano “perfetto”, ma era paritario, proprio non ci arriverebbero mai. Infatti, avevano inventato un Porcellum poi finalmente smantellato dalla Corte Costituzionale. Per superare le obiezioni di quella Corte hanno confezionato un Italicum che, per le poche variazioni rispetto al Porcellum è, a tutti gli effetti, un Porcellinum. Adesso aspettano di vederselo triturato dalla Corte la cui composizione è quasi la stessa di tre anni fa. La “triturazione” servirebbe loro ottimamente per avere un alibi. In via di principio, a un sistema proporzionale senza clausole, il cosiddetto consultellum, che, per capre e caproni, è dizione più precisa di “puro”, chiunque voglia dare o dichiari di volerlo fare, rappresentanza ai cittadini, non può opporsi. Meglio, però, se il prossimo sistema elettorale darà anche potere ai cittadini, gentilmente consentendo loro di scegliere i propri rappresentanti nei collegi uninominali.

Non necessariamente congegnato con questo obiettivo, il Mattarellum ha funzionato in maniera più che accettabile nel 1994, 1996, 2001. Ricordiamone, però, alcuni elementi importanti. Primo: non avremmo mai avuto un sistema elettorale maggioritario e collegi uninominali se non fosse stato per l’opera indefessa dei referendari del 1993 (fra i quali c’ero anch’io). I parlamentari della legislatura 1992-1994 furono obbligati a trovare un modo per non tradire troppo l’esito del referendum che si applicò senza nessun intervento al Senato. Tre quarti di collegi uninominali nei quali vinceva chi otteneva un voto in più degli altri. Un quarto di eletti con il cosiddetto recupero proporzionale dei soli voti non già utilizzati per eleggere candidati. Un esempio numerico chiarisce tutto. Lo faccio con riferimento all’elezione degli, allora, otto senatori nelle Marche. Ciascun collegio ha all’incirca 180 mila elettori, il 65 per cento dei quali, vale a dire, 117 mila, vota. Data l’attuale distribuzione dei voti secondo i sondaggi, è probabile che il PD conquisti tre seggi e, se il centro-destra non ha raggiunto nessun accordo pre-elettorale nel suo ambito, gli altri tre seggi maggioritari saranno conquistati dalle Cinque Stelle. Nessuno dei voti utilizzati da PD e Cinque Stelle per le loro vittorie può servire per il recupero proporzionale al quale parteciperanno soltanto i candidati del centro-destra. I due seggi di recupero andranno ai candidati dei due partiti il cui monte voti complessivo è più alto, presumibilmente, nell’ordine, Lega Nord e Forza Italia. In una regione piccola l’effetto maggioritario sembra contenuto, ma in regioni grandi come Lombardia, Sicilia, Campania. Veneto e Emilia-Romagna risulterà notevole. Naturalmente, non v’è nessuna certezza che un partito che abbia il 32 per cento dei voti su scala nazionale riesca ad ottenere una maggioranza assoluta di seggi alla Camera o al Senato.

La scheda a parte e lo scorporo, ovvero, meglio, lo scomputo dei voti serviti a eleggere i deputati da quelli andati alla lista, bloccata, di recupero proporzionale, furono una non brillante invenzione introdotta dai dirigenti di partito, un salvagente per garantirsi il seggio, anche grazie alla possibilità di essere presenti tanto in un collegio uninominale quanto nella lista bloccata. Nel 1994, sia Mario Segni, nel suo collegio uninominale in Sardegna, sia Sergio Mattarella, nel suo collegio uninominale in Sicilia, furono sconfitti, ma tornarono alla Camera dei deputati recuperati come capilista della lista bloccata. Altri più furbi o più forti si fecero paracadutare in collegi uninominali sicuri (preferibilmente in Toscana, in Emilia, in Umbria). Nel suo collegio di Gallipoli, nel 1996 Massimo D’Alema rinunciò al salvagente della candidatura simultanea nella scheda proporzionale. Fu eletto. Suggerimento: introdurre nel Mattarellum 2.0 il requisito di residenza da almeno tre anni nel collegio in cui si vuole essere candidati.

Il Mattarellum incentivò la formazione di coalizioni pre-elettorali. Tali furono in Italia tanto l’Ulivo quanto l’Unione e, per il centro-destra, il Polo delle Libertà e il Polo del Buongoverno, in seguito la Casa della Libertà. Le coalizioni pre-elettorali, che sono molto diffuse nelle democrazie parlamentari europee che usano sistemi proporzionali, ma che hanno una loro non disprezzabile storia anche in Francia dove ci sono collegi uninominali, danno un’informazione in più all’elettorato su quali partiti potrebbero andare al governo.

In Italia, i piccoli partiti pretesero allora collegi sicuri per entrare nelle coalizioni pre-elettorali minacciando altrimenti di fare mancare i loro voti che potevano essere decisivi. Eliminando la scheda di recupero proporzionale, la minaccia sarebbe spuntata. I candidati vittoriosi in seguito ad un chiaro accordo pre-elettorale sarebbero, al tempo stesso, effettivi rappresentanti del collegio, ma agirebbero da parlamentari a sostegno della loro coalizione sia al governo sia all’opposizione. I famigerati trasformisti debbono e possono essere bloccati attraverso il regolamento di Camera e Senato che sancisca che coloro che cambiano gruppo parlamentare non sono abilitati a formarne un altro, ma sono obbligati a confluire nel gruppo misto perdendo stanze, segretarie, fondi e persino accesso alle cariche nelle Commissioni. A queste condizioni e senza nessun’altra modifica rispetto a quelle che ho delineato (più precisamente, senza nessun premietto in seggi), il Mattarellum 2.0 è il sistema elettorale più facilmente e rapidamente configurabile e sicuramente preferibile nelle condizioni date. Non avvantaggia e non svantaggia nessuno. Crea condizioni di incertezza per candidati e partiti. Conferisce incisivo potere agli elettori.

Pubblicato il 19 dicembre su Casa della Cultura online

La Riforma riduce la democrazia elettorale e non tiene conto del rispetto delle minoranze

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Intervista raccolta da Francesco Mazzocca

La lunghissima campagna referendaria si avvia alla conclusione. A una settimana dalla consultazione, ho avuto il piacere ma soprattutto l’onore di fare qualche domanda al Professore Gianfranco Pasquino, uno dei massimi esperti di scienza politica internazionale, e punto di riferimento nel panorama del costituzionalismo comparato attraverso innumerevoli opere e pubblicazioni. Dal 2014 Professore Emerito all’Università di Bologna, Gianfranco Pasquino ha insegnato a Firenze, Harvard, Los Angeles. Per diverso tempo è stato editorialista de La Repubblica, Il Sole 24 Ore, L’Unità. In questa intervista ci illustra, ancora una volta, le ragioni a sostegno del No per il referendum del 4 dicembre.

Egregio Professore, innanzitutto la ringrazio per la sua enorme disponibilità. Ormai siamo agli sgoccioli, manca una settimana al referendum per la conferma della riforma della costituzione. Quali sono le sue sensazioni?

Lei mi chiede una previsione, ma io le rispondo che sono lieto di avere riscoperto anche molte “sensazioni romantiche”. Credo di avere colto in alcune migliaia di cittadini interlocutori effettiva voglia di capire e un grande desiderio di fare la cosa giusta. Non parlavo alla loro pancia, ma ho cercato di sollecitare la loro testa senza mai dimenticare che per molti la Costituzione riguarda anche il cuore: la loro “passione” civile e politica.

Questa campagna referendaria è stata condotta con grande dispendio di energie, in entrambi gli schieramenti. Molto probabilmente i sostenitori del Sì ne hanno fatto quasi un atto di parte, una sorta di atto di indirizzo politico che mal si concilia con l’idea e la sostanza della Costituzione, ovvero la condivisione dei valori. Una contrapposizione inaccettabile per un paese come l’Italia. Perché secondo lei tutto questo astio?

Molti, troppi sostenitori del sì, a cominciare dal Presidente del Consiglio (e dalla più riluttante, ma altrettanto responsabile Ministra Boschi) si giocano la carriera politica. Se vincono, molti saranno ricompensati con cariche dal Parlamento alla Corte Costituzionale, da qualche cattedra a qualche ruolo nei moltissimi enti di nomina governativa. Spero di non vedere nulla di questo. Suggerisco di seguire i percorsi dei più insolenti fra i sostenitori del sì.

Entriamo nel merito del testo: il rinnovato Senato sarà composto, oltre che da rappresentati dalle Regioni, anche da Sindaci e da personalità nominate dal Presidente della Repubblica. La prima contraddizione: come fanno ad essere rappresentanti delle Regioni?

Nessuna contraddizione: essendo stati lottizzati (scelti “in conformità alle scelte degli elettori”) rappresenteranno docilmente, ah, dovrei scrivere “disciplinatamente”, i partiti che li hanno eletti/nominati/designati. Le regioni sono solo un trampolino per un po’ di prestigio e alcuni vantaggi.

In termini di democrazia la riforma ha fatto un enorme passo indietro. Fino ad ora la spaccatura tra elettori ed eletti era rappresentata dalla lista bloccata: zero possibilità di scelta, ma avevamo almeno la conoscenza di una lista, di una graduatoria. La stretta connessione tra legge elettorale e riforma costituzionale ci porterà i senatori nominati dai Consigli regionali: la spaccatura tra politica e società civile mi sembra sia ormai insanabile.

E chi ha mai detto che bisogna sanare “la spaccatura tra politica e società civile”? L’obiettivo dei sedicenti riformatori è duplice: 1. ridurre la democrazia elettorale, 2. ampliare la governabilità, vale a dire i poteri di un governo che riesca ad essere sempre meno controllabile.

Alzare il numero minimo di firme per la presentazione dei progetti di legge di iniziativa popolare; abbassare il quorum per la validità del referendum abrogativo quando a richiederlo siano almeno 800000 persone. Insomma, un vero e proprio pasticcio di numeri che riduce fortemente il senso della regola della maggioranza, caposaldo di ogni democrazia costituzionale.

No, la regola della maggioranza non è il caposaldo di ogni democrazia costituzionale. In democrazia ci sono decisioni prese con maggioranze relative e non contestate e decisioni da prendersi con maggioranze qualificate. Il caposaldo è il rispetto delle minoranze, non impedirne la rappresentanza, non schiacciarle, dare loro sempre voce. Avere freni e contrappesi. Operare in trasparenza con piena assunzione di responsabilità, non con meccanismi opachi. Nulla di questo si trova nelle riforme. Neppure nel quesito referendario, a riprova della scarsissima importanza attribuita alla partecipazione dei cittadini, si fa cenno alcuno a referendum e iniziativa legislativa popolare.

La riduzione dei tempi per l’approvazione di una legge è stato lo sponsor più forte per far sì che a legiferare sia una sola camera. In realtà, da profondo conoscitore delle dinamiche parlamentari, possiamo dire che i ritardi nell’approvazione di una legge dipendono dalla cattiva calendarizzazione dei lavori parlamentari, e che la doppia lettura di Camera e Senato c’entra poco?

Un governo che poggia su una maggioranza politica, anche solo relativamente coesa, ottiene dal bicameralismo italiano quello che vuole, a condizione che sappia che cosa vuole, magari perché attua il programma suo o quello concordato con gli alleati, e sia capace di perseguirlo. Tutto il resto, lentezza, farraginosità, andirivieni, sono favole che Renzi e Boschi possono raccontare poiché non hanno nessuna cognizione sul funzionamento dei parlamenti, ma che altri, a cominciare dal parlamentare di lunghissimo corso, Giorgio Napolitano, e dagli ex-Presidenti di Camera, Violante e Casini, e Senato, Pera, dovrebbero per decenza evitare e smentire.

Ultima domanda: la riduzione dei costi col taglio del numero dei Senatori è stata una motivazione che ha strumentalizzato molto il senso della riforma. In realtà, numeri alla mano si può tranquillamente affermare che i costi saranno ridotti di una percentuale minima. Ma quand’anche fosse vero il gran risparmio, è fuori luogo ragionare della Costituzione in termini economici, perché si rischia una fortissima riduzione di partecipazione della società civile alla vita politica. Insomma, si sacrifica la democrazia in nome dell’economia.

Tagliare i politici e ridurre costi sono misure che, anche a causa del tono con cui vengono annunciate, sollecitano l’antiparlamentarismo di troppi italiani e vanno nella direzione di un populismo soft. I risparmi saranno molto limitati. Quello che ci vuole è una spending review costante. Per esempio, i referendum, compreso quello sulla trivellazione, vanno tenuti, ogni volta che è possibile, insieme ad altre consultazioni elettorali. Per esempio, avremmo risparmiato moltissimo se questa campagna referendaria Renzi non l’avesse iniziata a fine aprile e se avesse fissato la data della consultazione, non nell’ultimo giorno possibile, ma nel primo. La democrazia costa e i cittadini consapevoli sanno che è giusto pagare per il suo buon funzionamento. Ma i costi della politica dei politici non debbono gravare sulle tasche dei cittadini contribuenti, ma di quei politici. Sappiamo chi sono.

Pubblicato il 27 novembre 2016 su SCISCIANONOTIZIE.IT

Ma i collegi sono una bella riscoperta

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Intervista raccolta da Monica Rubino

ROMAI collegi uninominali? Quelli sì che sono una buona modifica“. Per Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza della politica all’Università di Bologna, è questo il merito principale della proposta di riforma della legge elettorale avanzata dal Pd.

I collegi uninominali al posto delle liste bloccate quindi le piacciono.

Sono una bella riscoperta, senza dubbio. È lì che si crea un rapporto vero tra candidati e elettori, ma si può fare di più.

E come?

Inserendo una piccola clausola, ossia il “requisito di residenza”, che potrebbe recitare così: “Per essere candidati in un collegio uninominale bisogna avere abitato in quella zona per almeno tre anni”. Così evitiamo i paracadutati dall’alto.

Trova giusto eliminare il ballottaggio?

No, è una pessima idea. Senza il ballottaggio l’Italicum è castrato. Anche se secondo me dovrebbe essere non fra due partiti ma fra due coalizioni, che rappresentano meglio l’elettorato e smussano gli angoli estremi delle proposte programmatiche fatte dalle forze che le compongono.

E che ne pensa dell’ipotesi di assegnare il premio di governabilità alla coalizione invece che alla lista?

Questo invece va bene. Però bisognerebbe consentire la formazione di coalizioni pre-elettorali ben definite e stabilire soglie certe.

Ha detto sì già a due punti su tre. Come giudica infine la proposta di elezione diretta dei neosenatori?

Sa qual è la questione? Che se anche vincesse il No al referendum, comunque una legge elettorale per il Senato andrà fatta. La soluzione sarebbe presentare le candidature dei senatori nelle Regioni. In questo modo avremmo veri eletti su scala regionale.

Pubblicato il 7 novembre 2016

Italicum, no; Europaeum, sì

Prefazione a Simone Nardone, Dal Porcellum alla Terza Repubblica. Dieci anni di storia politico-elettorale dell’Italia 2005-2015, Streetlib, pp. 5-10

Scoprire che la legge elettorale n. 270 del dicembre 2005, fortemente voluta e approvata dal centro-destra, giustamente definita Porcellum, ha soltanto una volta su tre, nel 2008, prodotto una cospicua maggioranza in entrambe le camere, pur riducendo il numero degli sgangherati partiti italiani, è sufficiente per darle una valutazione negativa, argomentata, netta e severa. Vale anche la pena di aggiungere che in poco più di tre anni quella cospicua maggioranza berlusconiana, incapace di riforme, è tristemente evaporata. Fa bene Simone Nardone a documentare sia gli esiti delle tre tornate elettorali, 2006, 2008, 2013, nella quale il Porcellum è stato utilizzato. Fa altrettanto bene a rilevare quanti tentativi sono stati malamente e sfortunatamente effettuati per riformare quella legge, in particolare, i referendum per mancanza di quorum procurata dal centro-destra. Qui, in sede di presentazione e di commento, credo opportuno fare due rilievi di fondo. Primo rilievo, i tentativi di riforma sono stati tutti caratterizzati da un elemento centrale: costruire quella specifica legge elettorale che prometteva di dare vantaggi al partito e al leader di riferimento dei sedicenti riformatori. Insomma, da una legge con altissimo contenuto partigiano, come il Porcellum, si va verso una legge a contenuto partigiano meno visibile, ma sostanzioso. Secondo rilievo, in verità, i tentativi riformatori non sono mai stati condotti né con grande convinzione né con sufficiente competenza.
Non è una novità sottolineare che a qualsiasi dirigente di partito e di corrente fa oltremodo comodo disporre di una legge elettorale che consente, con (ir)ragionevole approssimazione, di nominare i propri parlamentari. Costoro saranno poi assidui, devoti, subordinati fino al servilismo, alla faccia dell’assenza di vincolo di mandato, poiché praticamente tutti (e tutte: omaggio ad una malposta e peggio interpretata parità di genere) desiderano fortemente essere rinominati/e. Dunque, nessuno di quei parlamentari sfiderà quella legge. Cosicché non sorprende che sia toccato alla Corte Costituzionale fare i conti con il Porcellum. Dopo più di un decennio di incerta, e, talvolta, irritante, giurisprudenza, la mutata composizione della Corte ha portato finalmente ad una decisione sufficientemente chiara e, per chi sa leggere, argomentata in maniera stringente.
Il Porcellum presenta due evidenti profili di incostituzionalità: 1) l’eccessiva entità del premio di maggioranza (e la differenza nelle modalità di attribuzione fra Camera e Senato) che distorce oltre ogni logica l’esito del voto; 2) l’esistenza di liste bloccate. Il primo profilo cozza in maniera esagerata e ingiustificabile contro il principio dell’eguaglianza del voto. Il secondo profilo comprime drasticamente il potere dell’elettore il quale, in sostanza, non può fare altro che scegliere un partito, ma non può in nessun modo scegliere il suo rappresentante in Parlamento. Ben poca cosa è la “sovranità” popolare quando si riduce a tracciare una crocetta su un simbolo di partito. Troppa, invece, è la sovranità democratica, cioè del popolo, di cui si sono appropriati i dirigenti di partito e di corrente nominando i loro parlamentari, uomini e donne. Addirittura esagerata è la quantità di sovranità perduta dai cittadini-elettori, quando, come abbiamo rapidamente appreso dai tempestosi rapporti fra i parlamentari del Movimento Cinque Stelle e i loro due leader extraparlamentari Grillo e Casaleggio, costoro impongono il vincolo di mandato e lo traducono autoritariamente, non autorevolmente, nell’esercizio dell’espulsione.
Qui, inevitabilmente, sono costretto, ma lo faccio molto volentieri, ad andare oltre l’argomento trattato da Nardone. Sono sicuro che il lettore (anche nella sua veste di elettore e di cittadino che vuole saperne di più) si chiederà se la proposta di riforma formulata da Matteo Renzi risponda efficacemente alle obiezioni formulate dalla Corte Costituzionale alla legge tuttora vigente. La risposta è chiaramente negativa. Infatti, il cosiddetto Italicum continua a presentare liste bloccate, ancorché corte. Quindi, non consente in nessun modo agli elettori di scegliersi i loro rappresentanti. Incidentalmente, l’espressione di un unico voto di preferenza è stata approvata in un importante referendum popolare nel 1991, quello che diede inizio alla stagione riformatrice. E non è vero che sarebbe automaticamente preda di “scambio” e di corruzione, entrambe le fattispecie essendo, finalmente, sanzionate in maniera severa nella legge Severino. Poi, diamine, la soluzione migliore esiste, eccome: i collegi uninominali.
Quanto al premio di maggioranza, continua a essere cospicuo, minimo novanta seggi, anche nell’Italicum, e quindi a non rispondere all’obiezione della Corte relativa all’esagerata disproporzionalità. L’unico miglioramento in materia è quasi casuale, comunque soltanto eventuale. Qualora, accadimento che auspico, nessuna delle coalizioni raggiungesse il 37 per cento dei voti, si dovrà andare al ballottaggio fra le due coalizioni più votate. In questo modo, almeno, l’elettore potrebbe trovarsi a scegliere davvero la coalizione che lo governerà e a conferire consapevolmente quel premio. Disporrà di un voto pesante e decisivo.
Mi pare opportuno aggiungere, non soltanto per completezza di informazione, che il ballottaggio fra coalizioni costituisce uno dei punti di forza della proposta di riforma elettorale che il 4 luglio 1984 presentai nella Commissione Bicamerale per le Riforme Istituzionali, detta Bozzi dal nome del suo Presidente il deputato liberale Aldo Bozzi. Ne esiste un testo scritto e pubblicato e la si può ritrovare anche nella Relazione di Minoranza dei Senatori Eliseo Milani e Gianfranco Pasquino (della quale, va da sé, sono molto fiero).
Nell’eventuale ballottaggio, potrebbe persino succedere che Grillo arrivi a capire che, nelle democrazie parlamentari, la costruzione di coalizioni è l’arte della politica e decida di offrire questa opportunità ai suoi elettori e a tutti coloro che cercano alternative che rimettano in moto una dinamica competitiva che non passa soltanto attraverso manipolabili reti telematiche. Non indugio sul prezzo che il Movimento Cinque Stelle dovrà pagare poiché sono interessato a sottolineare l’aumento del potere degli elettori, sia di coloro che hanno già scelto le Cinque Stelle sia di coloro che non gradiranno le altre due probabili coalizioni. Rimane, però, che, in buona sostanza, l’Italicum è soltanto un piccolo Porcellum, vale a dire, un porcellinum che non accresce per nulla il potere degli elettori. Se non sarà il Presidente della Repubblica a rinviare questa brutta legge elettorale al Parlamento, dovrà provvedervi, per evitare la perdita di credibilità, la stessa Corte Costituzionale.
Nardone analizza le proposte recenti, macchiate, come ho già notato, da partigianeria e anche da colpevole ignoranza dei precedenti. Il difetto più grave degli improvvisati riformatori elettorali è la loro intollerabile presunzione. Pensano di sapere fare meglio di quanto è stato fatto, e funziona da tempo, nelle democrazie parlamentari e semipresidenziali europee. Procedono a contaminazioni che fanno inorridire, che producono indigeribili marmellate di sistemi diversi fra di loro, applicati in contesti costituzionali troppo distanti da quello italiano. Nessuno, poi, si cura del potere degli elettori che deve essere la stella polare di qualsiasi riformatore elettorale. Insomma, Nardone ci porta fino a dove siamo arrivati, ma leggendo fra le righe, esercizio che consiglio anche ai lettori, si vedrà che con quello che è stato finora elaborato, non andremo da nessuna parte.
No, non cadremo dalla padella nella brace. Resteremo nella padella, forse una padella appena ridotta di dimensioni, ma ancora manovrata dai partiti, ovvero dai loro capi. Non è una bella prospettiva. Se, qualcuno vorrà poi anche chiedersi perché siamo male governati e peggio rappresentati, mentre Francia e Germania, ma anche Spagna e Svezia funzionano molto meglio dell’Italia, sappia che parte, probabilmente grande parte, della differenza è data dal fatto che quei sistemi politici hanno leggi elettorali non truffaldine, ma sane che conferiscono reale potere ai loro cittadini. Dal libro di Nardone vorrei fare scaturire, per quanto indirettamente, anche il suggerimento che guardare oltre le Alpi è preferibile a guardare a formulette provinciali, appropriatamente definite “italiche”. Meglio, molto meglio un “Europaeum”.

Bologna, 25 marzo 2014

Gianfranco Pasquino

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Cose di tutti i colori

La Cosa rossa, vale a dire Sinistra Italiana, arriva buona ultima (vorrei anche ingenerosamente scrivere “come succede spesso alla sinistra”) nel processo di frammentazione del Parlamento italiano seguito alle elezioni del febbraio 2013. Renzi cercherà anche di costruire, un po’ avventatamente e velleitariamente, il Partito della Nazione, ma in Parlamento si troverebbe circondato da staterelli di varia provenienza, dimensione e utilità. Ha cominciato la Cosa bianca di Alfano che preferì il governo di Renzi piuttosto che l’opposizione senza sbocco di Berlusconi. Poi, qualcuno dei parlamentari di Alfano è tornato all’ovile del pastore di Arcore. Altri sono alla ricerca di strade che conducano a una prossima ricandidatura sicura. Alcuni parlamentari delle Cinque Stelle sono stati espulsi, altri se ne sono andati trovando accoglienza nel PD, un paio è entrato adesso nella Sinistra Italiana, nessuno ha pensato di fare una Cosa gialla (che, peraltro, esiste in qualche realtà locale). Da Forza Italia alcuni parlamentari sono andati con Fitto a fare una Cosa confusa. Da ultimo, di rilievo, è la comparsa, decisiva per l’approvazione della riforma del Senato, della vigorosa Cosa Verdina (di Denis). Difficile dire quante di queste cose ovvero, più pomposamente, formazioni politiche sopravviverà fino al 2018, data delle prossime elezioni politiche, e quante correranno da sole nel tentativo di superare la soglia del 3 per cento e di entrare nella Camera dei deputati. Interessante rilevare che il partito/gruppo parlamentare più solido è finora stata la Lega di Salvini.

Sappiamo che tutti i parlamentari nomadi e transumanti, trasformisti, si appellano all’art. 67 della Costituzione e solennemente affermano di essere legittimati ad agire “senza vincolo di mandato”. Purtroppo, eletti sulle liste bloccate del Porcellum, sono in grado di evitare qualsiasi valutazione personalizzata del loro operato da parte degli elettori. Eventualmente rinominati da dirigenti di partito, dai quali vorranno/dovranno tornare, avranno pochi incentivi a raccontare la loro storia di parlamentari movimentisti/trasformisti. Di qui, da questi comportamenti e dall’impossibilità per l’elettorato italiano di valutarli limpidamente e di punirli a ragion veduta, nasce la crisi di rappresentanza. Ne consegue anche l’insoddisfazione diffusa che porta molti elettori nell’astensione e altri a scegliere alternative estreme. Il Movimento Cinque Stelle è stata la più visibile e la più premiata delle alternative estreme. E’ anche probabile che continuerà a esserlo.

Unitamente all’opportunismo dei parlamentari, esiste un altro potente, ma un po’ assolutorio, fattore esplicativo dei loro comportamenti: la natura dei partiti italiani. Gradualmente, i partiti italiani sono tutti diventati partiti personalisti, tenuti insieme non da un’ideologia (parola grossissima), non da una visione dell’Italia che vorremmo, non da un programma fatto di poche e chiare priorità, ma dall’ossequio al leader (Berlusconi, Grillo, Renzi, Salvini) Grati al leader che li ha “nominati” parlamentari, ma irritati per non essere ascoltati e messi ai margini al momento delle decisioni, molti, il loro numero a metà della legislatura, è già superiore a duecento, se ne vanno. I marchingegni elettorali passati, liste bloccate e premio di maggioranza, e futuri, ancora il premio di maggioranza più liste parzialmente, ma abbondantemente, bloccate, consentono ai leader di non preoccuparsi troppo delle defezioni dei parlamentari irrequieti.

Spesso bastonati e irrisi dal gruppo dirigente renziano, i parlamentari del PD che sono andati a dar vita a Sinistra Italiana si trovano ora in mare aperto insieme agli esponenti di quel che fu Sinistra Libertà Ecologia, la cui spinta propulsiva è finita da tempo. Spazio a sinistra del Partito di Renzi ce n’è ed è anche molto. Resta da vedere se Sinistra Italiana avrà la capacità di elaborare nuove idee, per l’appunto, di sinistra, o galleggerà in attesa di essere ri-cooptata.

Pubblicato AGL 8 novembre 2015

L’Italicum nelle condizioni date

Larivistailmulino

Da “il Mulino“, n. 4/2015, pp. 631-639

Con la sola eccezione della Quinta Repubblica francese, nessuna democrazia dell’Europa occidentale ha riformato il suo sistema elettorale nel secondo dopoguerra. Il sistema adottato all’inizio della vita di quasi tutte le democrazie occidentali è rimasto tale nella sua sostanza tranne qualche piccolo ritocco. Peraltro, la Francia offre molteplici esempi di riforme elettorali e di cambiamenti di repubbliche. Nel 1985, il Presidente François Mitterrand impose l’abbandono del doppio turno nei collegi uninominali a favore di una legge elettorale proporzionale che non impedì la vittoria del centro-destra di Jacques Chirac, ma aprì le porte dell’Assemblea nazionale al Front National di Jean-Marie Le Pen. Subito dopo la sua vittoria, Chirac re-instaurò il doppio turno che non è più stato toccato. In Italia, invece, oltre al tentativo, fin troppo spesso menzionato, della legge truffa (1953), si sono avute nell’ultimo ventennio due riforme elettorali molto incisive e un ritocco nient’affatto marginale. Suggerirei a chi paragona l’Italicum alla legge truffa di farlo non guardando soltanto ai meccanismi, in buona misura comunque diversi, ma al contesto e alle presumibili conseguenze. Quanto ai meccanismi, il semplice fatto che il premio della legge truffa sarebbe stato attribuito ad una coalizione (non ad un partito) che avesse ottenuto il 50 per cento più uno dei voti, è un elemento decisivo di cui tenere grande conto per qualsiasi buona comparazione.

Del contesto della legge truffa sappiamo che De Gasperi voleva difendere le coalizioni centriste dalle pressioni di coloro, Vaticano compreso, che auspicavano un’alleanza con i neo-fascisti. Almeno una delle possibili conseguenze della legge truffa è da tenere in grande considerazione, vale a dire che con i due terzi dei parlamentari, acquisiti grazie al premio di maggioranza, i centristi gonfiati sarebbero stati in grado di eleggere chi volevano alla Presidenza della Repubblica, ma, soprattutto, avrebbero potuto passare “dall’ostruzionismo di maggioranza” (copyright Piero Calamandrei), nella non attuazione della Costituzione, allo stravolgimento degli istituti più innovativi e meno graditi, neppure ancora esistenti: Corte Costituzionale e Consigli regionali. Il resto della comparazione della legge truffa con l’Italicum lo lascio, temporaneamente, al lettore, ma chi volesse avventurarsi, lo sconsiglio, nella comparazione Italicum/sistema elettorale francese deve sapere che il primo è un sistema proporzionale in circoscrizioni con più eletti, il secondo un sistema maggioritario in collegi uninominali: due logiche diverse quando non addirittura opposte. Quanto all’eventuale comparazione fra Mattarellum e Italicum, l’affermazione di Renzi (conferenza stampa di fine 2014) che “l’Italicum è un Mattarellum con preferenze”, non criticata da nessun giornalista né mai ripresa e rilanciata da nessun costituzionalista e filosofo renziano , lascia allibiti. L’Italicum è un sistema elettorale proporzionale con premio di maggioranza, mentre il Mattarellum è un sistema elettorale maggioritario con recupero proporzionale. Definirli entrambi sistemi misti equivale a cancellarne con nessun vantaggio cognitivo proprio la differenza che conta nella traduzione di voti in seggi. In entrambi, all’incirca i tre quarti dei seggi sono attribuiti rispettivamente con formula proporzionale l’Italicum, con formula maggioritaria il Mattarellum.

Se nel 1993 e nel 2005, ma anche nel 1991, sono state fatte due riforme elettorali e un intervento dalle notevoli conseguenze, la narrazione renziana, come ho già avuto modo di scrivere su questa Rivista, dei “trent’anni senza fare riforme”, crolla come un castello di carte truccate. E’ vero che il ritocco, vale a dire, il passaggio da tre o quattro voti di preferenza alla preferenza unica da esprimersi scrivendo il nome del candidato/a fu prodotto da un voto referendario nel 1991 (con la campagna elettorale intelligentemente centrata sulla possibilità per l’elettore di scegliere il suo rappresentante), ma è anche vero che il Mattarellum fu scritto dalla Camera dei Deputati su impulso, ma non su dettatura, del referendum del 1993. Ancora più vero è che l’importante e ben funzionante legge sui sindaci fu redatta dal Parlamento, nel quale giacevano utili disegni di legge in materia (fra i quali uno scritto da me per la Sinistra Indipendente del Senato), proprio per sventare un referendum dal contenuto ancora più maggioritario.

Nell’ottobre-dicembre 2005 tanto velocemente che si può dire frettolosamente, la maggioranza di centro-destra formulò e approvò il Porcellum (e molto altro in materia di riforme costituzionali). Non è che delle riforme che non piacciono è lecito dire che non sono riforme poiché, altrimenti, anche dell’Italicum diventa obbligatorio consentire agli oppositori di sostenere che non è vera riforma. Inoltre, non si dimentichi che anche nel caso dell’Italicum la spinta riformatrice è stata esogena: la sentenza n. 1/2014 della Corte Costituzionale che ha fatto uno spezzatino del Porcellum. Dopo avere esordito con un ventaglio di tre proposte, Renzi ha mercanteggiato con Berlusconi, contraente unico del Patto del Nazareno, un sistema che, nella sua impostazione, nella sua struttura, in molte sue clausole, è sostanzialmente un Porcellinum. Vi si trova quasi tutto quello che c’è nel Porcellum, ma in misura ridotta. Liste bloccate, ma non del tutto; candidature multiple, ma non dappertutto; soglie di accesso alla Camera dei deputati, ma più basse; premio di maggioranza, ma con soglia percentuale predefinita e relativamente elevata per guadagnarlo. Se nessuna lista/partito supera la soglia, qui sta la novità, che poteva essere ancora migliore, il premio sarà attribuito soltanto dopo un ballottaggio fra i due partiti o le due liste che hanno ottenuto più voti senza raggiungere il 40 per cento. Meglio sarebbe stato stabilire che: 1) il ballottaggio deve tenersi comunque, anche se un partito supera il 40 per cento dei voti; 2) al ballottaggio sono consentiti, come già avviene per l’elezione dei sindaci, gli apparentamenti. Ad ogni buon conto, il ballottaggio, pure molto apprezzabile per il potere che dà agli elettori, contraddice platealmente uno degli slogan renziani: sapere chi ha vinto la sera delle elezioni. Per lo più, ci vorranno un paio di settimane per conoscere il nome del vincitore. Più seriamente, sono molti i sistemi elettorali, a cominciare da quello tedesco, che, pur senza premio di maggioranza, hanno regolarmente consentito agli elettori di conoscere rapidamente il nome del vincitore. Nessuno, ma proprio nessuno degli studiosi di sistemi elettorali (mi limito a citare i più grandi, da Duverger a Rae, da Rokkan a Lijphart, tutti notissimi agli studiosi) ha mai preso in considerazione questo elemento né lo ha ritenuto rilevante nel valutare la qualità dei sistemi elettorali.

Il ballottaggio sempre e comunque si giustifica poiché è una delle modalità più sicure per dare potere agli elettori. Non solo due voti sono meglio di uno, ma il voto del ballottaggio è effettivamente un voto al governo e, se proprio lo si vuole leggere come un mandato, un voto anche a favore del capo della maggioranza vittoriosa. Poiché l’Italicum impedisce la formazione di coalizioni pre-elettorali, la possibilità di apparentamenti in caso di ballottaggio allontanerebbe meno l’Italia dalle altre democrazie parlamentari europee. In tutte queste democrazie, ad eccezione della Gran Bretagna (dopo la fase di coalizione Conservatori-LiberalDemocratici, 2010-2015), la Spagna (in attesa delle elezioni di fine anno, ma con la consapevolezza che i partiti regionali, specie quelli catalani, hanno costantemente offerto il loro aiutino sia ai Socialisti sia ai Popolari) e la Svezia (quando i Socialdemocratici non ottengono abbastanza seggi per fare e guidare un governo di minoranza) sono stati e continueranno ad essere di coalizione. E’ vero che le coalizioni italiane hanno una storia dei rissosità e di disomogeneità, ma un partito grande e un capo capace e motivato, che non pensi di essere un “assistente sociale”, ma sappia agire da leader politico, possono cambiare questa storia non edificante, ma neppure tutta ingenerosamente e ignorantemente da buttare. Infatti, le coalizioni di governo sono potenzialmente in grado di offrire due vantaggi. Primo, una coalizione è regolarmente più rappresentativa di preferenze, interessi, ideali di un qualsiasi partito unico quand’anche questo partito tenti minacciosamente di presentarsi come Partito della Nazione. Secondo, qualsiasi coalizione impone ai contraenti che formano il governo di espungere i loro punti programmatici estremi, quindi più controversi, a favore di un programma più moderato, più aderente alle aspettative dell’elettorato, più facile da tradurre in politiche pubbliche.

Saranno i voti (e i seggi) ottenuti dai partiti coalizzati/apparentati a consentire loro di attuare le politiche pubbliche preferite senza incamminarsi, grazie alle resistenze opposte dai rispettivi elettorati, su strade settarie. Sarà il partito più grande in termini di voti ad avere, come accade in tutte le democrazie parlamentari europee, più cariche, più potere, più responsabilità. Senza necessariamente essere un teorico delle coalizioni, Roberto Ruffilli aveva auspicato in Commissione Bozzi che in Italia si costruisse una “cultura della coalizione”. Farne, come ha detto gongolante a “Porta a porta” il vicesegretario del PD Lorenzo Guerini, un sostenitore ante litteram dell’Italicum perché il libro di Ruffilli ha come titolo Il cittadino come arbitro non è solo una manipolazione. E’ un’aberrazione imperdonabile. Incidentalmente, for the record, in Commissione Bozzi sia Ruffilli sia Barbera (con Andreatta, Scoppola, Segni) votarono un ordine del giorno a favore del sistema elettorale tedesco.

In maniera che sarebbe divertente, se non fosse stupida, i sostenitori dell’Italicum ne hanno vantato la minore disproporzionalità dell’esito rispetto a quanto avvenuto nelle elezioni inglesi del 7 maggio 2015. Quand’anche il paragone non fosse platealmente improprio e, fra l’altro, improponibile poiché l’Italicum non ha ancora avuto nessuna applicazione, sarebbe preferibile paragonare i due sistemi in termini di rappresentanza politica, uno dei punti maggiormente vantati dagli italioti. Nei collegi uninominali sia inglesi sia francesi, gli elettori sanno come i candidati sono stati prescelti, li vedono e li ascoltano, talvolta persino interloquiscono con loro. A loro volta, i candidati che, con pochissime qualificate eccezioni, sono espressione sociale, culturale, politica di quel collegio, vedono gli elettori, li ascoltano e rispondono alle loro domande prima di tornare, periodicamente e alla fine del loro mandato, a rispondere dei loro comportamenti in Parlamento, di quanto hanno fatto, non hanno fatto, hanno fatto male. Sono le personalità e le azioni e omissioni dei candidati che ne determinano elezione e rielezione. Invece, nell’Italicum, ha affermato giuliva il Ministro delle Riforme Istituzionali Maria Elena Boschi, sarà il capolista bloccato ad avere il ruolo di rappresentante di collegio. Personalmente, lo riterrei piuttosto un “commissario politico”. Poiché i collegi sono cento sicuramente il Partito Democratico avrà cento “rappresentanti di collegio”, ma nello stesso collegio saranno altrettanto sicuramente eletti anche alcuni candidati del Partito Democratico oltre che, quantomeno, anche un rappresentante del Movimento Cinque Stelle, probabilmente un rappresentante di (quel che resta di) Forza Italia, in tutti i collegi del Nord un rappresentante della Lega di Salvini, in maniera sparsa ed episodica molti dei capilista bloccati del Nuovo Centro Destra e dei Fratelli d’Italia. Insomma, saranno molti gli elettori a godere della straordinaria e insperata condizione di essere “rappresentati” addirittura da quattro o cinque diversi rappresentanti di collegio, magari non nati lì, mai vissuti lì, diventati rappresentanti di non sapranno bene che cosa tranne, questo lo sanno benissimo e sarà ricordato loro di frequente, del leader che li ha nominati e lì li ha piazzati.

Nei collegi uninominali, chi vince sa benissimo che cosa deve e che cosa può rappresentare. Sa anche che il suo mandato serve ad imparare a conquistare elettori aggiuntivi che vadano a sostituire quegli elettori che, inevitabilmente, si sentiranno insoddisfatti. In quei collegi, la politica ravvicina elettori ed eletti. Ai capilista bloccati questo ravvicinamento non potrebbe importare di meno. Degli elettori non si cureranno, ma guarderanno e passeranno alla faccia della rappresentanza del collegio, di un collegio che molti conosceranno poco e male. Poiché gli elettori avranno anche la possibilità di dare uno o due (in questo caso obbligatoriamente sia per un uomo sia per una donna) voti di preferenza, potrebbero anche verificarsi casi di uomini e donne davvero espressione di quei collegi. Che là vivono, che vi hanno fatto attività politica, che hanno una biografia professionale di rilievo, che si sono rivelati in grado di ottenere un alto numero di preferenze, ma che, per il cattivo andamento del loro partito in quel collegio, non sono riusciti a vincere il seggio. Alla faccia della rappresentanza, il capolista bloccato entrerà in Parlamento; il candidato molto preferenziato ne rimarrà fuori e con lui si sentiranno tagliati fuori da una buona e affidabile rappresentanza anche tutti gli elettori che lo hanno votato (magari con qualche riluttanza non gradendo del tutto il partito, ma fidandosi della persona, delle sue qualità, della sua storia). Ci sarebbe da dire anche sulla doppia preferenza su base di genere che rischia di re-introdurre sgradevoli fenomeni di piccole cordate che poco avranno a che vedere con la rappresentanza e molto con il potere anche clientelare.

Fra i grandi meriti (a futura memoria) dell’Italicum vantati dagli italioti un posto centrale occupa il bipolarismo. Non soltanto l’Italicum lo preserverebbe, lo incoraggerebbe e lo incardinerebbe, ma lo trasformerebbe da sgangherato, muscolare e feroce in funzionale, temperato, buono. Come il buon bipolarismo possa essere incoraggiato e preservato da una legge che, primo, come abbiamo visto, impedisce la formazione di coalizioni; secondo, con la bassa soglia di accesso alla Camera dei deputati, un risibile 3 per cento, consente e quasi premia la frammentazione partitica, appare un mistero assolutamente inglorioso. Solo parzialmente l’eventualità del ballottaggio va nel senso di incoraggiare il bipolarismo. Infatti, se le aggregazioni prima del ballottaggio sono vietate, l’esito più probabile è la corsa di tutti contro tutti, all’insegna del “o la va o la spacca”. Altro non si può fare. Pur essendo inevitabile constatare che, nella situazione data, al ballottaggio arriverebbe il Movimento Cinque Stelle, non ne consegue affatto che l’Italia avrebbe un assetto bipolare nella Camera dei deputati. Come minimo vi sarebbero rappresentati cinque partiti (PD, Cinque Stelle, Lega, Forza Italia, Area Popolare-NCD), forse sei (Fratelli d’Italia). Se, innamorati dell’esperienza inglese, cercassimo un governo-ombra, elemento cardine di quel bipolarismo, non sapremmo proprio dove andare a trovarlo. Tralascio il fatto che non tanto il Movimento Cinque Stelle è tecnicamente e orgogliosamente “anti-sistema”, vale a dire che potendo cambierebbe non il governo, ma il sistema, bensì che le clausole dell’Italicum non gli impongono alcuna costrizione a cambiare strategia e posizionamento, a cercare alleati, a entrare nella logica di una competizione sanamente bipolare. Anche se non porta al governo, questa competizione spinge nel senso della costituzione di un’opposizione parlamentare che si darà comportamenti tali da caratterizzarsi come effettiva e praticabile alternativa di governo. Invece, no: avremo un partito gonfiato dal premio di maggioranza che sarà punzecchiato, ma mai veramente controllato e sfidato dalle minoranze parlamentari che non riescono a farsi opposizione vera.

No, l’Italicum non dà vita al sindaco d’Italia, che è una brutta formula e che, a livello nazionale, configurerebbe un pessimo esito. Infatti, all’Italicum mancano i due cardini della competizione per vincere la carica di sindaco, vale a dire: a) la possibilità di coalizioni pre-elettorali e b) la facoltà di apparentamenti in caso di ballottaggio fra i due candidati sindaco più votati. Inoltre, nelle leggi per l’elezione del sindaco esiste il voto di preferenza per i consiglieri comunali. Tuttavia, non c’è dubbio che l’Italicum dà grande visibilità e grande potere al capo del partito che vince il premio di maggioranza. Non sono fra i cultori della deriva autoritaria della democrazia italiana già di per sé di bassa qualità. Credo che i paragoni fra Renzi e Mussolini siano assolutamente malposti e per nulla illuminanti, addirittura fuorvianti (suggerirei anche di non fare inutili paragoni fra la Legge Acerbo e l’Italicum). Dare grande potere a chi non ha particolari qualità non sfocia nell’autoritarismo, ma, forse, in tentazioni di autoritarismo, più probabilmente in disfunzionalità le cui avvisaglie abbiamo già variamente visto. Intravvedo, questo sì, un po’ di presidenzializzazione negli effetti presumibili dell’Italicum con sconfinamenti del governo sia sul versante della Corte Costituzionale sia sul versante di quel tanto o poco di indipendenza il Parlamento e i parlamentari dovrebbero cercare di mantenere ed esercitare sia, infine, nei confronti del Presidente della Repubblica. Continuo a meravigliarmi del favore con cui molti commentatori che si autodefiniscono “liberali” accolgono il potenziamento del governo e del capo del governo senza neppure suggerire qualche contrappeso.

Faremmo troppo onore agli inventori pitagorici dell’Italicum se pensassimo che si erano resi conto delle conseguenze sistemiche del loro tipo di legge elettorale sulle altre istituzioni (qui mi corre l’obbligo di segnalare, per approfondimenti, le posizioni che ho elaborato, tenendo conto del sistema, in Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Milano, Egea, 2015), ma quelle sul potere del Presidente sono troppo visibili per non essere state almeno intraviste. Qualcuno discuterà del quorum necessario all’elezione del (prossimo) Presidente affinché la gonfiata maggioranza di governo (non) vi possa procedere prepotentemente da sola. Qui mi limito a rilevare che al Presidente della Repubblica viene, almeno in prima battuta, sottratto il potere di “nominare” il Presidente del Consiglio. Difficilmente potrà operare per la sua sostituzione nel caso di comportamenti erratici, riprovevoli oppure, semplicemente, inadeguati. Non avrà più il potere reale di sciogliere il Parlamento ovvero, meglio, di rifiutarne uno scioglimento opportunistico. L’elasticità della forma parlamentare di governo, una delle caratteristiche più preziose delle democrazie parlamentari, in sé e non soltanto se paragonate alla rigidità dei presidenzialismi, è da considerarsi sostanzialmente cancellata con conseguenze la cui gravità speriamo di non dovere mai misurare. Chi sa se il Presidente Mattarella si è già reso conto di essere stato circoscritto e dimezzato, messo sul binario delle funzioni cerimoniali, per di più, in competizione con il Presidente del Consiglio? Chi rappresenterà la Nazione? Non i parlamentari nominati (e paracadutati). Non un Presidente eletto da una maggioranza resa forte grazie ad un premio. Probabilmente, la rappresentanza della Nazione sarà rivendicata dal capo del sedicente Partito della Nazione (e dalle sue corifee).

L’Italicum non è affatto, come i renziani hanno pappagallescamente sostenuto, l’unica legge elettorale possibile nelle condizioni date. Tanto per cominciare, “le condizioni date” sono cambiate almeno un paio di volte e non di poco, ridimensionando il potere di veto di Berlusconi. In secondo luogo, la politica è proprio l’attività che mira a cambiare le condizioni date, ma nessuno dei renziani ha mai saputo né voluto tentare di cambiare quelle condizioni. Poche idee ossessivamente difese non promettono nessuno sbocco innovativo, nessuno sbocco europeo come, d’altronde, rivela, persino inconsciamente, il nome della (non tanto) nuova legge elettorale. Per essere europei bisogna non soltanto guardare alle democrazie europee che funzionano, non sono poche, ma sapere imitare i modelli a partire dalla loro ratio, la loro logica istituzionale. In conclusione, non sarò così ipocrita da affermare che mi auguro che l’Italicum funzioni. No, al contrario, è preferibile che questo brutto sistema elettorale malamente proporzionale riveli fin dalla prima applicazione le sue molte magagne e sia rapidamente e incisivamente riformato ovvero, ancora meglio, completamente sostituito. Amen.

Il fantasma che scuote l’Italicum

Le riforme elettorali non debbono mai essere tagliate su misura del sistema partitico esistente, meno che mai per avvantaggiare uno o più partiti in campo. E’ una lezione che, dalla legge truffa del 1953 al Porcellum del 2005, avrebbero dovuto imparare tutti, compresi i non troppo autorevoli consiglieri di Renzi. Invece, no: i renziani e i berlusconiani si misero d’accordo su un testo che sembrava offrire ricchi doni e cotillons (liste bloccate, candidature multiple, premio di maggioranza alla lista) sia al Partito Democratico sia a Forza Italia. Poi, come spesso capita, ci si sono messi di mezzo gli elettori. Adesso sulla testa dell’Italicum e dei suoi fautori si aggira un fantasma: la possibilità che all’eventuale (solo se uno dei partiti, da solo, non raggiunge il 40 per cento dei voti) ballottaggio ci arrivi il Movimento Cinque Stelle. Inesorabili i sondaggi segnalano che, sì, il Movimento Cinque Stelle sopravanza, inesorabilmente, sia la tuttora declinante Forza Italia sia la ancora arrembante Lega  (Nord?). Nessuna delle due, da sola, riuscirebbe a superare in voti le Cinque Stelle. Al ballottaggio fra PD e il Movimento di Grillo che sarà, presumibilmente, capitanato da un ottimo candidato a Palazzo Chigi, se ne vedrebbero, e altrove, da Parma a Livorno, se ne sono già viste, delle belle. Di qui un sotterraneo affannarsi a trovare la riforma della riforma.

Scartata l’idea, alquanto truffaldina, di stabilire che una lista venga considerata unica anche se nel suo simbolo ci staranno tre-quattro logo di partiti differenziati, l’ipotesi è consentire la presentazione di coalizioni. Sarebbe opportuno distinguere fra coalizioni pre-elettorali, che gli elettori possono già valutare al momento del primo voto, e apparentamenti fra il primo voto e il voto di ballottaggio. Brutta è la motivazione di questa modifica in base ad uno stato di necessità. Meglio sarebbe ricordare a tutti che i governi, nelle democrazie parlamentari, sono, nella quasi totalità dei casi, fatti da coalizioni. Che le coalizioni sono sempre più rappresentative di singoli partiti, anche quando questi siano molto grandi (ma il 30 per cento non è mai da considerare molto grande) e sono anche costrette a scrivere un programma che escluda gli elementi estremisti e propagandisti. Che siano state, nella tradizione italiana, coalizioni litigiose è un fatto, ma la litigiosità sarà sicuramente rottamata da leadership autorevoli.

Quello che non bisogna assolutamente rottamare è il ballottaggio. Anzi, bisognerebbe prevederlo sempre e comunque stabilendo, però, una soglia percentuale minima per accedervi, almeno, il 20 per cento dei voti. Il ballottaggio dà più potere agli elettori  che potranno anche cambiare il loro orientamento di voto dal primo turno al ballottaggio (in Francia sono costantemente molti gli elettori mobili, e decisivi) . Inoltre, se saranno consentiti gli apparentamenti, il ballottaggio obbliga alla costruzione di coalizioni ampie e, come detto, più rappresentative, coalizioni che, dopo il voto vittorioso, risulteranno più legittimate a governare. Certo, accettare queste due modifiche, magari anche eliminando quell’obbrobrio che si chiama candidature multiple, costituirebbe per i riformatori l’ammissione che la loro non era velocità né, tantomeno, competenza, quanto ingiustificabile frettolosità, e che i critici erano, a seconda delle loro controproposte, gufi saggi. Quei gufi non chiedono dolorose ammissioni di errori madornali. Si accontenterebbero di modifiche migliorative ad una legge che, purtroppo, rimarrà bruttina.

Pubblicato AGL il 26 giugno 2015

Le mie risposte alle domande* de “Il Sole 24 ORE” su pregi e difetti dell’ #Italicum

1) La riforma che la Camera si avvia ad approvare è buona o cattiva?

– Piuttosto cattiva

2) Se dovesse elencarne i meriti in tre punti, quali citerebbe?

– Un solo merito: il ballottaggio che dà potere reale agli elettori

3) In cosa invece la ritiene sbagliata o migliorabile?

– Sbagliato il premio alla lista; sbagliate le candidature multiple; sbagliata la bassa soglia (3%) per l’accesso al Parlamento

4) I sostenitori della legge ne sottolineano la spinta a favore della governabilità. Lei è d’accordo? E in che modo ciò avverrà?

– Non sanno di che cosa parlano. In nessuna democrazia europea la governabilità dipende dal premio di maggioranza

5) Al contrario i detrattori ne sottolineano i limiti in termini di rappresentatività. Vede anche lei un rischio in questo senso?

– La rappresentatività dipende solo parzialmente dal numero dei partiti “rappresentati” in Parlamento. Dipende dalla competizione fra i partiti costretti ad essere rappresentativi per vincere. Il rischio è troppo potere ad un partito che si convinca di essere il rappresentante della Nazione

6) Una delle obiezioni della Consulta al Porcellum è l’eccessiva disproporzionalità del premio di maggioranza attribuito senza stabilire una soglia minima. L’Italicum prevede una soglia del 40 per cento per ottenere il premio del 15 per cento. Si risponde così alle osservazioni della corte?

– Il premio va al partito che vince al ballottaggio, dunque, ottenendo anche solo un voto in più del 50 per cento dei voti espressi. Di volta in volta si saprà quale percentuale degli aventi diritto sarà rappresentata dai votanti al ballottaggio. Rimane che al primo turno quel partito potrebbe avere ottenuto anche solo il 26 per cento dei voti. Poiché gli verranno assegnati il 54 per cento dei seggi parlamentari, il premio ammonterà ad un sonante  28 per cento. La Corte dovrebbe essere fortemente insoddisfatta

7) Non è un’anomalia in sé applicare un premio di maggioranza sulla base di un sistema proporzionale?

 – Il premio di maggioranza su un sistema proporzionale non è un’anomalia italiana. Già lo abbiamo, con buoni esiti, per l’elezione dei Consigli comunali e dei sindaci

8) La soglia di sbarramento è stata portata al 3 per cento per tutti i partiti. Se si voleva davvero fronteggiare la frammentazione non era meglio una soglia più alta, magari del 5 come in Germania?

– Ovviamente, sì: 5 per cento. Fare come in Germania è molto spesso una cosa buona e giusta

9) Non si rischia in questo modo la “balcanizzazione” delle opposizioni in presenza di un primo partito rafforzato dal premio?

– Fare come nei Balcani è per lo più la cosa cattiva e sbagliata, ma sia Renzi sia Berlusconi erano, e probabilmente continuano ad essere, con motivazioni diverse, d’accordo sulla balcanizzazione delle opposizioni

10) L’altra importante obiezione della Consulta al Porcellum riguarda le lunghe liste bloccate, che non permettevano all’elettore di riconoscere il futuro eletto. La soluzione del capolista bloccato e delle preferenze per tutti gli altri non è un ibrido al ribasso? Soddisfa le indicazioni della Consulta?

– Ibrido pessimo, riprovevole. Lascio il giudizio all’incerta giurisprudenza della Corte. La mia soluzione sarebbe, in linea con il referendum del 1991, una sola preferenza

11) L’Italicum prevede la possibilità di candidature plurime per il posto di capolista. Con il rischio che un elettore scelga un partito in virtù dell’appeal di un capolista ritrovandosi poi ad eleggere un altro candidato. Questo non va contro l’indicazione della Consulta sulla riconoscibilita?

– Ovviamente sì. Cancellare con un tratto di pennarello le candidature multiple (10) sarebbe un atto di semplice decenza

12) Il premio di maggioranza, sia in caso di vittoria al primo turno sia in caso di vittoria al ballottaggio, attribuisce alla prima lista un vantaggio alla Camera di circa 25 deputati. Dal momento che la legge è stata pensata soprattutto in chiave di governabilità, non è un margine troppo esiguo?

– E’ un margine sufficiente per un partito che abbia una vita interna vivace e democratica

13) L’Italicum vieta espressamente gli apparentamenti tra partiti tra il primo e l’eventuale secondo turno di ballottaggio, apparentamenti consentiti in altri sistemi con ballottagio. Non si rischia in questo modo di comprimere troppo il confronto democratico dando tutto il potere ai partiti maggiori?

– La domanda contiene parte della risposta. La parte più importante è che in tutta Europa, tranne in Spagna, almeno finora, i governi sono di coalizione. Sarebbe opportuno consentire le coalizioni al primo turno oppure, almeno, come per i sindaci (la buona legge fatta nel 1993 dal Parlamento su impulso dei referendari, gli apparentamenti per il ballottaggio

14) Non è anomalo posticipare l’entrata in vigore dell’Italicum al luglio 2016 privando il Paese di un efficiente sistema elettorale in caso di necessità?

-Piuttosto che di anomalia parlerei di scommessa o di spadina di Damocle sulla testa dei parlamentari. Comunque, molti dicono, ma non è questa la mia opinione, che, in caso di necessità, evidentemente procurata, ci sarebbe il sistema proporzionale delineato dalla Corte. Pasticcio più pasticcio meno: rassegnatevi

15) L’Italicum vale solo per l’elezione della Camera dei deputati dal momento che c’è un legame politico con la riforma costituzionale ora all’esame del Senato per la terza lettura che abolisce il Senato elettivo trasformandolo in Camera delle Autonomie. Non è irrazionale, nel caso in cui la riforma costituzionale non andasse in porto, andare a votare con due sistemi diversi (l’Italicum per la Camera e il proporzionale Consultellum per il Senato)?

–  A questa domanda passo. Che cosa si può suggerire a sedicenti riformatori pasticcioni? Ricordare loro che un sistema politico è per l’appunto un sistema, non un supermercato, nel quale ciascuna delle componenti è in relazione con le altre e che, di conseguenza, cambiarne una significa dovere tenere conto dell’impatto sulle altre

16) C’è il rischio di introdurre un presidenzialismo di fatto con il maggioritario Italicum e una sola Camera elettiva, come sostengono gli oppositori di questa riforma elettorale?

– Sì, c’è soprattutto il rischio di eccessiva concentrazione di poteri nelle mani del Primo ministro. Non è presidenzialismo. E’ piuttosto il “premierato forte”, che nonostante alcuni cattivi maestri provinciali (che non sanno neanche cosa sia l’analisi comparata dei sistemi politici) e i loro ossequiosi allievi, non esiste da nessuna parte e che toglierà non pochi poteri al Presidente della Repubblica rendendogli impossibile svolgere il ruolo di arbitro, di garante, di contrappeso, persino di rappresentante dell’unità nazionale

*Italicum, 16 domande per capire la riforma – Il Sole 24 ORE 01 maggio 2015 (pagg 11/14)

La terza Repubblica

Pubblicato su terzarepubblica.it il 3 maggio 2015