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Prepotente e incompetente il micidiale riformatore USA @DomaniGiornale

Con un misto di superficialità, improvvisazione e prepotenza, il Presidente USA ha annunciato che intende riformare il mondo. Applicherà una dottrina semplice, bella pronta, ready made: Rifare Grande l’America. Apparentemente, né lui né i suoi collaboratori, scelti prevalentemente con il criterio del tasso di adorazione nei suoi confronti, si sono interrogati sulle cause del più o meno significativo declino dell’America nei grosso modo vent’anni trascorsi. Da lui in parte interpretata e rappresentata, anche visceralmente, e in larga misura guidata, la reazione è stata diretta contro la cultura woke. In sintesi, woke compendia tutte le tendenze socio-culturali e di stili di vita espresse e in parte, in maniera molto/troppo acritica, accettate e lodate dai democratici e dall’influente, ma tutt’altro che egemone, establishment nel mondo dell’informazione, delle università d’élite, del cinema. A quei comportamenti, peraltro non ancora adeguatamente valutati né nei loro eccessi né nella loro spinta positiva verso una società DEI, ovvero caratterizzata da Diversità, Equità, Inclusione, Trump ha contrapposto un ritorno al passato. Il suo annuncio è sembrato molto rassicurante, con qualche punta di risentimento e di rivalsa, all’elettorato che, per ragioni di conoscenze e tipo di attività lavorative, si sentiva e considerava non solo sfidato, ma lasciato indietro, umiliato e abbandonato. Un’America più grande darebbe più prestigio anche a loro, li renderebbe patrioti orgogliosi.
Da tycoon per il quale i soldi sono la misura non soltanto della ricchezza, ma dell’abilità personale e del successo ottenuto, Trump si è buttato anzitutto sui dazi per recuperare la potenza economica USA. Poi ha cercato di dimostrare che lui è in grado di rimettere gli USA al centro dell’ordine (disordine) internazionale. I dazi si stanno rivelando, come tutta la teoria economica ha sempre sostenuto, un fallimento gigantesco, costoso, non recuperabile. Anche la risposta ai due gravi conflitti in corso, pur molto diversi fra loro: aggressione russa all’Ucraina; e prolungata e sproporzionata rappresaglia israeliana contro Hamas e i palestinesi, evidenzia una visione inadeguata e persino pericolosa di Trump sia sul mondo che c’è sia su quello che si potrebbe/dovrebbe costruire.
Soltanto un megalomane poteva pensare di costruire qualcosa di decente nel conflitto russo/ucraino umiliando il Presidente Zelensky e stabilendo un rapporto personale diretto con Putin riconoscendo all’autocrate russo un potere da tempo perduto e irrecuperabile. Non ne sarebbe, comunque, derivata nessuna pace “giusta e duratura”, niente di cui vantarsi. Caduta l’opzione non si intravede nessuna strategia trumpiana alternativa. Anche nel Medioriente Trump non può sbandierare nessun successo. La striscia di Gaza non è destinata a diventare una “riviera” esclusiva per superricchi e sceicchi, spaventati dalla prospettiva di dover accogliere la diaspora palestinese. Quel che, da molti punti di vista, è peggio è che Trump non ha la minima idea di come convincere/costringere Netanyahu a concludere le sue oramai intollerabili, nei tempi e nei modi, e ingiustificabili operazioni belliche.
Nessun nuovo ordine internazionale potrà minimamente emergere se Trump continua a credere che l’Unione Europea ha sfruttato la “sua” America e concorda con il suo vice Vance che gli europei sono dei parassiti. Incidentalmente, non saranno i singoli governanti europei che asseriscono di comprendere le motivazioni del Trump sovranista piuttosto imperialista (a riprova le sue dichiarazioni su Groenlandia e Canada) a moderarne le mire e le politiche, ma neppure a trarne qualche vantaggio in esclusiva. Le photo opportunities, chiedo scusa, opportunistiche, diventano spesso rapidamente sbiadite. Al contrario, resistere a Trump e non lesinare motivate critiche è patriotticamente doveroso, ma, soprattutto, è politicamente indispensabile per porre le premesse di una strategia diversa, costruita su ampi accordi, mirati e lungimiranti. Quello che vorremmo dai volenterosi.
Pubblicato il 14 maggio 2025 su Domani
Bene il proporzionale, ma serve una soglia di sbarramento al 5% #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, spiega che sulla legge elettorale «bisogna riuscire ad avere una proposta seria e discutere su quella» perché «solo così un qualche tipo di dialogo acquista di senso» e che tuttavia «l’idea di un proporzionale con premio di maggioranza può essere una buona base di partenza ma servono paletti ferrei come una soglia di sbarramento al 5% e non più di dieci collegi».
Professor Pasquino, la convince la proposta di una legge elettorale proporzionale con un premio di maggioranza?
Bisogna essere chiarissimi: il proporzionale con soglia di sbarramento significa che ci saranno collegi elettorali nei quali verranno eletti 7-10-15 candidati ma a livello nazionale serve una soglia di sbarramento tra il 4 e il 5, come è in Germania e infatti lì funziona. Ma dipende come vengono ritagliati i collegi, se i parlamentari da eleggere (n. d. GP) sono più di dieci si frammenta troppo il sistema, al contrario se sono molti meno si concentra troppo l’esito elettorale. L’importante è che ci sia una clausola di esclusione del 5% su soglia nazionale senza eccezione alcuna. Bisogna superare il 5% e poi si va alla divisone dei seggi.
A partire da queste basi pensa sia possibile il dialogo tra maggioranza e opposizione?
Diciamo che mi pare una discussione penosa: bisogna riuscire ad avere una proposta seria e discutere su quella. Solo così un qualche tipo di dialogo acquista di senso. In ogni caso questa idea può essere una buona base per dialogare ma, come detto, servono paletti ferrei. E poi alla riforma del premierato che ha in mente Meloni sarebbe collegato anche un nuovo sistema elettorale, come si fa a fare l’uno e non l’altro?
Pensa che, a proposito dell’idea di indicare il premier, Meloni stia tirando la corda perché sa che dall’altra la leadership di Schlein è messa in difficoltà da Conte?
Credo di sì e penso sia anche un’operazione che può fare con grande facilità. Il centrosinistra da questo punto di vista è malmesso ma l’indicazione del premier non è una cosa buona perché limiterebbe i poteri del presidente della Repubblica. Mi pare anche questa una discussione molto sterile. Ripeto: bisogna scegliere un sistema esistente che sappiamo funzionare e non inventarsi qualcosa di nuovo. Andiamo a vedere cosa funziona: o il sistema tedesco o quello francese, ma Meloni non vuole il doppio turno quindi non rimane che quello tedesco così com’è.
Nel dibattito sulla legge elettorale si richiama spesso la stabilità dei governi: le due cose sono collegate?
La stabilità non dipende dal meccanismo elettorale ma dalla capacità di formare delle colazioni e di tenerle insieme. L’attuale stabilità di Meloni non dipende dalla legge elettorale con la quale si è votato ma dal fatto che il suo è il partito più grande, lei è una guida solida e decisa e gli altri non hanno un’alternativa praticabile. La stabilità dipende dalla capacità di dare vita a coalizioni sufficientemente coese, programmatiche e leali. Il meccanismo elettorale poi può aiutare ma serve leadership politica.
Il centrosinistra ne troverà mai una condivisa dall’intera coalizione?
No perché non arriveremo mai a una situazione in cui Conte accetta la leadership del Pd. Sta facendo tutto il possibile per smentire questa tesi e questo rende debolissimo l’intero centrosinistra. Ci si arriverebbe con un sistema elettorale a doppio turno ma senza di esso è praticamente impossibile. Sappiamo che anche dentro al Pd ci sono delle remore e degli scrupoli sulla leadership di Schlein ed è anche giusto che sia così visto che non può vantare tanti successi finora. Ma a meno che non emerga un’alternativa vera che passi attraverso un voto bisogna rispondere positivamente a quello che la segretaria fa.
Si parla anche dell’ipotesi di primarie per tutti i partiti: cosa ne pensa?
L’obbligatorietà non deve esistere. Le primarie sono uno strumento che ciascun partito decide se utilizzare oppure no. Se c’è un candidato straordinariamente capace, perché sottoporlo a primarie? Servirebbe solo a indebolirlo. Ma se un partito lo scrive in statuto poi le deve fare. Il Pd ce l’ha e quindi le fa, FdI no e dunque può “permettersi” di non farle.
Data quindi per scontata la leadership di FdI, a Fi e Lega conviene una legge elettorale proporzionale con un premio di maggioranza?
Che cosa può essere migliore di una legge proporzionale per partiti che hanno al massimo il 10% di voti? Ne hanno bisogno, quindi ne scrivano una buona e salveranno il loro 10%. Quello che partiti del genere devono fare è imparare a negoziare con persone di alta qualità e ottenere cariche nel futuro governo sulla base dei voti elettorali ottenuti.
Pubblicato il 6 maggio 2025 su Il Dubbio
La dura battaglia di Berlino (e dell’Europa) all’ombra dei sovranismi globali @DomaniGiornale

Pensata per dargli visibile legittimità, conferirgli maggiore autorevolezza e garantirgli significativa stabilità in carica l’elezione a maggioranza assoluta del Cancelliere della Germania ad opera del Bundestag ha ieri mattina offerto l’opportunità ad alcuni parlamentari tedeschi di esprimere nel segreto dell’urna i loro peggiori umori e malumori. Recepito il messaggio comunque inquietante di indisciplina, il democristiano Friedrich Merz è stato eletto cancelliere nel pomeriggio dalla coalizione CU/CSU+SPD. Sbagliato, quindi, prendere questo caso come un esempio di crisi della democrazia. Più che giusto e opportuno continuare a interrogarsi sui problemi di funzionamento e sulle sfide alla/e democrazia/e. Infatti, è molto plausibile che quella quindicina di voti mancati a Merz nella prima votazione provengano da parlamentari democristiani che sarebbero disponibili a trattare con Alternative für Deutschland, in qualche modo a coinvolgerla, anche adesso che è stato accertato che è una pericolosa formazione di estrema destra.
Quella che mi pare l’illusione già sperimentata, anche, drammaticamente, in Germania, di ridimensionare il consenso, meglio ridurre i voti, di chi vuole erodere i principi democratici, pur se non condivisa dalla maggioranza degli elettori tedeschi, circola anche in altri regimi democratici. Democrazia non significa affatto il governo di tutti né che al governo vadano i partiti in base alla loro forza elettorale. Non significa neppure che i numeri debbano obbligatoriamente essere l’elemento decisivo per la partecipazione al governo.
Le coalizioni di governo si formano intorno ad un programma condiviso che, nel caso tedesco, è stato debitamente approvato dagli iscritti dei due partiti contraenti. Il capo del partito di maggioranza relativa, ovvero, comunque, l’esponente designato da quel partito, diventa Cancelliere, capo del governo. Le proposte programmatiche di AfD in particolare riguardo all’Unione Europea, alla politica estera e a ad alcuni temi economici, non erano/sono soltanto distanti da quelle democristiane e socialdemocratiche, ma le contraddicono platealmente, verticalmente, deliberatamente. Elementi neanche troppo nascosti, se non di vero e proprio nazismo, certamente di pericolose tendenze autoritarie e repressive, hanno fatto più che capolino non solo nella propaganda elettorale del partito, ma nelle dichiarazioni di molti esponenti di primo piano. AfD non trova alleati (come, il paragone è appropriato, il Rassemblement National di Marine Le Pen in Francia).
Fare valere la Costituzione e i suoi fondamenti ideali e valoriali contro i nemici della democrazia è una scelta non soltanto necessaria, ma politicamente e eticamente doverosa. Venire meno da parte dei democratici, da un lato, alla protezione del regime democratico da interferenze esterne e, dall’altro, alla promozione di tutte quelle misure che rendano migliori i processi democratici, a cominciare dalla formazione di un governo coeso e operativo, sarebbe gravissimo, addirittura esiziale.
Senza retorica la Germania occupa uno spazio geografico, economico, politico e culturale centrale nell’Unione Europea. Insostituibile. La tenuta della sua democrazia e il funzionamento delle sue istituzioni sono cruciali anche per tutti gli Stati-membri. Il modello politico tedesco di Cancellierato e di federalismo ha a lungo funzionato in maniera esemplare e i due maggiori partiti hanno saputo utilizzarlo al meglio. Quel modello politico è positivamente responsabile della affermazione della Germania come gigante economico. Non a caso le sue difficoltà politiche si sono riversate anche sullo stato dell’economia.
Non è spingersi troppo in là sostenere che a fronte dei sovranismi USA e della Russia e degli egoismi nazionalistici di ritorno in troppi altri paesi, soltanto una maggiore integrazione europea, approfondimento e accelerazione, è in grado di portare la democrazia al necessario livello superiore. Questa è la battaglia in corso, in Germania e altrove.
Pubblicato il 7 maggio 2025 su Domani
AfD, cordone sanitario e la difesa della democrazia. La lezione di Pasquino @formichenews

L’Ufficio federale per la Protezione della Costituzione della Germania (Bundesamt für Verfassungsschutz, BfV) ha ufficialmente classificato il partito Alternative für Deutschland (AfD) come organizzazione di estrema destra. Abbiamo chiesto un commento al professor Pasquino, che ci ha inviato un estratto dal suo libro, “Parole della politica” (Il Mulino) in edicola in questi giorni.
Nota quasi esclusivamente nel lessico medico l’espressione cordone sanitario si riferisce alle misure effettuate per circoscrivere e bloccare infezioni e contagi e i loro portatori. La sua comparsa nel linguaggio e nella pratica della politica internazionale avvenne negli anni Venti del secolo scorso. Un po’ in tutti gli Stati europei, a prescindere dal loro tipo di governo, democratico oppure, più spesso, non democratico, si diffuse la paura del bolscevismo la cui rivoluzione si era affermata in maniera violenta e eclatante in Russia nel 1917. Molti governanti europei decisero che bisognava proteggersi dalla possibilità, che era anche il progetto lanciato, sostenuto e, finché ne ebbe le forze, perseguito da Lev Davidovic Trotskij (1879-1940), che trasportato dalla rivoluzione permanente il virus bolscevico infettasse la politica dei loro stati e delle loro nazioni e contagiasse le loro popolazioni. Stendere un cordone di sicurezza e protezione che isolasse quel virus impedendone in qualsiasi forma la sua diffusione era proprio questione di vita o di morte.
Tranne qualche insorgenza in special modo in Italia e in Germania, rimanendo nel linguaggio medico, nessuno dei focolai di infezione si allargò in maniera epidemica. Anzi, forse, fu proprio per spegnere quei focolai che movimenti, partiti, governanti di destra, antirivoluzionari e reazionari cedettero a sperimentazioni autoritarie rapidamente trasformatesi in regimi in Italia e Portogallo, in Ungheria, Romania e Polonia, in Germania e Spagna. Le davvero poche democrazie allora esistenti presero in seria considerazione l’idea di stendere una qualche variante di cordone sanitario per difendersi dal virus potenzialmente mortale dell’autoritarismo. Incapaci di coordinarsi fallirono e nello spazio di pochi anni tutta l’Europa fu infettata dal nazismo. Il bolscevismo ripiegò e rimase confinato in un solo paese.
La ricomparsa attuale dell’espressione cordone sanitario e la sua diffusione in molti paesi europei sono soltanto parzialmente riconducibili a quanto avvenne in Europa negli Venti e Trenta, ma qualche elemento comune vi si ritrova, capovolto. Infatti, oggi il nuovo cordone sanitario appare costituito dalla più o meno esplicita decisione di non includere in nessuna coalizione di governo le variegate aggregazioni e partiti di estrema destra, anzi, di sbarrare loro la strada.
Esclusioni preventivamente dichiarate di alcuni partiti dalla sfera di governo, concordate e mantenute nel corso del tempo, sono a lungo esistite in alcune democrazie europee. Mi limito a tre casi particolarmente importanti: Italia, Francia e Germania del secondo dopoguerra. Il Movimento Sociale Italiano e il Partito Comunista Italiano sono stati sempre tenuti fuori dalle coalizioni di governo dal 1947 al 1994. Giustamente ritenuti da Giovanni Sartori partiti anti-sistema poiché, potendo, avrebbero cambiato il sistema politico e costituzionale italiano, anche se liberi di fare politica e di partecipare alle elezioni e alla vita parlamentare, MSI e PCI venivano fermati lì. Appropriatamente, Piero Ignazi a suo tempo definì il MSI “polo escluso”, in verità autoescluso non avendo votato la Costituzione repubblicana. Contro il PCI, sostennero non pochi giuristi, venne fatta valere una conventio ad excludendum senza particolari grida di denuncia della discriminazione e dell’iniquità. In estrema sintesi, il PCI non ebbe mai abbastanza voti né seggi da risultare indispensabile alla formazione di un qualsivoglia governo. Quando li conquistò, nel 1976, fece il suo, sostanzialmente inevitabile, ingresso nell’area di governo.
In Germania, è giusto considerare una specie di peculiare cordone sanitario le sentenze della Corte Costituzionale che tra il 1953 e il 1956 misero fuori legge il Partito Comunista tedesco e tutte le organizzazioni di estrema destra che si richiamassero al nazionalsocialismo
Che il Parti Communiste Français, alquanto stalinista e di stretta osservanza sovietica, dovesse essere tenuto ai margini della politica francese non fu mai messo in dubbio. Che anche la destra reazionaria e filofascista meritasse di essere permanentemente esclusa dall’area di governo venne solennemente stabilito e coerentemente mantenuto da Charles de Gaulle. Più che un cordone sanitario, la discipline républicaine nelle parole del Generale è una discriminante non soltanto politica, ma anche etica. Seppur parecchio malandate, le sue propaggini ovvero quel che resta di quella disciplina continuano regolarmente a essere fatte valere dalla grande maggioranza degli elettori francesi nei confronti di Marine Le Pen e del suo veicolo partitico, oggi Rassemblement National. Qui, stanno i molti aspetti ritenuti, in maniera talvolta capziosa e pelosa, problematici.
Sostenere, in maniera più o meno mascherata, che l’accesso all’area di governo deve essere sempre concesso a qualsivoglia partito che abbia ottenuto una certa, impossibile da specificare, percentuale di voti, significa non conoscere i principi e i criteri che stanno alla base della formazione delle coalizioni di governo. L’aritmetica non può mai avere il ruolo decisivo nei processi di formazione dei governi nelle democrazie né contemporanee né del passato. I numeri contano, possono anche essere determinanti, ma senza vicinanza, programmatica, e compatibilità ideologica, di visioni del paese e del mondo e, senza reciproca fiducia, neanche, giustamente, si può cominciare a discutere. Come e, soprattutto, perché discutere con partiti che si sono dichiarati fuori dal e contro il “sistema”, che hanno fatto campagna elettorale attaccando e denigrando tutti quelli che il sistema sostengono e fanno funzionare?
Due considerazioni riassuntive e conclusive si impongono. La prima riguarda il passato dal quale dovremmo avere imparato che consentire l’ingresso al governo, anche in maniera inizialmente subordinata, dei nemici della democrazia non “addomestica” affatto quei nemici, ma offre loro l’opportunità di erodere dall’interno il sistema democratico fino a sovvertirlo. Le volpi nei pollai democratici hanno già variamente dimostrato di sapere come comportarsi. Inoltre, non è assolutamente vero, come talvolta sostenuto dai benpensanti moderati e opportunisti, che deplorevoli prestazioni di governo degli antidemocratici finirebbero per costituire una sorta di vaccino per gli elettori che li immunizzerebbe dal continuare a votarli.
La seconda considerazione è politicamente più importante, ma anche più facile da formulare. Infatti, è da ritenersi inaccettabile la posizione di coloro che stigmatizzano e condannano in nome della democrazia la liceità dei comportamenti definiti discriminatori dei democratici, di chiusura netta e insormontabile nei confronti dei nemici della democrazia. Nella misura in cui discriminazioni e chiusure vengono praticate secondo le regole costituzionali senza violare nessuna legge esistente, sono argomentate in pubblico e difendibili, siamo e rimaniamo con tutt’e due i piedi nel quadro democratico. Comunque, in tutte le situazioni nelle quali esistono partiti e dirigenti che hanno annunciato apertamente che non intendono fare coalizioni di governo con movimenti, partiti, personalità estremiste e antidemocratiche, l’esito elettorale farà testo. Se agli estremisti mancheranno i voti e i seggi per imporsi matematicamente come indispensabili partner di governo, i democratici saranno giustamente confortati e legittimati a stendere anche il più spesso dei cordoni sanitari.
Poiché coloro che criticano tanto il ricorso stesso al cordone sanitario quanto la sua legittimità democratica lo fanno spesso in nome di una loro presunta superiore democraticità, intesa come apertura, accettazione, accoglienza agli sfidanti antidemocratici, è imperativo bollare questa presunzione affermando che nessun democratico agirebbe mai per agevolare chi si propone in nome di criteri antidemocratici di sovvertire la democrazia. Pertanto, il cordone sanitario è uno degli strumenti che i democratici possono legittimamente usare se necessario per proteggere valori e strutture delle loro democrazie e di quelle degli altri. Anzi, sono costituzionalmente tenuti a usarlo proprio in nome e per conto delle democrazie
Pubblicato il 2 maggio 2025 su Formiche.net
Senza una pace decente saremo noi a pagarne le conseguenze @DomaniGiornale

Per condurre a termine “l’operazione militare speciale” lanciata il 24 febbraio 2022 dall’autocrate Vladimir Putin contro lo stato sovrano e democratico dell’Ucraina, molti commentatori e politici occidentali affermano che è necessaria una “pace giusta e duratura”. Divenuta una sorta di mantra, anche nel lessico del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, l’affermazione, altamente problematica, esige, per non rimanere un neppure abbastanza pio desiderio, approfondimenti e chiarimenti. La pace, parola di cui troppi si riempiono la bocca, sarà soltanto una parentesi di silenzio delle armi e di volo dei droni prima di un’altra guerra, mi correggo, di una nuova “operazione militare speciale”? Più concretamente, quale significato ha pace nel linguaggio di Putin e del Cremlino? Saranno forse i due aggettivi, giusta e duratura, a definire in qualche misura il sostantivo?
Definizioni accettabili condivise/ibili sono molto di più che “operazioni lessicali speciali”. Non solo in guerra, la propaganda definisce la situazione, (la bontà de-)gli obiettivi, i risultati conseguiti e, naturalmente, le modalità accettabili di conclusione. Per ragioni poi non del tutto differenti, Trump e Putin intendono esibire la loro capacità di porre fine all’uso delle armi in Ucraina. Trump dimostrerebbe che la sua America è già tornata grande sullo scacchiere internazionale, mentre gli europei si sarebbero, a suo parere, dimostrati inadeguati a mettere ordine sul loro stesso territorio. La Russia può ben rimanere un avversario, ma viene da Trump portata al tavolo delle trattative stabilendo una sorta di duopolio di potere nel contesto europeo. Naturalmente, Trump non dimentica che un bravo tycoon si cura anche e molto dei suoi affari. Insomma, ai russi verranno concesse la Crimea e altre zone già occupate, mentre all’America sarà garantito accesso alle terre rare e al loro sfruttamento. Giusto così? sarebbe questa una pace giusta?
Senza la partecipazione di ZeIensky ai negoziati e senza il suo, per quanto doloroso, assenso, nessuna pace di questo genere può essere definita giusta. A maggior ragione non può esserla se contempla il quasi totale conseguimento degli obiettivi militari e imperiali di Putin. Finire la guerra in questo modo non significa affatto pace giusta, ma pace imposta e tutta a carico e a spese del paese aggredito, dei cittadini dell’Ucraina democratica. Sarebbe il riconoscimento della sconfitta sul campo, tuttora non avvenuta, e addirittura una sorta di pagamento con territori e terre rare per una responsabilità sostanzialmente inesistente.
Non è detto che automaticamente le paci ingiuste siano destinate a non durare, essere precarie e effimere. Tuttavia, il disonore di una pace ingiustamente imposta all’Ucraina avrebbe conseguenze molto gravi sull’Unione europea, su come si è storicamente concepita: spazio di libertà, di diritti, di abolizione del ricorso alle armi, di apertura, e su come si è evoluta ed è diventata attrattiva per i molti Stati che hanno fatto e continuano a fare domanda di adesione. L’Unione europea deve difendere i suoi principi e i suoi valori fondanti, a maggior ragione a fronte di mire imperialiste di qualsiasi tipo e impronta. Defend Europe contiene tutte queste implicazioni. Non è solo una questione territoriale. Riguarda stili di vita, valori, cultura politica e democratica. Nessuna pace che voglia essere giusta e quindi possa diventare duratura può prescindere da questi valori, meno che mai contraddirli e sbarazzarsene. In attesa di conoscere come Trump e Putin intendono declinare gli aggettivi “giusta” e “duratura”, è opportuno ricorrere ai valori europei e usarli per intraprendere e tenere aperta la strada di una pace decente.
Pubblicato il 30 aprile 2025 su Domani
Il 25 aprile non è la festa di tutti. Nessun fascista la può festeggiare @DomaniGiornale

Il 25 aprile non è, non è mai stato, neppure deve essere un giorno di festa per tutti. Ognuno decide per sé se quanto come vuole festeggiare la liberazione dell’Italia dalla presenza dei nazisti sul territorio della Nazione e la sconfitta del tentativo fascista della Repubblica di Salò di riconquistare il potere politico. La Liberazione fu conquistata dai partigiani per tutti gli italiani, ma i fascisti che erano gli oppressori sconfitti, anche se egualmente “liberati”, non avevano proprio nulla da festeggiare. Non pochi fascisti si sarebbero, poi, considerati “esuli in patria”, in quella nuova patria che, pure, garantiva loro libertà, anche quella di non festeggiare, partecipazione, opposizione.
Una festa civile è per definizione aperta e inclusiva tanto più quando non ha bisogno di dichiararsi tale. La sua ricorrenza serve a ricordare a tutti le ragioni che stanno a fondamento della sua celebrazione tanto più quando, com’è il caso del 25 aprile, quella festa di liberazione sta a fondamento sia della Repubblica parlamentare democratica sia della Costituzione. Ne è la imprescindibile premessa. Non è, logicamente, affatto casuale che i fascisti abbiano sempre sostenuto il presidenzialismo contro il regime dei partiti, siano stati a lungo esclusi dall’arco costituzionale e fino al 1994 tenuti giustamente fuori dalle coalizioni di governo. Erano avversari del sistema politico democratico. Alcuni lo sono tuttora, in forme e modi più sottili e più subdoli.
Considerare e celebrare il 25 aprile come festa di tutti è stato un errore grave, non da tutti commesso in buona fede. Sappiamo che quell’ecumenismo non ha in nessun modo contribuito alla “pacificazione” nazionale. Peggio, ha impedito che la necessaria discussione sulla storia del fascismo, delle basi del consenso che, più o meno coatto, ci fu, delle radici del mussolinismo e del regime autoritario, delle connivenze giungesse ad acquisizioni culturali e politiche definitive (o quasi, ferma restando la possibilità di revisioni che, pur senza intaccare la sostanza, si rendessero indispensabili).
Non c’è nessuna ragione per la quale gli italiani debbano avere memorie condivise del fascismo, della Resistenza, della traiettoria della storia della Repubblica e dei suoi momenti più gravi nei quali i fascisti svolsero ruoli devastanti. Ciascuno ha la sua propria memoria, nutrita di conoscenze e di pregiudizi, di insegnamenti e di esperienze, di apprendimenti e di preferenze. Quello che le memorie dei singoli contengono è sempre suscettibile di controllo e revisione a confronto con i fatti. Le memorie non vanno obbligatoriamente condivise. Farlo è illusorio quando non è manipolatoria. Le memorie possono essere sfidate e debbono essere messe in competizione anche al fine di trasmetterle, di ridefinirle, di farne fondamento della convivenza civile e politica. Quelle memorie vanno prese sul serio anche perché attraverso di loro si sono costruiti e si reggono alcuni valori portanti: l’amor di patria, la giustizia sociale, la libertà, la partecipazione, forse l’eguaglianza. Deliberatamente non mi dilungo, ma chiaramente non considero l’elenco né esaustivo né stilato in ordine di importanza.
Ribadisco: il 25 aprile è senza ombra di dubbio festa di libertà. Su quella libertà e grazie a lei l’Italia e gli italiani/e hanno goduto per ottanta lunghi dell’opportunità di perseguire altri valori desiderati, opportunità negata dal fascismo a gran parte dei cittadini. Coloro che non ritengono di dover festeggiare il 25 aprile, anzi, si rifiutano graniticamente di farlo, si esprimono indirettamente, spesso con sprezzante cognizione di causa in un contesto divenuto loro molto favorevole, contro la libertà degli altri e i valori che ne conseguono. L’Italia delineata nella Costituzione era e continua a essere, come scrisse
Pubblicato il 24 aprile 2025 su Domani
Francesco, predicatore più apprezzato che ascoltato. Che ne sarà della sua eredità? @DomaniGiornale
Per un papa come Francesco che fino all’ultimo ha cercato e voluto rapportarsi alle persone, fossero o no cristiani, “fedeli”, praticanti, quella immagine del suo incedere lento e solo in pieno Covid il 27 marzo 2020 sul sagrato della basilica di San Pietro bagnata dalla pioggia coglie un momento molto doloroso, ma al tempo stesso emblematico. In un certo senso tutti diventati vulnerabili di fronte alla pandemia, tutti avevano bisogno della sua preghiera. In un certo senso il papa interpretava quel bisogno universale e gli dava voce. Era solo, solo lui, proprio lui che del rapporto con i “fedeli” aveva già fatto un cardine del suo papato, che dai cosiddetti “bagni di folla” traeva visibilmente conforto e energia.
Ripetutamente, eppure non in maniera costruita ad arte, la sua predicazione è stata indirizzata tematiche universali: la difesa dell’ambiente, la fine delle guerre, l’accoglienza dei migranti, la marginalità. Per questo suo schierarsi dalla parte dei deboli, dei vulnerabili, di coloro che meno hanno è stato spesso criticato. Ma la compassione e la misericordia sono sentimenti che non debbono necessariamente basarsi su analisi raffinate e tradursi in strategie che tengano conto di costi e benefici. Profeti e predicatori non sono in competizione con economisti, sociologi, studiosi di geopolitica anche se, talvolta, è sbagliato prescindere da quanto grazie a loro conosciamo.
Le distanze fra quanto la predicazione di Bergoglio ha domandato in termini di scelte politiche, ambiente, guerre, migrazioni e povertà, e quanto i capi di governo, democratici e non, hanno fatto in questi anni, sono abissali. Non a caso, quei problemi si sono sostanzialmente aggravati. Nessuna voce da sola può riuscire se non si crea una massa critica di Stati, preferibilmente democratici, con unità di intenti e condivisione di obiettivi. Questa può essere definita la tragedia della contemporaneità. Con le sue prediche Bergoglio l’ha fatta risaltare in tutta la sua incomprimibile complessità.
Oggi, parte non piccola della mole di commenti positivi sulla predicazione di Papa Francesco appartiene alla sfera dell’ipocrisia, quell’omaggio involontario che il vizio (e i suoi cultori, i viziosi) fa alla virtù, ipocrisia facile, forse inevitabile, sicuramente da criticare. Qualcosa da criticare nella predicazione del Papa c’è, non soltanto dal mio personale punto di vista: quello che attiene alla vita, quando ancora non c’è, interruzione della gravidanza, e quando è diventata umiliante e non più tollerabile, ovvero, come porvi termine. Sono tematiche sulle quali il Papa è rimasto fortemente, pigramente tradizionalista.
Nel complesso, Francesco è probabilmente stato non una voce clamante nel deserto, ma un papa di minoranza nella comunità del clero, non solo nella Curia romana, tollerato, ma non approvato. Giusto e opportuno chiedersi, certamente lui stesso ci ha pensato, quante delle sue posizioni sociali e più propriamente politiche, largamente progressiste, continueranno a influenzare le valutazioni e le prassi della Chiesa cattolica. Nel Conclave prossimo venturo centootto dei centotrentacinque cardinali che hanno diritto di voto sono stati nominati da lui. Una qualche affinità di idee e condivisione di priorità e obiettivi, peraltro non posta come precondizione della nomina, è abbastanza, ma quanto?, probabile. Quei cardinali continueranno la ricerca della pace, giusta duratura, la difesa dell’ambiente, la riduzione della povertà e della marginalità? Quanto di queste tematiche rimarranno priorità della Chiesa cattolica? Solo così il lascito del pontificato di Francesco sarà fermento di crescita culturale, morale e politica, della vita nelle comunità.
Pubblicato il 23 aprile 2025 su Domani
INVITO Quale Europa per gli scenari attuali? #26aprile #Borgomanero (NO)
Sabato 26 Aprile 2025 ore 21
Casa della Carità, Piazza XXV Aprile, 18
Borgomanero (NO)
Incontro con Gianfranco Pasquino parlando di attualità da Ventotene a oggi a partire dai suoi libri
IN NOME DEL POPOLO SOVRANO
POTERE E AMBIGUITÀ DELLE RIFORME IN DEMOCRAZIA
Interviene Giovanni Cerutti, Direttore Biblioteca Marazza

INVITO Festa della Liberazione 2025 #26aprile a #Cameri #Novara Incontro a partire dai libri “In nome del Popolo Sovrano” e “Fuori di testa
Sabato 26 aprile ore 16.30
Biblioteca di Cameri
via Novara, 20
IN NOME DEL POPOLO SOVRANO
POTERE E AMBIGUITÀ DELLE RIFORME IN DEMOCRAZIA


