INVITO Le leggi elettorali del nostro stivale #Rovigo #26settembre #RadiciDelContemporaneo

SABATO 26 SETTEMBRE, ore 17.30
Palazzo Cezza, Sala Stucchi
Piazza Vittorio Emanuele II, 47
Rovigo

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, tratterà un tema di straordinaria attualità: “Le leggi elettorali del nostro Stivale”. L’incontro sarà moderato da Leonardo Raito.

L’iniziativa fa parte della programmazione settimanale del progetto “Radici del contemporaneo” ed è promossa da Viva la Costituzione APS e da Diego Crivellari

La Premier e la corsa all’identità peggiore @DomaniGiornale

“C’è un tempo per governare e c’è un tempo per propagandare” come si dice ironicamente parafrasando l’Ecclesiaste. Da qualche tempo, però, i moderni traduttori dell’Ecclesiaste hanno imparato che in alcuni sistemi politici democratici il tempo della campagna elettorale permanente non finisce mai, neppure per coloro che stanno al governo. Anzi, per alcuni governanti non proprio brillanti, la campagna elettorale permanente è indispensabile. Serve a nascondere che sotto il governo niente.

A Giorgia Meloni, i modi e i toni della campagna elettorale sono sempre piaciuti, sia da oppositrice in Parlamento sia come invitata speciale dei partiti di destra. Nessuna sorpresa, quindi, che abbia deciso che deve alzare il tiro dei suoi interventi oratori a un anno dalla conclusione della legislatura nella quale, comunque, ha già conseguito l’inaspettato record di più longeva Presidente del consiglio dell’Italia repubblicana, in verità della storia dell’Italia unita.

Il trofeo è da collocare in bacheca, ricordando alle opposizioni italiane che in materia loro hanno zero tituli tranne quello del numero dei governi fatti cadere molto prematuramente. È venuto il tempo per i Fratelli d’Italia di preoccuparsi di come conquistare un secondo mandato, altro record di assoluta importanza. La mal congegnata riforma elettorale era stata pensata proprio per agevolare il successo alle urne della coalizione di governo che lei, Meloni, manteneva unita pur nelle sue contraddizioni, ambiguità e inadeguatezze di non pochi ministri. Il convento delle destre quello passa e non ha prodotto nessuna sorpresa, tranne un generale, prima furbescamente reclutato, poi andatosene a cercar fortuna da solo con esiti finora inaspettatamente positivi.

Già non propriamente esperta di questioni istituzionali, Meloni conta(va) molto su una manipolazione della legge elettorale per garantirsi la maggioranza assoluta dei seggi con un premio extra large. Probabilmente, ha sbagliato la sequenza. Doveva puntare al bersaglio del premierato, “la madre di tutte le riforme”, per giustificare la sua riforma elettorale come logico, indispensabile completamento. La lista Futuro Nazionale del generale Vannacci appare attualmente essere molto più che un granello di sabbia nel poco oliato meccanismo elettorale. Rincorrerlo, al momento, forse, operazione prematura sarebbe un segnale di debolezza. A una donna politica di professione, orgogliosa e “scafata”, risulta più attraente e promettente una strategia che disinneschi alcune tematiche di Vannacci.

La società italiana è notoriamente molto diversificata e malamente organizzata. Non priva di slanci umanitari, molto spesso esibisce tratti identitari, componenti egoiste, comportamenti conflittuali.  Sull’identità, Meloni va forte, ma Vannacci preme e allora, la premier ricorre al concetto vero e portante di appartenenza, la sua storia e quella della Gioventù Nazionale, sentirsi e fare parte di un progetto. Poi, il resto consiste nell’identificare le tematiche e proporre le soluzioni più semplici, più immediate, più specifiche. Al momento del voto, gli italiani si ricorderanno di chi ha abolito il bollo auto così come, ma non abbastanza, premiarono chi (il furbone Berlusconi) abolì l’ICI. Si ricorderanno anche che l’italianità va protetta e promossa, non con una impraticabile, costosa e fin controproducente remigrazione, ma con misure di riequilibrio nelle classi fra stranieri e italiani, anche se il “riequilibrio” rischia molto di andare a scapito di una buona integrazione.

Con queste premesse è fin troppo facile aspettarsi un’impennata di favori e di esenzioni (i balneari tacciono gongolando) per altri gruppi sociali scelti di volta in volta. Proseguire lecitamente fino a settembre 2027 non è solo comprare tempo, ma serve a sfruttare qualsiasi opportunità si presenti e, in subordine, a togliere la scena a opposizioni, anche a quelle che fastidiosamente stanno “dalla parte giusta della storia”, poco promettenti, tuttora alla ricerca delle tematiche più originali e più sentite e delle soluzioni più efficaci.  

Pubblicato il 23 settembre 2026 su Domani

La dignità della politica nasce dal confronto e dalla partecipazione #StartMagazine su Il bello della politica

“Il bello della politica – Idee, comportamenti, protagonisti” (il Mulino) di Gianfranco Pasquino letto da Francesco Provinciali

Dopo “Parole della politica” il Prof. Gianfranco Pasquino, Emerito all’Università di Bologna, ci consegna questo nuovo libro intitolato “Il bello della politica”, edito sempre da Il Mulino.

L’uomo è per natura un animale politico», scrive Aristotele nella Politica. Da oltre duemila anni questa definizione continua a rappresentare il punto di partenza di ogni riflessione sulla vita associata, sulle istituzioni e sulla democrazia. Eppure, mai come oggi la politica sembra attraversare una profonda crisi di credibilità, schiacciata tra personalizzazione, comunicazione istantanea, populismi e crescente disaffezione elettorale.

È in questo scenario che si colloca il nuovo libro di Gianfranco Pasquino.

Se il precedente saggio era impostato in modo critico evidenziando innanzitutto una discrasia di fondo tra parole e fatti in politica e stigmatizzando l’affabulazione e la personalizzazione come difetti di una politica poco rappresentativa e fondamentalmente declinata in una riduttiva partitocrazia, con questo nuovo saggio l’autore (forte di una lunga e autorevole esperienza accademica) esplora gli aspetti più caratterizzanti delle idee, dei comportamenti e dei protagonisti (come recita il sottotitolo) a cominciare dalla diversità delle visioni e delle risposte dati alle sollecitazioni di una società in rapida evoluzione.

E se Parole della politica costituiva soprattutto una rigorosa pars destruens delle degenerazioni del linguaggio pubblico, questo nuovo volume rappresenta la pars construens del percorso intellettuale di Pasquino.

Dopo aver denunciato la progressiva perdita di significato delle parole della politica, l’autore torna a interrogarsi sulla possibilità di restituire dignità alla politica come sapere, come metodo democratico e come esercizio della responsabilità. Sullo sfondo si riconosce la grande tradizione della scienza politica da Max Weber a Norberto Bobbio fino a Giovanni Sartori. Se Bobbio ha mostrato come la distinzione tra destra e sinistra continui a rappresentare una diversa concezione dell’eguaglianza e della libertà, Weber ha insegnato che la politica vive della difficile sintesi tra etica della convinzione ed etica della responsabilità.

Pasquino si muove entro questa tradizione, privilegiando sempre il rigore analitico rispetto alla propaganda e l’argomentazione rispetto allo slogan.

Il discrimine temporale di questa aggiornata riflessione prende una traccia più netta a partire dalla caduta del Muro di Berlino del 9 novembre 1989 ma Pasquino – riprendendo le fila di una analisi radicata e storicamente agganciata al secondo dopoguerra – esprime una valutazione complessiva della politica come scienza, contenuti, progettualità, indirizzi, scelte e schieramenti, riprendendo alcuni temi fondativi come il concetto di democrazia, il posizionamento politico di destra e sinistra (espressione forse di un bipolarismo che non ha retto allo sfrangiamento interno e delle rispettive estreme e non tiene in debito conto il concetto di ‘centro’ che invece ha caratterizzato decenni di vita politica italiana e che ora – ancora una volta – tenta di riemergere tra le contraddizioni delle polarizzazioni contrapposte perché se c’è un qualcosa che ancora la politica non ha saputo trovare è – nel bene e nel male – la stabilità che la giubilata Prima Repubblica ha saputo garantire al Paese in una lunga stagione di gestione della res publica.

In questo libro c’è tutto quello che possiamo e dobbiamo conoscere della politica: lo sguardo iconico è più indulgente rispetto al precedente saggio e la visione d’insieme accomuna mali antichi, degenerazioni, ideali, potenzialità, delusioni, speranze.

Decisamente interessante l’approccio al tema generale attraverso paragrafi che sono come spicchi di un’ identità complessa e articolata, affascinante ed autoreferenziale, descrittiva e connotativa di un insieme che solo un politologo attento e informato – che apertis verbis intende prendere le mosse dall’imprinting dato da Giovanni Sartori con quel suo “Democrazia e definizioni” (che avevo recensito e che resta sullo sfondo come un imprescindibile riferimento per chi voglia avvicinarsi alla politica descrivendone pregi e difetti ma soprattutto idealizzandola come dottrina, secondo indirizzi di matrice weberiana) – può riordinare in un insieme poliedrico ma coerente.

Per questo sinistra, destra, liberismo, democrazia, elettori, società, Occidente, italianità, conservatorismo e progressismo, etica e strategie incompiute non sono concessioni gratuite ad un lessico generico e deteriore o ad un populismo dilagante ma diventano scansioni descrittive, direi quasi scientifiche e comunque epistemologicamente fondate, di una dottrina della politica, organizzata come pensiero, radici e riflessioni in decenni di studi e di approfondimenti accademici: leggere questo libro significa in fondo restituire sul piano teorico quella dignità alla politica che si va perdendo lungo i rivoli dell’astensionismo, dell’indifferenza, del negazionismo, del pressapochismo, del riduzionismo che caratterizzano le ciarle frettolose dei discorsi da bar.

Nel panorama della scienza politica italiana contemporanea, pochi studiosi possono vantare l’autorevolezza scientifica e la continuità di ricerca di Gianfranco Pasquino, anche prendendo atto dell’onestà intellettuale del suo punto di partenza: “sinistra” è infatti il primo paragrafo del libro e si fa chiave di lettura dell’intera narrazione espositiva ed esplicativa.

Che il Professore sia ideologicamente e politicamente orientato e schierato è risaputo ma ciò non costituisce un vulnus alla sua disamina: la vita (anche culturale e accademica) è fatta di posizionamenti, limature, revisioni critiche in cui si radicano derive fondative che caratterizzano una visione delle cose. Lo stesso Pasquino si sofferma ad evidenziare come la pluralità delle idee, delle posizioni, delle visioni costituisca l’humus del confronto, del dialogo e della discussione su regole, istituzioni, apparati come fossero il sale della democrazia e che grandi interpreti di questa impostazione dialogica si ritrovino in opposti schieramenti: in particolare non sfugge come l’autore si soffermi ad esaminare l’ispirazione e i comportamenti di grandi uomini politici della seconda metà del novecento come Napolitano, Berlinguer, Moro, Craxi.

Forse dovremmo attenderci da Pasquino un nuovo libro che consideri l’eredità disseminata da queste grandi figure e raccolta e impersonificata (personalizzandola) da politici storicamente più vicini o addirittura attuali.

Per capire e decifrare il presente e ipotizzare tassonomie di cultura politica sostenibili sarebbe interessante accostare il passato prossimo al presente confliggente: sarà Pasquino a valutare se ne valga la pena.

La sua riflessione acquista peraltro un significato ancora più attuale nell’epoca della disintermediazione digitale, nella quale il consenso si costruisce spesso più attraverso gli algoritmi delle piattaforme che nei luoghi tradizionali della rappresentanza. In questo contesto il richiamo alla qualità della deliberazione democratica assume il valore di un antidoto nei confronti della semplificazione populista e della polarizzazione permanente.

La lettura di questo saggio scorre veloce e apre a valutazioni e riflessioni che sembrano coerenti con la sua impostazione di fondo: per salvare la democrazia è necessario il confronto tra posizioni diverse, tra analisi del presente e prospettive future. Solo il dialogo ricco di contenuti, conoscenze e sapienza può restituire dignità ad una politica che troppo spesso deborda nel pressapochismo, nei pregiudizi, nella banalità delle argomentazioni allontanando il Paese reale dal Paese legale, generando quella “ritrazione silenziosa dei cittadini della Repubblica” assai ben descritta dal Direttore Generale del CENSIS Massimiliano Valerii.

In una società composita e complessa, fatta di interessi spesso confliggenti, dove etica ed opportunità, valori e convenienze si mescolano tra loro, gettare uno sguardo sull’insieme può contribuire a stemperare i toni e restituire mitezza, compostezza e dignità al dibattito politico.

La cui bellezza consiste nella consapevolezza di non oltrepassare i confini del pudore e della decenza, nel non scivolare verso l’oltranzismo e le autarchie, causa a loro volta di degenerazioni devastanti come l’odio, le discriminazioni, i conflitti bellici come sta purtroppo accadendo in larga parte del pianeta in nome di un nuovo ordine mondiale che non corrisponde ad una dignità geopolitica ma ad interessi espansivi e di conquista, dove i popoli sono vittime silenziose e sofferenti dello strapotere di pochi potenti.

Le riflessioni di Pasquino inducono quindi inevitabilmente a interrogarsi anche sulle attuali tensioni geopolitiche che rendono necessari i richiami ai valori della democrazia, proiettati sulla ribalta planetaria.

In definitiva, la “bellezza” della politica di cui parla Pasquino non coincide con l’assenza del conflitto.

Al contrario, risiede nella capacità delle istituzioni democratiche di trasformare il conflitto in confronto, la contrapposizione in mediazione, gli interessi particolari in decisioni orientate al bene comune. È questa la grande lezione della democrazia costituzionale europea, oggi messa alla prova da nuove forme di sovranismo, dalla crisi della partecipazione e dalle tensioni geopolitiche che attraversano il mondo.

Viene spontaneo ricordare Alexis de Tocqueville, quando osservava che la forza della democrazia non risiede soltanto nelle istituzioni, ma nelle abitudini civiche dei cittadini. È proprio questa dimensione pedagogica della politica che Pasquino sembra voler recuperare per renderla capace di formare coscienze prima ancora di raccogliere consenso. Per questo il Professore è un accanito sostenitore del voto e della partecipazione e avversa l’astensionismo (elettorale in ispecie) come una perniciosa degenerazione della democrazia rappresentativa.

Più che un elogio della politica, quello di Gianfranco Pasquino è un invito a ritrovarne il significato originario: non la conquista del potere, ma la costruzione della cittadinanza democratica e si tratta di una lezione che tutti abbiamo urgente bisogno di apprendere. Sul fondo di questa riflessione si intravede anche la lezione di Hans Kelsen, secondo il quale la democrazia non è il luogo della verità assoluta, bensì il metodo attraverso cui opinioni diverse possono confrontarsi entro regole condivise. È precisamente questa cultura delle procedure, del pluralismo e del compromesso che Pasquino continua a difendere con rigore scientifico e passione civile.

Un’ultima annotazione che cito come significativa iconografia: la copertina del libro riporta una foto della Camera dei Comuni – il parlamento del Regno Unito – e questa scelta non credo sia casuale ma possa suscitare ulteriorità riflessive in un testo che considera quasi esclusivamente la politica italiana e la sua asserita bellezza.

Pubblicato il 19 settembre 2026 su Start Magazine

Tra sovranisti e filoputiniani in UE siamo la zavorra @DomaniGiornale

Quella bandiera blu con le stelle oro dell’Unione Europea sulla bara di Emma Bonino era un molto appropriato, opportuno e doveroso omaggio all’impegno europeista della grande leader radicale. Appare quasi incredibile pensare a quanto fatto da Emma nei cinque lontani anni (1994-1999) in cui svolse in maniera severa, coerente e innovativa il compito di Commissario europeo. Troppo facile affermare che aveva una visione. Piuttosto, perseguiva una agenda voluminosa centrata sui diritti civili e politici, mai pensando né che dovessero essere esclusivi né che andassero a scapito dei diritti sociali e fosse necessario contemperarli. Semplicemente, senza la protezione rigorosa e la promozione vigorosa dei diritti civili e politici, da nessuna parte si riuscirà a pretendere e a conquistare i diritti sociali. Una società giusta è quella nella quale si combattono tutte le battaglie per tutti i diritti. Un’Europa più giusta è quella che quei diritti ottiene, su quei diritti costruisce di volta in volta il suo futuro e le sue azioni nel resto del mondo, a cominciare, senza atteggiamenti né di spregio né di superiorità, dai luoghi, molti, nei quali quei diritti non esistono oppure vengono calpestati a piacimento di leadership politiche autoritarie e corrotte.

L’Unione Europea è il più grande spazio mai esistito al mondo di libertà e di diritti civili, politici e sociali. Naturalmente, talvolta può succedere che quei diritti non siano abbastanza protetti e sufficientemente promossi. La critica, mirata e centrata, diventa doverosa. Se a fare quella critica sono i governi nazionali, è imperativo che abbiano le carte in regola. Capita, invece, che alcuni governi siano tutt’altro che impeccabili, nient’affatto al di sopra di ogni sospetto. Notoriamente, l’immigrazione è la tematica sulla quale i governi nazionali, non soltanto sovranisti, non eccellono nel riconoscimento e nella messa in atto di diritti. Le responsabilità si estendono a livello europeo a causa delle difficoltà a formulare politiche comuni, condivise, efficaci. Eppure, è opinione diffusa tanto nelle capitali degli Stati-membri quanto, ancor più, a Bruxelles che problemi come l’immigrazione non possono che richiedere soluzioni al livello decisionale più elevato.

La soluzione proposta dai radicali, prima da Pannella, poi da Bonino, è sempre coerentemente stata “più Europa”. Pertanto, è esattamente il contrario di quello che vogliono i sovranisti di ogni ordine e grado, cioè recuperare brandelli di sovranità, si badi, non “rubata” dall’Unione, ma, a suo tempo, consapevolmente e deliberatamente ceduta dagli Stati-membri. Gli ex-Presidenti del Consiglio italiani Enrico Letta e Mario Draghi, sicuramente non radicali, non hanno dubbi: completare il mercato unico e procedere a maggiore integrazione economica e “culturale” (che non significa non auspicabile omologazione).

Nonostante la sua notevole capacità di manovra Giorgia Meloni non ha finora saputo superare molte sue ambiguità e formulare una autentica politica europea/europeista. Condizionata dal suo intimo sentire sovranista e da troppe pessime affinità con alcuni altri dirigenti sovranisti europei, tenta politiche equilibriste che, sostanzialmente non riescono. La sua coalizione alberga il mediocre similsovranista Salvini ed è sfidata dal sovranista dei nostri stivali Vannacci. Finora le contraddizioni del governo di centro-destra non sono esplose. Per sua fortuna il campo largo è attraversato da componenti apertamente filorusse e da incapacità poco europeiste addirittura elette nel Parlamento europeo.

Fintantoché le elite politiche italiane, a cominciare dai governanti di oggi e di domani e dai loro acidi oppositori, non si renderanno conto che il loro paese può prosperare e contare esclusivamente se contribuisce, in maniera preparata e incisiva, all’Unione Europea e alle sue politiche, giocheremo solo di rimessa e l’Italia sarà zavorra. “Di rimessa” e “zavorra” sono parole comprensibilmente del tutto assenti nel lessico dei veri europeisti alla Altiero Spinelli e Emma Bonino.

Pubblicato il 16 settembre 2026 su Domani

Podcast #lastoriasiamonoi Gianfranco Pasquino presenta “Il bello della politica” #RaiPlaySound

https://www.raiplaysound.it/audio/2026/08/I-podcast-di-Play-books-Ep253—La-storia-siamo-noi-30835300-5ce0-481e-8184-270648f9581a.html

I Podcast di Play Books

253. La storia siamo noi

Ne libro “Il bello della politica” (Il Mulino) lo studioso Gianfranco Pasquino rammenta che la politica appartiene alla comunità.

11 Set 2026

Il bello della politica
Idee, comportamenti, protagonisti

il Mulino 2026

È uscito “Democrazie e no”di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi per UTET #alfabeto

Gianfranco Pasquino, Marco Valbruzzi, Democrazie e no, UTET 2026

C’è un gran parlare di “crisi della democrazia”, ma di quale democrazia? Perché c’è la democrazia ideale, fatta di libertà, autogoverno, ricerca della giustizia sociale e della felicità. Quell’ideale di democrazia, dato forse fin troppo per scontato in Occidente, vive nelle menti, nei cuori e nelle speranze di moltissime persone, comprese quelle che scendono in strada in Paesi autoritari e repressivi. Quell’ideale non è affatto in crisi. Ma non lo sono davvero neanche le democrazie reali, cioè quelle che i cittadini, i rappresentanti eletti e i governanti hanno costruito, mantengono e trasformano. Hanno casomai, come sempre, molti problemi di funzionamento: cittadini poco interessati, male informati, non partecipanti; rappresentanti impreparati; governanti deboli, incapaci, corrotti; istituzioni – governo e parlamento – mal congegnate. Ma le democrazie reali hanno dimostrato di saper imparare. Risolvono di volta in volta i problemi, si riformano. E incontreranno sempre nuovi problemi. Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi, affermati e appassionati studiosi di scienza politica, affrontano con calmissimo furore entrambi gli aspetti: ricostruiscono gli elementi alla base della democrazia come ideale e come pratica, così da poter distinguere tra democrazie e no; e analizzano, dati alla mano, le ondate di espansione delle democrazie reali, oggi presenti in oltre cento Paesi. Con una certezza: se potete chiedervi che cosa può fare per voi il sistema politico e influenzarlo, significa che vivete in una democrazia reale. Ed è sempre possibile mantenerla e migliorarla.

Senza empatia non si vince. La politica ha perso il popolo @DomaniGiornale

Non sottovalutare come un semplice campanello d’allarme il voto di circa un milione e mezzo di elettori tedeschi del Land Sassonia-Anhalt situato nella Germania orientale è molto opportuno. Affermare che quel voto suona la campana a morte della democrazia in Germania, dell’Unione Europea e, alla fin fine, dell’Occidente come lo abbiamo conosciuto mi pare piuttosto esagerato. La traduzione dell’accertato cospicuo successo elettorale di Alternative für Deutschland nella formazione del governo regionale dipende da molte variabili le più importanti delle quali sono due. Primo, trovare alleati per raggiungere la maggioranza assoluta di seggi. Secondo, se i partiti di centro-sinistra vorranno e sapranno erigere un muro di fuoco, un legittimo cordone sanitario contro chi, come, appunto, l’AfD, vanta un programma eversivo di non pochi aspetti della politica democratica. Per ottant’anni le democrazie europee sono riuscite non soltanto a tenere sotto controllo gli attacchi ai loro principi fondativi che venivano da destra e da sinistra, ma hanno costretto i non-democratici ad accettare le regole del gioco.

L’insorgenza di destre estreme, pur di dimensioni differenti, in tutti gli Stati-membri dell’Unione Europea, motiva la ricerca di quali siano i fattori comuni e di quali possano essere le risposte, più o meno simili. Inevitabilmente, la politica mirerà a produrre decisioni che soddisfino gli interessi concreti e le aspettative materiali di alcuni ceti sociali. Sono risposte non necessariamente sbagliate, ma spesso inadeguate. Quasi tutti i sondaggi rilevano e rivelano che le due tematiche salienti nel comportamento di voto a favore delle destre estreme, e anche dei MAGA negli USA, sono l’immigrazione e la sicurezza. Sono tematiche piuttosto strettamente collegate. Gli immigrati costituiscono una minaccia per i posti di lavoro non particolarmente qualificati. Più spesso degli autoctoni, gli immigrati praticano la micro e la meso criminalità e troppo spesso le autorità politiche si mostrano propense a condonarli per il loro avere agito in stato di necessità. Ne conseguono due potenti stati d’animo fra gli autoctoni: il risentimento e la voglia di riconoscimento.

I ceti medio-bassi si sentono, da un lato, trattati in maniera qualitativamente sfavorita rispetto agli immigrati (nella Germania dell’Est dopo sette lustri di una forse, frettolosa e affrettata unificazione politica, anche rispetto ai Wessi, i loro connazionali “occidentali”), dall’altro, non adeguatamente riconosciuti nella loro dignità personale. Dunque, il loro voto servirà a punire le elite politiche tradizionali che li hanno trascurati considerandoli spesso una componente deteriore dell’elettorato. Quando, poi, le politiche di benessere diventano più difficili, più rare, poco incisive, il risentimento nei confronti degli immigrati si accentua e diventa di per sé un fattore sufficiente a motivare il voto a favore dei partiti che lo accentuano e lo accolgono a braccia aperte.

“La politica si fa con la testa, ma non solo con la testa” scrisse più di un secolo fa il grandissimo sociologo tedesco Max Weber. A bloccare e a rovesciare la resistibile ascesa delle destre estreme in Europa, non basteranno politiche tutte razionali e ragionevoli: filtrare meglio l’immigrazione, garantire maggiore sicurezza oggi e domani, rendere più efficiente e ricettiva l’Unione Europea. Sono tutti compiti da svolgere il prima e il più comprensivamente possibile, anche in Italia. Contemporaneamente, sarà necessaria, anche in Italia, una risposta culturale e sociale di alto livello definibile come empatia. Fare sapere ai cittadini che si sentono soli, trascurati e irrilevanti che le élite, soprattutto, quelle politiche, ma anche quelle sociali e intellettuali, si curano di loro, delle loro condizioni di vita, delle loro speranze. Le folle solitarie sono facili prede di movimenti estremisti. Organizzarle empaticamente le sottrae a quello che, gli europei dovrebbero averlo imparato e non dimenticato, sarebbe un esito gravissimo e dannosissimo. Sono lezioni che valgono anche per l’Italia.

Pubblicato il 9 settembre 2026 su Domani

Pensieri su incumbents, sfidanti e durata dei governi #ParadoXaForum

Gli incumbents, i detentori di una carica elettiva al momento del suo rinnovo, godono sempre di qualche vantaggio rispetto agli sfidanti, i challengers. I due vantaggi più importanti quasi sicuramente sono la visibilità politica e la possibilità di presentare un bilancio di quello che hanno fatto e non fatto. Del malfatto parleranno, se ne sono capaci, gli sfidanti. Ai cittadini elettori sarà relativamente facile valutare se le politiche degli incumbents sono state di loro giovamento, vale a dire se hanno migliorato le loro condizioni di vita. Molto più difficile, per quei cittadini e, più in generale per tutti, a cominciare dagli operatori dei mass media, sarà valutare le promesse degli sfidanti.  Talvolta, però, nei regimi democratici, anche gli sfidanti possono avere un passato da incumbents. Quindi, ai cittadini elettori che ne hanno qualche ricordo sarà possibile valutare quelle esperienze è possibile. Ad esempio, gli sfidanti di Giorgia Meloni hanno appena tentato di sminuire la portata del conseguimento del record di governo di maggiore durata della storia dell’Italia repubblicana. Giuseppe Conte, già Presidente del Consiglio di due governi di durata comparativamente medio-bassa, ha affermato che, cito, “la durata è un’aggravante”. Matteo Renzi, che se ne intende (sic), ha fatto notare che la durata si è accompagnata ad una grave sconfitta referendaria (senza contare i pasticci, non esclusivi, su legge elettorale e cosiddetto premierato). La segretaria del Partito Democratico ha più correttamente preferito fare i conti con il costo cresciuto del carrello della spesa, asserendo che “dopo questi quattro anni di governo Meloni gli italiani stanno peggio”.
   Dovrà Elly Schlein essere più precisa e puntuale sul terreno della valutazione, individuando meglio chi sta peggio e le politiche o la loro assenza che sono responsabili del peggioramento. Intravedo tre problemi che i challengers dovranno affrontare. Il primo consiste nello scrivere un illeggibile e inspiegabile programma complessivo vago negli elementi conflittuali fra gli sfidanti. Il secondo è cercare di non annegare in critiche ai governanti e in recriminazioni fastidiose per non pochi elettori. Il terzo consiste nell’incapacità di fare emergere le priorità e l’originalità delle soluzioni proposte, anche per l’invidia e la concorrenza fra di loro sfidanti.

Il convitato, nient’affatto di pietra, in questo inizio di lunga campagna elettorale, rimane proprio la stabilità del governo. Con un passato di governi instabili, conflittuali, fatti cadere da loro stessi, gli sfidanti dovranno cercare di convincere gli elettori decisivi che hanno imparato la lezione. Prometteranno di dare vita ad governo che intendono condurre fino alla fine della legislatura? Finora non sono riuscito a trovare nessuna premessa convincente di questo impegno tanto solenne quanto cruciale. So che quando le opposizioni sono inadeguate, i governi possono galleggiare, durare a lungo, rivincere le elezioni. Ripiombare nella stabilità e vantarsene. Giustamente.       

Pubblicato il 7 settembre 2026 su PARADOXAforum

Pensare record di governo e leadership politica #ParadoXaforum

Il 4 settembre il governo guidato da Giorgia Meloni, il Meloni 1, diventerà il più longevo governo della Repubblica, avviandosi al record di unico governo di legislatura nell’intera storia della nazione italiana. Non solo questo record è prestigioso di per sé, ma è comparativamente significativo poiché le democrazie multipartitiche europee hanno governi di coalizione esposti all’instabilità. Sappiamo che la stabilità governativa è un valore in sé, ma quando non si accompagna all’efficacia decisionale rischia di essere poco più di sterile immobilismo. Il governo Meloni non è stato immobilista, ma le sue prestazioni (performance) sono certamente state inferiori alle promesse elettorali. In qualche caso, ad esempio, la separazione delle carriere dei magistrati e il cosiddetto premierato, sono risultate sconfitte, la separazione, e mandate in soffitta, il premierato. Anche in materia di riforma elettorale, tuttora infuriante, difficile pensare che l’esito sarà una vittoria.

La valutazione complessiva dell’attività del governo, di qualsiasi governo, è sempre difficile richiedendo, a mio modo di vedere, due insiemi di elementi. Il primo è quanto fatto dal governo negli ambiti che lo hanno visto maggiormente impegnato: l’economia, l’immigrazione, la sicurezza, l’Europa. Il secondo è l’inevitabile paragone con quello che sarebbe riuscito a fare un governo progressista. L’esercizio è, debbo usare un aggettivo un po’ logoro, tanto intrigante quanto necessario. Le proposte dell’opposizione progressista non sembra abbiano finora sfondato nell’elettorato, mentre le prestazioni governative sono sostanzialmente risultate non del tutto soddisfacenti.

Più che soddisfacente, nelle condizioni date, è stata la leadership politica di Giorgia Meloni. In quanto capo di Fratelli d’Italia, non solo ha fatto crescere il partito dal 4 per cento al 28/30 per cento, ma lo ha tenuto unito e non teme sfidanti. In quanto leader della coalizione, ha saputo neutralizzare l’irrequietezza malsana di Salvini e rinunciato ad approfittare della debolezza strutturale di Forza Italia e del Ministro Tajani. Infine, in quanto Presidente del Consiglio, da un lato, è riuscita a ricucire tutte le differenze d’opinioni e gli strappi di ministri, Santanchè, e sottosegretari, Delmastro DelleVedove, fin troppo difendendo il loquace e perdente Ministro Nordio, dall’altro, ha esibito la sua presenza sulla scena internazionale con impegno e gusto, anche se i risultati sono stati piuttosto magri. 

La legge finanziaria per il 2027 e la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento nell’autunno dell’anno prossimo permetteranno di avere altri elementi conoscitivi e di valutazione. Mi pare facile immaginare che Giorgia Meloni giustamente investirà al massimo sulla sua persona(lità) e sui suoi record. Anche per questo motivo la selezione della leadership del campo più o meno largo, dove gli ego sono piuttosto gonfi, potrebbe essere cruciale.  

Pubblicato il 31 agosto 2026 su PARADOXAforum

La legge serve a eleggere non a governare @DomaniGiornale

Potrebbe essere utile sapere che le democrazie scandinave, in testa a tutte le valutazioni della qualità della democrazia, scelsero un sistema elettorale all’inizio del secolo scorso e, fatti salvi alcuni interventi minori, continuano a votare con quel sistema (proporzionale). Più in generale, praticamente in nessun sistema politico democratico, si sono fatte e si fanno riforme elettorali introdotte dal governo in carica per evitare sconfitte. Vero è che nessuna legge elettorale è perfetta, ma prima di valutarne la qualità è opportuno stabilire che cosa si vuole conseguire con una specifica legge. Tutti i grandi studiosi di elezioni, sono molti e di nazionalità diversa: norvegesi e francesi, inglesi e tedeschi, statunitensi e latinoamericani, più un paio di italiani, hanno regolarmente concordato sul compito fondamentale, costitutivo, specifico delle leggi elettorali. Servono, anzitutto e soprattutto, a eleggere il Parlamento, a dare rappresentanza politica agli elettori. Da nessuna parte al mondo, in nessun sistema politico e in nessun tipo di governo (presidenziale, semipresidenziale, meno che mai parlamentare) esiste un sistema elettorale che dà vita al governo di quel paese. Perseguire, come hanno troppo spesso fatto i sedicenti riformatori italiani, un obiettivo improprio, comunque irraggiungibile, non soltanto produce distorsioni gravissime nella rappresentanza politica, ma è destinato al fallimento.

Il problema cruciale dell’attuale disegno di legge elettorale, primo firmatario Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati è dato precisamente dalla ricerca dei meccanismi, dei marchingegni che assicurino alla coalizione più votata un numero di seggi superiore alla maggioranza assoluta sia alla Camera sia al Senato. Nella consapevolezza che nessuna coalizione è in grado di ottenere il 50 percento più 1 dei voti, diventa imperativo ricorrere ad un premio in seggi da attribuire alla coalizione più votata. Qui cominciano gli inevitabili, ma sgraziati, balletti numerici: soglia percentuale minima per accedere al premio e numero di seggi in premio. Il rischio di sbagliare i conti è alto tanto quanto alto è quello di una censura della non sempre impeccabile Corte Costituzionale (dove mi pare non seggano esperti elettorali).

   Curiosamente, molto contrario al ballottaggio per l’elezione dei sindaci, il centro-destra propone proprio il ballottaggio se nessuna delle due coalizioni raggiunge la soglia minima per il premio. Opportunismo impuro, ma semplice. Dovremmo, invece, essere molto più preoccupati dalle numerose distorsioni della rappresentanza politica. Quasi certo è che i parlamentari eletti con il premio di maggioranza non avranno nessun incentivo a fare del loro meglio per rappresentare elettori sconosciuti e inconoscibili e collegi inesistenti. Consapevoli che la loro ricandidatura dipende dai vertici del partito a loro daranno servizio e obbedienza. Non saranno i soli poiché, a prescindere da come finirà il balletto sulle preferenze, numero, con il rischio cordate come esito e premessa dell’esistenza di correnti, chiedo scusa,” sensibilità” (sic), e modalità, alternanza di genere, che non mi pare porti bene alle donne e alla loro indipendenza e autorevolezza politica, c’è la grande distorsione rappresentata dai capilista bloccati. Improbabile che, tranne poche eccezioni virtuose, quei capilista vogliano essere e si sentano legittimi rappresentanti del collegio. Piuttosto, saranno percepiti e opereranno come commissari del partito, del suo segretario, dei capi corrente.

Insomma, la stabilità di un governo fabbricato dal premio in seggi, ma il molto stabile governo recordman Meloni 1 non è nato così, verrebbe profumatamente pagata da carenze enormi in termini di rappresentanza. Sono carenze che alienano i cittadini dalla politica e non garantiscono affatto che i governanti abbiano o acquisiscano la capacità indispensabili a svolgere il loro compito. Si prenda atto che la legge Bignami può fare peggio della vigente legge Rosato e con saggezza very British se ne concluda “better the devil we know”. Non sapendo riformare teniamoci l’usato che, anche nei non pochi difetti, ci è noto.

Pubblicato il 2 settembre 2026 su Domani