VIDEO “AMARE LA POLITICA” War Room Books – Davide Giacalone dialoga con Gianfranco Pasquino

Non è in crisi la democrazia, ma alcune democrazie
AMARE LA POLITICA

Davide Giacalone ne discute con Gianfranco Pasquino, Professore emerito di Scienza Politica Università di Bologna, Socio Accademia dei Lincei, autore diIl bello della politica” (Il Mulino)

L’impossibile amicizia tra “colleghi” sovranisti @DomaniGiornale

Meno che mai la politica estera di un paese democratico deve dipendere dagli umori e dagli amori di coloro che occupano temporaneamente le cariche di governo. Come punto di partenza c’è sempre l’interesse nazionale che dipende dalla storia, dalle caratteristiche, geografiche, politiche (eccola la geopolitica), economiche, culturali, valoriali di quel paese. Certo, i governanti avranno preferenze e discriminazioni, ma le articoleranno e le giustificheranno con riferimento agli obiettivi nazionali, agli eventuali vincoli, ai valori fondamentali. Le possibili, rare e spesso occasionali, amicizie personali fra i leader hanno poca influenza sulle scelte davvero importanti e sono comunque destinate a non durare nel tempo. I leader, in special modo quelli democratici, passano più o meno rapidamente; gli interessi nazionali, salvo imprevedibili sconvolgimenti, restano, esigono di essere coltivati, difesi, promossi.

La politica estera di tutti i sistemi politici democratici ha una storia di alleanze e preferenze maturate e consolidate. Qualche volta, lo appresero i socialisti italiani alle soglie del centro-sinistra, lo confermò Enrico Berlinguer accettando di rimanere dalla parte della NATO, l’accettazione della politica estera esistente è il biglietto d’ingresso in qualsiasi eventuale coalizione di governo. Nel caso italiano, oltre alla NATO, quel biglietto è decisivo solo se ricomprende anche l’accettazione della membership nell’Unione Europea.

Fin dall’inizio della sua oramai lunga (sic) esperienza di governo, Giorgia Meloni ha cercato di declinare il suo sovranismo marcando le distanze politiche dall’Unione Europea, pur tentando di stabilire qualche buon rapporto personale, con Ursula von der Leyen e con Viktor Orbán. Tuttavia, il suo irriducibile sovranismo la conduceva logicamente e politicamente a puntare su un rapporto speciale, amicale, con il più potente, plateale e presuntuoso dei sovranisti: il Presidente USA Donald Trump. La verità è che i sovranisti, nella misura in cui pongono i loro interessi nazionali al primo, non negoziabile, posto della loro politica estera non possono permettersi il lusso di avere amici che, a loro volta perseguano indefettibilmente i propri interessi nazionali.

Nel caso in esame, apparve subito evidente che Trump non voleva e non riconosceva amici quando impose dazi a qualunque interlocutore non gli garbasse, su qualunque prodotto ritenesse concorrente sleale di produzioni americane. Autoincoronatasi pontiera tra Trump e l’Unione Europea, Giorgia Meloni non riuscì mai a svolgere nessun ruolo poiché Trump non vuole negoziare con l’Unione. Vuole smembrarla. Dal canto loro, alcuni stati-membri dell’Unione possono vantare più peso dell’Italia nei rapporti con gli USA, ma tutti sanno che l’Unione fa ancora più forza. Allora la politica che ha finora fatto Giorgia Meloni non solo non serve all’Unione, ma la indebolisce e la rende giustamente sospettosa nei confronti dell’Italia. Per di più, qualsiasi presa di distanza dall’amico Trump viene da lui variamente stigmatizzata con insulti e offese alla leader e all’Italia.

Sulla sua pelle, Meloni dovrebbe avere imparato che alla Casa Bianca siede temporaneamente non un amico, ma nel migliore dei casi un collega sovranista, quindi alleato quando gli fa comodo, ma sempre alle sue esose condizioni. Non durerà ancora molto, al massimo per altri due anni dopodiché, se Meloni sarà ancora in carica, Meloni dovrà fare i conti con qualcuno che difficilmente potrà chiamare “amico”.

Non bisogna, secondo la sovranista Meloni, indebolire l’Occidente, allontanandosi da Trump. In verità, l’Occidente viene indebolito da Trump che vuole dividere gli europei. Non sappiamo che politica estera farà il successore di Trump, ma due elementi già conosciamo. Primo, molti di quei settantasette milioni di elettori di Trump nel 2024 rimarranno su posizioni sovraniste tutt’altro che amichevoli nei confronti dei leader europei. Secondo, per quanto tentennante, mal coordinata e poco incisiva, la politica estera dell’Unione contiene potenzialità che nessun singolo stato membro, più o meno orgogliosamente sovranista, può eguagliare. La lezione è chiara.

Pubblicato il 23 giugno su Domani

Per un’opposizione credibile servono proposte e persone @DomaniGiornale

C’è qualcosa di antico, anzi di nuovo nella imminente (immanente) campagna elettorale italiana. Nuovo, da record, non da sminuire, è il governo che una donna politica è riuscita a guidare per l’intera legislatura. Nascondendo le differenze, i litigi, le contraddizioni, quella donna e la sua coalizione esalteranno le loro prestazioni, quanto hanno fatto di positivo per la nazione in patria e nel mondo. Di antico, ci sono le opposizioni che hanno finora per lo più preferito marciare divise, poi non sempre mostrandosi capaci di colpire unite. Molto male farebbero queste opposizioni se scegliessero come priorità quella di criticare quanto il governo Meloni, Salvini, Tajani, ha fatto, non fatto, fatto male. Non basteranno le promesse di più e meglio. Sarà indispensabile che quelle promesse siano credibili e appaiano traducibili con competenza e efficienza in politiche pubbliche.

Per le opposizioni non si tratta, come troppo spesso stancamente viene affermato, di stilare un programma ampio, esauriente, elegantemente confezionato, sostanzialmente ad uso e consumo degli addetti ai lavori, già alacremente pronti a farvi le pulci. Si tratterebbe semmai di individuare alcune poche priorità e, soprattutto, di formulare soluzioni precise, praticabili, meglio se altrove già messe in pratica con successo. Senza dubbio i temi importanti sono chiaramente visibili: salari, salute, sicurezza. Sono strettamente collegati al necessario sviluppo economico e meglio conseguibili con politiche solidali a livello europeo.

Le idee e le priorità cammineranno sulle gambe dei candidati. Appena saranno definiti i collegi del nuovo pasticcio elettorale, le opposizioni hanno l’obbligo di procedere alla individuazione delle candidature più adeguate. Se, come fermamente credo, la disaffezione degli italiani segnala non una imprecisabile crisi di governabilità quanto, piuttosto, una enorme crisi di rappresentanza politica: gli elettori non vengono neppure cercati dai candidati che, più o meno paracadutati, risponderanno ai loro dirigenti e non al collegio nel quale non vivono e non torneranno, allora la selezione delle candidature è compito di decisiva, assoluta rilevanza. Esistono un po’ dovunque nel Bel Paese uomini e donne, con una storia professionale, sociale, anche politica, che li rende candidati quasi naturali per quel collegio. I candidabili non dovranno ipocritamente dire di essere al servizio di tutti. Al contrario, dovranno spiegare che hanno preferenze politiche, quelle della loro coalizione, conoscenze tecniche, capacità personali atte a guidare motivatamente gli elettori che vogliono cambiare il governo senza correre due rischi. Nessun salto nel buio nessuno sprofondo in incessanti contrattazioni e prese di distanza all’interno della coalizione. Esistono alcuni clamorosi esempi di elezioni nelle quali la vittoria è stata negata allo schieramento chiaramente in testa nei sondaggi da poche percentuali di elettori fortemente preoccupati da un possibile esito di non governo.

Le priorità programmatiche entreranno in parlamento con i rappresentanti eletti che meglio di chiunque altro si troveranno in condizioni di scegliere le modalità con le quali garantire la sicurezza sul territorio: agenti di quartiere?; la salute, medici di base?; persino, il sistema scolastico. Quei rappresentanti sapranno poi spiegare agli elettori le sintesi effettuate dai loro governanti e, eventualmente, emendarle nei punti dolenti. Ridare centralità al Parlamento, cioè alla sovranità popolare, è una promessa più che apprezzabile.

Nessuna nazione, neppure quelle della tuttora prospera, libera e democratica Europa, può affrontare con successo le sfide che la storia pone di volta in volta, da ultimo quella dell’Intelligenza Artificiale. Oggi e domani, in special modo in Italia, di fronte all’opportunismo peloso del governo Meloni, l’europeismo, con tutte le sue implicazioni anche militari, deve essere con coerenza, impegno, convinzione il progetto politico, la proposta di governo delle opposizioni. Hic Bruxelles hic salta.

Pubblicato il 16 giugno 2026 su Domani

Dai Maga a Netanyahu: se nessuno si fila più l’imperatore Trump @DomaniGiornale

Con il crollo del comunismo in Europa e la disintegrazione dell’Unione Sovietica, alla metà degli anni Novanta del secolo scorso, gli Stati Uniti d’America si trovarono ad essere, scrisse il grande politologo di Harvard Samuel P. Huntington, the lonely superpower. Non l’unica superpotenza, ma la superpotenza solitaria con tutte le opportunità e tutte le responsabilità che ne derivavano. Gli USA o, meglio, i loro Presidenti non seppero sfruttare l’insperata e inattesa occasione. Avrebbero dovuto, secondo Huntington, cercare di allargare e consolidare la loro rete di alleanze, utilizzando all’uopo quella ingente quantità di soft power di cui, secondo Joseph S. Nye, disponevano. Prodotti culturali, musica e cinema, investimenti e expertise, aiuti monetari e sostegno all’istruzione e alla salute di molti popoli erano un ottimo modo per ridurre la diffidenza largamente diffusa nei loro confronti da parte di molti paesi in via di sviluppo. L’attentato alla Torri Gemelle fu seguito dall’infausta dichiarazione di guerra al terrore del Presidente repubblicano George W. Bush, che si tradusse nell’intervento in Iraq contro Saddam Hussein. Ma, soprattutto, divise profondamente gli alleati europei, con la “vecchia Europa”, rappresentata da Francia e Germania, apertamente contraria. Invece di tessere una rete di amicizie e benevolenze aggiuntive, gli USA dovettero fare anche i conti con la crescita e l’affermazione della subdola superpotenza cinese. Make America Great Again è lo slogan, il progetto politico del Presidente repubblicano Donald Trump, condiviso, possiamo ben dire, dai 77 milioni di elettori che lo votarono nel novembre 2024. Non è fatto di sfumature e raffinatezze. Niente soft power, considerato una debolezza deleteria dei Democratici che si è riflessa negativamente sul prestigio e il potere degli USA. Nessun trattamento di favore per nessuno in campo economico, ma dazi altissimi per favorire le produzioni americane e per recuperare una posizione dominante. Nessuna partecipazione a organizzazioni sovranazionali che, come quelle del Commercio Mondiale e della Sanità pongano regole, ne chiedano il rispetto e abbisognino di finanziamenti. Che gli europei si paghino almeno parte delle ingenti spese militari della Nato per la loro difesa. Infine, la decisione che ha prodotto conseguenze negative immediate più pesanti è stata la chiusura della US Agency of International Development, forse l’esempio di maggior successo nel finanziamento e nel compimento di una enorme varietà di progetti di sviluppo: soft power al meglio delle sue possibilità.

Se del soft power si può fare a meno, pagando un prezzo in termini di popolarità e prestigio internazionale, gli investimenti in hard power debbono funzionare, supplire. Finora l’unico, parziale successo di Trump è stato il rapimento e la sostituzione del Presidente venezuelano Maduro, ma di ritorno alla democrazia in Venezuela non sembra esserci nessun segno e nessun interesse. Ambito oggetto di mire annessionistiche, la Groenlandia ha ricevuto sostegno da, lo scriverò con enfasi, tutto il mondo libero e democratico e mantiene il suo status. Cuba è sotto osservazioni, ma finora, Trump e Rubio sono rimasti allo stato verbale. Non hanno nessuna strategia

Tempo fa, ossessivamente, Trump aveva avanzato la sua candidatura al Premio Nobel per la Pace, vantandosi di avere fatto concludere sette/otto guerre. Discutibile. Quello che è certo è che il Primo ministro israeliano Netanyahu non fa nulla di quello che con lunghe telefonate Trump gli chiede e Trump sembra non avere gli strumenti per imporgli le sue preferenze. L’Ucraina è almeno temporaneamente uscita dall’orbita del suo impegno. Il caso più clamoroso è quello dell’Iran. Scatenata la guerra quasi con l’obiettivo di cancellare il regime degli ayatollah e dei pasdaran, Trump è in stallo. Sono oramai 37 (trentasette) volte che dichiara di avere raggiunto un accordo, smentito dalla controparte. Il Nobel per la pace può aspettare, ma la sterile tracotanza di Trump pesa sulle nostre bollette e soprattutto su troppe vite.

Pubblicato il 9 giugno 2026 su Domani

Sterilizzare la presidenza: è il sogno proibito di Meloni @DomaniGiornale

La Festa della Repubblica è la Festa della sua Costituzione, di una Costituzione da tempo sotto attacco. La Festa della Repubblica è ancora meglio interpretabile come la festa della democrazia parlamentare italiana, altrettanto, più subdolamente, sotto attacco. Infine, la Festa della Repubblica da molti anni, ma in particolare da quando il Presidente è Sergio Mattarella, è diventata anche il giorno nel quale si elogiano i grandi meriti del Presidente. Nonostante moltissimi problemi politici, fra i quali quelli derivanti dal declino qualitativo dei partiti e dei loro esponenti e rappresentanti, la forma italiana di governo parlamentare ha dimostrato di sapere affrontare sfide, politiche, economiche, istituzionali, sociali, anche impervie e di superarle. Questo avviene anche, qualche volta in special modo, grazie agli interventi del Presidente della Repubblica.

A lungo confinato in un ruolo quasi notarile, definito super partes per ricordargli, forse intimargli, che non deve interferire nella politica dei partiti, considerando del tutto cerimoniale il suo compito di rappresentanza dell’unità nazionale (art. 87), il Presidente sembrava una figura enigmatica, poco influente, un predicatore inutile (scrisse di sé il Primo Presidente Luigi Einaudi). Naturalmente, nessuno dei Presidenti che si succedettero pensò che il Quirinale dovesse essere il luogo del loro dorato pensionamento, ma fatte salve alcune “intemperanze” caratteriali, tutti tennero basso il livello di protagonismo. La loro carriera politica aveva raggiunto il punto più elevato, quindi nec plus ultra.

Il crollo dei partiti fra il 1989 e il 1994 aprì un enorme spazio politico all’esercizio dei molti poteri che i Costituenti avevano attribuito al Presidente della Repubblica. Per esercitarli nel modo migliore e nel modo più esteso possibile, avere frequentato il parlamento e avere imparato che esiste una vera triangolazione Presidente/Parlamento/Governo (istituzioni separate che condividono poteri) era essenziale. Non è, pertanto, affatto casuale che i due Presidenti più interventisti siano stati Oscar Luigi Scalfaro e Giorgio Napolitano, difensori del parlamento e parlamentari di lunghissimo corso. A fronte della debolezza dei partiti furono loro a dispiegare i poteri presidenziali di nomina del Presidente del Consiglio (e, su proposta di questo, i Ministri) e di scioglimento (oppure no) del Parlamento, con conseguenze politiche e istituzionali di enorme importanza.

Problemi simili ha dovuto affrontare il Presidente Mattarella e con stile personale meno fiammeggiante ha dato risposte istituzionali simili a quelle dei suoi predecessori, compatibili con una concezione della politica che attribuisce chiare responsabilità ai protagonisti. Alte lamentazioni, talvolta non distanti da crisi isteriche, sono regolarmente venute da destra contro i tre presidenti accusati di essere di parte. Memorabile la riposta affermativa di Napolitano: “sto dalla parte della Costituzione”. Mai tenera con quei presidenti, Giorgia Meloni ha ridefinito la sua strategia. Non più critiche sferzanti e attacchi pesanti, meglio neutralizzare il Presidente, espropriarlo di quei poteri con i quali potrebbe/può intralciare l’attività del governo.

Se nella legge elettorale in discussione c’è una disposizione che obbliga i partiti, eventualmente le coalizioni a inserire il nome del loro candidato alla Presidenza del Consiglio, quel candidato/a il Presidente sarà politicamente obbligato a nominare. Non vorrà mica tradire il voto del popolo elettore? Se, come sta scritto nel ddl sul premierato elettivo, il Presidente del Consiglio chiede lo scioglimento del Parlamento, il Presidente della Repubblica non potrà rifiutarsi adducendo la possibilità di un’altra maggioranza parlamentare operativa, Entrambe le operazioni priverebbero il Presidente dei suoi due più importanti poteri istituzionali. Lo sterilizzerebbero fino a quando, terminato il suo mandato assurgerà a senatore a vita.

Non si perda di vista l’esito complessivo. Ridimensionato il Presidente della Repubblica, eletto direttamente del popolo il Presidente del consiglio, la forma italiana di governo non sarebbe più parlamentare. Diventerà altro, più rigida e più vulnerabile. Poco da festeggiare.

Pubblicato il 2 giugno 2026 su Domani

Le colpe di chi vuole premiare il generale @DomaniGiornale

Sono tanti coloro che hanno, più o meno consapevolmente, contribuito alla ascesa, che sembra, (ir)resistibile nei sondaggi del Gen. Roberto Vannacci. Trovare le responsabilità intorno a lui, nel variegato mondo della destra italiana, non significa in nessun modo che Vannacci stesso non ci abbia messo molto di suo nel trovare, interpretare e esaltare tematiche che la destra estrema, in Italia e in Europa ha da sempre considerato sue e arditamente cavalcato. La disponibilità e la salienza di quelle tematiche sono alla base del successo, l’elenco sarebbe molto lungo, di Vox in Spagna, di Alternative für Deutschland, di Farage in Gran Bretagna, dei Democratici Svedesi e anche dei MAGA più oltranzisti, e coì via. Incolpare Giorgia Meloni di avere, con le sue ondivaghe politiche sull’immigrazione e sull’Europa, aperto spazi a Vannacci, è un errore. Lo spazio politico per una destra davvero reazionaria e repressiva esiste un po’ dappertutto, soprattutto in Europa e negli USA perché esistono problemi simili: immigrazione, ordine, identità, stili di vita.

Nient’affatto dappertutto, i partiti e le organizzazioni della destra politica hanno, però, aperto opportunisticamente le porte a sfidanti tipo Vannacci. Attualmente, il generale è europarlamentare eletto nelle liste della Lega. Nella sua disperata ricerca di voti per bloccare l’emorragia della Lega, Salvini lo aveva addirittura fatto assurgere alla carica di vicesegretario.  D’altronde, le priorità tematiche esistono tutte, da tempo, anche nella Lega voluta da Salvini. Non avendo responsabilità di governo, Vannacci può permettersi il lusso di declinare le sue proposte nella maniera più estrema possibile. I voti di sfiducia espressi dai suoi parlamentari nei confronti del governo Meloni non possono essere confusi con quelli dell’opposizione. I Vannacci ani vogliono più destra, remigrazione, nessuna politica di genere, nessun aiuto all’Ucraina. I sondaggi dimostrano non sorprendentemente che 5/6 per cento degli italiani condividono queste proposte e sono disposti a votare per la lista Futuro Nazionale.

Non è, come troppi ripetono banalmente e pappagallescamente, un problema culturale, vale a dire che questi potenziali elettori non hanno abbastanza cultura, conoscenze, per capire che l’Italia e l’Unione Europea per “funzionare” economicamente e socialmente hanno bisogno di immigrati, che le discriminazioni di genere e di preferenze sessuali sono indecenti, che fuori dall’Unione Europea l’Italia sarebbe allo sbando. Comunque, “insegnare” tutto questo a cittadini recalcitranti richiederebbe molto tempo e molto impegno condiviso. Sarebbe anche denunciato come un sopruso, un insopportabile e antidemocratico indottrinamento.

    Prima di tutto, è un problema politico. L’immigrazione deve essere controllata dalle autorità e deve avvenire seguendo le regole che, naturalmente, debbono contemplare procedure certe e regolarmente attuate per le espulsioni di chi le viola. Il riconoscimento delle diversità non può implicare premi di nessun genere per i diversi. Bisogna dimostrare che l’Italia sa stare ai tavoli europei grazie alla sua affidabilità e capacità che le consentono di acquisire prestigio e risorse. Qualsiasi ambiguità concernenti queste politiche può essere sfruttata dai vannacciani che, almeno finora, hanno dimostrato di non essere utili idioti. Potrebbero diventarlo? Allearsi con Vox, portare al governo AfD, creare una coalizione che includa i Democratici svedesi è sempre una scelta dei partiti vicini e contigui. Non è mai un obbligo né elettorale né politico. La proposta di nuova legge elettorale primo firmatario il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati Galeazzo Bignami contiene una clausola che rende un accordo con Futuro Nazionale praticamente decisivo per fare sì che Meloni, Salvini, Tajani (e Lupi) ottengano l’agognato premio di maggioranza. Allo stato attuale, il variegato schieramento di centro sinistra ha più voti del centro-destra che potrebbe ribaltare la situazione solo inglobando, a quale prezzo? Futuro Nazionale. Anche in questo caso il problema è politico e la soluzione è ugualmente politica. Rinunciare all’inserimento del premio di maggioranza e prepararsi a costruire un governo fra partiti compatibili che hanno ottenuto seggi, come avviene in tutte le democrazie parlamentari, senza impedire a Futuro Nazionale di rappresentare politicamente il suo elettorato. 

Pubblicato il 1° luglio 2026 su Domani

Video abstract delle lezioni “La Costituzione. Per capire l’Italia, l’Europa, il Mondo”

QUI i video integrali del Ciclo di lezioni “La Costituzione. Per capire l’Italia, l’Europa, il Mondo”, tenuto dal prof. Gianfranco Pasquino, organizzato dall’Istituto Gramsci di Ferrara, in collaborazione con la Fondazione l’Approdo, Isco Ferrara, CGIL e Legacoop.

VIDEO ABSTRACT

Perché l’Italia dei cacicchi vince ancora @DomaniGiornale

C’è chi vince le elezioni, non solo locali, un numero smisurato di volte, quasi tutte le volte che vuole cacicco è o lo diventa . Ha, suscita, “possiede” un consenso, che non è solo elettorale, ma politico che lo segue con affetto, interesse, entusiasmo. Chi pensa che la politica si fa esclusivamente con la testa non è in grado di capire il fenomeno e meno che mai di predisporre, qualora venga reputato necessario, gli antidoti. La politica essendo sempre un rapporto più o meno diretto più meno mediato fra persone non deve stupire che alcuni uomini in politica abbiano in tempi e in luoghi diversi puntato sulle loro capacità e qualità personali per conquistare, esercitare, mantenere, riguadagnare il potere politico di rappresentanza e di governo.

Il termine cacicco, per lo più usato in maniera critica e negativa, nasce nel secolo scorso in America latina. Serve a definire coloro che, in special modo a livello locale, combinano con successo potere istituzionale con potere personale, il secondo a lungo capace di controllare e riprodurre il primo. Il cacicco può fare a meno di qualsiasi affiliazione partitica. Talvolta, la struttura, mai troppo informale, che ha saputo costruire lui stesso nel corso del temo, è più diramata delle organizzazioni d partito esistenti, Ha anche il pregio di essere più flessibile, di saper incorporare nuovi apporti fra coloro che chiedono decisioni politiche consapevoli di dove contribuire qualcosa, e di lasciare cadere il vecchio reso obsoleto e superato da politiche che hanno avuto successo.

Il cacicco non s limita a evidenziare e sconfiggere le carenze dell’attività dei partiti. In molte zone, il cacicco ha cominciato la sua carriera con la critica severa di quanto l’amministrazione locale e la burocrazia nazionale di si sono dimostrati incapaci di fare. Tagliando qualche laccio e lacciolo, inserendo propri consulenti, facendo un uso disinvolto del denaro pubblico e di interessate regalie private, il cacicco dimostra spesso anche di essere più efficiente, addirittura di sapere combinare l’efficienza “Sregolata” con, quando più fa gioco, la compassionevolezza. Lui si occupa del benessere della comunità, lui è sindaco di tutti tranne coloro che fanno i guastafeste, elezioni non le vince lui, ma la comunità al cui servizi lui si mette volentieri con volto sorridente e fare pacato, ma inflessibile con chi intralcia e non contribuisca.

Un po’ dappertutto, anche dove esistono comunità ammaliate dai cacicchi molti dei quali, peraltro possono anche avere successi non irrilevanti, il giudizio sul loro operato è per lo più negativo basato talvolta su criteri moralistici. In molti logghi, America latina, USA, stati africani, Italia, i limiti temporali ai mandati elettivi sono stati introdotti come barriera per impedirei loro lunghi ininterrotti periodi nelle cariche. Passare da una carica all’altra pe sfuggire a quella tagliola non si è rivelata operazione particolarmente difficile per cacicchi in grado di sbandierare successi e trovare capri espiatori: partiti voraci, personalisti e permeabili, burocrazie sorde e tetragone, lobby insidiose e intrusive.

Se, come disse più di una volta un apprezzatissimo speaker della Camera di Rappresentanti USA, il democratico Tip O’Neill “all politics is local politics”, i cacicchi avranno sempre un habitat. Pur senza cedere alla tentazione di pensare che esistano cacicchi buoni e cacicchi cattivi, è possibile  sostenere che senza di loro la politica sarebbe meno vivace e perderebbe folclore. Troppi politici si dimenticherebbero anche che debbono cercare di capire e di interpretare i desideri, le preferenze e le necessità di cittadini. I cacicchi ricordano a tutti che c’è qualcosa che loro sanno furbescamente sfruttare, che non funziona nella politica e negli apparati ammnistrativi. Per liberarsi dei cacicchi senza mettere allo sbando tutti i loro sostenitori non basta lo sdegno altezzoso. Bisogna migliorare il modo di fare politica e riformare l’amministrazione.

Pubblicato il 27 maggio 2026 su Domani

Pluralista, progressista, presbite: la Costituzione italiana #3giugno #Bologna @Unibo Dipartimento SPS

3 giugno 2026
 17:30 – 19:00
Strada Maggiore, 45, Bologna

Pluralista, progressista, presbite: la Costituzione italiana

Lectio Magistralis di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica – Università di Bologna

prof. G. Pasquino

Per partecipare
Ingresso libero – Posti disponibili: 120

Perché partecipare

Questa iniziativa rappresenta un’importante occasione di confronto sui valori fondanti della Repubblica italiana e della sua Costituzione, a 80 anni dalla nascita delle istituzioni democratiche.

Programma

Lectio Magistralis: Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica dell’Università di Bologna

Saluti: Francesco Niccolò Moro, direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali

Introduzione: Alessandro Giacone, docente del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali

Chi interverrà

Contatti

Rappresentare o ingannare. Il dilemma legge elettorale @DomaniGiornale

Le leggi elettorali traducono i voti in seggi. Servono a eleggere i parlamenti, mai, in nessun sistema politico, i governi. Sono sempre congegnate per dare rappresentanza politica agli elettori. La governabilità, “stabilità politica più efficacia decisionale”, dipende soltanto in piccola misura dalle leggi elettorali, in grande misura dalle capacità dei governanti. Il criterio dominante, non esclusivo, per valutare la qualità delle leggi elettorali è quanto potere conferiscono agli elettori.

Per insipienza e per furbizia, né la legge Rosato, attualmente vigente, né la proposta attualmente in discussione, primo firmatario l’on. Galeazzo Bignami, capogruppo dei Fratelli d’Italia alla Camera dei Deputati, rispettano minimamente i criteri sopra esposti. Anzi, coloro che hanno stilato la nuova proposta sembrano essersi, più meno consapevolmente, impegnati a violare quei criteri e intendono graniticamente continuare a farlo, con qualche aggiunta neppure fantasiosa.

I principali obiettivi perseguiti sembrano (i proponenti sono volubili) essere tre. Fare sì, primo, che non si abbia un pareggio fra le due coalizioni. Secondo, che si sappia la sera stessa del voto chi ha vinto. Terzo, che alla coalizione vincente venga attribuito un premio in seggi che le garantisca una maggioranza assoluta da loro considerata la premessa di stabilità e “governabilità”. La legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza configurerebbe, secondo qualche incauto commentatore, il modello elettorale tipicamente e peculiarmente italiano da Acerbo (1923) alla legge truffa (1953) e alla legge Calderoli (2005).

Il disegno di legge Bignami et al., costruito sulla legge Rosato, si configura a sua volta come una legge proporzionale con premio di maggioranza variabile, attribuito eventualmente con ballottaggio, se nessuna coalizione supera il 40 per cento dei voti. Le liste presentate agli elettori al momento sono bloccate, ma quasi come contrappeso i partiti dovranno/potranno inserire nel loro logo il nome della candidata alla carica di Presidente del Consiglio.

Cadendo giulivamente nelle trappole disseminate in qua e in là nel testo, sia i critici sia i sostenitori della proposta si sono accapigliati sui numeri, non sulla qualità della legge. Suggerisco di cestinare testo, audizioni e discussione e di (ri)cominciare (quasi)ex novo, non che ci sia qualcosa da salvare, ma perché bisogna evitare di ripetere gli errori.

Chi vuole una buona rappresentanza politica, essenziale all’esistenza e al funzionamento del Parlamento, deve volere una legge elettorale proporzionale con una soglia di sbarramento che scoraggi la frammentazione di quel che resta del sistema dei partiti. Deve pretendere anche un voto di preferenza (non due, tre, quattro che favorirebbero le cordate) per dare agli elettori la possibilità di premiare chi lo merita, e di riconfermarla/a. A sua volta, il parlamentare così eletto sarà incentivato a tenere conto delle preferenze degli elettori e a trasmetterle al suo gruppo parlamentare e ai suoi esponenti al governo.

   Che male fa leggere sulla scheda i nomi delle candidature a Presidente del Consiglio? Poco male. Infatti, non sarebbe costituzionalmente rilevante. Il Presidente della Repubblica potrà comunque esercitare, ma, immagino con qualche fastidio personale, il suo potere di nomina. Però, è del tutto probabile che si leveranno alte le scandalizzate grida di alcuni politici, di noti conduttori di talk show, di sussiegosi opinion makers: “traditi gli elettori!”, a tutto vantaggio dell’antipolitica e del populismo di bassa lega (oops).

Da ultimo, il “pareggio” in politica non è mai questione soltanto di numeri, ma di disponibilità, accondiscendenze, trasformismi. Sono comportamenti che una cittadinanza attiva e una opinione pubblica informata stigmatizzerebbero, obbligando i pareggianti a darsi regole opportune e adeguate al governo e all’opposizione: essere coesi, disciplinati, ma al tempo stesso attenti ai contributi specifici, mai sbrigativi e narcisisti. L’esperienza svedese tra il 1973 e il 1976 suggerisce che è sufficiente che le camere abbiano un numero dispari di componenti e ne conseguiranno vincitori e vinti.

    Non siamo svedesi, ma qualche volta sappiamo imparare. Chi vince governerà nella piena consapevolezza che politiche pubbliche estreme faranno perdere voti decisivi. Dal canto suo, chi sta all’opposizione non si lancerà in proposte al rialzo perché difficilmente sono premiate dagli elettori “spareggianti” e non saranno poi attuabili. Allora, che i sedicenti riformatori meditino meno sui numeri più sulle idee.

Pubblicato il 23 maggio 2026 su Domani