Le primarie? Facciamole presto e bene @DomaniGiornale

Il referendum l’hanno perso la maggioranza parlamentare che aveva approvato la revisione costituzionale e ha avuto la sicumera un tantino plebiscitaria di chiedere il referendum, il ministro della Giustizia Carlo Nordio che porta la responsabilità del testo, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, a sua volta responsabile del contesto interno e delle sue vantate (e imbarazzanti) amicizie internazionali. Nessuno ha l’obbligo costituzionale di dimettersi, ma almeno il Ministro Nordio dovrebbe cambiare carriera e la Presidente del consiglio cambiare parte del personale di governo e alcune politiche. Il referendum l’hanno vinto circa 15 milioni di elettori con una del tutto lecita “accozzaglia” di motivazioni: revisione brutta, inutile, pericolosa; governo inadeguato; Meloni arrogante e sfuggente dalle sue responsabilità. Fra le motivazioni c’è certamente anche la richiesta di cestinare subito la pessima proposta di riforma elettorale, di lasciar perdere il premierato e, non da ultimo, preparare un governo diverso costruito su e da coloro che si sono opposti con successo alla revisione costituzionale.

Sappiamo che quei davvero molti milioni di voti non sono automaticamente traducibili in altrettanti e, magari, più voti per il “campo largo” senza defezioni probabili e senza aggiunte auspicabili. Sapevamo già da prima del voto che uno degli elementi che rendevano difficile la costruzione di una coalizione alternativa e coesa riguarda l’attribuzione della leadership della coalizione con Giuseppe Conte da sempre posizionato per contenderla a Elly Schlein.

Sarebbe possibile affidarsi al criterio più classico: il/la leader del partito che ottiene più voti diventa automaticamente la candidata alla Presidenza del Consiglio. Naturalmente, esiste il grande rischio che ciascuno dei leader dei partiti esalti, per ragioni, più o meno buone, le sue differenze dando all’elettorato l’immagine complessiva di una coalizione Arlecchino poi difficilmente in grado di governare senza frequenti tensioni. L’alternativa vera sono le primarie che, sarà bene ricordarlo, stanno nello Statuto del Partito Democratico. Organizzate con saggezza e effettuate con lealtà, le primarie hanno il grande pregio di potere conseguire una pluralità di obiettivi. Anzitutto, consentono di presentare a milioni di elettori la personalità delle diverse candidature, del loro stile, delle loro competenze, conoscenze, esperienze.

Non sono un concorso di bellezza, ma di simpatia/empatia che, non solo in politica, conta. In secondo luogo, ciascuno/a dei candidati potrà presentare e illustrare i punti principali e le priorità del programma del suo partito e della coalizione. In terzo luogo, le primarie consentono anche di ascoltare davvero le preferenze degli elettori, di imparare qualcosa sulle loro condizioni di vita e su quello che vorrebbero per migliorare. Chi lamenta la distanza che separa i “politici “dai cittadini “comuni” dovrebbe molto apprezzare l’esistenza di questa opportunità d’interazione. Da ultimo le primarie sono risolutive. I numeri sono inconfutabili; designano con chiarezza chi ha vinto e ottenuto la canditura. Il/la vincente avrà poi tutto l’interesse a formulare un programma della coalizione che tenga conto di quanto espresso anche dagli altri candidati. Le primarie non sono un toccasana e non garantiscono la vittoria elettorale, ma offrono due grandi opportunità: ai leader di spiegare ai loro elettori perché bisogna accettare di stare in quella coalizione guidata da quella personalità. Agli elettori di partecipare davvero intensamente quanto desiderano ad una scelta importante, forse la più importante: designare chi potrà governare il paese.

Se i dirigenti delle forze di opposizione concordano sul ricorso alle primarie è auspicabile che le organizzino per tempo: non troppo vicino e non troppo lontano dalle prossime elezioni politiche previste per la primavera dal 2027. Allora, le primarie dovranno tenersi nell’autunno affinché non si disperdano i loro effetti positivi e chi sarà designato/a possa sfruttare al massimo e al meglio la visibilità conquistata e esibire le sue competenze e potenzialità.

Pubblicato il 25 marzo 2026 su Domani

Una riforma inutile, sbagliata, dannosa #IlRestodelCarlino

La revisione costituzionale sulla quale voteremo (NO) è inutile, brutta, sbagliata e potenzialmente pericolosa. E’ inutile perché già oggi le funzioni di pubblico ministero e giudice sono talmente separate che solo circa sessanta magistrati hanno cambiato carriera negli anni più recenti. E’ brutta perché il testo proposto è un pasticcio lungastro, male congegnato, imprecisato che richiederà leggi attuative, potenzialmente peggiorative. E’ sbagliata perché il suo intento è punirei magistrati e eliminare le correnti, legittime articolazioni di punti di  vista, mentre non affronta nessuno dei veri problemi della giustizia italiana: lunghezza dei processi, errori giudiziari, preparazione dei magistrati, nuovi reati E’ potenzialmente pericolosa poiché nella maggioranza che l’ha approvata sono molti, a cominciare dal ciarliero ministro Carlo Nordio, che l’ha detto esplicitamente, vogliono che la politica abbia il sopravvento sulla magistratura. Dedicare questa revisione a Berlusconi, che qualcosa di simile voleva contrapponendo i voti del “suo” popolo alle indagini e alle sentenze della magistratura, è assolutamente rivelatore

Se vincerà il no, si faranno i mutamenti necessari, ad esempio più fondi per il personale ausiliario, magistrati più preparati, leggi meglio redatte. Non c’è obbligo costituzionale di dimissioni della Presidente del Consiglio, ma essendosi esposta davvero molto in prima persona, ne dovrà trarre qualche insegnamento, Chi dovrà dimettersi prontamente e in silenzio sarà il Ministro della Giustizia, Non avremo salvato la democrazia italiana che è comunque abbastanza solida, ma rimane di bassa qualità. Ma avremo bocciato una revisione della Costituzione che squilibrerebbe la separazione delle istituzioni favore dell’esecutivo e dei politici e verrebbe giulivamente seguita da una pessima legge elettorale e da un ineffabile premierato, Non ne sento nessun bisogno e non vedo nessun vantaggio, solo danni e guai.

Gianfranco Pasquino, Prof Emerito di Scienza politica, UniBo

Pubblicato il 21 marzo 2026 su Il Resto del Carlino

INVITO Filosofi e tiranni. Differenze e similitudini tra democrazie e autocrazie #Talk #21marzo Festival della Geopolitica Demarcazioni Ascoli Piceno

Pinacoteca Civica
ore 12.30

Talk

FILOSOFI E TIRANNI

Differenze e similitudini tra democrazie e autocrazie

Introduce Francesca Pantaloni (assessore al Bilancio Regione Marche)

Filippo La Porta (saggista, critico letterario)

Gianfranco Pasquino (politologo, socio Accademia Lincei)

Giorgio Arfaras (economista, membro comitato scientifico Centro Einaudi)

Modera Liliana Faccioli Pintozzi (Caporedattrice esteri SkyTg24)

Dietro le follie del tycoon non c’è nessun metodo @DomaniGiornale

Scriverebbe forse quell’uomo bianco anglosassone di nome William Shakespeare che “c’è del metodo nella follia” di Trump? Secondo i MAGA del nostro stivale, è colpa nostra, di politicizzati e sprovveduti, non capire che la riposta deve essere affermativa. Poi, però, i MAGhini, quel metodo non sanno individuarlo neanche con qualche approssimazione. Non “condannando” e non “condonando”, Giorgia Meloni ha sperato che un qualche metodo facesse la sua sperabile comparsa. La speranza si sta probabilmente affievolendo del tutto, mentre il metodo trumpiano fa la sua comparsa con fattezze alquanto sgradevoli: spartire le responsabilità oppure pagare il prezzo dello scriteriato intervento USA-Israele in Iran. Come molti fra i migliori analisti hanno subito notato e rimproverato al Presidente Trump (e ai suoi supini collaboratori), non era chiaro, ecco un elemento di sicura follia strategica, l’obiettivo perseguito. Si trattava di: distruggere le installazioni nucleari dell’Iran e le sue capacità belliche?  e/o decapitare la leadership degli ayatollah cominciando dalla Guida Suprema? e, di conseguenza, aprire la strada al famoso/famigerato regime change, per lo più, ancorché non del tutto correttamente, interpretato come transizione alla/esportazione della democrazia? “Limpido”, esplicito, non negoziabile l’obiettivo di Netanyahu: distruggere le capacità belliche dell’Iran e il regime stesso sapendo che la comparsa della democrazia è faccenda che debbono sbrigare le opposizioni.

Non avendo conseguito nessuno dei suoi obiettivi, adesso che la guerra si sta rivelando potenzialmente piuttosto lunga e sicuramente costosissima, Trump richiede imperiosamente l’appoggio di alcuni paesi orientali, Giappone, Primo Ministro una signora simpatizzante MAGA, e Corea del Sud, ma soprattutto della NATO. Questo appoggio dei paesi membri della NATO non può essere giustificato poiché nessuno di loro, tantomeno gli USA, sono stati attaccati, quindi non esiste nessun obbligo di aiuto reciproco unanime. La furia di Trump, comprensibile, ma non giustificabile, si abbatte su un’organizzazione caratterizzabile, con le parole di alcuni importanti ministri trumpiani, come parassitica. A loro volta, non furiosi, ma più compostamente preoccupati, quasi tutti gli Stati-membri dell’Unione Europea hanno respinto l’invito di Trump a togliere il petrolio dall’elenco dei prodotti russi sui quali gravano le sanzioni UE. Non è una sorpresa che gli amici di Putin, spesso ammiratori anche dei MAGA e invidiosi, si siano espressi favorevolmente. Comunque, le alternative al petrolio russo e al gas, fanno notare gli esperti, sono il petrolio e il gas made in USA oppure riaprire e mantenere funzionante lo stretto di Hormuz, naturalmente, provvedendo le forze indispensabili per le operazioni militari richieste. Le parole chiave, in questo, come negli altri casi, sono solidarietà e collaborazione.

Nessuna delle due parole figura nel lessico MAGA. Entrambe richiedono elaborazioni all’altezza della situazione attuale di disordine internazionale e di confusione sotto il cielo che, con buona pace del Presidente Mao, non si configura affatto come ottima. Al contrario, è pessima anche perché appare sostanzialmente priva di sbocchi positivi, di indicazioni di approdo relativamente sicuro potenzialmente duraturo.

In un modo o nell’altro, verso la conclusione del loro mandato, tutti i Presidenti USA si sono preoccupati della loro legacy. Quale eredità politica lasciava la loro Presidenza? Quale posto sarà loro assegnato nella Storia? Svanito, probabilmente, l’obiettivo di mettere il suo nome nel Pantheon dei Premi Nobel per la pace (ma non vorrei sottovalutare le follie dei membri del Comitato di Oslo), nient’affatto conseguito l’altro ambizioso obiettivo di “rendere l’America di nuovo Grande”, la sfida più allettante per Trump potrebbe essere la costruzione di un nuovo ordine mondiale. Credo che il compito dell’Unione Europea, amici, pontieri, competitors, sia quello di non limitarsi alle critiche, ma di prendere l’iniziativa. Siate realisti tentate l’impossibile.    

Pubblicato il 18 marzo 2026 su Domani

Sul Referendum Costituzionale 2026 #incontro Stabilimento Lamborghini, Sant’Agata bolognese #16marzo

La premier scende in campo. Le conseguenze se vince il NO @DomaniGiornale

Troppo. La guerra lanciata dall’amico Trump, Commander in Chief dei MAGA di tutto il mondo, e i sondaggi che danno il NO in testa sia che gli elettori che andranno alle urne siano pochi oppure molti, da qualche giorno turbano assai la Presidente del Consiglio. Allora, Giorgia Meloni ha deciso che c’è un tempo per viaggiare e mostrare il volto sorridente con molti altri, non tutti encomiabili, capi di Stato e di governo, e c’è un tempo per ricordare alla Nazione, agli italiani che il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati è importantissimo. Dunque, è indispensabile, anche come omaggio postumo a Silvio Berlusconi, “scendere in campo”.

Prima, però, e di frequente, rassicuriamoli questi italiani. “L’Italia non è in guerra”, come ripete in ogni intervista Antonio Tajani, il più sfigato (parole sue) Ministro degli Esteri della storia italiana del dopo guerra. Anche noi, cittadini italiani, ci sentiamo un po’ sfigati con questo Ministro (non solo con lui, peraltro). La non condivisione italiana: “L’Italia non è in guerra”, alla violenta e confusa operazione di Trump in Iran, forse cambio di regime, forse cambio di governanti, forse smantellamento dei siti di ricerca del nucleare, non ha ancora ricevuto le reprimende della Casa Bianca. Altri, come, nell’ordine, Pedro Sanchez, primo ministro spagnolo, Macron e Starmer sono stati bacchettati. Fa bene Meloni a essere preoccupata per l’eventuale spezzarsi di quella che lei e alcuni affannati corifei di Fratelli d’Italia lodavano come la relazione speciale che ne facevano la presunta?, possibile? pontiera fra Bruxelles e Washington? Nel grandissimo disordine mondiale bisognerà trovare modalità nuove con le quali rapportarsi agli alleati desiderati, mica affidando a quello sfigato ministro un compito per il quale non sembra preparato.

Adesso quel che preme è il referendum, tutt’altro che confermativo, semmai oppositivo. Primo, stabilire e ribadire che, in caso di vittoria del NO, il governo non si dimetterà. Lei, Giorgia, non ha nessuna intenzione di farlo, ma, purtroppo, lei, Giorgia, ha strettissimamente coinvolto il suo governo e la sua maggioranza nella brutta faccenda. La separazione delle carriere, pubblici ministeri e giudici, stava promessa nel programma elettorale dei Fratelli d’Italia e poi nel programma del governo. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio era stato scelto anche per attuare proprio, prioritariamente, quella revisione. Lo ha fatto con moltissimo zelo e qualche imbarazzante voce dal sen fuggita. Ad esempio, che con la revisione costituzionale la politica si riprende il giusto sopravvento sulla magistratura e che quanto fatto servirà anche a Elly Schlein e alle opposizioni quando toccherà a loro governare (toccaferro!)

Al testo approvato la maggioranza parlamentare ha fermamente impedito qualsiasi emendamento, quindi è proprio integralmente interamente quanto redatto dal governo. Non c’era nessun bisogno per la maggioranza parlamentare di raccogliere le firme per sottoporre la revisione a referendum. Volere un voto popolare su quel testo significa quasi farne un plebiscito. Il precedente della campagna elettorale a sostegno delle “sue” riforme condotta in maniera totalmente personalizzata da Matteo Renzi avrebbe dovuto insegnare a non commettere un errore simile. Invece, no. Evidentemente, con la grande autostima che non le manca, Meloni pensa di potere con la sua presenza mediatica mobilitare l’elettorato di centro-destra, ma, a scanso di equivoci e di illusioni, informa tutti che, comunque, il governo non se ne andrà a casa.

In effetti, pure pienamente coinvolto, il governo Meloni non ha nessun obbligo costituzionale alle dimissioni in caso di sconfitta (non l’aveva neppure Renzi). La buona politica, però, suggerirebbe di accettare le responsabilità e la loro logica conseguenza. Quantomeno il ministro Nordio sentirà il dovere di sue dimissioni immediate e irrevocabili. Questi pensieri, con l’aggiunta della necessità di un rimpasto (che, no, non è solo quanto succedeva nella cosiddetta Prima Repubblica, ma quello che avviene in molte compagini governative anche nelle repubbliche presidenziali. Trump ha da poco sostituito la Segretaria agli Affari Interni) turbano Meloni. La rendono nervosa. La incattiviscono. C’est la vie.

Pubblicato il 11 marzo 2026 su Domani

INVITO Una scelta consapevole per una giustizia più giusta #ConfrontoPubblico #10marzo #Bologna

REFERENDUNM COSTTUTUZIONALE
22 2 23 MARZO 2026
Confronto pubblico sulle ragioni del “SI” e del “NO”
10 marzo ore 21
Campus Bononia
via Sante Vincenzi 49-51
Bologna

Gianfranco Pasquino
Per le ragioni del “NO”

Antonio Baldassarre
Per le ragioni del “SI”

modera Michele Bassi

introduce Andrea Della Bianca

Equilibrista e sovranista, Meloni ha isolato l’Italia @DomaniGiornale

L’Italia è rimasta sola.  Purtroppo. Oppure finalmente e inevitabilmente. Il sovranismo equilibrista di Giorgia Meloni ha, forse, con il suo incessante turismo politico tradotto in un grosso portfolio di foto, reso l’Italia più visibile nel mondo. Sicuramente, non l’ha resa più influente politicamente. Di per sé, infatti, il sovranismo significa contare sulle proprie forze perseguendo prioritariamente, per lo più esclusivamente, gli interessi nazionali. Il Presidente Trump, sovranista in Chief, può permettersi lo slogan/progetto Make America Great Again, ma quand’anche conseguisse l’obiettivo, non riuscirebbe a imporre nessuna riguadagnata egemonia politica e meno che mai culturale. L’arroganza del vice presidente J.D. Vance nei confronti dell’Europa e le più sottili critiche del segretario di Stato Marco Rubio sono soltanto servite a ricompattare gli europei spingendoli a prendere atto che le relazioni con gli USA sono profondamente, forse, irreversibilmente, cambiate. Le ripetute ospitate alla Casa Bianca, coronate da sorrisi, elogi, foto, della pontiera Meloni non hanno prodotto nessun risultato concreto. Trump tratta Meloni  e il suo governo con la stessa noncuranza che riserva agli altri capi di governo europei, con totale disinteresse. Non sarà Meloni a ricucire rapporti lacerati, ma neppure Viktor Orbán che, sovranista e trumpiano furbetto, non è proprio una buona compagnia per il capo del governo italiano.

Di compagni in Europa è oramai accertato che in questa delicatissima e gravissima fase politica, Meloni e la sua Italia non ne hanno. Fuori dalle consultazioni e dalle intese fra Francia, Germania e Gran Bretagna (E3), con un ruolo molto marginale fra i volenterosi, pur continuando nel doveroso sostegno all’Ucraina, totalmente esclusa dal gruppo degli otto paesi che, coordinati dal Presidente francese Emmanuel Macron, parteciperanno al progetto di “deterrenza nucleare avanzata”. Al netto delle antipatie personali, nel mancato invito all’Italia hanno sicuramente contato le ripetute dichiarazioni di Meloni che svelano che il suo asserito ponte è fortemente squilibrato a favore del Presidente Trump.

Non è chiaro se all’interno del governo Meloni ci sia consapevolezza che è in corso un cambiamento epocale che richiede molto di più di qualche, peraltro non semplice, dichiarazione, magari condivisa anche dai due vice Presidenti del Consiglio le cui posizioni definirei “diversamente ambigue” anche se opportunisticamente di volta in volta convergono con quanto afferma Giorgia Meloni. Finora la Presidente del Consiglio si è rivelata molto abile nel ridefinire in modo flessibile e soffice il suo originario sovranismo. In questi giorni, appare in maniera evidente che è indispensabile un salto di qualità degli europei e dell’Unione Europea in quanto tale. Confinarsi, come Meloni ha spesso fatto, a qualche critica, suggerendo cautela, oppure prendere qualche distanza impedendo decisioni importanti come l’abolizione del voto all’unanimità, indebolisce le capacità e schiaccia le potenzialità dell’Unione senza in nessun modo fare avanzare un progetto alternativo.

Chiaro è che il governo italiano non ha nessun progetto alternativo a quello federale come espresso nel Rapporto Draghi e nelle sue successive interpretazioni che costituiscono una sfida prima di tutto alla Commissione e alla sua cauta, incerta e insicura Presidente von der Leyen, ma anche all’Italia. Non sarà dal pensiero sovranista che guarda indietro per cercare di riappropriarsi della sovranità perduta che verrà la soluzione. Quella sovranità non è stata perduta, ma consapevolmente ceduta per meglio esercitarla in condivisione con gli altri Stati-membri dell’Unione Europea. Non è proprio il caso di rifugiarsi nella retorica inneggiando alla necessità di un pensiero lungo. Abbiamo bisogno adesso e subito di un pensiero convintamente compiutamente europeista. Sappiamo che non potrà venire dal governo Meloni. 

Pubblicato il 4 marzo 2026 su Domani

La legge elettorale? Penserà al Quirinale @DomaniGiornale

Esistono paesi, come quelli scandinavi, il Benelux, la Germania dal 1949e altri, che, adottata una legge elettorale (proporzionale) all’inizio del loro percorso democratico, non l’hanno cambiata, procedendo, se del caso, a piccoli aggiustamenti. La continuità elettorale è un buon principio e ha valore Con una delle varianti possibili delle leggi proporzionali, nell’Italia repubblicana si sono eletti i parlamenti per undici legislature dal 1948 al 1994. Riformata quella legge, la prima volta sulla spinta di un referendum popolare, in senso maggioritario (il giustamente famoso Mattarellum utilizzato tre volte), è successo di tutto con ciascuna maggioranza parlamentare che ha tentato di salvarsi e riprodursi con una legge apposita. Insomma, la ricerca era indirizzata non ad una legge elettorale per un parlamento in grado di dare buona rappresentanza politica ai cittadini e di dare vita ad un buon governo, ma che avvantaggiasse chi la scriveva. Da un lato, le carenze tecniche degli improvvisati riformatori, dall’altro, i mutamenti delle preferenze degli elettori hanno frustrato (dovrebbe servire da lezione) le aspettative particolaristiche.

Da qualche tempo sembra che nel centrodestra fino al suo vertice si sia affacciato il dubbio che, mantenendo la legge vigente che porta il nome dell’on. Rosato, rischierebbero di perdere le elezioni prossime venture. Non importa che questi calcoli siano alquanti aleatori (in buona misura finora smentiti dai sondaggi) e prematuri. Conta il desiderio di mettere al sicuro la vittoria elettorale per “continuare il lavoro” nella prossima legislatura e, magari, eleggersi finalmente un/una Presidente della Repubblica di destra. Se l’attuale maggioranza rimane compatta, come ha fatto finora, potrà ottenere quello che vuole. Quindi, il compito delle opposizioni e dei commentatori consiste nel mettere in evidenza che la faziosità delle proposte va scapito delle possibilità di scelta e del potere dell’elettorato e che si intravvedono all’orizzonte alcune importanti criticità.

Se vi saranno liste di partito per assegnare una (in)certa percentuale di seggi, l’unico modo per dare potere agli elettori è consentire loro di esprimere un voto di preferenza. Nei collegi uninominali è ora di introdurre il requisito di residenza. Se l’elettore avrà due voti: uno per la candidatura nel collegio uninominale e uno per il partito nella circoscrizione bisogna consentire il voto disgiunto che esprime approvazione/disapprovazione per l’uno o per l’altra. Quando esisterà un testo, le osservazioni potranno essere più puntuali e i suggerimenti di alternative preferibili saranno più precisi.

Quel testo sarà comunque difficilissimo da scrivere se Giorgia Meloni ha intenzione di procedere con il disegno di legge costituzionale “Norme per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri,”. Infatti, non è ancora stato precisato se quella elezione sarà a turno unico (chi ha più voti, maggioranza relativa, vince) o a doppio turno (modalità altrove largamente prevalente e che assicura la maggioranza assoluta dei votanti). Soprattutto, non sappiamo quale dovrebbe essere il premio in seggi assegnato al vincitore. Però, è evidente che il premierato non sarebbe soltanto la fine della democrazia parlamentare italiana come l’abbiamo conosciuta, ma implicherebbe anche lo stravolgimento del Parlamento, della sua rappresentatività e di alcuni dei suoi compiti, a cominciare da quello del controllo sull’operato del governo.

Per sventare grossi guai/guasti costituzionali si può fare certo affidamento, ma entro limiti piuttosto ristretti, sulla moral suasion del Presidente della Repubblica che se ne intende. La giurisprudenza in materia della Corte Costituzionale mi è finora parsa timida e insicura, non sempre all’altezza. Meglio sarebbe se qualcuno nell’opposizione si mettesse rumorosamente all’opera per formulare una legge elettorale che combini buona rappresentanza politica con opportunità di formazione di governi stabili. Guardando ai sistemi politici europei se ne trovano esemplari apprezzabili, imitabili, cum grano salis adattabili. E allora?

Pubblicata il 25 febbraio 2026 su Domani

INVITO Separazione delle carriere? NO ad una riforma sbagliata #27febbraio #Ravenna

Ore 18:15
Sala Ragazzini
Largo Firenze, 14
Ravenna

Separazione delle carriere? NO ad una riforma sbagliata

Ne pariamo con

Gianfranco Pasquino
Prof. Emerito di Scienza Politica, Università di Bologna. Accademico dei Lincei

Raffaele Belvederi
Magistrato del Tribunale di Ravenna

Lucrezia Ciriello
Magistrato del Tribunale di Ravenna

Saluti
Stefano Kegljevic
Comitato in Difesa della Costituzione di Ravenna

Coordina
Maria Paola Patuelli
Libertà e Giustizia, circolo di Ravenna