Sui giornali si fa un gran parlare di elezioni anticipate senza un minimo di fondamento. Mettiamo i fatti in ordine

Le ricorrenti esternazioni giornalistiche su elezioni anticipate prossime venture non hanno nessun fondamento. Il Presidente della Repubblica non intende sciogliere. La fase in corso, economicamente complicatissima, sarebbe ulteriormente aggravata da elezioni anticipate. I due contraenti del patto di governo non possono permettersi una dichiarazione di fallimento. Zingaretti non ha abbastanza potere, e poi? quali alleanze elettorali e governative ha in mente? Scrivete altro, con un minimo di fondamento.

A Roma InConTra 5ª puntata IX stagione #25marzo

Conduce: Enrico Cisnetto
Con: Leonardo Becchetti; Sandro Gozi; Gianfranco Pasquino; Giampiero Mughini

 

LIVE lunedì 25 marzo 2019 ore 18:30 Palazzo Santa Chiara, Piazza di Santa Chiara 14, Roma

IN TV martedì 26 marzo su TG Norba24 (canale 510 di Sky) alle ore 23.30 e mercoledì 27 marzo sulle principali emittenti regionali

 

 

La Beltand Road Initiative è un rischio o un’opportunità? #BRI #XiJinping

Si sa da dove viene non è chiaro dove porterà, la Via della Seta. I termini oscuri dell’accordo “infrastrutture/commercio” fra Cina e Italia contengono molti rischi sicuri e pochi vantaggi futuri. Marco Polo, purtroppo non consultato, avrebbe fatto di meglio, molto.

 

 

VIDEO Cos’è la politica e cosa c’entra con la mia vita? #millenials Educazione alla cittadinanza

La libertà del cittadino e della cittadina 
Un percorso di educazione alla cittadinanza

Gianfranco Pasquino

Cos’è la politica e cosa c’entra con la (mia) vita?

Mercoledì 6 marzo 2019
IIS “Giulio Casiraghi” – Liceo classico, linguistico e scientifico
Cinisello Balsamo (Milano)

 

DEMOCRAZIA

INVITO Bobbio e Sartori Capire e cambiare la politica #IncontroPubblico #Faenza #22marzo @egeaonline

Associazione politico-culturale FAENZA FUTURO
la città pubblica di domani

Venerdì 22 marzo 2019 ore 20.30
presso Faventia Sales
via S. Giovanni bosco, 1
Faenza

Incontro pubblico con
Gianfranco Pasquino

presentazione del suo ultimo libro

BOBBIO E SARTORI
Capire e cambiare la politica

UBE Editore

BOBBIO E SARTORI CAPIRE E CAMBIARE LA POLITICA
Egea Università Bocconi Editore

Capro espiatorio e caproni

Mi chiedono troppo spesso, acidamente e aggressivamente, anche fastidiosamente, dove sono finiti i sostenitori del “no”. Che se li cerchino loro. La domanda vera è dove sono finiti i sostenitori del “si” al referendum? Oltre che in Parlamento, come la deputata toscana eletta a Bolzano alla faccia di qualsiasi rappresentanza del territorio, e l’abile facitore della Legge elettorale che porta meritatamente il suo nome, promosso vice-Presidente della Camera, gli altri battano un colpo. Hanno capito che il 40 per cento ottenuto dalle loro riforme non era consenso espresso né per il PD né per Renzi? Hanno finalmente fatto sapere al loro due volte ex-segretario che paragonare quel presuntamente “suo” 40 per cento con il 25 per cento ottenuto da Macron al primo turno delle presidenziali francesi era semplicemente assurdo? Sono, infine, riusciti a scoprire che il bicameralismo (mai “perfetto”, altrimenti perché mai renderlo imperfetto differenziandolo?) può essere ristrutturato seguendo il modello del Bundesrat? Hanno letto qualcosa sulle modalità di stabilizzazione dei governi senza procedere a gonfiare artificialmente, forse truffaldinamente, maggioranze elettorali mal conquistate con un abnorme premio in seggi? Hanno trovato da qualche parte riferimenti al voto di sfiducia costruttivo, condizione di fondo della stabilità dei governi e dei cancellieri tedeschi? No. Nulla di tutto questo. Non hanno imparato nulla. Peggio, il capro espiatorio ha fatto la sua comparsa anche nel discorso di investitura del neo-segretario del PD Nicola Zingaretti: “L’Italia non funziona, anche per colpa della vittoria del “no” al referendum”.

Nelle stanche parole dei sostenitori del “si” si trova, in parte, il rifiuto di riflettere sulle loro balorde riforme e sulla campagna plebiscitaria che le accompagnò (dove eravate sostenitori più o meno eccellenti del “sì”?) in parte l’inesistenza delle nozioni minime per la comprensione e la comparazione dei sistemi politici, più precisamente delle democrazie parlamentari. Adesso, discendenti diretti dei giapponesi che continuavano a combattere nella giungla ingaggiano la loro battaglia di retroguardia sui social, in troppi articoli, persino in occasione di un congresso di partito. Convintisi di possedere non si sa quale autorevolezza e legittimità chiedono insistentemente retoricamente altezzosamente ai sostenitori del “no” dove sono finiti.

Per quel che mi riguarda, baldanzoso predicatore di un “no” sano e consapevole, continuo a girare con grande impegno e soddisfazione per l’Italia e, quando mi capita, per l’Europa e nel mondo (sì, sono stato in Messico e in Cina). Scrivo anche articoli e saggi, su Costituzione, Unione Europea, Deficit democratici, purtroppo di difficile lettura e comprensione da parte dei sostenitori del “sì”. Loro, invece, senza un minimo di riflessione critica, addebitano tutto quello che è successo dopo il 4 dicembre 2016 alla vittoria del no. Qualcuno, non io, sia così caritatevole da comunicare loro che il “post hoc ergo propter hoc” non è affatto una raffinata spiegazione scientifica. È un’affermazione azzardata da sottoporre a verifica/falsificazione e corroborare con argomentazioni. Il mio “no” non è stato minimamente intaccato. Persiste e aspetta qualcosa di meno auto assolutorio e di più convincente. Non dico che i “sì” riusciranno farcela, ma dovrebbero almeno tentare. A viso aperto.

Continuiamo a combattere, per quanto morbosi siano i tempi #SintomiMorbosi” di Donald Sassoon

“La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Donald Sassoon, professore emerito di Storia Europea Comparata alla Queen Mary University di Londra, ha scelto questa molto nota frase di Gramsci come l’epigrafe del suo più recente libro (Sintomi morbosi, Milano, Garzanti 2019, pp. 322). Il sottotitolo: Nella nostra storia di ieri i segnali della crisi di oggi, mi pare poco appropriato poiché, in effetti, ieri , vale a dire, tanto nel lungo dopoguerra di sviluppo, di miracoli economici, di costruzione dell’Unione Europea quanto nel periodo immediatamente successivo alla caduta di Berlino e, quindi, alla democratizzazione dell’Europa centro-orientale, le cose non sono poi andate così male. Le tre sfide problematiche annunciate dalla fascetta del libro: nazionalismo, immigrazione, populismo sono davvero fenomeni dell’oggi. È qui, infatti, che situerei i sintomi morbosi brillantemente evidenziati e spesso sarcasticamente stigmatizzati dall’autore. Peraltro, Sassoon scoraggia subito qualsiasi tentativo di comparazione dei nostri anni con un eventuale ritorno del fascismo né vecchio, che in molti luoghi non è morto e mantiene tracce, né nuovo che non riesce a rinascere compiutamente.

Purtroppo, il vecchio che sta morendo è probabilmente la più grande conquista dell’Europa occidentale nel corso della sua storia: lo Stato sociale diventato economicamente insostenibile e politicamente sfidato con persin troppo successo dal neo-liberalismo. C’è anche un vecchio che rinasce e avanza: una miscela fastidiosa e pericolosa di xenofobia, antisemitismo compreso, e di nazionalismo, che neppure il processo di unificazione politica dell’Europa è riuscito a mettere sotto controllo. Al proposito, Sassoon si esercita in severe critiche a quelle che chiama “narrazioni europee” fino a porre l’interrogativo cruciale: L’Europa implode? “… il progetto europeo non è riuscito a conquistare i cuori e le menti di molti. Per diventare centrale nella vita politica, in effetti, l’Unione Europea avrebbe bisogno di maggiori poteri, che non potrà mai avere senza il sostegno degli europei, che non glielo daranno prima che l’Unione abbia conquistato i loro cuori e le loro menti: ecco il palese circolo vizioso in cui si trova l’Unione Europea” (p. 241). Opportunamente, Sassoon mette in evidenza che “gli europei sanno poco gli uni degli altri. … L’unico paese che ciascun cittadino europeo conosce meglio di tutti gli altri sono gli Stati Uniti” (p. 247). Creata intorno alla decisione di sfruttare al meglio le risorse economiche, secondo Sassoon, l’Europa ha sì fatto grandi passi economici avanti, ma attraverso notevoli squilibri cosicché “solo quando il gap economico tra i paesi più avanzati e i ritardatari si sarà ristretto potrà esserci un’Europa sociale più equilibrata. Quel giorno è lontano” (p. 250).

L’altro vecchio che sta morendo e in qualche caso, nella maniera più evidente in Italia, è effettivamente scomparso è un sistema di partiti relativamente stabili, rappresentativi, efficienti. Molto brillantemente Sassoon offre al lettore un excursus sui sistemi di partiti europei evidenziando la comparsa di partiti xenofobi e populisti un po’ ovunque sul territorio europeo e, in particolare, l’indebolimento della socialdemocrazia “tradizionale”. Se, come sostiene, a mio modo di vedere, in maniera molto convincente, una corrente di pensiero politologico, i partiti nascono con la democrazia e le democrazie sono inconcepibili senza i partiti, allora se i vecchi partiti muoiono e i nuovi sono oscuri grumi di xenofobia, nazionalismo, neo-nazismo, le preoccupazioni per le sorti dei diversi sistemi politici democratici non possono che essere enormi.

Fra i morituri Sassoon colloca, se ho capito bene, con qualche riserva, anche l’egemonia americana. Nel passato, “in realtà nessuno ha mai ‘guidato il mondo” e i poteri egemoni lo erano, al massimo, in una regione determinata” (p. 193). Inoltre, l’egemonia richiede leadership politiche all’altezza e Sassoon ritiene che nessuno dei Presidenti USA del dopoguerra abbia avuto le qualità necessarie. “Kennedy fu un presidente di notevole incompetenza” e “Eisenhower … fu un mediocre presidente” (p. 201). Lyndon Johnson fu un disastro in politica estera. “Ultimo, ma non meno importante in questa triste sequela [di incompetenti, in particolare in politica estera], è Donald Trump, che non capisce nemmeno i limiti del potere presidenziale e resterà uno zimbello universale a meno che non scateni la terza guerra mondiale” [eccolo il pericolo adombrato da Papa Bergoglio] (p. 207). Talvolta nel suo irrefrenabile slancio critico, Sassoon va forse troppo in là. Per esempio, quando afferma “gli interventi militari americani, quasi tutti inutili dal punto di vista dell’interesse nazionale del paese, si sono risolti quasi sempre … in disastri” (p. 210), dimentica, credo sbagliando, i due interventi decisivi nella Prima e nella Seconda Guerra Mondiale.

Lungo tutto il libro corrono valutazioni durissime e senza sconti ai leader, capi di governo, Presidenti di Repubbliche, ministri di un po’ tutti i paesi. Prevalentemente ignorati, gli unici che se la cavano sono i comunisti cinesi. Per quel che riguarda l’Europa si salva,ovvero Sassoon salva, Jeremy Corbyn che finisce per essere l’unico lodato non soltanto in quanto persona di principi, ma anche per le sue proposte che si collocano in una versione moderata di socialdemocrazia. Naturalmente, al suo confronto, tutti i leader inglesi dai laburisti Tony Blair e Gordon Brown, ma anche Ed Miliband, ai Conservatori, in particolare David Cameron e Theresa May, e soprattutto l’ex-sindaco di Londra e ex-ministro degli Esteri, il Brexiter Boris Johnson (un “buffone”) fanno una figura pessima che non è finita proprio perché la Gran Bretagna continua a sprofondare nella confusissima liquidissima Brexit e non si sa quando e quanto tristemente e costosamente ne emergerà. Fatto un lungo elenco di vecchi leader che ritiene grandi, fra i quali, obietto fortemente all’inclusione di Giulio Andreotti in una compagnia che va da Willy Brandt e Felipe Gonzalez a Helmut Kohl e François Mitterrand, mentre mi spiace di non scorgere Alcide De Gasperi, Sassoon ne trae una considerazione condivisibile: “bisognerebbe dedicare più tempo a esaminare come mai la qualità del personale politico in Occidente sia tanto scaduta”e una valutazione durissima e centrata: “questa è un’epoca di pigmei che dei giganti non hanno alcuna memoria” (p. 240).

Giunto alle ultime pagine di questo libro spumeggiante e stimolante mi sono ritrovato con un interrogativo giustificato anche dalla citazione fatta da Sassoon di un giornalista inglese: “L’ordine internazionale globale sta crollando in parte perché non soddisfa i membri della nostra società” (p. 282). Confesso (mi pare il verbo più appropriato) che i pontefici non sono i miei politologi di riferimento. Papa Bergoglio non fa eccezione neppure quando annuncia, come se fosse un esperto di relazioni internazionali, che “siamo entrati nella Terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli”. Sassoon dà pochissimo spazio, quasi nullo ai rapporti fra gli Stati. Però, la sua valutazione della mediocrità, del narcisismo, dell’ignoranza dei dirigenti politici contemporanei fa temere che fra i “sintomi morbosi” si annidi anche quello che potrebbe inopinatamente portare per futili motivi ad un conflitto devastante dal quale non riesco proprio a intravedere quale “nuovo” farebbe la sua comparsa. Comunque, accetto l’invito conclusivo, fra il Sessantottismo francese e l’attualissimo gramscismo, di Sassoon: “continuiamo a combattere, per quanto morbosi siano i tempi” (p.283).

Pubblicato il 19 marzo 2019 su casadellacultura.it