THE ITALIAN NATIONAL ELECTIONS The Outcome: The Formation of the Government and its Future #April23 Johns Hopkins University #Bologna

The Johns Hopkins University
School of Advanced International Studies SAIS Europe
via Belmeloro, 11 Bologna ITALY

10:30, Monday, April 23, 2018 – PENTHOUSE

Politics in Italy: Not a “Normal” Country
A Three Lecture Mini – course


The Outcome:
The Formation of the Government and its Future
(Part III of a 3 Part Series)

 

THE ITALIAN NATIONAL ELECTIONS 2018 AND MORE

La Costituzione raccontata ai giovani #21aprile #Caposele #Costituzione30Lezioni

VIII Giornata del Libro
organizzata dall’Istituto Comprensivo di Caposele

20 aprile 2018 ore 10

In occasione della presentazione de
La Costituzione in trenta lezioni (UTET 2015)

Lettura di brani del libro in dialogo con studenti e cittadini

La Costituzione in trenta lezioni (UTET 2015)

 

Esploratore con mandato ristretto

Nessun colpo d’ala. Il Presidente Mattarella ha deciso di seguire il percorso più tradizionale, vale a dire conferire un mandato esplorativo alla seconda carica dello Stato, la Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. In maniera restrittiva, Mattarella ha anche precisato che l’esponente di Forza Italia dovrà svolgere: “il compito di verificare se esiste una maggioranza parlamentare fra i partiti della coalizione del centrodestra e il M5S e se è possibile un’indicazione condivisa per il conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio per costituire il governo”, e dovrà farlo in tempi molto brevi, entro venerdì sera. Poi Mattarella dedicherà il fine settimana a valutare quello che gli sarà stato riferito, in aggiunta a quanto avranno dichiarato ai quotidiani, alle radio, ai contenitori televisivi, i loquaci esponenti delle Cinque Stelle, della Lega e di Forza Italia.

Da subito, però, ha cominciato a circolare addirittura il nome di un ex-giudice costituzionale, l’ottantaduenne Sabino Cassese, del quale Mattarella è stato collega alla Corte Costituzionale come possibile destinatario dell’incarico a formare il prossimo governo. Anche se è facile fare i nomi di almeno altri due o tre ex-giudici costituzionali dotati di innegabili competenze politiche e di utilissima esperienza europea, Cassese ha visto la politica da vicino al Quirinale con il Presidente Ciampi che lo nominò giudice Costituzionale. Seguendo queste voci, che, in parte, svuotano il mandato ricevuto dalla Casellati, “berlusconiana” tutta la vita, se ne potrebbe dedurre che Mattarella pensa, forse desidera, che l’incompatibilità Cinque Stelle/Berlusconi risulti limpidamente conclamata.

La preclusione del Movimento Cinque Stelle fermamente e ripetutamente affermata da Di Maio nei confronti di Berlusconi non può che rendere impossibile un governo Di Maio con Salvini che si porti dietro tutto il centro-destra. Non si tratta soltanto di un veto delle Cinque Stelle sulla persona del leader di Forza Italia, ma su quello che rappresenta: un enorme irrisolto conflitto di interessi e un modo di governare. E’ importante che questa preclusione sia manifestata alla Presidente Casellati e da lei personalmente verificata. A quel punto, se Salvini non si sgancia dalla coalizione di centro-destra è evidente che non sarà fattibile neppure un governo Di Maio-Salvini.

Il Presidente Mattarella ha comunque posto un’altra stringente condizione. Se Di Maio e Salvini riuscissero a convergere dovrebbero produrre “un’indicazione condivisa per il conferimento dell’incarico del Presidente del Consiglio”. In queste parole sufficientemente chiare si deve leggere l’aspettativa, se non la convinzione del Presidente Mattarella che tanto Di Maio quanto Salvini dichiarino all’esploratrice Casellati sia che sono disponibili a fare un passo di lato (non indietro poiché, ovviamente, entrambi rimarranno leader del proprio movimento/partito) sia che sono in grado di suggerire un Presidente del Consiglio accettabile e condiviso. In contemporanea sullo sfondo si hanno cambiamenti che prefigurano soluzioni alternative praticabili.

In maniera del tutto bizantina i Democratici “diversamente” renziani, come il segretario reggente Martina, e non renziani hanno espresso una pur circoscritta propensione a vedere le molte carte delle Cinque Stelle e hanno messo sul tavolo tre priorità programmatiche non incompatibili con quelle del Movimento. Dal canto suo, Di Maio sta prendendo atto che il fallimento del difficile accordo con Salvini che scelga di non emanciparsi bruscamente da Berlusconi lo obbligherebbe a trattare con il PD. Il ravvicinamento fra Cinque Stelle e Democratici post-renziani avrebbe/avrà probabilmente ancora bisogno di tempo. Potrebbe anche non essere del tutto lineare e richiedere l’apporto numerico e politico di altri parlamentari. Insomma, il mandato esplorativo della Casellati potrebbe concludersi con la accresciuta consapevolezza di tutti che, sbarrata una strada, altre strade possono essere esplorate.
Pubblicato AGL il 19 aprile 2018

Una cultura della coalizione: l’eredità di Roberto Ruffilli

Il senatore democristiano Roberto Ruffilli fu ucciso dalle Brigate rosse il 16 aprile 1988 nella sua abitazione di Forlì

Sono passati trent’anni da quel sabato pomeriggio 16 aprile del 1988 quando un commando delle Brigate Rosse assassinò il sen. Democristiano Roberto Ruffilli nella sua abitazione di Forlì. La motivazione, nient’affatto delirante, ma certo frutto di una malsana ossessione, era che attraverso la sua attività di studioso e di riformatore delle istituzioni, Ruffilli cercava di rendere più forte e, quindi, più repressivo lo Stato. In effetti, Ruffilli stava elaborando riforme condivisibili in grado di migliorare il funzionamento dello Stato italiano, dargli più autorevolezza, produrre governi più efficienti grazie ad una legge elettorale che offrisse buona rappresentanza ai cittadini elettori. Oggi, sicuramente, Ruffilli non tratterrebbe il sorriso di fronte a chi volesse valutare le proposte da lui avanzate quale capogruppo della delegazione DC in Commissione Bozzi (novembre 1983-1 febbraio 1985), come se non fossero passati trent’anni di stravolgimenti, interventi deformanti, collasso dei partiti, declino della qualità della classe politica. Di quella Commissione, mi limiterò ai nomi di alcuni democristiani, che vi avevano attribuito grande importanza, fecero parte Nino Andreatta, Pietro Scoppola, Mario Segni. Ciò detto, non posso resistere a quello che non è un puro gioco di immaginazione, ma è una riflessione fondata sulla mia conoscenza di Roberto Ruffilli come studioso e come persona, vale a dire chiedermi se Ruffilli aveva colto l’essenza del problema e se le soluzioni da lui allora prospettate avrebbero senso anche oggi. Subito, Ruffilli mi farebbe notare che, studiando e continuando a imparare, era disponibile a cambiare, se necessario, idee e proposte. Dunque, chi volesse conoscere le sue valutazioni su quanto in seguito è stato fatto, non fatto, malfatto, dovrebbe piuttosto seguire i suoi principi ispiratori.

Senatore eletto come indipendente dalla DC il cui segretario era Ciriaco De Mita, il compito di Ruffilli fu di elaborare riforme nella democrazia parlamentare tali da rafforzare il circuito cittadini-parlamento-governo. Alla fine dei lavori la Commissione votò un ordine del giorno, firmato anche dai capigruppo del PCI e del PSI, che suggeriva come sistema elettorale la rappresentanza proporzionale personalizzata utilizzata allora e tuttora in Germania. Ruffilli attribuiva grande importanza alla formazione di una cultura della coalizione. Allora gli espressi il mio, parziale, ma fermo, dissenso. L’Italia di quegli anni aveva, secondo me, bisogno di una cultura della competizione, premessa di qualsiasi democrazia bipolare, maggioritaria, capace di alternanza. Nei lunghi anni trascorsi ho capito meglio quello che Ruffilli voleva dire e quello che è necessario fare. Cultura della coalizione significa costruire uno schieramento maggioritario intorno a priorità programmatiche con patti chiari da rispettare e da attuare consentendo senza riserve che lo schieramento/ partito che ha ottenuto più voti/seggi esprima il capo della coalizione. La leadership deve sempre rimanere contendibile, ma, per citare Aldo Moro, di cui Ruffilli fu grande e convinto estimatore: “chi ha più filo tesserà più tela”.

Troppo facile concludere che si troverebbe a disagio con il clima, la congiuntura, la mancanza di stile della politica italiana di oggi. Avrebbe, comunque, continuato a studiare, scrivere, partecipare a incontri (numerosi quelli che abbiamo fatto insieme in mezza Italia di fronte a “pubblici” prevalentemente cattolici-democratici) a, per usare un’espressione alla quale ricorreva scherzosamente, “spezzare il pane della scienza”. Caro Roberto, il pan ci manca.

Pubblicato il 16 aprile 2018

Un governo fra europeisti blandi e sovranisti duri non è la soluzione

L’Europa è la discriminante: come starci, cosa fare, quali proposte formulare. Un governo fra, da un lato, europeisti blandi e opportunisti e, dall’altro, sovranisti non molto puri, ma abbastanza duri, non è la soluzione. Nessuno stato nazionale, meno che mai quello che cerca amici da Marine Le Pen a Putin passando per Orbàn, può da solo domare il vento della globalizzazione, controllare l’immigrazione, porre fine alle guerre civili, rilanciare l’economia. L’Unione Europea non è la soluzione hic et nunc, ma è l’unico luogo dove la soluzione può essere elaborata e praticata.

Una legge sui partiti. Attuare l’art. 49 della Costituzione #Firenze 16aprile

Lunedì 16 aprile 2018 ore 16:30
Spazio Rosselli

TRENTAQUATTRO ANNI DOPO LA P.D.L.SPINI
UNA LEGGE SUI PARTITI. ATTUARE L’ART. 49 DELLA COSTITUZIONE

Introduce
Gianfranco Pasquino

Intervengono
Ginevra Cerrina Feroni
Stefano Merlini

Conclude
Valdo Spini

Info: Spazio QCR tel 055/2658192 – http://www.rosselli.orgfondazione.circolorosselli@gmail.com

Il governo è più vicino di quanto si pensi

La maggioranza dei pur maldestri commentatori politici italiani si sono già esibiti sulla difficoltà di creare un governo in una situazione di “tripolarismo”. In verità, il problema nelle democrazie parlamentari non è l’esistenza di una pluralità di poli, ma la distanza ideologica e/o programmatica fra quei poli. In subordine, è anche la differente consistenza in termini di voti e seggi. In più ci sono aspettative e ambizioni personali collegate alla manipolazione, mai sufficientemente criticata, delle modalità con le quali si diventa Presidente del Consiglio in Italia. Anche se qualcuno pervicacemente continua a sostenere che bisogna superare la fase di governi non eletti dagli italiani, nessun governo è mai stato eletto da questi italiani. Nelle democrazie parlamentari non esiste nessuna legge elettorale che dà vita a governi, neppure il sistema maggioritario inglese. Il governo nasce sui numeri dei seggi e il suo capo è colui (colei?, jawohl, Angela) che riesce a mettere insieme una coalizione, a renderla operativa, a farla durare nel tempo. Dai tedeschi, di recente, per tutti coloro che non lo sapevano, abbiamo imparato che ci vuole tempo per costruire la coalizione di governo. Dagli spagnoli, per coloro che non si fossero mai curati dei governi socialdemocratici svedesi e laburisti norvegesi, potremmo persino avere imparato che, nelle democrazie parlamentari, nascono anche governi di minoranza sostenuti dall’esterno.

Sono fiducioso che tutti quelli che straparlano di una Prima Repubblica che, per ragioni anagrafiche non hanno conosciuto e che, per manifesta ignoranza, non hanno studiato, riusciranno per vie traverse a imparare che qualche volta i democristiani delegavano al Presidente della Repubblica di offrire agli altri partiti invitati a fare parte della coalizione di governo una rosa di nomi DC fra i quali scegliere il Presidente del Consiglio. È comprensibile il punto di partenza negoziale di Di Maio e delle 5S: lui è il nome che intendono sostenere per guidare il governo. Più duttile, Salvini ha capito che non sarà lui il capo del governo, ma giustamente rinuncerà solo se, in un’alleanza con le 5S, emergerà un nome diverso da quello di Di Maio. È probabile che questi apprendimenti siano, da un lato, la conseguenza degli scambi più o meno polemici sui giornali e nei talk show. Dall’altro, però, deve essersi già manifestata la forza tranquilla del Presidente Mattarella che qualcosa ha sicuramente detto nel primo giro di consultazioni e qualcosa si appresta ad aggiungere nel secondo giro, mentre tende l’orecchio a novità che gli siano formalmente comunicate.

Non è una novità il Contratto che le 5S spacciano come un’invenzione tedesca, mentre la sua origine è il Berlusconi istrione della politica ospitato da Bruno Vespa. Quanto è avvenuto in Germania nel corso di incontri ravvicinati non è un contratto di Democristiani e Socialdemocratici con i tedeschi. È stato, invece, il tentativo di combinare in un testo accettabile da entrambi i punti fondamentali dei rispettivi programmi elettorali per giungere a un programma di governo condiviso. Quel programma, poi, è stato portato, atto senza precedenti, per la sua approvazione/ricusazione agli iscritti alla SPD. Prima delle consultazioni, ma anche durante, il Presidente Mattarella ha fatto conoscere un suo punto programmatico irrinunciabile: “stare in Europa” che, naturalmente, non preclude affatto il farsi valere per cambiare le politiche e le istituzioni dell’UE, ma certo relega molto sullo sfondo qualsiasi tentazione-scivolamento di tipo sovranista.

Dal calendario e dai tempi delle consultazioni possiamo trarre un altro insegnamento. Il Presidente assiste al travaglio interno al Partito Democratico. Non intende sottovalutarlo e non vuole accelerarlo. Come si conviene alla sua origine politica, al suo percorso e alla sua visione complessiva, Mattarella ha in almeno un paio di occasioni sottolineato che è necessario grande senso di responsabilità che non può limitarsi ad attribuire agli elettori posizioni inconoscibili. Non conosco elettori del PD che votando il loro partito intendessero mandarlo all’opposizione. Ho anche molti sospetti sull’esistenza di elettori della Lega che l’abbiano votata per farle fare il socio di minoranza in un governo presieduto da Di Maio e su elettori delle Cinque Stelle che siano indisponibili ad un governo con il Partito Democratico. Non siamo neanche ancora arrivati al confronto sui contenuti effettivi dei programmi elettorali che già un po’ tutti, meno il PD che non sa che cosa vuole, stanno dicendo e, probabilmente, l’hanno anche fatto sapere a Mattarella, a cosa sono disposti a rinunciare. Recede la malsana idea che si torni presto alle urne per trovarsi con una situazione simile all’attuale, con tutti, anche chi crescerà di un punto percentuale o due, più malconci. Il governo non è dietro l’angolo, ma l’angolo è meno lontano di quel che si pensi.

Pubblicato il 12 aprile 2018