Sovranismo azzardato e rischioso

In Italia il miglior amico di Putin rimane Berlusconi che, però, di potere politico proprio non ne ha più neanche un’oncia. Figurarsi se Putin perde l’occasione di influenzare la politica di una democrazia non proprio “vigilante” né vibrante come quella italiana. In qualche modo è persino riuscito a condizionare l’esito delle elezioni USA 2016. Farlo altrove non può che essere, per lui, un gioco da ragazzi, per di più esperti assai. La richiesta di un qualche sostegno venuta da qualche leghista, lasciando da parte il vil denaro che può essere stato versato all’organizzazione che ne ha davvero bisogno, è, però, alquanto contraddittoria nell’ottica sovranista. Nelle elezioni europee gli altri partiti sovranisti hanno ottenuto risultati relativamente buoni, ma chiaramente inferiori alle attese. Sui due più forti, l’ungherese Orbàn capo di governo e l’inglese Farage, probabilmente transeunte con la Brexit, né la Lega che ha bisogno di alleati né Putin possono fare affidamento. Quei due si faranno i fatti loro, senza scrupoli. Invece, a Putin farebbe certamente comodo avere una testa di ponte nell’Unione Europea. Qualcuno che, come ha già fatto Berlusconi, si pronunci contro le sanzioni dell’UE alla Russia poco rispettosa dell’autodeterminazione. Qualcuno che non vada tanto per il sottile e accetti la presenza russa in Ucraina. Qualcuno che, magari anche per disinformazione (la politica estera non è la più nota delle specialità del poliedrico Salvini), intralci i processi decisionali europei e, chi sa, persino, “atlantici”.

Si ha l’impressione che Salvini e qualcun altro nella Lega abbiano sottovalutato la portata di qualsiasi rapporto, anche non economico, con un gigante esigente e sprezzante come la Russia. Non è dalla Russia che i sovranisti europei potranno ottenere qualsiasi legittimazione delle loro attività. Per definizione, i sovranisti tutti guardano ai loro specifici interessi nazionali. Orbàn lo dimostra regolarmente. Possono trovare convergenze occasionali nell’ostacolare le politiche europee, ma pensare che si organizzino in maniera solidale per perseguire obiettivi comuni è davvero molto utopistico. Anzi, è un strategicamente gravissimo. Ad esempio, non è difficile immaginare che sia la Presidente della Commissione Europea sia l’europarlamento saranno molto severi nel valutare le credenziali del Commissario italiano di spettanza della Lega.

Quanto a Putin non è soltanto un sovranista. È prima di tutto e soprattutto un leader autoritario. Non ha bisogno di alleati e non ne vuole. Preferisce vassalli, quinte colonne che è sicuro di sapere come manovrare. Quando sarà chiarito che cosa faceva il leghista Savoini, oltre ad ottenere numerose photo opportunities, in numerosi incontri con delegazioni russe di livello, sapremo se il nervosismo di Salvini è giustificato. Però, già ora è possibile affermare alto e forte che il sovranismo non deve mai mettersi in condizioni da essere manipolato dall’esterno. Questa è la colpa politica più grave.

Pubblicato AGL il 15 luglio 2016

L’UE poco democratica? Basta con gli stereotipi @La_Lettura #vivalaLettura

 

Qualche tempo fa circolava sotto forma di boutade una critica alla mancanza di democrazia nell’Unione Europea secondo la quale, applicando i suoi criteri, l’Unione Europea non avrebbe mai superato la prova. Non sarebbe stata ammessa fra gli Stati-membri. Era sicuramente un’esagerazione e, altrettanto, sicuramente, da tempo le istituzioni dell’Unione Europea garantiscono il più grande spazio di libertà e di diritti al mondo e rispettano i canoni democratici. L’hanno fatto anche nelle recenti nomine alle cariche, non le “poltrone”, parola da lasciare ai populisti, più importanti: Presidenza della Commissione e della Banca Centrale Europea, Presidenza del Consiglio e Presidenza dell’Europarlamento. Quelle nomine sono state un esempio deteriore di mercato delle vacche? La terminologia inglese, molto più fine, parla di scambio/commercio di cavalli (horse trading). Non mi esibirò nell’elogio dei mercati dove si vendono, comprano, scambiano gli animali, luoghi di grande trasparenza e caratterizzati dalla fiducia fra i contraenti. Mi limiterò ad affermare che in qualsiasi democrazia multipartitica, e l’Unione appartiene a questa fattispecie con l’aggiunta che è anche plurinazionale, si fanno scambi tenendo conto non soltanto dei voti e del peso politico dei contraenti, ma altresì della qualità e della rappresentatività delle persone. Tutte quelle nomine, meno quella del Presidente del Parlamento, spettavano ai capi di governo riuniti nel Consiglio Europeo. Tutti e ciascuno di quei capi di governo godono di effettiva legittimità democratica. Fanno parte di quel Consiglio poiché hanno vinto le elezioni, libere e competitive, nei loro paesi. Vi rimangono fin quando riescono a mantenere il sostegno della maggioranza assoluta del loro Parlamento. Sono costretti ad andarsene quando non hanno più la maggioranza venendo sostituiti da chi quella maggioranza ha conquistato. A sua volta, nel Consiglio si formano e cambiano le maggioranze a seconda delle persone e delle politiche. In quel Consiglio si vota e vincono coloro che aggregano una maggioranza assoluta di voti ponderata anche in base ad altri criteri nient’affatto in violazione delle regole democratiche con un’unica eccezione. La richiesta del voto all’unanimità su alcune materie conferisce eccessivo, oramai non più giustificato, potere anche a un solo capo di governo che può “ricattare” formalmente e informalmente tutti gli altri. Infatti, da qualche tempo, si discute di come abolirlo.

È la Commissione, sostengono molti, l’organismo assolutamente non democratico accusandola di essere composta da burocrati e tecnocrati senza legittimità alcuna. Sia il/la Presidente della Commissione sia i singoli Commissari sono, in effetti, non eletti, ma nominati da ciascuno dei capi di governo. Chi li ha nominati gode, come ho evidenziato sopra, di chiara legittimità democratica. Dunque, la Commissione avrebbe comunque una legittimità indiretta e, incidentalmente, praticamente nessuno dei Commissari è un burocrate emergendo tutti da una carriera politica ad alto livello, che li ha portati ad essere ministri e capi di governo, e sono tecnocrati solo nella misura in cui si riconoscono le loro competenze specifiche in alcuni importanti settori. I capi di governo hanno deciso di non dare la preferenza al candidato di punta dei Popolari che, pure, hanno avuto più voti e più seggi dei concorrenti, ma non hanno violato una norma e, comunque, scegliendo Ursula von der Leyen hanno premiato i Popolari. La nomina, però, non è sufficiente ad acquisire la carica. La Presidente nominata, nel lessico parlamentare diremmo “designata”, presenterà il suo programma ai parlamentari per ottenerne un voto di approvazione, sostanzialmente la fiducia. A loro volta, ciascuno dei candidati Commissari, nominati dai (capi dei loro) governi, dovrà passare attraverso severe e approfondite, pubbliche audizioni parlamentari ad opera delle Commissioni di merito che ne valuteranno le competenze e anche il tasso di europeismo in un certo senso aggiungendo quindi un importante elemento di democraticità. Toccherà al Parlamento europeo, eletto da qualche centinaio di milioni di elettori europei, dare la sua approvazione oppure no alle nomine dei capi di governo. Il Parlamento poi dovrà accettare o respingere la Commissione in blocco.

La procedura, tutt’altro che contorta o bizantina, nient’affatto manipolabile, vede, dunque, il Parlamento, l’organismo più democratico poiché eletto dai cittadini europei, svolgere il compito più importante, quello della legittimazione democratica della Commissione, il motore dell’Unione. I critici sostengono che, democratico quanto si voglia, il Parlamento europeo ha poco potere. Ratifica, per lo più, o boccia, rarissimamente, ma non ha il potere di iniziativa legislativa che è nelle mani della Commissione. I critici dimostrano, da un lato, di non avere sufficienti cognizioni istituzionali; dall’altro, di essere carenti anche in quanto alle modalità di fare politica. In tutti i parlamenti delle democrazie parlamentari, praticamente il 90 per cento delle leggi approvate sono di iniziativa governativa. Quando gli europarlamentari, in particolare, le Commissioni, ritengono che una particolare tematica meriti una regolamentazione legislativa, non hanno nessuna difficoltà a conquistare l’attenzione dell’apposito Commissario, se non, addirittura di tutta la Commissione. In via informale, ma non meno efficace, eserciteranno così l’iniziativa legislativa.

Non c’è dunque nulla di cui lamentarsi in materia di democrazia nell’Unione Europea? Quando sono i cittadini europei che ritengono che di democrazia in Europa non ce n’è abbastanza e che funziona male, allora, comunque, dobbiamo preoccuparci. Non è solo un problema di decisioni, che sono prese con troppa lentezza e dopo eccessive contrattazioni, peraltro in maniera non dissimile da quanto avviene nei governi di coalizioni multipartitiche. Non è solo un problema, peraltro reale, di cattiva o inadeguata comunicazione. È un problema di esagerata apertura dell’Unione a tutti i numerosi e potenti gruppi di pressione nazionali e transnazionali che difendono interessi particolaristici e, soprattutto di mancanza di trasparenza dei processi decisionali. L’Unione, che è democratica, deve diventare più trasparente esplicitando le posizioni dei decisori, i conflitti, le proposte di soluzioni alternative. Renderebbe possibile valutare le responsabilità del fatto, del non fatto e del malfatto per premiare e punire rappresentanti e governanti.

 

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, è, fra l’altro, autore di L’Europa in trenta lezioni, UTET 2017.

Pubblicato il 14 luglio 2019

Litigano su tutto, e allora? A chi (non) convengono le elezioni anticipate

La Lega è forte di un grande sostegno dai cittadini, M5S non ha alternative a questo esecutivo. Cosa si nasconde dietro i “litigi” di governo? Il commento di Gianfranco Pasquino

La congiuntura espressa senza una briciola di originalità e ripetuta fino alla noia è come segue. “Litigano su tutto. Non sono d’accordo su niente. Bisogna preparare l’alternativa. Elezioni anticipate: si chiudono le finestre”. Incidentalmente, chi le aveva (mai lasciate) aperte? Sono davvero stucchevoli le dichiarazioni degli oppositori e i resoconti dei retroscenisti. È sicuro che nel governo M5S e Lega hanno forti differenze di opinione e le manifestano anche ad uso dei loro sostenitori. Molto coesa, invece, è Forza Italia nella quale Berlusconi e Toti si abbracciano tutti i giorni, Carfagna e Taiani stanno organizzando le primarie, ma anche no, e a livello locale il deflusso degli amministratori è lento, ma costante. Chi davvero vuole litigare nel Partito Democratico, pacificato e propositivo? I Dem vanno d’amore e d’accordo su tutto. Anche sul fatto che il neo-eletto segretario non ha finora avuto neanche un’idea originale? Comunque, tutti vogliono un partito che si estenda da Calenda a chi? (quesito non proprio lacerante). Grande è l’accordo sulla necessità assoluta e positiva che il due volte ex-segretario Renzi si faccia il suo partitino post-leopoldino. Unanimità sulla costruzione di un’alternativa all’attuale governo, meno promettenti i numeri, ma bisogna gettare il cuore e i sondaggi oltre l’ostacolo. Meno chiari i contenuti, non pervenuti i partecipanti. Remember la sinistra plurale, aperta, inclusiva? Faccenda del secolo scorso. Questo è il secolo della rottamazione, della disintermediazione, della sparizione.

Chi andando a elezioni anticipate potrebbe vantare di avere introdotto il reddito di cittadinanza e conseguito quota cento? Chi potrebbe utilizzare come temi propagandistici il salario minimo e la tassa piatta? Chi potrà chiedere five more years per procedere a tagliare le poltrone garantendo ai cittadini il referendum propositivo e il perseguimento di una effettiva devolution differenziata di potere alle regioni? Quanto deve essere preoccupata la Lega arrembante e crescente se Fratelli d’Italia è pronta tutti giorni a buttarsi nelle sue braccia e se le critiche dell’affievolito Berlusconi (ricordiamolo: “grande amico di Putin”) non sono praticamente mai sulle politiche, ma solo sull’alleanza con il Movimento Cinque Stelle?

Nel contrattare con la Lega, inevitabilmente, come in tutti i governi di coalizione, Di Maio è in parte indebolito dalle tensioni all’interno del Movimento, ma l’inconveniente più grande è che non ha nessuna posizione di ricaduta. Deve, comunque, tirare a campare comprando tempo in maniera resiliente (copyright Luigi Di Maio) per completare un paio di punti programmatici, anche in, attesa delle conseguenze positive del reddito di cittadinanza. Fortissimo è il desiderio del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di durare, ovviamente per fare. Chi più di lui, avvocato del popolo e mediatore fra i due contraenti del Contratto di Governo, può ambire a diventare Presidente della Repubblica nel gennaio 2022? E il Partito Democratico, non importa se quello di Zingaretti, quello di Calenda, quello, beaucoup déjà vu, di Renzi, non sta neppure a guardare le stelle. Chi guarda dal basso è la crescita economica. Chi guarda tutti dall’alto è il debito pubblico. Né l’una né l’altro rilasciano dichiarazioni, neanche off the record.

Pubblicato il 13 luglio 2019 su formiche.net    

Così Salvini vince anche quando perde

In un recente talk show televisivo durato 95 minuti, il nome di Salvini è stato citato almeno una volta al minuto. I giornali radio e i telegiornali spesso si “aprono” con le dichiarazioni più recenti e qualche instagram di Salvini il cui nome ritorna e rimbalza nei commenti, subalterni, delle opposizioni, non solo PD, ma Forza Italia e Fratelli d’Italia. Anche dopo quella che mi è sicuramente parsa una sua sconfitta nello scontro con Carola Rackete, i sondaggi continuano a rilevare un alto grado di approvazione personale e politica. Nonostante, concretamente, la sua politica nei confronti dei migranti non abbia impedito sbarchi dei più vari tipi e non abbia minimamente inciso sulla politica dell’Unione Europea, d’altronde, Salvini a Bruxelles proprio non si fa vedere, la sua persona rimane centrale e conquista consensi.
Non serve a nulla che Giuliano Ferrara lo definisca “truce”, che i social lo sbeffeggino, che i vescovi lo critichino mentre i sondaggi rilevano favore nei suoi confronti proveniente dagli elettori che s’identificano come cattolici. Salvini ha una politica, che dovrebbe essere combattuta non soltanto sui numeri che parlano di riduzione degli arrivi nell’ultimo anno e, su un piano tutt’altro che irrilevante, di necessità di immigranti per il sistema socio-economico italiano di oggi, di domani e ancor più di dopodomani.
Le opposizioni battono i tasti sbagliati. Anche noi siamo stati migranti, in USA, in Argentina, in Belgio. Noi, italiani brava gente, dobbiamo dimostrarci accoglienti e, in effetti, in molte zone del paese effettivamente lo siamo. Agli europei dimostriamo anche che siamo buoni, migliori di come ci descrivono, e che Salvini non ci rappresenta. Di fronte a queste affermazioni, molti italiani semplicemente dimostrano, in maniera più o meno esplicita, fastidio. Dove vivono loro gli immigrati sono (o sono percepiti come) una sfida costante alla comunità, ai suoi valori, ai suoi stili di vita.
In pochissime località è attiva e funzionante una politica di integrazione fatta di insegnamento della lingua, delle leggi, Costituzione compresa, e di avviamento al lavoro. Le autorità locali sono schiacciate dall’assenza di fondi per l’integrazione, unità abitative comprese, e le forti non sottovalutabili preoccupazioni e irritazioni dei loro cittadini-elettori. Costoro vedono e capiscono che Forza Italia e Fratelli d’Italia sono a rimorchio di Salvini. Non vedono, invece, che cosa propongono le sinistre. Del Partito Democratico al governo non ricordano soluzioni particolarmente incisive e decisive. Dal resto della sinistra ascoltano appelli e critiche talvolta apocalittiche e vedono gesti tanto esemplari, andare a bordo della Sea Watch, quanto inutili. Se una politica chiara, chiaramente diversa, di rapida applicabilità, che fughi i timori senza colpevolizzare i timorosi, non sarà formulata, Salvini continuerà a occupare la scena con tracotanza e a mietere consensi in questa lunga estate calda.

Pubblicato AGL 10 luglio 2019

ENTREVISTA “Los Verdes pueden ser el partido del futuro próximo” @el_pais @elpais_inter

“Debemos hacer como Kennedy: no preguntarnos lo que Europa puede hacer por nosotros sino lo que nosotros podemos hacer por Europa”, sostiene el exsenador izquierdista italiano

 

Gianfranco Pasquino (Trana, 1942), uno de los politólogos más respetados de Italia y exsenador izquierdista, habla con calma y profundidad. Discípulo del sociólogo Giovanni Sartori y convencido europeísta, examina con versatilidad temas como las últimas elecciones al Parlamento Europeo y el desafío climático, hasta las relaciones de la Unión Europea con Rusia o Estados Unidos pasando por el proceso independentista catalán o el hiperliderazgo de Matteo Salvini.

Pasquino urge a la UE a ganar ritmo e impulsar propuestas ambiciosas en la protección ambiental, el refuerzo de los derechos ciudadanos y la fiscalización de las grandes empresas. Pero es, ante todo, optimista. “Tengo expectativas positivas sobre el futuro de Europa”, dijo en una entrevista reciente en Barcelona antes de participar en un coloquio sobre el continente organizado por el Club Tocqueville. Celebra que la derecha populista quedó lejos de sus objetivos en los comicios del 26 de mayo y cree que el auge de Los Verdes no es temporal.

La entrevista tuvo lugar antes de que los líderes europeos escogieran, el pasado martes, a sus candidatos para la renovación de altos cargos de la Unión. Pasquino defendía, como así ha acabado siendo con la ministra de Defensa alemana Ursula von der Leyen, que una mujer fuera propuesta para presidir la Comisión.

El Partido Popular Europeo fue la fuerza más votada en las elecciones europeas, con un 24,2% de apoyos, seguida de los socialistas (20,5%), pero ambas perdieron la mayoría absoluta que tenían desde hace cuatro décadas, por lo que necesitan apoyos ajenos. Ante esta realidad aritmética, Pasquino sostuvo que el crecimiento de los grupos liberales (14,4%) y verdes (9,9%) debe condicionar la agenda europea del próximo lustro.

Sin embargo, los Verdes no se han hecho por ahora con ninguna de las grandes carteras de la UE en juego, algo que sí han logrado los liberales con la presidencia del Consejo Europeo en manos del primer ministro belga Charles Michel.

“Los Verdes pueden ser el partido del futuro próximo. Es muy importante si ganan posiciones de poder a nivel europeo porque la imagen y la visibilidad van a ser importantes para actuar”, señaló el profesor emérito de Ciencias Políticas de la Universidad de Bolonia y también académico de la filial europea de la Johns Hopkins estadounidense. “Es más que un fenómeno temporal, es una verdadera tendencia”, añadió sobre las formaciones ecologistas, que en Alemania y Francia fueron segunda y tercera fuerza respectivamente en las europeas. Cree que juega a su favor que sus votantes son jóvenes y su enfoque es transversal.

En las elecciones de mayo, los partidos euroescépticos se impusieron en países importantes, como Francia, Italia o Reino Unido, pero en conjunto quedaron por debajo del tercio de votos que les habría dado capacidad de bloqueo. “El frente populista o soberanista tiene muchas contradicciones, lo que un soberanista quiere hacer, otro no puede aceptarlo. Entonces es un frente heterogéneo que no puede producir soluciones”, subrayó el profesor. No cree un problema que esos partidos existan porque representan sectores del electorado y considera un acicate que los ultras carezcan de propuestas concretas.

Al mismo tiempo, sin embargo, Pasquino ve “necesario construir una actualización entre los que creen en Europa y el proceso de unificación federalista”. Y pide tanto a las instituciones como a los ciudadanos acercarse mutuamente. “Creo que debemos hacer como hizo Kennedy con los americanos: no preguntarnos lo que Europa puede hacer por nosotros sino lo que nosotros podemos hacer por Europa. Los ciudadanos europeos tienen expectativas elevadas pero no hacen nada a nivel europeo”, afirmó el profesor, formado en EE UU.

Su lista de recetas es profusa. La UE debe mejorar su comunicación política para demostrar su utilidad, aumentar su presupuesto e incidir por ejemplo en la formación profesional, los eurodiputados deben hablar con sus electores… Le preocupa especialmente la creciente brecha entre el Oeste y el Este de la Unión ante la deriva antidemocrática de países como Hungría o Polonia: “Debemos invertir más en cultura política, explicar que la UE es un gran espacio de libertad y derechos y que los países que no [los] protegen tienen un problema con la UE”.

Pasquino también se declara preocupado por la retórica antieuropea de Salvini.Dice que el líder de la Liga y ministro de Interior italiano “domina porque no hay alternativas”, pero vaticina que perderá popularidad porque su discurso se debilitará según pierda peso el debate sobre seguridad e inmigración.

En una entrevista el año pasado, el profesor dijo que los nacionalistas catalanes y Salvini comparten “la representación territorial y la exigencia de mayor autonomía”. En los últimos años, La Liga ha mostrado simpatías con el independentismo catalán. Pero, preguntado ahora por esas declaraciones, Pasquino matizó la similitud: “El nacionalismo catalán tiene bases culturales importantes y tiene una historia, tiene una cultura. La Padania puede ser una región, no es como Cataluña, y Salvini no es Puigdemont”.

Joan faus entrevista Barcelona 4 JUL 2019

Nell’Unione contano i voti e le capacità #UE #Euco #NominationsUE #NomineUE @EUparliament

No, a Bruxelles non c’è stato uno scandaloso mercato fra capi di governo per l’attribuzione delle cariche -non delle “poltrone”, come scrivono i commentatori succubi del linguaggio populista. Si sono svolti legittimi e fisiologici negoziati fra esponenti politici e istituzionali di alto livello, tutti dotati di legittimità democratica, per scegliere le personalità che governeranno l’Unione Europea e la sua politica monetaria nei prossimi cinque anni. Succede esattamente così in ciascuno dei sistemi politici nazionali. Si vota, si contano i voti e i seggi, si forma una coalizione in grado di avere il consenso di una maggioranza assoluta e si scelgono le persone che di quella maggioranza e delle sue preferenze sono rappresentative e che hanno la biografia politica e professionale tale da garantire un buon rendimento nella carica ottenuta. Qualunque altra interpretazione, in particolare quelle che descrivono litigi e traffici, ricatti e imposizioni, non soltanto sono sbagliate, ma segnalano l’ignoranza dei commentatori riguardo al funzionamento di un sistema politico democratico. Avrebbe vinto la Germania poiché la prescelta a guidare la Commissione è una democristiana ministro nel governo di Frau Merkel? Ha vinto la Francia poiché a sostituire Draghi alla Presidenza della Banca Centrale Europea va la francese Christine Lagarde, certamente non una “macroniana”? Allora ha vinto anche il Belgio poiché alla guida del Consiglio europeo andrà il suo Primo ministro liberale Charles Michel. L’interpretazione corretta, che serve anche a capire meglio come funziona l’Unione, è che le cariche rispondono alla distribuzione del potere politico fra gli Stati-membri e fra le famiglie politiche costituitesi nel Parlamento europeo. Da sempre, per il loro peso politico e economico, Germania e Francia hanno maggiore influenza, ma sempre contano anche le qualità delle candidature e, oggi, con l’ingresso in forze dei sovranisti-populisti nell’europarlamento, si è dovuta formare una maggioranza parlamentare europeista più ampia. Candidato dal gruppo dei Socialisti e Democratici, l’italiano David Sassoli è stato eletto alla Presidenza del Parlamento Europeo. Questa non è certamente una vittoria dell’Italia, anche perché né i leghisti né gli europarlamentari delle Cinque Stelle l’hanno votato. Al suo terzo euro mandato, Sassoli ha vinto grazie alla stima personale di cui gode. Quando l’Europarlamento avrà approvato la nomina di Ursula von der Leyen, la parola passerà ai governi nazionali che debbono nominare ciascuno, tranne i tedeschi, un loro commissario in consultazione con il Presidente della Commissione indicando la preferenza per quale settore di competenza. Infine, la parola decisiva spetterà all’Europarlamento che dopo approfondite audizioni nelle varie Commissioni esprimerà il suo voto sui singoli Commissari e complessivamente sulla Commissione. È una procedura esigente e trasparente che non lascia spazio a ricatti, consente di apprezzare la democraticità dell’UE e non esclude, purché correttamente motivate, le critiche.

Pubblicato AGL il 4 luglio 2019

 

La cultura politica oltre l’ostacolo PD

Se fossi solo interessato alle sorti del Partito Democratico, questo post non dovrebbe essere pubblicato, L’ho scritto perché vorrei una società davvero civile che esprima una politica decente entrambe conseguibili soltanto se si trasforma sostanzialmente quella che è rimasta, seppure con problemi gravissimi, l’unica organizzazione simile ad un partito. Ma, in quanto tale, è fallita. Ne propongo un superamento totale

Già, caro Gianni Cuperlo, come si costruisce “un’alternativa alla destra di oggi” (e di domani e dopodomani)? Alla destra italiana, quella famosa che sta dentro di noi e che non debelliamo mai perché, da un lato, preferiamo non parlarne oppure minimizzarne le implicazioni e conseguenze, dall’altro, perché fino ad oggi non è stata costruita una cultura politica liberale e democratica. Certo, nel secondo dopoguerra non c’è mai stato tempo peggiore di adesso per tentare di dare vita e linfa a una cultura politica che in Italia è sempre stata fortemente minoritaria. Tuttavia, nel male contemporaneo, è proprio spiegando perché i populisti e i sovranisti non sono mai parte della soluzione, ma gran parte del problema, che diventa possibile formulare una variante di cultura politica liberale e democratica. E, allora, sarò drastico, per una molteplicità di ragioni, il Partito Democratico, come è stato costruito, come ha funzionato, per come è diventato costituisce forse l’ostacolo più alto alla elaborazione di una cultura liberal-democratica. Non posso/possiamo aspettarci nessuna riflessione su quella cultura dalle rimanenze di Forza Italia e di tutti coloro che sono caduti nella trappola di una improponibile “rivoluzione liberale” condotta dal duopolista Berlusconi in palese irrisolvibile conflitto di interessi. Mi auguro che un giorno, qualcuno, non chi scrive, farà un dettagliato elenco dei molti opinionisti che hanno fatto credito, interessato, al liberalismo immaginario di Berlusconi. Se l’antifascismo da solo non è democrazia, l’anticomunismo da solo non è liberalismo.

A che punto siete voi Democratici con la elaborazione di una cultura politica decente? Quando è stata l’ultima volta che di questo avete discusso, dei principi culturali a fondamento del PD: in una Direzione e in un’Assemblea del partito, nel corso dell’approvazione delle riforme costituzionali, che, ma proprio non dovrei dirvelo, non possono non avere una superiore cultura politica di riferimento (soprattutto, per chi crede, sbagliando, che la Costituzione italiana sia un documento “catto-comunista”), durante la maldestra difesa di quelle riforme condotta all’insegna di mediocri varianti di motivazioni neo-liberali e decisioniste, di una bruciante sconfitta elettorale? Non ho sentito nessuna parola in proposito nell’ultima campagna per l’elezione del segretario del partito. Già, Zingaretti non è un intellettuale, ma un minimo di consulto con professoroni e professorini potrebbe servirgli oppure gli ideologi del Partito Democratico sono diventati il neo europarlamentare Carlo Calenda e il senatore di Bologna Pierferdinando Casini? Non dovrebbe qualcun preoccuparsi anche del silenzio degli Ulivisti, da Romano Prodi a Arturo Parisi, i quali, peraltro, hanno avallato tutte, ma proprio tutte le decisioni di Renzi le cui personali vette culturali sono state attinte da due parole chiarissime: rottamazione e disintermediazione.

Ho esplorato la letteratura disponibile riguardo le culture politiche democratiche e riformiste finendo per constatare che quei due termini proprio non hanno fatto la loro comparsa, mai, neppure nei più aspri, e sono stati tanti, momenti di confronto e scontro all’interno dei partiti di sinistra. Senza nessuna sorpresa ho anche notato –non scoperto poiché già da sempre sta nel mio bagaglio di professore di scienza politica– che, da Tocqueville e John Stuart Mill, ma si potrebbe tornare anche a Locke (chi erano costoro?), democrazia è mediazione, lasciando la disintermediazione alle pratiche autoritarie e totalitarie (ne ho ricevuto immediata conferma da George Orwell).

Allora, caro Gianni Cuperlo, dobbiamo davvero aspettare che il bambino di Andersen si metta a gridare che il re (il Partito Democratico) è nudo (privo di qualsiasi rifermento culturale) e, aggiungo subito, anche bruttino assai. Acquisita questa consapevolezza, peraltro, già molto diffusa, lasciamo che il PD imploda oppure che si disperda sul territorio confrontandosi senza rete e senza arroganza (per molti piddini questa richiesta non sarà facile da soddisfare) con tutte quelle organizzazioni sociali, professionali, culturali e persino politiche che ritengono che alla egemonia della destra è possibile contrapporre una cultura politica democratica (Bobbio avrebbe aggiunto “mite”) che rimette insieme le sparse membra del liberalismo dei diritti e delle istituzioni con il riconoscimento del potere del popolo, meglio, dei cittadini e dei loro doveri. Caro Cuperlo, sarò molto interessato ad una tua iniziativa in materia. Non posso neppure escludere a priori di parteciparvi.

Pubblicato il 1 luglio 2019 su PARADOXAforum