INVITO #28giugno #TITANIC Come Renzi ha affondato la sinistra @lageloni “La Sinistra in festa” Albareto #Modena @articoloUnoMDP

Presso la Polisportiva Forese Nord – Albareto (Via Albareto 586, Modena)
LA SINISTRA IN FESTA – RICOSTRUIRE LA SINISTRA. PREPARARE L’ALTERNATIVA ALLA DESTRA
Una Festa Plastic Free

28 giugno ore 21

Presentazione del libro di Chiara Geloni
Titanic. Come Renzi ha affondato la sinistra

Andrea Carugati
Chiara Geloni
Gianfranco Pasquino

 

Questo governo durerà, al resto ci pensa Mattarella. Parola di Pasquino

Insieme Lega e M5S continuano a ricevere l’appoggio di quasi il 60 per cento degli italiani. Meraviglia che Zingaretti (Pd) chieda, un giorno sì e l’altro pure, elezioni anticipate che perderebbe alla grande

 

Questo governo di riconciliazione nazionale “Nord (territorio privilegiato della Lega)-Sud (granaio dei consensi alle Cinque Stelle)” mette insieme gli italiani veri e veraci: coloro che hanno lavorato tanto e vanno in pensione a Quota cento e coloro che tanto vorrebbero un lavoro, ma nel frattempo avranno il reddito di cittadinanza, coloro che desiderano una tassa piatta e coloro che vorrebbero un salario minimo, coloro che sventolano la bandiera del garantismo e coloro la cui bandiera è il giustizialismo (p.s.: tertium datur). Nessuna meraviglia che, insieme, Lega e Cinque Stelle continuino a ricevere l’appoggio di quasi il 60 per cento degli italiani.

Meraviglia, invece, che Zingaretti (Pd) chieda, un giorno sì e l’altro pure, elezioni anticipate che perderebbe alla grande e, comunque, dopo le quali dovrebbe faticosamente cercarsi alleati. Che poi dentro il governo e all’interno di ciascuno dei due contraenti ci siano e si manifestino posizioni differenti su molte tematiche può meravigliare soltanto coloro che conoscono esclusivamente la politica italiana degli ultimi pochi anni.

LE TENSIONI ALL’INTERNO DEI PARTITI AL GOVERNO

In tutti i governi di coalizione delle democrazie parlamentari esistono e coesistono differenze di opinione. Debbono anche essere accentuate a favore dei rispettivi elettori estremi, più intensi, quelli che hanno creduto nel programma, tutto e, se non subito, presto. Costoro, però, se sono davvero estremi, non hanno luogo più accogliente del “loro” partito tranne l’astensione che, giustamente, colpisce e preoccupa le Cinque Stelle sovrastate dal Capitano onnipresente e onnifacente. Quanto alle tensioni interne a ciascuno dei contraenti, da un lato, sono un classico gioco delle parti, dall’altro, servono a mantenere i contatti, per l’appunto, con un elettorato fazioso e persino troppo ideologico. Questo dell’attribuzione di un’ideologia sia ai leghisti sia ai pentastellati è un complimento di cui mi pento subito. Faziosità dovrei scrivere, ecco.

Allora, lasciamo il movimentismo a Dibba, Alessandro Di Battista, giustificandolo, “lui è fatto così”. Anzi, lontano dal potere che gli sarebbe stato dato, diventa persino più di “così”, ma che gli riesca di essere destabilizzante proprio no. Sull’altro versante, che il Claudio Borghi, diventato presidente della Commissione Bilancio della Camera, si esibisca nella proposta di dare vita ai mini-Bot è segno di incomprimibile creatività, magari imbarazzante. Allora, arriva il pacato sottosegretario Giancarlo Giorgetti a rimbrottarlo, non proprio subito, magari dopo avere ascoltato qualche imprenditore di riferimento, che quella roba lì è illegale e pericolosa. D’altronde, potrebbe anche essere che il Giorgetti diventerà il candidato di peso ad un portafoglio economico di peso nella Commissione Europea. Deve avere pensato che, forse, il futuro presidente della Commissione potrebbe non gradirlo, ma, peggio, gli europarlamentari, dopo avergli chiesto di giustificare i mini-Bot, potrebbero anche votargli contro. Tutti i Commissari, almeno nell’Unione Europea che conosciamo e che non saranno certamente né il governo italiano né i sovranisti a cambiare, prendono l’impegno ad agire rispettando e applicando i trattati. Il resto, lo sappiamo (tongue in cheek), lo farà il Conte equilibrista poiché se il governo cade può anche essere che Lega e Cinque Stelle ridefiniscano un accordo, pardon, un contratto, ma fosse mai che si cerchino un altro avvocato del popolo.

IL RUOLO DEL QUIRINALE

Non mi esibisco nella recitazione del rosario degli ostacoli che rendono praticamente impossibile andare alle urne in tempi brevi, poi neppure in autunno quando si dovrà stilare la nuova legge di Bilancio, ma neanche in inverno poiché come disse sagacemente il ministro degli Interni Antonio Gava“finché si scia a Cortina, non si vota” (e infatti le elezioni di febbraio e di marzo non hanno dato risultati confortanti). Mi limiterò a ribadire che le distanze fra i due contraenti sono componibili con qualche astuto scambio – tutta roba all’ordine del giorno della Prima Repubblica che, infatti, è durata almeno 46 anni – e al resto ci pensa, certo con qualche irritazione, il Presidente Mattarella, ieri gongolante perché Ilvo Diamanti (la Repubblica, 24 giugno) gli attribuisce l’onore di avere dato vita ad un non meglio precisato “presidenzialismo prudenziale”. Sobrio tripudio al Quirinale.

Pubblicato il 25 giugno 2019 su formiche.net

Da Losanna a Bruxelles la strada non è breve

Ricordo di avere letto tempo fa una ricerca sul grado di fiducia che i cittadini degli Stati-membri dell’Unione Europea avevano gli uni negli altri. Non so quanti fra quei cittadini fossero stati lettori dell’Eneide e ricordassero la frase del troiano Laocoonte “timeo Danaos et dona ferentes” che voleva rifiutare il dono del famigerato cavallo, ma solo un terzo degli Europei dichiarò di avere fiducia nei greci che, infatti, ne stavano facendo di cotte e di crude con la loro finanza e i loro numeri. Gli italiani godevano della fiducia del 50 per cento degli Europei. Nonostante i loro stivali e i loro carri armati Panzer avessero schiacciato tutti gli Stati-membri, i tedeschi sono riusciti a (ri)conquistarsi la fiducia dell’80 per cento degli europei. Prevedibilmente ai livelli più elevati, sopra il 90 per cento stavano tutti i paesi scandinavi, nordici. La buona notizia è che, almeno nell’importante occasione dell’assegnazione delle Olimpiadi invernali, molti dei delegati sportivi hanno creduto al progetto italiano, hanno valutato positivamente gli elementi tecnici, sportivi, logistici e con una notevole quantità di voti hanno assegnato le Olimpiadi a Milano e Cortina. La decisione è probabilmente stata influenzata in modo positivo anche dal segnale di unità e coesione che ha inviato la delegazione italiana e dal discorso del Presidente Mattarella che, com’è noto, riscuote notevole fiducia dei capi di governo e di Stato un po’ dappertutto. È giusto festeggiare anche perché, organizzate bene, come fece Torino nel 2006, le Olimpiadi promettono posti di lavoro, investimenti in infrastrutture, ritorni di immagine e di prestigio di cui l’Italia, mi viene da scrivere, “soprattutto in questa fase”, ha assoluta necessità. Sappiamo tutti, anche quelli che preferiscono chiudere gli occhi e le orecchie e accusano complotti, che la credibilità del governo Cinque Stelle-Lega, di alcuni ministri prominenti, dello stesso capo del governo (definito, in maniera sgradevole, un burattino da un pur autorevole esponente del raggruppamento liberaldemocratico europeo) è molto bassa a Bruxelles. Le promesse a vuoto e gli impegni disattesi, le giustificazioni basate su cifre e proiezioni che i Commissari ritengono come minimo fantasiose, il cambiar le carte in tavola (senza neppure sufficiente destrezza) hanno creato un clima non favorevole all’Italia. È auspicabile che, rallegrati dalla lusinghiera vittoria di Losanna, i governanti, a partire da Conte, si preparino al meglio per giocare una partita più importante che abbiamo iniziato e finora condotto davvero molto malamente. La porta della Commissione rimarrà pure sempre aperta all’Italia, come ha affermato il non-falco Pierre Moscovici, ma dietro quella porta stanno molti commissari, sicuramente la maggioranza, sospettosi delle mosse italiane e disposti non ad una ennesima apertura di credito, ma all’apertura della procedura di infrazione. Il passo da Losanna a Bruxelles non è breve.

Pubblicato AGL 25 giugno 2019

La egemonia della Destra

La Destra, in particolare nella versione che ne offre costantemente Matteo Salvini, ha acquisito una egemonia anche, forse, soprattutto culturale nell’Italia contemporanea? Lasciando, per una volta, da parte le responsabilità, che pure ci sono e grandi, del Partito Democratico, politiche e culturali, di persone e di proposte, a quali fenomeni/fattori bisogna guardare? La nuova Lega e il suo Capitano hanno soltanto saputo sfruttare una onda alta di insoddisfazione (peraltro, in competizione con le Cinque Stelle) e stanno facendo operazioni da abili surfisti oppure c’è qualcosa di più profondo nella cultura e nella politica in particolare italiana che la Lega interpreta meglio di chiunque altro?

Davvero si tratterebbe di una nuova manifestazione del fascismo? Perché, a mio modo di vedere di un “ritorno”, non potremmo assolutamente parlare, dal momento che il fascismo, notoriamente, in Italia non è mai andato via perché mai gli italiani hanno voluto fare i conti con se stessi e sempre hanno cercato di fare dimenticare le loro colpe spingendo sotto il tappeto quelli che Renzo De Felice chiamò Gli anni del consenso (1929-1936)? La  mia risposta è negativa, discutibile, ma solo da chi conosce non solo il fascismo italiano, ma anche come giunsero al potere i movimenti autoritari in Europa e America latina.

Due tematiche hanno finora fatto la fortuna politica di Salvini: l’immigrazione e la sicurezza. Sono anche legate fra di loro, ma non così strettamente come Salvini e diverse frange della sua Lega vorrebbero fare credere. In termini tecnici: agenda setting e issue ownership, da un lato, Salvini ha dettato l’agenda, dall’altro, si è impadronito saldamente di entrambe le tematiche. È presumibile che le due tematiche durino nel tempo, ma da sole certamente non garantiscono una egemonia culturale, anche se scomparse, snervate e sfibrate, le culture politiche del XX secolo (Paradoxa, La scomparsa delle culture politiche in Italia, Ottobre/Dicembre 2015 documenta il possibile), non esiste nessun argine.

Sull’onda del trumpismo, Salvini continua a dire “prima gli italiani” e questa sì è una tematica che ha radici profonde e durature. Fare leva sull’identità in una fase in cui pare sfidata sia dagli immigranti che da coloro che predicano accoglienza e solidarietà dalle loro comode abitazioni cittadine nelle zone a traffico limitato lasciando che quell’accoglienza e quella solidarietà la forniscano gratis et amore dei gli abitanti delle periferie è un’operazione che fa acquisire molti consensi. Può anche essere sfruttata come sfida all’Unione Europea le cui politiche sui migranti non sono state coronate da successi spettacolari. L’identità nazionale può essere utilizzata contro le sinistre da sempre e, almeno in parte correttamente, accusate di debole identità nazionale e di esagerato europeismo “mentale”, non politicamente argomentate. Che, poi, nella sinistra facciano outing anche i non pochi sovranisti è una scoperta soltanto per coloro che la sinistra la frequentano poco e la idealizzano molto. Non è qui che si troveranno gli anticorpi al “corpo” del leader Salvini.

Da ultimo, sta in Salvini e nel suo ampio seguito leghista la mentalità, che non vorrei mai chiamare “cultura”, del cittadino libero e produttivo contro lo Stato impiccione e sprecone. Dovremmo ricordare che è questa mentalità che si è ritrovata d’un sol colpo unita dentro la Forza Italia delle origini, che è stata blandita e remunerata dai governi di Berlusconi, che ha sempre dimostrato di essere molto diffusa, quasi fosse la mentalità italiana, degli italiani. Ed è questa mentalità con le sue radici profonde che può effettivamente costituire il sostrato di lungo periodo dell’egemonia di Salvini della destra. Voi chiamatela se volete “populistica” poiché implica la delega piena al Capitano, cioè al leader. Aggiungete il sovranismo e la miscela è quasi completa. Comunque, funziona e soprattutto rappresenta una parte cospicua degli italiani. Parte di questa miscela circola anche dentro il Movimento Cinque Stelle con una spruzzatina di democrazia diretta che, in verità, è una forma di delega mascherata. Parte, infine, ma in dosi molto minori si trova in quasi tutti gli Stati-membri dell’Unione Europea, ma molti di loro non hanno alle spalle un’esperienza fascista di impronta duratura.

Per concludere, non piangerò neppure una lacrima furtiva sul paese che ha dato i natali a Dante e Leonardo, a Cavour e a Garibaldi, a Spinelli e a De Gasperi. Nelle mentalità della Destra e dei suoi elettori sono quasi tutti dei Carneadi anche se qualcuno fra loro i voti li aveva, eccome. I successori non ne hanno fatto buon uso. Recuperarli richiede, cominciando subito, almeno una generazione (anche su questo “Paradoxa”, Giovani e futuro della politica. Oltre il disincanto, Ottobre/Dicembre 2018).

Pubblicato il 24 giugno 2019 su PARADOXAforum

VIDEO Diálogo “El Futuro Político de Europa” #Barcelona @ClubTocqueville

 

Hora: 19h
Lloc: Seu de les Institucions Europees a Barcelona (Passeig de Gràcia, 90)Amb Gianfranco Pasquino, Catedràtic de Ciència Política de la Universitat de Bolonya; Pilar del Castillo, eurodiputada del PPE i ex ministra d’Educació; i Enrique Barón Crespo; ex president del Parlament Europeu.Moderat per Ana Mar Fernández, Càtedra Jean Monnet en Polítiques Europees de la UAB.Benvinguda de Sergi Barrera, Cap de l’Oficina del Parlament Europeu a Barcelona.
Hora: 19h
Lugar: Sede Instituciones Europeas en Barcelona (Paseo de Gracia, 90)Con Gianfranco Pasquino, Catedrático de Ciencia Política de la Universidad de Bolonia; Pilar del Castillo, eurodiputada del PPE y ex ministra de Educación; y Enrique Barón Crespo, ex presidente del Parlamento EuropeoModerado por Ana Mar Fernández, Cátedra Jean Monnet en Políticas Europeas de la UAB.Bienvenida de Sergi Barrera, Jefe de la Oficina del Parlamento Europeo en Barcelona.

“El voto ideológico está prácticamente acabado”/”El vot ideològic està pràcticament acabat”

El ICPS y la Cátedra Jean Monnet en Políticas Europeas organizaron el ciclo “Diálogos sobre Europa”, que terminó el 13 de junio con un debate donde el politólogo italiano Gianfranco Pasquino debatió sobre el futuro de Europa con los profesores Ana Mar Fernández y Joan Botella.

17/06/2019

Gianfranco Pasquino, catedrático emérito de ciencia política de la Università degli Studi di Bologna (Italia) y una de las principales figuras de la ciencia política a nivel europeo, intervino el 13 de junio en el debate “El futuro de Europa ante el nuevo escenario político” junto con Joan Botella, catedrático de ciencia política de la UAB, y Ana Mar Fernández, responsable de la Cátedra Jean Monnet de Políticas Europeas y profesora del Departamento de Ciencia Política y Derecho Público de la UAB. La charla cerró el ciclo “Diálogos sobre Europa”, que organizaron por el Instituto de Ciencias Políticas y Sociales y la Cátedra Jean Monnet en Políticas Europeas.

¿Cree que habrá elecciones en breve en Italia?

No. Ésta es la primera experiencia verdadera de gobierno para los dos partidos, el Movimento 5 Stelle y la Lega, y no quieren perder el poder. Y el presidente de la república tampoco quiere disolver el parlamento. Las elecciones anticipadas no son la solución para los problemas de Italia.

Ahora, el tema es la aplicación de los “minibots”, esa especie de pagarés públicos que pueden acabar siendo una moneda paralela.

Son un truco que no servirá para nada. El Banco Central Europeo los ha criticado y sólo algunos liguistas los quieren utilizar; quizás creen que pueden servir para dejar la Unión Europea, cosa que sería un desastre. Los “minibots” indican que quieren cambiar algo en la relación entre Italia y la eurozona pero no se sabe exactamente qué.

¿Por qué tiene ahora tan buena aceptación la política de la Lega? ¿Tiene que ver con el carisma personal de Salvini?

Es Salvini pero hay también mucho trabajo detrás: tienen un equipo de comunicación muy bueno. Y hay mucha insatisfacción de los italianos hacia la política. Salvini aglutina a hombres y mujeres que piensan que él es capaz de producir cambios importantes y que no hay otro político con esa capacidad en la Italia de hoy. Maneja con habilidad la antipolítica.

Está surgiendo un tipo de líderes carismáticos que “venden” esa ruptura aparente con la política tradicional: Salvini, Donald Trump, Jair Bolsonaro…

No sé si Trump, Bolsonaro y Salvini tienen carisma; De Gaulle o Churchill tenían carisma, lo que tienen ellos es visibilidad. Y representan a una opinión pública no muy sofisticada, por así decirlo. Es un cambio mundial que se produce en la opinión pública: cuando hay un líder que ofrece una solución rápida y simple, lo aceptan. Pero hay mucha volubilidad, es decir, los líderes no van a mantenerse en el poder por mucho tiempo: Trump puede perder las próximas elecciones, y Salvini tiene mucha aceptación hoy pero no sabe si la tendrá dentro de unos años.

En muchos Estados de Europa entra en crisis el bipartidismo y se configura un nuevo sistema de partidos. ¿Por qué está pasando en tantos países al mismo tiempo?

Todo eso es producto del fin de las socialdemocracias. Muchas personas creen ahora que no van a obtener todo lo que el estado del bienestar garantizaba en el pasado y que tienen la capacidad de obtenerlo sin el apoyo de un partido o un sindicato. Es la aparición del nuevo individualismo, y los individuos votan a diferentes partidos en diferentes momentos. No hay fidelidad. Los partidos conservadores continúan existiendo más o menos; los socialdemócratas declinan visiblemente.

Y el voto cada vez es menos ideológico.

El voto ideológico está prácticamente acabado. Pero el voto socialdemócrata no fue solamente ideológico sino también un voto organizado: representaba la pertenencia a grupos, a estilos de vida, a comunidades. Y ya no existen comunidades de trabajadores.

¿Los buenos resultados de los partidos verdes en las últimas elecciones europeas son coyunturales o pueden marcar una tendencia?

Son algo que va a continuar porque el problema del medio ambiente va a seguir y debe ser afrontado. Y los partidos verdes no tratan solamente sobre medio ambiente: son también los partidos de los derechos de las personas. Hoy, en la mayoría de los países europeos y particularmente en Alemania, los verdes son el partido de la libertad. Los electores reconocen que los verdes son coherentes.

¿Y qué me dice de esa aparente tendencia entre las clases populares a votar por opciones extremistas, antiinmigración, etc., mientras que las clases medias más favorecidas se inclinan por opciones más progresistas?

Probablemente es así pero hay que tener en cuenta que son las clases populares las que se encuentran con los inmigrantes mientras que las clases medias, no. Y los inmigrantes producen también problemas, no son sólo una solución, como dicen algunos intelectuales. La izquierda debería tener en cuenta que la respuesta ha de convencer a las clases populares: que la diversidad es un valor y que podemos mejorar con ellos. Si no lo logra, no puede ganar. Y es un tema, además, con un fuerte componente emotivo.

¿Qué quiere decir “populismo” para usted? ¿No le parece que es un término que se está usando para definir cosas muy diversas, desde el gobierno de Venezuela a las políticas de Salvini?

Populismo es lo que no nos gusta. [Ríe] Ha habido líderes populistas a lo largo de la historia. Populismo es la relación directo entre un líder y un pueblo. Un pueblo que no está organizado sino formado por individuos que quieren soluciones sencillas; y el líder dice que tiene la solución. Si el tejido social está desorganizado, el populismo tiene una oportunidad. El populismo de Venezuela es el producto de la implosión de los dos partidos dominantes. En Italia, Salvini apela directamente a los electores. Pero, por el contrario, no creo que Marine Le Pen sea una líder populista; es una líder fuerte de la extrema derecha tradicional de Francia.

Han entrado muchas fuerzas de extrema derecha en el Parlamento Europeo pero están divididas sobre algunas cuestiones. ¿Cuál cree que será la verdadera capacidad de influencia de los partidos extremistas en las instituciones europeas?

No han ganado, eso es seguro. Han obtenido muchos escaños pero no los suficientes como para producir una minoría de bloqueo. Y tienen perspectivas diferentes: quieren defender los intereses nacionales, y los intereses de Hungría no son los de Polonia, ni los de Italia o Francia… No pueden producir algo coherente y van a tener una vida difícil dentro del Parlamento Europeo. Puede, en cambio, que su existencia obligue a los europeístas a ser más claros, a estar más unidos y a ser más propositivos.

¿Cómo cree que se resolverá finalmente el Brexit? ¿Qué consecuencias tendrá para la UE?

El Brexit no ha terminado. Puede que algo cambie la situación y no puedo excluir otro referéndum, porque yo creo que, hoy, la mayoría de los británicos no quiere dejar la UE. El Brexit es una paradoja: el país más democrático del mundo comete un error al convocar un referéndum. El líder que lo convoca cree que va a ganar, y pierde; deja el poder y los que le suceden no saben qué hacer. El Brexit es muy aleccionador para los que creen que pueden hacer lo que quieran. Si un país tan importante como Reino Unido no puede dejar Europa sin pagar consecuencias, ¿cómo podría Hungría o Italia?

¿La UE podrá jugar un papel unitario y fuerte en el nuevo mundo multipolar y con una China cada vez más poderosa?

La UE debe subrayar sus elementos básicos, extremamente importantes: es un gran continente desde el punto de vista económico, la segunda economía del mundo después de Estados Unidos; y es también una zona sin guerra, civilizada, el espacio más grande del mundo de derechos y libertad. Puede jugar un papel importante en el mundo sin necesidad de ser una gran potencia militar. Tengo bastante confianza en el futuro de la UE.

¿La ciencia política está logrando interpretar las razones de todas las transformaciones que está viviendo el panorama político mundial?

La ciencia política es muy importante para interpretar las transformaciones. Huntington interpretó la situación de Estados Unidos cuando la describió como poder solitario que no sabe crear coaliciones; Fukuyama interpretó correctamente el fin de la historia como fin del enfrentamiento entre las democracias liberales y los regímenes comunistas que han desaparecido; y también Huntington interpretó el problema emergente del choque de civilizaciones, que no podemos negar. Ha habido, pues, intérpretes muy destacados. La ciencia política tiene las herramientas para analizar los fenómenos políticos contemporáneos y prever algunos en el futuro.

Más información: Instituto de Ciencias Políticas y Sociales (ICPS)
Cátedra Jean Monnet en Políticas Europeas (EUPOL)

 

El ICPS i la Càtedra Jean Monnet en Polítiques Europees van organitzar el cicle “Diàlegs sobre Europa”, que va acabar el 13 de juny amb un debat on el politòleg italià Gianfranco Pasquino va debatre sobre el futur d’Europa amb els professors Ana Mar Fernández i Joan Botella.

 

17/06/2019

Gianfranco Pasquino, catedràtic emèrit de ciència política de la Università degli Studi di Bologna (Itàlia) i una de les principals figures de la ciència política a nivell europeu, va intervenir el 13 de juny en el debat “El futur d’Europa davant el nou escenari polític” juntament amb Joan Botella, catedràtic de ciència política de la UAB, i Ana Mar Fernández, responsable de la Càtedra Jean Monnet de Polítiques Europees i professora del Departament de Ciència política i Dret Públic de la UAB. La xerrada va tancar el cicle “Diàlegs sobre Europa”, que van organitzar per l’Institut de Ciències Polítiques i Socials i la Càtedra Jean Monnet en Polítiques Europees.

Creu que hi haurà eleccions en breu a Itàlia?

No. Aquesta és la primera experiència veritable de govern per als dos partits, el Movimento 5 Stelle i la Lega, i no volen perdre el poder. I el president de la república tampoc vol dissoldre el parlament. Les eleccions anticipades no són la solució per als problemes d’Itàlia.

Ara, el tema és l’aplicació dels “minibots”, aquesta espècie de pagarés públics que poden acabar sent una moneda paral·lela.

Són un truc que no servirà per a res. El Banc Central Europeu els ha criticat i només alguns lliguistes els volen utilitzar; potser creuen que poden servir per deixar la Unió Europea, cosa que seria un desastre. Els “minibots” indiquen que volen canviar alguna cosa en la relació entre Itàlia i l’eurozona però no se sap exactament què.

Per què té ara tan bona acceptació la política de la Lega? Té a veure amb el carisma personal de Salvini?

És Salvini però hi ha també molta feina darrere: tenen un equip de comunicació molt bo. I hi ha molta insatisfacció dels italians cap a la política. Salvini aglutina homes i dones que pensen que ell és capaç de produir canvis importants i que no hi ha un altre polític amb aquesta capacitat a la Itàlia d’avui. Manega amb habilitat l’antipolítica.

Està sorgint un tipus de líders carismàtics que “venen” aquest trencament aparent amb la política tradicional: Salvini, Donald Trump, Jair Bolsonaro…

No sé si Trump, Bolsonaro i Salvini tenen carisma; De Gaulle o Churchill en tenien, el que tenen ells és visibilitat. I representen una opinió pública no molt sofisticada, per dir-ho així. És un canvi mundial que es produeix en l’opinió pública: quan hi ha un líder que ofereix una solució ràpida i simple, ho accepten. Però hi ha molta volubilitat, és a dir, els líders no es mantindran al poder per molt de temps: Trump pot perdre les properes eleccions, i Salvini té molta acceptació avui però no sap si la tindrà d’aquí a uns anys.

A molts estats d’Europa entra en crisi el bipartidisme i es configura un nou sistema de partits. Per què està passant a tants països al mateix temps?

Tot això és producte de la fi de les socialdemocràcies. Moltes persones creuen ara que no obtindran tot el que l’estat del benestar garantia en el passat i que tenen la capacitat d’obtenir-ho sense el suport d’un partit o un sindicat. És l’aparició del nou individualisme, i els individus voten partits diferents en moments diferents. No hi ha fidelitat. Els partits conservadors continuen existint més o menys; els socialdemòcrates declinen visiblement.

I el vot cada cop és menys ideològic.

El vot ideològic està pràcticament acabat. Però el vot socialdemòcrata no va ser només ideològic sinó també un vot organitzat: representava la pertinença a grups, a estils de vida, a comunitats. I ja no hi ha comunitats de treballadors.

Els bons resultats dels partits verds en les últimes eleccions europees són conjunturals o poden marcar una tendència?

Són quelcom que continuarà perquè el problema del medi ambient seguirà i ha de ser afrontat. I els partits verds no tracten només sobre medi ambient: són també els partits dels drets de les persones. Avui, a la majoria dels països europeus i particularment a Alemanya, els verds són el partit de la llibertat. Els electors reconeixen que els verds són coherents.

I què em diu d’aquesta aparent tendència entre les classes populars a votar per opcions extremistes, antiimmigració, etc., mentre que les classes mitjanes més afavorides s’inclinen per opcions més progressistes?

Probablement és així però cal tenir en compte que són les classes populars les que es troben els immigrants mentre que les classes mitjanes, no. I els immigrants produeixen problemes també, no són només una solució, com diuen alguns intel·lectuals. L’esquerra hauria de tenir en compte que la resposta ha de convèncer a les classes populars: que la diversitat és un valor i que podem millorar amb ells. Si no ho aconsegueix, no pot guanyar. I és un tema, a més, amb un component emotiu fort.

Què vol dir “populisme” per a vostè? ¿No li sembla que és un terme que s’està usant per definir coses molt diverses, des del govern de Veneçuela a les polítiques de Salvini?

Populisme és allò que no ens agrada. [Riu] Hi ha hagut líders populistes al llarg de la història. Populisme és la relació directe entre un líder i un poble. Un poble que no està organitzat sinó format per individus que volen solucions senzilles; i el líder diu que té la solució. Si el teixit social està desorganitzat, el populisme té una oportunitat. El populisme de Veneçuela és el producte de la implosió dels dos partits dominants. A Itàlia, Salvini apel·la directament els electors. Però, per contra, no crec que Marine Le Pen sigui una líder populista; és una líder forta de l’extrema dreta tradicional de França.

Han entrat moltes forces d’extrema dreta al Parlament Europeu però estan dividides sobre algunes qüestions. Quina creu que serà la veritable capacitat d’influència dels partits extremistes a les institucions europees?

No han guanyat, això és segur. Han obtingut molts escons però no els suficients com per produir una minoria de bloqueig. I tenen perspectives diferents: volen defensar els interessos nacionals, i els interessos d’Hongria no són els mateixos de Polònia, ni els d’Itàlia o França… No poden produir quelcom coherent i tindran una vida difícil al Parlament Europeu. Potser, en canvi, la seva existència obligui els europeistes a ser més clars, a estar més units i a ser més propositius.

Com creu que es resoldrà el Brexit finalment? Quines conseqüències tindrà per a la UE?

El Brexit no ha acabat. Potser alguna cosa canviï la situació i no puc excloure un altre referèndum, perquè jo crec que, avui, la majoria dels britànics no vol deixar la UE. El Brexit és una paradoxa: el país més democràtic del món comet un error en convocar un referèndum. El líder que el convoca creu que guanyarà, i perd; deixa el poder i la gent que el succeeix no sap què fer. El Brexit és molt alliçonador per a aquells que creuen que poden fer el que vulguin. Si un país tan important com el Regne Unit no pot deixar Europa sense pagar conseqüències, com podria fer-ho Hongria o Itàlia?

La UE podrà jugar un paper unitari i fort en el nou món multipolar i amb una Xina cada vegada més poderosa?

La UE ha de subratllar els seus elements bàsics, extremament importants: és un gran continent des del punt de vista econòmic, la segona economia del món després dels Estats Units; i és també una zona sense guerra, civilitzada, l’espai més gran del món de drets i llibertat. Pot jugar un paper important en el món sense necessitat de ser una gran potència militar. Tinc força confiança en el futur de la UE.

La ciència política està aconseguint interpretar les raons de totes les transformacions que està vivint el panorama polític mundial?

La ciència política és molt important per interpretar les transformacions. Huntington va interpretar la situació dels Estats Units quan els va descriure com un poder solitari que no sap crear coalicions; Fukuyama va interpretar correctament la fi de la història com a fi de l’enfrontament entre les democràcies liberals i els règims comunistes que han desaparegut; i Huntington de nou va interpretar el problema emergent del xoc de civilitzacions, que no podem negar. Hi ha hagut, doncs, intèrprets molt destacats. La ciència política té les eines per analitzar els fenòmens polítics contemporanis i preveure’n alguns en el futur.

Més informació: Institut de Ciències Polítiques i Socials (ICPS)
Càtedra Jean Monnet en Polítiques Europees (EUPOL)

LA STRADA DEI BUONI MAESTRI Bobbio, Sartori e la politica @corrierefirenze #BobbioESartori @egeaonline

Recensione di Paolo Ermini per Il Corriere Fiorentino 15 giugno 2019

Bobbio e Sartori Capire e cambiare la politica Egea-UniBocconi 2019

C’è un’emergenza che soverchia tutte le altre: il rispetto delle regole. Riguarda tutti i livelli della comunità nazionale, sia al centro che in periferia, e tocca il funzionamento delle istituzione come la vita, le abitudini, dei singoli cittadini. Ma regola non è solo quella prescritta dall’uno o dall’altro codice, non è solo la norma di legge. È, forse soprattutto, il riconoscimento di quella comunione di valori che tiene insieme una nazione, uno Stato, la convivenza civile. E ci sono figure che più delle altre dovrebbero servire a richiamarci continuamente alla fedeltà a questi principii: quelle degli intellettuali. Cioè la coscienza viva di un Paese. Con i loro profili, anche politici, ma mai piegati a logiche di appartenenza e di potere. Quanti ne abbiamo ancora in Italia? Veniva da chiederselo l’altra sera alla Fondazione delle Biblioteche Casse di Risparmio in via Bufalini a Firenze, mentre Stefano Merlini ed Enzo Cheli dialogavano con Gianfranco Pasquino su due grandi della filosofia e della scienza politica del nostro Novecento: Norberto Bobbio e Giovanni Sartori .

L’occasione era la presentazione del libro scritto e dedicato dallo stesso Pasquino ai suoi due maestri (Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica, Bocconi editore). Professore di scienza della politica a sua volta, all’Università di Bologna, Pasquino si laureò con Bobbio a Torino e si specializzò con Sartori a Firenze. Un loro conoscitore profondo, dunque, che adesso ce li ripropone nella loro compiutezza, tra pensieri e opere, come omaggio al loro valore, ma anche come richiamo alla loro attualità. A una concezione della democrazia rappresentativa che non è certo esente da errori e fragilità, ma che resta pur sempre il miglior modello possibile in contrapposizione a tutti i regimi che più meno apertamente sacrificano i diritti politici. Sia Bobbio che Sartori non hanno vissuto nella sua gravità la crisi planetaria della democrazia, che non ha certo risparmiato il nostro Paese, ma ne hanno visti i primi segnali. Se ci fossero ancora, leggeremmo sul Corriere della Sera (Sartori) e su La Stampa (Bobbio) le loro analisi sul populismo e i suoi slogan, sul sovranismo antieuropeo, sulla quota 100 delle pensioni in un Paese che invecchia velocemente e che non si cura delle pensioni zero delle future generazioni. La domanda è: che cosa avrebbero scritto? Ma una risposta ci può essere.

Dice Pasquino: come nella letteratura anche nella scienza della politica esistono i «classici», quelli ai quali si può attingere sempre per orientarsi, soprattutto nei momenti di massima confusione. Come la stagione che stiamo vivendo. Il caso del Csm, con gli incontri tra deputati e magistrati per decidere la sorte di altri magistrati forse ci riporta al cuore di un sistema fatto di buone regole, scritte e anche no, ma strapazzate oppure financo dimenticate. Bobbio e Sartori non avrebbero incertezze sulla strada da prendere, velocemente. Magari senza essere ascoltati. Per opportunismo o per miopia, ma a questo si erano abituati.