DIETRO LE QUINTE/ È Marchionne il nome segreto di Berlusconi per Palazzo Chigi

Per la seconda volta in poco più di quindici giorni, Sergio Mattarella interviene contro l’astensione. L’esito del voto non è affatto scontato, spiega Gianfrancp Pasquino.
Intervista raccolta da Federico Ferraù.

Carlo De Benedetti si dice deluso da Renzi ma voterà Pd; gli esclusi dalle parlamentarie M5s annunciano ricorsi e Mattarella, per la seconda volta in poco più di quindici giorni, interviene contro l’astensione (“nessuno deve chiamarsi fuori o limitarsi a guardare”). È l’Italia che si avvicina alle urne. Come spiega il politologo Gianfranco Pasquino, i partiti hanno fatto una legge elettorale pensata apposta per nominare i parlamentari e rendere impossibile il governo del paese a chi non è coalizzato (prima del voto). Ma dopo le urne il governo potrebbe non essere affatto quello preventivato da Renzi e Berlusconi.

Professor Pasquino, l’astensione è attualmente valutata intorno al 33 per cento. Fa così paura?

Una buona percentuale di elettori che decide di andare a votare solo nell’ultima settimana. Io sono convinto che la campagna elettorale abbia ancora un ruolo importante.

Nel 2013 l’affluenza è stata alta (75,19 per cento) ma è scesa di 5 punti rispetto al 2008.

M5s nel 2013 ha portato al voto degli elettori che altrimenti sarebbero rimasti a casa. I 5 Stelle continuano a esserci ed è nel loro interesse portare a votare quegli elettori. Oggi c’è una parte di italiani insoddisfatta del Pd; Leu ne recupererà una parte. Alla fine di questa lunga ballata, credo che il 75 per cento degli italiani il 4 marzo tornerà a votare.

Secondo Repubblica chi vince governa anche con il 37-39 per cento.

No, quel calcolo è sbagliato perché troppo approssimativo. L’Italia è molto diversificata, partiti e coalizioni sono più forti in alcune zone e deboli in altre e fare proiezioni nazionali di situazioni locali risulta fuorviante. La mia stima è che per avere la maggioranza assoluta dei seggi sia alla Camera che al Senato occorra superare il 44 per cento. E nessuno ci arriverà.

Quale assetto politico ci restituirà la legge Rosato?

Più o meno il paese che conosciamo oggi, con piccole, scusi il termine, dis-proporzionalità e dis-rappresentanze. Ma la cosa ancor più paradossale è che gli stessi politici che hanno fatto la legge elettorale dicono che essa potrebbe restituirci un paese ingovernabile.

Sembra una presa in giro, perché la legge l’hanno fatta loro. E allora forse bisogna pensare male.

Non ci piace il paese così com’è, lo vorremmo diverso, ma per averlo diverso bisogna che i partiti siano in grado di cambiarlo. Invece questi partiti non vogliono cambiarlo: vogliono il potere che serve per far eleggere i loro parlamentari e disporne come vogliono, non per cambiare il paese.

Traiamone le conclusioni, professore. La legge Rosato è stata fatta in modo tale da non permettere a nessuna forza di governare da sola. È stata pensata per un governo di coalizione di chi l’ha votata.

Vero, ma solo in parte. Direi così: per la maggior parte dei politici la governabilità è “vinca il mio partito e abbia la maggioranza assoluta”, per di più controllata dal capo del partito e dal suo circolo più o meno magico, sia esso di Arcore, di Rignano sull’Arno o di una società di consulenza milanese. Il premio di maggioranza renziano serviva a questo.

Ma è stato cassato dalla Consulta.

Infatti. Nessuno negli altri paesi ha mai pensato una cosa simile: il premio di maggioranza è esistito solo in Grecia, anche se là era congegnato in modo da favorire non uno ma due partiti. Le democrazie parlamentari occidentali sono governate da coalizioni di partiti, non da singoli partiti pigliatutto.

E adesso?

I politici ci spaventano dicendo sarà difficilissimo fare una coalizione di governo, ma innanzitutto sarà necessario, e poi sarà doveroso. Dovranno fare anche in Italia quello che stanno facendo Merkel e Schulz: definire i punti programmatici sui quali trovare l’accordo e su quella base mettere insieme un governo.

Il suo pronostico?

Difficile fare previsioni. Credo che alla fine ci sarà un sussulto di dignità e che si andrà alla formazione del governo. Secondo me sono tre gli scenari possibili.

Il primo?

Un governo Renzi-Berlusconi è quello che mette d’accordo, oltre ai diretti interessati che hanno voluto la legge, tutti i commentatori dei maggiori giornali, ma secondo me è un’ipotesi che non regge. Se il Pd prendesse il 25 per cento e Forza Italia il 17, la loro piccola-media coalizione avrebbe il 42 per cento, che non è sufficiente. L’ipotesi terrebbe solo se Renzi prendesse più seggi di quelli che gli spettano col 25 per cento. Improbabile.

Il secondo scenario?

Vincono sul serio i 5 Stelle, cioè ottengono su scala nazionale il 31-32 per cento. Se fosse così, Di Maio andrebbe al Quirinale a chiedere l’incarico come leader del partito di maggioranza relativa. Mattarella non potrebbe negargli un mandato esplorativo e se volesse farlo dovrebbe spiegare perché. Inoltre in Parlamento i 5 Stelle farebbero un’opposizione frontale su tutto.

A questo punto, ottenuto il pre-incarico?

Di Maio scoprirebbe che ci sono certamente persone disposte ad appoggiarlo su alcuni punti programmatici. I numeri ci sarebbero e Mattarella conferirebbe l’incarico.

L’appoggio verrebbe dalla formazione di Grasso?

Verrebbe da Liberi e Uguali ma non solo, anche da singoli esponenti del Pd in nome della responsabilità. Ovviamente sarebbe un do ut des: niente più stupidaggini su euro ed Europa, appoggio al reddito di cittadinanza (M5s) in cambio dello ius soli (Pd), e così via.

E la terza ipotesi?

Il centrodestra vince con il 38-40 per cento, M5s si ferma al 30 il Pd al 25, Leu al 6-6,5. In questo caso è Berlusconi a fare scouting e ci riesce. E per favore non parliamo di “corruzione”: offrirebbe qualcosa in cambio, posti o punti programmatici, sui quali chi ci sta sottoscrive un accordo. Niente di diverso da quanto farebbero di Maio o Renzi.

Ma Berlusconi non può fare il capo del governo. E non ha detto chi vuole mettere a Palazzo Chigi.

Se vince, fa un po’ di fuochi d’artificio, proponendo Draghi, che rifiuta. A questo punto si rivolge a persone di cui non normalmente non si parla perché fanno il loro lavoro, ma che a un’offerta del genere difficilmente potrebbero dire di no.

Ad esempio?

Qualche banchiere ambizioso. Un tale Profumo, o un certo Passera. Non sarebbero gli unici: c’è anche qualcuno molto capace che si è detto deluso da Renzi.

Marchionne.

Appunto.

Pubblicato il 18 gennaio 2018 su ilsussidiario.net

In attesa di proposte #Politiche2018

Troppi dicono che la campagna elettorale in corso è “brutta”. Piena di rancori e di risentimenti, con molte vendette da consumare. Mi paiono categorie poco politiche, ma so benissimo che la politica è fatta da persone, elettori compresi, che, inevitabilmente, basano i comportamenti anche sulle emozioni. Nessuno dice quale campagna elettorale italiana è stata bella: quella del 1948 quando, secondo la DC, c’era il fondato rischio che i cosacchi giungessero ad abbeverare i loro cavalli in Piazza San Pietro? Certo, dopo il lungo percorso da Mosca avrebbero avuto moltissima sete. Quella del 1976 con il più fondato rischio, per i democristiani, che il PCI li “sorpassasse”? Quella del 1994, con gli ex- e i post-comunisti ai quali si contrapponeva l’immaginaria rivoluzione liberale di Berlusconi? Quella del 2013 in un paese ancora fiaccato dalla crisi economica al quale il centro-sinistra non sapeva cosa offrire e il Movimento di Grillo prometteva di fare vedere un cielo molto stellato? Ho lasciato fuori la campagna elettorale del 1996 nella quale la novità Ulivo sostenuta da molte associazioni si contrappose abbastanza (non trascuro l’appoggio condizionato, ma decisivo, di Rifondazione comunista) nettamente al centro-destra di Berlusconi privo della Lega che corse da sola. Brutta è stata, se guardiamo oltre Atlantico, la campagna elettorale per le presidenziali USA del 2016, e bruttissimo l’esito.

Cos’è davvero brutto nella campagna elettorale italiana? La mia risposta ferma e tassativa è: la legge elettorale Rosato che obbliga gli elettori a ratificare le alleanze fatte dal partito che intendono votare e ad accettare tutti i suoi candidati. La risposta della quasi totalità dei commentatori e dei conduttori televisivi è, invece, che la bruttezza deriva dalle promesse irrealizzabili che tutti gli schieramenti fanno senza curarsi del costo di quelle promesse e dell’esplosione probabile del debito pubblico, già a livelli insopportabili. È assolutamente giusto e opportuno criticare chi promette in maniera sconsiderata ed evidenziare che mancano le coperture, ma il mio suggerimento è di procedere in maniera diversa. Contrariamente al detto comune che non bisogna guardare al dito di chi indica (promette) la luna, sostengo che è proprio al possessore di quel dito che bisogna guardare.

La maggioranza di noi elettori non guarda soltanto alla luna che ci viene promessa. Ci chiediamo, invece, se chi indica quella luna è credibile. Se ha fatto promesse simili nel passato, le ha poi adempiute una volta al governo? Il suo schieramento è sufficientemente coeso dietro quelle promesse? Lo è stato nel passato?

Al suo interno esistono le competenze per tradurre efficacemente le promesse elettorali in politiche pubbliche? E, eventualmente, a ritoccare quelle promesse per procedere ad una migliore attuazione? I tre governi guidati da Berlusconi hanno fatto quello che avevano promesso? I governi del centro-sinistra guidati da Renzi e da Gentiloni hanno dimostrato tutta la competenza di cui si vanta l’attuale segretario del PD? Come valutare le capacità di governo delle 5 Stelle, solo in riferimento ai casi locali più visibili, Roma e Torino, oppure ampliando lo sguardo ad altre città con sindaci del Movimento? È mia opinione che la campagna elettorale attuale non sia né brutta né, aggettivo impegnativo, bella. Il suo difetto è che le proposte/promesse dei contendenti sono frammentarie, non consentono agli elettori di vedere quale idea di Italia abbiano i tre schieramenti: un’Italia credibile e attivo partner nell’Unione Europea oppure un’Italia sovranista fuori dall’euro e dalla UE? Ci sono ancora cinquanta giorni affinché gli schieramenti facciano chiarezza, individuino il loro tema dominante, formulino la loro idea d’Italia nei prossimi cinque anni. Poi saremo noi a decidere qual è, se non la migliore, la meno brutta.

Pubblicato AGL il 16 gennaio 2018

Quel che “Repubblica” non ha pubblicato

La Repubblica-Bologna ha letto alcune mie dichiarazioni sul Movimento 5 Stelle raccolte e pubblicate da “Il Fatto Quotidiano” e muore dalla voglia di fare un bel titolo Pasquino è diventato grillino. Programma una bella intervista che, però, non comincia benissimo poiché l’intervistatrice non sa nulla del mio passato bolognese (candidatura “civica” di sinistra a sindaco nel 2008) e pazienza, ma neppure della sfrenata campagna che i suoi predecessori al quotidiano condussero contro di me e a favore di un candidato che, diventato sindaco, fu costretto a dimettersi sette mesi dopo. Credevo che le interviste dovessero essere preparate compulsando un po’ di materiale pertinente. Peccato. L’intervistatrice non sembra del tutto convinta che sia una buona cosa avere quindicimila candidati alle parlamentarie delle Cinque Stelle. Però, a suo onore, va detto che capisce subito che il metodo del Partito Democratico (a Bologna c’è poco d’altro in città) non è particolarmente eccitante né democratico. Che al plurilegislatore torinese Fassino (cinque volte in Parlamento) possa essere chiesto, come si mormora, di accettare di essere contrapposto a Bersani non sembra sia stato deciso con una qualche procedura democratica. Forse, ma gli inglesi hanno una splendida espressione, I am afraid that neppure essere ricandidati, come Sandra Zampa “in quota Prodi”, sembra il modo più adatto per esaltare la democrazia interna ai partiti. Quanto al democristiano, mai Popolare, mai neppure Margherita, PierFerdinando Casini, in parlamento dal 1983 (sì), la cui candidatura asl Senato per il PD è data quasi certa (nonostante gli ovvi “malumori”, maldipancia della mitica “base”), non risulta che abbia vinto una qualche parlamentaria oppure superato un qualsiasi test fra gli iscritti del PD.

Già, la democrazia interna, quella cosa che il Movimento 5 Stelle dice d’avere, ma è lecito avanzare molti dubbi, non sembra, quando si discute di candidature, abitare neppure nel PD. Consiglio all’intervistatrice di andarsi a leggere un bel disegno di legge di attuazione dell’inciso “con metodo democratico” dell’art. 49 della Costituzione italiana relativo alla vita dei partiti scritto almeno vent’anni fa da Valdo Spini. Però, sostiene flebilmente l’intervistatrice, le Cinque Stelle quasi attentano alla democrazia e alla Costituzione imponendo una penale di 100 mila Euro ai parlamentari che abbandonino il loro gruppo. Comunico che mi pare una cosa brutta anche se bruttissimo è certamente il trasformismo che, incidentalmente, è sgraditissimo agli elettori italiani. Aggiungo che bisognerebbe affrontare l’argomento cercando di capire, con qualche parere di esperto, se si tratta di un contratto privato oppure che cosa. Quanto poi ai 300 Euro al mese per pagare i costi della piattaforma Rousseau, dopo essermi esibito nella critica di qualsiasi democrazia del click, ricordo all’intervistatrice che come Senatore della Sinistra Indipendente e, in seguito, dei Progressisti versavo regolarmente ogni mese al PCI (e poi al PDS), che mi aveva candidato e i cui elettori mi avevano votato, tre volte più di 300 Euro. Inoltre, contribuivo con i fondi a disposizione dei parlamentari ad un certo numero di iniziative del partito sul territorio. Questo è quel che ho detto nell’intervista che, senza nessuna mia sorpresa, Repubblica-Bologna non ha pubblicato.

Qui aggiungo, a completamento del discorso sui costi della politica, che in tutte le mie campagne elettorali ritenni opportuno e doveroso coprire parte dei costi. Nelle mie tre legislature non cambiai gruppo parlamentare. Quanto all’espressione e all’accettazione del dissenso, nella Sinistra Indipendente non c’era nessuna disciplina di voto e spesso espressi un voto in dissenso dal mio gruppo (o il gruppo votò in dissenso da me!). Neppure quando votai in maniera differente dal gruppo del PCI sulla prima guerra del Golfo e, per esempio, D’Alema mi fece sapere che mi ero collocato alla destra del Sen. Democratico Sam Nunn, a qualcuno venne in mente che dovevo andarmene. Concludo ricordando che, in materia di accettazione, persino valorizzazione del dissenso, dal segretario del PCI di allora Alessandro Natta ricevetti una comunicazione face-to-face su un argomento allora (sic) molto delicato: “non sono d’accordo a fuoriuscire dalla proporzionale, ma tu vai avanti con le tue idee”. Altri tempi, altri partiti, altra classe politica.

Pubblicato il 13 gennaio 2018

Sacrifici da meritare

Vorrei offrire ai dirigenti locali del Partito Democratico qualche argomento da contrapporre alla segreteria nazionale per evitare troppi sacrifici in termini di candidature al Parlamento nazionale. Primo, fare valere il criterio di una sana rotazione dopo i famosi/famigerati due mandati, non in maniera automatica, ma esprimendo anche una valutazione sull’operato del/la parlamentare uscente-entrante. Secondo criterio, inteso a dare buona rappresentanza politica agli elettori, ricandidare chi viene ripresentato nello stesso collegio della precedente elezione. Lì potrà spiegare ai suoi elettori le molte cose successe nella delicata, soprattutto per il PD, legislatura che si è conclusa, chiarendo, mio mantra, che cosa ha fatto, non fatto, fatto male e perché. Sarebbe un’ammirevole e utilissima operazione pedagogica che restituisce dignità alla politica. Terzo, scegliere le nuove candidature, anche valutando quelle che da Roma vorrebbero paracadutare, in base a due elementi essenziali: la storia politica, sociale, professionale e la sua rappresentatività delle idee del PD, della sua storia, del suo progetto. Naturalmente, da parte del paracadutato/a dovrebbe anche esserci una disponibilità a garantire la sua presenza sul “territorio”, non solo a fare passerella, ma a interloquire con gli elettori tutti, con le associazioni, persino con le banche. A questo punto, a PierFerdinando Casini (eletto alla Camera per la prima volta nel 1983) fischieranno le orecchie, ma so che personalmente se ne infischia. Tuttavia, da un lato, mi pare difficile inserire Casini nella storia del PD; dall’altro, mentre serpeggia l’inquietudine nella “base”, fra malumori e maldipancia, è giusto chiedersi se la candidatura di Casini, quanti voti porterà?, non segnali la direzione di marcia del PD, verso il centro-destra. Infine, per chi ritiene che la buona rappresentanza parlamentare è la premessa di qualsiasi governabilità decente, le candidature vanno scelte in base alla loro qualità, non perché sono “in quota di” qualcuno, né di Prodi né di Franceschini, ad esempio, ma perché rappresentano le idee del Partito Democratico. Si tratta di elezioni nazionali che, dunque, non dovrebbero in nessun modo avere riflessi sulla composizione della giunta di Bologna. Qualsiasi rimpasto andrebbe fatto con riferimento alle esigenze di garantire un miglior funzionamento del governo locale, non a ricompensare qualcuno perché non ha “ottenuto” candidature al Parlamento né a produrre un qualche riallineamento fra chi ha vinto e chi ha perso nel Partito Democratico. Che brutta storia.

Pubblicato il 12 gennaio 2018

Vittoria a quota 46

Al voto con la legge Rosato. Vittoria impossibile, sfide finte e parlamentari nominati. L’analisi del professor Pasquino.
Intervista raccolta da Massimo Pittarello

Stiamo per andare al voto con una legge elettorale totalmente nuova, inedita, due terzi proporzionale e un terzo con collegi uninominali. Difficile capire l’esito del voto, e ancor di più la sua traduzione in seggi. Per fare luce abbiamo sentito Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Astrologia Politica, pardon, di Scienza Politica.

Professore, quale deve essere la quota da raggiungere per essere certi della vittoria?

Difficilissimo rispondere, soprattutto prima di sapere come sono formate le coalizioni e chi viene candidato nei collegi, ma per essere sicuri della vittoria bisogna raggiungere il 45-46%, poiché a questa quota c’è un “premio” implicito insito nel meccanismo.

Qualcuno dice che basta il 40%..

Il 40% non basta. E, per come stanno le cose adesso, nessuno avrà la maggioranza. Tuttavia, c’è una campagna elettorale in corso e può darsi che qualcuno faccia errori clamorosi e qualcuno delle scoperte fondamentali.

Ma come è nata questa legge, quale il criterio con cui è stata scritta?

La legge Rosato non è stata scritta da Rosato, ma a lui bisognerebbe chiedere se abbia mai letto un libro o un articolo sui sistemi elettorali, anche se la risposta sarebbe imbarazzante e imbarazzata.

Si dice sia stata scritta per mettere in difficoltà i 5 stelle..

Senza dubbio con le coalizioni si è cercato di svantaggiare le 5 Stelle (usa il femminile, ndr), riuscendoci. Anche se forse le 5 Stelle stanno attrezzandosi per trovare qualche alleato. O almeno mi auguro possano creare delle liste civetta, tipo “lista democrazia diretta” o “lista Rousseau”.

Oltre a questo, quando hanno approvato la legge Rosato, Berlusconi e il Pd sapevano che con l’attuale assetto sarebbe stato improbabile avere un vincitore?

Già sapevano che nessuno poteva vincere. E Berlusconi sapeva di essere incandidabile. Cosicché, se non avesse vinto nessuno, lui avrebbe avuto il tempo per crescere. E se la coalizione andrà bene, è pronto per andare al governo con Renzi.

E Renzi, perché l’ha proposta?

Renzi condivide con Berlusconi l’interesse a scegliere in totale autonomia i parlamentari, che se poi si comportano in maniera servile potranno essere ricandidati. E’ un punto fermo nato con la legge Calderoli, proseguito con l’Italicum e ora con la legge Rosato, in cui tutti gli eletti sono tutti scelti da poche persone. A sinistra da Renzi, Franceschini e Orlando. A destra in base all’accordo tra Berlusconi, Salvini, Meloni e, forse, la quarta gamba.

L’affluenza può incidere sul voto e può contribuire od ostacolare una vittoria qualcuno?

Sappiamo che nel 2013 il Movimento 5 Stelle ha portato al voto una percentuale non molto alta, ma significativa, di elettori che altrimenti sarebbero rimasti a casa. Bisogna capire se sarà in grado di ripresentarsi come il partito che va contro tutti gli altri, come il partito che mobilita e incanala la protesta.

L’affluenza alle urne ha un peso nel determinare un vincitore? E in che modo?

Sarà importante capire chi sarà candidato nei collegi e le relative sfide. Per esempio, se a Bologna, che già è territorio ad alta partecipazione, ci fosse un confronto Bersani-Fassino, la mobilitazione potrà fare aumentare il numero dei votanti. Nei collegi con minore partecipazione ciò sarà ancora più importante. Stamattina c’era in televisione Latorre, che è un ex dalemiano, e uno scontro proprio con D’Alema alimenterebbe la mobilitazione.

Professore, lei è un provocatore..

E allora mi faccia essere cattivissimo. Nel collegio di Arezzo lo scontro tra Ferruccio De Bortoli e Maria Elena Boschi produrrebbe un’altissima partecipazione, altissima e interessantissima partecipazione… (ride)

A parte gli scherzi, sembra che nella realtà qualche sfida tra big ci sarà. Ma le pluricandidature non annullano le competizioni nei collegi, rendendole “finte”?

Tecnicamente si, ma può darsi che media e partiti riescano a concentrare l’attenzione su alcune sfide. In ogni caso la “battuta” davvero cretina di Renzi, che avrebbe sfidato Berlusconi, incidentalmente incandidabile, a Milano, è anche inutile, perché tanto poi Renzi si candida in qualche listino proporzionale e sarà eletto. Tuttavia, in alcuni casi le sfide potranno creare mobilitazione, anche se faccio difficoltà a trovare venti dirigenti politici degni di nota.

In ogni caso le forze politiche stanno cominciando a presentare le candidature. Cosa pensa delle “parlamentarie” dei 5 Stelle?

Il fatto che ci siano 15.000 persone che si candidano, che vogliono fare politica, è positivo. Qualcuno dice che vogliono solo entrare in parlamento, ma queste “primarie” oltre a definire cariche monocratiche, come per i collegi uninominali, sostengono anche la mobilitazione, l’attenzione, la comunicazione, la conversazione pubblica. Vedremo chi verrà fuori, ma le “parlamentarie” sono uno strumento efficace che riesce ad incanalare la protesta e a tenere vivace questa democrazia che talvolta è un po’ fiacca.

Negli altri partiti, a cominciare dal Pd, che scenario vede?

Una situazione preoccupante, a tratti deprimente. Tecnicamente, un “manuale Cencelli”, in cui Renzi, Orlando, Franceschini e, forse, Emiliano, si spartiranno le candidature in base alle percentuali interne. Si spartiranno le spoglie, consapevoli che è rimasto assai meno di quanto ottenuto nel 2013, quando con il 26% dei voti il Pd ottenne il 54% dei seggi alla Camera. Comunque, la spartizione più importante avverrà nell’area di Renzi, perché Franceschini è stato un ministro di successo, è un potenziale successore e ha un peso rilevante che vorrà e saprà far valere.

Pubblicato 8 gennaio 2018

 

Nemici solo a sinistra

“Nemici solo a sinistra”: questa è l’impostazione della campagna elettorale del Partito Democratico. E, allora, non servono le proposte, anche se qualcosa di strampalato lo si può buttare in pasto ai mass media. Serve la delegittimazione dei concorrenti, il character assassination dei competitors. Però, c’è anche l’avversario interno. Messaggio a Gentiloni: le “punte” sono tante e il suo tempo scadrà il 4 marzo. Non potrà essere così poiché bisognerà aspettare per fare il prossimo governo, e chi sa a chi toccherà, ma, tant’è, Gentiloni avvisato Gentiloni mezzo silurato.

Per andare oltre la Prima Repubblica

Prefazione a Giampiero Marrazzo, Respublica, Roma, Castelvecchi, dicembre 2017

Anche se, cari lettori, nessuno vi ha dato la Seconda Repubblica, anzi, qualche uomo politico italiano sostiene, facendo il colto, che siamo già entrati nella Terza Repubblica -personalmente vorrei la Quinta, di stampo francese– nessuno riuscirà più a restituirvi almeno quel che di buono vi fu nella Prima Repubblica le cui conquiste non furono affatto disprezzabili. Basta ricordare che nel 1990 l’Italia era diventata la quinta potenza industriale al mondo. Quello che il prezioso libro di Marrazzo offre di sicuro ai lettori è la visione ampia, articolata, persino affascinante che alcuni dei protagonisti hanno avuto della “loro” Prima Repubblica. Potevano fare meglio? Oh, yes! Si può fare peggio? Doppio yes. È sufficiente guardare in che stato è la nostra Res publica per quale alcuni protagonisti del mitico Ulivo parlano, a loro volta senza esercitarsi nella nobile arte della riflessione autocritica, di lutto e di tragedia.

1. Non è difficile rivalutare la cosiddetta Prima Repubblica, soprattutto se la si paragona alla fase politica successiva. Infatti, dal 1948 al 1992, l’arco di tempo che è effettivamente coperto dalla Prima Repubblica, è stato caratterizzato dalla ricostruzione economica dell’Italia e da cambiamenti sociali molto positivi che hanno reso complessivamente migliore la vita degli italiani. Tuttavia, l’esito di quella fase deve anche essere valutato, da un lato, con riferimento a quello che non si fece e/o si fece male (ovvero anche alle occasioni sprecate), dall’altro, riflettendo sulle conseguenze. Infatti, se la fase dal 1994 ad oggi appare tutto meno che positiva, è innegabile che alcune delle condizioni che la rendono tale sono il prodotto di scelte e non scelte, di omissioni e di inadempienze, di enormi carenze analitiche e politiche dei protagonisti della Prima Repubblica. Possiamo rimpiangere i partiti, quelli di massa (DC, PCI, in misura minore,PS), ma anche quelli di opinione (il PRI molto più del PLI e, notevolmente, il Partito Radicale), ma non dobbiamo esimerci dalla legittima critica dei loro dirigenti e dei loro comportamenti. Possiamo sostenere, come fanno sia Paolo Cirino Pomicino, mitico “o’ ministro”, sia Emanuele Macaluso,che il problema contemporaneo è la scomparsa delle culture (ne ho scritto nel fascicolo da me curato della rivista “Paradoxa”, Ottobre/Dicembre 2015 dove si trovano anche le riflessioni, fra gli altri, di Giuliano Amato e Achille Occhetto) , ma dobbiamo attribuire questa scomparsa non, usando una famosa espressione del leader socialdemocratico Giuseppe Saragat, al “destino cinico e baro”, quanto ai democristiani, ai socialisti, ai repubblicani, ai liberali, persino ai radicali, per non avere saputo rinnovare la loro cultura politica stando al passo con i tempi.

Nessuno dei dirigenti di quei partiti e pochissimi dei loro intellettuali di riferimento (sui quali, un giorno, un discorso andrà fatto) si preoccupò del problema: quale cultura politica in un mondo che il crollo del muro di Berlino rendeva assolutamente indispensabile? Dei comunisti, sul punto, c’è pochissimo da dire. Si erano troppo beati delle loro critiche alle socialdemocrazie, che di cultura politica, fra keynesismo, welfare, ruolo dei partiti e differenze di genere, ne produssero in abbondanza, da avere ancora la possibilità di ispirarsi a quella che era allora e, probabilmente, rimane tuttora, ancorché da revisionare, la più importante cultura politica di una sinistra “sostenibile”, da riuscire a trarne qualche insegnamento. Non è causale che Occhetto nulla dica in materia preferendo (lo so, perché lo ha scritto) credere in un improbabilissimo rinnovamento del marxismo. Pomicino pone il problema della cultura e, al tempo stesso, lo collega ai partiti. Ha ragione, anche se non è chiaro se siano le culture politiche che creano i partiti oppure se i partiti non debbano essere veicoli attraverso i quali le culture politiche sono elaborate, trasmesse, fatte circolare. Troppo scarsa è l’attenzione al problema da parte dei socialisti Intini e Signorile, ma rimane stupefacente che Intini creda che Proudhon avrebbe potuto servire a superare, all’indietro, il marxismo e a rinnovare il socialismo!

Nella prima fase della Repubblica italiana furono i partiti, grazie a gruppi dirigenti di notevole qualità intellettuale e di grande preparazione, a procedere nell’elaborazione culturale, persino a trasferirla nella Costituzione italiana (tutt’altro che “obsoleta” come dice De Mita), ma iniziò anche, in maniera sterile, la progettazione di riforme. Nessuno degli intervistati sottolinea la necessità di riforme. In effetti, tranne, parzialmente, De Mita, nessuno di loro ci ha creduto fino in fondo né, di conseguenza, ha dato grandi contributi anche se Occhetto può e deve rivendicare a sé il merito di avere portato il PCI su quel terreno che, purtroppo, i suoi successori hanno seguito limitatamente e malamente. Prospettare una democrazia dell’alternanza fu molto difficile per due ragioni. Prima ragione, la Guerra Fredda rendeva impraticabile qualsiasi alternanza fra gli “atlantici”, le coalizioni di governo imperniate, giustamente e democraticamente, poiché i voti contano, intorno alla Democrazia cristiana. Secondo, socialisti e comunisti furono assorbiti da un “duello a sinistra” (come scrissero Giuliano Amato e Luciano Cafagna) invece di costruire l’alternativa competitiva alla DC. Allora, qualcuno addirittura disse che bisogna costruire le istituzioni dell’alternanza. A parte che non se ne fece nulla, l’alternanza arriva attraverso la politica, facilitata, probabilmente, da un sistema elettorale adeguato, ma nessuna democrazia parlamentare rappresentativa deve rinunciare alle sue specifiche istituzioni per perseguire l’alternanza che, invece, arriverà quando il cittadino-elettore, “giocatore” e non spettatore, protagonista e non arbitro, entrerà in campo per fare valere le sue preferenze.

I due manifesti di quel periodo furono, da un lato, il libro di Giuliano Amato, non ancora nell’orbita di Craxi, Una Repubblica da riformare (Il Mulino 1980), dall’altro, la sottolineatura netta, ad opera dell’allora senatore democristiano Roberto Ruffilli, della necessità di pervenire ad una “cultura della coalizione”. Tralascio quanto, che fu molto, da me scritto, ma non un piccolo libro di cui sono molto orgoglioso: Restituire lo scettro al principe (Laterza 1985 che ho rivisitato e ampiamente ristrutturato in Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea 2015) perché credo sia opportuno affermare che sia la lettura/proposta di Amato sia la visione di Ruffilli mantengono tutta la loro carica riformatrice. Entrambe, per mettere i piedi nel piatto, possono anche essere lette come la premessa culturale, politica e istituzionale al rigetto il 4 dicembre 2016 delle riforme costituzionali renzian-boschiane prive di sistematicità e di qualsiasi comprensione delle modalità di funzionamento delle democrazie parlamentari. Aggiungo anche che quelle le riformette governative furono elaborate senza nessuna conoscenza di quanto già fatto, che c’era, e di quanto discusso, molto, e scartato poiché impraticabile e disfunzionale.

2. Non si arriverà a nessuna Seconda Repubblica senza conoscere la Prima (raccontata malamente da troppi furbetti che la manipolano) e senza conoscere come sono strutturate e funzionano le democrazie parlamentari dell’Europa occidentale. Se poi qualcuno si applicasse e facesse qualche compito a casa potrebbe persino trarre elementi utili dalle democrazie anglosassoni. Non mi risulta che nella transizione dalla Prima Repubblica all’interregno nel quale viviamo da quasi un quarto di secolo e nel quale, gramscianamente, proliferano i germi della degenerazione dal personalismo al populismo, dai conflitti d’interesse alla rottamazione (che, sì, è una degenerazione poiché nelle democrazie gli eventuali rottamatori sono i cittadini-elettori non i capi partito e il fenomeno si produce con riferimento non all’età e alle legislature, ma alla competenza e alle capacità) qualcuno dei politici e dei loro intellettuali di riferimento, provatamente peggiori di coloro che li hanno preceduti, abbia riempito di contenuti la democrazia da molti di loro ad nauseam definita, ma mai concretamente chiarita, “dell’alternanza, bipolare e maggioritaria”.

Non so se quella democrazia era l’obiettivo del peraltro troppo lungo periodo che Aldo Moro aveva forse in mente quando si rese lucidamente conto che “il futuro non è più nelle nostre mani”. Non so neppure se, come ottimamente argomenta Guido Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Il Mulino2016, p. 315), Moro avrebbe preferito una “circoscritta fase di convergenza, necessaria per legittimare l’evoluzione riformatrice del Pci” ad una consociazione con il Pci subalterno che vi si logorasse. Però, sono sicuro che il rapimento e l’uccisione del Presidente democristiano hanno segnato la vera e profonda svolta del sistema politico della Prima Repubblica (e mi conforta leggere che questa è anche l’opinione di Macaluso) . Non finì soltanto la possibilità di qualsiasi “compromesso storico”, una formula e una prospettiva che, per quel che mi riguarda, da subito considerai sbagliata e inconcludente, se non addirittura pericolosa per la dialettica democratica. Ne conseguì, frettolosamente elaborata da Enrico Berlinguer, ma mai davvero “riflettuta” in tutte le sue implicazioni all’interno del gruppo dirigente e dei quadri del PCI (come conferma Macaluso) , la proposta di un’alternativa democratica (certo, “non democratica” sarebbe stata inconcepibile) totalmente insussistente senza la convinta adesione dei socialisti, che non vi fu. Aggiungo subito senza un ruolo centrale, probabilmente di guida, dei socialisti le cui credenziali riformiste erano a cavallo fra gli anni settanta e ottanta sicuramente superiori a quelle dei comunisti (curiosamente, non le vedo rivendicate né da Intini né da Signorile dai quali un minimo di autocritica avrei apprezzato).

La vulgata contemporanea vorrebbe che la democrazia dell’alternanza, bipolare, maggioritaria sia stata l’esito voluto e perseguito da Silvio Berlusconi con la sua discesa in campo. Nient’affatto, Berlusconi, coalition-maker di innegabili abilità, è stato bipolare per necessità, noncurante dell’alternanza (anzi, favorevole alla, sua, inesistenza), maggioritario come obiettivo personale certamente non trasferito nelle sue proposte di riforma, ma congegnate per un miglioramento complessivo del sistema politico. Non ha, per esempio, mai capito la natura del presidenzialismo USA e neppure la differenza fra presidenzialismi e semipresidenzialismi. Rapidamente, invece, ha fatto prima filtrare la sua avversità ai collegi uninominali (in parte ritenendo di non avere candidati sufficientemente popolari), poi imposto una legge elettorale, che chiamerò con il nome del suo estensore Calderoli, anche se è fin troppo nota come Porcellum, che consente ai capi dei partiti (e, nel caso della “sinistra”, anche ai capi delle correnti) di nominare i candidati e quel che più conta di rinominarli producendo pessime rappresentanze parlamentari nelle quali saranno proprio i meno capaci a doversi dimostrare disciplinati e obbedienti fino al servilismo. Concludo sul punto notando che in assenza di una legge elettorale accettabile (che è meno, ma più importante, di condivisa, non quindi la legge Rosato) non si perverrà ad una qualche stabilità del quadro politico.

Secondo alcuni, anche fra gli intervistati, il vecchio “quadro politico” fu sostanzialmente travolto dai magistrati, più precisamente dall’inchiesta Mani Pulite e dai suoi ambiziosi protagonisti. Non entro nei particolari “scabrosi”, ma suggerisco di intrattenere anche l’ipotesi di una spiegazione alternativa, vale a dire che la scoperta della corruzione politica e della sua estensione diventò letale per i partiti italiani poiché all’inizio degli anni Novanta dello scorso secolo era ormai accertato lo sfinimento delle strutture e delle culture di tutti quei partiti tanto che anche il lieve soffio delle inchieste, amplificato dai mass media, spazzò via un po’ tutto. Naturalmente, non basterà mettere il bavaglio ai mass media e ostacolare l’azione della magistratura per ricostruire strutture e culture in un paese il cui livello di corruzione politica è nettamente superiore a quello di quasi tutte le democrazie parlamentari e non. Né mi sembra una strategia politicamente accettabile e positiva quella di etichettare coloro che denunciano la corruzione come populisti.

Qui debbo dichiarare la mia assoluta contrarietà ad un utilizzo indiscriminato del termine populismo. No, non tutto quello che non ci piace in politica è da etichettare “populismo”. Sì, di populismo nella politica italiana ne avevamo già avuto negli anni Quaranta del secolo scorso con il commediografo Guglielmo Giannini. L’abbiamo chiamato “qualunquismo”. Sì, di populismo ne abbiamo viste due varianti recenti: quella, ruspantissima, di Bossi e quella in doppiopetto di Berlusconi. Dal canto suo, Salvini utilizza il populismo selettivamente, non quando si mette con Marine Le Pen, che è una classica “nazionalista” francese di estrema destra, non quando trova consonanze di vedute e accordi con Giorgia Meloni che è erede di una tradizione di destra pochissimo populista. No, anche se Grillo ha il populismo nelle sue corde, neppure il Movimento Cinque Stelle è prevalentemente populista. L’anti-politica, quella delle Cinque Stelle, spesso anche critica legittima della brutta politica che c’è, diverge dal populismo finendo in una confusa rivendicazione di forme di consultazione, di influenza e di partecipazione la cui democraticità è dubbia, ma il cui tasso di populismo è scarsino. Senza affatto prescindere dall’affermazione lapalissiana, ma indispensabile, che non esiste democrazia senza popolo, senza sovranità del popolo, una modica dose di populismo circola da tempo in tutte le democrazie. Naturalmente, quelle ben funzionanti dotate di una solida cultura politica e civica lo tengono a bada in maniera efficace. In Italia il crollo della esausta democrazia dei partiti ha aperto ampi spazi ai populisti. La mancata ricostruzione di una democrazia istituzionalmente efficace ha trasformato quegli spazi in praterie che solo la mediocre qualità degli aspiranti populisti non ha saputo sfruttare fino in fondo. Ciò detto nella flebile speranza di influenzare il dibattito pubblico, populismo è quando un leader fa appello al popolo e travolge le istituzioni intermedie, quando conclude con la frase (di Grillo) “fidatevi di me”, quando sostiene, come Berlusconi, che chi ha vinto le elezioni può operare al di sopra del Parlamento e non deve curarsi dell’osservanza delle leggi che la magistratura vorrebbe imporgli. Questo è populismo: “un leader e il suo popolo”. Naturalmente, populisti furono anche tutti quei commentatori che definirono “nemici del popolo” coloro che facevano campagna per il no al referendum costituzionale trasformato in plebiscito personale da Renzi. Just for the record, un record che segnala clamorosamente l’abisso di incultura politica degli operatori dei mass media e degli intellettuali proni al renzismo.

La trave populista accecò i troppi commentatori che tuttora vanno alla ricerca delle, peraltro molte, pagliuzze populiste nel piccolo gruppo dirigente delle Cinque Stelle. In quel gruppo vedo, anzi, non vedo nessuna cultura istituzionale. Non sanno distinguere fra cittadini e parlamentari. Non capiscono che l’assenza di vincolo di mandato è la precondizione assoluta per l’esercizio della rappresentanza. Non si rendono conto che il limite ai mandati impoverisce la già bassissima qualità dei rappresentanti che dovrebbero andarsene a casa proprio quando potrebbero finalmente mettere a frutto l’esperienza acquisita. Le Cinque Stelle sono diventate, per convinzione e per convenienza, il veicolo privilegiato della protesta. Incanalare la protesta, che è quello che faceva il PCI e che le sinistre non sanno fare più, è un compito importante. Non mi pare che, tranne per i successi elettorali conseguiti, le Cinque Stelle abbiano saputo farlo in maniera efficace. I voti li hanno presi, ne prendono e ne prenderanno. A livello locale hanno consentito loro di vincere cariche di governo. A livello nazionale sono stati messi nel limbo dove, se non imparano la politica delle alleanze, rischiano di rimanere. Peggio per loro, potrei limitarmi a dire. Anzi, lo dico, ma con la piena consapevolezza che tenere un terzo o poco meno di elettori, con le loro preferenze, i loro interessi, le loro aspettative, ai margini di un sistema politico incide negativamente sul funzionamento del sistema e su qualsiasi possibilità di miglioramento. Questo è il discorso che andrebbe rivolto alle Cinque Stelle, sfidarle invece di demonizzarle che è l’atteggiamento prevalente nelle pagine di “Repubblica” e de “Il Foglio”, e non solo.

3. Piombati tumultuosamente in un interregno post-1994, anche per loro innegabili responsabilità (non avevano voluto/saputo capire; non avevano cambiato i loro, spesso riprovevoli, comportamenti), i politici della Prima Repubblica persero giustamente il potere. Soltanto alcuni di loro, intelligenti, preparati, “scafati”, riuscirono a tirare su la testa. Non è bastato. Sono stati rimpiazzati da parvenus, da miracolati, da “nominati”, da protagonisti senza arte né parte, ma con ambizioni sconfinate ed ego extralarge. Occhetto afferma che nel 1994 si ebbe una “rivoluzione antropologica”. De Mita nota che la dialettica parlamentare si svolge con i toni del confronto fra tifosi allo stadio. I socialisti si dolgono, non troppo, e si assolvono. Complessivamente, il panorama è desolato e desolante. Peggio: è largamente rappresentativo della società italiana com’è diventata anche guardando ai suoi rappresentanti politici. Marrazzo ha molto opportunamente incoraggiato e raccolto le riflessioni e le opinioni di cinque uomini politici che ebbero un ruolo di protagonisti nella Prima Repubblica e che, pertanto, dovrebbero uno dopo l’altro accettare di avere avuto anche non poche responsabilità nel crollo, imprevisto, ma non del tutto imprevedibile, del loro “mondo”. C’è un nuovo mondo, un mondo nuovo da costruire? La risposta non può che essere positiva: c’è. I quesiti sono tre: i) quale mondo è possibile e auspicabile costruire?; ii) con quali modalità e obiettivi?; iii) chi saranno i costruttori? Qualcuno potrebbe anche credere che per la previsione sarebbe meglio affidarsi alle sibille e agli astrologi. Invece, no. Ho imparato da Giovanni Sartori che non soltanto è possibile, ma è doveroso utilizzare le conoscenze politologiche, a maggior ragione quando provengono da analisi comparate effettuate con tutti i crismi, per formulare scenari e attribuire loro punteggi di realizzabilità.

Se l’Italia galleggia in una transizione politico-istituzionale da una Prima Repubblica alla quale non è possibile (e neppure auspicabile tornare) e un assetto repubblicano che non riusciamo ad intravedere, quali variabili è indispensabile prendere in considerazione? Al proposito, faccio outing. Da almeno trent’anni ho maturato la convinzione che la transizione potrà chiudersi soddisfacentemente soltanto cambiando il modello di governo da parlamentare tradizionale/classico a semipresidenziali accompagnato da una legge elettorale maggioritaria a doppio turno in collegi uninominali. Questo non basta a fare di me un gollista di sinistra, ma il mondo istituzionale della Quinta Repubblica, del quale si giovò alla grande il Presidente socialista François Mitterrand (e del quale i socialisti italiani parlarono a lungo positivamente senza, però, volere mai rischiare proponendolo nelle riforme) mi pare possibile e auspicabile anche in Italia (G. Pasquino e S. Ventura, a cura di, Una splendida cinquantenne. La Quinta Repubblica francese, Il Mulino 2010). Sono molto fiducioso che, prima o poi, in Parlamento si troverebbe una maggioranza trasversale disposta a formulare una riforma complessiva che non consenta a nessuno di calcolare vantaggi e svantaggi e a tutti di ritenere che la competizione prossima ventura in un quadro semipresidenziale darebbe considerevoli opportunità politiche, anche di carriera affinché gli obiettivi congiunti “più potere ai cittadini” e “più autorevolezza alle istituzioni” possano essere conseguiti anche in Italia.

4. Costruttori di questo esito non sono in grado di essere né il PD di Renzi né, tantomeno, l’intelligentsia renziana (un vero ossimoro alla luce di molte prove ed evidenze). Infatti, nonostante l’accanimento terapeutico di alcuni esponenti transitati in questa confusa fase, il Partito Democratico costituisce un monumento al vuoto di cultura politica come rivela anche la mediocrità dei saggi e dei libri che gli sono stati finora dedicati. Doveva diventare il contenitore/contaminatore del meglio delle culture riformiste espresse nel secondo dopoguerra: cattolici democratici, marxisti gramsciani, ambientalisti, con la gravissima dimenticanza dei socialisti in carne, ossa e idee. Non è diventato nulla tranne, forse, gazebo e primarie a vocazione maggioritaria. Neppure quanto di buono, non moltissimo in verità, aveva suscitato l’Ulivo in termini di mobilitazione di un associazionismo volonterosamente disponibile a collaborare per il rinnovamento della politica, ha trovato spazio nel partito di Veltroni, Bersani, Renzi et al. Qualcuno inneggia al partito personale, ma allora vince Berlusconi la cui personalità torreggia. Altri vedono un po’ di tutto a cominciare dagli alberelli dei partitini, ma mai intravedono la selva oscura nella quale si nasconde quel che rimane della politica italiana. Se il futuro è o dovrebbe essere l’Europa, ecco non è quella la prospettiva che affascina Cirino Pomicino e De Mita, Occhetto, Intini e Signorile, ma neppure i loro più o meno accettabili successori. Emblematica di una profonda differenza di visione e di azione è la comparazione fra Renzi che tiene una conferenza stampa avendo fatto ridicolmente riporre la bandiera dell’Unione Europa e Emmanuel Macron che festeggia la sua vittoria presidenziale arrivando al Louvre facendo platealmente risuonare l’inno alla gioia di Schiller-Beethoven.

La Prima Repubblica fu costruita e fatta funzionare dai partiti politici dentro l’alveo di una Costituzione, da un lato, flessibile, dall’altro, dotata di regole la cui osservanza dava vita e sostanza ad una politica democratica. Altrove ho scritto che i partiti italiani sembrarono molto più solidi di quello che in realtà erano poiché debole era la società civile. Non vorrei dire che nel corso del tempo la società italiana sia diventata particolarmente “robusta e vibrante” (i due aggettivi preferiti usati dagli americani per descrivere fin troppo positivamente la loro società), ma certo si è resa abbastanza autonoma dai partiti, si è differenziata, diventando al contempo frammentata e, purtroppo, corporativizzandosi vale a dire mettendo sempre e comunque al primo posto gli interessi particolaristici. Questa evoluzione è sfuggita ai dirigenti di partito della Prima Repubblica diventati troppo autoreferenziali, impegnati in lotte politiche sterili, incapaci di procedere alla manutenzione e al rinnovamento dei loro partiti. Adesso, chi guarda al sistema dei partiti italiani, che è sostanzialmente destrutturato, non può che nutrire dubbi sulle probabilità che in tempi brevi ne vengano sussulti organizzativi e novità politiche. Neppure quello che è stato in modo del tutto provinciale (altrove, ovunque, esistono partiti che hanno tutte le intenzioni e tutti gli strumenti per durare) definito “l’ultimo partito”, il Partito Democratico, è in buona salute. Peggio, gli estensori della più recente legge elettorale non si sono affatto posti il problema di come trovare meccanismi che rafforzassero le fatiscenti organizzazioni partitiche spingendo verso un loro consolidamento e premiando la loro effettiva presenza sul territorio.

Il declino delle strutture (e la scomparsa delle culture) partitiche avviene, in maniera che appare quasi inarrestabile, a scapito della rappresentanza politica. Non esistono partiti “personali”, personalisti, personalizzati in grado di garantire efficace rappresentanza politica in una democrazia. Inoltre, la “personalizzazione” della politica non ha quasi nulla a vedere con la comparsa e l’affermazione di personalità. Uno dei grandi insegnamenti della scienza politica è che i sistemi elettorali producono effetti sui partiti singoli e sui sistemi di partiti e possono essere intelligentemente congegnati per conseguire l’obiettivi di rafforzare i partiti e i loro collegamenti con l’elettorato (com’è stato fatto in Germania nel 1949) e che le grandi personalità politiche emergono laddove esista reale competizione politica. La legge elettorale Rosato non favorisce nulla di questo.

No, la luce in fondo al tunnel non la si vede affatto. La qualità della democrazia italiana, che dipende in larga misura dai partiti e dalla (loro) classe politica, rimarrà modesta, insoddisfacente, irritante. Indirettamente, sono i cinque uomini politici intervistati da Marrazzo a offrire loro stessi una spiegazione. Non hanno saputo affrontare le sfide e preparare il futuro. Adesso, qualcuno potrebbe esibire la sua cultura affermando che “siam come color che son sospesi”. È persino possibile che un giorno i nostri posteri diranno con Dante e Virgilio che dall’inferno della transizione “uscimmo a veder le stelle”.