Democrazia, élites, popoli #18aprile Meeting Point Federalista

18 aprile 2021, ore 17-19

L’analisi della crisi di civiltà, premessa del Manifesto federalista, implica una riflessione sulle cause che portarono alla crisi delle democrazie europee e all’instaurarsi dei regimi totalitari di massa negli anni Venti e Trenta del Novecento. Di fronte alle folle oceaniche acclamanti il Duce, all’elezione di Hitler nel 1933 e alla votazione plebiscitaria della Saar in favore della Germania nazista nel 1935, era difficile conservare fiducia in una visione semplicistica della democrazia che attribuiva al popolo tutte le virtù e la capacità d’intendere il suo «vero bene». Ma anche le esperienze compiute nei regimi di più lunga tradizione democratica, che avevano resistito alla marea totalitaria, mostravano la fragilità della democrazia, mai raggiunta una volta per tutte e sempre sotto attacco da parte di forze reazionarie, ceti privilegiati, interessi corporativi, movimenti populisti. Benché il contesto sia oggi mutato e molto più complesso, i rischi per la democrazia restano gli stessi, mentre si continuano a definire “democrazie” anche regimi illiberali per il solo fatto che sono stati votati, anche se non rispettano lo stato di diritto. C’è dunque l’urgenza di riflettere sulla natura della democrazia, sulle relazioni tra classe politica e cittadini, fra élites e popolo(i), e su come costruire un’autentica democrazia sovranazionale. 

Democrazia, élites, popoli

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna, socio dell’Accademia dei Lincei, senatore della Repubblica per tre legislature. Tra le sue recenti opere ricordiamo:  L’Europa in trenta lezioni, 2017; Deficit democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader, 2018; Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica, 2019; Minima Politica. Sei lezioni di democrazia, 2020; Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana, 2021.

Antonio Argenziano, segretario nazionale della Gioventù Federalista Europea

Introduce per il MPF:

Marco Zecchinelli (MPF), militante federalista, segretario della sezione MFE di Pesaro-Fano

Ciclo a cura di Meeting Point Federalista 1941-2021  Radici storiche di questioni attuali  
Dal Manifesto di Ventotene all’Europa e al mondo del XXI secolo  
Ciclo di sei incontri a cura del Meeting Point Federalista (MPF)  

La registrazione è gratuita su Eventbrite.

PD e M5S, ora patti chiari dopo l’alleanza lunga @fattoquotidiano @pdnetwork @Mov5Stelle

Enrico Letta tenta di rivitalizzare il suo PD che alla vocazione maggioritaria ha da tempo preferito la presenza nella maggioranza (anche al plurale) di governo. A sua volta, Giuseppe Conte ha deciso di impegnarsi nella ristrutturazione del Movimento 5 Stelle, operazione difficile, ma non mission impossible. Entrambi sembrano convergere su una aspirazione molto importante: dare vita ad un’alleanza “organica” fra le due organizzazioni che guidano. Hanno già incontrato qualche opposizione, sia vocale sia nascosta, ma il poco dibattito che si è aperto non ha gettato luce sui pro e sui contro di questa eventuale alleanza, soprattutto in vista delle elezioni politiche che al più tardi dovrebbero tenersi nel marzo 2023. Come stanno le cose, l”organicità” della alleanza, se “organica” significa: stretta, profonda e duratura, mi pare alquanto prematura. Tralascio le molte differenze di opinione attualmente esistenti forse più nella base e nei rispettivi elettorati che fra i gruppi dirigenti, che hanno già dato prova di essere più manovrieri e disinvolti. Tuttavia, dovrebbe essere chiarissimo che se gli attivisti e gli iscritti del Movimento e del PD non sono convinti della bontà e della fecondità di una alleanza “organica”, ai rispettivi elettorati giungeranno messaggi non sufficientemente positivi e incoraggianti, non mobilitanti con il rischio classico che la somma dei due sarà inferiore alla combinazione delle percentuali attuali.

   Esiste una opportunità positiva che M5s e Partito Democratico potrebbero e dovrebbero sfruttare: le elezioni amministrative in non poche grandi città da Torino a Napoli, da Roma a Bologna. Da quello che riesco a leggere, in ciascuna di queste città esistono fattori locali, litigi pregressi, incomprensioni, diffidenze personalistiche di cui, inevitabilmente, bisogna tenere conto. Però, è proprio ricomponendo un discorso comune e riducendo le distanze, anche perché le dinamiche del centro-destra dicono che si presenterà unito, che diventa possibile mandare più che un messaggio efficace all’elettorato. Quel che si riuscirà a fare non soltanto nelle grandi città che ho menzionato, ma in comuni di dimensioni inferiori, comunque politicamente rilevanti, dal punto di vista delle candidature e delle campagne elettorali, può porre migliori premesse per l’eventuale alleanza organica del futuro prossimo. Può anche consentire di individuare con precisione i punti di contrasto, eventualmente smussarli oppure prendere atto che in alcuni contesti sono insormontabili. Patti chiari, come si dice, amicizia (chiedo scusa) alleanza lunga.

   Le elezioni amministrative si svolgono con una legge elettorale proporzionale e contemplano l’elezione diretta del sindaco. Consentono, quindi, ai partiti di misurare il loro consenso elettorale e anche quello personale delle candidature alla carica di sindaco. Al tempo stesso, elemento da non sottovalutare e da non dimenticare, offrono all’elettorato importanti informazioni sui partiti, sulle candidature, sulle alleanze: appropriatezza, solidità, efficacia. Per tutte queste ragioni appare opportuno che i fautori dell’alleanza organica fra Movimento 5 Stelle e PD scelgano i luoghi dove e come sperimentare l’alleanza. Inevitabilmente, a livello nazionale, il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico dovranno porsi il problema di quale legge elettorale sia meglio in grado di incoraggiare alleanze prima del voto. In generale, le leggi proporzionali implicano che i concorrenti si presenteranno da soli salvo poi, contati i voti, decidere, se ne hanno avuti abbastanza, di dare vita alla coalizione di governo. Avviene così in tutte le democrazie parlamentari europee.

    Ascolto una sorta di rivalutazione della Legge Mattarella, che era una legge buona, migliore nella versione per il Senato, ma con qualche facilmente rimediabile inconveniente. Chi dice di volere “il maggioritario” dovrebbe, commentatori e giornalisti compresi, smettere di affermare che maggioritario è un sistema elettorale proporzionale sul quale si innesta un, più o meno truffaldino, premio in seggi. La legge Mattarella che stabilisce l’elezione di tre quarti dei parlamentari in collegi uninominali ha un contenuto apprezzabilmente maggioritario. Quel che più conta, però, per chi desidera costruire un’alleanza organica fra M5S e PD, è che la legge Mattarella incoraggia e premia le alleanze prima del voto, come Berlusconi, leader de centro-destra capì da subito nel 1994. Fra l’altro, la legge Mattarella ha due altri pregi: è fortemente competitiva e dà grande potere agli elettori. Non da ultimo verrebbe, forse, finalmente meno la stupida critica/richiesta di governi eletti dal popolo, usciti dalle urne. Il governo sarebbe/sarà prodotto e legittimato da una alleanza abbastanza organica e vittoriosa.

Pubblicato il 15 aprile 2021 su il Fatto Quotidiano

Minima politica. Sei lezioni di democrazia #13aprile Liceo Classico Dante Alighieri #Ravenna @UtetLibri

Martedì 13 aprile 2021 ore 11
Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica Università di Bologna Socio dell’Accademia dei Lincei incontra e dialoga con le/gli allive/i del 5° anno del Liceo Classico Dante Alighieri di Ravenna, indirizzo EconomicoSociale, su

Minima politica. Sei lezioni di democrazia
di Gianfranco Pasquino
(UTET 2020)

Apre l’incontro il saluto istituzionale di benvenuto ai partecipanti dell’Assessora del Comune di Ravenna Ouidad Bakkali
Conduce l’incontro Stefano Kegljevic, vicepresidente del Comitato in Difesa della Costituzione di Ravenna.

L’incontro si volgerà sulla piattaforma Zoom.us al link:
https://us02web.zoom.us/j/84091299416?pwd=N2JUQWZCQjh5ZGQ0YXA1SHQxUEVudz09

L’iniziativa partecipa al progetto conCittadini 2020-2021 dell’Assemblea Legislativa Regione Emilia-Romagna

Il Copasir deve andare all’opposizione, anche se si tratta di Giorgia Meloni @DomaniGiornale

Stabilire a chi spetta la Presidenza del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti è una decisione importante. La questione non può e non deve essere interpretata soltanto come un conflitto interno al centro-destra fra la Lega di Salvini, alla quale appartiene il Presidente in carica, e i Fratelli d’Italia di Meloni, che sono i pretendenti. Infatti, in gioco sono alcune regole fondamentali della democrazia parlamentare, in special modo, quelle che attengono alle modalità di funzionamento del Parlamento e al rispetto dei diritti dell’opposizione politico-parlamentare. Appena studiosi e commentatori, in particolare quelli del “Corriere della Sera”, avranno finalmente capito che il compito principale del Parlamento nelle democrazie parlamentari non consiste affatto nel fare le leggi, cammineremo sulla dritta via che porta alla individuazione dei due compiti davvero fondamentali. Primo, è il Parlamento che sceglie il governo, gli dà la fiducia e gliela può togliere quando vuole. Ė finalmente caduta la critica sbagliata ai governi “non scelti dal popolo”, “non usciti dalle urne”, troppo spesso rivolta al governo Conte 2. Temo, però, che la caduta sia soltanto il prodotto del prestigio di Draghi, non di un reale apprendimento. Il secondo importantissimo compito del Parlamento è quello di controllare quello che fa, quello che non fa e quello che il governo fa male.

   Molto felpatamente, Walter Veltroni, editorialista del Corriere della Sera, sottolinea che il governo Draghi dovrebbe accompagnare ai suoi molti buoni propositi, alcuni già in ritardo di attuazione, anche le date entro le quali saranno soddisfatti. Le incertezze potrebbero essere almeno in parte ridimensionate ricorrendo a generalizzazioni ipotetiche del tipo: “ se …, allora…”. Esempio, “se i vaccinati saranno il 60 per cento allora le riaperture potranno avvenire il 20 giugno”. Queste generalizzazioni ipotetiche consentono all’opinione pubblica accuratamente (sic) informata dagli operatori dei mass media di farsi un’idea e all’opposizione, parlamentare e no, di controllare le promesse e le prestazioni del governo. Si configura in questo modo la migliore virtù democratica: l’accountability, governo e opposizione rispondono all’elettorato. Un governo intelligente impara dalle critiche espresse dall’opinione pubblica e da un’opposizione intelligente. Naturalmente, l’opposizione deve essere messa in grado di controllare l’operato del governo. I Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, DPCM, erano e rimangono criticabili se e quando rifuggono e sfuggono alle possibilità di controllo dell’opposizione.

Questa, che non è affatto una lunga digressione, ma la indispensabile premessa ad un caso importante, conduce meglio attrezzati a considerare se e quanto la richiesta di Fratelli d’Italia di ottenere la Presidenza del Copasir è fondata e merita di essere accolta. Per legge, la Presidenza di quella Commissione deve essere assegnata all’opposizione. Al governo Draghi con la sua maggioranza fin troppo larga esiste tecnicamente e politicamente una sola opposizione appunto quella rappresentata da Fratelli d’Italia. Dunque, chi ha a cuore, non solo il funzionamento del Parlamento, ma i rapporti governo/opposizione deve esprimersi senza nessuna riserva a favore della candidatura espressa da Giorgia Meloni. Se l’alternativa di cui si discute è cambiare le regole, non soltanto merita il nome di pateracchio, ma certamente non sarebbe di giovamento al prestigio del Parlamento e dei suoi rappresentanti. Al contrario. Per di più, le riformette opportunistiche hanno spesso il rischio, o il pregio, di ritorcersi contro gli sciagurati propositori.

Pubblicato il 10 aprile 2021 su Domani

Non è solo una sedia quello che manca all’Unione Europea

Quel video con due uomini bianchi che si appropriano delle due sedie disponibili nell’ampia sala e con una donna che, molto perplessa, si accomoda su un sofà, rivela molte verità. C’è il maschilismo palesemente esibito dal presidente turco Erdogan oppure, se preferite, dal suo cerimoniale, ma da lui evidentemente approvato. C’è un maschilismo subliminale, appena mascherato dall’imbarazzo, del Presidente del Consiglio Europeo, il belga Charles Michel, non pronto a porvi rimedio. Benvenute sono le sue tardive scuse: “immagine disastrosa”, nella speranza che non ci sia una prossima volta. C’è, però, soprattutto, l’aperta manifestazione del potere politico di Erdogan inteso a dimostrare che decide lui come rapportarsi all’Unione Europea, quell’Unione Europea che ne critica senza abbastanza convinzione i molti tratti di autoritarismo. Erdogan ha fatto vedere che lui ha la scimitarra dalla parte del manico. A due giorni dall’evento tutti, meno il Presidente turco, cercano di fornire interpretazioni più o meno diplomatizzate, abborracciate. Tutti meno uno.

   Nella sua conferenza stampa, il Presidente del Consiglio Mario Draghi non ha avuto dubbi: Erdogan è un dittatore. Condivido la valutazione di Draghi, ma le autorità europee hanno subito preso qualche distanza dalla frase di Draghi poiché debbono fare i conti con due debolezze strutturali. La prima è che hanno bisogno di Erdogan per affrontare il problema degli intensi e incessanti processi di migrazione dal Medio-Oriente, in particolare dalla Siria. L’UE ricompensa lautamente Erdogan per la sua “accoglienza”, per il suo ruolo di cuscinetto. Non avendo finora saputo elaborare una politica comune e adattabile a fronte di una emigrazione gonfiata da guerre in corso, l’Unione si affida a un dittatore esoso. La seconda ragione delle difficoltà dell’Unione è che non sa come fare rispettare fino in fondo tutti gli elementi dello stato di diritto, della rule of law, neppure al suo interno, come dimostrano le incertezze nei confronti delle palesi violazioni da parte dei capi di governo ungherese e polacco (di recenti omaggiati da Salvini).

   Non impeccabile, non senza macchia, non coesa, l’Unione Europea non può neppure essere senza paura. Draghi l’ha richiamata alla dura realtà, ma come trattare con i dittatori è un problema per il quale le democrazie e i loro governi non hanno mai trovato una soluzione condivisa. I principi morali sono di difficile e spesso costosa applicazione. Al proposito, c’è un altro inconveniente. Nonostante l’esistenza di un Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza, gli Stati-membri dell’Unione continuano ad andare in ordine sparso. Questo rende possibile ai dittatori dotati di qualche preziosa risorsa di fare il gioco sporco. Un’Unione più solida e convinta sarebbe non soltanto in grado di dare una risposta più dura a Erdogan, ma anche a acquisire un ruolo internazionale più incisivo e più fruttuoso. Non sono affatto sicuro che il pure grave episodio della sedia negata riesca a spingere in quel senso.    

Pubblicato AGL il 10 aprile 2021

La sedia manca perché l’Europa è debole @HuffPostItalia

ANKARA, April 6, 2021 — Turkish President Recep Tayyip Erdogan C meets with European Council President Charles Michel L and European Commission President Ursula von der Leyen in Ankara, Turkey, on April 6, 2021. Top officials of the European Union on Tuesday expressed readiness to work on concrete agenda with Turkey to push forward economy and migration cooperation between the two sides. (Photo by Mustafa Kaya/Xinhua via Getty) (Xinhua/Mustafa Kaya via Getty Images)

Il protocollo c’entra come la tipica zuppa turca a merenda. Michel si è fatto goffamente sorprendere. Non ha saputo prontamente reagire. Si è dimostrato subalterno al sultano. Non ho dubbi che David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo, avrebbe prontamente ceduto il posto a Ursula von der Leyen. Mi avventuro nell’onirico e dico che avrebbe potuto farlo lo stesso Erdogan, magari ordinando di predisporre tre sedie invece di due. No, il messaggio che Erdogan voleva mandare è stato chiarissimo. I due leader dell’Unione europea andavano a chiedere conto della non ratifica della Convenzione di Istanbul “sulla prevenzione e sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”. Decine di migliaia di donne turche avevano già manifestato contro la mancata firma di Erdogan. Alla repressione di quelle manifestazioni Erdogan ha aggiunto impassibile anche uno sgarbo istituzionale certamente premeditato. Se, poi, i responsabili del protocollo dell’Unione erano stati consultati e avevano accettato quelle disposizioni senza discuterne con la Presidente della Commissione e del suo staff, meglio procedere subito alla loro sostituzione.

   Nel frattempo, è assolutamente opportuno andare più a fondo per capire le motivazioni, non soltanto naturalmente sessiste, dei comportamenti e delle omissioni di Erdogan. Gran parte della sua plateale convinzione di impunità è il prodotto della geopolitica che lo favorisce, ma che non è immutabile. La Turchia ha costituito lo scudo, peraltro lautamente ricompensato, alle ingenti ondate migratorie provenienti prevalentemente dalla in-finita guerra civile in Siria (e dai conflitti nei paesi limitrofi). Erdogan ha dimostrato di saperne profittare ovvero di trarne grandi profitti. La debolezza della politica estera dell’Unione Europea, che dipende dal mancato coordinamento poiché alcuni stati-membri non intendono rinunciare alla loro indipendenza di comportamenti (che, peraltro, non li porta lontano), ha fatto il resto.

Non sarà l’aggiungere una sedia al tavolo di qualsiasi incontro con gli autocrati medio-orientali, mentre lanciano il loro personale rinascimento, a cambiare la situazione. Ma, certamente, non sarà neppure concedere il beneficio di un improponibile dubbio che contribuirà a costruire un ordine politico accettabile in quanto non basato su discriminazione e repressione. Più che altrove è proprio in Turchia e nel Medio-oriente che migliorare la condizione delle donne promette una trasformazione positiva complessiva e di lungo periodo. Quella sedia mancante deve essere considerata la molla per politiche coordinate lungimiranti.

Pubblicato il 8 aprile 2021 su huffingtonpost.it

Salvini è problematico

Trascinato controvoglia nel governo Draghi dal suo più stretto collaboratore, Giancarlo Giorgetti, diventato Ministro dello Sviluppo Economico, e consapevole che parte del suo elettorato non soltanto nel Nord ha un forte interesse a mantenere rapporti intensi e profittevoli con l’Unione Europea, Salvini si sente comunque a disagio. Sarebbe molto banale pensare che il suo disagio derivi soprattutto dalla competizione dura e pura di Giorgia Meloni, a capo dell’unica opposizione rimasta nel Parlamento italiano. Salvini sa che è la Lega il collante indispensabile al centro-destra per vincere le prossime elezioni. Il vero problema è che non riesce a nascondere non tanto le sue emozioni, ma le propensioni politiche che gli hanno consentito di ottenere un consenso elettorale senza precedenti e, almeno nei sondaggi, persino di farlo crescere. Anche quando fu ministro degli Interni, Salvini interpretava il suo ruolo come “di lotta e di governo”. A maggior ragione oggi deve ritagliarsi uno spazio nel quale offrire rappresentanza a gran parte di coloro che sono insoddisfatti delle politiche anti-Covid del governo. Il gioco è facile e francamente Salvini se la gode, ma la protesta, non importa quanto fondata e quanto contraddittoria, sta tutte nelle sue corde di populista.

   Le sue frequentazioni europee, proprio quelle che Giorgetti reputa dannose e controproducenti, derivano da una visione dell’Unione Europea che Salvini ha maturato da tempo, e che, con termine politichese, gli viene dalla pancia. Quelle che lui definisce “amicizie polacche e ungheresi” dipendono da un comune sentire. Il video dell’incontro con Salvini apparentemente emozionato e quasi scodinzolante insieme a due capi di governo, il marpione di lungo corso Viktor Orbán e lo spregiudicato Mateusz Morawiecki, è parte di un tentativo di trovare alleati in grado di aiutarlo, ma per quali politiche? Per definizione, i “sovranisti” pensano essenzialmente agli interessi dei loro paesi. Quelli ungheresi e polacchi convergono fra loro, ma certamente non saranno d’aiuto a chi sosterrà “prima gli italiani”. L’attivismo di Salvini copre l’assenza di elaborazione politica mentre i temi suoi cavalli di battaglia, a cominciare dall’immigrazione, stanno perdendo di importanza agli occhi degli elettori italiani. I dati continuano a ribadire che le aperture non sono ancora possibili a Covid tutt’altro che sconfitto. I veri “Ristori” del futuro arriveranno grazie ai fondi europei se sapremo utilizzarli in maniera rapida e efficiente, non dagli strepiti di Salvini. Al momento, il leader della Lega costituisce una presenza ambigua in un governo a maggioranza certamente troppo allargata. In quella maggioranza, con le sue continue richieste di vaccinazioni accelerate e riaperture anticipate, sfida e incrina il necessario tentativo di tenere unita e disciplinata una cittadinanza che combatte il Covid in maniera già non sufficientemente convinta e disciplinata. Salvini è parte non della soluzione, ma del problema.

Pubblicato AGL il 7 aprile 2021

Ma la realpolitik sarà sufficiente? #FormicheRivista n° 168 #Aprile2021 Elogio del Pragmatismo @formichenews

Aprile 2021 Elogio del pragmatismo

Ma la realpolitik sarà sufficiente?

L’insorgenza populista e sovranista sembra terminata. Un po’ dappertutto la pandemia sembra avere richiamato il popolo, pardon, i cittadini-elettori, e i dirigenti politici a atteggiamenti e comportamenti più sobri. Non sono in vista miracoli, ma riflessioni, in parte, purtroppo, in piccola parte, ispirate dalla consapevolezza che la scienza conta e che, dunque, bisogna contare anche sulla scienza. Qualcuno, forse, è andato audacemente e ardimentosamente oltre, vale a dire, pensa e sostiene che la politica possa e debba essere sostituita dalla scienza, persino, attribuendo capacità taumaturgiche agli economisti. Più fragorosamente che altrove, ma anche prima e più lungamente che altrove, è in Italia che la politica, intesa in senso molto lato, ha mostrato gravi inconvenienti. Tuttavia, non sarà affatto la tecnocrazia, neppure nella versione Draghi e i suoi boys, a risolvere le difficoltà di lungo corso dei partiti italiani e dei loro dirigenti. Ricorrerei ad una comparazione che fa leva sulla retorica. Per risolvere i problemi della democrazia ci vuole più democrazia proprio come per risolvere i problemi della politica ci vuole più politica. Sappiamo, è una certezza, che l’anti-politica in Italia è da sempre forte. Ė stata ingabbiata da partiti veri e seri per un periodo di cui è giusto essere fieri, dal 1945 a, scusatemi, ma non trovo una data convincente per segnalare la fine di quell’esperienza, forse al 1989. Poi l’antipolitica è tornata in forza sulle ali prima di un imprenditore, poi di un comico ed è rimasta alimentando copiosamente le Stelle.

   Altrove, la situazione era diversa in partenza ed è rimasta diversa per tutto il tempo con la clamorosa eccezione degli USA e la Presidenza Trump (il Bolsonaro del Brasile è esperienza peculiare, con minor impatto internazionale). Mi viene regolarmente la tentazione di interrogarmi su che cosa rileverebbe Tocqueville come, al tempo stesso, una sorpresa e una correzione rispetto alle sue acutissime osservazioni dell’America degli anni trenta del XIX secolo. Poi, avendo letto le analisi di Robert Putnam sul capitale sociale, capisco che cosa è successo negli USA per aprire la strada a Trump (molto machismo, persistenza del razzismo, terribili semplificazioni che un elettorato con basso livello di istruzione ha dimostrato di sapere e volere apprezzare). Il trumpismo non è, naturalmente, finito, ma è improbabile che negli USA riconquisti i fasti del passato proprio come il populismo europeo non riuscirà ad ergersi come alternativa al ritorno di una politica non urlata, non stravolta. Dagli USA è venuta anche la lezione che le istituzioni e le regole della democrazia costituiscono un baluardo. Ricorderemo l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 come il canto di un brutto cigno, ma anche come la sconfitta di quei “patrioti” bianchi insurrezionisti.  Joe Biden è, in effetti, qualcosa di più dell’impossibile ritorno ad una normalità pre-2016. Il Presidente democratico è old, ma, consentitemi di aggiungere subito, giocando con le parole, ha dimostrato di essere bold, ovvero audace. Se Biden proseguirà tenacemente la strada del riformismo, economico e culturale, di ampliamento delle opportunità che è il meglio del “sogno americano”, l’impatto si avrà anche sui sistemi politici europei, sull’Unione Europea.

   Oggi è impossibile dire se stiamo assistendo soltanto al ritorno del pragmatismo. Non sappiamo se il pragmatismo sarà sufficiente. Certamente, però, tenere conto dei fatti, delle prassi, costituisce la premessa indispensabile di qualsiasi costruzione di idee e di ideali. Temo che la pandemia offrirà ai politici, agli esperti, all’opinione pubblica nelle sue differenziate espressioni, ai cittadini ancora molto tempo per progettare. Ė un auspicio basato su segni ancora relativamente deboli che con l’impegno potranno rafforzarsi. Insomma, all’orizzonte si prospetta una nuova stagione nella quale politica e conoscenza, potere e sapere avranno modi di interagire liberamente. Voilà.

La violenza sulle donne è questione di potere

Postfazione a Aldo Forbice, Comprare moglie. Cronache di schiavitù e di violenza, Bologna, Centro editoriale dehoniano, 2021

La violenza sulle donne è questione di potere

Gianfranco Pasquino*

Trovo tutte queste storie, molto efficacemente narrate da Aldo Forbice, di donne e di bambine umiliate, sfruttate, torturate e uccise, tristissime. Sono anche disgustose, dire preoccupanti è troppo poco, e tragiche. Padri che vendono le loro figlie a uomini che vogliono carne giovane. Madri che sanno, ma non si oppongono, con ogni probabilità perché hanno imparato che non riuscirebbero a cambiare in nulla la situazione e l’esito. Nonne che sono le depositarie delle pratiche dell’infibulazione la cui tradizione e traduzione perpetuano senza perplessità. Talvolta financo per necessità laddove alle donne non infibulate non è possibile trovare marito. Sappiamo che, da qualche anno, anche grazie alla meritevole opera di sensibilizzazione svolta da Emma Bonino, ma soprattutto per una serie di azioni congiunte di organizzazioni internazionali e di associazioni di donne che nei paesi mussulmani, ad esempio, Nigeria, Afghanistan, Yemen, combattono rischiando la vita, queste pratiche stanno lentamente e gradualmente declinando. Ma non sono affatto scomparse.

   Rifletto mestamente, e all’illuminista laico che è in me viene inevitabilmente voglia di attribuire le colpe alle credenze religiose più o meno distorte. Subito mi rendo conto che non è una spiegazione sufficiente e convincente anche se neppure deve essere scartata in toto. Poi tocca a quella parte di marxismo che ho “ricevuto” e che chiunque ha studiato sociologia ha certamente incontrato e ritenuto in qualche modo utile per spiegare come va il mondo. Allora, mi spingo ad affermare che la tratta delle donne dipende anche dalla povertà che, da un lato, è conseguenza dell’accentramento delle risorse in poche mani, dall’altro, effetto del capitalismo imperialista che di tutto si occupò nelle colonie meno che della condizione delle donne. Però, di nuovo sento l’inadeguatezza, pur non totale, di questa troppo semplicistica spiegazione. Che si debba andare alla ricerca dei tratti distintivi del patriarcato come vorrebbero e hanno fatto molte femministe? Non ho dubbi che è necessario ricorrervi, ma immediatamente dopo sorge il problema della spiegazione delle origini del patriarcato e delle ragioni del suo mantenimento e della sua durata –anche fuori dalle situazioni descritte dall’autore. Allora chiamo in causa le mie conoscenze di scienza politica e mi sento giustificato nel sostenere che la condizione delle donne sottomesse, emarginate, sacrificate e uccise dipende, in primo luogo, dal potere. Non soltanto sono gli uomini ad avere il potere, politico, economico, culturale, un po’ dappertutto nel mondo, ma, volendo mantenerlo e esercitarlo vi ricorrono ogni qualvolta lo desiderano a cominciare dalla famiglia e dai rapporti con le donne. D’altronde, chi può riconoscere ad un uomo la qualifica di “potente” se costui non riesce ad esercitare il comando (neppure) in famiglia, nel gruppo etnico, nel villaggio sulle “sue” donne?

Da troppe parti nel mondo gli uomini non riescono ad accettare che le donne abbiano i loro stessi diritti e la possibilità di esercitarli. Anzi, contrastano qualsiasi fenomeno che possa condurre ad una effettiva parità di diritti in tutti i campi: conquista di posizioni di vertice nella società e relativi compensi, opportunità e realizzazioni sociali e politiche. È una storia più che millenaria che, rilevano i dati dell’Indice di Sviluppo Umano, è cambiata soltanto in alcune democrazie, quasi esclusivamente scandinave e anglosassoni (ma non negli USA che, fra l’altro, stanno perdendo la qualifica di “anglosassone”). A leggerli in maniera approfondita e competente, quei dati dicono molte cose, a cominciare dalla stretta correlazione fra, da un lato, istruzione e salute e, dall’altro, eguaglianza di esiti, a continuare con l’accesso delle donne a cariche politiche elevate. Ebbene, hanno proprio ragione le donne, femministe e no, che combattono le loro battaglie per l’eguaglianza all’insegna della parola d’ordine empowerment. L’acquisizione del potere, però, non deve mai dipendere da una più o meno “graziosa” concessione ad opera degli uomini. Quell’empowerment sarà condizionato, precario, revocabile. Bisogna che sia il prodotto di lotte e di vittorie, di conquiste. Dovrebbe anche risultare da attività svolte in comune dalle donne: l’unione fa la forza. Intendo così l’altro termine importante coniato dalle donne: sisterhood (fratellanza), aiutarsi reciprocamente, da sorelle. Però, prendo subito le distanze da quella variante del femminismo che si basa sulla separatezza. Al contrario, utilizzando nuovamente la scienza politica che conosco, sosterrò alto e forte che il potere politico e sociale, ma anche quello economico si conquista e si mantiene riuscendo a costruire, fare funzionare, strutturare e ristrutturare coalizioni di persone che includano anche gli uomini di buona volontà e di provate capacità.

Qui torno alle storie composte e presentate da Forbice. Infatti, il lettore/la lettrice di questo mio testo è del tutto legittimata/o a chiedermi se quanto ho scritto sopra è solo una digressione, spero, comunque, interessante e stimolante, oppure se ha rilevanza anche per i paesi, come l’Italia e altri, nei quali avvengono violenze atroci a scapito e danno, spesso mortale, delle donne. Naturalmente, la mia risposta è assolutamente positiva: sì, anche altrove, sì, anche da noi, ma deve essere argomentata. Dappertutto, ma soprattutto nei paesi in via di sviluppo, l’autonomia delle donne può essere ottenuta attraverso l’istruzione che pone le premesse di un’attività lavorativa grazie alla quale, per l’appunto, le donne potranno liberarsi dalla sottomissione e riusciranno a diventare capaci anche di agire politicamente. A loro volta diffonderanno cultura che è un fattore di cambiamento e che è destinata a colpire il patriarcato. Questi processi possono, anzi, debbono essere agevolati e sostenuti da organizzazioni di donne (e uomini) che già posseggono alcune risorse indispensabili. Molte di quelle organizzazioni saranno essenzialmente occidentali, ma quel che conta sono le modalità con le quali si rapportano alle donne dei paesi non-occidentali e alle loro esigenze.

   Ingenuamente, ma caparbiamente, continuo a pensare che, oltre al potere derivante dalle cariche politiche, nei processi di liberazione e emancipazione conti moltissimo il potere delle idee. Il Premio Nobel 2014 attribuito all’attivista pakistana Malala Yousafzai per il suo impegno per l’affermazione dei diritti civili delle donne e per il diritto all’istruzione mi conforta nella mia convinzione. Non necessariamente l’istruzione è mai sufficiente per civilizzare (sì, voglio proprio usare questo verbo) gli uomini nei rapporti con le loro mogli e le loro figlie. Se ho ragione nel credere che quei rapporti riguardano il potere degli uomini bisognerà trovare il modo di ridimensionare fino a eliminare il potere della forza, della violenza. Una società libera è la premessa di una società giusta e una società giusta è tale perché e fintantoché è fondata e costruita sulla libertà. In quella società, se sappiamo mantenerla, potremo procedere alla sensibilizzazione, soprattutto delle nuove generazioni, e all’educazione ad una cultura del rispetto. Tuttavia, di fronte a troppi uomini che non pagano il fio delle loro violenze e la fanno franca, dobbiamo esigere e formulare un sistema di sanzioni rapide e esemplari che punisca quegli uomini senza nessuna attenuante. Impareranno anche gli altri, forse, sperabilmente. Nel frattempo, ben vengano denunce frequenti e documentate, per informare l’opinione pubblica e per gettare luce su quelli che sono tutti da considerarsi veri e propri crimini contro la persona.

Postfazione a Aldo Forbice, Comprare moglie. Cronache di schiavitù e di violenza, Bologna, Centro editoriale dehoniano, 2021

Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica, Università di Bologna. Il suo libro più recente è Minima Politica (UTET 2020). Libertà inutile? Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021).

Il federatore di Pd e M5S non sarà Conte. La versione di Pasquino @formichenews

Quell’importantissimo compito e ruolo di federatore non toccherà certamente a un uomo. Una donna sarà la federatrice di un centro-sinistra, di gialli e rossi. Eppure, poco si può dire se non vengono differenziate le indicazioni e le proposte con riferimento ai livelli di governo e non vengono chiarite le condizioni di alleanze tuttora non facili. L’analisi di Gianfranco Pasquino

Ma davvero è giunto il momento agognato di interrogarci sulla comparsa di un federatore delle non “magnifiche sorti e progressive” del PD e delle 5 Stelle? Ovvio, comunque, e prioritario, rilevare che quell’importantissimo compito e ruolo non toccherà certamente a un uomo. Una donna sarà la federatrice di un centro-sinistra (uhm, mi sento a disagio con le collocazioni spaziali), di gialli e rossi. “Gialli” che, secondo Di Maio, sono moderati, ma ha anche detto liberali? Forse, sì,  per rassicurare il Corriere della Sera dove sono tutti più liberali che si può e, infatti, intrecciano dialoghi e interviste con i diversamente liberali Giorgia Meloni e Matteo Salvini, e “rossi”, parola che non fa parte del lessico di Enrico Letta, diciamo rosé come lo champagne de Paris. I gialli stanno, forse, cambiando, come le cipolle, il terzo o quarto dei loro strati, con la regia di Grillo e sotto la guida elegante e forbita di Giuseppe Conte. Purtroppo, Rousseau recalcitra e di altri partecipazionisti in giro non se ne vedono. Eppure, quella è la zona nella quale i giunti al compimento del secondo insuperabile (sic) mandato si metteranno all’opera con profitto tutti, ma proprio tutti (o forse no) i leader dell’entusiasmante legislatura 2018-2023 che li ha visti presenti, attivi, esuberanti in tre molto diversi governi, alla Shakespeare: “governanti per tutte le stagioni”.

   La cultura politica del Movimento 5 Stelle 2.0 per un mondo nuovo post-Covid sta per arrivare. Alquanto lontanina, invece, sembra la formulazione (ri-formulazione farebbe erroneamente sospettare che già ce ne sia una) della cultura politica per il PD di Letta. Tutti in attesa dei contributi delle donne, mentre si disboscano i rami secchi: la velleitaria “vocazione maggioritaria”, che ha pure portato iella, e traballano rami che pure sarebbero, se adeguatamente curati, in grado di dare frutti politici, come le primarie “fatte bene”. No, non ho nulla da aggiungere qui se non l’auspicio che Letta dedichi un po’ di attenzione proprio alle primarie che, a determinate condizioni, dimostrerebbero grande efficacia nel fare partecipare i potenziali elettori e sostenitori di un’alleanza, non perinde ac cadaver, con i pentastellati, costruita sulle idee, sulle soluzioni, sulle persone migliori (non tutti i migliori sono al governo) nelle più importanti situazioni locali. A Torino e a Roma potrà Letta dire no alla ricandidatura di due donne? Comunque, le proposte delle donne del PD stanno per arrivare soddisfacendo attese spasmodiche.

   Al momento, non vedo e non sento elaborazioni nuove e trascinanti. Mi pare sia in onda il tradizionale dico e non dico, anche perché c’è poco da dire se non vengono differenziate le indicazioni  e le proposte con riferimento ai livelli di governo e non vengono chiarite le condizioni di alleanze tuttora non facili. Qualche riflessione sulla cultura delle coalizioni, esiste un’abbondante convincente letteratura sulla formazione e il funzionamento dei governi di coalizione, mi parrebbe opportuna. Conte manifesta alcune propensioni nella direzione giusta, ma l’intendenza non pare già disposta a seguire. Letta sicuramente sa che ne esiste la necessità. Chi ha più filo tesserà più tela, ma è sulla qualità del filo, che per il momento appena si intravede, che è lecito nutrire un tot di riserve.

Pubblicato il 4 aprile 2021 su formiche.net