Perché l’Italia dei cacicchi vince ancora @DomaniGiornale

C’è chi vince le elezioni, non solo locali, un numero smisurato di volte, quasi tutte le volte che vuole cacicco è o lo diventa . Ha, suscita, “possiede” un consenso, che non è solo elettorale, ma politico che lo segue con affetto, interesse, entusiasmo. Chi pensa che la politica si fa esclusivamente con la testa non è in grado di capire il fenomeno e meno che mai di predisporre, qualora venga reputato necessario, gli antidoti. La politica essendo sempre un rapporto più o meno diretto più meno mediato fra persone non deve stupire che alcuni uomini in politica abbiano in tempi e in luoghi diversi puntato sulle loro capacità e qualità personali per conquistare, esercitare, mantenere, riguadagnare il potere politico di rappresentanza e di governo.
Il termine cacicco, per lo più usato in maniera critica e negativa, nasce nel secolo scorso in America latina. Serve a definire coloro che, in special modo a livello locale, combinano con successo potere istituzionale con potere personale, il secondo a lungo capace di controllare e riprodurre il primo. Il cacicco può fare a meno di qualsiasi affiliazione partitica. Talvolta, la struttura, mai troppo informale, che ha saputo costruire lui stesso nel corso del temo, è più diramata delle organizzazioni d partito esistenti, Ha anche il pregio di essere più flessibile, di saper incorporare nuovi apporti fra coloro che chiedono decisioni politiche consapevoli di dove contribuire qualcosa, e di lasciare cadere il vecchio reso obsoleto e superato da politiche che hanno avuto successo.
Il cacicco non s limita a evidenziare e sconfiggere le carenze dell’attività dei partiti. In molte zone, il cacicco ha cominciato la sua carriera con la critica severa di quanto l’amministrazione locale e la burocrazia nazionale di si sono dimostrati incapaci di fare. Tagliando qualche laccio e lacciolo, inserendo propri consulenti, facendo un uso disinvolto del denaro pubblico e di interessate regalie private, il cacicco dimostra spesso anche di essere più efficiente, addirittura di sapere combinare l’efficienza “Sregolata” con, quando più fa gioco, la compassionevolezza. Lui si occupa del benessere della comunità, lui è sindaco di tutti tranne coloro che fanno i guastafeste, elezioni non le vince lui, ma la comunità al cui servizi lui si mette volentieri con volto sorridente e fare pacato, ma inflessibile con chi intralcia e non contribuisca.
Un po’ dappertutto, anche dove esistono comunità ammaliate dai cacicchi molti dei quali, peraltro possono anche avere successi non irrilevanti, il giudizio sul loro operato è per lo più negativo basato talvolta su criteri moralistici. In molti logghi, America latina, USA, stati africani, Italia, i limiti temporali ai mandati elettivi sono stati introdotti come barriera per impedirei loro lunghi ininterrotti periodi nelle cariche. Passare da una carica all’altra pe sfuggire a quella tagliola non si è rivelata operazione particolarmente difficile per cacicchi in grado di sbandierare successi e trovare capri espiatori: partiti voraci, personalisti e permeabili, burocrazie sorde e tetragone, lobby insidiose e intrusive.
Se, come disse più di una volta un apprezzatissimo speaker della Camera di Rappresentanti USA, il democratico Tip O’Neill “all politics is local politics”, i cacicchi avranno sempre un habitat. Pur senza cedere alla tentazione di pensare che esistano cacicchi buoni e cacicchi cattivi, è possibile sostenere che senza di loro la politica sarebbe meno vivace e perderebbe folclore. Troppi politici si dimenticherebbero anche che debbono cercare di capire e di interpretare i desideri, le preferenze e le necessità di cittadini. I cacicchi ricordano a tutti che c’è qualcosa che loro sanno furbescamente sfruttare, che non funziona nella politica e negli apparati ammnistrativi. Per liberarsi dei cacicchi senza mettere allo sbando tutti i loro sostenitori non basta lo sdegno altezzoso. Bisogna migliorare il modo di fare politica e riformare l’amministrazione.
Pubblicato il 27 maggio 2026 su Domani
Pluralista, progressista, presbite: la Costituzione italiana #3giugno #Bologna @Unibo Dipartimento SPS
3 giugno 2026
17:30 – 19:00
Strada Maggiore, 45, Bologna
Pluralista, progressista, presbite: la Costituzione italiana
Lectio Magistralis di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica – Università di Bologna

Per partecipare
Ingresso libero – Posti disponibili: 120
Perché partecipare
Questa iniziativa rappresenta un’importante occasione di confronto sui valori fondanti della Repubblica italiana e della sua Costituzione, a 80 anni dalla nascita delle istituzioni democratiche.
Programma
Lectio Magistralis: Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica dell’Università di Bologna
Saluti: Francesco Niccolò Moro, direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali
Introduzione: Alessandro Giacone, docente del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali
Chi interverrà
- Gianfranco PasquinoProfessore Emerito di Scienza Politica, Università di Bologna
Contatti
- Dipartimento SPS Strada Maggiore 45, Bolognainfo.dipartimento@unibo.it
Rappresentare o ingannare. Il dilemma legge elettorale @DomaniGiornale

Le leggi elettorali traducono i voti in seggi. Servono a eleggere i parlamenti, mai, in nessun sistema politico, i governi. Sono sempre congegnate per dare rappresentanza politica agli elettori. La governabilità, “stabilità politica più efficacia decisionale”, dipende soltanto in piccola misura dalle leggi elettorali, in grande misura dalle capacità dei governanti. Il criterio dominante, non esclusivo, per valutare la qualità delle leggi elettorali è quanto potere conferiscono agli elettori.
Per insipienza e per furbizia, né la legge Rosato, attualmente vigente, né la proposta attualmente in discussione, primo firmatario l’on. Galeazzo Bignami, capogruppo dei Fratelli d’Italia alla Camera dei Deputati, rispettano minimamente i criteri sopra esposti. Anzi, coloro che hanno stilato la nuova proposta sembrano essersi, più meno consapevolmente, impegnati a violare quei criteri e intendono graniticamente continuare a farlo, con qualche aggiunta neppure fantasiosa.
I principali obiettivi perseguiti sembrano (i proponenti sono volubili) essere tre. Fare sì, primo, che non si abbia un pareggio fra le due coalizioni. Secondo, che si sappia la sera stessa del voto chi ha vinto. Terzo, che alla coalizione vincente venga attribuito un premio in seggi che le garantisca una maggioranza assoluta da loro considerata la premessa di stabilità e “governabilità”. La legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza configurerebbe, secondo qualche incauto commentatore, il modello elettorale tipicamente e peculiarmente italiano da Acerbo (1923) alla legge truffa (1953) e alla legge Calderoli (2005).
Il disegno di legge Bignami et al., costruito sulla legge Rosato, si configura a sua volta come una legge proporzionale con premio di maggioranza variabile, attribuito eventualmente con ballottaggio, se nessuna coalizione supera il 40 per cento dei voti. Le liste presentate agli elettori al momento sono bloccate, ma quasi come contrappeso i partiti dovranno/potranno inserire nel loro logo il nome della candidata alla carica di Presidente del Consiglio.
Cadendo giulivamente nelle trappole disseminate in qua e in là nel testo, sia i critici sia i sostenitori della proposta si sono accapigliati sui numeri, non sulla qualità della legge. Suggerisco di cestinare testo, audizioni e discussione e di (ri)cominciare (quasi)ex novo, non che ci sia qualcosa da salvare, ma perché bisogna evitare di ripetere gli errori.
Chi vuole una buona rappresentanza politica, essenziale all’esistenza e al funzionamento del Parlamento, deve volere una legge elettorale proporzionale con una soglia di sbarramento che scoraggi la frammentazione di quel che resta del sistema dei partiti. Deve pretendere anche un voto di preferenza (non due, tre, quattro che favorirebbero le cordate) per dare agli elettori la possibilità di premiare chi lo merita, e di riconfermarla/a. A sua volta, il parlamentare così eletto sarà incentivato a tenere conto delle preferenze degli elettori e a trasmetterle al suo gruppo parlamentare e ai suoi esponenti al governo.
Che male fa leggere sulla scheda i nomi delle candidature a Presidente del Consiglio? Poco male. Infatti, non sarebbe costituzionalmente rilevante. Il Presidente della Repubblica potrà comunque esercitare, ma, immagino con qualche fastidio personale, il suo potere di nomina. Però, è del tutto probabile che si leveranno alte le scandalizzate grida di alcuni politici, di noti conduttori di talk show, di sussiegosi opinion makers: “traditi gli elettori!”, a tutto vantaggio dell’antipolitica e del populismo di bassa lega (oops).
Da ultimo, il “pareggio” in politica non è mai questione soltanto di numeri, ma di disponibilità, accondiscendenze, trasformismi. Sono comportamenti che una cittadinanza attiva e una opinione pubblica informata stigmatizzerebbero, obbligando i pareggianti a darsi regole opportune e adeguate al governo e all’opposizione: essere coesi, disciplinati, ma al tempo stesso attenti ai contributi specifici, mai sbrigativi e narcisisti. L’esperienza svedese tra il 1973 e il 1976 suggerisce che è sufficiente che le camere abbiano un numero dispari di componenti e ne conseguiranno vincitori e vinti.
Non siamo svedesi, ma qualche volta sappiamo imparare. Chi vince governerà nella piena consapevolezza che politiche pubbliche estreme faranno perdere voti decisivi. Dal canto suo, chi sta all’opposizione non si lancerà in proposte al rialzo perché difficilmente sono premiate dagli elettori “spareggianti” e non saranno poi attuabili. Allora, che i sedicenti riformatori meditino meno sui numeri più sulle idee.
Pubblicato il 23 maggio 2026 su Domani
VIDEO “La Costituzione. Per capire l’Italia, l’Europa, il Mondo” 8 lezioni #IstitutoGramsci #Ferrara
Un governo di “campatori” fa male all’Italia@DomaniGiornale

In Gran Bretagna, patria delle democrazie parlamentari, la consuetudine ha consentito ai Primi ministri di sciogliere il Parlamento dopo quattro anni del suo mandato quinquennale. Non erano necessarie giustificazioni costituzionali. Più o meno formalmente, quei Primi ministri motivavano politicamente la loro decisione affermando di avere tradotto con successo praticamente tutte le promesse elettorali. Era giunto il tempo di un nuovo mandato popolare per nuove politiche. Oppure nuove, inaspettate sfide economiche, sociali, internazionali imponevano il rinnovamento della rappresentanza parlamentare. Non era il caso di fare riferimento ai sondaggi che rilevassero un livello molto positivo di consenso. Al contrario, quando il consenso per il partito al governo fosse diminuito, meglio tirarla per le lunghe e arrivare alla fine della legislatura (così fecero il conservatore John Major nel 1997 e il laburista Gordon Brown nel 2010, entrambi i partiti persero le elezioni).
Non siamo inglesi, ma il problema di cosa possa fare l’affaticato governo Meloni nel poco più di un anno che manca alla fine della legislatura è oramai posto e conclamato. Certamente deve essere doloroso per la Presidente del consiglio rinunciare all’obiettivo di valenza storica che consisterebbe nell’avere presieduto l’unico governo italiano in carica per tutta la legislatura. La lunga durata ha un verso negativo e un verso positivo. Quello negativo è che il successo conseguito da un governo di legislatura nega alla radice l’indispensabilità di qualsiasi riforma costituzionale formulata per garantire stabilità al capo del governo. Positivamente non mi riferirò, come fanno troppi commentatori populisteggianti, alla maturazione delle pensioni di molti parlamentari, ma a due possibilità. La prima consiste nel portare a compimento alcune riforme, non importa quanto controverse, brutte e pericolose, come la legge elettorale “spareggiatrice” e il Premierato elettivo. La seconda, alquanto complicata, è che le guerre finiscano e comunque facciano la loro comparsa tematiche per le quali il governo abbia soluzioni fantasiose e brillanti, che spiazzino le opposizioni.
Dai ranghi di Fratelli d’Italia sono da tempo spuntati molti corifei, spesso agguerritissime donne, a vantare successi a tutto spiano sulla scena internazionale più che in politica interna. Se è una strategia, non porta lontano poiché è noto che, fatti salvi alcuni rarissimi casi (in tempi recenti forse la Brexit), le tematiche di politica estera raramente portano molti voti e fanno vincere le elezioni. Forse Salvini otterrà qualche voto filoputiniano e antiunioneeuropea in competizione fratricida con i vannacciani. Forse Forza Italia attrarrà un pugno di voti filoUE già orientati verso il centrodestra. Però, Fratelli d’Italia non potrà più sfruttare la sua altolocata amicizia americana e deve ancora trovare il suo bandolo nella matassa europea.
Poco utilizzabile la problematica dell’immigrazione, tutt’altro che scomparsa, ma poco saliente, rimangono i grandi temi: economia, lavoro, sanità, istruzione. Su nessuna di queste il governo può vantare la proprietà, ovvero avere un vantaggio di posizione e/o di prestazione. L’offerta fatta da Meloni di apertura ai contributi dell’opposizione è, da un lato, segno di debolezza e di acquisita consapevolezza che problemi nazionali gravi esigono soluzioni negoziate e, almeno parzialmente, condivise. Dall’altro, è inadeguata anche perché viene smentita in pratica a partire non soltanto dalla legge elettorale “blindata”, cioè non rivedibile, ma anche dal secco e ripetuto “no” al salario minimo.
All’orizzonte non si intravvedono idee nuove e mobilitanti. Il governo Meloni sembra avviato sulla strada lastricata di critiche e rimproveri per quanto fatto dai precedenti governi “tecnici” (anche se rispetta il Draghi tecnocrate massimo) e di rivendicazioni per successi non riconosciuti. Il tempo non utilizzato per rinnovare idee e interpreti, pochi si sono dimostrati all’altezza del loro compito, è perduto. Campare male può ritardare la fine, ma la rende più triste per la Nazione.
Pubblicato il 20 maggio 2026 su Domani
Più riformista o radicale? il futuro del pd @DomaniGiornale

Il Partito Democratico è un partito indispensabile. Lo è all’opposizione potendo e dovendo rappresentare quella importante parte dell’elettorato che esprime critiche di molti tipi all’operato e al non-operato del governo Meloni e che desidera la prospettazione di alternative credibili e praticabili. Lo è proprio come potenziale costruttore di una coalizione che si candida a governare il paese. Ovviamente, è democraticamente criticabile in entrambi i contesti.
Le continue e pressanti richieste che il PD si dia una identità precisa, ovvero che scelga fra essere un partito radicale di massa (trovarle le masse!) e un partito “sinceramente” riformista sono, al tempo stesso, comprensibili e irricevibili. Un po’ dappertutto, nell’internazionale dei partiti progressisti convivono in misure variabili in un difficile equilibrio, componenti riformiste e radicali. Quando prevalgono le componenti radicali diventa improbabile che quel partito vada al governo. La prevalenza delle componenti riformiste apre buone opportunità di ascesa al governo a condizione che i radicali non intralcino la formazione della coalizione a guida riformista. Cosa diversa, ma non troppo, è poi governare poiché le probabili tensioni metterebbero a rischio la traduzione del programma in politiche pubbliche e la vita stessa della coalizione. Comunque, primum vincere.
Quanto più un partito progressista cresce in termini elettorali tanto più è prevedibile che accoglierà posizioni, preferenze, interessi diversificati. La sintesi, che non deve mai ridursi nel cosiddetto “taglio delle ali”, potrebbe avvenire al suo interno orientata da una duplice consapevolezza. Primo, entrambe le ali, riformista e radicale, danno un contributo a fare volare il partito, soprattutto se imparano e sanno comportarsi lealmente. Secondo, saranno necessarie rinunce e variazioni programmatiche nella stesura e nella proposta del programma di governo della coalizione.
Coloro che criticano il Partito Democratico proprio perché al suo interno convivono (con qualche disagio, spesso, a mio parere, accentuato ad arte per fini personalistici), sottovalutano, se non addirittura dimenticano, che la società italiana è molto frammentata, alquanto corporativa, modicamente anti-politica, poco ricomponibile, ergo difficile da rappresentare. All’uopo, le coalizioni multipartitiche hanno il pregio di aggregare una pluralità di interessi e di essere costrette a farlo senza cedere, pena lo sfacelo, a posizioni estreme.
Non sono sicuro che Schlein abbia conquistato la segreteria del PD in quanto considerata “movimentista”. Piuttosto, la sua vittoria è stata l’espressione di una richiesta di cambiamento, di iniezione di energia. In generale, le leadership efficaci sono in grado di dare un notevole apporto alla (ri)definizione della identità politica e del programma del partito. Lo riescono a fare con la selezione del personale da collocare nelle posizioni più importanti, e quelle parlamentari sono o dovrebbero essere tali. La lealtà, non la supina, non la interessata obbedienza, è comprensibile, ma non deve mai andare a scapito della competenza. La leadership può fare molto attraverso l’individuazione delle tematiche più rilevanti per l’elettorato da raggiungere, non una lunga lista della spesa, ma alcune essenziali e caratterizzanti priorità: sanità, salario minimo, istruzione, tutto quello che può migliorare la vita degli italiani (e non solo). Leadership non significa affatto solo e neppure primariamente mettersi all’ascolto e al servizio dell’elettorato. Significa, soprattutto interagire con quella parte di elettorato che si vuole (con)vincere, orientare, “educare”, proprio e davvero guidare. Allora, il PD deve elaborare approfonditamente la sua concezione di europeismo: cos’è, cosa deve diventare e come. Rimarranno alcune contraddizioni nella politica e nelle scelte. Sono contraddizioni che pulsano in seno al popolo. Meglio affrontarle a viso aperto con la bussola, non delle ambizioni e dei destini personali, ma dell’europeismo.
Pubblicato il 13maggio 2026 su Domani
La questione della legge elettorale. Sintesi di un’audizione #ParadoXaforum

Credo sia opportuno e utile mettere a disposizione dei lettori la estrema sintesi di quanto ho detto alla Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati martedì 5 maggio 2026 (ore 12.30-13.00).
Dopo aver premesso che molto di quello che so l’ho scritto nelle letture consigliate già consegnate alla segreteria della Commissione, non ho discusso il disegno di legge Bignami e Milani, Disposizioni in materia di elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, per due ragioni. La prima è che, facendolo, avrei accettato il terreno di gioco, impervio, sconnesso, squilibrato, dei presentatori; la seconda è che, nella peggiore tradizione parlamentare italiana, da tempo da molti invano criticata, il disegno è ‘costruito’ per emendamenti, aggiunte e sottrazioni, sul testo della vigente legge che porta il nome dell’on. Ettore Rosato. Ho quindi sostenuto, per punti, quanto segue.
Nessun sistema elettorale ha mai eletto il governo in un qualsiasi sistema/regime politico parlamentare, presidenziale, semipresidenziale, direttoriale, democratico, autoritario, teocratico etc.
Nessun governo, in un qualsiasi sistema/regime politico, è mai stato eletto direttamente dagli elettori, dal popolo.
Nelle democrazie parlamentari i governi nascono, agiscono, si trasformano, vengono democraticamente sostituiti in Parlamento, nella e dall’assemblea rappresentativa.
Una buona rappresentanza politica costituisce la premessa fondamentale del buon governo. Comunque, rimane cruciale la separazione delle istituzioni: origine, formazione, competenze, pur nella condivisione di poteri.
Governabilità è stabilità politica più efficacia decisionale. La prima si può ottenere con, ma, come dimostra il governo Meloni, anche senza, particolari meccanismi elettorali/istituzionali. La seconda richiede capacità e qualità. Altrimenti si rischiano stallo, immobilismo, degenerazioni.
Il criterio dominante per valutare la bontà di un sistema elettorale consiste nel potere che conferisce agli elettori. Esprimere una preferenza è potere.
Lo spauracchio del pareggio è scongiurabile in un Parlamento che abbia seggi dispari (1973/1978).
Buone coalizioni ricompongono una società frammentata, rappresentano più preferenze e più interessi e moderano le posizioni estreme.
Sono favorevolissimo a tutto quello che facilita l’espressione del voto, a cominciare da quanto indicato nel ddl Magi et al. Auspico il ritiro del ddl primo firmatario Bignami.
Pubblicato il 10 maggio 2026 su PARADOXAforum
Basta inseguire il Presidente. Va ricostruito un nuovo ordine @DomaniGiornale

Seguire e contrastare Trump nelle sue improvvisazioni, impennate, imprevedibili, da lui stesso, azioni e reazioni, è molto più che impossibile. Rapidamente si dimostra tentativo sbagliato e controproducente, onerosissimo. Non avendo il Presidente USA obiettivi chiari, ma quasi esclusivamente rancori e rappresaglie, meglio è che chi vuole reagire abbia chiari i suoi propri obiettivi inquadrabili in una prospettiva preferibile sufficientemente convincente. Un esempio può illuminare il problema e portare ad una strategia risolutiva o quasi. Qual è l‘obiettivo della guerra scatenata contro la feroce teocrazia iraniana: impedire che riesca a arricchire l’uranio e dotarsi di armamento nucleare? produrre un regime change? mostrare che la potenza USA è in grado di distruggere una civiltà millenaria? Ognuno condivida l’obiettivo che preferisce, magari il regime change, l’attuale essendo sanguinario e opprimente per i cittadini, oppure li rigetti tutti in nome della sovranità nazionale e della, nel caso in esame un po’ dubbia, autodeterminazione. Rimane innegabile che gli ayatollah e i pasdaran costituiscono una minacciosa e costante sfida alla sicurezza politica nazionale di molti Stati, non soltanto di Israele, e, come dimostra il blocco dello stretto di Hormuz, dell’economia mondiale. Pagheremo caro questo blocco. Lo pagheremo tutti. Lo pagheranno di più gli Stati più deboli e i loro cittadini anche quelli poco e male consumatori.
Non basteranno le risposte finora date dagli stati-membri dell’Unione Europea, dalla stessa UE in sorprendente unità d’intenti, dal resto dell’Occidente, Canada in testa, mentre la Cina osserva pazientemente e assorbe lentamente. Alla guerra commerciale e ai dazi, un orrore per qualsiasi democrazia liberale decente, forse bisogna rispondere con contro-dazi, ma sarebbe anche opportuno rivitalizzare l’Organizzazione Mondiale del Commercio, esplorare e valorizzare fonti alternative, completare davvero il Mercato Unico secondo le indicazioni del Rapporto Letta.
Alle guerre guerreggiate si può e si deve opporre sia l’assoluto non coinvolgimento quando sono strumento neo-imperiale sia il sostegno al paese democratico aggredito, l’Ucraina, sia le pressioni condivise e forti contro quelle azioni di Israele, che sono andate già oltre gli eccessi, per diventare veri e propri, innegabili crimini del governo Netanyahu. Anche in questo caso è giusto auspicare il regime change. Inoltre, invece di limitarsi a stancamente lamentare l’inadeguatezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, sono auspicabili, possibili e potrebbero essere fruttuose, azioni diplomatiche intense che riformino e rilancino l’ONU. Esiste una miriade di buone proposte che nuovi volenterosi, dentro e fuori dell’Unione Europea, dovrebbero tirare fuori dai cassetti e ripresentare aggiornati ai governanti.
L’obiettivo grosso è, naturalmente, la costruzione, non ex-novo, ma sul molto che abbiamo imparato, di un ordine internazionale decente dove le regole riescano, se non a impedire del tutto le sopraffazioni, le prevaricazioni, le guerre, soprattutto quelle di Trump e di Putin, quantomeno a renderle improbabilissime e costosissime non soltanto in termini economici, ma anche di reputazione. Isolati e screditati, i prevaricatori potranno arrogantemente tentare dannosissimi colpi di coda, ma potrebbero anche trovarsi in minoranza all’interno del loro paese, del loro spazio politico, con opinioni pubbliche informate da ampi e durevoli dibattiti. Non pochi studiosi e policy-makers hanno sostenuto che alcune crisi di grande impatto sono riuscite a essere creative. In un mondo globalizzata, il tasso di creatività della crisi può essere molto accresciuto e spinto più avanti. Il resto lo faranno i cittadini democratici con gli occhi e con la consapevolezza acquisita. Entrambe sono qualità che da Pechino a Mosca hanno vita difficile e presenza grama. Toccherà a Washington battere il colpo decisivo nelle elezioni di metà mandato a novembre. Ma, non sarà che l’inizio di un nuovo inizio.
Pubblicato il 6 maggio 2026 su Domani
Screditare la presidenza della Repubblica al tempo del premierato @DomaniGiornale

“Non preoccupatevi. Approveremo per tempo il Premierato (dello Stivale) e svuoteremo i poteri del Presidente. Nel frattempo, erodiamo quei poteri, un po’ per furbizia, pensiamo di averne moltissima, un po’ per incompetenza, un pochino più di quella che temevano, e dimostriamo che persino a questo “lodato” Presidente, con tutta la sua alta cultura istituzionale, può succedere di trovarsi in grandi difficoltà. E allora rendiamola evanescente la Presidenza della Repubblica italiana”. Esplorare il retroterra di alcuni comportamenti e progetti e formulare previsioni sulle loro conseguenze non è peccato (di superbia intellettuale). Può diventare il migliore degli antidoti analitici contro strategie e riti malsani.
Il Presidente della Repubblica, quindi, oggi, Sergio Mattarella, non è, come stancamente ripetono troppi giuristi e osservatori, un arbitro, un notaio, un super partes. Al contrario, è un protagonista, tanto autorevole quanto capace, della vita istituzionale e politica, molto di parte, più precisamente “dalla parte della Costituzione”. Ha poteri sul Parlamento. Infatti, può addirittura scioglierlo e ne influenza la (non) legislazione. Sa che la decretazione urgenza che spetta a lui validare, dipende non soltanto troppo spesso da incapacità e trucchi del governo, ma anche da ritardi e inadeguatezze di parlamento e parlamentari. La disponibilità del Presidente a non censurare e a sanare il malfatto mira a evitare guai peggiori, come nel decreto che offriva un non piccolissimo incentivo monetario a avvocati facilitatori. Con qualche disgusto e con molto aplomb pubblico, Mattarella lo ha firmato, imponendone un superamento attraverso un altro contemporaneo decreto per non far decadere quello che era urgente e necessario. Procedimento alquanto acrobatico, ma sostanzialmente impeccabile.
Essere, però, ingannato nell’esercizio di un altro importante potere, concedere la grazia, deve averlo fatto infuriare. Firmare quell’atto sottopostogli dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio (non ancora messo a riposo?) per consentire all’igienista dentale Nicole Minetti, condannata per induzione alla prostituzione, di svolgere assistenza tempo ad un bambino indigente e malato da lei adottato, risponderebbe effettivamente ai criteri umanitari che il Presidente sente di dovere applicare. Scoprire che quasi sicuramente gli uffici di Nordio hanno fondato la richiesta su loschi maneggi, brutte manipolazioni, gravi errori, lo ha profondamente irritato. Con i suoi consiglieri troverà certamente il modo di porre rimedio e revocare la grazia troppo generosamente concessa, ma il male è fatto.
Il punto che rimane e che deve preoccupare noi più ancora che il Presidente è che a molti cittadini fruitori di talkshow e influencer da salotto è che il Presidente Mattarella sbaglia, si fa ingannare, forse non è proprio così competente come le sinistre sostengono e come le destre ipocritamente accettano di condividere. In questo modo poi si giustificano anche le distanze tra i più o meno espliciti putinofili e il Presidente che esprime senza riserve la sua critica all’aggressore russo e ripete il suo incondizionato appoggio all’Ucraina. Si vedono le distanze siderali fra la valutazione dei partigiani, che hanno contribuito alla riconquista della dignità nazionale e della libertà, e coloro, che, ragazzi di Salò, quella dignità continuavano a calpestare insieme e grazie al nazista occupante e ai rimasugli del fascismo liberticida.
Rendere Mattarella meno popolare, discutibile nella sa competenza e non solo nella sua mai gradita interpretazione del ruolo è il modo che sembra più appropriato e efficace per togliere credibilità al Presidente in carica e alla istituzione stessa. Le destre stanno prendendo consapevolezza che il Premierato riuscirà anche a conseguire un obiettivo che non era loro chiaro fin dall’inizio. Indebolita e screditata la presidenza rimarrà un presidenzialismo bastardo: “una donna sola al comando”. Immagino il sorriso beffardo di Giorgio AlmiranteIngannare, screditare, emarginare la Presidenza della Repubblica.
Pubblicato il 29 aprile 2026 su Domani


