Le sinistre italiane come i capponi di Renzo @DomaniGiornale

La sicurezza non è né di destra né di sinistra, ma le modalità con le quali si affronta quella che viene percepita come una sfida minacciosa possono, eccome, essere tanto di destra quanto di sinistra. L’Unione Europea non è né di destra né di sinistra, ma come starci, come contribuirvi, come guidarla implicano scelte che, anche loro, hanno natura e contenuti di destra oppure di sinistra. Il disordine internazionale è al temo stesso fenomeno di destra e di sinistra. Come contrastarlo, come attutirne le manifestazioni più pericolose, che sono molte e variegate, come uscirne e verso quale ordine politico andare richiedono strategie che destra e sinistra, quando le abbiano sapute formulare, si dimostrano significativamente differenti.

“Duri con il crimine, duri con le cause del crimine”, la risposta politica del New Labour di Tony Blair, è controversa e forse non abbastanza di sinistra, ma aggiunge alla repressione della destra l’impegno riformatore per rimuovere i fattori sociali che stanno a fondamento della (micro)criminalità.

Proporsi di avere una Unione Europea più efficiente, più incisiva, più capace di contribuire alla crescita economica degli stati-membri e alla protezione dei loro confini è obiettivo largamente condiviso dalle destre e dalle sinistre europee. Però, le loro ricette operative divergono grandemente con il sovranismo delle destre che rappresenta l’opposto dell’alquanto diversificato e spesso non adeguatamente elaborato federalismo delle sinistre.

Quanto al disordine politico internazionale, sono, in particolare, le modalità con le quali il dis-ordinatissimo Presidente Trump ne sta proponendo la ristrutturazione a porre in contrasto un po’ dovunque destra e sinistra. Le destre sembrano disponibili ad accettare qualsiasi ordine Trump persegua e consegua con esiti che richiedano anche forme non marginali di loro subordinazione, con Meloni che non riesce a nascondere del tutto la sua inclinazione in prima istanza sempre favorevole al Presidente USA. In ordine sparso e impreciso, le sinistre vorrebbero aprire e tenere aperta la porta per un ritorno e una riaffermazione, seppure con ritocchi, dei fondamentali elementi di quello che fu l’ordine liberale: rispetto del diritto internazionale e delle sovranità nazionali, limitazioni all’uso della forza, riconoscimento e protezione dei diritti umani, con qualche riprovevole eccezione social-populista.

Per lo più, le linee divisorie fra i punti di partenza e le posizioni poi assunte dalle destre e dalle sinistre europee sulle tre tematiche che ho sinteticamente presentato sono sufficientemente nette, con le sinistre che esprimono posizioni talvolta più articolate talvolta semplicemente, consapevolmente o no, più confuse. In generale, le destre sembrano più omogenee e meno disponibili a giri di valzer. Quanto avviene in Italia offre l’esempio forse più probante della opportunistica, ma concreta, convergenza delle destre al governo e delle differenziazioni, sociali e politiche, reali o artificiose, delle opposizioni di centro e sinistra.

Oltre che su sicurezza, Unione Europea, disordine internazionale, le opposizioni italiane riescono a distanziarsi reciprocamente su tutte o quasi le tematiche che assumono di volta in volta un’apprezzabile rilevanza: aggressione russa all’Ucraina, il terrorismo di Hamas e la spropositata, deprecabile rappresaglia del governo israeliano, difesa comune europea, least, but not last, ovvero, traduco, di inferiore importanza ma, almeno per il momento, da ultimo, il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Non assistiamo a una ingegnosa traduzione pratica della strategia “marciare divisi colpire uniti”. Si direbbe piuttosto qualcosa di molto simile al comportamento dei capponi, le cui “sensibilità” politiche Manzoni non rivela, che Renzo portava al mercato: s’ingegnavano a beccarsi l’un l’altro, “come accade troppo sovente tra compagni di sventura”.

Pubblicato il 21 gennaio 2026 su Domani

I bizzarri aiutini dei democratici a favore del sì @DomaniGiornale

Caparbiamente, ostinatamente, tenacemente, la segretaria del Partito Democratico continua a curare il campo, tutto a dimensione variabile, ma che certo non si allarga. I potenziali frequentatori decidono di volta involta cosa conviene loro, per lo più, invece di prendere impegni preferiscono prendere le distanze, Qualcuno, forse già molti, a un anno e mezza dalle prossime elezioni politiche comincia sentire qualche ansia, sì, proprio da prestazione. Fare l’opposizione significa sapere e volere opporsi ai progetti e alle leggi del governo, criticare, controproporre, convergere e soltanto eccezionalmente accordarsi con i governi. Le convergenze, comunque, mai conversioni, vanno accettate e attuate se il governo le ha, dal canto suo, chieste, quantomeno le riconosce e le accoglie. Sono tutti atteggiamenti che, non stanno nel DNA di Giorgia e ancor meno in quello dei suoi più stretti collaboratori sempre in competizione agli occhi della leader indiscutibile. Al contrario, nell’opposizione nessun cerca l’approvazione di Elly Schlein. Anzi marcarne le differenze servirebbe, credo proprio di no, a strapparle qualche voto e poi, chi sa, a ridefinire qualche proposta, anche se, di proposte eclatanti, trascinanti, entusiasmanti dagli oppositori di Schlein, dentro e fuori del Partito Democratico non credo (understatement) di averne viste. La non prestazione accresce l’ansia non soltanto di chi vorrebbe evitare un altro big beautiful (copyright Trump) rotondo quinquennio Meloni, ma, soprattutto, di coloro che pensano con molte buone ragioni che un altro governo di centrodestra farebbe male agli italiani, soprattutto a quelli in conduzioni disagiate.

Prepararsi a vincere non è solo allargare il campo degli alleati, ma soprattutto dare agli elettori le prove provate di avere capito le loro preferenze e i loro interessi e di essere capaci di vincere le battaglie intermedie: “niente ha successo quanto il successo”. Le molte elezioni intermedie fin qua tenutesi hanno confermato che, salvo redistribuzioni interne di piccola entità, i due schieramenti non avanzano e non retrocedono. Il Movimento 5 stelle va malino e i Fratelli d’Italia crescono benino. Adesso, però, il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati offre un’occasione importante. Giorgia Meloni ha messo le mani avanti. Il governo non subirà contraccolpi. L’opposizione dovrebbe alzare i toni affermando stentoreamente che la cosiddetta riforma della Giustizia fatta e rivendicato dal governo chiama, eccome, in causa il governo. Non basterà scaricare il Ministro della Giustizia che l’ha politicizzata non per errore, ma per vanità e convinzione. Peggio, non si otterrà niente tranne un clamoroso contraccolpo se gli italiani votanti diranno che sì i magistrati meritano una riforma che li irrita.

Viene da dentro il Partito Democratico una falange a favore del sì con motivazioni, bizzarre, quantomeno discutibili. Dicono che sono coerenti. Avevano appoggiato la separazione delle carriere quando Ministro della Giustizia era una personalità ammirevole (e, ubi maior minor, Nordio, non se la prenda). Dunque, quando finalmente la riforma torna loro si sentono contenti e con la coscienza rifomista a posto. Li conosco quasi tutti piuttosto bene i combattenti del sì. Con alcuni di loro ho condiviso l’esperienza parlamentare. Non ricordo le loro posizioni espresse con altrettanto vigore fino a votare in maniera difforme dalla linea del PCI. Non ricordo neppure che nella riforma Vassalli ci fosse la duplicazione dei CSM insieme ad altre gemme. E poi non si dice che cambiare idea, cambiati i tempi i modi gli obiettivi, è proprio delle persone intelligenti?

Finisca come finirà questo giro, i propugnatori del sì avranno anche fatto la prova venerale, della prossima Grande Convergenza. Fra di loro ci sono molti che appoggiarono le riforme di Renzi e si presero la batosta referendaria plebiscirizzata dal capo. Richiamando questo inglorioso passato sosterranno per coerenza che si sentono di dove assolutamente sostenere il premierato di Meloni. Però, anche per l’opposizione, se guidata con la testa, ma non soltanto testardamente, da Elly Schlein, “c’è ancora domani”.

Pubblicato il 14 gennaio 2026 su Domani

Avanti con l’Unione Europea #introduzione a “L’Europa che non c’è” di Massimo Riva

Pubblico qui l’introduzione al libro di Massimo Riva, L’Europa che non c’è, chiestami dall’autore, purtroppo sfuggita all’ampia recensione di Paolo Valentino, “Corriere della Sera”,14 gennaio 2026, p. 39. Completezza dell’informazione. 

Avanti con l’Unione Europea

L’Unione Europea è il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo. Non ha una Costituzione, come le rimprovera amaramente Massimo Riva, ma neppure la vecchia Gran Bretagna, vero, inimitabile modello politico per tutti i sinceri democratici, ha una costituzione scritta. Laddove i britannici fanno riferimento agli Atti del Parlamento, alle sentenze della magistratura e alle loro tradizioni, gli europei sanno di potere contare sui Trattati approvati nel corso di 75 anni di vita, in particolare sull’ultimo, il Trattato di Lisbona (2007), che nei suoi articoli ha certamente rango costituzionale.

Quello spazio ha garantito ad almeno oramai tre generazioni di europei quello di cui i Padri Fondatori e i loro predecessori, nonni e bisnonni, non avevano potuto mai godere: pace, e prosperità. Nessuna guerra ha avuto luogo fra potenze che avevano causato due guerre mondiali e tutti i paesi che hanno aderito nelle diverse fasi all’Unione sono oggi più prosperi. Sono anche democratici essendo la democrazia uno dei requisiti essenziali per l’adesione e la permanenza. In seguito all’aggressione russa all’Ucraina gli europei si sono resi dolorosamente conto che la pace e la prosperità vanno difese oggi, e domani, con una politica armata comune. Riva ha parole giustamente sprezzanti nei confronti dei pacifisti. Le condivido poiché, fra l’altro, ritengo che i pacifisti indeboliscono l’Unione Europea, sono nemici del processo di unificazione che deve essere protetto anche da sistemi di difesa comune, e perché un’Unione indifesa non sarebbe in grado di svolgere nessuna attività di pace.

Mi pare molto importante ricordare a tutti, non solo ai cosiddetti “sovranisti”, più o meno orgogliosi, e agli euroscettici, più o meno ignoranti, che il sistema politico-istituzionale dell’Unione Europea configura una democrazia di buona qualità. Ha un tutt’altro che inutile e non debole Parlamento che offre efficace rappresentanza ai cittadini dei ventisette Stati-membri grazie ai parlamentari da loro eletti e contribuisce notevolmente alle attività della Commissione Europea. A sua volta la Commissione, che può essere considerata il braccio esecutivo, il motore dell’Europa, è un organismo che esprime al meglio, con un commissario per Stato membro, le preferenze e gli interessi degli Stati-membri, portandoli al livello superiore, cioè quello europeo.

   Condivido con Riva l’insoddisfazione nei confronti della Commissione attuale e soprattutto della Presidente in carica, che mi pare fin troppo appagata dal suo essere oramai entrata nella storia. Ma se il convento, ovvero i governi degli Stati-membri, non ha passato di meglio, non è giusto criticare l’Unione Europea. Piuttosto dobbiamo interrogarci sul declino della qualità del personale politico europeo a tutti i livelli. Certo, però, gli USA dimostrano che è possibile fare peggio, molto peggio.

  Chi critica la democrazia nella e della Unione Europea abitualmente ha due (facili) bersagli: il Consiglio dei capi di Stato e di governo e il voto all’unanimità. Quanto al Consiglio bisogna volere e sapere distinguere. La sua composizione è sicuramente democratica. Ciascuno dei capi di governo è espressione della maggioranza elettorale e politica del suo paese. Se perde la maggioranza lui/lei sarà sostituito da chi ha conquistato la maggioranza. Meglio di così francamente non si può. Preoccupante, piuttosto, è il funzionamento del Consiglio, in particolare, il fatto che su determinate materie, ad esempio, la politica estera e di difesa e la politica fiscale, per decidere è indispensabile l’unanimità.

   Tantissimi anni fa ho imparato da Norberto Bobbio che l’unanimità non è una procedura democratica di voto. In pratica serve a difendere lo status quo, gli interessi acquisiti. Con grande generosità potremmo sostenere che l’unanimità è l’arma che consente ai piccoli di non venire schiacciati dai potenti. Poiché, però, ne sappiamo di più dobbiamo subito aggiungere che, politicamente, troppo spesso la procedura di voto unanime contiene deplorevoli possibilità di manipolazione e ricatto e consente di metterle in atto.

   C’è manipolazione, a monte, quando, per lo più informalmente, un capo di governo fa sapere che quella specifica decisione sarà da lui bloccata a meno che venga (ri)scritta seguendo le sue preferenze. C’è vero e proprio ricatto quando, di fronte ad una proposta elaborata dalla Commissione, un capo di governo fa sapere, più o meno trasparentemente, che non la voterà a meno che gli venga dato qualcosa in cambio. L’ungherese Viktor Orbán ha frequentemente, cinicamente fatto ricorso sia alla manipolazione sia al ricatto, spesso ottenendo quel che voleva oppure bloccando quel che non gradisce. Naturalmente, è molo probabile che, informalmente e riservatamente, anche altri capi di governo abbiano tratto vantaggio dalla loro indispensabilità con qualche scambio improprio.

   Da qualche tempo esiste un accordo diffuso sulla opportunità di abolire del tutto il voto all’unanimità, ma, al proposito, il gatto si morde la coda. Infatti, per abolire l’unanimità è necessario un voto all’unanimità! Comunque, sono convinto che è solo questione di tempo (ma anche di insondabili volontà politiche). Succederà.

Peraltro, si potrebbe procedere anche altrimenti, ad esempio, come suggerisce Riva e come condiviso da molti, me compreso, progettando e ponendo in essere una Europa a più velocità. Più materie importanti decise da chi ci sta perché vuole avanzare verso maggiore integrazione più rapidamente è una soluzione sulla quale saggiare la convergenza di quanti e quali Stati membri. Disponiamo già di un esempio più che positivo: l’Euro moneta comune di 20 dei 27 Stati membri. Quel che si è fatto per l’Euro potrebbe essere fatto anche per altri ambiti: banche, fisco, tassazione dei colossi del web, difesa, immigrazione? Non partiamo da zero e sulla scorta delle preziose indicazioni contenute nell’importante Rapporto Draghi, l’Unione Europea potrebbe fare passi da gigante, proprio come vorrebbe Massimo Riva.

Aggiungo quella che a mio modo di vedere è molto più che una postilla. Le decine di milioni di migranti che rischiano la vita per approdare in Europa fanno giorno dopo giorno un omaggio incommensurabile all’Unione Europea e, naturalmente, anche all’Italia. Non è soltanto un omaggio alle opportunità di lavoro, ma anche alle condizioni e alle prospettive di vita per loro e i loro figli. Non sottovalutiamo queste motivazioni. 

Cosa manca, dunque, per procedere e che cosa sarebbe necessario? Fermo restando che i sovranisti, che chiedono a gran voce che la loro Nazione si riappropri della sovranità, si badi, non perduta, ma consapevolmente ceduta ieri e condivisa oggi a livello europeo, praticano un balordo gioco di interdizione, quel che è indispensabile è una leadership all’altezza. E allora, mi esibisco nel wishful thinking, nel rendere pubblici i miei pii desideri nella aspettativa più che fondata che l’autore di questo libro li condivida.

Vedo due carenze, entrambe significative entrambe rimediabili nessuna delle due adeguatamente discussa nel dibattito pubblico e solo sfiorate da Massimo Riva. La prima carenza è stata ampiamente evidenziata dal Rapporto stilato da Enrico Letta (Molto più di un mercato, Bologna, il Mulino, 2024). Consiste nel mancato completamento del Mercato Unico. La strada rimane tracciata, ma troppi governanti europei e troppi alti burocrati a Bruxelles e dintorni non sembrano particolarmente dinamici e innovativi. C’è molto che si può e si deve fare, forse, a questo punto, costretti ad agire anche per dare risposte efficaci ai dazi scelleratamente (im)posti dal Presidente Trump. La seconda carenza riguarda la leadership.

   Tutt’altro che priva di capacità e qualità, Ursula von der Leyen ha iniziato il suo secondo mandato (2024-2029) forse troppo preoccupata dalla consapevolezza che la maggioranza che la ha rieletta e la sostiene è meno coesa e meno convintamente europeista. Di conseguenza, la Presidente non si spinge avanti, non cerca di innovare, non vuole rischiare contraccolpi e indebolimenti. Comportamento comprensibile, ma, soprattutto nell’attuale situazione internazionale che richiede iniziative, dannoso.

   Quello della leadership politica e democratica è sempre stato, solo da ultimo a livello delle istituzioni europee, un problema molto complesso. In quanto professore di Scienza politica mi sento autorizzato a sostenere che le grandi leadership, quelle che fanno la differenza, emergono in tempi di crisi gravi e in seguito a conflitti seri e profondi. Anche se non ci troviamo in un periodo brillante, l’Unione europea non è a questo stadio. Se, però, crediamo che il problema della leadership esiste, personalmente ne sono convinto, allora bisognerà pensare a modalità elettive della Presidenza che siano in grado di dare una risposta in termini di coinvolgimento dei cittadini europei, di maggiore partecipazione, di effettiva influenza. Con qualche nostalgia vorrei discuterne con Jean Monnet (1888-1979) e con Altiero Spinelli (1907-1986) le capacità e le energie dei quali si sommarono molto positivamente. Suscitata la vostra curiosità, non svelo le mie carte. Attendo per farlo che Riva voglia andare oltre quanto ha qui utilmente scritto fra passione e delusione. Si può; si deve. Buona lettura.

Bologna (Europa), agosto 2025                                                                                   Gianfranco Pasquino

VIDEO No party, no democracy #dialoghiEuropei

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Alla ricerca dell’ordine politico internazionale perduto #ParadoXaforum

Ho sempre avuto molti dubbi sulla effettiva esistenza di un ordine internazionale liberale nel periodo tra il 1945, fondazione delle Nazioni Unite, e il 1989, crollo del comunismo sovietico e, secondo Fukuyama, Fine della storia. In effetti, la storia della contrapposizione delle democrazie liberali e dei regimi comunisti era finita, proprio come scrisse lui stesso, con la vittoria delle democrazie liberali. Finiva anche, non l’ordine liberale internazionale, ma, più propriamente, l’equilibrio del terrore nucleare fra USA e URSS. Gli USA diventarono per almeno un decennio la superpotenza ”solitaria”, nella intelligente e acuta interpretazione datane da Huntington, mentre sullo sfondo si annunciava “lo scontro delle civiltà”. Dunque, trent’anni fa il grande politologo di Harvard non prevedeva nessuna (ri)comparsa di un qualsiasi (nuovo) ordine politico.

Il prezzo del vecchio “ordine”, che non fu mai liberale, era stato molto alto. Lo avevano pagato anzitutto i coreani, poi con le loro rivolte, i cittadini di Berlino Est (1953), dell’Ungheria (1956), della Cecoslovacchia (1968) e della Polonia (1956, 1968, 1980), ma anche i molti dissidenti sovietici da Sacharov a Solgenitsin. Lo avevano pagato molto caro i latino-americani schiacciati dalle dittature militari, i vietnamiti non domati neppure dal napalm, i sudafricani dell’apartheid. Solo noi europei occidentali, cittadini di regimi democratici (non, quindi gli oppositori dell’autoritarismo del Generalissimo Francisco Franco e del Prof Antonio Salazar) possiamo davvero rimpiangere les Trente Glorieuses, cioè, gli anni di grande sviluppo economico e di assenza di conflitti armati. Tutti gli stati entrati gradualmente a far parte di quella che è oggi l’Unione Europea hanno goduto di pace e acquisito prosperità come non mai.

Molto è cambiato nel mondo, ma, soprattutto, nei sistemi politici più potenti: nella Cina, nella Russia e negli USA. Trovata la stabilità interna che un partito totalitario come quello comunista cinese può garantire, sopprimendo l’opposizione e castigando duramente gli oppositori (Tien an Men, prima, giugno 1989, e Hong Kong, dopo, oramai da qualche anno, sono le tragiche prove), la Cina opera agilmente e abilmente in un sistema internazionale senza regole. Non sembra essere interessata, né opporsi, in linea di principio, ad un nuovo ordine internazionale. La sua leadership è consapevole che nessun tipo di ordine, quand’anche nascesse senza di lei o addirittura contro di lei, potrà dare stabilità al sistema internazionale. Nel frattempo, silenziosa e apparentemente inarrestabile, la sua espansione prosegue grazie e attraverso la via della seta.

Con la volutamente plateale aggressione all’Ucraina, Vladimir Putin perseguiva due grandi obiettivi: conquistare e sottomettere un paese importante e democratico come tardiva rivincita su quanto era andato perduto dopo il 1989/91, e fermare, se non addirittura capovolgere il declino della Russia, riverniciando e rilanciando il passato imperialista. In subordine, ha voluto mandato il segnale che nessun nuovo ordine internazionale può essere costruito senza riconoscere alla Russia un ruolo molto importante. Possiamo già constatare e affermare non solo che Putin non sembra in grado di conseguire i suoi obiettivi, ma che è diventato debitore di Trump che l’ha omaggiato in Alaska e di Xi Jinping senza il cui aiuto non potrebbe continuare l’aggressione. Non avrà mai più la forza per mettersi allo stesso tavolo di Trump e di Xi e si illude se crede che il prossimo ordine politico internazionale sarà tripolare.

Probabilmente sarebbe piaciuta anche al tycoon di Mar-a-Lago, terribile semplificatore dalle propensioni autoritarie, la comparsa di un sistema tripolare con la Russia a fare almeno in parte da contrappeso alla Cina e a tenere impegnati gli europei esigenti e decadenti che non saprebbero difendersi dai quali vorrebbe un cospicuo rimborso per tutte le spese militari effettuate dagli USA in ottant’anni. Nel frattempo, Trump procede a riaffermare il suo controllo sull’America latina. Deciderà lui la politica del Venezuela. Per Cuba si limita ad aspettare, poi se la riprenderanno gli esuli e la invaderanno i turisti USA e le loro piccole e grandi empresas: Viva la Coca Cola e le high tech! Il Canada deve fare molta attenzione a quel che dice e a quel che fa, e anche il Messico deve comportarsi meglio. Quanto alla Groenlandia, Trump dice che ne ha bisogno. Gli serve, presto. La può comprare oppure anche solo occupare. Se i suoi comportamenti, che non sono soltanto quelli di un mercante senza scrupoli, ma soprattutto di un imperialista senza freni, offendono la Danimarca e gli altri europei e affondano la NATO, peggio per loro. L’irrequietezza del Presidente USA e il servilismo competitivo dei suoi collaboratori che corteggiano i suoi favori e ambiscono i suoi elogi) non fanno escludere svolte, ma la strada del Make America Great Again è tracciata e lastricata. Comunque vada, la meta non sarà un ordine non sarà liberale. Sarà una tripartizione imposta dai rapporti di forza: USA, Cina, quel che può la Russia. Una stabilizzazione voluta da tre massime autorità ultrasettantenni che non si scambiano nessun impegno reciproco che non potrebbero e non vogliono rispettare.

Tutti i dati disponibili sui diritti, sulle libertà, sul commercio, sulla distribuzione del potere e della ricchezza dicono alto e forte che i 400 e più milioni di cittadini dell’Unione Europea vivono in prosperità, in democrazia, in pace. Hanno imparato le durissime lezioni della storia e, come direbbe Niccolò Machiavelli, con un po’ di fortuna e molta virtù sono diventati dei veri e propri privilegiati. Hanno vissuto la loro intera vita protetti dallo scudo grande e semi gratuito offerto dalla Nato. Con pochissime, ma notevoli, eccezioni (il francese Raymond Aron e l’italiano Altiero Spinelli) gli studiosi e i politici europei non si sono preoccupati del ritorno della guerra sul loro continente e neppure della costruzione e della manutenzione dell’ordine liberale internazionale. La pace, per parafrasare, criticandone una tesi centrale, il generale prussiano Carl von Clausewitz (1780-1836), era (è!) la continuazione della politica nei sistemi politici democratici e nei rapporti fra di loro. Con un altro grande tedesco, il filosofo illuminista Immanuel Kant (1724-1804), siamo in grado di affermare si vis pacem, para democratiam (chi vuole la pace deve preparare la democrazia). Le democrazie non si fanno la guerra fra di loro. Le loro opinioni pubbliche lo impedirebbero.

Faro del liberal-costituzionalismo, quanto più si allarga tanto più l’Unione Europea aumentava la portata del suo fascio di luce. Il presidente francese François Mitterrand (1981-1995) già auspicava che l’Europa si estendesse dall’Atlantico agli Urali. Lascio Immaginare lo shock, la preoccupazione e l’irritazione nelle stanze del Cremlino. Comunque, l’Unione ha continuato ad ampliarsi anche nei Balcani e fra i paesi candidati all’adesione si trovano altri sistemi politici ex comunisti. In ottica diversa, ma molto promettente, si situa l’accordo commerciale di grande portata recentemente raggiunto fra i paesi del Mercosur e l’Unione Europea. Più problematico è il Piano Mattei proposto da Giorgia Meloni per rapporti di cooperazione e scambi con molti paesi africani altrimenti corteggiati e influenzati dalla Cina. Allargamento non significa automaticamente maggiori capacità politiche; anzi, significa maggiori difficoltà decisionali. Significa anche maggiori responsabilità sulla scena internazionale mondiale.

Nessuna di queste operazioni è stata pensata avendo come obiettivo esplicito, se non la creazione di un nuovo ordine internazionale, quanto meno la riduzione dell’attuale disordine bellicoso e belligerante. Ma, opportunamente orientate, con impegno e con fatica, gli accordi commerciali, mai solo tali, potrebbero andare nella direzione giusta. Questione di leadership, politica e culturale. Quando questi tipi di leadership mancano prende il sopravvento la leadership burocratica che, lo sappiamo, non è ma disposta a rischiare. Meglio conservare quello che abbiamo costruito è anche il pensiero dei molti burocrati negli alti ranghi del Partito Comunista Cinese. Nell’attuale disordine, mentre Putin cerca di schiacciare l’Ucraina e Trump di azzannare la Groenlandia, pochi si scandalizzeranno se la Cina lancerà una sua “operazione militare speciale” contro i cinesi di Taiwan.

Concludo. Sono abitualmente contrario alle contrapposizioni retoriche rigide, ma in questo caso sento la necessità di essere molto netto. Nel futuro, da un lato, vedo un molto difficoltoso processo, neppure ancora concretamente iniziato, di costruzione di un nuovo ordine politico internazionale. Dall’altro, mi appare più probabile l’affermarsi di un duopolio autoritario USA/Cina con sparse frange di resistenza. Una di queste frange sarà probabilmente rappresentata dall’Unione Europea purché non indebolita e non frenata dai sovranismi di destra inclini al compromesso anche al ribasso. Nel frattempo, continueranno molti conflitti armati e, almeno in parte, impareremo a vivere, disegualmente male, nel disordine internazionale. Non è il futuro che auguro ai giovani.

Pubblicato il 12 gennaio 2026 su PARADOXAforum

INVITO No party, no democracy #12gennaio #Trieste #dialoghiEuropei

Lunedì 12 gennaio ore 17.30
Circolo della Stampa
corso Italia, 13 Trieste

Il Venezuela di Trump, il cuore di Giorgia e le sue ragioni @DomaniGiornale

Velocissima, Giorgia Meloni ha reso nota la sua valutazione pochissimo tempo dopo il successo della “operazione militare speciale” (sic) di Donald Trump contro il corrotto presidente del Venezuela Nicolás Maduro. In Venezuela, ha scritto, il Presidente USA ha effettuato “una azione difensiva legittima” contro “un regime mai riconosciuto”. Dunque, non ci sarebbe stata nessuna violazione del diritto internazionale, nessuna lacerazione della sovranità nazionale del Venezuela, nessuna inaccettabile interferenza nella politica interna dello stato latino-americano. Un regime autoritario non riconosciuto deve sapere, se si concorda con l’interpretazione Meloni, che è inevitabilmente esposto a interventi dall’esterno. Deve prenderne atto e con lui di conseguenza anche gli altri protagonisti politici dovranno essere pienamente consapevoli che il non riconoscimento spalanca finestre di opportunità a qualsiasi eventuale incursione da fuori. Taiwan, de te fabula narratur

 La Presidente del Consiglio italiana non ha mai nascosto che vuole avere e mantenere un rapporto molto stretto e privilegiato con il Presidente Trump. Questi la ha regolarmente omaggiata e ricompensata con dichiarazioni gratificanti, al limite dell’imbarazzo, e con numerose photo opportunities. A sua volta, ripetutamente, Giorgia Meloni ha sottolineato che il suo obiettivo politico di fondo consiste nel proporsi e fungere come pontiera fra l’Unione Europea e la Casa Bianca. I risultati concreti, per l’Unione e per l’Italia, del pontieraggio meloniano sono difficili da soppesare, ma le buone intenzioni del governo italiano non sono certamente sfuggite negli ambienti che contano vicino a Trump.

Poi, naturalmente, contano anche altri fattori nella scelta di Meloni di non prendere mai le distanze dal Presidente USA. Tecnicamente, i MAGA (Make America Great Again) sono sovranisti per eccellenza. Di qui, incidentalmente, non poche perplessità nella base trumpista, ma non soltanto, sulla opportunità (non sulla legittimità, quel che decide Trump è automaticamente legittimo) dell’incursione in Venezuela. Invece, non si è manifestata nessuna perplessità di Meloni e dei suoi perfettamente allineati portavoce. Quando si presenta l’occasione, e l’autoritarismo di Maduro la offriva su un piatto di petrolio pregiato, bisogna prenderla al volo: sfruttabile e giustificabile.

Messa in conto una posizione diversa, molto diversa, ma non limpida e non fortissima, dell’Unione Europea, Giorgia Meloni riesce a apparire concreta e realista. No, il problema Venezuela non è sparito, ma, l’UE non ha mai saputo affrontarlo, mentre Trump ha quantomeno risolto il problema Maduro. Non c’è nessuna indicazione che Trump voglia incoraggiare una transizione democratica, ma, sostengono granitici i meloniani, buona parte delle sinistre italiane ha mostrato un’alta soglia di tolleranza per i populismi “progressisti” (troppo vero). D’altronde, se si ponesse l’obiettivo della democraticità del regime, con quale credibilità Meloni, Tajani e molti ministri italiani potrebbero affermare la bontà, la rilevanza e l’efficacia del Piano Mattei con i governanti africani non-democratici?

L’intervento venezuelano di Trump, le sue minacciose parole rivolte alla Groenlandia, a Cuba, che cadrà da sola (ma l’elettorato del segretario di Stato Marco Rubio scalpita per fornire più che un’aiutino), e, diversamente, alla Colombia e al Messico, senza dimenticare il Canada, significano che il tycoon immobiliarista non è interessato alla (ri)costruzione di un nuovo ordine (meno che mai liberale) internazionale. A questo immane compito, la Presidente del Consiglio non sembra disponibile a dedicare la sua attenzione. L’Unione Europea ha posizioni sfumate, tutte da affinare e da rendere più incisive e perseguibili. Dal canto suo, Meloni pensa che solo Trump ha abbastanza potere, se non per fare ordine, per tenere sotto controllo il disordine. Per non subire contraccolpi meglio non criticarne le mosse. Ma il dopo-Trump, è il mio empio desiderio, potrebbe non essere molto lontano.

Pubblicato il 7 gennaio 2026 su Domani

Cosa ci insegna la fine di Bardot sull’Europa @DomaniGiornale

L’omaggio che, in particolare la Francia, ma non solo, sta rivolgendo a Brigitte Bardot, simile, anche se molto superiore, a quello tributato poco più di un anno fa a Alain Delon, contiene accenti, a mio parere, inquietanti. Che Marine Le Pen, leader di un partito che Bardot sosteneva per la sua politica e le sue idee, abbia espresso il suo apprezzamento per una donna “libera, indomabile, integra”, è assolutamente comprensibile. Coerente. Non poche preoccupazioni destano le parole del Presidente Emmanuel Macron: “incarnava una vita di libertà. Esistenza francese, splendore universale. Piangiamo una leggenda del secolo”. No, la libertà personale, espressa nei confini di una nazione non è “splendore universale”. Al contrario, spesso assume i tratti particolaristici dell’egoismo, amore eccessivo e esclusivo di se stessi, non riscattabile dalla pur meritevole cura e devozione degli animali, e negli omaggi di un nazionalismo deteriore.

A qualche decina di chilometri da Saint Tropez, per la precisione a Juan-les-Pins in uno splendido, luminoso atelier, lavorò per diversi anni Pablo Picasso, sicuro interprete di “una vita di libertà”, che si era ripromesso di non tornare in Spagna fintantoché Francisco Franco fosse rimasto al potere. Promessa mantenuta. In Spagna dopo la morte di Franco, tornò non lui, Picasso, ma quello straordinario dipinto che è Guernica, esposto a Madrid, al Museo di Reina Sofia, capolavoro di una molto diversa idea di libertà.

Il paragone è, ne sono consapevole, solo parzialmente appropriato. Mira a segnalare quelli che sono i valori intorno ai quali sarebbe preferibile che una comunità si organizzasse, proteggendoli e promuovendoli. Indirettamente, se la mia prospettiva è accettabile, ne deriva anche che in assenza di personalità che siano portatrici di quei valori e ampiamente riconosciute come tali, qualsiasi comunità risulterà debole, divisa, incapace di comportamenti collettivi di grande importanza e impatto. Destinata a logoranti conflitti, inadeguata a produrre scelte proiettate nel futuro, come spesso, ma nient’affatto sempre, succede nell’Unione Europea.

Da qualche tempo, questo discorso e la relativa preoccupazione riguardano per l’appunto l’Unione Europea. Alle origini, per esperienza di vita personale, per cultura politica, aggiungerei per ideologia, i fondatori condividevano valori che, senza cancellare le rispettive identità nazionali, erano effettivamente europei: libertà, democrazia, federalismo. Furono sufficienti a tracciare la strada finora percorsa con successo. Con gli anni e con la cooperazione è persino significativamente aumentata la percentuale di coloro che si dichiarano prima europei e solo poi cittadini della rispettiva nazione.

Quello che visibilmente manca da qualche tempo sono personalità europee che vengano riconosciute come tali perché portatrici dei valori fondanti e ispiratrici di comportamenti esemplari, che siano già diventate o in procinto di esserlo, come con surplus di esagerazione retorica gallica, il Presidente Macron ha detto di Brigitte Bardot, “una leggenda del secolo”. Credo di sapere quale reazione sarcastica ha avuto il Gen. de Gaulle.

Non è cedere alle costrizioni della spettacolarizzazione della politica chiedere che in Europa si affermino grandi personalità capaci di esprimerne e esaltarne i valori e di porsi come guide morali e culturali in tempi di degrado e di regresso. Potranno anche esserlo, a determinate condizioni, che non vedo in Brigitte Bardot, le celebrità cinematografiche. Per lo più, fortunatamente non è quella la loro irrefrenabile ambizione. Che emergano personalità in grado di rilanciare i valori europei delle origini e di un lungo tratto di storia è sicuramente un augurio per l’anno 2026, ma soprattutto è un progetto da perseguire con convinzione e impegno. Beati non sono i popoli nei quali non si affermano grandi personalità.

Pubblicato il 31 gennaio 2025 su Domani

Un anno duro. Ma c’è di molto peggio in arrivo @DomaniGiornale

Dimostrandosi sciatore provetto, il Ministro Giorgetti si è da qualche tempo sapientemente esibito nello slalom fra gli emendamenti e sembra sia riuscito a portare a valle la Finanziaria “Meloni-Tajani-Salvini”. Il popolo dello Stivale ha appreso festante di essere proprietario dell’oro d’Italia. Nella Finanziaria c’è una riduzioncina delle tasse per il ceto medio indifferenziato, ma anche meno risorse per la sanità di una popolazione, chi scrive compreso, che invecchia, e vi si trova poco o nulla per una generazione di giovani alla ricerca di opportunità, di chances di vita. A sinistra (plurale) ci si preoccupa delle diseguaglianze, senza le indispensabili specificazioni, invece di pensare alle innovazioni e alla crescita. Senza crescita, economica, ma anche culturale, le diseguaglianze rimarranno più o meno gravi, però, la torta da redistribuire diventerà più piccola e le resistenze dei meno diseguali diventeranno più grandi e più convinte.

Nel frattempo, il governo delle destre sposterà, ha già iniziato a farlo, la sua attenzione e quella degli elettori su due grandi temi istituzionali, forse tre, che gli sembrano un terreno non soltanto ineludibile, ma favorevole: referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati; revisione della legge elettorale Rosato; Premierato di Colle Oppio e dintorni. Il tutto parte e procede con qualche aiutino proveniente da alcuni settori del centro-sinistra i quali, avendo quasi un decennio fa sbagliato loro stessi con proposte molto simili, difendono con tenacia i propri errori del passato per malposta vanteria collaborazionista.

Ne va della ristrutturazione del sistema politico-costituzionale all’insegna della politica che, come ha candidamente no, meglio, intrepidamente, detto il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, persona abbastanza informata dei fatti, vuole riaffermare la sua superiorità sulla magistratura, alla faccia della separazione e dell’equilibrio dei poteri. All’uopo, il governo ha già provveduto a trasformare un referendum costituzionale in un plebiscito su se stesso e sulla sua attività revisionista. Al tempo stesso, ha anche già annunciato con il meloniano tono di sfida che non ha intenzione alcuna di dimettersi in caso di sconfitta. Accountability, addio, direbbero gli inglesi. Quel che dicono i trumpiani MAGA per decenza non si può scrivere.

Che Meloni sia attaccata alla poltrona di Palazzo Chigi è chiarissimo e assolutamente comprensibile. Si appresta a conquistare due prestigiosissimi record: 1. diventare l’unico presidente del Consiglio italiano ad avere guidato un governo di legislatura e, congiuntamente, 2.  essere riuscita a durare in carica più a lungo di chiunque altro. Con una appositamente pasticciata legge elettorale, terreno di pascolo, di troppi retroscenisti e pochi studiosi, si assicurerà anche il ritorno a Palazzo Chigi nella  prossima legislatura nella quale, sarà opportuno che ce lo ricordiamo tutti, si dovrà eleggere il successore di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica.

C’è un rischio di sistema sotteso alle belle ambizioni di Meloni e alle soluzioni circolanti. Stabilità politica senza efficacia decisionale significa immobilismo, una condizione sgradevole e riprovevole che in Italia si è prodotta spesso. Non affonderemo, ma sarà un brutto galleggiare sempre sul crinale della recessione economica, della insufficienza culturale e anche della regressione, in termini di impegno, partecipazione, incidenza rispetto delle regole, democratica. Il sedicente Premierato meloniano sembrerebbe inteso a dare vita, come dissero ad eccessivo libitum, i volenterosi e coraggiosi sostenitori delle revisioni imposte e personalmente rivendicate da Renzi, ad una democrazia decidente. Proprio no, ma sarà il caso che nel Partito Democratico si attrezzino con cognizione del pericolo non soltanto per la difesa di una democrazia decente, ma soprattutto per la (contro)proposta di una democrazia vibrante.

Pubblicato il 24 dicembre 2025 su Domani

Sull’Ucraina non basta pensare  solo  alla tregua. Bisogna avere un pensiero lungo @DomaniGiornale

L’aggressione russa all’Ucraina ha costituito un test per la politica di molti stati europei e degli USA. Le modalità di una difficile, ma, ovviamente, auspicabile conclusione delle ostilità, certamente non ancora definibile pace, si prospettano come un altro significativo test. L’aggressione ha messo alla prova la disponibilità non soltanto degli USA per ragioni di politica di potenza, ma soprattutto degli Stati-membri dell’Unione Europea ai quali si è rapidamente aggiunta, fatto di assoluta importanza, la Gran Bretagna, a sostenere militarmente e finanziariamente il paese aggredito. Alcuni Stati come Svezia e Finlandia, hanno addirittura sentito la necessità e l’urgenza di uscire dalla loro storica condizione di neutralità per entrare a fare parte della Nato.

Tutti i paesi dell’Unione, con le occasionali prese di distanze dell’Ungheria, che rimangono ai limiti dell’irrilevanza, hanno votato in più round sanzioni economiche, commerciali, di ostacolo alla circolazione alla Russia e ai suoi dirigenti. Non sono mancati coloro che ossessivamente denunciano ritardi e inadeguatezze dell’Unione, ma in quantità e in qualità viste nella loro sequenza le misure prese dalla UE segnalano importanti, in qualche modo imprevedibili, ad esempio quelle del governo italiano semisovranista,  convergenze e condivisioni di valutazioni e prospettive. Fra queste prospettive sta la decisioni di procedere a dotare l’Unione di indispensabili strumenti di difesa e la disponibilità dei volenterosi, in ordine alfabetico, Francia, Germania, Gran Bretagna, a continuare a sostenere palesemente e senza riserve l’Ucraina di Zelensky.

La posizione, che non chiamerò USA, ma del MAGAPresidente Trump, quasi ineccepibile per quel che riguarda l’appoggio militare, ha subito enormi oscillazioni politiche e negoziali. La matta voglia di Trump di intestarsi una qualsivoglia pace lo ha portato a eccessi di lodi e di concessioni a Putin e a atteggiamenti sgradevoli e offensivi nei confronti di Zelenski. Quanto all’Unione Europea, il documento di Strategia di Sicurezza Nazionale, oltre a critiche sulla qualità delle leadership politiche europee (da che pulpito!), la dice lunga sulla concezione dei rapporti fra USA e Unione e sulla sua preferenza, forse intenzione di smembrare l’UE, magari contando sull’appoggio di chi continua imperterrita a volerne sostenere alcune posizioni e propositi.

La condizione e lo sbocco dei negoziati Trump/Putin è per l’Unione europea un altro test di grande importanza. Due scelte significative per il presente e per il futuro debbono essere lasciate e non imposte a Zelenski; entrare a far parte della Nato e accedere all’Unione europea. Inaccettabile è una preclusione assoluta senza limiti temporali. Tocca a Zelensky decidere se le garanzie di sicurezza offerte da Trump siano credibili, rassicuranti e sufficienti. Quanto alla adesione all’Unione, il divieto deve essere temporaneo. Non si può consentire alla Russia l’esercizio di un potere di veto che Putin o chi per lui (sic) farebbe valere nei confronti di altri stati aspiranti, ad esempio, la Georgia e la Bielorussia se e quando giungerà l’ea post-Lukashenko.

Trump puntella Putin, ma quel pezzo di ordine politico internazionale che i due vanno con improvvisazione quasi inconsapevolmente costruendo guarda al passato. Nel bene, poco, l’equilibrio del terrore, che c’è stato; nel male molto, l’oppressione di tutta l’Europa centro orientale, dall’altra parte le mani libere sull’America latina, quel passato non può tornare. Sull’impero russo il sole è tramontato da tempo e l’America non tornerà grande come nel tempo in cui la Cina si rotolava nella Grande Rivoluzione Culturale Proletaria. Suggerirei ai negoziatori in buona fede che risolvere temporaneamente e precariamente la guerra russo-ucraina, per quanto decisamente utile e importante non basterà in assenza di un pensiero lungo impostato su un nuovo decente ordine internazionale. La Cina non è abbastanza vicina.

Pubblicato il 17 dicembre 2025 su Domani