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Conte un problema per il centrosinistra. Ma i suoi voti servono #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, critica il «movimentismo» di Conte su temi come Gaza e il Jobs act perché «disturba qualsiasi tentativo di costruire una coalizione che voglia darsi un programma di governo» e non condivide la troppa esposizione mediatica di molti esponenti dem, a partire da Bettini e Picierno. «La linea del partito non la può dettare Bettini ma neanche Picierno – dice – La deve dettare la segretaria dopo aver ascoltato più esponenti possibili.

Professor Pasquino, Conte sta spingendo molto su temi come Gaza e i referendum sul Jobs Act: è un problema per Schlein?

Ho l’impressione che Schlein abbia deciso a tutti i costi di “abbracciare” Conte e il suo 12- 15% di voti. La verità è che quei voti sono essenziali ma non è sicuro che in questo modo riuscirà a recuperarli. In ogni caso questa è la strategia e quindi la leader dem lascia che parte dell’agenda politica e programmatica venga dettata da Conte. Cosa che sappiamo non viene condivisa da Renzi, Calenda e una parte di elettori centristi.

E quindi sarà un problema per la futura coalizione, o no?

È certamente un problema. Il problema è Conte con le sue ambizioni personali e la sua incapacità politica. Questo suo movimentismo disturba qualsiasi tentativo di costruire una coalizione che voglia darsi un programma di governo. Conte porta avanti dei temi con i quali non può mai vincere le elezioni. Può ottenere forse qualche voto in più, ma complessivamente questo è un problema per il Pd e per il centrosinistra.

Oggi ( ieri, ndr) un’intervista a Goffredo Bettini ha scatenato il dibattito tra chi nel Pd è più vicino al M5S e chi ai centristi: Schlein da che parte dovrebbe stare?

Lei, come molti, pone l’alternativa tra stare nei pressi di Conte e stare nei pressi del centro. Ma l’unica alternativa possibile è quella di essere originali e avere un programma diverso da tutti e due e trovare il modo di dare un’offerta politica all’elettorato che sia esclusiva del Pd. Volete il salario minimo garantito e un certo tipo di rapporti coi migranti e la loro integrazione? Volete una certa presenza in Europa? Schlein dovrebbe riuscire a stilare un programma che guarda avanti e costringere gli altri a confrontarsi con esso. Non deve essere lei ad andare a traino traino né di Conte né dei centristi.

La differenza di opinioni tra esponenti come Bettini e Picierno, ad esempio, può ancora coesistere?

Diciamo che nel Pd hanno sempre coesistito queste due anime, è sempre stato così e infatti è sempre stato un problema. Un problema che deve essere non per forza risolto ma certamente ridimensionato. La linea del partito non la può dettare Bettini ma neanche Picierno. La deve dettare la segretaria dopo aver ascoltato più esponenti possibili. Serve una politica “franca” per raggiungere posizioni condivise dopo aver espresso al meglio le sue personali posizioni, e deve esprimerle in maniera chiara.

Ci sono questioni, come la politica estera, dove un accordo tra le varie anime della coalizione sembra impossibile: come si risolverà?

In una certa misura Schlein deve riuscire a ridurre le distanze, in secondo luogo deve riuscire a trovare una modalità per esprimere queste diversità di visioni in maniera che non siano causa di antagonismi nella coalizione. Questo significa fare politica, cioè evitare che quello sia l’argomento decisivo sul quale si decide l’alleanza. Perché se così fosse il centrosinistra non andrebbe da nessuna parte.

Tornando al Jobs act, Renzi ovviamente lo difende mentre Schlein è contro: come si pone la questione visto che è stato lo stesso Pd a volerlo e approvarlo?

La questione può diventare un problema per Schlein se lei si limita a dire sì al referendum, ma se dicesse anche altro, cioè come affrontare i problemi che quella legge puntava a contrastare allora è un altro paio di maniche. E la questione riguarda anche il sindacato: è capace o no di andare oltre quella legge e il semplice rifiuto di essa? Dire no a quella legge e basta non serve a nulla.

Fa bene Schlein a esporsi così tanto sui quesiti referendari sapendo che difficilmente si raggiungerà il quorum?

Fa bene nel senso che la segretaria di un partito deve avere una posizione e segnalarla agli elettori. Il rischio quorum c’è perché mobilitare un elettore italiano è sempre difficile, anche perché l’argomento riguarda solo una parte di elettori. Ma dipende sempre dall’affluenza. Se anche non si raggiungesse il quorum ma con un’affluenza attorno al 40% sarebbe comunque un segnale importante.

Pubblicato il 17 aprile 2025 su Il Dubbio

Crisi democratica? Il caso Italia #Report #Conferenza La Meridiana di Rivoli

Grazie all’Associazione La Meridiana di Rivoli

Il politologo Gianfranco Pasquino vive a Bologna , è nato a Trana nel 1942 (i suoi genitori erano lì sfollati in tempo di guerra), si è laureato a Torino ma non era mai stato a Rivoli. Professore emerito di Scienza politica , è assai noto per i suoi sagaci commenti sull’attualità politica in TV.
L’associazione culturale “La Meridiana” lo ha invitato a Rivoli mercoledì 16 aprile. Il tema dell’incontro pubblico in piazza San Rocco “Crisi democratica? Il caso Italia” è stata l’occasione per i numerosi presenti di poterlo ascoltare e dialogare con lui.
L’Italia ha la fortuna – sostiene Pasquino – di avere dal 1948 una costituzione repubblicana strutturata in chiave antifascista, anche se il fascismo e i suoi eredi più o meno diretti hanno continuato ad essere presenti nella nostra società, da Almirante nell’immediato dopoguerra in poi e, soprattutto, dal 1993, anche nelle istituzioni dopo lo sdoganamento di Berlusconi della destra post-fascista in occasione delle elezioni a sindaco di Roma (Rutelli vs. Fini), che vede da anni, a fasi alterne, e oggi al governo forze che da quella matrice originano.
Vivace la discussione sul ruolo dei partiti, di cui Pasquino sottolinea la centralità costituzionale (art.49) di determinare la politica nazionale, con metodo democratico e quindi liberi di organizzarsi autonomamente.
Non auspica obbligatorie per i partiti , dice, le c.d. primarie, che parte dei presenti in sala vorrebbero disciplinate per legge in caso di loro svolgimento, bensì una legge elettorale che mettesse ogni singolo candidato di fronte agli elettori, che è risaputo non essere oggi il nostro caso.
Puntuale è stata l’analisi del ruolo egemone del governo, che di fatto annichilisce il ruolo del parlamento a suon di decreti-legge ( e questo da trent’anni e non solo in Italia). Nella sostanza stanno andando in soffitta 300 anni di Montesquieu e il checks and bilances di americana memoria . Pare qui resistere, chissà ancora per quanto, solo la magistratura, permanentemente sotto attacco di una destra maggioritaria anche nel comune sentire del paese, parte della quale propugna, sostanzialmente, una sorta di ripristino del privilegium fori a beneficio del politico eletto dal popolo che, se delinque, andrebbe giudicato
esclusivamente dai suoi pari e non già dalla magistratura ordinaria, come il resto dei comuni mortali.
La democrazia pare talvolta in affanno, ma sostanzialmente “tiene” ancora, in tutta Europa, contro gli attacchi delle forze sovraniste e populiste che mal sopportano l’Unione europea (quella degli auto-dazi), in un mondo pieno di incognite per il futuro.
Il prof. Pasquino, a precisa domanda, ha condannato infine senza se e senza ma l’invasione russa dell’Ucraina e il diritto di quest’ultima di difendere i propri confini ed ha giudicato brutalmente esagerata la reazione di Netanyahu a Gaza dopo il massacro di 1200 ebrei perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023, in quanto Bibi è convinto che solo continuando la guerra potrà evitare di rispondere di reati di corruzione, frode e abuso di potere di fronte ad un tribunale israeliano e magari finire in galera.
Al termine il socio artista del legno Michele Romanelli ha donato al prof. Pasquino un piatto di legno intarsiato con dedica.

E grazie a Marco Margrita per il suo gentile post Facebook
“Cerco sempre di non cadere nell’autoinganno che essere operatori culturali sia la mera costante ricerca di strapuntini purchessia (per offrire lezioni, ordinariamente pure non richieste) o d’incrociare un obiettivo fotografico (per certificarsi esistente in vita con qualsivoglia ruolo). Fare cultura, ne sono convinto, è innanzitutto cogliere le occasioni in cui si può imparare. Senza trincerarsi nei settarismi, così praticando per davvero la laicità, non temendo le differenze. Per questo ieri ho con piacere accolto l’invito degli amici de La Meridiana Associazione Culturale e partecipato ieri sera all’incontro con il professor Gianfranco Pasquino. Una lectio magistralis, quella di questo giovanissimo ottantatreenne in cui leggerezza e profondità hanno trovato una sintesi mirabile.

Una vera “apologia della politica”, senza un’oncia di retorica e con la sagace ironia di chi sa bene di cosa parla (e non teme, quindi, di andare contro lo spirito dei tempi).

Un paio d’ore scorse rapide, tra puntualizzazioni di dottrina (viviamo tristi tempi nei quali cosa significhi “la sovranità appartiene al popolo” andrebbe spiegato ai rappresentanti del popolo, in difficoltà con il ripetere a memoria il primo articolo della Costituzione figurarsi a capirlo in tutte le sue implicazioni) e aneddoti della sua esperienza parlamentare. Gustosissimo, tra questi ultimi, quello sullo “scambio di favori” con il Bobbio senatore a vita: “dopo aver partecipato a una seduta della Commissione Affari Costituzionali assai banale, mi chiese la cortesia di avvisarlo in anticipo perché potesse partecipare alle riunioni dove si discutesse qualcosa di veramente importante. Accettai, in cambio chiedendogli di poter usare il suo ben più comodo ufficio di senatore a vita. Indubbi affari costituzionali… per entrambi”.

Riflessioni sulla democrazia dei partiti e nei partiti. Il giusto ribadire che “non esiste alcuna Seconda Repubblica, al massimo una seconda fase della Repubblica”. Una netta stroncatura del premierato (condivisibile) e una chiara opzione per il maggioritario (meno condivisibile, anche se il “doppio turno” potrebbe essere un’accettabile mediazione per un incallito proporzionalista come il sottoscritto). E tanto, tanto altro.

Una serata ben spesa. Se poi ci aggiungete che il professore è valsangonese per nascita, seppur “accidentalmente” causa sfollamento a Trana dei suoi genitori, e granata…”

“Polli” e leader nel disordine mondiale @DomaniGiornale

Dopo il 1989 per qualche tempo sembrò che gli Stati Uniti d’America fossero l’unica superpotenza rimasta, in grado di garantire da sola il nuovo ordine internazionale. Alcuni politici Democratici parlarono degli USA come nazione indispensabile. Criticamente, il grande politologo Samuel Huntington scrisse, invece, di superpotenza, non egemone, ma, lonely, solitaria, senza (capacità/desiderio di crearsi) amici. Nel giro di un decennio, eroso da comportamenti picconatori, l’ordine (politico, economico, sociale) internazionale è venuto meno. Nessuno cerca di ricostruirne uno diverso, più rappresentativo delle mutate realtà, più equo, capace di durare. Proliferano conflitti, non solo locali, e vere e proprie guerre. La guerra dei dazi, erraticamente (no, non c’è nessun metodo in questa follia) lanciata dal Presidente Trump è parecchio più pericolosa di quel che ne pensano non pochi commentatori beneauguranti. Più in generale, si affacciano interpretazioni complessive malamente fantasiose che si rifanno qualche tesi in voga tempo fa negli USA, e più di quattro secoli prima di Cristo ad Atene.

Nei giorni scorsi sulle pagine del “Corriere della Sera” e de “La Stampa” è stata proposta una tesi erroneamente definita del “pollo”, poi corretta in “coniglio”, secondo la quale dovremmo temere che gli errori delle autorità di governo le quali, stupide come polli, si sfidano, conducano a esiti fortemente distruttivi. Giustamente, il giornalista Danilo Taino richiamava, però, senza citarla la sfida, resa molto famosa dal film Gioventù bruciata (1955), protagonista James Dean, fra due auto che si lanciano l’una contro l’altra ad altissima velocità. Chi devia per primo viene bollato, ma non come pollo, cioè, stupido, bensì come fifone che, in questo caso, è la traduzione corretta della parola chicken.

   Quando lo scontro possibile coinvolge grandi potenze, ovviamente, la sua deflagrazione ha imprevedibili, tanto temibili quanto terribili, conseguenze sistemiche. Nessuno dei leader politici può permettersi di fermare la sua corsa né di deviarla. Quasi certamente chi si dimostra chicken, vale a dire, fifone, sarà costretto a lasciare la guida di quel sistema politico, a maggior ragione se l’aveva conquistata promettendo il ritorno della grandezza del passato. Quanto vale per Trump e per Xi Jinping, vale a maggior ragione per Vladimir Putin che ha affidato il recupero della grandezza imperiale russa alla “operazione militare speciale” condotta contro l’Ucraina. Non può assolutamente permettersi passi indietro. Venisse mai percepito come fifone sarebbe immediatamente defenestrato. I sovranismi, grandi, medi e piccoli, si reggono su dimostrazioni, grandi, medie, piccole, di sovranità, anche, comprensibilmente, espressa con il ricorso e l’uso delle armi.

Nessuno di questi sovranismi armati e intenzionati a fare affidamento sulle loro armi e sulla asserita indisponibilità a mostrarsi fifoni, cedendo al primo cenno di sfida, sarà mai sensibile alle richieste di chi, capovolgendo il detto latino, dichiari si vis pacem para pacem. Per quanto apparentemente gratificante per i molti che l’hanno fatto proprio e che lo pronunciano nelle manifestazioni di piazza, questo slogan non è mai accompagnato da suggerimenti operativi. Sappiamo che cosa implica il dettame para bellum, anche se prepararsi alla guerra non significa affatto volerla fare. Spesso significa più precisamente e pregnantemente la disponibilità a combattere per la propria indipendenza e sopravvivenza. 

Vedo nel triangolo USA, Cina, Russia la presenza di diversamente fortissimi e deprecabilissimi elementi, congiunturali e strutturali, di autoritarismo. Credo che la conclusione adeguata del come reagire se vogliamo la pace consista nel suggerire, richiedere, cercare di introdurre elementi di democrazia, di diritti e doveri e loro osservanza, nella pratica interna e nel sistema/ordine internazionale. Si vis pacem para democratiam. 

Pubblicato il 16 aprile 2025 su Domani

INVITO Gli opinion makers – Caratteri strutturali #ClassiDirigentiItaliane #Milano #CasaCulturaMilano

Giovedì 17 aprile 2025 ore 18
in presenza in Casa della Cultura, via Borgogna 3, Milano
e in diretta streaming sulla pagina e sul canale YouTube della Casa della Cultura

CLASSI DIRIGENTI ITALIANE 1945-1994
Ciclo di 21 incontri Marzo-Dicembre 2025 a cura di Franco Amatori e Pietro Modiano
5° incontro

GLI OPINION MAKERS 2

relatori: Ugo Berti, Aldo Agosti

discussant Gianfranco Pasquino

INVITO Attacco alla Costituzione? #Gorizia #14aprile @PDGorizia

Lunedì 14 aprile 2025
Ore 18
Trgovski Dom
Corso Verdi 52, Gorizia

Attacco alla Costituzione?

dialogo con il prof. Gianfranco Pasquino

Modell deutschland: sistema elettorale, cancellierato, partiti – Francia-Italia: istituzioni e partiti #seminari #14/15aprile #Gorizia

Seminari rispettivamente nell’ambito dei corsi di Comparative Politics and Foreign Policy e Scienza Politica

Gianfranco Pasquino
Università di Bologna

Marco Valbruzzi
Università di Napoli Federico II

MODELL DEUTSCHLAND: SISTEMA ELETTORALE, CANCELLIERATO, PARTITI
Lunedì 14 aprile 2025, ore 15:00
Aula PADNU, Polo Universitario di Gorizia Via Alviano

FRANCIA-ITALIA: ISTITUZIONI E PARTITI
Martedì 15 aprile 2025, ore 10:00
Aula Magna, Polo Universitario di Gorizia Via Alviano

I sovranisti con il fucile e quelli con la pistola @DomaniGiornale

Anche se troppi saccenti commentatori non se ne sono accorti, quasi quarant’anni fa è effettivamente finita una storia, quella della guerra fra le democrazie liberali e i regimi comunisti reali, realmente e malamente realizzati. Solo in piccola parte prevista da Francis Fukuyama, ha fatto la sua (ri)comparsa un’altra brutta storia, quella dei conflitti fra i nazionalismi, fra le nazioni. Sembrano conflitti irreprimibili e incurabili che non possono venire abbelliti e nobilitati facendo ricorso al sovranismo. Né è possibile rassicurarsi affermando che nel mondo della globalizzazione è diventato sempre più evidente che il tema dominante è l’interdipendenza alla quale non sfuggono neppure alcuni, pochi, regimi autoritari che cercano rifugio in impossibili autarchie.

“No man is an island” scriveva il grande poeta inglese John Donne (1572 1631). Nell’interdipendenza nessuno stato, neanche quelli circondati dal mare, è in grado di isolarsi. Anzi, tutti rischiano di diventare preda di Stati più grandi e più forti. Quegli Stati, inesorabilmente bellicosi, continueranno a cercare prosperità e prestigio con politiche espansive e dove non si rivela sufficiente il soft power delle idee e degli esempi, faranno uso dello hard power, quello della forza che si esprime in guerre, anche commerciali, per contenere e ridimensionare il poter degli altri.

 Che la probabilità delle guerre potesse essere ridotta fino a renderla nulla grazie alla formazione di entità sovranazionali federali fu già la risposta di Immanuel Kant e divenne la proposta, il progetto degli Stati Uniti d’Europa formulato nel Manifesto di Ventotene. I sovranismi europei sono espressione di una battaglia di retroguardia contro un’Unione Europea in espansione e in crescita. Non causalmente, gli altri due sovranismi preoccupanti guardano entrambi al passato. Quello russo di Putin, nient’affatto raffinato, non conosce altro strumento che l‘uso delle armi, la guerra e, in subordine, la russificazione sociale forzata. Quello americano, culminato nella Presidenza Trump e da lui totalmente rappresentato, ha una pluralità di obiettivi. La guerra dei dazi è la sua arma per convincere a pagare un conto salato a tutti coloro che per decenni avrebbero depredato gli USA. Ad altri viene lanciato il monito che gli USA potrebbero impadronirsi del loro territorio se contiene risorse preziose: imperialismo di ritorno.

Parassiti tutti, secondo l’elegante espressione del vice presidente Vance, gli stati europei sono nel mirino non solo perché non pagano il costo dell’ombrello difensivo che grava sulle spalle USA, ma anche perché il progetto europeo costruisce uno sfidante economico e forse anche culturale molto dotato e attraente. Comunque, indebolire l’Unione fino a smembrarla, ridurrebbe le pretese e le possibilità di tutti gli stati-membri. Nelle fantasie trumpiane farebbe l’America America Ancora Grande. La Cina sta a guardare. La grandezza di un passato lontano può sempre vantarla. Che qualcuno oggi parli di un suo probabile declino non può impensierire più di tanto governanti che hanno fatto registrare enormi successi nei trent’anni passati e che sono sostanzialmente diventati il fratello maggiore della Russia. Taiwan appare il prossimo obiettivo per fare la Cina ancora più grande.

Quando i sovranismi si incontrano/scontrano, il sovranismo con il fucile sconfigge facilmente i sovranismi con la pistola. Ad ogni buon conto sarà sempre il sovranismo con il fucile, magari sostenuto da migliaia di droni e da una possente rete satellitare, a neutralizzare senza colpo ferire i sovranisti underdog. Trattare, il racconto prosegue con metafore belliche, ad armi pari, è non solo illusorio, ma anche velleitario. Inevitabile è lo scivolamento da sovranisti a vassalli ad libitum del mega/magasovrano che ne potrà revocare i vantaggi tutte le volte che lo riterrà utile per il suo paese, per la sua politica. Al sovranismo russo di Putin e a quello americano di Trump il modo migliore di opporsi e di tenere aperti i canali di comunicazione è rendere l’Unione Europea più coesa, con politiche condivise e unità d’intenti. No State is an island. 

Pubblicato il 9 aprile 2025 su Domani

La ciencia política de Gianfranco Pasquino, Una reflexión a cuatro voces Conversaciones con Perspectiva Martes 8 de abril #YouTube @AnselmoFloresAndrade

www.youtube.com/@AnselmoFloresAndrade

Davvero: “La sovranità appartiene al popolo”, ma che cosa vorrà mai dire che, art. 1, “la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”?. Non chiedetelo agli ospiti di Formigli a Piazza Pulita di giovedì 3 aprile!

INVITO Geotalk #presentazione #𝗣𝗜𝗘𝗧𝗥𝗢𝗕𝗨𝗥𝗚𝗢 di 𝗔𝗻𝗻𝗮 𝗭𝗮𝗳𝗲𝘀𝗼𝘃𝗮 e #𝗧𝗘𝗛𝗘𝗥𝗔𝗡 di 𝗣𝗲𝗴𝗮𝗵 𝗠𝗼𝘀𝗵𝗶𝗿 𝗣𝗼𝘂𝗿 #2aprile #Bologna #Geopolis

𝗠𝗲𝗿𝗰𝗼𝗹𝗲𝗱𝗶̀ 𝟮 𝗮𝗽𝗿𝗶𝗹𝗲 ore 𝟭𝟴
Libreria Coop Zanichelli
Piazza Galvani 1/h
Bologna

Geopolis è un’associazione culturale dedita alla promozione della geopolitica a Bologna e in Emilia-Romagna.

𝗚𝗘𝗢𝗧𝗔𝗟𝗞: la nuova rassegna di incontri in collaborazione con Librerie.coop per conoscere le dinamiche di potere nel mondo che ci circonda e dare senso agli eventi che popolano la nostra quotidianità

Presentazione dei libri:

“𝗣𝗜𝗘𝗧𝗥𝗢𝗕𝗨𝗥𝗚𝗢. 𝗗𝗮𝗴𝗹𝗶 𝗮𝘀𝘀𝗮𝘀𝘀𝗶𝗻𝗶 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗭𝗮𝗿 𝗮𝗹 𝗰𝘂𝗼𝗰𝗼 𝗱𝗶 𝗣𝘂𝘁𝗶𝗻 “, di 𝗔𝗻𝗻𝗮 𝗭𝗮𝗳𝗲𝘀𝗼𝘃𝗮

“𝗧𝗘𝗛𝗘𝗥𝗔𝗡. 𝗜𝗹 𝗳𝗮𝘀𝗰𝗶𝗻𝗼 𝗺𝗶𝗹𝗹𝗲𝗻𝗮𝗿𝗶𝗼 𝗲 𝗹’𝗶𝗻𝗾𝘂𝗶𝗲𝘁𝘂𝗱𝗶𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼𝗿𝗮𝗻𝗲𝗮”, di 𝗣𝗲𝗴𝗮𝗵 𝗠𝗼𝘀𝗵𝗶𝗿 𝗣𝗼𝘂𝗿

(Paesi Edizioni. Collana Città Geopolitiche)

Introduce 𝗠𝗮𝗿𝗴𝗵𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮 𝗠𝗼𝗻𝘁𝗮𝗻𝗮𝗿𝗶, giornalista

Dialoga con le autrici 𝗚𝗶𝗮𝗻𝗳𝗿𝗮𝗻𝗰𝗼 𝗣𝗮𝘀𝗾𝘂𝗶𝗻𝗼, docente di Scienza Politica Unibo

Modera 𝗟𝘂𝗰𝗶𝗼 𝗧𝗶𝗿𝗶𝗻𝗻𝗮𝗻𝘇𝗶, editore

Le autrici:

𝗔𝗻𝗻𝗮 𝗭𝗮𝗳𝗲𝘀𝗼𝘃𝗮. Dopo esperienze con diversi giornali sovietici e italiani, dal 1992 scrive per La Stampa ed è analista politica per Il Foglio e Linkiesta. Fino al 2004 è stata corrispondente del quotidiano torinese a Mosca, dal 2005 vive e lavora in Italia. A lei si devono importanti libri tradotti dal russo, come I cinocefali e ha firmato la postfazione de Nel primo cerchio di Aleksandr Solzenicyn (Voland, 2018).

𝗣𝗲𝗴𝗮𝗵 𝗠𝗼𝘀𝗵𝗶𝗿 𝗣𝗼𝘂𝗿. È nata in Iran nel 1990 e si è trasferita in Italia con la famiglia quando aveva nove anni. È cresciuta tra le storie del Libro dei Re e i versi della Divina Commedia . Oggi è consulente e attivista per i diritti umani e digitali. Racconta l’Iran su la Repubblica e si distingue come una delle voci più importanti nella battaglia per l’emancipazione delle donne iraniane e non solo. La notte sopra Teheran è il suo romanzo d’esordio (Garzanti, 2024).

In collaborazione con 𝗟𝗶𝗯𝗿𝗲𝗿𝗶𝗲 𝗖𝗼𝗼𝗽 e Paesi Edizioni