Home » Uncategorized (Pagina 110)

Category Archives: Uncategorized

Non lasciamo al governo la scelta di come spendere i fondi europei @domanigiornale

Leggo con non poca preoccupazione che il Ministro dell’Economia e forse anche il Presidente del Consiglio sono inquieti poiché al momento i progetti per l’utilizzazione dei fondi NextGenerationEU disponibili per l’Italia riuscirebbero a spendere soltanto poco più di 100 miliardi di Euro sui 209 assegnati. All’uopo il governo italiano ha indicato nove direttrici intese a conseguire i seguenti obiettivi:

1) Un Paese completamente digitale.

2) Un Paese con infrastrutture sicure ed efficienti.

3) Un Paese più verde e sostenibile.

4) Un tessuto economico più competitivo e resiliente.

5) Un piano integrato di sostegno alle fìliere produttive.

6) Una Pubblica Amministrazione al servizio dei cittadini e delle imprese.

7) Maggiori investimenti in istruzione, formazione e ricerca.

8) Un’Italia più equa e inclusiva, a livello sociale, territoriale e di genere.

9) Un ordinamento giuridico più moderno ed efficiente.

Per ciascuno degli obiettivi i singoli progetti dovrebbero essere inseriti in un pacchetto coerente di investimenti e riforme correlate. I costi debbono essere quantificati, ragionevoli e commisurati all’impatto economico, ambientale e sociale. La tempistica deve contenere le modalità di attuazione, indicare i target intermedi e finali, segnalare quali soggetti saranno responsabili dell’attuazione. Sento parlare di assalto alla diligenza che, però, pare smentito dalle cifre che ho riportato sopra. Peraltro, la scadenza per sottoporre i progetti non è imminente, ma, naturalmente, formulare progetti adeguati e convincenti richiede, oltre che significative competenze, molto tempo.

   Mi sarei aspettato dalla recente riunione/confronto organizzata dalla Confindustria che il suo Presidente Carlo Bonomi annunciasse pubblicamente che le imprese da lui rappresentate non soltanto sono impegnate pancia a terra almeno sui punti 3 e 4, nonché 1 e 7, ma che hanno già elaborato o stanno elaborando quantomeno i feasibility projects. Sono sorpreso anche dal silenzio delle Università italiane dove, pure, esistono isole di eccellenza, di sperimentata capacità nella formulazione di progetti, con la presenza di ricercatori che sanno guardare lontano e che hanno più di un progetto nei loro cassetti. Senza nessuna (o poca) intenzione provocatoria mi attenderei che l’Associazione Nazionale Magistrati incarichi un gruppo di lavoro misto, composto, per l’appunto, da magistrati di grande esperienza, anche in pensione, da docenti di materie giuridiche e da avvocati per formulare un piano che finalmente modernizzi il funzionamento della giustizia, le cui lentezze e ritardi sono scoraggianti per gli investitori stranieri e esasperanti per i cittadini italiani.

Potrei proseguire punto per punto, nei limiti delle mie conoscenze, ma ritengo che stia per scoccare l’ora per aprire un grande dibattito pubblico trasparente e coinvolgente (con la partecipazione costruttiva dell’opposizione) dal quale scaturirebbero proposte buone (e cattive) da valutare, scremare, meglio focalizzare. C’è un elemento di metodo che merita ulteriore massima attenzione. I progetti debbono avere grande respiro sia per gli ambiti che andranno a coprire sia per la visione proiettata nel tempo per costruire un futuro migliore. Di conseguenza, suggerirei che tanto coloro che lavorano ai progetti quanto coloro che saranno preposti alla loro valutazione prima di accettarli e per indicare revisioni opportune, sfuggano alla tentazione di confinarsi in una unica esclusiva direttrice. Per esempio, la digitalizzazione è utile sicuramente alla predisposizione di una rete infrastrutturale estesa, ma anche a facilitare l’integrazione e l’efficienza delle filiere produttive e a riorganizzazione la Pubblica amministrazione, una delle più pesanti palle al piede del sistema politico e socio-economico italiano.

Mi piacerebbe potere sostenere che l’integrazione fra loro delle nove direttrici di interventi è operazione semplice. Invece, ne colgo tutta la complessità, ma anche la fecondità poiché, oltre ad essere utile in sé, garantisce sinergie e si estende ad una pluralità di prospettive a loro volta in grado di offrire approfondimenti e di stimolare riflessioni, ricerche e proposte aggiuntive. Dovremmo tutti essere consapevoli che le opportunità aperte dai fondi NextGenerationEU sono enormi e, senza nessuna esagerazione, si presentano una sola volta in our lifetime. Sono convinto che i mass media dovrebbero fornire il massimo di informazioni e che, a sua volta, il governo ha la responsabilità, più volte segnalata da Conte, di impegnarsi con tutte le sue capacità. Alla creatività degli italiani spetta di fare il resto.  

Pubblicato il 2 ottobre 2020 su Domani

 

Le virtù della legge elettorale francese @HuffPostItalia

Una buona rappresentanza politica discende da una buona legge elettorale. Ridotti i parlamentari è imperativo intervenire ed è auspicabile si passi a un sistema uninominale a doppio turno

Ridotti i parlamentari è imperativo (ri)pensare la rappresentanza politica e le modalità di controllo del Parlamento sul governo. La rappresentanza politica non è mai solo, ma anche, questione di numeri. Dipende dalle modalità di selezione dei rappresentanti e dai premi e dalle punizioni che i rappresentanti si meritano e ricevono per i loro comportamenti.

Dunque, comprensibilmente, una buona rappresentanza politica discende da una buona legge elettorale. Non è necessariamente la legge proporzionale che, sembra, Nicola Zingaretti, tutt’altro che solo, desidera. Non è affatto vero che più proporzionalità consegue più rappresentatività. Anzi, aumentare il tasso di proporzionalità di una legge elettorale significa incentivare la frammentazione. In parte, mi pare di capire, questa è la preoccupazione di Zingaretti che lo spinge ad affermare che la clausola di esclusione del 5 per cento non è negoziabile.

Neanche per un momento mi pongo il problema lancinante della non-rappresentanza parlamentare di Italia Viva, Azione e Leu. Fra l’altro, da molti di loro ho spesso ascoltato una frase celebre (e impegnativa): “si può fare politica anche fuori del Parlamento”. La clausola del 5 per cento offre loro questa grande opportunità. Sarò lieto se vorranno e sapranno sfruttarla.

Che sia chiaro, però, che se la clausola pone un argine, non insormontabile, alla frammentazione partitica, non migliora in alcun modo la rappresentanza politica. Delega il compito di scegliere buoni rappresentanti, non agli elettori, che dovrebbero esserne i protagonisti in decisiva, istanza, ma ai partiti, ai capi dei partiti e ai capi delle correnti (ah, già, debbo scrivere “sensibilità”).

Stando così, non da oggi, le cose, esprimo il mio profondo dissenso. Potrei limitarmi a sostenere che, insieme a molti, alcuni un po’ tardivamente, è necessario che a elettori e elettrici sia consentito di esprimere un voto di preferenza [in altra occasione spiegherò perché un unico voto di preferenza e perché questo voto non è automaticamente qualcosa che sarà utilizzato dalla criminalità più o meno organizzata e dagli adepti della corruzione].

Continuo a ritenere che le primarie sono uno strumento utile e democratico per scegliere le candidature, ma non ho mai chiuso gli occhi di fronte alla manipolazione delle primarie, soprattutto a livello locale: Bologna insegna.

Credo che sia possibile offrire una sana alternativa complessiva: la legge elettorale francese doppio turno in collegi uninominali. Quanto alla selezione delle candidature il primo turno è ampiamente assimilabile ad un’elezione primaria. Gli elettori scelgono. Al secondo turno eleggono. Naturalmente, conta molto la clausola (o meno) con la quale si acquisisce la facoltà, non l’obbligo, di passare al secondo turno. Anche se pochi lo ricordano (o non lo sanno) il doppio turno, mai ballottaggio, può essere aperto, vale a dire consentire il passaggio al secondo turno a tutti coloro che si sono candidati/e al primo turno.

Il primo turno ha, comunque, la capacità di fornire informazioni: ai partiti, ai loro candidati/e oltre che, soprattutto, agli elettori. La clausola percentuale di passaggio al secondo turno può essere variamente definita. Nel 1958 in Francia fu fissata proprio al 5 per cento con l’intesa che nel corso del tempo sarebbe cresciuta. È arrivata fino al 12,5 per cento degli aventi diritto. A bocce ferme, con quella clausola entrerebbero alla Camera dei deputati i rappresentanti di quattro soli partiti.

Per evitare che i dirigenti di partito si oppongano al doppio turno sulla base di loro calcoli particolaristici si potrebbe, come suggerito tempo fa da Giovanni Sartori, consentire il passaggio in ciascun collegio ai primi quattro candidati. Poi decideranno loro e i loro partiti se “insistere” o desistere, certo anche dopo qualche accordo reciproco che, comunque, sarebbe visibile agli elettori.

Da ultimo, quali conseguenze sulla rappresentanza politica? Vox populi(sti) vuole che “il maggioritario” restringa la rappresentanza. Sbagliato. In qualsiasi collegio uninominale il rappresentante eletto/a sa che deve rappresentare il collegio, vale a dire, le preferenze, gli interessi, gli ideali dei loro elettori, ma anche spingersi fino a tenere in grande considerazione le preferenze degli elettori che quella volta non l’hanno votato/a. Aggiungo che nei collegi, proprio attraverso gli accordi e le desistenze, si pongono le basi delle coalizioni che andranno al governo o si metteranno all’opposizione.

Insomma, c’è davvero molto di buono nella legge elettorale francese doppio turno in collegi uninominali, compresa la flessibilità. Se ricordo bene, tempo fa nel Partito Democratico si votò a grande maggioranza per il doppio turno. O no?

Pubblicato il 2 ottobre 2020 su huffingtonpost.it

INVITO La democrazia parlamentare #3ottobre #Bologna #ANPI @Anpinazionale

3 ottobre 2020 ore 10.30
Sala Marco Biagi
Complesso del Baraccano
via Santo Stefano, 119 Bologna

Gianfranco Pasquino
La democrazia parlamentare

Nell’ambito del ciclo di lezioni “Resistenza ieri e oggi” che ANPI provinciale di Bologna propone a iscritti e simpatizzanti.
Dal 26 settembre al 24 ottobre dieci incontri per confrontarsi, capire, conoscere e riflettere.

La partecipazione è gratuita ma il numero di posti è limitato. Per iscrizioni chiamare l’ANPI al numero 051 235615 oppure inviare una mail a info@anpi-anppia-bo.it

Conte e le critiche campate in aria

Non fanno un buon servizio alla comprensione della politica italiana tutti coloro che, un giorno sì e quello dopo anche, sottolineano la debolezza del governo Conte 2 e dello stesso Presidente del Consiglio, e annunciano, talvolta anche auspicandole, la sua prossima caduta e la sua immediata sostituzione. Non posseggo capacità divinatorie, ma sono convinto che qualsiasi discussione sulla politica che miri ad essere rilevante deve essere fondata sui fatti e sugli elementi disponibili, eventualmente anche per smentirli. Ne vedo quattro che mi paiono tutti molti rilevanti e solidi. Primo, sono oramai molti mesi che tutti i sondaggi segnalano qualcosa di inusitato. Tanto il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte quanto il governo da lui presieduto godono di un alto livello di approvazione, superiore al 60 per cento e molto più elevato di qualsiasi governo precedente. Conte poi sopravanza personalmente di parecchio tutti gli altri leader politici italiani. Secondo, il Presidente del Consiglio (con il suo Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri) hanno acquisito un alto grado di credibilità nell’ambito dell’Unione Europea e delle sue autorità. Conte si è mostrato preparato e intransigente ed è stato premiato con il più cospicuo pacchetto di prestiti e sussidi accordato ai singoli paesi: 209 miliardi di Euro. Sulla sua capacità di impegnarli e spenderli presto e bene Conte ha opportunamente chiesto di essere valutato a tempo debito. In democrazia si fa proprio così. Terzo, per un paio di mesi, commentatori privi di fantasia hanno fatto circolare il nome di Mario Draghi come il più probabile successore di Conte, già pronto a subentrargli. Nessuno di loro è riuscito ad avere un’intervista con Draghi il quale si è guardato bene dal dichiararsi disponibile. Il grande banchiere sa che l’Italia è una “brutta gatta da pelare” ed è molto probabilmente consapevole che un conto è presiedere la Banca Centrale Europea un conto molto diverso essere catapultato in un sistema politico non possedendo potere politico proprio. Gli altri nomi menzionati, tutti di caratura inferiore a quella di Draghi, costituivano un elenco di uomini (neppure un donna!) noti, ma nulla più. Quarto, anche se ripetutamente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sottolineato l’importanza quasi assoluta della stabilità di governo e della continuità della sua azione, quirinalisti e retroscenisti lasciavano trapelare (o si inventavano) una qualche insoddisfazione del Quirinale nei confronti di Palazzo Chigi. Al contrario, esistono molte dichiarazioni di Mattarella che debbono essere interpretate nel senso di una sua grande contrarietà a qualsiasi crisi di governo. Il Presidente della Repubblica non si allontana dalla convinzione che il governo in carica ha l’obbligo politico di formulare i progetti indispensabili per usufruire dei fondi europei ed è il meglio attrezzato a farlo. Le critiche giornalistiche e politiche a Conte continueranno. Sarebbero meno campate in aria se tenessero conto di qualche fatto.

Pubblicato AGL il 30 settembre 2020

Va bene il proporzionale, ma con preferenza unica @fattoquotidiano

La legge elettorale prossima (av)ventura. Premessa: se sarà una legge elettorale proporzionale non dovrà avere pluricandidature e dovrà consentire a elettrici e elettori di esprimere un voto di preferenza. Non due voti poiché non è vero che favoriscono le donne. Al contrario, subordinano le elette all’uomo che abbia fatto scambi con loro. Non tre o quattro preferenze poiché sono propedeutiche, come qualsiasi parlamentare democristiano eletto tra il 1948 e il 1987 potrebbe confermare, alla formazione di correnti. Infine, se si desidera evitare la frammentazione del sistema dei partiti, certamente non produttiva di buona rappresentanza politica, ma di potenziali poteri di ricatto per piccoli gruppi, dovrà contenere una clausola di accesso al Parlamento.

Di leggi elettorali proporzionali ne esistono molte varietà. Due elementi importanti le caratterizzano: la ampiezza della circoscrizione, misurata con riferimento al numero dei parlamentari che vi sono eletti e la formula di assegnazione dei seggi (le tre più utilizzate sono d’Hondt, Hare e Sainte-Lagüe, elemento molto tecnico, ma tutt’altro che irrilevante nel favorire i partiti o i partiti grandi). Ipotizzando che vengano ritagliate quaranta circoscrizioni con dieci deputati da eleggere in ciascuna, non ci sarebbe neppure bisogno di una clausola di accesso. Per vincere un seggio sarà indispensabile ottenere almeno l’8-9 per cento dei voti in ciascuna circoscrizione. Per un senato di 200 componenti eletti in 20 circoscrizioni il discorso sarebbe esattamente lo stesso, ma è complicato dalla statuizione costituzionale che ne impone l’elezione su base regionale.

Fuoruscendo dall’ormai stucchevole ricorso al latino che, al contrario del Mattarellum e del Porcellum, non apporta nulla in termini di conoscenza, chi volesse adottare la legge elettorale tedesca (non Germanicum, non Tedeskellum), dovrebbe farlo nella sua interezza. La clausola del 5 per cento è, ovviamente, importante, ma molto più importante è che l’elettore/rice tedesco/a dispone di due voti. Con il primo sceglie fra i candidati in collegi uninominali su base dei Länder; con il secondo vota una lista di partito. Non soltanto il doppio voto conferisce più potere all’elettore/trice, ma ha spesso consentito loro di incoraggiare e approvare la formazione di coalizioni indicate dai dirigenti di partito (Democristiani-Liberali; Socialdemocratici-Liberali; Socialdemocratici-Verdi).

Ė persino banale affermare che non esiste una legge elettorale perfetta. Certamente, no, ma altrettanto certamente esistono leggi elettorali buone e leggi elettorali cattive. Grazie all’Italicum e alla legge Rosato è oramai accertato e acclarato che esistono leggi elettorali pessime. La legge proporzionale usata in Italia dal 1946 al 1987 era accettabile e funzionò in maniera (più che) soddisfacente. L’alternanza mancò soprattutto poiché l’alternando, il PCI, non ebbe mai voti sufficienti a renderla inevitabile. La legge Mattarella, l’unica della seconda fase della Repubblica ad essere in qualche modo il prodotto di un referendum popolare, ebbe più pregi che difetti e alcuni dei difetti (il cosiddetto “scorporo” e la possibilità di liste civetta) sarebbero oggi facilmente eliminabili.

Sento ripetere da qualche politico che lui/lei preferirebbero il maggioritario, magari con l’aggiunta “il sindaco d’Italia”. Al di là dei problemi di scala: eleggere il sindaco, anche di città grandi come Roma, Milano, Napoli, Torino, non è la stessa cosa dell’elezione del capo del governo, la legge per l’elezione dei consigli comunali è proporzionale. L’elezione diretta del sindaco/a è altra cosa e configura una forma di governo presidenziale con l’eletto/a che non può essere sostituito/a proprio come i presidenti “presidenziali”. Maggioritarie sono le leggi elettorali delle democrazie anglosassoni: vince il seggio in collegi uninominali chi ottiene anche un solo voto in più degli altri candidati. Maggioritaria è la legge elettorale a doppio turno (non ballottaggio) in collegi uninominali utilizzata in Francia. Sono purtroppo consapevole che, al momento, non esiste una proposta a sostegno della legge francese e neppure una maggioranza disposta a votarla. So, però, che una proposta articolata in tal senso sarebbe la vera “mossa del cavallo”. Aprirebbe un campo elettorale inusitato impedendo giochi di partito. Conferirebbe all’elettorato grandi responsabilità incentivandolo a informarsi e a ridefinire con maggiore attenzione le sue preferenze. Obbligherebbe i partiti a selezionare meglio le loro candidature, che è proprio uno dei più importanti obiettivi vantati dai sostenitori della riduzione del numero dei parlamentari: “meno, ma meglio”. Vorrei che l’opzione francese rimanesse viva. Comunque, almeno potrò affermare: “ve l’avevo detto” et salvavi animam meam.

Pubblicata il 29 settembre 2020 su Il Fatto Quotidiano

De America fabula narratur #Presidential2020

Nella più recente classifica dei Presidenti USA (Rottinghaus, Eady, and Vaughn, Presidential Greatness in a Polarized Era: Results from the Latest Presidential Greatness Survey, in “PS. Political Science & Politics”, vol. 53, July 2020, pp. 413-420) Donald Trump occupa l’ultima posizione con grande distacco dal penultimo. Eppure, nonostante il consistente vantaggio del candidato democratico Joe Biden registrato in tutti i sondaggi, anche negli Stati chiave, non è affatto sicuro che Trump sarà sconfitto il 3 novembre. Non è neppure sicuro che il 3 novembre conosceremo il nome del vincitore.

Nel frattempo a Trump si è presentata la grande occasione, per quel che so più unica che rara, di nominare un altro giudice alla Corte Suprema. Sarebbe il terzo che gli consentirebbe di lasciare un’eredità duratura. Ne ha subito approfittato scegliendo una donna relativamente giovane (48 anni), apertamente antiabortista, ruvidamente conservatrice. Poiché i giudici mantengono la carica a vita, per almeno trent’anni e più, la Corte Suprema avrà una solida maggioranza di giudici molto conservatori, alcuni reazionari, che, con le loro sentenze, incideranno non soltanto sulla società, per esempio, consentendo l’abolizione dell’Obamacare e rendendo quasi impossibili le interruzioni di gravidanza, ma anche sulla politica, per esempio, non intervenendo sui vari sotterfugi usati per “sopprimere il voto” (voter suppression). Non mi riferisco esclusivamente alla pratica, troppo spesso condonata, del gerrymandering (tracciare/disegnare i collegi elettorale per favorire/sfavorire determinati candidati), ma alle numerose modalità che riescono a rendere difficilissimo al limite dell’impossibile lo stesso esercizio del diritto di voto a cominciare dalla indispensabile registrazione nelle liste elettorali.

Nel frattempo, in almeno quattro stati USA gli elettori hanno già la possibilità di votare e lo stanno facendo per una pluralità di ragioni, compresa ovviamente quella di evitare eventuali assembramenti ai seggi ai tempi del Covid (che ha colpito duramente gli Stati Uniti). In altri stati si annuncia un massiccio ricorso al voto postale che Trump ha deciso di contrastare in tre modi: 1. dichiarando che si presta a frodi ordite dai democratici; 2. chiedendo che venga concesso soltanto a chi dimostra di non essere in condizioni fisiche che gli/le consentano di andare al seggio (negli Stati governati dai repubblicani il numero di seggi è stato considerevolmente ridotto: taglio non proprio “lineare”); 3. negando i fondi allo US Postal Service al cui vertice qualche tempo fa nominò un suo ricco finanziatore. Naturalmente, va subito sottolineato che, da un lato, in caso di ricorsi le eventuali frodi potrebbero giungere alla Corte Suprema, dall’altro, che addirittura l’esito complessivo del voto e quindi l’elezione del Presidente finirebbero proprio nelle mani della Corte come avvenne nel 2000 quando i cinque giudici nominati dai Repubblicani decisero che il repubblicano George W. Bush aveva sconfitto il democratico Al Gore a favore del quale si erano schierati i quattro giudici nominati dai democratici.

Tutti i mass media USA riportano quotidianamente non soltanto i dati dei sondaggi, ma i molti episodi che riguardano ostacoli frapposti agli elettori. Non mi spingo fino a dire che negli USA è in corso una crisi costituzionale e istituzionale senza precedenti. Prendo atto della acuta preoccupazione di molti commentatori, la maggioranza dei quali sono, comprensibilmente, democratici. Segnalo, però, che, da un lato la separazione dei poteri scricchiola e vacilla. Il Presidente repubblicano può imporre alla sua maggioranza di senatori repubblicani di confermare la donna giudice da lui prescelta portando ad una granitica maggioranza nelle sede più alta e decisiva del potere giudiziario. Dall’altro, prendo atto che persino il fondamento della democrazia, le elezioni, rischiano di non essere free and fair, ma di venire manipolate, sovvertite. Sullo sfondo stanno le proteste dei partecipanti al movimento “Black Lives Matter” contro il razzismo strisciante e il suprematismo bianco. Nessuno stupore che gli USA occupino il 23esimo posto nella classifica di Freedom House.

Pubblicato il 28 settembre 2020 su PARADOXAforum

Legge elettorale, Pasquino spiega perché il doppio turno è molto meglio del doppio forse @formichenews

Il criterio migliore con il quale valutare le leggi elettorali è quanto potere conferiscono all’elettorato, non il tornaconto personalistico e particolaristico immediato, che genera invece leggi mediocri se non pessime. Il commento di Gianfranco Pasquino

Da oramai troppo tempo la discussione sulle leggi elettorali è inquinata da inesattezze, più o meno volute, e manipolazioni. Purtroppo, in alcune, non proprio marginali, inesattezze è incorso anche il prof. Alfonso Celotto nel suo intervento “Carlo Magno e l’eterno dilemma della legge elettorale”. Il Mattarellum non era “un sistema per 2/3 maggioritario”, ma per 3/4 tale ed è importante aggiungere “in collegi uninominali”. Fatti salvi due difetti, le modalità dello scorporo alla Camera e la possibilità di liste civetta, facilmente rimediabili, la legge elettorale di cui fu relatore Sergio Mattarella rimane la migliore delle leggi elettorali post-1993. Non è corretto affermare che “nel 2005, sulla spinta [non fu una spinta, ma una meditata decisione] del centro-destra, si è tornati a un proporzionale semplice [C.vo mio], ma con la forte correzione di soglia di sbarramento e premio di maggioranza (oltre alle liste bloccate: cosiddetto Porcellum)”.

Infatti, ovviamente, una legge che ha una soglia di sbarramento e un premio di maggioranza, non può e non deve mai essere definita “semplice” e neppure “proporzionale puro” come leggo su troppi quotidiani e ascolto in troppi talk show.  Semmai, è proporzionale corretta, ma di “correzioni” se ne possono escogitare molte altre a partire dalla dimensione della circoscrizione. Meno parlamentari si eleggono in una circoscrizione tanto più difficile sarà per i partiti piccoli vincere un seggio.

Nella sua storia la Francia ha spesso cambiato leggi elettorali, anche, per la precisione, nel 1985 quando la maggioranza di sinistra, Mitterrand presidente, abolì la legge maggioritaria in collegi uninominali e introdusse una legge proporzionale, non “piccola rettifica”, nel tentativo di impedire la vittoria del centrodestra a guida gollista. Nelle elezioni legislative del 1986 Jacques Chirac vinse lo stesso e con la sua maggioranza assoluta subito reintrodusse il maggioritario a doppio turno in collegi uninominali. Dobbiamo chiederci il perché della lunga durata del doppio turno, ma dobbiamo subito aggiungere che quel doppio turno si accompagna alla forma di governo semipresidenziale con elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica.

Potremmo pretendere un salto di qualità dalla discussione in corso (centrata sulla “altezza” della soglia di accesso al Parlamento), ma siamo consapevoli che la nostra pretesa è una grande illusione. Fintantoché i sedicenti riformatori impronteranno le loro proposte al tornaconto personalistico e particolaristico immediato, avremo leggi elettorali mediocri, se non pessime. Il criterio migliore con il quale valutarle è quanto potere conferiscono all’elettorato. Poi, ad libitum, sarei in grado di precisare, facendo riferimento sia al sistema proporzionale personalizzato (si chiama proprio così) tedesco sia al doppio turno francese, che cosa significa “potere dell’elettorato”, come strutturarlo e come valutarlo. Ho promesso a Carlo Magno che lo dirò a lui per primo.

Pubblicato il 28 settembre 2020 su formiche.net

Dopo il referendum: legge elettorale e riforme costituzionali #live #29settembre ore 18

I Colloqui de “Il pensiero mazziniano”

Introduce Pietro Caruso

intervengono
Gianfranco Pasquino
Mario Di Napoli

Conclude Michele Finelli

 

martedì 29 settembre 2020 ore 18
L'evento sarà trasmesso in diretta facebook su

https://www.facebook.com/associazionemazziniana/

https://www.facebook.com/domusmazziniana/

 

 

 

Democracia con Gianfranco Pasquino EPISODIO ESPECIAL La Silla Electrica

En este episodio, el profesor emérito de Ciencia Política por parte de la Universidad de Bologna, Gianfranco Pasquino, nos platica acerca de la Teoría de la Democracia, así como los desafíos que existen hoy en día en cuanto al desarrollo de la vida democrática de los países. ¿Existe un mejor régimen político que la democracia? ¿Que sucede con los partidos políticos y la democracia? ¿Cuáles son los factores políticos que hacen de un régimen una democracia? ¿Realmente las democracias mueren? ¡Todas estas preguntas serán respondidas en el episodio de hoy!

 

Democrazia diretta (da chi?). La lezione di Pasquino a Grillo e Casaleggio. Oltre il Parlamento, più piattaforme per tutti @formichenews

Abbiamo tutti potuto notare quanto soddisfacentemente funzioni la democrazia, più o meno diretta (da chi?), nel Movimento Cinque Stelle. Produce dibattiti serrati e approfonditi, smussa i contrasti fra le diverse fazioni: governativista, ortodossa, battista, e suggerisce soluzioni… Il commento di Gianfranco Pasquino

Non si è ancora spenta la eco dello straordinario successo referendario sul taglio delle poltrone (diciamo pane al pane e vino al vino) che si è inaugurata una stagione intensissima di Grandi Riforme. Per prima cosa si taglieranno le indennità dei prossimi seicento parlamentari eletti, nessuno dei quali, prevedibilmente, grazie al taglio lineare, potrà essere ascritto alla categoria dei fannulloni e degli assenteisti. Rimane il dubbio se i nuovi seicento saranno anche competenti.

Niente panico, però. Infatti, dieci costituzionalisti del “sì” hanno subito, bontà loro e grazie ad una competenza specialistica di lungo corso, trovato la soluzione: il voto di preferenza. Tutte (non proprio tutte, eh) le ricerche rivelano che con un voto di preferenza gli elettori, soprattutto quelli italiani, notoriamente i più interessati alla politica, i più informati sulla politica, i più partecipanti (o forse no visto che un terzo di loro ha deciso di astenersi nelle elezioni regionali) riusciranno sicuramente a scegliere parlamentari assolutamente competenti. Se non succederà così bisognerà ovviamente proseguire sulla strada delle riforme con un altro taglio lineare. Purtroppo, avendo già risparmiato tagliando le indennità, i risparmi ulteriori non saranno ingenti, mezza tazzina di caffè o almeno una manciata di chicchi.

Sembra che in un popolo di sospettosi qualcuno, soprattutto nelle file di coloro che hanno votato “no”, lo facesse anche perché ricordava le parole di Davide Casaleggio che non se la sentiva di escludere che fra una quindicina d’anni il Parlamento si sarebbe dimostrato/si dimostrerà inutile. Ieri è arrivata la conferma nelle sempre dotte parole di Beppe Grillo (che cito dal “Corriere della Sera”, 24 settembre 2020, p. 1): “Non credo assolutamente più in una forma di rappresentanza parlamentare, ma nella democrazia diretta”. D’altronde, abbiamo tutti potuto notare quanto soddisfacentemente funzioni la democrazia, più o meno diretta (da chi?), nel Movimento Cinque Stelle. Produce dibattiti serrati e approfonditi, smussa i contrasti fra le diverse fazioni: governativista, ortodossa, battista, suggerisce soluzioni non ideologiche, ad esempio sul MES per spese sanitarie dirette e indirette, incorona leader con procedure trasparenti e non esasperanti.

Sarà sufficiente estendere a tutto il paese questa sperimentata democrazia diretta magari con la creazione di altre quattro o cinque piattaforme. Bisognerà procedervi lentamente per non bruciare il percorso delle riforme, ovvero le sue “magnifiche sorti e progressive”. Con allegra compostezza, balli sul balcone (non sul mattone) vietati, quelle sorti ci verranno aulicamente narrate dai costituzionalisti del “sì” anche se temo che, per farsi notare, qualcuno/a di loro leverà grida allarmate, ma fatta la breccia nella Costituzione mica ci si può più fermare. Avanti tutta verso la democrazia “decidente” senza troppi impacci da parte dei pochi rimanenti parlamentari. Viva Rousseau e viva Carl Schmitt.

Pubblicato il 24 settembre 2020 su formiche.net