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Fare l’opposizione: democrazia, regole, non ammiccamenti @DomaniGiornale

Il dovere politico dell’opposizione è di sostituire il governo. Per raggiungere quell’obiettivo l’opposizione deve cercare di impedire al governo di attuare il suo programma, almeno obbligandolo a cambiarlo in più punti, di formulare proposte alternative, persino di sottolineare credibilmente la pericolosità politica, istituzionale e per il quadro democratico di quello che il governo propone e dispone. Non è certamente blandendo il governo, il suo capo e i suoi rappresentanti che una o più parti dell’opposizione danno un contributo efficace al suo superamento, alla sua moderazione, al suo stare nei limiti dell’azione democratica costituzionale. Non è questione di galateo. Non ci sono pranzi di gala nei confronti fra governi e opposizioni, meno che mai quando le linee di contrapposizione riguardano il modo di rapportarsi fra gli stati e le modalità di funzionamento della democrazia, la sua qualità, talvolta la sua stessa strutturazione.

L’invito esteso dal leader di Azione Carlo Calenda alla leader di Fratelli d’Italia e Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si colloca certamente nell’ambito che va dalla volontà di dimostrarsi oppositore più democratico degli altri all’obiettivo di ridefinire i rapporti politici e elettorali nello schieramento di coloro che non stanno al governo. Su queste pagine Franco Monaco ha già opportunamente e acutamente strapazzato tutte le inadeguatezze e le contraddizioni delle mosse (di “strategia” non è proprio il caso di parlare) di Calenda, attribuendogli “un endemico difetto di vocazione politica”. Sosterrei, piuttosto, che c’è in Calenda (e in alcuni commentatori “al di sopra delle parti”, che non vuol dire “imparziali e neppure obiettivi) un eccesso di pragmatismo impolitico che fa perdere di vista quanto di molto grave è all’opera in alcune democrazie contemporanee, da ultimo le reazioni a sostegno di Marine Le Pen condannata per il grave reato di sottrazione e utilizzo di fondi europei per suoi fini nazionali.

Non si costruisce e non si mantiene nessun quadro democratico-costituzionale criticando sistematicamente una delle strutture portanti di quel quadro: la magistratura. Sta proprio nei poteri della magistratura quello di valutare se i comportamenti dei cittadini, in special modo, dei rappresentanti e dei governanti sono conformi alle leggi e alla Costituzione o le violano. Il denaro impropriamente ottenuto, magari da intrusioni esterne come per il candidato presidenziale rumeno sponsorizzato dalla Russia e, quindi dichiarato impresentabile dalla Corte Costituzionale, e utilizzato condiziona gli esiti elettorali colpendo la fonte prima della legittimità di Parlamenti e governi.

Prendo due esempi deliberatamente distantissimi fra loro. In Turchia Erdogan tenta di escludere dalle prossime elezioni il candidato più temibile, sindaco di Istanbul, leader dell’opposizione. Negli USA i repubblicani stanno modificando la normativa elettorale per rendere molto più difficile l’espressione del voto, mentre sullo sfondo si staglia minacciosa la possibilità adombrata da Trump di trovare il metodo per ottenere un terzo mandato presidenziale.

Dimostrarsi disponibile a discutere con chi ha violato, viola, accetta, più o meno esplicitamente, che si violino alcuni principi e norme che stanno a fondamento delle democrazie liberal-costituzionali contemporanee come si sono venute evolvendo, è molto più che un semplice errore nella furbesca ricerca di visibilità. Democrazie illiberali non è un ossimoro. È un progetto perseguito dal primo ministro ungherese Viktor Orbán, molto apprezzato dall’invitata di Calenda, che manipola l’opinione pubblica, coarta l’opposizione, controlla la magistratura.

Quando è davvero necessario, bisogna discutere anche con coloro la cui affidabilità democratica è quantomeno dubbia e con i “simpatici” sovranisti. Nelle sedi istituzionali appropriate, non in salotti “galantemente” e generosamente attrezzati per offrire loro audience e visibilità aggiuntive per dimostrarsi con compiacimento più avanzati, più liberali, più disponibili. Anche così si indeboliscono le già malmesse democrazie.

Pubblicato il 1° aprile 2025 su Domani

Los riesgos para la democracia como consecuencia de la expansión de los autoritarismos de izquierda y de derecha en América Latina #Conferencia Universidad Sergio Arboleda- Jueves, 3 de abril a las horas 11::00 am

📅 Jueves, 3 de abril
📍 Universidad Sergio Arboleda – Auditorio, piso 10
⏰ 11:00 a.m.

INVITO Geotalk #presentazione #𝗣𝗜𝗘𝗧𝗥𝗢𝗕𝗨𝗥𝗚𝗢 di 𝗔𝗻𝗻𝗮 𝗭𝗮𝗳𝗲𝘀𝗼𝘃𝗮 e #𝗧𝗘𝗛𝗘𝗥𝗔𝗡 di 𝗣𝗲𝗴𝗮𝗵 𝗠𝗼𝘀𝗵𝗶𝗿 𝗣𝗼𝘂𝗿 #2aprile #Bologna #Geopolis

𝗠𝗲𝗿𝗰𝗼𝗹𝗲𝗱𝗶̀ 𝟮 𝗮𝗽𝗿𝗶𝗹𝗲 ore 𝟭𝟴
Libreria Coop Zanichelli
Piazza Galvani 1/h
Bologna

Geopolis è un’associazione culturale dedita alla promozione della geopolitica a Bologna e in Emilia-Romagna.

𝗚𝗘𝗢𝗧𝗔𝗟𝗞: la nuova rassegna di incontri in collaborazione con Librerie.coop per conoscere le dinamiche di potere nel mondo che ci circonda e dare senso agli eventi che popolano la nostra quotidianità

Presentazione dei libri:

“𝗣𝗜𝗘𝗧𝗥𝗢𝗕𝗨𝗥𝗚𝗢. 𝗗𝗮𝗴𝗹𝗶 𝗮𝘀𝘀𝗮𝘀𝘀𝗶𝗻𝗶 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗭𝗮𝗿 𝗮𝗹 𝗰𝘂𝗼𝗰𝗼 𝗱𝗶 𝗣𝘂𝘁𝗶𝗻 “, di 𝗔𝗻𝗻𝗮 𝗭𝗮𝗳𝗲𝘀𝗼𝘃𝗮

“𝗧𝗘𝗛𝗘𝗥𝗔𝗡. 𝗜𝗹 𝗳𝗮𝘀𝗰𝗶𝗻𝗼 𝗺𝗶𝗹𝗹𝗲𝗻𝗮𝗿𝗶𝗼 𝗲 𝗹’𝗶𝗻𝗾𝘂𝗶𝗲𝘁𝘂𝗱𝗶𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼𝗿𝗮𝗻𝗲𝗮”, di 𝗣𝗲𝗴𝗮𝗵 𝗠𝗼𝘀𝗵𝗶𝗿 𝗣𝗼𝘂𝗿

(Paesi Edizioni. Collana Città Geopolitiche)

Introduce 𝗠𝗮𝗿𝗴𝗵𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮 𝗠𝗼𝗻𝘁𝗮𝗻𝗮𝗿𝗶, giornalista

Dialoga con le autrici 𝗚𝗶𝗮𝗻𝗳𝗿𝗮𝗻𝗰𝗼 𝗣𝗮𝘀𝗾𝘂𝗶𝗻𝗼, docente di Scienza Politica Unibo

Modera 𝗟𝘂𝗰𝗶𝗼 𝗧𝗶𝗿𝗶𝗻𝗻𝗮𝗻𝘇𝗶, editore

Le autrici:

𝗔𝗻𝗻𝗮 𝗭𝗮𝗳𝗲𝘀𝗼𝘃𝗮. Dopo esperienze con diversi giornali sovietici e italiani, dal 1992 scrive per La Stampa ed è analista politica per Il Foglio e Linkiesta. Fino al 2004 è stata corrispondente del quotidiano torinese a Mosca, dal 2005 vive e lavora in Italia. A lei si devono importanti libri tradotti dal russo, come I cinocefali e ha firmato la postfazione de Nel primo cerchio di Aleksandr Solzenicyn (Voland, 2018).

𝗣𝗲𝗴𝗮𝗵 𝗠𝗼𝘀𝗵𝗶𝗿 𝗣𝗼𝘂𝗿. È nata in Iran nel 1990 e si è trasferita in Italia con la famiglia quando aveva nove anni. È cresciuta tra le storie del Libro dei Re e i versi della Divina Commedia . Oggi è consulente e attivista per i diritti umani e digitali. Racconta l’Iran su la Repubblica e si distingue come una delle voci più importanti nella battaglia per l’emancipazione delle donne iraniane e non solo. La notte sopra Teheran è il suo romanzo d’esordio (Garzanti, 2024).

In collaborazione con 𝗟𝗶𝗯𝗿𝗲𝗿𝗶𝗲 𝗖𝗼𝗼𝗽 e Paesi Edizioni

Il caso Santanchè e il trionfo delle mele marce @DomaniGiornale

La moglie di Cesare è al disopra di ogni sospetto fino al terzo grado di giudizio. Gli avversari politici la criticano per il suo tacco 12, le borse griffate e i vestiti d’alta moda. Il più irritato è il marito che, dovendo difendere la reputazione di lei, è costretto a assumere una legione di avvocati capaci (e costosi), e sente di perdere molto del prezioso tempo che si è impegnato a dedicare al governo della Repubblica romana. Gli hanno detto che altrove, soprattutto fra gli Anglosassoni e i Teutoni, anche comportamenti di minore importanza e di poco impatto pubblico, come prendere appuntamenti con una escort e copiare una tesi di dottorato, sono stati considerati cause sufficienti a chiedere e ottenere le dimissioni degli interessati. Sembra che questo tipo di sensibilità non sia affatto prevista, meno che mai diffusa negli ospitali ranghi dell’italico governo Meloni.

Non mi pare né opportuno né decisivo che i sostenitori dell’attuale governo in Parlamento e fra i mass media puntualizzino che fatti di corruzione hanno fatto la loro comparsa anche in diversi precedenti governi della Repubblica. Non può certamente essere fatto valere il principio della accettabilità della violazione delle leggi e, userò il termine tanto esigente quanto inusitato, dell’etica pubblica, se diffuso, più o meno equamente, fra tutti o quasi i protagonisti della politica italiana. Al contrario, è imperativo che proprio coloro che stanno più in alto, che hanno più potere, che sono più visibili esibiscano comportamenti pubblici e, in una certa misura, anche privati, irreprensibili. Nel loro caso “rappresentare la nazione” significa farsi portatori, in maniera più o meno capace e selettiva, delle preferenze, delle necessità, degli interessi dell’elettorato. Non significa mai mostrare gli stessi difetti e vizi, di indifferenza, di familismo, di gestione allegra, non rispettosa delle leggi, e, sì, anche corrotta nel perseguimento di obiettivi personali a spese e a scapito dello Stato, e collettivi, a spese dei cittadini. Così facendo comunicano indirettamente, ma non meno esplicitamente, che, sì, “ci sta”.

Il conflitto fra le attività private e la carica, di rappresentanza e soprattutto di governo, pubblica, deve essere evitato sul nascere, non con sotterfugi, ma limpidamente. Il problema del malaffare, rimango sul vago ampiamente comprensivo per riferirmi a una pluralità di fattispecie, non può essere risolto con il condono reciproco e omertoso fra i partiti di qualsiasi coalizione di governo. Nessuno dei ministri e dei sottosegretari, a prescindere dalle tessere che controllano e dei voti che portano deve mai essere considerato insostituibile. Né deve esistere una graduatoria di sacrificabilità di cui, pur meritatamente, hanno già fatto, le spese un ministro, Sangiuliano, e un sottosegretario, Sgarbi.

Compiere atti illeciti, di corruzione varia e variegata, favorisce i perpetratori ai danni di coloro che si comportano con correttezza. Più o meno rapidamente le mele marce prendono il sopravvento sulle mele sane. Il danneggiamento della democrazia e del buongoverno è compiuto con la conseguenza che chi ha guadagnato potere con comportamenti illeciti sarà certamente più tollerante, entro limiti che non comportino una sfida nei suoi confronti, di chi li sta praticando.

Nella globalizzazione, con ampia disponibilità e reperibilità di dati, l’esistenza e la consistenza della corruzione e la rara, altalenante, quasi casuale punizione dei responsabili è un non facilmente calcolabile, ma reale, costo di sistema. Quel costo, in termini di prestigio e di affidabilità della nazione e dei suoi cittadini, lo pagano anche coloro che non ne sono coinvolti, ma non protestano e non isolano i malfattori/le malfattrici.

Pubblicato il 26 marzo 2025 su Domani

Quelli che l’Europa di Ventotene #ParadoXaforum

“L’Europa di Ventotene”, ha affermato la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, “non è la mia Europa”. Non avrebbe certamente potuto esserlo poiché lei non si sarebbe mai trovata fra i confinati a Ventotene, ma certamente a Roma fra i confinatori fascisti. Perché gli alleati del regime fascista che metteva in galera e confinava i suoi oppositori erano proprio i nemici dell’Europa di Ventotene. A nome del Führer sovranista, Adolf Hitler: Deutschland über alles (traduzione MAGA, Make Alemania Great Again), il suo ministro degli Esteri von Ribbentrop firmava un patto di non belligeranza e di spartizione della Polonia con il ministro degli Esteri sovietico, Molotov che agiva in nome del suo capo sovranista (“socialismo in un solo paese”) Josif Stalin. Allontanatosi del PCI e critico severissimo di quel Patto, Spinelli veniva evitato dai comunisti persino nelle passeggiate quotidiane nella piccola isola.

No, Meloni non avrebbe mai potuto condividere un Manifesto scritto da esponenti delle culture politiche impegnate con il pensiero e le azioni in una verticale opposizione al fascismo e al suo nazionalismo aggressivo: Ernesto Rossi, radicale della componente di Giustizia e Libertà. Eugenio Colorni socialista nel solco tracciato da Giacomo Matteotti. Altiero Spinelli, es-comunista, poi azionista, infine, battitore libero, enfasi su entrambe le parole, di sinistra. Sono tre culture minoritarie nell’Europa di oggi e ancor più nell’Italia di Meloni che, comunque, non è culturalmente in grado di contrapporre nessun Manifesto alternativo. Certo, Spinelli, Rossi e Colorni desideravano che la proprietà privata fosse anche politicamente controllata e posta al servizio di obiettivi pubblici. Certo, Spinelli, Rossi e Colorni erano convinti che la spinta alla mobilitazione dell’opinione pubblica a favore dell’Europa dovesse venire dall’alto, da chi si impegnava per l’unificazione politica federale: gli Stati Uniti d’Europa. Era e rimane un problema di leadership la cui mancanza è fortemente sentita nell’Europa di oggi.

Quell’Europa di Spinelli, Rossi e Colorni avrebbe dovuto portare pace e prosperità, lo ha fatto, ma anche sapere difendersi. Dissentendo ancora una volta dal Partito Comunista Italiano, che pure lo aveva fatto eleggere come indipendente al Parlamento europeo nel 1979, Spinelli sostenne la necessità dell’installazione dei missili americani Pershing come difesa nei confronti dei missili posizionati dai sovietici. Con lui stava il Cancelliere tedesco socialdemocratico Helmut Schmidt, e oggi starebbe il gruppo parlamentare europeo Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici che ha approvato il progetto di difesa militare comune presentato dalla Presidente von der Leyen.

Non stupisce che Giorgia Meloni abbia una visione dell’Europa diversa da quella di Spinelli, Rossi, Colorni. Anche mascherato il non solo suo sovranismo è l’opposto dell’europeismo. Stupisce, invece, che metà degli europarlamentari del Partito Democratico si siano espressi con l’astensione su un voto importante. Lo Spinelli del Manifesto di Ventotene, che ho conosciuto, ho letto, ho seguito nella sua indefessa battaglia politica, e i suoi co-autori, avrebbero risposto con un chiaro e argomentato voto a favore. Poi avrebbero contribuito a migliorare quel progetto, da dentro, non soltanto con la retorica.

Pubblicato il 24 marzo 2025 su ParadoXaforum

INVITO Democrazia e totalitarismo #Lectiomagistralis #Roma #26marzo Istituto della Enciclopedia Italiana @fond_treccani

26 marzo 2025
ore 15.30
Sala Igea, Istituto della Enciclopedia Italiana

Matteotti
Uomo libero

Lectio magistralis di Gianfranco Pasquino

Democrazia e totalitarismo

I partiti e l’Europa piegata al solo “raccattare” voti @DomaniGiornale

In Italia, le divisioni all’interno della coalizione al governo e nell’ambito delle opposizioni su come stare in Europa e che cosa fare sono, in buona misura, fisiologiche. Infatti, sono gli italiani stessi a essere divisi e, quasi inevitabilmente, i partiti tendono a cercare quegli elettori e a dare loro rappresentanza tutto sommato, a bocce ferme, sostanzialmente fedele. Ma le bocce non stanno mai ferme né sul territorio italiano né su quello europeo. Anzi, da alcuni anni, il gioco, politico, economico, sociale, militare sul territorio europeo è diventato pericolosamente dinamico. Privi di una solida visione dell’Europa che vogliono e di una cultura politica federalista oppure davvero sovranista, i partiti italiani rincorrono in maniera trafelata gli avvenimenti e reagiscono in maniera spesso scomposta alle sfide. Non può bastare riesumare, di volta in volta, quel documento tanto importante quanto poco letto che è il Manifesto di Ventotene. Vigorosamente e sarcasticamente, com’era nel suo stile, Altiero Spinelli rimprovererebbe a tutti l’opera di imbalsamazione di un testo da lui stesso superato nei fatti e nelle azioni. Ricorderebbe anche che soltanto chi ha chiaro l’obiettivo, che per lui era la federazione politica europea, gli Stati Uniti d’Europa, può permettersi di valutare con quel criterio le scelte fatte e da fare nonché la bontà, l’utilità, la necessarietà degli obiettivi intermedi.

Quello cui assistiamo in Italia è la produzione di reazioni, non risposte, ad hoc, contingenti e opportunistiche. Non sono le convinzioni, pro o contro l’Europa (con l’obbligo politico dei contrari a spiegare la loro posizione e a indicare le alternativa) a dominare il dibattito pubblico. Sono le convenienze di breve respiro in termini elettoralistici. Un pugno di voti in più cerca Salvini che non può certo allinearsi sulle acritiche posizioni europeiste di Forza Italia né mettersi a ruota del sovranismo (Make Italy Great Again) flessibile, ma credibile, della Presidente del Consiglio. Uno spazio, forse uno sprazzo di visibilità vuole Conte giustamente temendo che parte di potenziali elettori del Movimento 5 Stelle sentano il richiamo di Elly Schlein la quale un po’ va dove la porta il cuore un po’ dove crede ci sia qualche voto in più.

   Poi, certo un po’ tutti tranne, forse si meritano la citazione, i parlamentari leghisti Alberto Bagnai e Enrico Borghi, riconoscono e applaudono l’alta statura europeista di Mario Draghi al quale sottrassero il potere politico che lo rendeva ancora più incisivo sulla scena europea con effetti positivi e ricadute benefiche sulla Nazione. Rimane che le ricomposizioni al minimo comun denominatore nel governo sono molto più probabili, Salvini ha imparato a sue spese quando deve smettere di tirare la corda per non trovarsi del tutto privo di potere (e di cariche e seggi), di un riavvicinamento Cinque Stelle-Partito Democratico.

Quel che opinionisti, politici e burocrati (sic) europei vedono è una “Nazione” non del tutto affidabile nella quale non esiste il consenso di fondo su nessuna delle scelte importanti, oggi la difesa comune, nella quale i partiti non orientano e non guidano l’opinione pubblica, non cercano di “educarla” all’europeismo, ma vogliono leggerne nelle espressioni viscerali per blandirle e ottenerne il voto, occasione dopo occasione.

La preoccupazione dominante di Spinelli non riguarderebbe tanto la distanza che intercorre fra quello che lui (con Ernesto Rossi e Eugenio Colorni) consegnò al Manifesto e l’incapacità di chi si richiama a quelle posizioni di tradurle in pratica. Proprio perché faticosamente, fra molte sconfitte, diventato saggio, come dal titolo della sua autobiografia, Spinelli vorrebbe (e con lui molti, non solo italiani) che fossero i leader politici a porsi alla guida dell’opinione pubblica europea. Non poche sono le circostanze nelle quali alla leadership si chiede, si impone di guardare e di vedere lontano.  Se non ora, quando?

Pubblicato il 19 marzo 2025 su Domani

Democrazia, non melassa #paradoXaforum

Gli editorialisti del “Corriere della Sera” continuano a inquietarmi, anzi, ad irritarmi. Lo fanno con grande nonchalance. Spesso annunciano solennemente grandi verità, ad esempio, contrariamente a quel che (non) ha (mai) scritto Francis Fukuyama “la storia non è finita”. Avessero mai letto il libro! Qualche volta, poi, le enunciazioni sono non solo fattualmente sbagliate, ma pericolose poiché annegano differenze cruciali e conducono in melasse e paludi dalle quali non si esce più (e, infatti, lì rimangono a dibattersi).

“L’obiezione [alle critiche ai suoi comportamenti balordi] che Trump sia stato democraticamente eletto (come del resto Putin o Xi Jinping o Orbán o Erdogan, sorvolando sull’affidabilità di certe votazioni) non sposta di un millimetro che [la democrazia] sia entrata in una fase clinica delicatissima” (Carlo Verdelli, La democrazia archiviata, “il Corriere della Sera”, 6 marzo 2025, p. 1 e 36).

Questa frase, il cui tenore è simile a molte altre che vengono periodicamente pubblicate da “il Corriere” più spesso che da altri, è assolutamente diseducativa, nei fatti e nelle implicazioni. In primo luogo è sbagliato “sorvolare sull’affidabilità di certe votazioni”. Elezioni libere, segrete, periodiche stanno al cuore delle democrazie, ma le democrazie si fondano su diritti e Costituzioni. Si può discutere del quantum di manipolazione venga effettuato in crescendo in Ungheria, Turchia e Russia, ma di elezioni politiche democratiche in Cina non è proprio il caso di parlare. Secondo, chi scrive di politica ha l’obbligo di documentarsi, di controllare i fatti, di fare riferimenti verificabili e verificati. Il fact-checking non è un gioco di società; è un esercizio utilissimo, pedagogicamente importante, altamente democratico. Consente di aprire e svolgere dibattiti e confronti in pubblico combinando dati e interpretazioni, facendo crescere la quantità e la qualità delle conoscenze, affinando le spiegazioni.

Chi andasse, come dovrebbero sempre fare i giornalisti, gli opinionisti e, naturalmente, gli studiosi, ad analizzare le migliori serie statistiche sulle democrazie, Freedom House, Economist Intelligence Unit, V-Dem, riscontrerebbe un notevole aumento del numero dei sistemi politici democratici nel secondo dopoguerra e troverebbe traccia di alcune difficoltà e problemi di funzionamento spesso seguiti da soluzioni, e nessun crollo, tranne il Venezuela Nessun ingresso dei regimi democratici attualmente esistenti in, qualsiasi cosa significhi, “una fase clinica delicatissima”. A qualche affannato commentatore, mi sento di dire: Medice cura te ipsum.

   In giro per il mondo, dall’Iran al Myanmar, sono molti gli oppositori, uomini, donne, studenti, intellettuali, che mettono regolarmente consapevolmente continuativamente a rischio la loro personale salute proprio per conquistare i fondamenti della democrazia. Questa, dove, quando, chi e come, lottano proprio per la democrazia, sarebbe una bella ricerca. Ho molte idee in materia. Quanto alla morte della/e democrazia/e non avviene per cause naturali, ma per mano di sicari e criminali. Le democrazie non muoiono. Vengono uccise, per lo più dalle elite, economiche, militari, politiche, burocratiche, religiose. Proprio mentre completo questo sintetico post, l’autorevole, come si usa dire, “New York Times”, riferendosi ad una serie di improvvisate decisioni del Presidente Trump (e del consigliere Musk), titola Democracy Dies in Dumbness: “nessun presidente è stato così ignorante delle lezioni della storia, così incompetente nell’attuare le sue proprie idee”. Ma, molto resiliente, la democrazia tollera anche la stupidità del Presidente USA. Chi vivrà vedrà.

Pubblicato il 7 marzo 2025 su ParadoXaforum

Che errore per il Pd staccarsi dai Socialisti, Schlein rifletta #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Per Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, con il voto di ieri al Parlamento europeo «il Pd non soltanto si è spaccato ma ha anche abbandonato la linea ufficiale dei Socialisti e democratici europei e questo è ancora più brutto perché significa che mancano ancora dei passi per diventare un grande partito del socialismo europeo e per diventare dunque un grande partito europeista».

Professor Pasquino, come giudica la spaccatura avvenuta nel Pd sulla risoluzione al Parlamento europeo?

Il Pd è un grande partito rappresentativo del paese e se su una scelta cruciale si spacca non va bene. Ma il Pd non soltanto si è spaccato ma ha anche abbandonato la linea ufficiale dei Socialisti e democratici europei e questo è ancora più brutto perché significa che mancano ancora dei passi per diventare un grande partito del socialismo europeo e per diventare dunque un grande partito europeista.

Crede che la linea di Schlein sia dettata dal fatto di avere alla sua sinistra un partito come il M5S che ha una visione molto netta contro il piano ReArmEu?

Non condivido per nulla né la posizione di Conte né quella secondo la quale un partito si farebbe orientare nel proprio voto da quella, estrema e impossibile da sostenere, di un altro partito. Quella che fa influenzare da una pessima politica è una cattiva politica.

Sembra che Schlein abbia minacciato le dimissioni nel caso in cui fosse finita in minoranza, scenario evitato soltanto grazie alle astensioni dei tre indipendenti: che ne pensa?

Quando una leader minaccia le dimissioni ha già perso la sua posizione di leader. Un leader cerca di aggregare e non di dividere il partito ulteriormente con delle modalità abbastanza autoritarie e imperative. È una brutta situazione che segnala un problema di leadership e di cultura politica.

La minoranza ha chiesto che si faccia un confronto interno, che tuttavia suona molto di resa dei conti: si arriverà a tanto?

Se il dibattito interno serve solo a contarsi tanto vale non farlo; se invece serve a raggiungere posizioni politicamente condivise allora ci si può provare. Ma il Pd ha perso la sua capacità di creare cultura politica e questo è un problema per un grande partito che si dice di sinistra.

L’ha persa con Schlein o già da prima?

Probabilmente non l’ha mai avuta ma alcuni segretari del passato cercavano di mediare in maniera raffinata. Non Renzi, naturalmente, ma altri sì. E forse gli attuali dirigenti dovrebbero ripensare la linea.

Pensa che le divergenze su un tema così dirimente come la politica estera possa portare a un cambio di leadership, dopo che Schlein ha rianimato un partito che sembrava moribondo?

Da questo punto di vista è Schlein che deve dirci se è in grado di ricucire le diverse posizioni presenti nel Pd. E non esagererei troppo sull’aver riconquistato voti, perché più che riconquistati da Schlein quei voti sono stati persi da Conte. Il problema non sono tanto i voti ma le idee.

Ma Schlein ha ravvivato il Pd proprio spostandosi su posizioni “movimentiste”, o no?

Quelli che hanno votato i Cinque Stelle e che poi sono tornati a votare Pd non sono voti “movimentisti” ma di elettori che cercano una soluzione di governo. Il problema è riuscire a ricucire all’interno del Pd, quindi non tanto strappare altri voti al M5S, che verranno da soli se il Pd avrà una linea chiara e netta.

Ad esempio?

Bisogna trovare una linea di condivisione delle politiche europee e proporre dei cambiamenti avanzati che non producano inciampi alla linea europea. E che siano maggiormente incisivi.

Come il ReArmEu?

Innanzitutto non avrei mai usato la parola riarmo perché non si tratta di riarmare l’Europa ma di armarla. In secondo luogo credo che il piano von der Leyen sia sostanzialmente corretto, magari per quello che riguarda il finanziamento credo che abbia ragione Giorgetti. Servono le armi e serve anche la diplomazia, nel senso di aumentare la credibilità dei ruoli associati alla Difesa all’interno della Commissione.

Cioè occorre cambiare le funzioni dell’Alto rappresentante per la Politica estera e la Sicurezza?

Il ruolo è corretto, ma bisogna che si spieghi chiaramente a tutti che se si vuole parlare di difesa e politica estera è quella la persona con la quale discutere. In generale, credo che bisogna riuscire a far si che ci sia un esercito europeo e non una somma di eserciti nazionali: non so tecnicamente come si può fare ma serve un esercito europeo guidato da persone convinte del progetto.

Come giudica le mosse del presidente americano Donald Trump sull’Ucraina e il Medio Oriente?

Temo le giravolte e le improvvise impennate di Trump. Perché non sono così sicuro che abbia padronanza delle relazioni internazionali e non sono nemmeno convinto che il suo segretario di Stato sia abbastanza forte da convincerlo delle cose da fare. Ma ovviamente mi auguro che sia in grado di farlo.

Pubblicato il 13 marzo, 2025 su Il Dubbio

L’Europa si difende con una politica condivisa e un esercito comune @DomaniGiornale

Lentamente, gradualmente, senza volerlo, ma inesorabilmente, l’Ucraina è diventata la cartina di tornasole di quello che è bene e che è male nelle conoscenze, nelle interpretazioni e nelle azioni concrete dei capi dei governi e dei partiti, delle opinioni pubbliche, degli intellettuali e, non da ultimi, degli elettorati, occidentali e no. Sono prepotentemente (ri)emersi i grandi temi di un ordine internazionale giusto, della guerra e della pace, della democrazia e degli autoritarismi, dei rapporti fra potere politico e potere economico, e della sovranità delle nazioni e dell’unificazione politica dell’Europa. Rispetto a nessuno di questi temi è accettabile rimane indifferenti e neppure dichiararsi equidistanti. Chi lo ha fatto e continua a farlo, da un lato, dimostra di avere conoscenze inadeguate, dall’altro, tenta di manipolare il dibattito e l’opinione pubblica.

Sostenere che la Russia non ha aggredito l’Ucraina oppure che l’ha fatto perché provocata significa non conoscere i precedenti comportamenti russi con i paesi confinanti e mettere sullo stesso piano eventuali provocazioni (la Nato che “abbaiava” ai confini russi) con la pesante riposta armata russa. Non capire che la Russia può impegnarsi in una guerra e continuarla praticamente senza restrizioni significa non sapere che i regimi autoritari non trovano nessun freno nella loro opinione pubblica la quale, in effetti, non può liberamente formarsi in quanto tale e, meno che mai, esprimersi.

Chiedere la pace, come semplice cessazione delle ostilità e, probabilmente, riconoscimento delle posizioni acquisite sul territorio, non è tanto un comportamento realistico quanto piuttosto un premio all’aggressore-invasore. Non è una pace giusta. Non è neppure una pace duratura. L’aggressore non si fermerà e coloro che subiscono lo stato di oppressione/repressione vi si opporranno appena e ogniqualvolta ne avranno l’opportunità.

Qualsiasi ordine internazionale si basa anche sulla possibilità del ricorso, in ultima istanza, all’uso delle armi. Il pacifismo individuale personale è una posizione nobile per chi è disposto pagarne il prezzo. Nessuna nazione può permettersi il lusso del pacifismo nel mondo contemporaneo (e in quello che verrà prossimamente). I dirigenti politici che lucrano qualche voto ponendosi su posizioni pacifiste insostenibili da qualsiasi governo europeo indeboliscono consapevolmente anche l’azione di coloro che cercano la pace.

Non sono sicuro che quanto proposto dalla Presidente della Commissione dell’Unione Europea debba essere definito “riarmo”. So che i due cardini della sovranità delle nazioni sono storicamente stati simbolizzati dalla feluca degli ambasciatori e dalla spada dei militari. Autonomia della politica estera e autosufficienza della politica di difesa. La nazione Europa, di cui troppo spesso vengono denunciati ritardi talvolta inesistenti, deve muoversi in entrambe le direzioni. Sta riprendendo un cammino, quella della difesa comune, drammaticamente interrotto nel 1954 quando nell’Assemblea nazionale francese i sovranisti gollisti sommarono i loro voti con quelli dei comunisti stalinisti per affondare la Comunità Europea di Difesa.

Sicuramente, è lecito argomentare modalità diverse con le quali reclutare, formare, finanziare e sostenere un esercito comune europeo, ben oltre la sommatoria di qualche soldato “nazionale” in più. Sarebbe preferibile che i gruppi parlamentari europei argomentassero e esprimessero posizioni condivise, non come hanno fatto i rappresentanti dei Democratici italiani sparsi su “sì”, “no”, astensione, e la loro segretaria che prende le distanze dalla posizione della maggioranza che è ufficialmente a sostegno della Presidente della Commissione. Infine, sarebbe auspicabile che, a dimostrazione che la Presidente del Consiglio italiana vuole una pace giusta in Ucraina, non sembrasse neppure lontanamente credere che un accordo Trump-Putin andrà nella direzione desiderabile, rispettosa dei diritti dell’Ucraina.

Costruire la pace, non solo in quella zona, ma anche nel tormentato Medio-Oriente, è un compito arduo al quale soltanto un’Europa credibilmente capace di provvedere autonomamente alla sua difesa potrà contribuire. Entrambi i piedi dei fautori dell’Europa che preserva la pace debbono stare sul territorio europeo.

Pubblicato il 12 marzo 2025 su Domani