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“La crisi è più vicina ma che assurdità cadere sulle inchieste” #Intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giulia Merlo

«Oggi la crisi è meno improbabile”, ma Mattarella eviterà in tutti i modi il ritorno alle urne. Gianfranco Pasquino, politologo e accademico, analizza i nuovi focolai di scontro che sconquassano il governo gialloverde e ammette che la corda sottile che tiene a galla l’Esecutivo, ora, è pericolosamente tesa.

Davvero il governo potrebbe cadere sull’inchiesta a carico del sottosegretario Siri?

Non è inchiesta a scaldare il fronte, ma è il comportamento dello stesso Siri e del vicepremier Matteo Salvini, che non solo difende Siri a prescindere, in assenza di qualsiasi tipo di evidenza sia a suo favore che contro di lui, ma usa questo per attaccare la sindaca di Roma, Virginia Raggi.

Fino a quando il Movimento 5 Stelle sopporterà questo clima?

Sono arrivati al limite. Di Maio ritiene di aver già fatto moltissimo per andare in contro alla Lega, evitando a Salvini di finire sotto processo per il caso Diciotti. Ora i 5 Stelle stanno facendo capire a Salvini di non esagerare, anche perché il movimento ha fatto già molta fatica a ingoiare il rifiuto dell’autorizzazione a procedere per Salvini.

Si arriverà alla crisi?

All’inizio pensavo che la crisi sarebbe stata improbabile e che i due contraenti volessero arrivare fino alla fine del mandato. Invece, ora, mi sembra che la corda venga tirata in modo esagerato. Del resto, di solito le crisi di governo arrivano improvvisamente, perché qualcuno ha valutato in modo errato il peso delle sue parole, oppure non le ha pesate a sufficienza. Se lei mi chiede un’opinione, dire che la crisi è meno improbabile rispetto al passato.

Però?

Però sia la Lega che i 5 Stelle sarebbero responsabili nei confronti dei loro elettori e di ciò che hanno promesso loro. Anche perché si tratterebbe di una crisi non dettata dall’inattuabilità del contratto di governo, ma da fattori esterni con cui il contratto non ha nulla a che fare.

Il governo è lacerato dalle vicende giudiziarie: è un sintomo della politica di oggi?

Sono trent’anni che in Italia i giudici hanno grande operatività: intervengono sulle malefatte vere o eventuali dei politici e poi i fatti vengono gonfiati dalla stampa. La giuridicizzazione della politica, però, è in corso ovunque. In Italia il fenomeno è più forte perché il paese è mediamente più corrotto e in particolare lo è la nostra politica.

Ha ricordato prima il caso della sindaca di Roma, anche lei al centro di vicende giudiziarie. È corretto metterla sul piatto della bilancia contro Siri?

No, si tratta di una pura costruzione politica. La corruzione e le malefatte giudiziarie debbono essere valutate ognuna singolarmente. Le dico di più, è sbagliatissimo anche dire che “si stanno usando due pesi e due misure” con Raggi e Siri, perché bisognerebbe usare invece cento pesi e cento misure diverse: ogni caso giudiziario ha una sua specificità. Siri è un sottosegretario, Raggi invece è una sindaca e porta maggiore responsabilità amministrativa, dunque non sono paragonabili. Lo stesso si dica per Salvini e Siri: il primo è uomo di governo che – secondo il Parlamento – ha agito per interessi generali del paese; il secondo, se colpevole, agiva per se stesso.

Queste vicende influenzeranno il voto alle Europee di maggio?

Guardi, io sono spesso critico sugli elettori italiani. Tuttavia, credo che sappiano cosa stanno andando a votare e che decideranno sulla base dei profili dei contendenti. L’elettorato deciderà se essere sovranista con la Lega, blandamente europeista con il Movimento 5 Stelle o più convintamente anche se meno brillantemente europeista col Pd. Poi è chiaro che le percentuali in cui si distribuiranno avranno un peso importante.

Se non saranno queste vicende giudiziarie, è possibile quindi che a far cadere il governo sia l’esito delle Europee?

Se i 5 Stelle riusciranno a rimanere sopra il 22% e a non farsi superare dal Pd e se la Lega rimarrà sotto il 30%, non succederà nulla. Diverso invece se la Lega fosse sopra il 30% e i grillini sotto il 20%. In questo caso, potrebbero esserci delle conseguenze immediate.

Con quali esiti?

Allargo l’analisi: una crisi di governo immediata in Italia dopo le Europee indebolirebbe il paese a livello europeo, peggiorando ancora le aspettative di crescita, perché gli operatori economici – Cina in testa – si ritrarrebbero da un paese politicamente instabile, non potendo prevederne la politica economica.

Quindi?

Per fortuna, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è in grado di convincere i due contraenti che anche se può esserci una crisi, questo non può portare allo scioglimento delle Camere. Ci sono molte opzioni sul tavolo: si può procedere a un rimpasto, sostituire il premier, oppure cambiare alcuni ministri nominando magari dei tecnici. Insomma, esistono alcune operazioni intermedie prima di arrivare ad elezioni anticipate, che sarebbero disastrose.

Ma Salvini, con il vento in poppa dei sondaggi, non potrebbe andare all’incasso e liberarsi dei 5 Stelle?

L’unico ad avere interesse alle elezioni anticipate sarebbe Salvini, questo è vero. Ma lui non le può chiedere, perché storicamente gli elettori puniscono chi li chiama alle urne troppo spesso.

Pubblicato il 20 aprile 2019 su IL DUBBIO

INVITO Scienza Politica e Cultura politica. La lezione di Giovanni Sartori #8maggio Accademia Nazionale dei Lincei #Roma

Palazzo Corsini
Via Della Lungara, 10

GIORNATA DI STUDIO

SCIENZA POLITICA E CULTURA POLITICA
LA LEZIONE DI GIOVANNI SARTORI

Coordina: Gianfranco PASQUINO

Programma

15.00
Saluto della Presidenza

15.15
Marco TARCHI (Università di Firenze):
La specificità della scienza politica di Sartori

15.45
Steven B. WOLINETZ (Memorial University of Newfoundland, St. John’s, Canada):
Sartori and the study of political parties: Lessons we should learn – or re-learn

16.15
Sorina Cristina SOARE (Università di Firenze):
La democrazia di Sartori e il populismo

Intervallo

17.00
Marco VALBRUZZI (Università di Bologna):
La missione della scienza politica: sapere applicabile e rilevante

17.30
Gianfranco PASQUINO (Linceo, Università di Bologna):
La sfida alle culture politiche

PRESENTAZIONE – Giovanni Sartori (1924-2017) è stato uno dei più importanti scienziati politici del XX secolo. Autore di libri fondamentali quali Democrazie e definizioni (1957); Parties and party systems (1976); The Theory of Democracy Revisited (1987); Ingegneria costituzionale comparata (1995); editorialista del “Corriere della Sera” per più di quarant’anni, Sartori ha contribuito in maniera decisiva allo sviluppo della scienza politica. Attraverso le sue brillanti analisi, Sartori ha costantemente operato per approfondire la conoscenza del funzionamento dei sistemi politici e per migliorare la cultura politica dei cittadini e delle élite.

Convinto della necessità e della possibilità di applicare le conoscenze acquisite e prodotte dalla scienza politica, Sartori ha sempre accompagnato le sue ricognizioni dei più significativi fenomeni politici con indicazioni intese a cambiarne in maniera positiva le conseguenze prevedibili. Dalle leggi elettorali ai sistemi dei partiti, dalla rappresentanza politica alle forme di governo, i contributi di Sartori mantengono una straordinaria vitalità e attualità. Giorno dopo giorno, in Italia e altrove, è possibile rendersi conto quanto gli insegnamenti di Sartori continuino ad essere essenziali e quanto una cultura politica più attenta alle lezioni della sua scienza politica sarebbe in grado di contribuire alla qualità della politica nelle democrazie.

PROGRAMMA SCIENZA POLITICA E CULTURA POLITICA. LA LEZIONE DI GIOVANNI SARTORI

ROMA – PALAZZO CORSINI – VIA DELLA LUNGARA, 10 Sito web: http://www.lincei.it
Segreteria del convegno: fox@lincei.it

 

Oltre il garantismo e il giustizialismo

Non sono né garantista né giustizialista. Non ho nessun bisogno di essere garantista poiché credo che le garanzie a tutela degli indagati, degli accusati di avere commesso un reato si trovano nella Costituzione e nelle leggi vigenti, non nelle dichiarazioni di ciascuno di noi che, inevitabilmente, ne sa molto meno dei magistrati. Non sono giustizialista poiché trovo l’aggettivo, da un lato, vago, dall’altro, se implica il volere condannare a priori e a prescindere, sbagliato, come se chi desidera che “giustizia sia fatta” abbia immotivati ed esagerati atteggiamenti punitivi. Credo anche che tutti i casi che riguardano chi ha potere politico a tutti i livelli meritino di essere analizzati con cautela, con riferimento puntuale alle peculiarità. Nel caso specifico del sottosegretario leghista ai Trasporti e alle Infrastrutture Armando Siri, accusato di avere ottenuto una mazzetta di 30 mila euro, la prima considerazione è che fino a quando non perviene un’imputazione precisa dai magistrati, sarebbe preferibile che tutti si astenessero da qualsiasi commento. Invece, alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle ne hanno subito chiesto le dimissioni e il (suo) Ministro Toninelli gli ha tolto tutte le deleghe. Si dice che il Movimento, dopo avere negato la richiesta di autorizzazione a procedere contro il Ministro Salvini, non possa più permettersi una posizione così “garantista”. In verità, nel caso di Salvini molti videro non il garantismo delle Cinque Stelle, ma l’opportunismo, ovvero il timore che saltasse il governo. Invece, un sottosegretario può essere rapidamente sostituito senza nessun conseguenza negativa. Dal canto suo, Salvini e la Lega difendono Siri non necessariamente per garantismo, ma, si può ipotizzare, poiché il sottosegretario è considerato uomo dotato di potere, di relazioni, di strumenti politici utili e efficaci. Qualcuno potrebbe voler fare un paragone, improprio, con il caso delle recentissime dimissioni di Catiuscia Marini (Partito Democratico) Presidente della Regione Umbra, pure non inquisita, ma al centro di un sistema di assunzioni pilotate e di concorsi truccati. Sono fattispecie molto diverse, ma accomunabili da un interrogativo di assoluta importanza: quando chi detiene una carica politica è tenuto, se indagato/a, a dimettersi senza nessun’altra considerazione? Sono giunto alla conclusione, certamente rivedibile, che le dimissioni dipendono dalla sensibilità personale, dall’etica politica dell’indagato/a. Saranno i magistrati a stabilire se e come impedire all’indagato di distruggere eventuali prove e/o di continuare nel reato. Toccherà a ciascuno dei politici decidere se dimettersi per non creare problemi, in questo rigoroso ordine, primo, all’istituzione di governo a qualsiasi livello, e solo secondariamente al loro partito. E preferirei che il “loro” partito, qualsiasi partito, si rimettesse semplicemente alla magistratura. Sono convinto che questo è il migliore dei garantismi.

Pubblicato AGL il 19 aprile 2019

Paradossi della Brexit infinita

Quando il Primo ministro conservatore inglese David Cameron decise inopinatamente di sottoporre a referendum nel giugno 2016 la permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, non era affatto interessato all’opinione del “popolo britannico”. Piuttosto, era convinto di ottenere un successo relativamente facile per la sua opzione blandamente preferita, malamente argomentata,  “Remain” in questo modo sconfiggendo ed emarginando i suoi oppositori dentro il Partito Conservatore. La vittoria dei Brexiters, ovvero dell’opzione “Leave”, pose giustamente, democraticamente fine alla sua carriera politica. La non irresistibile ascesa di Theresa May alla carica di leader del Partito conservatore e di conseguenza di Primo ministro le ha consegnato l’arduo compito di negoziare, applicando l’art. 50 del Trattato di Lisbona, i termini della separazione fra Regno (apparentemente) Unito e Unione Europea. Che l’accordo, il deal, possa essere soft, ovvero mantenga molti dei legami attualmente intercorrenti, oppure, hard, una rottura secca e netta, è oggetto di contesa che si spinge fino alla possibilità di nessun accordo, no deal. Gli scozzesi e i nordirlandesi che hanno votato per rimanere si attendono, nel peggiore dei casi, un accordo soft.

La Londra cosmopolita, degli affari (sì, contano anche le banche e le attività economiche e imprenditoriali) e della cultura che, ugualmente, ha votato Remain, fortemente desidera un accordo che mantenga molti dei legami con l’Unione Europea, ma finora non ha saputo come argomentare una posizione tale da incidere effettivamente sui negoziati con la decisione finale più volte procrastinata. Nel frattempo, sta giungendo a termine anche la carriera politica della Signora May che ha preannunciato le sue dimissioni non appena un accordo, qualsiasi accordo, sarà raggiunto. Il neanche troppo assordante silenzio del leader laburista Jeremy Corbyn non dipende da nessuna convinzione particolare e da nessuna motivazione nobile (per esempio, non interferire sui negoziati del Primo Ministro con l’UE), ma dalla sua aspettativa che le dimissioni di Theresa May gli aprirebbero la strada ad una insperata vittoria elettorale e all’agognato ingresso al n. 10 di Downing Street (abitazione del Primo ministro). Quindi, Corbyn agisce, anzi, non fa nulla, in maniera del tutto opportunistica.

Che cosa ci narra la Brexit della democrazia inglese, vale a dire della madre di tutte le democrazie (in specie di quelle parlamentari) e, più in generale, delle democrazie contemporanee? Quali lezioni, lasciando da parte la difficoltà di uscire dall’UE volendo rimanerne aggrappati ai vantaggi che l’appartenenza all’UE offre a tutti gli Stati-membri, imparte la Brexit? La prima, vi ho già accennato, è una lezione confortante. Talvolta i leader opportunisti non la fanno franca, non riescono a filarsela all’inglese. In democrazia chi sbaglia, Cameron e May, paga. La seconda lezione è di più difficile esplicazione e comprensione. A sbagliare potrebbero essere stati gli elettori, perché sì anche gli elettori sbagliano: quelli che non sono interessati alla politica e si mobilitano su emozioni e non su opinioni, quelli che non hanno (acquisito) abbastanza informazioni, quelli che non partecipano (non votano) lasciando agli altri elettori il potere di decidere su chi e su che cosa. La terza lezione è che su materie complesse, come quella dell’appartenenza all’UE o della fuoruscita il referendum è uno strumento da usare soltanto dopo un dibattito il più ampio possibile fra politici e cittadini, fra società politica e società civile, dibattito che Cameron non ha saputo e non ha voluto promuovere.

Democrazia referendaria diretta contro democrazia parlamentare rappresentativa? I referendum sono strumenti rarissimamente utilizzati nel Regno Unito, ma vero è che l’ingresso nell’allora Comunità Europea nel 1975 avvenne attraverso un referendum promosso dall’allora Primo ministro laburista Harold Wilson. Nel Regno Unito la sovranità appartiene al popolo (per usare l’espressione dell’articolo 1 della Costituzione italiana) che la delega periodicamente al Parlamento. Saranno i rappresentanti eletti a Westminster a tradurre quella sovranità in comportamenti e decisioni, ciascuno/a di loro poi spiegando quel che ha fatto, non ha fatto, ha fatto male, agli elettori del suo collegio uninominale. Nulla osta, quindi, che la Camera dei Comuni decida di procedere ad un altro referendum. Non un referendum per contrapporre i vincenti del 2016 agli elettori del 2019 (a questo punto quasi sicuramente in possesso di maggiori conoscenze), ma per offrire un’alternativa fra l’accordo eventualmente raggiunto (Deal) e il ritorno (Re-enter) nell’Unione Europea. Complicato, ma non traumatico. Infatti, la democrazia è l’unica “situazione” che consente di cambiare idea assecondando le (nuove) preferenze degli elettori, ah, già, del popolo (che ha e mantiene il diritto di cambiare idea, opinione, voto) e traducendole in quello che quel popolo preferisce.

Pubblicato il 15 aprile 2019 su PARADOXAforum

INVITO La Costituzione, 70 anni dopo #Roma #17aprile @Anpinazionale

Mercoledì 17 aprile 2019 – ore 16
Roma, Sala del Cenacolo della Camera dei Deputati
Piazza Campo Marzio, 42

PRESENTAZIONE DEL VOLUME
“La Costituzione, 70 anni dopo”

Interventi
GIOVANNI MARIA FLICK

CARLA NESPOLO

GIANFRANCO PASQUINO

CARLO SMURAGLIA

Coordina
ALTERO FRIGERIO

È stato invitato a portare un saluto il Presidente della Camera dei Deputati
ON. ROBERTO FICO

I valori della Costituzione: i principi fondamentali ieri e oggi #Parma #16aprile

INSIEME PER CAPIRE

16 aprile 2019 ore 10-12
Cinema Astra – Parma

I valori della Costituzione:
i principi fondamentali ieri e oggi

Con i giornalisti del Corriere della Sera
Luigi Ferrarella, Massimo Rebotti e Nicola Saldutti

e

Gianfranco Pasquino
Professore Emerito di Scienza Politica presso l’Università di Bologna
Accademico dei Lincei e docente presso la Johns Hopkins University

I principi fondamentali della nostra Costituzione stabiliscono non solo i valori che devono informare la nostra democrazia (sovranità popolare, lavoro, diritti, uguaglianza, libertà), ma anche i modi in cui si devono esplicare e realizzare (le istituzioni, i partiti, le associazioni ecc.). Questo incontro intende da una parte illustrare le ispirazioni politiche e filosofiche che presiedono a questi principi, dall’altra affrontare come questi si realizzano nella società odierna: che cos’è la sovranità popolare nell’epoca dei social? Come sono cambiati i partiti? Cosa significa oggi parlare di repubblica fondata sul lavoro?

Stallo totale per governo e opposizione

Difficile sapere se l’intervista del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il filosofo novantenne Emanuele Severino avrà qualche effetto sull’azione di governo. A suo tempo, Karl Marx criticò i filosofi, non solo quelli del suo tempo, per essersi limitati a studiare il mondo invece di provare a cambiarlo. Dal Documento Economico Finanziario presentato il 10 aprile è evidente che il governo giallo-verde e i suoi ministri non hanno la visione di un mondo nuovo, ma neppure di un’Italia e un’Europa nuove. Sembra, piuttosto che non sappiano che pesci prendere. Rispetto alle dichiarazioni espresse già a ottobre-novembre 2018, quando fu elaborata la legge di bilancio, nel DEF emerge una sostanziale presa d’atto che nel 2019 la crescita economica non ci sarà, ma cresceranno sia il deficit del 2,4% sia il debito pubblico al 137%, che non è possibile attuare integralmente la flat tax, che se fosse davvero piatta, sarebbe incostituzionale, se fosse, contraddittoriamente, “progressiva” a più scaglioni, comporterebbe il probabile rischio di un aumento significativo dell’IVA.

Per un po’ di tempo, il Presidente del Consiglio ha stancamente ripetuto che i fondamentali dell’economia italiana sono solidi, ma senza precisare quali siano questi fondamentali. Nel frattempo, nuovi dati fanno supporre che la Francia sia avviata a superare l’Italia come seconda potenza manufatturiera in Europa. Il fatto è che se fra i “fondamentali” si includono anche il debito pubblico e il tasso di crescita, l’economia italiana non è affatto su basi solide. È inevitabile che ciascun governo addebiti ai suoi predecessori la brutta eredità del cattivo andamento dell’economia. In effetti, le radici e le cause del debito pubblico affondano negli ultimi vent’anni. Il tasso di crescita italiano è regolarmente risultato basso, spesso, con l’eccezione della Grecia, il più basso dei paesi dell’Unione Europea.

Forse consapevoli che non sarà il cosiddetto “decreto crescita” a produrre un’impennata dell’economia italiana, i governanti hanno cercato un altro capro espiatorio: la sfavorevole congiuntura internazionale. Ovviamente, c’è qualcosa di vero poiché l’economia italiana, largamente fondata sull’esportazione di prodotti spesso di alta qualità, è molto sensibile al calo della domanda internazionale. Non basta, però, farsi scudo di un capro espiatorio e annunciare come salvifiche le due “riforme” bandiera dei gialli (reddito di cittadinanza) e dei verdi (tassa piatta). Essendo entrambe politiche redistributive, alla luce dei dati disponibili, risultano piuttosto rischiosissime scommesse per il rilancio dell’economia italiana. Nel frattempo, le opposizioni ripetono, facendo pochissima breccia nell’elettorato, che Di Maio e Salvini sono in campagna elettorale permanente, si dividono su tutto, non possono durare. Quel che resta del centro-destra sostiene che quelle politiche Salvini le farebbe meglio con loro, mentre il PD difende fiocamente le sue passate riforme, ma dov’è la contromanovra?

Pubblicato AGL il 15 aprile 2019

Oltre l’illusoria democrazia diretta. La via deliberativa aiuta a scegliere

Troppi degli aggettivi che accompagnano la democrazia sono fuori luogo, spesso la contraddicono, talvolta ne manipolano, più o meno consapevolmente, i suoi caratteri costitutivi. Più di sessant’anni fa, in un libro ancora oggi essenziale (Democrazia e definizioni, il Mulino 1957), Giovanni Sartori criticò aspramente le aggettivazioni improprie e fuorvianti delle quali, allora, la peggiore era “popolare”. Le democrazie popolari non erano né democrazie né popolari. Allo stesso modo, non è possibile sostenere né oggi né ieri che le democrazie illiberali sono democrazie. Laddove i diritti civili e politici dei cittadini non sono rispettati, dove la stampa non è libera, dove l’opposizione ha limitati spazi di azione, dove il sistema giudiziario viene controllato dall’esecutivo, mancano le condizioni minime della democrazia, quelle condizioni che il liberalismo ha messo a fondamento delle nascenti democrazie, della loro natura, del loro funzionamento e persistenza.

La contrapposizione classica contemporanea è fra democrazia rappresentativa e democrazia diretta poiché molti ritengono che le nuove tecnologie, i nuovi strumenti di comunicazione hanno finalmente reso possibile ai cittadini di esercitare direttamente il loro potere senza bisogno di rappresentanti, rendendoli non soltanto obsoleti e inutili, ma addirittura controproducenti, un ostacolo alla traduzione delle loro preferenze, all’espressione dei loro interessi. I “direttisti” (terminologia di Sartori) identificano e confondono la democrazia esclusivamente con i procedimenti decisionali. Per loro, la democrazia diretta è quella nella quale tutte le decisioni vengono prese dai cittadini.

Naturalmente, democrazia è molto altro. È soprattutto una “conversazione”, frequente e costante, nella quale i cittadini sono coinvolti cercando di persuadersi vicendevolmente per giungere ad un accordo poi seguito da decisioni che sono sempre rivedibili alla luce dei loro effetti, più o meno positivi, e di altre informazioni sulla tematica decisa. Peraltro, tutte le democrazie rappresentative attualmente esistenti contemplano la presenza e l’uso di strumenti di democrazia diretta: l’iniziativa legislativa popolare, varie forme di referendum, persino la revoca, a determinate condizioni, degli eletti. Dal referendum (strumento di rarissimo uso in Gran Bretagna) “Remain” o “Leave” dovremmo avere tutti (britannici compresi) imparato che la democrazia diretta necessita di fondarsi su una effettiva e ampia base di informazioni disponibili a tutti gli elettori. Non è mai una semplice crocetta né un rapido click, ma è l’esito di un procedimento nel quale le posizioni sono state argomentate in pubblico e l’opinione, per l’appunto, pubblica si è (in)formata a favore o contro una specifica scelta.

Grandi scelte possono essere sottoposte all’elettorato, con le cautele del caso, ma la maggior parte dei processi decisionali richiedono ancora che siano i rappresentanti a dare il loro apporto alla definizione dell’esito. Se la democrazia diretta non è tuttora in grado di sostituire la democrazia rappresentativa, tranne che nelle esternazioni di alcuni irriducibili semplificatori, è tuttavia possibile arricchire la democrazia rappresentativa migliorando la rappresentanza e integrandola con alcune modalità specifiche. Qualche volta i “direttisti” lamentano l’alto tasso di astensionismo in alcuni contesti e in alcune elezioni. Si trovano in compagnia con i “partecipazionisti” coloro che affermano che “democrazia” è partecipazione, non esclusivamente elettorale. Peraltro, esistono già e sono utilizzate modalità che rendono più semplice l’esercizio del diritto di voto: per esempio, il voto per posta, la possibilità di votare in anticipo rispetto al giorno ufficiale delle elezioni, la delega. Vi si potrebbe aggiungere il consentire a chiunque di votare dove lui/lei si trovano (gli strumenti telematici consentono di riconoscere la qualifica di elettore e di evitare brogli). Chi ritiene che quanto più elevata è la partecipazione elettorale tanto migliore sarebbe la democrazia può proporre non pochi perfezionamenti all’esercizio del diritto di voto per quel che attiene la scelta dei rappresentanti e, in qualche caso, dei governanti nelle cariche monocratiche: presidenti nelle repubbliche semi e presidenziali, governatori di Stati, sindaci, e così via.

Chi, invece, pensa che il vero problema delle democrazie contemporanee è il mancato coinvolgimento dei cittadini in una pluralità di decisioni che, spesso, se importanti, hanno un alto tasso di “tecnicità”, può rifarsi alla oramai abbondante letteratura e a molte pratiche di “democrazia deliberativa” (in italiano il testo più rilevante lo ha scritto Antonio Floridia, La democrazia deliberativa: teorie, processi e sistemi, il Mulino, 2012. L’antesignano di questo filone di studi, James S. Fishkin, ha sintetizzato lo stato attuale delle ricerche e riferito su diversi esiti concreti in Democracy: When the People Are Thinking. Revitalizing Our Politics Through Public Deliberation, Oxford University Press 2018).
La democrazia deliberativa non è affatto la stessa cosa di democrazia decidente, inventata da qualcuno durante il referendum del 2016 sulle riforme costituzionali.

Deliberare non significa decidere, ma preparare il processo decisionale attraverso il ricorso ad assemblee di cittadini ai quali sono fornite tutte le informazioni necessarie ad una migliore comprensione del problema, delle modalità con le quali può essere compreso e affrontato, dei costi e dei benefici, delle conseguenze. Ad esempio, il “se” e il “come” costruire la TAV avrebbero potuto fare oggetto di modalità di discussione, di valutazione e di eventuale approvazione seguendo lo schema della democrazia deliberativa. La democrazia, scrisse Bobbio (Il futuro della democrazia. Una difesa delle regole del gioco, Einaudi 1984), ha promesso di “educare la cittadinanza”. È utile e doveroso partecipare anche per imparare. A loro volta, i partecipanti più e meglio informati contribuiscono all’affermazione e al perfezionamento della democrazia, del potere del popolo. A determinate condizioni, soprattutto l’accuratezza nella costruzione dell’esperimento, la democrazia deliberativa indica che, sì, i cittadini diventeranno meglio informati e il conseguente processo decisionale sarà più “rappresentativo” delle loro opinioni, più condiviso, più efficace. Al momento, questa è la strada per migliorare la democrazia rappresentativa.

Pubblicato il 14 aprile 2019

Le lobby non fanno male all’Europa

Il numero molto elevato di lobby che “premono” sulle istituzioni europee, in particolare, sui Commissari e sugli europarlamentari, costituisce un segnale doppiamente positivo. Da un lato, l’Unione Europea si rivela, ma tutti dovrebbero saperlo da tempo, un luogo di vivacità imprenditoriale, professionale, commerciale molto diversificato e dinamico. Dall’altro, risulta limpidamente che nell’UE esiste pluralismo, possibilità di accesso alle istituzioni, grande democraticità, persino sostanziale trasparenza. Chi sostiene, come sembrano fare Milena Gabanelli e Luigi Offeddu (Il peso delle lobby sulle scelte europee, in “Corriere della Sera”, 8 aprile 2019, p. 13), che le lobby influenzano indebitamente le decisioni europee,  dovrebbe portare non solo aridissimi numeri, ma prove concrete di direttive formulate dai Commissari e di leggi approvate dagli europarlamentari sulla base di richieste avanzate da specifiche lobby. Fermo restando che accesso alle sedi decisionali non significa affatto influenza, meno che mai preponderanza, è decisivo per qualsiasi critica e denuncia che i fatti siano raccontati con precisione e appaiano probanti. Forse, è prima di tutto molto utile descrivere il contesto nel quale si situa l’azione delle lobby europee.

L’Unione Europea è un sistema politico dove vivono e lavorano più di 500 milioni di persone. È fatta di ventisette Stati-membri ciascuno dei quali ha, in materia di procedure decisionali e apertura ai gruppi di interesse, sue tradizioni, una sua legislazione, un più o meno alto (spesso basso) grado di accettazione di politiche competitive e di espressione di interessi e delle rispettive organizzazioni. A loro volta, in partenza ciascuno degli europarlamentari non può che essere influenzato da quanto ha conosciuto e sperimentato nel suo paese, dalle pratiche colà diffuse e dalle esigenze che immediatamente percepisce una volta entrato nel Parlamento europeo a contatto con parlamentari di partiti affini o no provenienti da altri paesi, ugualmente “segnati” dalle loro esperienze nazionali, politiche e professionali. Comprensibilmente, nessuno di loro è in grado di conoscere il tessuto economico della maggior parte degli altri Stati-membri e le modalità di organizzazione e di espressione degli interessi.

Quando si confronta con le disposizioni legislative formulate dalla Commissione, ciascuno degli europarlamentari, in particolare i più attivi, ma, anche coloro che si rendono conto della complessità delle tematiche, cercheranno di documentarsi al massimo anche rivolgendosi alle lobby oppure, altrettanto spesso, accettando di incontrare i lobbisti che ne fanno richiesta. Costoro hanno informazioni e le forniscono, ovviamente sempre sottolineando quegli elementi che sono per loro particolarmente importanti. Non è affatto semplicistico sostenere che è proprio la molteplicità delle lobby che consente agli europarlamentari (e ai Commissari) di esporsi ad altri punti di vista, di soppesarli, confrontarli, valutarli in maniera sostanzialmente non diversa da quello che succede nei contesti nazionali che, però, sono di più facile comprensione per coloro che vi hanno fatto politica e/o svolto una professione.

Un discorso molto simile vale per tutti commissari. Dovendo formulare politiche e prendere decisioni che riguarderanno ventisette Stati (e l’Unione nel suo complesso), ciascuno di loro ha assoluto bisogno di un surplus di informazioni e conoscenze. In parte le trarranno dai loro rispettivi gabinetti, plurinazionali, se costruiti con acume e accuratezza. Naturalmente, anche quei funzionari avranno attinto informazioni dalle lobby. In parte, presteranno ascolto direttamente ai lobbisti cercando un equilibrio fra le fonti, senza privilegiare nessuno. Talvolta, però, il “privilegio” può essere conquistato, senza scandalo, dai lobbisti più capaci, che si dimostrano credibili nelle loro critiche e nei loro suggerimenti, che offrono materiale importante per la formulazione di una o più direttiva. Tanto gli europarlamentari quanto i Commissari hanno tutto l’interesse politico e professionale a “fare una bella figura”.

Lasciare pensare senza riferimenti precisi e senza prove concrete che le politiche europee sono il prodotto di 11.801 lobby (è la cifra riportata da Gabanelli e Offendu) significa non sapere come funzionano i sistemi politici democratici –e l’Unione Europea è un sistema politico democratico, aperto e pluralista. Significa anche, e in questa fase è un errore gravido di pessime conseguenze, fare un cattivo servizio alla comprensione dell’Unione Europea che non è succuba delle lobby, ma esposta alle pressioni e ai ricatti degli Stati-membri e dei loro governanti i quali sarebbero felicissimi di scaricare i loro egoismi e le loro inadeguatezze sulle manovriere, insidiose, ingannatrici lobby.

Pubblicato il 12 aprile 2019

INVITO Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica #Roma #11aprile @Treccani @egeaonline

Istituto della Enciclopedia Italiana
Sala Igea Palazzo Mattei di Paganica
Piazza della Enciclopedia Italiana, 4

Giovedì 11 aprile 2019 ore 17.30

Presentazione del libro di Gianfranco Pasquino

Bobbio e Sartori
Capire e cambiare la politica

Università Bocconi Editore, 2019

Intervengono con l’autore:
Luigi Covatta e Anna Falcone
Coordina l’incontro Roberto Vicaretti

RSVP: tel. 06.68982224 -att.culturali@treccani.it

BOBBIO E SARTORI CAPIRE E CAMBIARE LA POLITICA
Egea Università bocconi editore