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“Why the italian young people seems so passive?” Le mie risposte alle domande di una “french journalist student”
Qui trovate le mie risposte scritte domenica 24 febbraio alle domande di una “french journalist student”, Inès De Rousiers, come si è definita lei. Giovedì pomeriggio mi ha scritto quanto segue:
“On ne vous a pas cité dans l’article. Nous avons trouvé des intervenants plus polis et plus compétents”.
E’ un documento di un certo interesse, compresi i suoi errori di inglese. Buona lettura.
– Why the italian young people seems so passive?
“Who is authorized to talk in name of the Italian people? There is no Bastille to take and no king to guillotiner. There is a government whose parliamentary majority is 52 per cent and surveys saying that about 60% support what the government is doing.”
-It’s hard for them to find job, to have their own home…It’s like their prefere to go abroad than try to change things in Italy. Is it because their is no « culture of political event, demonstration » like in France?
“Many go abroad to find jobs. Many look for jobs in Italy. Many have a role in professional, cultural, religious associations and other non governmental organizations. The Italian welfare state works and senseless violence is not going to change anything. The casseurs n’habitent pas en Italie.”
-Is it because they think they can’t change things ? (Maybe because there is much more old people than youth people in Italy)
“Things can change what there are proposals and proponents. The opposition is very weak and the Democratic Party is dormant. Your question about old vs young people is meaningless.”
-And regarding the one called « Bamboccioni »…They live with their parents because of economical difficulties for the most of them. I’m surprised that they don’t protest against the economical situation even though they seem to be aware that their futur in Italy may be compromised. Why is that?
“Could you quote your sources? Young Italians live with their parents because the parents provide a shelter and family care. The future in Italy is not compromised and, generally speaking, is not necessarily bleak. All the statistics say that a very large majority of Italians are satisfied with their personal life and believe that there will be some improvement in the future.”
Dialogo “La politica domani. Vai alla voce formazione” #hoimparato #GiovanieFuturo @EnricoLetta
Enrico Letta e Gianfranco Pasquino dialogano su giovani e formazione politica prendendo le mosse dal libro di Enrico Letta “Ho imparato” (Il Mulino, 2018) e dal fascicolo “Giovani e futuro della politica. Oltre il disincanto” (Paradoxa 4, 2018) curato da Gianfranco Pasquino.
Roma 25 febbraio 2019 Istituto Luigi Sturzo
Evento organizzato dalla Fondazione Nova Spes
Riprese video a cura di Radio Radicale
L’Europa. Un’utopia in costruzione #Rovigo #1marzo
Venerdì 1 marzo 2019 ore 18
Palazzo Roncale – Sala degli Arazzi Piazza Vittorio Emanuele II, 29 Rovigo
Gianfranco Pasquino
presenta l’opera in tre volumi
L’Europa. Un’utopia in costruzione
curata da Giuliano Amato, Enzo Moavero Milanesi, Gianfranco Pasquino e Lucrezia Reichlin
Istituto dell’ Enciclopedia Italiana/2018
Lezione “Democrazia” #28febbraio #Roma SCUOLA DI LIBERALISMO #fondazioneluigieinaudi @fleinaudi
SCUOLA DI LIBERALISMO DI ROMA
28 Febbraio – 16 Maggio 2019
Centro Studi Americani, Via M. Caetani 32
Giovedì 28 Febbraio ore 15
Gianfranco Pasquino
Democrazia
Bobbio e Sartori, ritrovare la politica
venerdì 22 febbraio 2019
Intervista raccolta da Manuela Borraccino
Pasquino: il loro pensiero più attuale che mai
Per decenni hanno incarnato l’espressione del diritto di critica della classe politica in Italia e all’estero: con l’insegnamento e gli scritti Norberto Bobbio (1909-2004) e Giovanni Sartori (1924-2017) hanno dato contributi inestimabili allo studio della politica, della democrazia, dei partiti come si evince dal bellissimo saggio fresco di stampa Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (Bocconi editore, 232 pagg.; 24 euro) di Gianfranco Pasquino, allievo di entrambi e professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna (l’autore lo presenterà il 4 maggio a Borgomanero).
«Con i loro editoriali su La Stampa e sul Corriere della Sera, con le frequenti interviste televisive nel caso di Sartori – ricorda il prof. Pasquino con il nostro giornale – sono stati intellettuali pubblici nel senso che hanno forgiato l’opinione pubblica in Italia: Bobbio lo ha fatto da piemontese, con la sua sobrietà austera non priva di uno humour sottile; Sartori da fiorentino, con un sarcasmo irriverente e sferzante che nulla concedeva ai potenti di turno. Entrambi avevano un’idea di “Stato giusto” e hanno cercato di compiere un’opera molto simile: Bobbio voleva ricostruire un certo pensiero di sinistra, da liberal-socialista mirava a ricostruire quell’insieme di idee che possono cercare di ridurre le diseguaglianze, ovvero quello che per lui doveva essere l’obiettivo primario della sinistra; Sartori aveva per obiettivo quello di far funzionare bene la democrazia attraverso il complesso sistema di equilibri e contrappesi tra istituzioni, partiti e correnti, modelli di governo che regola il funzionamento dello Stato».
Il libro nasce come un omaggio da parte di uno studioso che ha avuto il «privilegio unico e irripetibile» di essersi laureato con Bobbio e specializzato con Sartori, in qualche modo assorbendo il nitore del pensiero e la forza di argomentazione di due fra i maggiori politologi del dopoguerra.
L’autore analizza con passione il contributo di Bobbio sui tre grandi filoni del ruolo degli intellettuali (che doveva esser quello, scriveva il filosofo in Politica e cultura nel 1955, «di seminare dubbi e non di raccogliere certezze»); la ricerca di una teoria generale della politica; le riflessioni sulla democrazia.
Di Sartori ricorda come senza di lui la scienza politica non avrebbe fatto la sua (ri)-comparsa in Italia e soprattutto come «la teoria della democrazia, l’analisi dei partiti e, soprattutto, dei sistemi di partiti e l’ingegneria costituzionale comparata si troverebbero sicuramente a uno stadio di avanzamento nettamente inferiore a quello attuale» nel nostro Paese.
«Rappresentavano entrambi l’élite del pensiero, erano certamente minoritari già ai loro tempi e tuttavia – ricorda Pasquino – entrambi traevano vantaggio dalla sfida di voler migliorare la cultura politica dei loro interlocutori, ovvero della classe dirigente, così come quella dei cittadini». Per Sartori, del resto, non solo il pluralismo era un elemento irrinunciabile della democrazia. Per l’autore de Il Sultanato, ricorda, sarebbe stata inconcepibile la polemica odierna del “popolo contro l’élite”: «chi si candida a guidare un paese, diceva, non poteva che avere una solida preparazione».
LEGGI IN PDF Intrervista Settimanale Diocesano
Il populismo nel cuore (delle democrazie)
Nessuna nostalgia per il passato, nessuna paura per il futuro. Capire il presente per costruire il futuro. Queste sono le due considerazioni che hanno guidato la mia lettura del denso, stimolante, efficace volume di Ferruccio Capelli, Il futuro addosso. L’incertezza, la paura e il farmaco populista (Milano, Guerini e Associati, 2018). Ho anche pensato che il presente è il prodotto del passato, di scelte, errori e responsabilità personali che bisogna individuare e criticare, superare. Differentemente da Capelli, credo che il presente non sia tutto populismo. È molto diversificato, non ha bisogno del “farmaco” populista, ma di politica e già contiene non pochi anticorpi che debbono e possono essere sollecitati. La grande trasformazione degli ultimi trent’anni è stata innescata, secondo Capelli, da due possenti motori: la globalizzazione (finanziaria e delle comunicazioni) e l’innovazione tecnologica. È stata giustificata e sostenuta dall’ideologia neo-liberale. Si è manifestata in tre ambiti, ovvero secondo tre modalità: la disintermediazione, la solitudine (involontaria) e lo spaesamento (culturale). L’esito complessivo è stato quello di aprire grandi spazi – vere e proprie praterie – alle incursioni populiste. Il populismo, o meglio, i populisti offrono una risposta che definirò ricompositiva: mettono insieme il loro popolo (gli altri, quelli che non ci stanno a farsi mettere insieme e continuano a essere molti, si meritano la definizione di “nemici del popolo” e come tali sono trattati), lo utilizzano contro le élite (l’establishment che Capelli sembra identificare con i potenti che si riuniscono a Davos, con coloro che definisce il “Senato virtuale”, ma – di volta in volta – bisognerebbe specificare quale sia loro presenza e influenza dentro ciascun sistema politico e coglierne anche le contraddizioni), applicando politiche escludenti. Nazionalisti, forse, sovranisti di sicuro, quasi tutti i populisti, anzi, le élite (!) populiste appartengono a un passato del quale, però, non rivelano particolare nostalgia, tranne quella per un’omogeneità etnica, sicuramente non più recuperabile.
Disintermediazione vuole dire, secondo Capelli – e sono d’accordo – la scomparsa di capacità associative e, al tempo stesso, l’indebolimento di tutte le associazioni intermedie che avevano costituito il tessuto connettivo dei processi di democratizzazione e di consolidamento delle democrazie. A sostegno di ciò potrei citare alcuni importanti politologi che hanno scritto e argomentato che le democrazie sono inconcepibili senza partiti. Preferisco ricordare che – secondo Palmiro Togliatti – i partiti sono “la democrazia che si organizza”. Giustamente, Capelli chiama in causa Alexis de Tocqueville e il suo elogio con sorprese delle propensioni associative degli americani, forse sottovalutando il pericolo del conformismo che l’aristocratico francese intravedeva in democrazie basate sull’uguaglianza di condizioni. Sotto dirò di più su uguaglianza e disuguaglianze.
Certo, la solitudine non conduce a interesse politico, a partecipazione politica, a solidarietà. La folla solitaria del sociologo americano David Riesman, pubblicato nel 1950, con un sottotitolo rivelatore: A study of the changing American character, precede di quasi cinquant’anni il – forse triste forse no – “andare a giocare a bowling da soli” (ossia senza una squadra di amici), best seller di Robert Putnam relativo al capitale sociale, vale a dire alle reti di rapporti sociali e affettivi che rendono la vita migliore. Naturalmente un conto è rimanere/ritrovarsi soli, un conto è il volere essere soli e non curarsene poiché si è convinti di possedere le risorse intellettuali, culturali, professionali per cavarsela senza l’aiuto di nessuno e per attivarsi esclusivamente con l’obiettivo di proteggere e promuovere i propri interessi. Sono i “post-materialisti” intelligentemente individuati e studiati da Ronald Inglehart, prodotti e produttori di una rivoluzione silenziosa nei costumi e nei comportamenti.
“Lo spaesamento del cittadino, senza mediazioni e senza cornici culturali, è un altro volto della solitudine dell’uomo [e della donna!] contemporaneo. Egli è libero, svincolato dalle tradizioni e da vincoli predefiniti con gli altri esseri umani, ma l’esercizio della sua libertà si rivela quanto mai problematico” (p. 177). Nel 1941, il grande psicologo Erich Fromm colse nel desiderio di fuggire dalla libertà – ossia dalla necessità di scegliere e dalla corrispondente responsabilizzazione – una delle ragioni per le quali uomini e donne si assoggettarono ai fascismi e al nazismo. Oggi, forse, è il leader populista a offrire questa protezione dalla libertà che, però, il cittadino esercita “nella galassia infinita del mercato” (p. 117).
Dietro o intorno a tutto questo stanno, da un lato, l’irresistibile globalizzazione, cioè un processo forse ingovernabile, certamente non governato; dall’altro, la vittoria su tutta la linea, sostiene Capelli, dell’ideologia neo-liberale. Le capacità di ciascuno e di tutti si misurano attraverso la competizione nei mercati. Il merito viene premiato. Gli sconfitti sono responsabili della loro condizione. Al massimo, lo Stato deve adempiere al compito di regolatore e valutatore. Non deve mai intervenire a favore di chicchessia, ma noi sappiamo – o forse no, sostiene Capelli – che esiste un Senato virtuale, fatto dai potenti in ciascun settore, che squilibra tutta la competizione e, quindi, che incide sugli esiti facendo diventare più ricchi i ricchi e più poveri i poveri. “Il populismo è il sintomo [sosterrei, piuttosto, che è l’esito] più evidente della crisi della politica ridotta nella stagione neoliberale a tecnica di adattamento al mercato e di gestione del contingente” (p. 150).
Secondo Capelli, il populismo indica “un umore, uno stile, una mentalità” (p. 165). È mia opinione, invece, che il populismo debba essere letto e analizzato come un modo, uno dei modi possibili di fare politica nelle democrazie (Orbán è certamente un populista, mentre Putin e Erdogan praticano modalità populiste, ma sono due capi di regimi autoritari, nel caso turco con una spruzzata di fondamentalismo islamico). Dirò di più. In tutte le democrazie è insita una “striscia” di populismo, nel caso italiano accompagnata e pervertita da un cocktail di antipartitismo, antiparlamentarismo e anti-politica. Nelle democrazie più disintermediate – solitarie e spaesate – quella striscia s’ingrossa e confluisce nelle organizzazioni populiste. Non tutto quello che in politica non ci piace è populismo, ma il populismo non può piacere a chi ritiene che la democrazia abbia forme e limiti nei quali si esprime il popolo, funzioni tenendo conto di freni e di contrappesi, protegga e promuova diritti di tutti, delle minoranze di vario tipo, delle opposizioni. Ciò detto, non concordo con Capelli su un altro punto rilevante. La democrazia non ha mai promesso eguaglianza, meno che mai eguaglianza economica (né uguale soddisfacimento di aspettative, preferenze, obiettivi, bisogni). Sartori ha scritto che democrazia è soltanto, ma è moltissimo, isonomia: eguaglianza di fronte alla legge. Dal canto mio, sosterrò che la democrazia promette al popolo (demos) che potrà esercitare potere (kratos), nulla di più. Quel popolo e i singoli cittadini otterranno/eserciteranno influenza sulle decisioni politiche in base alla loro capacità di organizzarsi e di convincere – di volta in volta – le maggioranze. Quel popolo e i singoli cittadini hanno spesso chiesto uguaglianze (plurale) di opportunità e le socialdemocrazie sono spesso riuscite a dare e ridare quelle eguaglianze. Non ho qui lo spazio per indagare se la promessa di eguaglianze di opportunità non possa essere riproposta opportunamente riformulata.
Sostiene Capelli che la crisi della democrazia contemporanea dipenda da un elemento specifico: “mai tante promesse di eguaglianza e mai tante disuguaglianze”. Non credo che sia così. La crisi affonda le radici proprio nei tre fattori da lui abilmente delineati all’inizio della sua analisi: disintermediazione, solitudine, spaesamento e in un quarto fattore da lui stesso accennato: il declino della rappresentanza politica. La soluzione sta in più democrazia, ma sicuramente nient’affatto in quella proclamata come “uno vale uno” (incidentalmente, in nessun ambito uno vale uno) che fa tutt’uno di masse disintermediate che si affannano ad osannare (qualc)uno. Più democrazia non significa neppure che tutte le decisioni di qualsiasi genere debbano essere sottoposte sempre a votazioni popolari attraverso Internet. Significa, invece, che è diventato imperativo esplorare tutte le potenzialità della democrazia deliberativa, delle modalità di istruzione di una decisione, di discussione di un problema, di diffusione delle conoscenze, di apprendimento, di coinvolgimento della cittadinanza fino alla decisione motivata. Qui s’incrociano la politica (“tutte le cose che succedono nella polis”) e la democrazia (il potere dei cittadini sempre più istruiti in materia). No, il populismo non ha vinto e non vincerà. Altri futuri sono possibili.
Pubblicato il 22 febbraio 2019 su casadellacultura.it
Un partito, per favore, se avete l’idea di come rifarlo
Sperare di fare crescere l’oggetto Partito Democratico a partire dalla sua attuale collocazione elettorale (e molto probabilmente abitativa dei suoi dirigenti e dei suoi parlamentari) ovvero le Zone a Traffico Limitato delle città italiane, oppure andare in mare aperto alla conquista di quella terra incognita che si chiama periferia (non solo geografica)?
Non dovrebbe essere questo il dilemma di fronte al quale i candidati alla segreteria del PD avrebbero l’onere e l’onore di dare una risposta iniziale? Finora non sono neppure riuscito a sentire il famigerato “silenzio assordante” di (in rigoroso ordine alfabetico che, casualmente è anche di vicinanza al Renzi/smo): Giachetti, Martina, Zingaretti.
Leggo, invece, che il PD, non di un segretario a capo di un’organizzazione sul territorio, avrebbe bisogno, ma borbotta Romano Prodi, di un padre (Scalfari scrive di un presidente certificando l’irrilevanza di Orfini, il presidente in carica).
Rigettando, in ossequio, come si conviene a una delle più viete e logore tradizioni della sinistra, il problema della leadership, Michele Salvati (e dire che l’aveva finalmente trovato il leader dei suoi sogni: Matteo Renzi. Gli aveva anche consigliato di continuer le combat, nelle sue parole: “Renzi, stick to your guns“) di recente ha argomentato, all’incirca per la trentesima volta in questi anni, la necessità di costruire un partito di sinistra liberale oppure liberale di sinistra. Quali ne siano i connotati di cultura politica (la presa in giro dei professoroni e dei gufi?) e quali le coordinate organizzative (oltre il giglio magico?) è, evidentemente, non soltanto per l’editorialista del Corriere, un problema irrilevante.
Per fortuna non così irrilevante da impedire ad Antonio Floridia di andare a vedere e valutare la democraticità del partito, le modalità previste dallo Statuto per garantire partecipazione e influenza, per coinvolgere simpatizzanti e potenziali elettori.
Poiché non è una detective story, la sua conclusione Floridia la mette nel titolo: Un partito sbagliato (Castelvecchi 2019). Alzata di scudi di Anzaldi, Ascani, Boschi, Romano, Serracchiani e del meritatamente ex-senatore Esposito, ripulsa sdegnata dei gruppuscoli dirigenti?
No, nessuno ha letto il libro né, in tutt’altri affari impegnati, troverà il tempo per leggerlo anche perché da leggere c’è già il Manifesto di Calenda, notissimo esperto di partiti e di rassemblements (a condizione che tengano fuori LeU), non di sistemi elettorali poiché il ruolo è occupato e presidiato da Ettore Rosato, quello della legge vigente.
Cartello europeista ‘ha da esse’ anche se, regole ciniche e bare, per il Parlamento europeo si vota con una legge proporzionale che suggerisce di trovare, costruire, appoggiare una pluralità di soggetti intorno a poche parole d’ordine con una pluralità di candidature di diverse estrazioni e con qualche curriculum europeo/europeista.
Il dilemma torna ineludibile: in quelle periferie si arriverà (non oso scrivere si “penetrerà”) ancora con nome e logo del Partito Democratico oppure è preferibile cercare il nuovo, magari dopo un’ampia discussione fra persone che, da un lato, se ne intendono, dall’altro, garantiscono di impegnarsi per un progetto ideale di lungo periodo, non per ricompense immediate e tangibili?
La rottamazione fu soltanto il tentativo, fallito, di fare piazza pulita. Oggi e domani, trascorso il lungo inverno leghista-stellato, il compito è non trovare casualmente un contenitore, ma formare un’organizzazione di uomini e donne, che non è una ditta (oggi piccola bottega artigiana che rischia lo sfratto), ma neppure un veicolo personalizzato. Che non può più in nessun modo essere il Partito Democratico che vediamo. Che è uno strumento per fare politica intesa sì come ottenere voti e conquistare cariche, ma anche come dare rappresentanza (ai cittadini, non all’indistinto popolo) e offrire capacità di governo.
“Sentinella sentinella quando finirà l’inverno?” “Quando avrete preparato la primavera”.
Pubblicato il 20 febbraio 2019 sul blog di Pasquino Huffingtonpost.it








