Home » Uncategorized (Pagina 17)
Category Archives: Uncategorized
Mattarella e le lezioni di diritto alla destra @DomaniGiornale

Arbitro, equilibratore, notaio: nel corso del tempo, ai Presidenti della Repubblica italiana è stata data una collocazione super partes e attribuito un ruolo variamente definibile come asettico. Con Cossiga e soprattutto con Scalfaro e poi Napolitano, quel ruolo divenne di grande protagonismo costituzionale. Memorabile la risposta di Napolitano a chi lo accusava di essere di parte: “sì, sto dalla parte della Costituzione”.
Ricordare e spesso insegnare la Costituzione alle nipotine e ai nipotini di coloro che votarono contro, sempre contrapponendo il presidenzialismo alla democrazia parlamentare, e a coloro che, anche quando, raramente, l’hanno letta, non sono andati oltre la prima riga dei diversi articoli, è il compito, come ha scritto Daniela Preziosi, di “pedagogia costituzionale” nel quale Mattarella dà il meglio di sé. Con buona pace delle diplomatiche smentite del Quirinale, è spesso possibile cogliere nelle brillantemente dosate parole del Presidente severe critiche alle azioni e alle dichiarazioni del governo e dei partiti, non solo di governo. Inevitabilmente, se le politiche governative contrastano palesemente con il dettato costituzionale, il Presidente della Repubblica ha non soltanto il diritto, ma il dovere di intervenire. Quando il riferimento è ad un articolo della Costituzione sembra utile per una migliore comprensione fare riferimento alle conoscenze e alle motivazioni che stanno a fondamento di quell’articolo. Ad esempio, non pochi Costituenti erano stati costretti all’esilio dal fascismo. Insieme a loro molti oppositori avevano avuto vita grama nei paesi che li ospitarono. Il riconoscimento, sancito nell’art. 10, del diritto d’asilo politico, è la logica conseguenza di esperienze di vita vissuta nonché di una visione del mondo ispirata a giustizia e solidarietà.
Il Presidente della Repubblica non è un freno e un contrappeso costituzionale al governo, a nessun governo di qualsiasi composizione. Sono, comunque, governi da considerare legittimi in quanto espressione di una maggioranza parlamentare scaturita dalle elezioni, governi il cui capo ha lui stesso nominato e i cui ministri ha approvato. Nella misura in cui si sente costretto a intervenire il Presidente lo fa in nome della Costituzione non per favorire qualsivoglia opposizione. È sufficiente ricordare il sostegno esplicito agli aiuti alla “martoriata” (l’aggettivo più frequentemente usato dal Papa) Ucraina. Con l’art. 11 i Costituenti, ancora una volta per esperienze personali e per maturata concezione del mondo, ripudiarono le guerre “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, accettando la partecipazione italiana ad azioni coordinate che conducano alla pace e alla giustizia.
Non mi pare necessario procedere a calcolare tutte le volte che gli oppositori dell’attuale governo hanno espresso posizioni contrarie a quelle, pienamente in linea con la Costituzione, argomentate e sostenute da Mattarella. Mi limito a sottolineare con forza che non si deve fare uso della Costituzione italiana à la carte, prendendo quel che piace e manipolando quel che va contro le proprie preferenze politiche. Il Presidente, instancabile predicatore costituzionale, ricorda a smemorati, opportunisti e manipolatori che le loro posizioni sono semplicemente sbagliate.
La riforma del cosiddetto premierato toglierebbe al Presidente della Repubblica i suoi due poteri costituzionali più importanti: nomina del Presidente del Consiglio e scioglimento o no del Parlamento. Rimarranno sulla carta, totalmente svuotati di sostanza. Quanto questo svuotamento inciderebbe sul ruolo complessivo del Presidente è un quesito tanto legittimo quanto rilevante. Appare molto improbabile, persino a prescindere dalle sue qualità personali e competenze, fattore comunque da non sottovalutare, che un Presidente fortemente ridimensionato, disarmato, riuscirebbe a diventare e rimanere un convincente predicatore costituzionale, protagonista della vita della Repubblica. Memento.
Pubblicato il 18 dicembre 2024 su Domani
Cosa vuole Conte, il “progressista” ancora riluttante @DomaniGiornale

Che siano alquanto meno o poco più del 10 per cento i voti degli elettori del “nuovo” partito, si può dire?, delle 5 Stelle saranno indispensabili a qualsiasi aggregazione elettorale e politica che voglia essere competitiva e davvero alternativa al centro-destra. Chiamato direttamente in causa, ma la domanda non c’era nella deliberazione fra gli iscritti conclusa domenica, Giuseppe Conte si è dichiarato “progressista indipendente”. Via all’esegesi. Che progressista si contrapponga a conservatore non ci piove. Che, chiaramente, l’attuale governo oscilli tra dure politiche conservatrici e irrefrenabili pulsioni reazionarie è difficile metterlo in dubbio (anche se non mancheranno i buoni samaritani “di sinistra” che si affretteranno a puntualizzare diversamente, qualunquemente). Che, infine, il significato specifico e i contenuti concreti sia del progressismo sia dell’indipendenza meritino precisazioni non solo professorali (tutte nelle mie corde!), ma in special modo politiche è il problema da risolvere. Bisogna farlo, primo, non lasciandolo soltanto a Conte; secondo, sapendo a quali interlocutori ci si vuole rivolgere.
Gli interlocutori sono almeno due: primo, dirigenti, attivisti e elettori che si collocano nel, lo debbo proprio dire, “campo” progressista, e, secondo, quei molti elettori che si collocano nel campo, da qualche tempo molto affollato, astensionista. Può ben darsi che gli elettori astensionisti, un bell’ossimoro, siano già stati nel recentissimo passato elettori del Movimento 5 Stelle più per l’opportunità della protesta che per l’attrattività della proposta. Invece di andare a caccia degli elettori che da qualche tempo convergono sul Partito Democratico, Conte dovrebbe tentare il recupero di molti di quegli astensionisti.
La posta in gioco è il prossimo governo, la proposta è il rilancio di alcune politiche dei 5 Stelle sia economiche, la povertà è tutt’altro che abolita, sia politiche, è molto utile ripetere “onestà onestà onestà”, meglio se con una declinazione non populista (popolo immacolato contro elite corrotte) sia istituzionali. Aperta la scatoletta parlamentare del tonno, come rivederne poteri e compiti in sé e nei confronti del governo che, consenziente la sua maggioranza, svilisce le attività di controllo e di rappresentanza che caratterizzano i parlamenti migliori, può diventare un contributo in grado di acquisire visibilità e consenso.
Qualcuno suppone e teme che l’obiettivo dell’indipendenza del Conte progressista sia quello di tornare a fare il Presidente del Consiglio. Competition is competition: l’obiettivo è legittimo, ma in discussione sono le modalità con le quali perseguirlo e, ancor di più, conseguirlo. Con qualche mugugno nel centro-destra si è addivenuti al criterio del “chi ottiene più voti”. In democrazia, in tutte le democrazie parlamentari è il criterio meno controverso, sostanzialmente applicato quasi senza eccezioni e, quel che più conta, maggiormente apprezzato dagli elettori. Comunque, Conte può perseverare nella sua ambizione nutrendola non soltanto con proposte programmatiche originali, indipendenti, ma con la strutturazione del nuovo partito sul territorio. L’abolizione del limite dei due soli mandati elettivi è forse stata sottovalutata nei suoi effetti, ma non da Grillo. Il “creatore” del Movimento vi si è frontalmente opposto perché in assenza di limiti alla rielezione in tempi relativamente brevi si andrebbe formando un gruppo dirigente esperto e competente sul quale lui non avrebbe avuto più nessun controllo. Comunque, ci sarà molto da studiare, imparare, fare. Conteranno le capacità di reclutamento a livello locale prima che nazionale e i criteri di selezione, ma la strada è aperta. Non importa quanto indipendente, il progressista deve cercare di percorrerla con il maggior numero di amici e alleati leali.
Pubblicato il 11 dicembre 2024 su Domani

Intervista raccolta da Giacomo Puletti
Professor Pasquino, ieri la segretaria dem Schlein da Pomigliano si è espressa su Stellantis chiedendo a Elkann di essere audito in Parlamento, Conte e Calenda lo avevano già fatto. La sinistra sta tornando tra gli operai?
Già il fatto che si parli di ritorno è preoccupante perché vuol dire che si erano dimenticati degli operai da molto tempo. Davanti alle fabbriche dovrebbero starci in primis i sindacati, altroché che chiamare alla rivolta sociale. Per quanto riguarda Conte, lui va tra gli operai per cercare di ottenere un minimo di consenso soffiando sulle proteste, mentre Schlein dovrebbe avere contatti più frequenti e organizzati. Dovrebbero esistere figure nel partito che curano questi rapporti, perché farsi vedere davanti ai cancelli ogni tanto non serve a granché.
Pensa che i recenti attacchi di Conte al Pd derivino dal fatto che, vista la faida interna con Grillo, l’ex presidente del Consiglio si senta un po’ un leone ferito?
Chiamare Conte leone mi pare eccessivo … Il leader M5S rilascia dichiarazioni, ma non c’è alcuna sostanza nelle sue frasi. Dice che è progressista ma non di sinistra ma non c’è progresso se non si sta a sinistra, visto che la destra è solitamente conservazione. Conservazione anche di cose buone, per carità, ma il progresso sta a sinistra, nel tentativo di cambiare le cose. Se dice che non è a sinistra allora non è neanche progressista. Dopodiché Conte interpreta un elettorato che in parte è progressista ma non tutto, perché una parte è qualunquista e anzi il M5S nasce proprio con questa chiave del no a tutto. Tanto che oggi la guerra con Grillo è proprio sull’anima del Movimento, su quel che il M5S deve essere. Se si abolisce il limite dei due mandati si apre a una nuova classe politica rispetto a quella del primo M5S. Ma ricordiamoci che il 5-6 per cento dei voti è necessario a qualsiasi coalizione di centrosinistra se vuole vincere.
Un’eventuale scissione di Grillo creerebbe danni a Conte?
Diciamo che porterebbe all’indebolimento di entrambi. Anche perché non è che se Grillo fa la scissione allora riporta il M5S al 20-25 per cento. Anzi. Ma il partito di Conte perderebbe molti attivisti. Sarebbe la fine dell’illusione che si potesse tenere sulla corda quel 30% di elettori portandoli su alleanze varie, prima con la Lega e poi con il Pd, sempre al traino di Conte che non essendo né carne né pesce va bene per tutto. Ma è appunto un’illusione che dura un mandato, perché poi rivela tutti i suoi limiti.
Dunque Conte non dovrebbe temere il voto di questi giorni?
Stiamo dando a Grillo, Conte e il M5S un’importanza che non ha. Si tratta di un partito del 10% che forse perderà ancora voti. Grillo forse cercherà di ostacolare Conte ma non sappiamo nemmeno se ce la farà. Lo stesso Conte sta perdendo visibilità e non tornerà mai al governo, perché non può fare il presidente del Consiglio se è a capo di un partito con meno del 10%. Insomma, lasciamoli lacerare al loro interno, poi con quel che resterà torneremo al dialogo.
Chi sta invece incrementando i propri consensi è Avs: i voti di Fratoianni e Bonelli arrivano da quelli in uscita dai Cinque Stelle?
Credo che quelli che hanno votato 5S e che non lo votano più siano elettori fondamentale astensionisti. E che sarebbero stati astensionisti già nel 2013 senza i Cinque Stelle. La crescita dell’astensionismo è data da quel tipo di elettori, che sono prevalentemente giovani. Una parte di loro forse sono interessati all’ambiente o in cerca di lavoro e quindi Fratoianni e Bonelli li raggiungono, ma anche in questo caso non esagererei troppo visto che hanno comunque il 6-7%. Ma qualcosa di utile si sta vedendo.
C’è poi l’incognita della gamba moderata della coalizione: crede che anch’essa sia necessaria per la vittoria, a prescindere da Renzi e Calenda?
Anche quella serve, ma non so come si riesca a prescindere da Calenda e Renzi. In qualche modo bisogna convincerli a fare un tipo di campagna elettore e di politica che permetta di raggiungere un elettorato centrista. Ma se il loro scopo fosse quello di strappare voti al Pd, allora la sconfitta sarebbe di tutti. Devono trovare elettori moderati che però pensano che il paese debba cambiare e portarli nell’ambito del centrosinistra.
Dunque con l’obiettivo di togliere voti a Forza Italia e non al Pd …
Non solo non devono togliere voti al Pd ma non devono nemmeno criticare in maniera ossessiva le scelte del Pd. Devono delineare un’alternativa dicendo cosa farebbero loro, che tipo di visione hanno e soprattutto devono dichiararsi sostanzialmente europeisti, compreso Renzi che ultimamente ha criticato e non poco l’Europa e Ursula von der Leyen, e convincere quella parte di elettori che oggi votano Fi.
Venendo al Pd, crede che l’exploit del partito alle Regionali sia il segnale di un ritorno a un centrosinistra pigliatutto dei tempi di Renzi e Prodi?
Né l’uno né l’altro. Con Prodi l’elemento trainante era il leader stesso. I Comitati per l’Italia erano stati la grande innovazione che gli permisero di raggiungere settori della società civile importanti numericamente e per quello che rappresentavano. Nel 2014 l’elettorato aveva colto in Renzi, giustamente, la novità ma erano Europee e il Pd è da sempre considerato il partito italiano più europeista. Schlein deve tornare all’idea che il partito deve esser davvero presente nel territorio e quindi dire basta alle candidature paracadute e invece dirsi favorevole alle primarie, verso le quali resta diffidente. Insomma, non vedo ancora quel tentativo di strutturazione vera del partito.
Cosa manca perché si arrivi a quella fase?
Manca una cultura politica, se le chiedessi qual è la cultura politica del Pd non saprebbe rispondermi. E neanche gli italiani. Il Pd oggi è una cosa che sta lì grosso modo nel centrosinistra con qualche visione progressista ad esempio sul salario minimo e sulla sanità che condivido ma non saprei aggiungere altro se non l’europeismo. Quest’ultimo tuttavia con importanti cadute di stile come Strada e Tarquinio, impresentabili.
Pensa che proprio la politica estera potrebbe essere lo scoglio più alto per un futuro centrosinistra di governo?
Sul tema non capisco l’opportunismo di Schlein. Due punti a me sono chiari e sono quelli che mi distanziano profondamente dal Pd. Il primo è che si tratta di un’aggressione russa all’Ucraina, il secondo è che si tratta di un’aggressione di un regime a uno stato democratico. Poi si può discutere di come sostenere Kiev ma se il Pd non capisce i due punti fondanti c’è un problema per il partito, per i suoi elettori e per i suoi rappresentanti. Prima ancora che con gli alleati internazionali.
Pubblicato il 7 dicembre 2024 su Il Dubbio
Democrazie e crisi delle istituzioni #Intervista a Gianfranco Pasquino @RadioRadicale
ASCOLTA ► https://www.radioradicale.it/scheda/746133

“Democrazie e crisi delle istituzioni. Intervista a Gianfranco Pasquino” realizzata da Antonello De Fortuna con Gianfranco Pasquino (professore emerito di Scienza Politica all’Alma Mater Studiorum di Bologna).
Gianfranco Pasquino parla della crisi delle istituzioni in Francia e dello stato di salute delle democrazie europee.
Nel corso dell’intervista Pasquino analizza anche il momento del Movimento Cinquestelle.
Nel corso dell’intervista sono stati trattati i seguenti temi: Astensionismo, Barnier, Cittadinanza, Consultazioni, Conte, Democrazia, Elezioni, Esteri, Francia, Governo, Grillo, Le Pen, Legge Elettorale, Macron, Movimento 5 Stelle, Partiti, Politica, Presidenza Della Repubblica, Presidenziale, Voto.
Con gli scioperanti, oltre lo sciopero #ParadoXaforum

Da troppo tempo alcuni leader sindacali valutano l’esito di uno sciopero con riferimento esclusivo al numero/alla percentuale dei partecipanti, degli scioperanti. Spesso, con qualsiasi governo, la Confindustria sembra preferire il silenzio, ne segue una guerra di cifre, più o meno affidabili che l’opinione pubblica non è mai in grado di valutare. Purtroppo, a quello che so, nessuno va a vedere e dice se l’obiettivo dello sciopero è stato effettivamente, in tutto o in quanta parte, conseguito. Si è impedita la chiusura di una fabbrica? è stato revocato il licenziamento di uno o più lavoratori? sono migliorate le condizioni e i tempi di lavoro? è ripartita la contrattazione sui salari? infine, con riferimento al più recente sciopero generale, saliranno adesso i salari italiani tristemente e pericolosamente collocati fra i più bassi degli Stati membri dell’Unione Europea?
La mia domanda di fondo è: “quando lo sciopero è il migliore e il più efficace strumento di lotta dei lavoratori?” Nessun retropensiero, ritengo che sia necessario cercare e trovare al più presto strumenti nuovi che i lavoratori dipendenti e i loro rappresentanti sindacali riescano ad usare flessibilmente con probabilità di maggior successo. Non intendo ledere nessuna suscettibile maestà di leader sindacali dallo stentoreo ego, subito difesi da qualche commentatrice che ha a cuore, “com’è buona lei!”, la causa di chi è condizioni di debolezza relativa e che neppure si interroga su eventuali alternative. Il conflitto è e rimane, come sanno soprattutto i liberali-liberali, la fonte principale dell’innovazione.
Il fatto che la CISL non abbia sentito il bisogno di partecipare a molti degli scioperi recenti, indetti congiuntamente da CGIL e UIL, compreso lo sciopero generale, non turba nessun sogno dei corifei di Landini&Co. Anzi, schierarsi con le posizioni e le esternazioni del segretario generale della CGIL viene considerato decisivo anche poiché è segno di opposizione (rivolta sociale, sic, contro) ad un governo in odore, e forse più, di fascismo.
Fermo restando che, personalmente, non ho neanche il minimo dubbio che tutti gli scioperi sono legittimi, semmai da criticare in casi di violenza e distruzioni, e che so che specialmente lo sciopero generale è politico nel senso migliore del termine contrapponendosi alla politica del governo, i miei due interrogativi di fondo rimangono: quando e come lo sciopero è ancora efficace e serve davvero a migliorare le condizioni dei lavoratori? oltre che auspicabile, non è anche venuto il tempo di procedere a trovare modalità alternative di lotta che, in aggiunta ad un maggior coinvolgimento dell’opinione pubblica, giovino al sistema economico e politico? Non sarebbe questo il ritorno del sindacato a svolgere quella funzione nazionale tenacemente argomentata dai dirigenti sindacali italiani negli anni cinquanta e seguenti e allora svolta con notevole successo?
Pubblicato il 5 dicembre 2024 su PARADOXAforum
Su Stellantis hanno tutti torto. La crisi si supera solo in Europa @DomaniGiornale

Il caso è Stellantis oppure è Carlos Tavares? Sicuramente, per il suo ruolo di capo e per la sua ingente liquidazione (100 milioni di Euro paiono spropositati a prescindere e già sono un problema in sé), Tavares merita il massimo dell’attenzione e della riprovazione. Ma non unicamente. Le difficoltà di Stellantis sotto la costosa gestione di Tavares derivano da scelte sbagliate sulle quali, a cominciare dai proprietari e quindi da John Elkann e dagli azionisti, pochi, forse nessuno, hanno sostanzialmente, tempestivamente fatto obiezione. Stabilire una graduatoria dei “disattenti” e degli opportunisti e quindi anche degli (ir)responsabili è utile poiché può servire a mettere in guardia per il futuro. Anche se vistisi sempre negare da Tavares il ruolo di interlocutori, i sindacati dovrebbero comunque interrogarsi se e come, oltre alla legittima difesa dei livelli occupazionali, non sarebbe opportuno da parte loro esercitarsi anche in approfondimenti concernenti la produzione, tipo e quantità, e l’immissione di quali modelli automobilistici sul mercato.
Mi pare sia giusto chiamare a rispondere del loro (in)operato anche i ministri che si occupano di economia e di industria. Tuttora preda di qualche sudditanza psicologica e un tantino anche politica nei confronti di quella grande compagnia automobilistica? Per la Confindustria parla il devastante editoriale del “Sole 24 Ore”, forse, ma ascoltare le interpretazioni e le valutazioni del Presidente e dell’ufficio di presidenza potrebbe apportare altri elementi conoscitivi certamente utili. Meno, molto meno condivisibile, mi sembra la ricerca, come ha prontamente fatto Giorgia Meloni (metto convintamente Salvini in secondo piano) di un capro, caprone, espiatorio nelle politiche ecologiche e di transizione all’elettrico decise e perseguite dall’Unione Europea.
Buona parte degli analisti più preparati sostengono che le difficoltà di Stellantis dipendono dalle politiche volute e decise da Tavares in persona. Tuttavia, in qualsiasi modo si cercherà di uscire da una situazione difficilissima e pesantissima del settore automobilistico che coinvolge anche Volkswagen, all’Europa sarà necessario rivolgersi. In Europa bisognerà cercare la soluzione. Da un lato, non possiamo fare finta che la concorrenza cinese prima di, eventualmente, sconfiggerla sul terreno della qualità e dell’innovazione, bisogna arginarla. Sullo stesso terreno, è opportuno temere le politiche commerciali e di fissazione di dazi dell’Amministrazione Trump. Dall’altro, forse stiamo per mettere alla prova uno dei suggerimenti operativi del Rapporto Draghi sul futuro della competitività europea. Grande magari non è sempre bello, ma può essere vitale. Quanto basterà procedere a qualche forma di coordinamento delle politiche nel settore dell’auto, tuttora e prevedibilmente nel futuro prossimo, molto importante per il lavoro, l’imponente indotto, la ricerca e l’innovazione con i suoi effetti spill over e quanto, invece, bisognerà avviarsi sulla strada delle concentrazioni per giungere a giganti industriali competitivi, ma inevitabilmente poi interessati ad una fetta di potere politico europeo?
Le soluzioni intermedie, che riguardino investimenti, occupazione, bilanci, debbono essere cercate non come (costosi) tamponi, ma come premesse di una strategia di lungo periodo da presentare e discutere con le autorità governative italiane e europee. Il caso Stellantis non è solo un test di come rispondere ad una grave emergenza. Può diventare e deve essere una opportunità di elaborazione e attuazione di politiche europee lungimiranti.
Pubblicaro il 4 dicembre 2024 su Domani




