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Dove vanno i vicepresidenti USA? Qualche rara volta persino alla Casa Bianca #ParadoxaForum

La domanda è: se e quanto sono stati avvantaggiati i vicepresidenti USA che hanno cercato di succedere ai loro Presidenti? Restringo l’analisi al periodo post-1945 cosicché inevitabilmente dispongo di pochi casi (ma pochissimi furono i precedenti) che, però, mi consentono di dare una risposta precisa. Il successo è arriso ad una sola successione. Nel 1988 il repubblicano George H. Bush ha conquistato la Casa Bianca dopo essere stato per due mandati Vicepresidente di Ronald Reagan. Nel 1960 questa operazione non riuscì Richard M. Nixon che era stato vicepresidente del repubblicano Dwight Eisenhower (1952-1960). Nel 2000 non riuscì neppure al democratico Al Gore che era stato vicepresidente di Bill Clinton (1992-2000).

   In circostanze tragiche il Vicepresidente prima entrato in carica per completare il mandato del suo Presidente defunto, rispettivamente Franklin D. Roosevelt e John F. Kennedy, poi ne vince uno in proprio: i democratici Harry Truman (1945-1948; 1948-1952) e Lyndon Johnson (1963-1964; 1964-1968). Il vicepresidente di Truman, il poco noto Alben Barkley, non cercò la nomination alla presidenza; quello di Johnson, il noto e apprezzato Hubert H. Humphrey, la ottenne e perse l’elezione del 1968. Dick Cheney, potente vicepresidente di George W. Bush (2000-2008), falco senza cedimenti e senza compassione, venne considerato impresentabile dagli stessi repubblicani. In estrema sintesi, i vicepresidenti, vi aggiungo il pur competente Walter Mondale, vice del Democratico Jimmy Carter, hanno avuto vita grama.

Le circostanze sembrano più promettenti per Kamala Harris. Rimasta sostanzialmente nell’ombra, incapace di trovarsi una tematica caratterizzante, fino a domenica 14 luglio Harris sembrava, ed era, fuori gioco anche nella campagna elettorale, inutile. La rinuncia del Presidente Baden a cercare il secondo mandato (le) ha aperto una prateria di opportunità, di sfide, di incognite. In quanto vicepresidente è obbligata a rivendicare i successi, che ci sono, del suo Presidente. Però, non può giocare in difesa, tralasciando il non fatto e il malfatto (immigrazione). Al contrario deve portare l’attacco sul fronte di quello che sulla scia di Baden può essere esteso e completato. Soprattutto ha l’opportunità di cambiare il gioco. Non più due uomini bianchi anziani dai quali non può venire nessuna novità, come grandi maggioranze di elettori si lamentavano nei sondaggi lasciando intendere un notevole rifiuto delle urne a prevalente scapito dei democratici. Una ambiziosa donna di colore neppure sessantenne contro un uomo bianco quasi ottantenne con problemi giudiziari e privo della immaginazione politica per andare oltre il vacuo slogan Make America Great Gain: it is another game. La sfida si è spostata sul terreno della mobilitazione di un elettorato molto segmentato, in special modo sul versante progressista. Là Kamala Harris potrà cercare di sfruttare le sue qualità: competenza giuridica, energia politica, biografia anche professionale. Il duello non è più vicepresidente contro ex-presidente alla ricerca della vendetta, uomo bianco con la sua America del passato, che i giudici della Corte Suprema da lui nominati cercano di far rivivere, contro donna di colore, che rappresenta l’America che già c’è, ma sbrindellata e perplessa alla quale offrire una prospettiva. Almeno l’alternativa è crystal clear, cristallina. Il resto è il bello della politica democratica competitiva. 

Pubblicato il 25 luglio 2024 su PARADOXAforum

Ora i dem possono indicare un futuro nuovo all’America @DomaniGiornale

Quello che sembrava dover essere un scontro ripetitivo e acrimonioso fra due uomini bianchi anziani, scontro, secondo i sondaggi, sgradito al 75 percento degli americani, sta trasformandosi effettivamente e senza esagerazioni in una sfida per la conquista dell’anima degli USA. Oppure, meglio, per la (ri)definizione di quell’anima nel XXIesimo secolo. Un uomo bianco ricco, anche di pregiudizi e di condanne, che fa leva sul rancore, da lui sollecitato, veicolato e rappresentato, che non è interessato all’anima, ma al potere alla vendetta, contro una donna californiana progressista di colore, inevitabilmente lontanissima dal mondo di Trump, protagonista di una storia politica e professionale finora coronata da successi.

Vicepresidente tenuta un po’ ai margini del circolo di Biden e incerta sulla definizione del suo ruolo, Kamala Harris si trova improvvisamente proiettata in una sfida già in stato avanzato. Sa che deve difendere e promuovere gli indubbi, ma non agli occhi dei repubblicani, risultati in campo economico e nella sanità, che deve salvaguardare il diritto delle donne all’autonomia nelle sfera riproduttiva, ma sa soprattutto che per vincere deve convincere quell’America plurale, multiculturale, diversificata che si aspetta una visione ottimistica e credibile di un futuro attualmente offuscato da guerre e disordine. Harris può cambiare totalmente le modalità con le quali il conflitto politico si stava sviluppando. Ha la possibilità di girare pagina indicando un futuro plausibile nel quale tutte le minoranze si sentiranno a loro agio, protette e rispettate, ma anche garantite che saranno le loro capacità a fare la differenza.

 Il sogno americano, variamente declinato e attrattivo, non è affatto svanito. Guardando al percorso del vicepresidente repubblicano designato, J.D. Vance, qualcuno potrebbe pensare che il successo arrida di preferenza ai sognatori con la pelle bianca. Quel centinaio di migliaia di uomini bianchi di mezz’età, privi di un diploma e con basso reddito che dal Michigan al Wisconsin e alla Pennsylvania decretarono la sconfitta di Hillary Clinton non sono andati via. Probabilmente continuano a ritenere che la risposta alla loro richiesta di status e di riconoscimento si trovi nello slogan MAGA (Make America Great Again) e che i Democratici continuino a sottovalutarli. A neppure cercare di comprenderli. Comunque, non vedono posto per loro in nessuna composita coalizione multicolore. Qui Kamala Harris trova l’ostacolo più alto.

   Offrire anche a loro opportunità economiche e sociali è assolutamente necessario, imperativo. Potrebbe non bastare se a quelle opportunità non si accompagnano comportamenti credibili di comprensione, empatia, commozione. La nota positiva è che i Democratici sembrano essersi già rapidamente aggregati a sostegno della loro candidata (come oramai non potevano più fare con Biden). La nota al momento negativa è che non sta circolando nessuno slogan, nessuna frase ad effetto che sia affascinante e trascinante (quanto sento la mancanza dei kennediani, a cominciare da Ted Sorensen!)e che contrasti verticalmente quello che è l’alquanto logorato MAGA. Trump e i suoi sostenitori, compresa la maggioranza della Corte Suprema vogliono far rivivere un passato morto, ma male sepolto. I Democratici di Kamala Harris hanno la possibilità e il dovere di indicare come procedere verso la conquista e la rielaborazione dell’anima USA nel prosieguo del secolo. Il tempo è poco, ma tuttora sufficiente.

Pubblicato il 24 luglio 2024 su Domani

La democrazia non muore: è uccisa dalle élite @DomaniGiornale

Le democrazie non muoiono. Le democrazie vengono uccise. Gli assassini delle democrazie sono le élite. A seconda dei tempi e dei luoghi possono essere prevalentemente le élite politiche, militari economiche, religiose, persino culturali. Qualche volta, quelle élite iniziano a indebolire le democrazie violandone alcuni principi, se volete, promesse, fondamentali: l’eguaglianza, mai di risultati, ma quella di fronte alla legge; il pluralismo di diritti e di opportunità; la libera competizione elettorale e il rispetto dei suoi esiti; la rinuncia alla violenza e il riconoscimento che il monopolio dell’uso della forza spetta, senza se senza ma, allo Stato le cui élite agiscono in trasparenza; l’educazione politica e civile della cittadinanza.

Raffinati indicatori dello stato della democrazia nel mondo hanno colto da tempo il declino di molti degli elementi citati sopra anche negli Stati Uniti d’America che, la classifica dell’Economist Intelligence Unit colloca fra le democrazie difettose al 29esimo posto (Italia 31esima). L’attentato a Trump ha sollecitato molti commentatori a ricordare che alcuni Presidenti e qualche candidato sono stati uccisi. Sarebbe forse stato opportuno fare anche riferimento alle numerose e frequenti stragi di civili, a cominciare da quelle nelle scuole. La frase “violence is as American as apple pie” pronunciata più di cinquant’anni fa da un leader delle Pantere Nere non trova smentite. Il movimento “Black Lives Matter” serve a ricordare a tutti quanto razzismo strisci tuttora nella società americana. Il 6 gennaio 2021 l’assalto al Campidoglio di Washington ha rivelato che l’accettazione della sconfitta elettorale non è più un principio cardine condiviso dalla élite politica, economica, culturale repubblicana. Sullo sfondo si aggirano la cultura della cancellazione (della storia e della memoria dalle quali più non si impara) e il politicamente corretto (perniciosa manifestazione del conformismo nella società di massa denunciato da Tocqueville). Entrambi contribuiscono a istituzionalizzare discriminazioni e barriere cognitive. Non è guerra di culture, ma di pregiudizi e di incultura/e.

Partecipante diretta e potente, in questa guerra, ancorché a lungo ritenuta al di sopra e orientata al futuro, la Corte Suprema, con una solida maggioranza tecnicamente reazionaria destinata a durare per almeno una intera generazione, si è schierata a favore, quando conta, delle modalità con le quali il Presidente Trump (che ha nominato tre di loro) interpreta e ha esercitato i suoi poteri. La Corte sta minando il sacrosanto principio liberale della separazione dei poteri e facendo venire meno proprio il principio dell’eguaglianza di fronte alla legge nel momento in cui la legge e la Costituzione sono interpretate in chiave originalista con riferimento alle (presunte) intenzioni dei Costituenti.

Naturalmente, non sono mancate le reazioni dei democratici e dei progressisti USA a tutti questi sviluppi e ai casi più controversi. Però, non ci sono stati coordinamenti efficaci e, spesso, i democratici hanno peccato di (eccesso di) permissivismo nel condonare dichiarazioni e comportamenti offensivi e illegali che si sono moltiplicati e hanno prosperato.

Con fior fiore di studiosi condivido il postulato che una, tutt’altro che l’unica, virtù della democrazia consiste nell’apprendimento collettivo. Sono le donne e gli uomini, prima e più fra le élite che nel popolo, che apprendono, reagiscono, cambiano, formulano nuove idee, riequilibrano regimi sull’orlo del disastro Chi, per arroganza, ambizione, connivenza, ignoranza, impedisce la circolazione delle élite si rende responsabile della morte eventuale della democrazia. Sono pallidi e esangui i segnali che consentano di pensare che nelle élite d/Democratiche USA questa consapevolezza sia già sufficientemente diffusa. Si sta facendo tardi.

Pubblicato il 17 luglio 2024 su Domani

INVITO Berlinguer e la Sinistra Indipendente #19luglio #Bologna

19 luglio 2024 ore 18
Museo Civico Archeologico
Via dell’Archiginnasio, 2 – Bologna

Berlinguer e la Sinistra Indipendente

con Giancarla Codrignani e Gianfranco Pasquino

Lezioni dalla Francia. La democrazia funziona @DomaniGiornale del 10 luglio 2024

Tutt’altro che malandata, come troppi noiosi e sussiegosi commentatori continuano a ripetere, la democrazia funziona. Offre ai cittadini la possibilità di votare liberamente in elezioni competitive fra molti partiti e di produrre qualche alternanza al governo. La buona affluenza alle urne in Gran Bretagna e, soprattutto, in Francia segnala anche che, quando la posta in gioco è alta e la scelta importante, gli elettori decidono che vogliono influenzare l’esito andando alle urne. La buona notizia è che, come è successo domenica in Francia, ci riescono. Dunque, lezione da imparare, l’astensionismo può essere ridotto non solo con pure opportuni interventi che facilitino l’espressione del voto, ma se e quando i partiti, o quel che rimane di loro, vogliono e sanno offrire alternative programmatiche, politiche, valoriali chiare e credibili.

Contrariamente a opinioni malamente diffuse e variamente intrattenute, la democrazia non contiene affatto la promessa che l’esito elettorale si tradurrà immediatamente in un governo chiavi in mano (del Primo ministro). Questa situazione è molto frequente in Gran Bretagna e in alcuni altri sistemi politici che definisco anglosassoni, prodotta non (sol)tanto dalla legge elettorale, ma soprattutto dal formato e dal funzionamento bipartitico del sistema dei partiti, fattori tanto invidiabili quanto sostanzialmente non imitabili, non importabili. Altrove, come nella odierna Francia semipresidenziale, ma abitualmente in tutte le democrazie parlamentari, il governo si forma in Parlamento riflettendo sia i seggi dei partiti sia le loro vicinanze politiche sia le loro preferenze programmatiche sia, quando esistono, le loro collocazioni ideologiche. Sono tutti elementi complessi e mutevoli, ma anche conoscibili e controllabili da chi ha esperienza politica soprattutto laddove la storia politica è storia delle coalizioni di governo. 

Definire con allarmismo davvero peloso (ah, ah: quell’arrogante e presuntuoso Presidente Macron se l’è voluta e meritata) ingovernabilità questa situazione complessa che dopo il voto del 7 luglio caratterizza l’Assemblea Nazionale francese, è francamente fuori luogo. Fuorviante. Sbagliato. Comunque, la presunta ingovernabilità della Francia, che riguarderebbe il sistema politico e dei partiti, non deve in nessun modo essere fatta discendere da una non meglio precisata crisi della democrazia (francese e globale).

Tenere a bada e sconfiggere, questo è il verbo giusto, la sfida del Rassemblement National ha obbligato le sinistre a fare alleanze in parte eterogenee e a congegnare (abilità politica) desistenze indispensabili per vincere nei collegi uninominaIi. Chapeau alla generosità dei desistenti e all’ingegno di chi ha selezionato gli “insistenti”, la quasi totalità dei quali ha vinto. C’è bisogno di ricordare che generosità politica e ingegno istituzionale sono qualità delle quali i centro-sinistri (plurale) italiani non sembrano né disporre né apprezzare né volere imparare? Sì, certo, fatte salve pochissime eccezioni che al momento proprio non riesco a ricordare…

Adesso, la sfida, certamente molto insidiosa, consiste nel tenere insieme le neanche troppo sparse membra delle sinistre francesi. Non è una sfida alla democrazia, il cui stato di salute in Francia ha dimostrato di essere tutto sommato buono. Piuttosto è una sfida alle capacità istituzionali del Presidente Macron e alla saggezza politica dei dirigenti e dei parlamentari di quella che è una maggioranza abbastanza larga e altrettanto composita. Perdere la sfida significherebbe aprire la strada ad una fase di difficoltà di governo, non automaticamente di ingovernabilità. Mi pare una discussione molto prematura da lasciare ai profeti di sventure ricordando a tutti che nessuno dei sistemi politici europei diventati democratici nel secondo dopoguerra ha cessato di esserlo.

Pubblicato il 10 luglio 2024 su Domani

Lezioni francesi per chi ha studiato almeno un poco @formichenews del 08/07/2024

Superata una sfida insidiosa e minacciosa, non solo al regime semipresidenziale, ma in special modo ai suoi valori fondanti, la République ha impartito una lezione democratica molto importante un po’ a tutti, anche al papa preoccupato per l’astensionismo, e continua. Alors, bon voyage. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza politica

Con il 35 per cento dei voti, il risultato del Rassemblement National al primo turno non era una vittoria, e meno che mai un trionfo (come scrissi qui con encomiabile capacità analitica, sic!). Con il 35 per cento dei voti al secondo turno, il Rassemblement perde alla grande. Incapace, forse, meglio impossibilitato a trovare alleati, il partito di Marine Le Pen e del suo delfino, in verità né carne né pesce, Jordan Bardella, non sembra avere ancora afferrato, dopo un quarto di secolo di avventure elettorali tutte inequivocabilmente perdute, la logica del sistema elettorale francese. Vince chi sa fare alleanze. Come disse a proposito delle elezioni russe, uno statista e filosofo politico padano, “quando il popolo vota ha sempre ragione”. Il 65 per cento del popolo francese ha detto “non, absolument pas” alla destra nazionalista, anti europeista, pro putinista, con qualche sottile venatura di discriminazione su base di nascita e colore della pelle. Adesso, come un sol uomo, i commentatori italiani si affannano a denunciare l’ingovernabilità della Francia, l’impossibilità di fare un governo poiché nessun partito ha la maggioranza assoluta.

    Premesso che la nomina del Primo ministro spetta al Presidente della Repubblica che è difficile considerare un sconfitto, va subito aggiunto che quel Primo ministro non ha bisogno di un voto di fiducia (investitura). Chi non lo vuole deve trovare una maggioranza assoluta dell’Assemblea nazionale che gli/le voti contro. Vero è che il Nouveau Front Populaire è il gruppo parlamentare maggioritario, 182 seggi, ma, primo: dovrebbe compattamente unirsi al Rassemblement National, e questa sì sarebbe una alleanza del “disonore” (espressione di Bardella al quale bisognerà spiegare che la politica democratica consiste nel costruire alleanze ampie e rappresentative sia pro sia contro); secondo, almeno la metà dei parlamentari del NFP, grazie alla generosità nelle desistenze che va riconosciuta a Mélenchon, non sono esponenti di France Insoumise, ma socialisti, verdi e, nel lessico francese, divers gauche.

   Dunque, esistono spazi di manovra numerici e politici che, applicando la Costituzione della Quinta Repubblica, il semipresidenzialismo consente non poca flessibilità, Macron potrà abilmente sfruttare con successo. Nell’Assemblea Nazionale, senza troppi ghirigori, intorno al governo e ai governanti, vi saranno deputati disposti a votare molte politiche concordate. Giusto così. Ne risponderanno ai rispettivi elettorati nei collegi uninominali. Si chiama accountability ed è la virtù democratica per eccellenza.

Superata una sfida insidiosa e minacciosa, non solo al regime semipresidenziale, ma in special modo ai suoi valori fondanti, la République ha impartito una lezione democratica molto importante un po’ a tutti, anche al Papa preoccupato per l’astensionismo, e continua. Alors, bon voyage.

Pubblicato l’8 luglio 2024 su Formiche.net

Il modello laburista condivisibile ma difficile da esportare in Italia #intervista @ildubbionews del 6 luglio 2024

Secondo il professore emerito di Scienza Politica a Bologna nel nostro Paese «possiamo guardare alla Francia» mentre il Regno Unito è lontano

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Secondo Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, la vittoria di Starmer dimostra che «per vincere bisogna riuscire a rappresentare o ad attrarre almeno una parte del centro» anche se «quello di Starmer, comunque lo si guardi, è qualcosa che non può essere riprodotto in Italia» dove invece «possiamo guardare alla Francia».

Professor Pasquino, il voto britannico ha certificato il ritorno dei laburisti al governo, con la svolta al centro impressa da Starmer: che ne pensa?

La Gran Bretagna offre sempre lezioni di democrazia. In questo caso ne ha offerte tre: la prima è che chi ha il potere si logora. Quattordici anni di governo sono lunghi, i conservatori hanno fatto qualche errore anche nella scelte delle loro leadership e alla fine hanno dovuto cedere il potere. La seconda è che il sistema elettorale incentiva i cambiamenti di opinione, amplificandoli. La terza, molto rilevante, è che per vincere bisogna riuscire a rappresentare o ad attrarre almeno una parte del centro. Che non significa, ovviamente, abbandonare destra e sinistra.

Quel centro che invece in Francia è in grande difficoltà, con Macron stretto tra destra e sinistra. È giusto fare alleanze solo “contro” qualcuno, come è il Fronte popolare?

Il centro di Macron ha perso dei pezzi negli ultimi anni ma in parte li ha anche recuperati. E io penso sia giusto creare alleanze contro qualcosa. In Francia la situazione è molto più polarizzata che in Gran Bretagna. Il Le Pen inglese sarebbe Farage, che però ha già vinto con la Brexit. Le Pen deve invece ancora dimostrare di aver tagliato i ponti con quella destra dalla quale provengono lei, suo padre e gran parte degli elettori. Inevitabilmente il Fronte popolare è un’alleanza contro, ed è normale che sia così. Poi possiamo riflettere sulle contraddizioni ma è logico che sia orientato contro l’estrema destra. E non è in nessun modo anti democratico.

In Italia tendiamo sempre a voler riprodurre le mode che vengono dall’estero, e infatti in molti già parlano di seguire l’esempio di Starmer: è replicabile?

Quello di Starmer, comunque lo si guardi, è qualcosa che non può essere riprodotto in Italia. Perché è capo di un grande partito, ma non di una colazione. Noi un partito grande lo abbiamo avuto con la Democrazia Cristina, alla quale dobbiamo ancora essere in buona misura grati, ma sarebbe un errore guardare alla Gran Bretagna. Possiamo guardare alla Francia, ma lì c’è il doppio turno che è un grande dispensatore di opportunità politica a chi sa coglierle. E sembra che la sinistra le abbia colte attraverso le d’esistenza. Che però sono possibili e anzi rese imperative dal sistema elettorale.

E dunque cosa dovrebbe fare il centrosinistra italiano per tornare vincente?

Il centrosinistra italiano deve pensare in maniera generosa. La France Insoumise di Melenchon ha rinunciato a una parte considerevole di loro candidati perché era l’unico modo per creare un campo alternativo a Le Pen. Quanti in Italia tra Conte, Renzi, Schlein e gli altri sarebbero disposti a fare queste rinunce purché vinca un candidato comune? È un discorso proponibile ma difficile, e questo è il vero scoglio da superare.

È difficile desistere se le posizioni nella coalizione sono opposte…

Bisogna avere una base valoriale comune che deve essere ovviamente la Costituzione. Dopodiché si possono accettare le diversità su alcune politiche ma bisogna sapere definire e negoziare. È un’operazione complessa e che richiede enorme pazienza, intelligenza e che di certo un doppio turno come quello francese faciliterebbe.

Chi ha provato, con successi alterni, a riproporre la terza via in Italia è stato Matteo Renzi, ormai dieci anni fa: cosa è cambiato da allora?

Prenda due fotografie: una di Renzi mentre parla in pubblico o in Senato e una di Starmer mentre fa campagna elettorale. La personalità di Renzi era travolgente. Era ego all’ennesima potenza. La figura di Starmer è quella di mi coordinatore di un’attività politica rilevante, di un selezionatore dei parlamentari. E che offre agli elettori l’immagine di un leader rassicurante. Tutto quello che faceva Renzi serviva solo alla sua grandeur e questo è stato l’errore drammatico. La sua personalità ha sfasciato un’operazione che poteva essere vincente se fosse stata condotta con meno personalismo e maggiore generosità.

Schlein ha aperto al centro negli ultimi giorni: può essere lei la figura in grado di compiere questo passo?

Se la domanda è “può essere” la risposta è affermativa, se la domanda è “sta tentando di farlo” la risposta è probabilmente sì, se la domanda è “ci sta riuscendo” la risposta è probabilmente ancora no. Perché Schlein viene da un passato movimentista piuttosto acceso e quindi ci sono dei “sospetti” nei suoi confronti. Serve che faccia qualcosa di più ma non posso essere io a dirle cosa fare. Ma certamente deve capire quali sono i punti di resistenza alla sua leadership, che ci sono. E cercare di capire come superarli.

Come può inserirsi in questo contesto il Movimento 5 Stelle di Conte?

Conte è in una tenaglia. Deve in qualche modo entrare in quel campo se vuole vincere ancora. Riuscendo a smussare alcune delle sue punte. Dall’altro lato deve mantenere alcuni aspetti di sua visibilità utili a tenere un certo elettorato in quel campo. Forse Conte l’ha capito ma non so se sarà in grado di fare un’operazione del genere. La vittoria lo vedrebbe premiato in uno schieramento nel quale non potrà mai essere primo. La sconfitta avrebbe ripercussioni sul Movimento e sullo stesso Conte.

Pubblicato il 6 luglio 2024 su Il Dubbio

Maggioranze educate alla democrazia. Governo, politiche, diritti @DomaniGiornale del 6 luglio 2024

In democrazia, il principio fondante è majority rule: la maggioranza governa. Scriverlo in inglese è un giusto omaggio alla cultura politica, liberale, costituzionale e democratica che si basa su quel principio, ma non si ferma lì. Nella sua storia complessa, quel principio è stato variamente declinato e si è fatto accompagnare da una pluralità di diritti. La maggioranza ha il diritto e anche il dovere politico e istituzionale di governare, ma, qualche volta, come ha fatto opportunamente notare Norberto Bobbio, non ha neppure la necessità di essere una maggioranza assoluta. È sufficiente che sia maggioranza relativa se, comunque, le decisioni che prende non sono controverse né dannose, ma accettabili. In molti parlamenti decisioni di questo tipo sono frequenti. D’altronde, qualsiasi richiesta di controprova metterebbe le cose a posto. Quel che più conta, però, è che in democrazia ci sono anche alcune decisioni per le quali la maggioranza assoluta non basta: l’elezione ad alcune cariche, le votazioni su alcune tematiche. Mi limito ad un unico esempio perché mi pare molto significativo, ma anche controverso, in quanto posto a tutela di una minoranza nient’affatto debole. Nel Senato USA l’ostruzionismo (filibustering nel colorito linguaggio del XIX secolo) può essere fatto cessare soltanto da una maggioranza qualificata: 60 senatori su 100. Quindi, anche se i 40 senatori filibustieri non danno vita a una dittatura della minoranza, sicuramente ostacolano il governo della maggioranza, senza scandalo, ma con grande e giustificato fastidio dei maggioritari.

Governo della maggioranza significa che, confortata e prodotta dal voto degli elettori, quella maggioranza è autorizzata e, ogniqualvolta e fintantoché rimane tale, avrà il potere di fare approvare le sue politiche, economiche, sociali, culturali, internazionali, meglio se saranno quelle presentate in campagna elettorale. Ma i diritti, civili, politici, sociali delle persone sono cosa molto diversa. Le Costituzioni liberal-democratiche definiscono quei diritti inalienabili. Non possono essere ceduti; non sono disponibili. Nessuna maggioranza, non importa di quale dimensione, può toccare, ridimensionare, eliminare quei diritti. Quando Orbán annuncia petto in fuori che ha fatto della Ungheria una democrazia illiberale sta certificando che priva i suoi concittadini di alcuni diritti: libertà di parola, di stampa, di insegnamento, del due process of law (giusto processo), della libertà e integrità personale (habeas corpus). Nessun regime che non riconosce, protegge e promuove i diritti dei suoi cittadini può dirsi democratico. Dove non ci sono i diritti che discendono dal liberal-costituzionalismo non esiste nessuna democrazia.

Quello che preoccupa gli studiosi e i politici che denunciano, non sempre a proposito, la crisi della democrazia è l’erosione più o meno lenta, più o meno deliberata, più o meno sistematica dei diritti. Questa erosione, se condonata dalla maggioranza, conduce a forme di autoritarismo blando, di fascismo temperato. Con classe e cautela, ma con chiarezza, il Presidente Mattarella ha inteso richiamare l’attenzione su questi possibili svolgimenti. Qualche sedicente liberale incoerente e fellone, qualche ex comunista arrivista con coda di paglia potranno anche denunciare la sussistenza del complesso del tiranno a fondamento di un capo del governo, come quello italiano, solamente primus inter pares e annunciare l’incomprimibile bisogno di renderlo forte, primissimus. Come si fa a trascurare che un conto sono maggioranze assolute prodotte dal libero voto degli elettori e un conto enormemente diverso sono le maggioranze diventate tali in seguito a cospicui premi in seggi assegnati in maniera truffaldina.

Grande è il torto che faremmo al Presidente della Repubblica se pensassimo oppure, peggio, dicessimo che nelle sue parole sulla dittatura della maggioranza non si trova un riferimento ai poteri che avrebbe un capo del governo di (ancora indefinita) elezione popolare diretta e al rischio di un suo sfuggire al controllo di un Parlamento manipolato dal premio. In conclusione, sento di dovere ricordare e sottolineare che, comunque, a nessuna maggioranza democratica è concesso di cambiare le regole del gioco per rendere difficile, se non addirittura impedire alla minoranza di crescere, sconfiggerla e sostituirla. Tempestivo e limpido, il discorso del Presidente è radicato nella storia del pensiero e della prassi liberal-democratica e opportunamente guarda avanti.

Pubblicato il 6 luglio 2024 su Domani

Perché Le Pen non ha vinto. Ora va salvata la République @DomaniGiornale del 3 luglio 2024

No, il Rassemblement National, Marine Le Pen, la destra francese non hanno vinto. I titoli dei giornali, gli articoli dei commentatori, le dichiarazioni dei politici sono sbagliate, ignoranti e fuorvianti. Con il 33,5 per cento dei voti il RN è risultato il partito più votato al primo turno delle elezioni legislative francesi. Però, i due terzi degli elettori hanno preferito altri partiti. Finito il primo tempo, nell’intervallo, i dirigenti degli altri partiti hanno l’opportunità di decidere con quale formazione giocare il secondo tempo, quali candidati desisteranno, quali candidati si contenderanno il seggio con l’esponente del Rassemblement. Il primo turno ha, comunque, offerto informazioni importanti sul gradimento degli elettori riguardo le differenti candidature, sulla loro capacità di attrarre voti, sulla possibilità rispettive di vittoria/sconfitta. Da numerose esperienze del passato anche recente dovremmo tutti avere imparato che i Le Pen, Jean-Marie e Marine, già al primo turno fanno il pieno dei loro voti. Nel secondo turno, al massimo ottengono poche centinaia di migliaia di voti in più. La situazione potrebbe essere migliorata, ma, comunque, non di molto.

Sull’altro versante, dal comunque poco strutturato Nouveau Front Populaire alla fluttuante Ensemble di Emmanuel Macron è sembrata finalmente, forse non tardivamente, emergere la (quasi) piena consapevolezza che al secondo turno per gli oppositori del Rassemblement è imperativo convergere su una sola candidatura collegio per collegio, l’unico modo per rimanere/diventare competitivi. Le destre italiane si scagliano contro questa prospettiva sostenendo che sarebbe una specie di conventio ad excludendum antidemocratica e inaccettabile- In effetti, in Francia una convenzione di accordi contro la destra è esistita fin dal 1946. Si chiama(va) disciplina repubblicana. Fortemente apprezzata e rigorosamente applicata dal Generale de Gaulle imponeva di non fare nessuna alleanza, di non aprire nessuno spazio politico ai successori/estimatori del Maresciallo Pétain, ai collaborazionisti e a tutte le variegate espressioni di destra che la Francia non si è mai fatta mancare, alcune delle quali impegnate in ventisei attentati alla vita del Generale. Quanti gollisti infrangeranno la venerata disciplina d’antan, sotto lo sguardo sprezzante di de Gaulle, è difficile dire, ma i tempi sono cambiati.

Molto scandalizzate le destre italiane denunciano come antidemocratico il difficile, ma cruciale, tentativo di costruire una coalizione di centro-sinistra a sostegno di candidature comuni e uniche collegio per collegio. Fare con pazienza e intelligenza coalizioni politiche è non tanto un’arte quanto un esercizio di immaginazione e pratica politica che, garantendo rappresentanza allargata, può essere molto remunerativo. Le destre tuonano che la coalizione francese dal centro alla sinistra è brutta, negativa, contraddittoria, priva di un programma comune. In parte, certamente e inevitabilmente è così. Tuttavia, opporsi alle politiche economiche, sociali, europee del Rassemblement e del Primo ministro in pectore Jordan Bardella e ai loro propositi di riduzione dei diritti civili, mi pare già un programma apprezzabile. Il resto si vedrà.

Quello che fin d’ora è sicuro è che il secondo turno elettorale offre grandi opportunità agli elettori di ieri e anche a coloro che, misurata la distanza politica fra il RN e il centro-sinistra e vista l’importanza della competizione, sceglieranno di andare alle urne in questa occasione. Saranno i loro voti a fare la différence. Il secondo turno garantisce che la vittoria andrà a chi con le sue proposte, con le sue contrapposizioni, e con la sua partecipazione si è meritato l’approvazione degli elettori. Vive la démocratie. Vive la République.

Pubblicato il 3 luglio 2024 su Domani

Astensionismo #DemocraziaFutura del 02 luglio 2024

Il professor Gianfranco Pasquino, anticipando per Democrazia futura un contributo destinato alla nuova edizione del volume Le parole della politica, analizza una parola chiave nel dibattito recente in Italia, ovvero “astensionismo”. “Nella sua essenza, il non voto è una relazione complessa fra promesse, (in)adempimenti, comportamenti. Non è espressione di un vago disagio, di sentimenti di inutilità, del crescere delle diseguaglianze, tutte spiegazioni – chiarisce l’Accademico dei Lincei – incontrollate, mai sostanziate da fatti e numeri, ampiamente circolanti nei da salotti televisivi e nel chiacchiericcio” radiofonico e social”. Facendo riferimento ad uno studio di tre grandi politologi, Pasquino analizza le tre categorie individuate “di non partecipanti, quindi anche, a maggior ragione, non votanti. Sono coloro che alla domanda relativa al perché della loro astensione, del loro non voto rispondono: “non posso”; “non voglio”; “nessuno me l’ha chiesto” – che a suo parere – “offrono una spiegazione esemplare delle motivazioni per le quali uomini e donne, cittadini democratici (perché è solo nelle democrazie che esiste la libertà di scegliere fra votare e non votare) si astengono”. 

“Tutti promettono. Nessuno mantiene. Vota nessuno”.

Tre lapidarie, pregnantissime frasi scritte sui muri di Bologna, città di diffuse tradizioni civiche e intenso impegno politico partecipativo, introducono splendidamente alla problematica dell’astensionismo. Nella sua essenza, il non voto è una relazione complessa fra promesse, (in)adempimenti, comportamenti. Non è espressione di un vago disagio, di sentimenti di inutilità, del crescere delle diseguaglianze, tutte spiegazioni incontrollate, mai sostanziate da fatti e numeri, ampiamente circolanti nei da salotti televisivi e nel chiacchiericcio radiofonico e social. Per mettere ordine credo che il modo migliore di procedere sia di affidarsi alla teorizzazione di tre grandi politologi statunitensi Kay Lehman SchlozmanSidney Verba, Henry E. Brady, autori di una importantissima ricerca sulla partecipazione politica: The Unheavenly Chorus. Unequal Political Voice and the Broken Promise of American Democracy[2]

In maniera come si deve, esauriente, esclusiva, elegante gli autori hanno individuato tre categorie di non partecipanti, quindi anche, a maggior ragione, non votantiSono coloro che alla domanda relativa al perché della loro astensione, del loro non voto rispondono: “non posso”; “non voglio”; “nessuno me l’ha chiesto”.

Nell’insieme, le tre risposte offrono una spiegazione esemplare delle motivazioni per le quali uomini e donne, cittadini democratici (perché è solo nelle democrazie che esiste la libertà di scegliere fra votare e non votare) si astengono. Con una importante nota di cautela, è possibile che i non votanti qualche volta siano tali perché non hanno potuto votare, qualche volta perché non hanno voluto, qualche volta perché non sono stati raggiunti da chi non ha saputo/voluto sollecitare il loro voto. Ciò opportunamente rilevato e rimarcato, ciascuna singola motivazione deve essere spacchettata con grande profitto analitico.

Chi risponde Non posso.

Votare non è mai un atto semplice. Prima di tracciare una crocetta, premere un tasto, scrivere un nome, il potenziale elettore deve essere iscritto nelle liste elettorali. In alcuni sistemi politici, l’iscrizione avviene alla nascita con un provvedimento amministrativo automatico. Non sempre, però, i mutamenti di residenza vengono registrati automaticamente e rapidamente. Quindi, per molti, “non posso” significa

“non sono stato in grado di registrarmi, non mi hanno registrato”.

A lungo, negli Stati Uniti d’America la registrazione nelle liste elettorali è stata politicamente difficile, discriminando l’elettorato di colore. In anni recenti, i Repubblicani hanno eretto nuovi ostacoli manipolando tempi, luoghi e documentazione per l’iscrizione.

Alcune società sono particolarmente mobili, come, ma non solo, gli Stati Uniti. Milioni di lavoratori e di studenti non si trovano nei loro luoghi di residenza il giorno del voto (primo martedì di novembre). Se non hanno preveggentemente provveduto a chiedere il voto per posta, non potranno votare. In Europa, gli straordinari successi socio-economici del Mercato Unico, libera circolazione di persone e servizi, e del programma Erasmus con studenti sparsi in una molteplicità di sedi, creano grandi difficoltà di partecipazione elettorale.

Vivere più a lungo si può, nelle democrazie, ma spesso lo stato di salute degli anziani, che hanno perso compagni/e della loro vita e i cui figli sono sparsi sul territorio, non consente loro di andare alle urne. “Non posso” è una spiegazione soddisfacente dell’astensionismo, qualche volta una giustificazione dolente per uomini e donne che per decenni sono stati in grado di esercitare il diritto di voto e di adempiere a quello che la Costituzione italiana (art. 48) statuisce come dovere civico.   

Chi risponde “Non voglio.

“Sono tutti eguali”.

“Nessuno si cura di me”.

“Non ho tempo e energie da sprecare”

“Vinca l’uno o l’altro la mia situazione non cambierà”.  

Sono motivazioni molto diffuse, spesso persino condivisibili, contrastabili con argomentazioni razionali piuttosto che sentimentali.

Interessante è il cangiante tenore della motivazione “nulla cambia”. Indicatore di disaffezione/alienazione di elettori che ritengono con qualche buona ragione che il loro voto non serve, il “nulla cambia” può spiegare anche il fenomeno dell’astensione di coloro, un tempo li avremmo chiamati yuppies (young, urban, professional) che pensano di avere le risorse, nell’ordine, culturali, sociali e materiali per fare a meno della politica. La loro vita, le loro sorti personali e professionali, il conseguimento degli obiettivi ai quali mirano possono essere in qualche modo e in una incerta misura intralciati dalla politica, ma, per lo più, sono nelle loro mani, conseguibili grazie al loro impegno e alle loro capacità senza politica, al di fuori della politica. Perché, dunque, sciupare tempo e energie per dare un voto quasi sicuramente ininfluente?

Chi risponde “Nessuno me l’ha chiesto”.

Questa risposta segnala immediatamente l’esistenza di due fenomeni:

  • Da un lato, l’isolamento sociale, molto più che, ma talvolta anche, geografico;
  • dall’altro, la debolezza del tessuto associativo del luogo, paese, regione, sistema politico dove si trova a vivere la persona che ha risposto.

Il titolo americano del libro di Robert Putnam, dedicato alle vicissitudini del capitale sociale e al suo declino, Bowling Alone (2000)[3] fotografa la situazione delle società contemporanee. Tutte le associazioni un po’ dovunque, dai sindacati alle associazioni professionali, dalle associazioni religiose a quelle industriali, tranne forse quelle si impegnano nella difesa dell’ambiente, dalle società di mutuo soccorso a quelle per il tempo libero, hanno perso iscritti.

Le loro riunioni sono meno frequentate, durano poco tempo, in maniera crescente si svolgono online. Un lustro e più fa Putnam additava la televisione come la maggior colpevole di un declino apparentemente inarrestabile.

Oggi, sappiamo che la proliferazione dei social network erode quel che rimane di molte associazioni e crea bolle di simili, contenti di chattare, raramente con oggetto la politica, quasi esclusivamente fra simili, non di impegnarsi in azioni collettive, meno che mai andare a votare.

Osservazioni conclusive

Le notevoli differenze nelle motivazioni di non voto attraversano le classi sociali, le generazioni e i generi per lo più rendendo poco significative le analisi tradizionali basate su queste caratteristiche.

Suggeriscono anche di evitare i discorsi giornalistici che fanno del “partito di chi non vota” il vincitore di molte elezioni. Con le motivazioni tanto distanti fra loro che stanno a fondamento del loro non voto, gli astensionisti non riuscirebbero mai a mettersi insieme, neppure opportunisticamente, in qualsivoglia partito.

E, poi, rimane il punto davvero dirimente: chi non vota non conta.

Da qualche tempo, anche a causa della crescita e della diffusione in ogni latitudine dell’astensionismo, austeri e severi commentatori hanno iniziato a lamentarlo e a denunciarlo come un problema di prima grandezza, una ferita inferta alla e alle democrazie, che potrebbe portarle alla morte.

Non sappiamo, non esistono precedenti, se le democrazie implodono per mancanza di partecipazione, specificamente elettorale. Partecipare/non partecipare, votare/non votare sono opzioni alternative che soltanto le democrazie offrono ai loro cittadini, le garantiscono e le proteggono.

In molti contesti l’astensionismo è smobilitazione individuale, graduale, silenziosa, tanto rispettabile quanto criticabile senza piagnistei e vittimismi da coccodrilliAlcuni studiosi sostengono che, senza in nessun modo rimanere indifferenti nei confronti dell’astensionismo e degli astensionisti, dovremmo temere molto più l’eventualità di una rimobilitazione improvvisa su vasta scala degli astensionisti ad opera di un demagogo che li abbindoli e li conduca in massa contro tutto e contro tutti.

Alla fin della ballata, prendendo atto che ci sono sempre cittadini che partecipano alla cosa pubblica e cittadini che se ne stanno nel privato, possiamo permetterci di concordare con Pericle che i partecipanti sono cittadini migliori.


[1] Contributo preparato per la nuova edizione de Le parole della politica, Bologna, il Mulino. Data prevista di pubblicazione marzo-aprile 2025.

[2] Kay Lehman Schlozman, Sidney Verba, Henry E. Brady, The Unheavenly Chorus. Unequal Political Voice and the Broken Promise of American Democracy, Princeton-Oxford, Princeton University Press, 2012, 728 p.

[3] Robert Putnam, Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community, New York, Simon&Schuster,2000, 541 p.

Pubblicato il 2 luglio 2024 su ilmondonuovo.club