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Il consiglio comunale si apra al confronto con i cittadini

Corriere di Bologna

La città soffre di un gravissimo deficit di circolazione di idee, di confronti, di proposte e di soluzioni. Nonostante la presenza della più antica Università del mondo, tuttora a buoni livelli, l’esistenza largamente sottoutilizzata e sottovalutata della Johns Hopkins, la rete di biblioteche di ottimo livello, un effettivo, rumoroso, arricchente dibattito di idee è da tempo quasi inesistente.

La mia proposta è fatta da un insieme di strade da perseguire, un reticolato nel quale a ogni punto sia possibile intervenire. Fare del consiglio comunale un luogo nel quale i cittadini non andranno soltanto in quanto spettatori o disturbatori, ma in quanto proponenti di idee che tutte, a seconda della loro rilevanza, verranno, seppur brevemente, discusse. I Quartieri dovranno darsi strutture non solo di discussione, ma di proposta e di decisione, anche di confronto dialettico con il consiglio comunale. Invece di trattare in maniera più o meno riservata con assessori e sindaco, a tutte le associazioni sarà offerto uno spazio per formulare e argomentare le loro richieste e le loro proposte, per suggerire le loro soluzioni preferite, accompagnate dai costi e dai vantaggi.

Sindaci e rettori non hanno mai saputo, forse neanche voluto, coordinarsi per fare più intensa, più dinamica, più efficace la vita culturale della città. La proposta è che il sindaco solleciti il rettore a fissare ogni anno alcune tematiche e alcune date (il festival della scienza di Flavio Fusi Pecci è stato regolarmente un grande successo).

Insomma, la mia idea è che Bologna dovrà diventare, anche con l’apporto di Isabella Seragnoli, Marino Golinelli e di quel grande imprenditore che è Fabio Roversi Monaco, un punto di riferimento della cultura italiana e Europa. I nomi contano, perché la cultura cammina davvero sulle gambe delle donne e degli uomini.

Pubblicato il 27 Maggio 2016

No alle “riformette”, sì al semipresidenzialismo

Confronti

Intervista raccolta da Adriano Gizzi per Confronti Giugno 2016

Professor Pasquino, nel suo “La Costituzione in trenta lezioni” (Utet, 2016) lei sostiene che la riforma del Senato peggiora l’esistente perché porta a un bicameralismo «sicuramente imperfetto e squilibrato». E, in alternativa, indica come esempio da seguire quello del Bundesrat tedesco. Quali sono gli elementi di questa riforma che non la convincono?

La riforma del Senato nasce da due motivazioni: 1) accarezzare l’antipolitica riducendo il numero dei parlamentari e le relative nient’affatto ingenti “spese”; 2) togliere al Senato il potere di votare o no la fiducia al governo per ovviare all’inconveniente causato nelle elezioni del febbraio 2013 dalla legge elettorale (una maggioranza chiara alla Camera, frutto del premio di maggioranza, e una situazione di stallo al Senato, ndr). Sono motivazioni occasionali e deteriori che, infatti, non hanno nulla a che vedere con la creazione convinta e pensata di una Camera delle autonomie né con il miglior funzionamento del sistema politico.

Per spendere meno si poteva procedere ad una riduzione equilibrata del numero dei senatori e dei deputati. Per evitare il rischio delle due maggioranze, bastava ritoccare la vigente legge elettorale oppure, molto meglio, scrivere una legge elettorale del tutto diversa (l’Italicum è poco diversa dal Porcellum: un porcellinum). La nuova Camera delle autonomie assomiglia al Senato francese che funziona poco e male e che De Gaulle avrebbe già voluto abolire nel 1969. Avrebbe dovuto invece imitare il Bundesrat: 69 rappresentanti (enorme risparmio), nominati (senza giochini di scambi) dalle maggioranze che hanno vinto le elezioni in ciascun Land, con poteri forti e chiari sulle materie di loro competenza. Era anche possibile abolirlo del tutto, il Senato, per non farne un pasticcetto di 21 sindaci e 74 (“dopolavoristi” o “doppiolavoristi”) nominati dalle Regioni con – incredibile – cinque senatori nominati dal presidente della Repubblica, immagino per imperscrutabili meriti regionalisti e federalisti. Questo Senato di cento rappresentanti variamente nominati contribuirebbe alle riforme costituzionali e a eleggere due giudici costituzionali (seicentotrenta deputati, figliocci di un dio minore, ne eleggerebbero tre: quale squilibrio!). Della legislazione condivisa, concorrente, esclusiva non dico nulla. Rimando agli inevitabili conflitti fra le Regioni, il loro Senato, la Camera e il Governo.

In merito al referendum costituzionale di ottobre, lei insiste molto sul “no al plebiscito”. Qualora però si riuscisse a votare su quesiti diversi, i suoi sarebbero comunque tutti dei “no” oppure vi sono alcuni punti positivi nel ddl Boschi?

L’unico punto accettabile è l’abolizione del Cnel (che avevo proposto trent’anni fa). Brutta è anche la nuova regolamentazione dei referendum. Renzi e Boschi non hanno la minima idea di come si possa costruire una “democrazia partecipata”. Di tutta la batteria di soluzioni praticabili hanno scelto soltanto qualche elemento che attiene alle firme e alla validità delle votazioni nei referendum. Non hanno saputo né voluto in nessun modo incoraggiare e agevolare la crescita di una società civile attiva. Già, loro sono per la democrazia decidente, subito applaudita, ma non chiarita, dai loro costituzionalisti di corte.

Se la Corte costituzionale dovesse bocciare l’Italicum, verrebbe meno il “combinato disposto” delle due riforme: in tal caso, si attenuerebbe il suo giudizio negativo sulle modifiche costituzionali?

La auspicabile bocciatura dell’Italicum in qualche modo incide sulla riforma costituzionale? Difficile a dirsi, perché il tratto distintivo della riforma elettorale e delle deformazioni costituzionali è dato dal loro essere slegate, fatte senza nessuna visione sistemica, abborracciate. Semmai, la bocciatura delle deformazioni costituzionali obbligherebbe a riscrivere la legge elettorale. Sarebbe una grande occasione benefica per ripensare tutto. Per chiedersi se la legge elettorale serve a eleggere un Governo o a eleggere i rappresentanti del popolo.

Ha sottolineato più volte come essere contrari al ddl Boschi non significhi essere contrari a priori a qualsiasi modifica della Costituzione. A suo giudizio, quali riforme sarebbero necessarie?

Le mie proposte, piccole e grandi, di riforma sono limpidamente presentate e argomentate nel libro Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Egea-UniBocconi, Milano 2015). Sono a favore di una Repubblica semi-presidenziale sul modello francese come si è venuta definendo dal 1958 ad oggi. È difficile negare che la IV Repubblica francese sia stata la democrazia parlamentare più simile a quella della Repubblica italiana e che la V Repubblica abbia costituito un enorme salto di qualità. Dopo settant’anni di vita democratica, tutt’altro che disprezzabile, ma che avrebbe potuto certamente essere migliore, se si cambia bisogna essere audaci, esigenti, sistemici. È indispensabile cambiare molto, se non tutto l’impianto costituzionale per rompere le incrostazioni e per ricominciare la competizione politica non con vantaggi di posizione (e di opposizione), ma con opportunità e rischi per tutti. Soprattutto, bisogna dare più potere politico e elettorale ai cittadini. La riforma semipresidenziale si può fare chiamando il bluff di Berlusconi, che si è spesso espresso a favore di un presidenzialismo che non sa definire. Molte riformette di vario tipo si possono fare, ma se non si va molto oltre la democrazia parlamentare classica, allora i giocatori (partiti e gruppi) impiomberanno quelle riformette. Meglio, sempre, guardare al di là delle Alpi.

Pubblicato il 26 maggio 2016 su confronti.net

A Gianfranco Pasquino il Life Achievement Award dal Conference Group of Italian Politics and Society

Congrips

Gianfranco Pasquino ha ricevuto il Life Achievement Award (premio alla carriera) dal Conference Group of Italian Politics and Society, l’associazione di coloro che, in Italia e nel mondo, studiano la politica e la società italiana.

CONGRIPS is the Conference Group on Italian Politics and Society. CONGRIPS was formally initiated on September 2, 1975, at the American Political Science Association (APSA) convention in San Francisco, California. Norman Kogan of the University of Connecticut spearheaded the effort which, in the first year, garnered 117 members. The original purpose of the organization was to encourage and support academic research and writing on current and past Italian political issues and practices. That charter was expanded in 1986 to include Italian social issues, hence the name change that year to the Conference on Italian Politics & Society ( CONGRIPS ). During its first year, CONGRIP also adopted a Constitution and Bylaws .
Virtually from its inception, CONGRIPS has been involved in a variety of activities intended to further the study of Italian politics. The organization has annually sponsored Italian-focused panels at APSA conventions and at many meetings of several other groups including: the International Political Science Association (IPSA), the Midwest Political Science Association (MPSA), the U.K.’s Political Studies Association (PSA) and the Council for European Studies (Europeanists). It has organized workshops, some of which have attracted funding from the National Science Foundation and Italy’s Consiglio Nazionale delle Ricerche. CONGRIPS has also sponsored conferences and roundtable discussions in conjunction with other groups such as the Societa’ Italiana di Scienza Politica, Stato e Mercato and the Rockefeller Foundation.In 1987, CONGRIPS facilitated the publication of Italian Politics: A Review in collaboration with the Istituto Carlo Cattaneo. The first volume’s editors included Robert Leonardi, Raffaella Nanetti and Piergiorgio Corbetta. Since then, Italian Politics has been published yearly, both in English (by Berghahn Books) and in Italian (by Il Mulino). The organization’s other major publishing effort has, of course, been its bi-annual update: The Conference Group on Italian Politics & Society Newsletter. Numbering over seventy issues, the Newsletter provides announcements, articles, book reviews and reports of the program chair.One of the strengths of CONGRIPS has been its ability to attract a core academic circle dedicated to research and writing on Italian politics and society. Consistency and hard work have also characterized those responsible for putting together the Newsletter, whether they are part of our current or past executive .
In addition to the NSF funding mentioned above, CONGRIPS has also received grants and other forms of support from the Faculty of Arts of McGill University, Montreal, Quebec, Canada (1987-90); from Dickinson College, Carlisle, Pennsylvania, USA (1990-95); and from the Fondazione Agnelli, Italy (1990-92). Funds from the latter have, in part, been used for annual prizes to encourage exemplary writing in the field. Since 2006 CONGRIPS awards every other year a Lifetime Achievement Award and, on alternate years, a Best Dissertation Award in the field of Italian politics and society also in a comparative perspective. CONGRIPS enjoys the participation of members from numerous countries across Europe and North America. Future goals for the organization include

“Una riforma pasticciata e confusa”. Intervista a #RadioPopolare

RadioPopolare

La Costituzione non è soltanto un documento giuridico, ma è anche un documento politico. La Costituzione fornisce regole, procedure, indica comportamenti agli attori politici, ai partiti, alle istituzioni. Dunque, far commentare la Costituzione soltanto dai giuristi è sempre, secondo me, molto limitativo. E farla riformare soltanto dai giuristi significa prendere una prospettiva possibile, non l’unica e certamente non la più alta.

La premessa di Gianfranco Pasquino chiarisce l’obiettivo della trasmissione di oggi (24 maggio 2016): analizzare la modifica della Costituzione “Renzi-Boschi” da una prospettiva più politica che giuridica.  Intervista condotta da Raffaele Liguori

ASCOLTA L’INTERVISTA

Occuparsi di chi non vota

 

All’incirca il 30 per cento di elettori italiani si astiene con regolarità e convinzione, qualche volta con irritazione altre volte per rassegnazione. Sappiamo che ci sono astensionisti, per così dire, di opinione. Con il non-voto esprimono di volta in volta la loro opinione negativa sulla politica, sui partiti e sui candidati. Ci sono anche molti astensionisti involontari che, a determinate condizioni, voterebbero e voteranno, se non fossero ammalati o impossibilitati a recarsi alle urne poiché sono in vacanza o sono fuori città, fuori Italia, per motivi di lavoro o di studio. Per la grandissima maggioranza di loro non basterebbe estendere di mezza giornata, al lunedì mattina, la possibilità di votare. Invece di questa banale e un po’ furbesca operazione, partiti e governanti dovrebbero ricorrere ad uno strumento molto semplice già adottato in numerose democrazie (dagli USA alla Germania alla Svezia): il voto per posta.

Gli studenti che vanno all’estero grazie al programma Erasmus sanno quando partiranno e quando ritorneranno (a meno che vogliano fare i “cervelli in fuga”). Gli industriali che investono e lavorano in Europa e nel mondo conoscono i loro impegni molto tempo prima del voto. Molti di loro si organizzerebbero chiedendo e spedendo tempestivamente la scheda elettorale. Persino i turisti non per caso potrebbero ricorrere al voto per posta. Centinaia di migliaia di elettori sarebbero messi in condizione di esercitare un loro diritto. Naturalmente, pure ridimensionato, il problema non sarebbe affatto risolto perché l’astensionismo è un problema politico, non semplicemente tecnico.

Quando cercano rimedi “tecnici” partiti e governanti lo fanno, in maniera un po’ ipocrita, per dimostrare che sono interessati alle opinioni che i cittadini esprimono con il loro voto. Però, i politici e la maggior parte dei commentatori dimenticano, o non sanno, che il voto dei loro concittadini è, salvo eccezioni “ideologiche” oramai molto rare, la risposta all’offerta: di rappresentanza, di politiche specifiche, di decisioni su tematiche, di governo e di opposizione, che partiti e candidati dovrebbero fare e sapere fare. Se l’offerta è vaga, di bassa qualità, di incerta attuabilità, simile per molti partiti, non ne consegue nessuno stimolo alla partecipazione elettorale dei cittadini. La loro vita non cambierà, né in meglio né in peggio, con la vittoria di alternative pallide e sbiadite, di politici incolori e spesso trasformisti. Se tutto quello che l’elettore può fare è tracciare una crocetta sul simbolo di un partito (che magari quel simbolo e persino il nome lo ha cambiato due o tre volte), allora andare al mare è un’opzione di gran lunga preferibile, più saggia, più gratificante.

La (poca) cultura politica italiana di fondo non indirizza alla partecipazione, elettorale e politica. In più, i politici, specialmente i nuovi politici, ci hanno messo del loro. Le campagne elettorali si svolgono comodamente nei salotti televisivi dove il chiacchiericcio politico tutto avvolge e rende opaco. Lontanissimo è lo spettacolo delle primarie presidenziali USA (e poi per i rappresentanti stato per stato), con i candidati che tengono comizi, stringono mani, baciano i bambini e, addirittura, propongono soluzioni per i problemi locali (e nazionali). Lontana è anche l’esperienza inglese dove, grazie ai collegi uninominali, all’incirca 90 mila elettori ciascuno, i candidati fanno tuttora campagna door-to-door, porta a porta, sempre disposti a condividere una tazza di thè! Tornare a parlare con gli elettori non è un compito facile per i partiti italiani e i loro candidati, ma, nel medio periodo, è l’unico modo che farebbe migliorare quel rapporto con la politica che solo può convincere i cittadini astensionisti a tornare alle urne per dare un giudizio sull’offerta politica di partiti e candidati.

Pubblicato AGL 22 maggio 2016

Come NON eravamo. Un commento all’appello di “Mondoperaio”

Purtroppo, no. Le deforme costituzionali renzianboschiane non hanno nulla, proprio nulla a che vedere con quanto i socialisti di “Mondoperaio” negli anni Settanta e poi, più vagamente, Bettino Craxi, proposero e desideravano conseguire.

Non esiste nessuna continuità fra i renzianboschiani e il pensiero riformatore socialista che, naturalmente, né Renzi né Boschi conoscono e si sono mai curati di apprendere.

Il testo approvato non semplifica affatto il procedimento legislativo. Anzi, lo aggrava rendendo ancora più probabile il solito dispositivo: “emendamenti distrutti in modo ‘bestiale’ (canguri, giaguari e altri animali) con l’accompagnamento ricattatorio del voto di fiducia”.

Come si possa pensare che il Parlamento conquisterebbe così un ruolo significativo sfugge a chiunque sappia come funzionano i parlamenti nelle democrazie contemporanee.

Sfugge anche ai firmatari che, se la funzione di rappresentanza politica è il cuore delle democrazie parlamentari, l’Italicum con i suoi nominati (spero che la Corte Costituzionale, bocciando la legge, non ci consentirà mai di sapere con esattezza quanti, ma allo stato almeno il 60 per cento) e con le pluricandidature (un vero obbrobrio) distrugge qualsiasi rapporto fra eletti ed elettori.

Candidamente, il Ministro Boschi ha dichiarato che i capilista bloccati saranno i “rappresentanti del collegio”. La rappresentanza politica si fonda sulle elezioni non sui paracadutati garantiti.

Quanto al potenziamento del governo, altri meccanismi erano possibili, come, ad esempio, il voto di sfiducia costruttivo, recentemente scoperto da commentatori ignari di qualsiasi dibattito istituzionale. Naturalmente, il voto di sfiducia costruttivo è totalmente incompatibile con qualsiasi premio di maggioranza.

Infine, ma né last nè least, pessima è l’attribuzione ad un Senato di elezione comunque indiretta del potere di nominare due giudici costituzionali. Questi 100 senatori “indiretti” acquisiscono un potere squilibrato, un giudice ogni 50 di loro, rispetto ai 630 deputati che eleggeranno tre giudici, uno ogni 210 di loro.

Non sono al corrente di pulsioni plebiscitarie dei socialisti, ma almeno sul tentativo plateale del capo del governo di cercare e di pretendere un voto su di sé, mi sarei aspettato dai firmatari qualche riserva.

Gianfranco Pasquino

già componente, naturalmente, nullafacente, ma autore, con il Sen. Eliseo Milani, della Relazione di Minoranza della Commissione Bicamerale per le Riforme Istituzionali nota come Commissione Bozzi.

La “riforma” che moltiplica gli inciuci

Il fatto

Le capacità di elaborazione politica del Presidente del Consiglio sono costantemente sorprendenti, in negativo. Anche se cerca di personalizzare al massimo non si trova mai solo. Il corteo dei corifei è affollatissimo. Hai visto mai che ci scappa qualche posto in Parlamento, alla Corte Costituzionale, in qualche Comitato, persino alla direzione di qualche quotidiano o come editorialisti dell’Unità e altro, e così via. Il più recente e, per il momento, più elevato picco di elaborazione concettual-politica è stato raggiunto, da un lato, con l’accusa ai sostenitori del NO al plebiscito costituzionale di essere degli “inciucisti”, dall’altro, al suo fiero rivendicare un convinto bipolarismo. Inciucista, forse, dovrebbe essere più appropriatamente definito chi le revisioni costituzionali e la legge elettorale le ha confezionate con Berlusconi sulla falsariga di quelle fatte da Berlusconi stesso nel 2005 (e bocciate da un referendum costituzionale). Comunque, le revisioni costituzionali renzianboschiane non hanno nulla a che vedere con il bipolarismo. L’abolizione del CNEL condurrebbe ad una competizione bipolare serrata, intensa, decisiva? Meno senatori, per di più non eletti, ma designati dai consigli regionali, darebbero una spinta possente al bipolarismo all’italiana? La maggiore facilità con la quale una maggioranza parlamentare premiata dal bonus previsto nell’Italicum si eleggerebbe il suo Presidente della Repubblica sarebbe l’epitome del bipolarismo? Per dirla con un’espressione che Renzi, Boschi e Verdini capiscono benissimo, sono tutte bischerate.

La verità è che l’inciucista di fatto è stato Renzi e che il bipolarismo non abita affatto nelle sue revisioni costituzionali, approssimative e sconclusionate. Nella pratica, Renzi ha già seppellito il bipolarismo favorendo aggregazioni al centro di cui Verdini è diventato, grazie alle sue capacità manovriere, l’emblema assoluto. Il Partito della Nazione, a seconda dei casi e dei contesti, agognato e sconfessato, andrà a collocarsi al centro, assorbendo tutto il possibile che, nel paese che ha dato vita al trasformismo, è sempre moltissimo, e impedirà qualsiasi competizione bipolare e qualsiasi alternanza di governo. Se le revisioni costituzionali sono più o meno neutre quanto al bipolarismo, semmai più prone a consentire inciucismo, la legge elettorale è il vero cavallo di Troia degli inciucisti. Infatti, impedendo la competizione fra coalizioni al primo turno e proibendo qualsiasi apparentamento al ballottaggio, potrà avere due effetti prevedibili. Da un lato, al primo turno vi sarà un notevole spappolamento di liste che, grazie alla soglia del 3 per cento, mireranno semplicemente a conquistare qualche seggio. Dall’altro, al ballottaggio i due partiti/liste rimasti in campo saranno inevitabilmente costretti a cercarsi alleati che troveranno con promesse che, pudicamente, definirò elettorali.

Allo stato della distribuzione delle preferenze politiche, la competizione elettorale non ha nessuna possibilità di essere bipolare. Sarà inesorabilmente tripolare. In Parlamento, chiedo scusa, nella Camera dei deputati, il partito vittorioso non soltanto dovrà fare i conti con due opposizioni, ma sarà anche costretto a pagare il conto degli aiutini ricevuti nel ballottaggio. Se mai al ballottaggio vincesse il Movimento 5 Stelle, le opposizioni PD e variegati rappresentanti del centro-destra opererebbero in maniera autonoma e separata oppure si coordinerebbero in un comunque deplorevole inciucino? Con la vittoria del PD ci sarebbero un’opposizione di destra e un’opposizione pentastellata. In che modo tutto questo possa essere definito e riesca a costituire bipolarismo è un mistero nient’affatto glorioso. Al di là dell’Arno, in Europa altre leggi elettorali hanno consentito efficaci bipolarismi e li mantengono, robusti e vibranti. L’Italicum è la legge molto parrocchiale (coerentemente con il nome) a favore del Partito della Nazione, versione molto deteriore di quello che fu la Democrazia Cristiana (semmai, interclassista perché “partito di popolo”). Pubblicato il 21 maggio 2016

Scorciatoia cognitiva

Corriere di Bologna

Sappiamo che la fantasia e anche l’irriverenza degli elettori possono spingersi verso limiti estremi. Se I Presidenti di seggio e gli scrutatori volessero potrebbero raccontarne di tutti I colori relativamente alle schede che sono costretti ad annullare. Non è, naturalmente, possibile, ma neanche auspicabile, porre alla fantasia di candidati talvolta sconosciuti che cercano di emergere per conquistare almeno un pugno di voti. Non so se questo è l’anno in cui Mussolini possa tornare in auge come strumento di attrazione per elettori nostalgici oppure arrabbiatissimi con i “politicanti” e con le condizioni, non proprio eccellenti, del sistema politico italiano. È anche merito della Costituzione italiana, da un lato, avere statuito il divieto di “ricostituzione del disciolto partito fascista”, dall’altro, di avere obbligato i neo fascisti a cambiare. Qualche saluto romano continua a fare la sua comparsa, qualche slogan può fare breccia temporanea, qualche tatuaggio attrae l’attenzione, qualche canzonetta può avere un refrain accattivante, ma la sostanza rimane. La storia non si ripete, anzi, come scrisse memorabilmente Karl Marx, la prima volta è una tragedia, la seconda è una farsa. Non andrò oltre nel ricorrere a espressioni blasonate perché rischiano, se non di legittimare, di dare un po’ troppa importanza a fenomeni marginali.
Ho sempre detto e scritto che il ricorso al termine “regime” per indicare l’indubbiamente molto importante ruolo politico svolto da Berlusconi tra il 1994 e il 2013 era un’esagerazione polemica, sbagliata, fuorviante, diseducativa. Rimane, tuttavia, da capire che cosa sta dietro il folklore di richiamarsi a Mussolini Benito. Per farla difficile potrei dire che quel richiamo da parte di tre candidati potrebbe essere, a loro insaputa, una “scorciatoia cognitiva”. Mirano a comunicare, senza scendere nei particolari di un programma che non saprebbero stilare, la loro collocazione. Sì, stanno a destra, vogliono “legge e ordine” imposta dall’alto, preferibilmente con durezza; sì, sostengono di avere una orgogliosa identità nazionale (che, naturalmente, stona con il leghismo di qualsiasi sfumatura): sì, sono nettamente ostili agli immigrati specialmente se di colore; si, vorrebbero una democrazia autoritaria con un leader in grado non soltanto di prendere le decisioni, ma di tradurle o farle tradurre in maniera granitica in azioni. La tentazione di sostenere che gli inchini fascisti interpretano qualcosa che è nell’aria ce l’ho. Poiché il vento delle destre populiste e nazionaliste soffia in molti paesi europei, non basta alzare le spalle e dire che sono cose del passato. Sarebbe più produttivo cercare di risolvere problemi, insegnare come rapportarsi agli altri, adottare uno stile rispettoso di tutti, all’insegna dei valori costituzionali.
Pubblicato il 14 maggio 2016

Lo scambio elettorale politico-mafioso

Al Senato si sta discutendo un nuovo DDL che propone l’inasprimento delle pene

Ho detto cosa ne penso a Marianna Ferrenti per l’Indro

l'Indro

Lo scambio elettorale politico-mafioso fu un reato introdotto nel 1992, in occasione delle stragi di Capaci e di via D’Amelio che portarono alla morte dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, due pietre miliari nella lotta alla mafia e alle collusioni con il tessuto politico, abbandonati proprio da quel mondo istituzionale che avrebbe dovuto supportarli e proteggerli. Sull’emotiva di un eccidio tanto grave quanto ancora avvolto nel mistero, si rese necessario un intervento rapido per arginare qualsiasi ostacolo al libero esercizio del voto. In seguito a questi ennesimi omicidi, infatti, il Parlamento approvò la legge che introduceva ‘modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa’.

Questo provvedimento avrebbe dovuto rafforzare quanto previsto dall’articolo 416bis del Codice Penale, sulle associazioni di stampo mafioso, con reclusione da sette a dodici anni per chiunque entri a far parte a diverso titolo delle organizzazioni criminali; mentre chi le dirige era perseguibile con una pena di reclusione da nove a quattordici anni.

Il decreto legge n. 306 dell’8 giugno 1992, (convertito in legge n. 356, il 7 agosto 1992), manifestò con il tempo la sua profonda inefficacia perché veniva meno all’obiettivo prefissato, ossia quello di stanare fin dalle origini qualsiasi legame tra il mondo della politica e quello della criminalità organizzata. Infatti, il sodalizio tra criminalità organizzata e politica non si limita soltanto alla erogazione di denaro in cambio di voti, ma si allarga a tutto un mondo sommerso, al limite tra il lecito e l’illecito. Il legame si sviluppa anche attraverso la concessione di alcuni favori o benefici, che vanno dall’assegnazione degli appalti fino all’assunzione dei lavoratori, alimentando quindi un circuito clientelare.

Un conto è scambiare influenza sul territorio che, ovviamente, significa anche controllo dei voti, non solo per un partito, ma per alcuni suoi candidati, che è quello che la mafia ha sempre saputo fare in maniera quasi scientifica; un conto è trattare direttamente con i decisori che, spesso, non sono soltanto ministri e sottosegretari, ma possono essere anche presidenti delle commissioni parlamentari e  direttori generali o affini dei ministeri. La mafia è regolarmente riuscita ad adattarsi alle varie situazioni. Darwinianamente: appoggiando i più forti oppure aiutandoli a diventare tali” commenta Gianfranco Pasquino, uno dei massimi esponenti di Scienza politica a livello internazionale e docente emerito dell’Università di Bologna. La legge n. 356, il 7 agosto del 1992  subentrava con pene detentive solo dopo che il reato (l’erogazione di denaro) fosse stato commesso, tralasciando il fatto che che il politico si riservasse di pagare solo quando e se avesse vinto le elezioni. Inoltre, interveniva dopo che il reato avesse sortito i suoi effetti negativi. La mafia, la camorra e la n’drangheta, nel corso degli anni, hanno subito diverse metamorfosi, così come è cambiato l’intreccio con la politica. “Lo scambio elettorale che, naturalmente, riguarda anche la camorra (che, però, è  più frammentata e più mutevole) e la ‘ndrangheta, ha effetti nefasti: I più corrotti vincono. Aiutano imprese altrimenti inefficienti. Svolgono attività deteriori. Mandano il messaggio che la corruzione, il clientelismo, i favoritismi servono a vivere meglio  e a prosperare. Scoraggiano chiunque aspiri a qualche forma di premio al merito e di giustizia sociale. Inducono alla rassegnazione, o alla fuga privando quella comunità  di energie per il cambiamento” aggiunge Pasquino.

[…]

A distanza di ventiquattro anni, il Parlamento è intervenuto nuovamente con la legge 62/2014  cambiando radicalmente il modo di intendere il delitto di scambio elettorale politico-mafioso. La legge ha introdotto modifiche all’art.416 ter del Codice Penale, da un lato inasprendo la condotta incriminata ed estendendo quindi lo spettro dei fatti punibili includendo anche l’accettazione della promessa di voti in cambio dell’erogazione di una somma di denaro (o di un’altra utilità), dall’altro riducendo la pena in modo proporzionato al reato commesso.

Il provvedimento, però, prevedeva anche riduzione delle sanzioni previste dall’art. 416 bis, nel caso in cui ci si trova di fronte ad una condotta incriminata meno grave.  “L’unica pena che i politici temono davvero è quella dell’esclusione dalla politica. L’unica pena che anche i burocratici temono è quella della perdita del posto e dello stipendio. Queste sono da applicare immediatamente e severamente, appena con un minimo di modulazione” rincara la dose Gianfranco Pasquino. “L’origine politica della corruzione discende dal fatto che in una società non caratterizzata da competizione aperta  e da mobilità sociale, la politica è il più efficace ascensore sociale verso il benessere e il prestigio. Chi lo prende sale e non vuole più scendere. Se deve pagare il prezzo di una modica corruzione personale lo pagherà, sperando che i suoi elettori non solo lo perdonino, ma gli siano grati di quanto fa per loro,  e che i dirigenti del suo partito chiudano finché è possibile uno o due occhi. Talvolta, questa è limpidamente omertà

Leggi l’articolo integrale su L’Indro

La corruzione che affonda il Paese

Quando i dirigenti dei partiti indeboliscono la loro struttura, la aprono agli arrivisti, non controllano la selezione del personale, non sanno escludere chi fa politica non per vocazione ma per carriera, qualsiasi tipo di corruzione è in agguato e sarà sicuramente praticato dalle Alpi alla Sicilia. Quando i partiti, i loro dirigenti, i loro rappresentanti al governo e all’opposizione si rivelano disposti a tutto pur di mantenere le cariche ottenute e di proseguire la carriera, tutti gli operatori economici, ma soprattutto quelli che in un mercato aperto e competitivo non riuscirebbero a vincere, entrano in relazioni di scambi perversi con quei politici. Negli scambi, inevitabilmente, sono coinvolti anche i burocrati, nominati e promossi dai politici, che traggono il massimo del vantaggio dal loro ruolo cruciale di intermediari, ma, spesso, anche essendo coloro che danno attuazione alle decisioni. Alla fine della filiera si trova la magistratura il cui compito costituzionale è scoprire, processare, punire i responsabili della corruzione che stravolge la vita della collettività e le attività economiche, sociali, politiche.

È indispensabile prendere le mosse da queste considerazioni, accompagnandole con il dato della corruzione percepita che pone l’Italia al 63 esimo posto nella classifica di Transparency International (ai primi posti stanno i paesi con il più basso livello di corruzione, scandinavi e anglosassoni). Risanare un paese profondamente corrotto richiedere colpire la testa della corruzione, cioè la politica e le burocrazie pubbliche. La Legge Severino che, appena approvata, è stata abbondantemente e subdolamente criticata da parlamentari, politici e loro giornalisti di riferimento, va proprio nel senso giusto. Data la vastità della rete di corruzione politica in Italia e la sua straordinaria capacità di riprodursi (inimitabile esempio di “energie rinnovabili”), il contrasto va effettuato non tanto con l’inasprimento delle pene detentive, che, naturalmente, non debbono neppure essere addolcite, ma colpendo politici e burocrati in quello che hanno di più caro: il posto di “lavoro” e le prospettive di carriera.

Per quanto riguarda i detentori di cariche elettive, il primo passo è l’immediata sospensione. A condanna acquisita, il secondo passo è la decadenza dalla carica. Infine, il terzo e ultimo passo è la decisiva sanzione dell’ineleggibilità, un po’ come è stato comminato a Berlusconi, ma a mio parere l’ineleggibilità dovrebbe essere definitiva. Per i burocrati coinvolti in casi di corruzione la sequenza delle pene dovrebbe riguardare, anzitutto, lo stipendio, anche per indennizzare lo Stato (cioè i cittadini) dei danni subiti; poi, la retrocessione nelle mansioni e quindi nello stipendio; infine, il licenziamento, accompagnato nei casi più gravi anche dalla rivalsa dello Stato sulla pensione eventualmente maturate. Se queste mie riflessioni e proposte hanno qualche validità, i dirigenti di partito e i politici dovrebbero rivisitare la legge Severino e le sue clausole e lavorare sulla riforma della burocrazia predisposta dal Ministro Marianna Madia affinché si giunga ad una rapida e, soprattutto, certa applicazione delle sanzioni da me indicate.
Potremo anche valutare la reale volontà dei politici di combattere la corruzione nei loro ranghi e in quelli della burocrazia dalla celerità e dalla sistematicità dei loro interventi e dal loro non intralcio, ma sostegno alle inchieste della magistratura. Quando l’Europa ci guarda è soprattutto la corruzione italiana che vede e l’inadeguatezza degli interventi con i quali ridurla. Meno corruzione, percepita e praticata, più affidabilità: questa sarebbe l’Italia che va avanti.

Pubblicato AGL 9 maggio 2016