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Una cultura politica, anche libresca, per il Partito Democratico

Apprendiamo che Nicola Zingaretti, le cui benemerenze culturali non sono note né al grande pubblico né a me, sostituirà Gianni Cuperlo alla Presidenza della Fondazione del Partito Democratico. Dovrà, nelle parole della segretaria, avere quello sguardo “lungo e largo” necessario al partito. Quando ascolto queste banalità, mi intristico. Hanno quasi tutti smesso di studiare tempo fa, pochi lo avevano fatto e ancora meno, fra questi Cuperlo, hanno continuato.
Il mio tic di Pavlov consisterebbe nel chiedere a Zingaretti quale libro sta leggendo, chiedo scusa, quale è l’ultimo libro che ha letto (la domanda vale anche per Schlein). So che verrei sbeffeggiato. Non sanno i sbeffeggiatori che la loro reazione rafforza la mia convinzione che da tempo la cultura non abita più nel Partito Democratico. Anzi, probabilmente, nonostante le roboanti affermazione sulla raccolta delle migliori culture riformiste del paese, comunque giunte esauste e al capolinea nell’anno 2007 dopo Cristo, il PD di cultura politica praticamente non ne ha (ne ho discusso nel fascicolo di Paradoxa: La scomparsa delle culture politiche in Italia .
Cuperlo faceva del suo meglio, ma certamente era consapevole che quel suo partito frastagliato in correnti dedite alla riproduzione di posti, di cultura politica produrne non poteva, ma il galleggiamento garantiva che in qualche modo circolassero idee. Era, poi, nella sua, immagino piena, consapevolezza, la sua personale non centralità politica, a impedire che fossero le idee a guidare l’azione politica. La movimentista Schlein coerentemente si agita e agita alcune idee che, per quel che conta, spesso coincidono con alcune mie preferenze. Ma lo sguardo non mi pare né lungo né largo, abbastanza sbilenco e centrato sui dintorni, su coloro che l’attorniano. Da movimento a istituzione, poi, come hanno brillantemente scritto Max Weber e Francesco Alberoni, il passo è talmente lungo che, spesso, proprio non riesce.
Provocatoriamente, adesso subito, desidererei che Zingaretti suggerisse e/o si facesse suggerire quei cinque-sei libri non solo di autori contemporanei, ma anche di classici, non solo utile per la citazione ad effetto, ma per l’impostazione di una strategia riformista, progressista, pluralista, europeista. No, non mi sono dimenticato “pacifista”; l’ho omessa deliberatamente. Non ho l’aggettivo per giustizia sociale, ma questo obiettivo è la stella polare della cultura progressista. Se non lo fosse, un dibattito aperto, non per linee correntizie, dovrebbe costituire la prima attività lanciata da Zingaretti, magari con l’invito a Cuperlo a tenere una delle relazioni introduttive,
Come? Mi state dicendo che non funzionano così i partiti? Che questo tipo di dibattito non sta nel DNA del Partito Democratico? Mi piace avere ragione, ma sarei ancora più contento di averla a ragion veduta. A dibattito consumato. Realismo della ragione.
Pubblicato il 24 luglio 2023 su PARADOXAforum
Un Presidente della Repubblica molto persuasivo
In questi giorni i cosiddetti quirinalisti si affannano a difendere preventivamente il Presidente della Repubblica da eventuali, possibili critiche provenienti dalle opposizioni. Secondo molti di loro che conoscono, o almeno così dicono, i retroscena meglio della Costituzione, il Presidente sarebbe sostanzialmente obbligato dall’art. 87 a autorizzare la presentazione alle Camere del disegno di legge sulla riforma della giustizia. Però, non solo ancora non conosciamo il testo preparato dal Ministro Nordio, già ampiamente criticato su punti molto importanti, abuso d’ufficio e concorso esterno in associazione mafiosa, da esponenti di Fratelli d’Italia e della Lega, ma già sappiamo che Mattarella ha avuto un lungo colloquio con la Presidente del Consiglio Meloni proprio su alcuni punti rilevanti. Più che ipotizzabile, è certo che il Presidente della Repubblica abbia sollevato numerose obiezioni di merito.
I quirinalisti, ma non solo, sottolineano che in questi colloqui e in altri, a seconda dei casi, il Presidente esercita la cosiddetta moral suasion. Quanto si tratti di persuasione morale è tutto da vedere e valutare. Molto più probabile è che il Presidente abbia messo in chiaro le sue perplessità suggerendo alla Presidente del Consiglio i cambiamenti necessari che non potranno essere solo cosmetici. Su almeno due aspetti, il Presidente deve essere stato molto fermo. Primo, nessuna parte della riforma può contraddire i principi dell’ordinamento giuridico dell’Unione Europea, ad esempio nel contrasto alla mafia. Secondo, nessuna riforma può essere congegnata come punitiva nei confronti dei magistrati. Agitare il cosiddetto garantismo che, un giorno bisognerà pure declinare nelle sue componenti, non implica affermare che i magistrati e coloro che li sostengono siano tutti “giustizialisti” e operino schiacciando e travolgendo i diritti dei cittadini.
Il Presidente della Repubblica conta sull’accettazione da parte del governo di alcuni suoi rilievi. Sa anche che il governo potrebbe procedere senza tenerne conto, caso nel quale la sua autorizzazione non mancherà, ma verrà accompagnata da sue osservazioni puntuali derivanti dalla Costituzione e da quello che vige in Europa. Dopodiché, nel dibattito parlamentare, sperabilmente non troncato da apposizioni di voti di fiducia, maggioranza e opposizioni decideranno se e quali modifiche accettare e introdurre. A norma di Costituzione il testo che sarà approvato dal Parlamento tornerà sulla scrivania del Presidente (anche questo Mattarella ha sicuramente ricordato con cortesia istituzionale a Giorgia Meloni) che ha la facoltà di promulgarlo oppure di restituirlo al Parlamento con le sue critiche ai punti discutibili e anche con le indicazioni su come cambiarli e migliorarli. Questa procedura sì merita di essere configurata come in buona misura “moral suasion”. Certo, qualora la maggioranza di governo procedesse imperterrita senza cedere su nessun punto, si aprirebbe una situazione a dir poco delicatissima.
Pubblicato AGL il 16 luglio 2023
Tre berlusconismi per ieri, oggi e domani Lib- #10 del Partito Liberale Radicale Ticinese
Pubblicato in LIB, mensile del Partito Liberale Radicale Ticinese, giugno 2023, p. 9
Il berlusconismo è un fenomeno molto complesso che ha radici nella storia italiana che precedono la “discesa in campo” di Berlusconi e ha propaggini di lunghezza indefinibile nella uscita di scena del discusso e discutibile protagonista. In verità, il berlusconismo è un fenomeno plurale. C’è il berlusconismo materiale espressione del potere economico e del potere mediatico che hanno condotto al potere politico e c’è il berlusconismo ideologico fatto di liberalismo immaginario, di europeismo altalenante, di garantismo proclamato per se stesso, di cristianesimo esclusivo (inteso per escludere i non-credenti, ma anche i credenti in altre fedi). Esiste, infine, un berlusconismo minore che chiamerò quotidiano, da sempre parte della storia di Italia, dell’Italietta, con radici profonde nella autobiografia della nazione, un impasto di atteggiamenti e comportamenti gonfi di anti-politica, anti-parlamentarismo, diffidenza nei confronti dello Stato, familismo, egoismo. Ciascuno di questi atteggiamenti e comportamenti può esprimersi periodicamente con minore o maggiore visibilità, rimanendo sottotraccia, ma sempre solleticabile e attivabile.
La miscela, meglio la combinazione dei tre populismi ha consentito a Silvio Berlusconi di catapultarsi in maniera possente e brutale sulla scena politica italiana e di rimanervi per quasi trent’anni senza, però, dominarla politicamente, ma molto spesso condizionandone le scelte e le soluzioni. Diversamente da molti commentatori, non è mia opinione che il berlusconismo sia un fenomeno populista, anticipatore di simili sviluppi in altri paesi. Un qualche appello al popolo, una qualche striscia di populismo esiste sempre in tutte le democrazie, sistemi politici che tali sono poiché al popolo, δῆμος, attribuiscono potere, Κράτος, ma il potere di governo non è stato acquisito da Berlusconi in maniera populista, semmai, grazie a quello che chiamò il movimento politico Forza Italia, con enfasi nazionalista: “L’Italia è il paese che amo…”, e non è stato esercitato per il popolo, ma per obiettivi e fini spesso sostanzialmente personali.
Il berlusconismo non ha una teoria politica. Non riconosce la separazione delle istituzioni e la loro reciproca autonomia. Chi vince le elezioni e conquista il potere esecutivo deve essere messo in grado di decidere a prescindere dal potere della magistratura e, persino, quando necessario, dal potere del Parlamento. In seguito ad una ennesima votazione parlamentare che, per le assenze e l’incompetenza dei suoi eletti, segnò una sconfitta, Berlusconi propose che votassero soltanto i capigruppo con il peso del loro voto corrispondente al numero dei loro parlamentari. Pur dichiarandosi favorevole al presidenzialismo secondo il modello USA (non essendo al corrente dei molti inconvenienti di quel modello a cominciare dal governo diviso), Berlusconi non seppe proporne l’introduzione in Italia.
Per quanto, sicuramente, in alcune democrazie il successo in Italia del berlusconismo politico abbia attirato l’attenzione di qualche politico particolarmente ambizioso, un po’ dovunque erano assenti le risorse indispensabili al berlusconismo materiale e non era possibile sfruttare il lascito delle mentalità che caratterizzano il berlusconismo ideologico. Piccoli berlusconi sono rimasti tali e risultati ininfluenti tranne che negli Stati Unito d’America. Anche se nel più intelligente dei libri alla ricerca delle spiegazioni del populismo, gli autori Pippa Norris e Ronald Inglehart (Cultural Backlash. Trump, Brexit, and Authoritarian Populism, Cambridge, Cambridge University Press, 2019) si riferiscono a Berlusconi soltanto due volte, il paragone con Trump può essere illuminante. C’è il trumpismo materiale del tutto simile al berlusconismo: patrimonio immobiliare, enorme presenza mediatica televisiva, denaro in quantità (e danarosissimi estimatori e finanziatori) e c’è il trumpismo ideologico sicuramente illiberale, che fa ricorso alle peggiori esperienze USA e condona le truffe, la violenza e, sottilmente, il razzismo.
Il berlusconismo materiale è finito con Berlusconi, il suo impero economico verrà suddiviso fra gli eredi. Il berlusconismo ideologico aveva in lui il migliore degli interpreti: né Beppe Grillo né Matteo Renzi hanno dimostrato di possedere capacità simili di manipolazione delle menti. Il berlusconismo come striscia nella autobiografia della nazione si è palesato in gradissimo spolvero molto più nel funerale di Berlusconi, nei numerosissimi commenti dei giornalisti, degli intellettuali di corte e di chiesa e, naturalmente, del pubblico, della audience a reti unificate di Mediaset e non solo. Questo berlusconismo che sta nella storia, nel corpo della nazione, non è mai sparito. Für ewig. Dunque, non di suo ritorno stiamo parlando, ma della sua presenza che soltanto un enorme, convinto, prolungato sforzo culturale in nome dei valori europei potrebbe estirpare. Al proposito, non sembrano esistere in Italia oggi né i politici né gli intellettuali volenterosi e capaci di questo sforzo. Dunque, non è possibile essere ottimisti sul futuro.
GianfrancoPasquino è Professore emerito di Scienza politica e socio dell’Accademia dei Lincei. Fra i suoi libri più recenti pubblicati da UTET: Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (2021); Tra scienza e politica. Una autobiografia (2022); Il lavoro intellettuale (2023).
Gli equilibrismi della premier tra l’Europa e i sovranisti @DomaniGiornale


Doveroso preoccuparsi giorno dopo giorno di quello che il governo e i suoi ministri fanno (“riforma” della Giustizia) e, ancor più, non fanno (PNRR) o hanno fatto (conflitti di interesse). Importante è, non solo contrastare, ma proporre. L’esempio migliore della proposta è il salario minimo garantito. Offre il segnale della convergenza delle opposizioni, ma potrebbe essere meglio argomentato e sostenuto, ad esempio, con riferimento a quanto c’è negli altri Stati-membri dell’Unione, anche in quelli nei quali i sindacati hanno dimostrato forte capacità di contrattazione collettiva. Che sia una proposta tanto significativa quanto imbarazzante per il governo è dimostrato dal fatto che il centro-destra cerchi di sopprimerla senza neppure discuterla nel merito. Sopprimere una tematica costituisce una delle varianti della strategia complessiva della Presidente del Consiglio. Ai ministri è consentito esprimere loro posizioni, ma se sono controverse e appaiono sgradite, immediatamente vengono etichettate e derubricate come non facenti parte del programma di governo per l’attuazione del quale gli elettori avrebbero espresso un mandato.
Questa falsa narrazione, che non è sufficientemente contrastata dalle opposizioni, serve a Giorgia Meloni per bloccare qualche eccesso, ad esempio, la ventilata abolizione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Avendo definito “pizzo di Stato” quanto debbono pagare i commercianti evasori (il precedente illustre è il berlusconiano dovere morale di evadere le tasse troppo, a giudizio di chi?, alte), Meloni può non avere gradito la “pace fiscale” (scurdammece ‘o passato) proposta dal ministro Salvini, ma ha lasciato cadere. Probabilmente, ha anche lasciato cadere la Ministra Santanchè. Sarebbe un bell’esempio che ci sono limiti all’uso disinvolto dei rapporti di potere.
Nulla di tutto questo, comunque, lo confermano i sondaggi, incrina il livello di gradimento suo personale e del governo che dipende anche e molto dalla sua presenza e attivismo sulla scena europea e internazionale. Certo, le photo opportunities con Macron, Ursula von der Leyen, Erdogan, Sunak, prossimamente Biden, e altre future, dell’underdog venuta dalla Garbatella, sono molto gratificanti. Sbagliano coloro che le criticano come un diversivo, un transfert freudiano su un terreno nel quale la visibilità di Giorgia Meloni quasi cancella i suoi problemi italiani. C’è, invece, una strategia: presentarsi nella misura del possibile, che non è piccola, come una player propositiva (il piano Mattei), affidabile in quanto solidamente atlantica e sostenitrice dell’Ucraina. Qualche scivolata per l’apprezzamento espresso a coloro che difendono gli interessi nazionale è del tutto funzionale al disegno di guidare i Conservatori e Riformisti a diventare alleato numericamente cruciale per i Popolari e una nuova maggioranza a Bruxelles. Opposizioni cieche e afone la aiutano.
Pubblicato il 19 luglio 2023 su Domani
Chi vuol essere europeo?

Condivido pensieri e preoccupazioni che non riesco a fare passare sui giornali e a introdurre nei salotti televisivi. Ovviamente, vi si può dare più sostanza. Si possono anche sfidare nel ragionamento e negli obiettivi. Ne sarei (abbastanza) lieto.
Sostengo da tempo che il modo migliore di cambiare la politica italiana consiste nel diventare più europei. Quindi, per esempio, niente Italicum e niente “Sindaco d’Italia”, due ricette non solo pessime, ma provincialissime. Bisogna, invece, guardare a come funzionano le democrazie, parlamentari e semipresidenziali (Francia, Portogallo, Polonia), non necessariamente per imitarle, ma per cogliere quanto di buono (e non buono) c’è.
Più europei significa acquisire comportamenti che chiamo virtuosi poiché hanno prodotto risultati molto apprezzabili per le popolazioni dei rispettivi paesi. La massa di dati disponibili è enorme, troppo spesso poco e male utilizzata. L’Indice della Corruzione percepita, sempre vicinissimo alla corruzione effettiva, colloca l’Italia agli ultimi posti fra i paesi dell’Unione Europea. Lo stesso vale per l’Indice della Libertà Economica. Poiché spesso gli italiani si vantano di vivere in uno dei paesi (pardon, nazioni) più belli al mondo, noto con dispiacere che questo vanto non si traduce, secondo l’indice apposito, in Felicità dove siamo al trentesimo posto.
La maggior parte degli studiosi e, forse, anche di coloro che si impegnano in politica ritiene che la politica debba servire a migliorare la vita dei cittadini/e. Da trentatrè anni le Nazioni Unite usano l’Indice di Sviluppo Umano per classificare le nazioni. Composto da tre dimensioni: conoscenza (anni di scolarizzazione); salute (aspettativa di vita); benessere economico (reddito medio pro capite), l’Indice di Sviluppo Umano classifica nel migliore dei modi quanto i sistemi politici, le classi politiche, sono riusciti a garantire ai loro cittadini. Due terzi degli Stati europei sopravanzano l’Italia che, complessivamente, si colloca al trentesimo posto.
Alla luce di questi dati, nient’affatto congiunturali, la lezione mi pare chiara e semplice. Diventare più europei significa ridurre il peso della corruzione, non solo politica; garantire e ampliare la libertà economica; estendere il sistema dell’istruzione e della formazione professionale; intervenire sulla distribuzione del reddito; fare pagare equamente e progressivamente le tasse. Soltanto sulla sanità e quindi sulle aspettative di vita possiamo già rilevare una posizione italiana sostanzialmente di eccellenza.
Sulla base di quanto ho scritto, è evidente che sono le preferenze politiche e programmatiche a fare la differenza. I partiti, le coalizioni, i governi hanno obiettivi diversi che perseguiranno con la forza numerica che l’elettorato darà loro e con le capacità professionali e le competenze dei loro rappresentanti in parlamento e al governo. Anche queste capacità e le rispettive attività possono essere valutate, ad esempio, con riferimento, ai titoli di studio e alle esperienze, amministrative e professionali, pregresse. Tuttavia, il criterio complessivo più importante mi pare debba essere quello della probabilità con la quale le scelte politiche effettuate faranno avvicinare l’Italia ai paesi più avanzati e più virtuosi dell’Unione Europea. C’è molta strada da fare.
Pubblicato il 13 luglio 2023 su PARADOXAforum
Ma la destra di oggi non è la sua #Berlusconi Formiche 193 #Rivista @formichenews

Su un punto non può esserci nessun disaccordo: Berlusconi ha “sdoganato” l’allora Movimento Sociale Italiano con la famosa frase pronunciata all’inaugurazione di un suo supermercato a Casalecchio, Bologna nel novembre 1993: “se fossi un elettore di Roma voterei Fini”. E il giorno dopo “la Repubblica” di Scalfari titolò: Il Cavaliere nero. Poi, seguì la decisione più importante, quella in occasione delle fatidiche elezioni politiche del marzo 1994 di costruire una duplice coalizione. Nei collegi uninominali del Nord Forza Italia si alleava con la Lega di Bossi: Polo della Libertà; nei collegi del centro-Sud l’alleanza, Polo del Buongoverno, Forza Italia la fece con il MSI diventato Alleanza Nazionale, grazie all’intelligenza politica del suo leader Gianfranco Fini consigliato da Domenico Fisichella. Di tanto in tanto Berlusconi sottolineava che era lui farsi garante degli ex-missini postfascisti e, in effetti, l’egemonia politica sulla coalizione dei tre partiti ai quali poi si aggiunsero molti democristiani di destra e alcuni socialisti fu sempre sua. Fu per l’appunto une egemonia sostanzialmente politica, di numeri e di potere. Berlusconi aveva bisogno di quei voti e sapeva ricompensarli con seggi parlamentari e cariche ministeriali, generosamente. In cambio, ovviamente e giustamente, pretendeva disciplina e sostegno, anche ammirazione, e non critiche e prese di distanze. Avesse o no ragione Fini era irrilevante, ma il suo dissenso frantumava il patto mai formalmente esplicitato, sempre sostanzialmente praticato.
L’egemonia politica di Berlusconi sui suoi alleati non fu mai tradotta anche in egemonia culturale. In verità, il berlusconismo, impasto di elementi antipolitici, di modelli televisivi di costume e di vita, di libertà come elusione delle regole, era, e rimane, più che un progetto, la conseguenza della visione di Berlusconi contrapposta a quel che parte della sinistra riteneva doveroso e praticava senza peraltro sapere più teorizzare. La destra non riceveva quindi nessuno stimolo, nessuna indicazione, nessun incoraggiamento all’ammodernamento della sua cultura post-fascista. Sminuire il significato del 25 aprile senza sostituirlo con una elaborazione storica, politica, sociale per l’Italia di fine secolo e oltre, era/fu un’operazione di corto respiro per conquistare qualche voto, qualche pancia, non qualche mente. La destra ne traeva limitati vantaggi, ma cambiava nel profondo dove Fini cercò di lavorare, ma, infine, perse e venne espulso, escluso.
I quattro aggettivi “inventati” da Berlusconi per definire la cultura politica di Forza Italia: liberale, cristiana, garantista, europeista, sono tutti discutibili e, al tempo stesso, sostanzialmente estranei alla destra italiana come l’abbiamo conosciuta. Delineano sicuramente una cultura politica moderna, non conservatrice, esistente in qualche schieramento e partito delle democrazie occidentali, ma che non abita affatto in Italia. Qualche spezzone di quella cultura politica ha fatto capolino in Forza Italia attraverso il reclutamento di alcuni parlamentari e la loro non lunga parabola. Nessuno di quegli elementi ha neppure lambito la destra che oggi si riconosce e esprime in Fratelli d’Italia e nella loro leader. Conservatrice (e riformista), non interessata all’esibizione di un popolarismo neppure di facciata, incline all’imposizione dell’ordine piuttosto che delle “garanzie”, non europeista, ma sovranista, la destra italiana non è per nulla debitrice in termini culturali ai valori enunciati, ma poco praticati e quasi nulla predicati da Berlusconi e dai suoi collaboratori fra i quali da tempo non figurano più gli elaboratori di idee. L’unico lascito per la destra che può essere attribuito a Berlusconi è quello che la loro partecipazione al governo non implicava danni e conseguenze negative che lui non avrebbe tollerato. Senza allarmismi va rilevato che nella configurazione del governo Meloni non esiste più quel contrappeso che Forza d’Italia di Berlusconi era in grado di garantire.
Formiche 193, luglio 2023, pp. 72-73
L’imbarazzo di una destra rimasta senza classe dirigente @DomaniGiornale


Una classe dirigente è davvero tale quando i suoi esponenti non soltanto sono convinti di avere le capacità e le competenze per occupare cariche importanti, ma riconoscono che anche altri nel loro partito/coalizione saprebbero fare altrettanto bene. A sua volta, il ristretto gruppo dirigente e il/la leader sanno che i collaboratori di vertice, ministri, sottosegretari et al. non obietteranno all’eventuale sostituzione per non imbarazzare partito e leader, certi che alla prima occasione buona saranno recuperati. Aggrapparsi con le unghie e con i denti alle cariche è, da un lato, un segno di debolezza, di sfiducia in se stessi/e, ma anche nel/la leader, dall’altro è imbarazzante per la leader obbligata a scegliere fra la lealtà personale e politica (ai limiti dell’omertà) e la coesione dell’organizzazione partitica.
Sono davvero così pochi e di rango inferiore gli esponenti di Fratelli d’Italia in grado di sostituire il Ministro Santanché e il sottosegretario Delmastro Delle Vedove? La loro sostituzione indebolirebbe Giorgia Meloni poiché in Fratelli d’Italia, come in altri partiti italiani (e no) esistono situazioni nelle quali, ad esempio, Milano, dove i voti e il consenso, come ha scritto Giulia Merlo, ruotano attorno al Presidente La Russa e al Ministro Santanché? Naturalmente, è comprensibile che la Presidente del Consiglio non sia disposta a concedere alle opposizioni di fare dimettere Santanchè. Proprio per questo è lecito attendersi dalla Ministra una nobile (sic) dichiarazione di dimissioni accompagnata dalla ri-rivendicazione dell’estraneità ai fatti e ai comportamenti che le sono attribuiti.
Se la classe dirigente della destra mostra limiti numerici/quantitativi, non meglio sembra procedere il tentativo di costruire la sua egemonia culturale. I suoi intellettuali di riferimento, scrittori, critici d’arte, giornalisti, hanno finora fatto notizia non per mirabolanti, straordinarie, innovative imprese culturali, ma per scurrilità, improvvisazioni, maschilismo, proprio mancanza di cultura. L’improvvisa visibilità non ha giovato all’autocontrollo che dovrebbe essere patrimonio degli intellettuali. Fermo restando che in democrazia l’egemonia culturale comincia dalla Costituzione, le sue clausole, le sue interpretazioni, che si affermi oppure no e esista dipende dal suo trascendere i confini nazionali.
Sono gli intellettuali degli altri paesi, gli organizzatori culturali, le case editrici, i direttori di musei e orchestre che riconoscono come eccellenti i prodotti che circolano sul mercato delle idee. Questo non è un altro discorso rispetto alla ristrettezza e alla qualità del gruppo dirigente di Fratelli d’Italia e dei governanti del centro-destra. Sono le loro nomine e i loro prescelti che potranno o no produrre e fare circolare cultura. Finora, poco o nulla.
Se la classe dirigente della destra mostra limiti numerici/quantitativi, non meglio sembra procedere il tentativo di costruire la sua egemonia culturale. I suoi intellettuali di riferimento, scrittori, critici d’arte, giornalisti, hanno finora fatto notizia non per mirabolanti, straordinarie, innovative imprese culturali, ma per scurrilità, improvvisazioni, maschilismo, proprio mancanza di cultura. L’improvvisa visibilità non ha giovato all’autocontrollo che dovrebbe essere patrimonio degli intellettuali. Fermo restando che in democrazia l’egemonia culturale comincia dalla Costituzione, le sue clausole, le sue interpretazioni, che si affermi oppure no e esista dipende dal suo trascendere i confini nazionali.
Sono gli intellettuali degli altri paesi, gli organizzatori culturali, le case editrici, i direttori di musei e orchestre che riconoscono come eccellenti i prodotti che circolano sul mercato delle idee. Questo non è un altro discorso rispetto alla ristrettezza e alla qualità del gruppo dirigente di Fratelli d’Italia e dei governanti del centro-destra. Sono le loro nomine e i loro prescelti che potranno o no produrre e fare circolare cultura. Finora, poco o nulla.
Pubblicato il 12 luglio 2023 su Domani
Alla Francia delusa e lacerata non rimane che la piazza @DomaniGiornale


Gilet gialli, pensionandi, giovani: tre possenti ondate di proteste, anche molto violente, soprattutto quella dei giovani, contro i detentori del potere politico-istituzionale in Francia, in definitiva contro il Presidente Macron. La crescita del prezzo del carburante, l’aumento, peraltro contenuto, dell’età pensionabile, l’uccisione, questo sì, fatto gravissimo, di un giovane ad opera della polizia, sono sufficienti a spiegare gli scontri ripetuti, le proteste diffuse, le violenze e i saccheggi che hanno coinvolto forse qualche milione di francesi? È possibile formulare una sola interpretazione capace di coprire fenomeni che appaiono molti diversi per tematiche e partecipanti? Mi è tornata in mente una frase scritta nel 1832 circa dall’aristocratico francese Alexis de Tocqueville. Cito a memoria: “quando c’è un problema gli americani si associano”. La comparazione implicita, che spiega la sorpresa di Tocqueville, è con la Francia dove, se c’è un problema, i cittadini prennent la rue, scendono in piazza, pretendono la soluzione dalle autorità. Potrebbero fare altrimenti? Difficile immaginare i camionisti, che fanno un lavoro solitario e atomizzante, dare vita ad un’assemblea nella quale esprimere le proprie doléances, lamentele. Improbabile che uomini e donne non iscritti a associazioni professionali, che non si sentono tutelati da sindacati deboli, trovino forme di comunicazione, diverse dalla protesta in strada, che obblighino il potere a confrontarsi con le loro richieste. Fuori dalla scuola perché in vacanza, con istituti scolastici che non offrono luoghi e attività di aggregazione (“neanche un prete/un iman per chiacchierar”), niente biblioteche né sale cinematografiche, forse qualche spelacchiato campetto di calcio, privi di un lavoro anche occasionale, con genitori costretti a lunghi trasferimenti per raggiungere i loro posti di lavoro, quei giovani, spesso con la pelle non bianca, venti volte più suscettibili dei bianchi di essere fermati e infastiditi dalla polizia, hanno un’unica modalità per farsi vedere e sentire: la protesta. Possiamo stigmatizzare la loro violenza soltanto comprendendone, non necessariamente e non automaticamente giustificandola, le condizioni che l’hanno prodotta. La combinazione di una non modesta dose di autoritarismo dei detentori del potere anche poliziesco con la maturata convinzione che gli sbocchi della loro vita scolastica e lavorativa non sono affatto promettenti, certamente inferiori a quelli della maggior parte dei loro coetanei che non vivono nelle periferie, è inevitabilmente devastante. In assenza o per debolezza delle organizzazioni intermedie, sindacati, associazioni professionali e culturali, persino religiose, declino del cattolicesimo (un tempo ci furono i preti operai) e isolamento settario dell’Islam, tutto lo spazio viene lasciato alla protesta, non ultima, ma unica ratio.
Pubblicato il 5 luglio 2023 su Domani
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la sede più elevata per avviare una mediazione #Russia #Ucraina
Moltissimi studiosi si sono dedicati a spiegare come nascono le guerre. Gli studi sul come finiscono e sulle loro conseguenze sono poco diffusi. Chi vince impone la sua volontà e le conseguenze negative riguardano meritatamente i perdenti. No, non è esattamente così. Per porre termine all’aggressione russa all’ucraina sarebbe opportuna una mediazione nella sede più importante: il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite integrato con l’Ucraina. Adesso.
Uno scambio che ha il sapore del ricatto #MES
Il Meccanismo Europeo di Stabilità non entra in vigore perché, approvato da venti stati dell’Unione, non è ancora stato ratificato dall’Italia. La ratifica non costituisce nessun obbligo di utilizzo. Oramai è evidente che Giorgia Meloni sta ricattando, è il verbo più preciso, gli altri stati e l’Unione nel suo insieme con un comportamento di stampo orbaniano. Vuole più tempo e più discrezionalità per l’uso dei fondi del PNRR. Non è patriottismo. Deve essere considerato riprovevole antieuropeismo che molti capi di governo ricorderanno a scapito dei nostri interessi nazionali.