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Cercasi leader credibili per un nuovo ordine mondiale @DomaniGiornale

Troppi si sono già dimenticati, oppure, forse non hanno mai realizzato, che l’ordine mondiale del dopoguerra, che non fu mai del tutto “liberale”, è stato il prodotto di due fattori. Da un lato, il ruolo, questo sì effettivamente liberale, svolto dagli Stati Uniti da Bretton Woods in poi nelle grandi organizzazioni internazionali, in particolare quella per il Commercio e nella Banca Mondiale e nel Fondo Monetario Internazionale. Dall’altro, quel tanto di ordine internazionale che ha caratterizzato il dopoguerra fino al 1989 dipese, lo scriverò con l’enfasi degli studiosi che lo battezzarono, descrivendolo e monitorandolo, dall’equilibrio del terrore (nucleare) fra USA e URSS. Il meritato disfacimento dell’URSS ha creato una situazione nella quale gli USA si sono ritrovati superpotenza solitaria, ma, in parte restia in parte incapace, di costruire un nuovo ordine internazionale. La guerra del Golfo nel 1991 comunicò comunque che la creazione di una ampia coalizione con obiettivi condivisi è una soluzione possibile, forse la soluzione anche auspicabile. Nel frattempo, però, alcuni Stati, cresciuti grazie all’ordine che era esistito, hanno cercato di imporsi sulla scena internazionale con l’obiettivo, talvolta meritorio, di raddrizzare qualche squilibrio. Impropriamente, li chiamerò un po’ tutti Brics, consapevole, ovviamente, che Russia e Cina giocano anche un’altra partita e su tavoli diversi.
L’operazione militare speciale di Putin, vale a dire la brutale aggressione all’Ucraina, non è stata lanciata perché la Nato abbaiava (però, senza mordere) ai confini della Russia, ma perché il capo del Cremlino sta tentando di arrestare il declino, in buona parte già avvenuto e irreversibile, del suo paese. La ricca Ucraina rimane una preda ambita, anche se sarà quasi impossibile rilanciare il prestigio della Russia il cui potere militare sembra attualmente dipendere dalle armi, e persino dai soldati, provenienti dalla Corea del Nord.
In altri tempi, il Presidente degli USA avrebbe probabilmente cercato di contrapporre all’aggressore una coalizione, includendovi, per esempio, l’Unione Europea, non, come ha fatto Trump, prima con una specie di ammuina a Putin, poi facendo la faccia feroce e lanciando ultimatum: cessate il fuoco entro 50 giorni. La assoluta necessità di una coalizione capace di imporre la fine del conflitto Hamas-Israele è lampante. Anche in questo drammatico contesto le dichiarazioni di Trump sembrano non sortire alcun effetto con Netanyahu che continua arrogante e imperterrito a perseguire obiettivi che sono anche suoi personali.
Nessuno degli studiosi delle relazioni internazionali ha mai scritto che potenza e prestigio dipendono esclusivamente dalle condizioni economiche di un paese. Tutti o quasi gli studiosi di economia sostengono che il libero commercio è fattore di crescita, nazionale e internazionale. Qualcuno aggiunge che il commercio riduce le tensioni e agevola comportamenti di collaborazione, pacifici. Dazi e protezionismo non fanno diventare grande proprio nessuno. Le guerre commerciali finiscono sempre male, più o meno. Sicuramente le guerre commerciali non servono a ristrutturare le modalità di commercio mondiale che, sostiene Trump, risultano in svantaggi consistenti e persistenti per le imprese e gli operatori economici USA. Dei consumatori il Presidente non sembra curarsi. Anche in questo caso le sue dichiarazioni sono roboanti, talvolta offensive, e gli ultimatum quasi perentori.
Il Presidente Trump ha già perso molta credibilità, e i sondaggi USA lo rilevano e rivelano senza eccezione alcuna. Un Presidente non credibile con comportamenti erratici e non prevedibili non ha nessuna possibilità di (contribuire a) costruire un nuovo ordine internazionale. Anzi, la continuazione del disordine è assicurata dalla crescita, anche, come ambizioni, della Cina della cui visione di ordine internazionale è legittimo essere preventivamente preoccupati. Please, Unione Europea, batti un colpo, anche due.
Pubblicato il 16 luglio 2025 su Domani
Quel PD plurale ma senza cultura politica @DomaniGiornale

Schedare i dirigenti, i parlamentari nazionali e i parlamentari europei del Partito Democratico per stabilirne vicinanza/lontananza politica rispetto alla segretaria Schlein e al Presidente Bonaccini è operazione giornalistica tanto frequente quanto sterile. Registra l’esistenza di un partito pluralistico, anche frammentato, però rappresentativo di una molteplicità di preferenze e esigenze presenti nella società italiana e non riducibili alla schematica contrapposizione, sostanzialmente geografica,” Ztl contro periferie”. Quasi nulla può consentire di credere che gli elettori del PD che risiedono nelle Ztl non siano interessati alle politiche che potrebbero migliorare la vita dei “periferici” Se i disinteressati sono i candidati poi parlamentari del Partito Democratico, allora il discorso diventa un altro e riguarda più propriamente il ceto politico del Partito e soprattutto chi e con quali modalità sceglie le candidature e fa eleggere i parlamentari, a chi quei parlamentari rispondono: ai dirigenti che li hanno nominati, ai gruppi esterni, ad esempio, la CGIL o qualche organizzazione cattolica, che li hanno sponsorizzati, all’elettorato di quel collegio, evidentemente solo, caso nient’affattto frequente, se di quel collegio sono espressione, ad una più o meno loro incerta idea di Partito Democratico?
Questo, troppo facilmente tralasciato, è il punto molto dolente. Quale idea hanno dirigenti e parlamentari del partito nel quale militano, operano, fanno senza scandalo carriera? Dalla collocazione nell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici degli eletti del PD al Parlamento Europeo è possibile trarre una prima conclusione solida: il PD è un partito europeista e progressista. Poi, però, in un voto importante sul sostegno militare all’Ucraina scopre che una parte dei parlamentari europei è favorevole, una parte contraria, una parte si astiene pencolando per il no, la posizione ufficiale dell’Alleanza Progressista essendosi espressa a favore. Quale è, dunque, l’europeismo del PD, natura, sostanza, prospettive?
Sinteticamente è corretto affermare che un partito è una organizzazione di uomini e donne che presentano candidature alle elezioni, ottengono voti, vincono cariche. Questa definizione si attaglia bene a molti partiti del passato, ma forse ancor più ai partiti contemporanei. Però, altri partiti, socialisti, comunisti, democristiani, liberali e fascisti, avevano e alimentavano una ideologia, quantomeno una cultura politica con obiettivi da perseguire, modalità da utilizzare, principi da fare valere e da attuare. Pallidamente queste culture politiche esistono ancora un po’ dappertutto dove i partiti se ne fanno portatori. Un po’ dappertutto le destre hanno resuscitato idee e pratiche fasciste mai pienamente sconfitte, talvolta abbellendole e rafforzandole con quel nazionalismo anti-Unione Europea che si esprime sotto forma di sovranismo.
Non essendo mai riuscito ad amalgamare il meglio delle culture politiche riformiste italiane, giunte esauste e svuotate al 2007 (anno della fondazione), il Partito Democratico ha la sua maggiore, spesso non riconosciuta, debolezza nella sostanziale mancanza di una cultura politica sufficientemente robusta e condivisa nel suo, anzi, scriverò al plurale, nei suoi gruppi dirigenti e fra i suoi parlamentari e governanti. Non hanno letto gli stessi libri e, forse, ne hanno letti pochi. Non è chiaro quali obiettivi sociali e culturali condividono. La loro Europa, grande progetto politico tuttora in corso, sarà una federazione politica ricomprendente tutte le democrazie del continente?
Un partito, sempre potenzialmente di governo, comunque indispensabile anche quando è all’opposizione, deve volere e sapere elaborare una cultura politica, di principi e valori, che ne guidi l’azione. Quella cultura servirebbe come efficace collante del pluralismo interno e diventerebbe stabile e convincente punto di riferimento per un elettorato composito. La sua assenza fa problema.
Pubblicato il 9 luglio 2025 su Domani
Sulla legge elettorale nessun trucco all’italiana @DomaniGiornale

Le leggi elettorali servono a tradurre i voti in seggi. A livello nazionale, la traduzione dei voti produce seggi in parlamento, in tutti i parlamenti non soltanto in quelli, come l’Italia, delle democrazie parlamentari, ma anche in quelli delle democrazie presidenziali (es. USA) e semipresidenziali (es. Francia). Nessuna legge elettorale dà vita al governo. Neppure nel presidenzialismo che non è necessariamente il migliore dei casi. Lì viene eletto un capo dello Stato che poi formerà il governo. Buone leggi elettorali sono quelle che danno soddisfacente rappresentanza politica ai cittadini, abbiano o no votato. Fra le molte, alcune non convincenti, motivazioni del non-voto, non ascolteremo mai quella di coloro che si lamentano perché non si sentono governati. Sicuramente, invece, una parte non marginale degli astensionisti accuserà gli eletti di non sapere né volere rappresentarli. Hanno chiesto il loro voto disinteressandosi appena eletti delle loro preferenze, delle loro esigenze, dei loro interessi cercando solo di essere rieletti. Non otterranno il loro voto poiché gli elettori sedotti e abbandonati se ne andranno nell’astensione.
Gli astensionisti non faranno cadere la democrazia, che, per lo più, non è affatto un loro obiettivo, ma incideranno negativamente sulla qualità di una democrazia che non sarà in grado di tenere conto di quello che il 40 per cento o più dei suoi cittadini desidererebbe. Formulare e approvare una legge elettorale che tenga conto (quasi) esclusivamente degli interessi dei partiti e dei loro dirigenti non servirà in nessun modo a ridurre/risolvere la crisi di rappresentanza. Al contrario, potrebbe addirittura aggravarla, in nome di una governabilità che non può essere sintetizzata nell’indicazione sulla scheda del nome del capo del governo né gratificata con un premio in seggi per dare vita ad un governo grasso, ma, potenzialmente anche inefficace e immobilista.
Il criterio dominante con il quale valutare la bontà di una legge elettorale è quanto potere conferisce agli elettori. Se l’elettore può unicamente tracciare una crocetta sul simbolo del partito (o di una coalizione) e/o sul nome di un candidato, il suo potere risulta e rimane davvero limitato. Consentire all’elettorato di scegliere partito e candidato è un buon passo avanti. Spesso significa che i dirigenti nazionali dei partiti e delle correnti non potranno paracadutare i loro vassalli/e, ma dovranno tenere conto delle preferenze del collegio. Punto da non dimenticare, gli eletti stessi saranno effettivamente rappresentanti/rappresentativi di quel collegio, non soltanto di chi li ha votati, alcuni dei quali poi divenuti insoddisfatti, ma anche di coloro che non li hanno votati, che poi ne apprezzeranno i comportamenti. Tutto questo significa che una buona legge elettorale non è mai il prodotto dell’incrocio e della somma dei vantaggi particolaristici che potrebbero pensare/tentare di ottenere le due donne leader dei due maggiori partiti italiani. Mirare ad affrancarsi dalle pressioni, particolaristiche e spesso politicamente molto fastidiose degli alleati attuali e potenziali è comprensibile, persino, entro certi limiti, giustificabile. Tuttavia, anche nel peggiore dei casi, coalizioni composite danno maggiore e superiore rappresentanza politica all’elettorato. Lo incoraggiano a partecipare per sostenere chi meglio porta avanti le sue idee. Nella situazione italiana dopo tre brutte esperienze autoctone: legge Calderoli, legge Boschi-Renzi (Italicum), legge Rosato, la via più promettente da seguire è quella di imparare da quanto già esiste e funziona, dall’usato sicuro: proporzionale personalizzata tedesca e doppio turno con clausola di passaggio al secondo turno francese, eventualmente con pochi ritocchi non stravolgenti. Non è proprio il caso di inventarsi qualche trucco all’italiana.
Pubblicato il 2 agosto 2025 su Domani
L’essenza di quel che è imperativo sapere su pace e guerra #Paradoxaforum

Si vis pacem, para bellum. Crediamo tutti di sapere che cosa significa questa farse latina. È il chiaro invito ad armarsi per rendere noto e evidente a tutti i potenziali aggressori che il nostro paese, pardon, la nostra Nazione è pronta, forse non solo militarmente, a difendersi. Qualcuno pensa, a mio parere correttamente, che prepararsi alla guerra non voglia dire preparare la guerra, che la difesa richieda non solo armamenti, ma convinzioni, condivisioni e motivazioni, che, concretamente, più di quarant’anni (1946-1989) di preparazione alla guerra sul continente europeo abbiano garantito la pace. Certo, l’equilibrio del terrore fu il prodotto della (rin)corsa agli armamenti fra le due superpotenze: USA e URSS, e anche della consapevolezza di entrambe che un bellum nucleare avrebbe significato il loro reciproco annientamento. Insomma, in qualche modo, prepararsi alla guerra in maniera visibile contribuì a mantenere la pace (almeno sul continente europeo). Che in materia di preparazione attiva e consapevole si possa scrivere molto altro è pacifico (sic), another time another place. Ma queste considerazioni mi paiono sufficienti a delineare in maniera non fumosa problema e soluzione
Si vis pacem, para pacem è quel che, senza nessuna elaborazione, alcuni politici e intellettuali italiani contrappongono a chi indica la strada della preparazione alla/della guerra. Credo che sarebbe opportuno soffermarsi a pensare non soltanto quale pace dovremmo preparare, ma soprattutto come, delineando i tempi, i modi, i passi. “Svuotare gli arsenali e colmare i granai”, come suggerito da Sandro Pertini nel suo primo discorso da Presidente della Repubblica italiana (1978-1985), è una bella frase ad effetto che riecheggia quanto auspicato dal profeta Isaia: “spezzare le spade per farne aratri, trasformare le lance in falci”. Con la stessa logica, ma non vorrei proprio essere blasfemo, chi sostiene, in Italia sono molti a sinistra, che le spese per le armi vanno a scapito di quelle per la sanità, dovrebbe volere trasformare i carri armati e i droni in autoambulanze e agire affinché, condizione essenziale, lo facessero tutti gli Stati. Rimane più che lecito chiedere a chi non vuole che l’Italia partecipi al riarmo dell’Unione Europea quale contributo alternativo la nostra Nazione dovrebbe impegnarsi a dare per la difesa europea.
Preparare la pace significa anche, preliminarmente, riflettere sulle cause delle guerre, proporre spiegazioni storico-comparate, segnalare le modalità con le quali un certo numero di guerre sono state prevenute e impedite. Non vedo nulla di tutto questo nei discorsi di coloro che dicono di voler preparare la pace.
Si vis pacem, para democratiam. Nelle relazioni internazionali una generalizzazione molto robusta e finora non smentita è che le democrazie non si fanno la guerra fra di loro. È vero che le democrazie sono entrate e continuano a entrare in guerra per una pluralità di motivi, ma l’avversario, il nemico è regolarmente, provatamente uno Stato, una Nazione non democratica. Qui fa la comparsa in tutta la sua pregnanza e lungimiranza la lezione del grande filosofo illuminista tedesco Immanuel Kant (1724-1804). La sua tesi è che la pace perpetua è conseguibile ampliando l’area delle Repubbliche, termine usato allora per definire i paesi governati, non nell’oppressione e nella repressione, ma con il consenso, e procedendo alla costruzione di una Federazione di Repubbliche. L’Unione Europea ne è un ottimo esempio.
Qui si pone il problema di come preparare la democrazia. Troppo facile sostenere che non è possibile esportare la democrazia chiavi in mano. Piuttosto le democrazie e i democratici, soprattutto coloro che vogliono la pace, hanno il dovere politico e morale di favorire e incoraggiare tutti quei molti comportamenti che nei differenti paesi vanno nel senso della protezione e promozione dei diritti civili e politici, sostenendo coloro che se ne fanno portatori e difensori. La diplomazia, vigorosa, insistente e generosa, delle idee e delle risorse è il modo migliore per fare sbocciare i fiori democratici.
Ne concludo che chi vuole la pace deve operare per portare, piantare, innaffiare quei fiori democratici a cominciare dai paesi responsabili di operazioni militari più o meno speciali e affini. Hic et nunc.
Pubblicato il 30 giugno 2025 su PARADOXAforum
Teheran libera? solo se l’input verrà da dentro @DomaniGiornale

Che, insieme alle molte brutture, ferite, traumi e morti, la guerra possa aprire qualche finestra d’opportunità è noto a quasi tutti gli studiosi delle relazioni internazionali nonché i ai più colti e avveduti policy makers. Nel passato, certo, i famigerati neoconservatori intorno al Presidente George W. Bush (2000-2008) hanno esagerato nel credere all’abbondanza di opportunità che non sapevano cogliere e meno che mai coltivare. Oggi non è chiaro se intorno a Donald Trump, Commander in Chief, e lui stesso ci sia qualcuno che vede lucidamente che la sconfitta della Guida Suprema Alì Khamenei e la cacciata dal potere degli ayatollah significhino l’apertura di una enorme finestra di opportunità per cambiamenti profondi, rivolgimenti sostanziali.
Per capirne di più e meglio bisogna subito sgombrare il campo da un equivoco esiziale, nel quale sprofondarono i neocon di Bush e sembrano dibattersi troppi attori e commentatori. “Cambio di regime” non significa affatto che, affossata la teocrazia iraniana ne consegua senza colpo ferire l’avanzata trionfante di una democrazia. Il crollo del regime iraniano aprirebbe una benvenuta, ma del tutto indeterminata, transizione nella quale una pluralità di protagonisti: autorità militari, parte del clero, quel che rimarrà dei pasdaran, i movimenti delle donne, forse alcune elite di professionisti iraniani in una società schiacciata, ma non priva di vitalità, giocherebbero le loro carte dando vita a coalizioni composite. Ci sarà confusione e rimarranno tentazioni e comportamenti autoritari. Quello che appare improbabile, ma anche molto sconsigliabile, è una soluzione che venga da fuori, come prospetta il figlio dell’ultimo shah della dinastia Pahlavi. Quarantacinque anni di lontananza implicano che non ha basi né relazioni. Quando toccò a loro i meno famosi esuli iracheni, alcuni coccolati negli USA, mostrarono rapidamente la loro quasi assoluta irrilevanza. Fin d’ora meglio non illudersi e non operare per l’insediamento di un governo fantoccio a prevalenza di revenant.
Comunque, il problema da risolvere è la costruzione di un assetto che, certo per quanto non ancora democratico, sia in grado di garantire ordine politico, inteso come prevedibilità di comportamenti con riduzione al minimo di quelli oppressivi e repressivi. Sarebbe già una situazione positiva e promettente dalla quale, per esempio, a quasi quindici anni dal rovesciamento di Gheddafi, la Libia appare tuttora lontanissima. L’ordine politico è/dovrebbe essere l’obiettivo condiviso, non imposto, fatto valere senza eccessi, senza umiliazioni, senza mortificazioni degli sconfitti alle quali, però, Il Primo ministro israeliano non sembra volere rinunciare. Trump non si sa. Oggi sì, domani no, dopodomani sarà un altro giorno.
Oltre all’ordine politico interno all’Iran è indispensabile porsi l’obiettivo dell’ordine politico a Gaza che, ovviamente, non può essere affidato a Hamas, fermo restando che l’Autorità nazionale palestinese, che non ha finora dato buona prova delle sue capacità, deve imparare ad assumersi responsabilità vere e sostanziali. Al momento, è giusto nutrire dubbi. Nessuno di questi ordini politici, peraltro assolutamente auspicabili, fattibili e indispensabili è in grado di reggere se non viene accompagnato e sostenuto a livello superiore. Senza una visione sistemica conflitti, repressioni, oppressioni, comportamenti odiosi continueranno a ottenere risposte parziali e inadeguate. Ambiziosamente, i policy makers, non soltanto quelli volubili degli Usa, ma anche quelli degli Emirati del Golfo, dell’Arabia Saudita, finalmente dell’Unione Europea, e persino il turco Erdogan debbono impegnarsi a disegnare e coordinare una strategia che conduca anzitutto ad un ordine politico accettabile in e per tutto il Medio-Oriente. Allora apprezzeremo al meglio i frutti scaturiti dal regime change, che è giusto cercare di conseguirlo anche perché contiene generose ricompense.
Pubblicato il 25 giugno 2025 su Domani
Il regime change è una strategia di guerra @DomaniGiornale

Regime change, vale a dire il mutamento del regime di uno o più dei contendenti, è un obiettivo del tutto legittimo di qualsiasi guerra fra stati. Eliminare chi ha reso inevitabile lo scontro armato non serve soltanto a porre fine a quello scontro, ma anche a rendere meno probabili scontri successivi. In effetti, il regime change è sempre stato, più o meno palesemente, uno, non il minore, degli obiettivi perseguiti. Se la responsabilità di uno scontro bellico in atto oppure anche solo ripetutamente minacciato, è attribuibile ai detentori del potere politico in uno specifico assetto istituzionale, allora risulta comprensibile e giustificabile perché sia auspicabile, opportuno e accettabile porre l’obiettivo di cambiare quegli assetti istituzionali e di eliminare i detentori di quel potere politico.
Lo scetticismo manifestato da troppi commentatori sulle probabilità di successo di questa operazione è in buona misura malposto e fuorviante. Sicuramente il requisito essenziale per qualsiasi approfondimento è che chi persegue il regime change risulti vittorioso. Poi si apriranno le opportunità di cambiamento del regime, ma non è affatto improbabile che qualche cambiamento non del, ma nel regime, avvenga nel corso del conflitto con riferimento al suo andamento. Non è neppure detto che come, a cavallo fra ignoranza e ingenuità, credevano (volevano far credere) il Presidente George W. Bush e i suoi collaboratori, il regime change sarà coronato dall’avvento di un regime democratico. Peraltro, dopo il 1945 fu democratico l’esito del cambiamento in contesti tanto diversi come la Germania e il Giappone.
Altrove, negli ultimi vent’anni, la situazione si presenta molto variegata. In Iraq il regime change ha significato il crollo del regime sultanista di Saddam Hussein, ma istituzioni e pratiche democratiche, pure innestate, faticano ad affermarsi. Nell’altra situazione post-sultanista, la Libia, lasciata in macerie da Gheddafi, quelle pratiche sono ancora più lontane. Secondo molti il caso più clamoroso di fallimento del regime change è quello dell’Afghanistan nel quale il totalitarismo artigianale dei Talebani ha mostrato una straordinaria capacità di resilienza. L’intervento USA non ha prodotto nessun cambiamento significativo di regime, ma solo una sospensione temporanea, ancorché non breve, del dominio talebano che si è re-imposto con cambiamenti in peggio specialmente per le donne.
Che la teocrazia iraniana abbia sempre costituito una minaccia militare è valutazione molto largamente condivisa. Il suo sostegno a una pluralità di movimenti armati dagli Hezbollah agli Houthi e le sue prese di posizione favorevoli alla distruzione di Israele sono tanto risapute quanto ripetute. Le manifestazioni degli studenti e soprattutto le proteste delle donne, seguite inesorabilmente da pene crudeli crudelmente eseguite, segnalano scontento e opposizione esistenti, ma non sufficienti. Le uccisioni mirate ad opera degli israeliani dei dirigenti di rango più elevato della teocrazia iraniana vanno nel senso di indebolire il regime fino alla sua possibile caduta. Difficilissimo è sapere quanto gli oppositori interni siano già pronti e preparati a sostituire gli ayatollah. Quanto nell’ambito della teocrazia si trovino figure meno compromesse con i comportamenti oppressivi e repressivi in grado di garantire una qualche transizione non confusa e non segnata da eccessi di conflittualità ad una situazione da più parti accettabile. Sbagliato sarebbe pensare che, sbaragliata la sua teocrazia, l’Iran riesca a transitare, lo scrivo proprio così, “armi e bagagli”, ad una fase che conduca alla democratizzazione. Ancora più sbagliato, però, è ritenere che il regime change in Iran non contenga nessuna potenzialità di portare ad un ordine politico nel quale proliferino i germi democratici che esponenti interni, la cui storia e le cui credenziali li possano rendere protagonisti, sapranno far maturare.
Pubblicato il 16 giugno 2025 su Domani
Al fronte del sì serve più unità e leadership @DomaniGiornale

A fronte di “dure difficoltà”, sconfitte elettorali comprese (quella, brutta, dei cinque referendum lo è), chi ha vocazione per la politica, risponde con le parole di Max Weber: “Non importa, continuiamo!” Però, affinché lo “squoraggiamento” non diventi fenomeno diffuso e paralizzante s’impone l’obbligo di un’analisi realistica della situazione in grado di indicare prospettive percorribili. Sbagliato è sostenere che nei referendum sul lavoro (e sulla cittadinanza) si è manifestata una qualsivoglia crisi della democrazia. Al contrario, milioni di italiani hanno fatto uso di uno strumento proprio della democrazia, il referendum abrogativo, che contempla il non voto come modalità per incidere sull’esito. Il problema, semmai, consiste nel prendere atto che nella struttura sociale del paese, già da qualche tempo, i lavoratori dipendenti sono una, per quanto non trascurabile, minoranza. Né i quesiti né i loro sostenitori né la campagna elettorale sono stati in grado di convincere i moltissimi lavoratori autonomi a sostenere una pur nobile battaglia in grado di dare vita a una coalizione sociale e politica potenzialmente maggioritaria.
Certo, nei referendum le poste in gioco possono essere molte, al di là degli specifici quesiti. Cercare di coinvolgere il governo di destra quasi fosse possibile sfiduciarlo dandogli una spallata è stato fin da subito un errore, comunque, non la modalità giusta per portare elettori aggiuntivi alle urne. Al contrario, potrebbe avere convinto i sostenitori di quel governo a starsene comodamente e efficacemente a casa.
Gli elettori meritano sempre rispetto. Hanno mostrato interesse per il referendum. Si sono informati e hanno scelto con la loro cognizione di causa, come dimostrano i “no” al quesito inteso a rendere più facile il conseguimento della cittadinanza italiana. La loro affluenza alle urne ha implicato qualche costo in termini di tempo e di energie, forse anche di spese. Meglio, sempre, a mio parere, gli elettori che partecipano degli astensionisti. Il rispetto per i votanti non significa affatto che debbano, in questa circostanza, contare di più dei non votanti consapevoli. Di più, il rispetto anche degli elettori che hanno preferito non votare non implica affatto che commentatori, politici, gli altri cittadini debbano astenersi dal criticarli sul modo e sulla sostanza. Insistere sull’obiettivo di una democrazia partecipata è raccomandabile e positivo.
Magari i politici del “sì” e i sindacalisti potrebbero utilmente interrogarsi sui loro errori di comunicazione e sulle loro inadeguatezze di mobilitazione. Per fare tornare i conti, anzi, per migliorarli, non sarà sufficiente concordare con Weber e continuare le battaglie senza cambiare molto. Costruire una coalizione politica potenzialmente maggioritaria richiede l’individuazione dei settori sociali ai quali mandare una pluralità di messaggi che spieghino in cosa quella coalizione non soltanto differisce, ma è preferibile al governo in carica. Esige visibile coesione di intenti e non prese di distanza furbesche e frequenti. Per lo più gli elettorati democratici preferiscono la stabilità a qualsiasi prospettiva di ricambio che si presenti all’insegna dell’incertezza e del conflitto.
Max Weber ricorderebbe a tutti quanto importante, mediaticamente e politica, è la leadership. Senza controproducenti ipocrisie è tempo di riconoscere che Meloni ha saputo esaltare il suo profilo di leader, di partito e di governo, anche nella sceneggiata minore della visita al suo seggio elettorale. I contenuti, ovvero, le priorità programmatiche, continueranno a contare, ma senza una leadership alternativa, credibile, emersa/scelta tempestivamente, per tempo, le opposizioni italiane non andranno da nessuna parte. Non riusciranno a ottenere il voto di quel 10 per cento circa che fa sempre la differenza in tutte le elezioni democratiche. Non perché gli elettori non le hanno capite, ma proprio perché, come e più che nel referendum, ne vedono le contraddizioni e le carenze.
Pubblicato il 11 giugno 2025 su Domani
Una idea, un ideale di identità. Le identità italiane “il Mulino” n.2/2025 @rivistailmulino
Pubblicato ne “il Mulino” n.2/2025 pp. 98-105

“Sono un europeo nato a Torino”. Da una ventina d’anni faccio uso di questa frase dopo averla sentita pronunciare da uno studente della Johns Hopkins al quale, per fare una domanda nel corso di una conferenza, era stato chiesto per l’appunto di “identificarsi”. Nella sua riposta e nella mia “appropriazione”, non c’è nessun rigetto della identità nazionale. Sicuramente, c’è una presa di distanza da troppe fastidiose e pompose dichiarazioni di orgoglio nazionale. Soprattutto c’è consapevolezza che oramai da qualche decennio siamo entrati tutti in una fase storico-politica che richiede di (sapere) andare oltre qualsiasi nazionalismo, la degenerazione più frequente e più pericolosa delle identità nazionali, e c’è anche l’auspicio pensieroso (thoughtful wishing) che ci si impegni a costruire una nuova “superiore” identità, quella europea. Dati di sondaggio dicono che il processo è già spontaneamente stato avviato attualmente riguarda, pur con molte differenze, circa il 10 per cento dei cittadini degli Stati membri dell’Unione.
Non ricordo di essermi mai posto il problema dell’identità nazionale, né della mia né di quella dei miei genitori né dei miei compagni di scuola e di università né di quella dei docenti che ho incontrato ai vari livelli. L’ho sempre data per scontata. Riflettendo a posteriori ho cercato una spiegazione della assenza di problematicità nella mia traiettoria scolastica e nel contesto territoriale, sociale, politico e, in senso molto lato, culturale. Sarò più preciso e argomentativo nel corso di questa esposizione. Cercherò anche di fare, come mi pare opportuno, qualche schematico raffronto assolutamente indispensabile per capire e saperne di più.
Già nella toponomastica torinese c’era una certa idea d’Italia, quella risorgimentale nata e promossa dalla monarchia sabauda. La mia scuola elementare era intitolata allo scrittore Edmondo De Amicis. I miei compagni di classe erano tutti italiani, torinesi o dei dintorni, di classe media, di piccola borghesia, qualcuno figlio di artigiani e di operai. La scuola media porta(va) il nome del diplomatico Costantino Nigra e il Liceo classico quello di Camillo Benso conte di Cavour: indubitabilmente l’italianità di chi aveva fatto l’Italia. Per “fare gli italiani”, ambizioso obiettivo e compito additato da Massimo D’Azeglio (nome del più famoso liceo classico di quei tempi), molti nell’ambiente scolastico e, in senso lato, cittadino, pensavano che bastasse l’esempio. Non ho mai ascoltato frasi di critica per l’unità d’Italia, soltanto un po’ di rimpianto per avere ceduto la capitale, ma, si sa, i torinesi tengono fede alla parola data, rispettano i patti, agiscono di conseguenza, coerentemente. Il maestro alle elementari, raro caso di un insegnante uomo, era torinese, ma fra i professori alle medie e al liceo c’erano alcuni meridionali. Però, nessuno che criticasse l’italianità o ne prendesse le distanze dall’italianità. Data per scontata, l’italianità veniva sottolineata senza enfasi negli insegnamenti, letteratura italiana, storia e filosofia, storia dell’arte, che lo permettevano e richiedevano.
All’Università, Facoltà di Giurisprudenza, in quello che allora era il corso di laurea in Scienze Politiche, il clima di fondo era lo stesso. Nonostante le diverse posizioni politiche, ma di ex-fascisti fra i docenti ne ricordo uno solo, di antifascisti molti, però, uno solo davvero “militante”, l’identità italiana non era in nessun modo in discussione. Nessuno dei docenti la sbandierava. Nessuno la criticava, ma negli insegnamenti, storia, diritto, sociologia, scienza politica, aveva una presenza importante. Non ricordo nessuno dei miei compagni di università che se ne facesse portatore né che criticasse o che respingesse la sua appartenenza nazionale. Non mancavano le critiche all’Italia che c’era, mai, però, spinte fino a dichiarazioni di anti-italianità oppure di estraneità, neppure fra gli studenti comunisti. Piuttosto, c’era la ricerca diffusa di una Italia migliore. A quell’Italia, le cui fondamenta venivano indicate nel pensiero e nelle azioni della Resistenza al fascismo, facevano riferimento docenti illustri, non soltanto per la qualità del loro insegnamento, ma anche per il loro impegno pubblico, passato e presente, come, in ordine alfabetico: Norberto Bobbio, Luigi Firpo, Alessandro Galante Garrone, Marcello Gallo, Alessandro Passerin d’Entrèves Ettore Passerin d’Entrèves, Guido Quazza, della cui identità nazionale nessuno poteva dubitare. Ricordo perfettamente i libri che leggevamo, fra i quali i più pertinenti all’identità nazionale furono certamente quelli scritti dal grande storico valdostano di nascita Federico Chabod: L’idea di nazione(1961); Storia dell’idea d’Europa (1961); e L’Italia contemporanea (1918-1948) (1961)
In questo modo: il contesto, i docenti, loro insegnamenti e loro ruolo pubblico, le numerose letture consigliate e fatte si veniva, complessivamente e senza nessuna imposizione e costrizione, costruendo, definendo, aggiustando e adeguando, più o meno consapevolmente, la mia identità nazionale. Sappiamo che c’è una fase formativa che è destinata a durare nel tempo. Sappiamo altresì che si possono presentare con maggiore o minore frequenza situazioni e avvenimenti capaci di incidere sulle esperienze personali, anche, comprensibilmente sulla stessa autorappresentazione della propria identità nazionale. L’espressione inglese per quegli avvenimenti è molto appropriatamente defining moment, non per me, non allora.
Fintantoché ho vissuto a Torino, la mia identità nazionale, quella che si era formata in un contesto che mi appariva in materia privo di scosse e di sfide, era fondamentalmente “protetta”. Alcuni periodi di studio all’estero, Francia e Inghilterra, mi avevano messo in contatto senza sorprese con altre identità nazionali e con l’immagine che i portatori di quelle indennità si erano fatto e mantenevano dell’italiano inteso come persona. Spesso erano pregiudizi, dai quali non mi sentivo toccato, relativi ai nostri vizi nazionali che, naturalmente, ciascuno di noi scarica e attribuisce agli altri.
Qualcosa di molto importante colpì in maniera (da me) assolutamente inaspettata la mia non molto approfondita e non ancora formata e consolidata visione dell’Europa. Mi trovavo a La Rochelle, un tempo capitale degli Ugonotti, per perfezionare la mia conoscenza del francese in un Istituto apposito molto frequentato da ragazzi e ragazze della più varia provenienza: svedesi, norvegesi, inglesi danesi, finlandesi, olandesi, tedeschi, austriaci, polacchi, spagnoli, non saprei dire se ci fossero anche altri italiani (dai quali, programmaticamente, mi sarei comunque tenuto lontano per mantenere la full immersion nello studio del francese). Insieme alla chiara percezione di un ipertrofico orgoglio nazionalista di quei francesi e ad un notevole miglioramento della mia conoscenza del francese, mi è rimasto un ricordo tuttora dominante: il silenzio e la tristezza nelle sale per la colazione e nella grande radura che separava quelle sale dai dormitori quando quel sabato mattina 13 agosto 1961 giunse la notizia della costruzione del muro a Berlino. Senza nessuna retorica credo di potere legittimamente affermare che quei sentimenti rivelatisi comuni a tutti segnalavano in maniera potente l’esistenza di una idea condivisa di appartenenza e di identità europea, il riconoscimento dell’esistenza di una cultura politica democratica che esige la libera circolazione delle persone e delle idee senza barriere.
Anni dopo, immerso nello studio della scienza politica, più specificamente, della “modernizzazione e sviluppo politico” (titolo del mio primo libro pubblicato dal Mulino nel 1970), la sfida dell’identità era sottesa all’analisi dei molteplici processi di costruzione della nazione costretti a svolgersi in ostici e impervi contesti multietnici e multiculturali post-coloniali rispetto ai quali le tensioni italiane Nord/Sud erano rose e fiori. Comunque, non sentivo nessun bisogno né di approfondire né di problematizzare le componenti “contesto/istruzione/persone” a fondamento della mia identità nazionale. Non ricordo occasioni che richiedessero che vantassi quell’identità né che la considerassi qualcosa di cui sentire un peso negativo, un impaccio, la contraddittorietà.
Fu Bettino Craxi a lanciare la prima tanto inaspettata quanto significativa sfida sia a coloro che, come me, avevano una placida concezione di identità nazionale sia a coloro, parte della sinistra, fin troppo internazionalista, ma la cui identità comunista pencolava più o meno visibilmente verso l’Unione Sovietica. L’appropriazione craxiana del tema dell’identità nazionale si accompagnò deliberatamente e mostrò più di un eccesso di strumentalizzazione. Però, il vero spartiacque arrivò soltanto qualche anno dopo con lo spettacolare e memorabile incipit della cassetta di Silvio Berlusconi che annunciava la sua discesa in campo: “L’Italia è il paese che amo”.
Fu il segnale di quello che, con terminologia della politica USA, definisco “riallineamento”.
L’identità italiana non poteva più essere semplicemente un’identità legata a blande appartenenze famigliari, sociali, culturali, letture e interpretazioni della storia incluse. L’identità italiana diventava esclusiva, uno spartiacque fra chi condivideva la politica di Berlusconi e chi vi si opponeva: “comunisti, ex-comunisti, post-comunisti”. Molti oppositori, nient’affatto tutti collocabili nella triade succitata, caddero nella trappola. Incapaci di definire con chiarezza un’identità nazionale alternativa. Parte di loro, intellettuali scettici, dichiarò di vergognarsi di essere italiano. Con qualche sovrapposizione un’altra parte dichiarò che avrebbe lasciato il paese. Entrambe le posizioni, mai neppure lontanamente nel mio orizzonte identitario, erano, fin dall’inizio, perdenti sia sul piano culturale sia sul piano politico. Una terza posizione era possibile: indicare nella Costituzione repubblicana il simbolo più elevato dell’identità nazionale che, dunque, trascendeva qualsiasi posizione di parte. Molti si fecero forti di una espressione che veniva dalla Germania: patriottismo costituzionale, attribuita al famosissimo filosofo politico della Scuola di Francoforte Jürgen Habermas, ma in realtà coniata molti anni prima da un filosofo politico cattolico Dolf Sternberger.
Rapidissimamente, però, il rapporto fra identità nazionale e Costituzione divenne tanto problematico quanto conflittuale e controverso. Da un lato, a destra, in Alleanza Nazionale stavano anche moltissimi di coloro che con la Costituzione, che non avevano votato, non volevano assolutamente identificarsi. La loro identità italiana era del tutto indipendente dal patriottismo costituzionale. Anzi, trovava radici e referenti nel ventennio fascista. Comunque, quella Costituzione Berlusconi voleva riformarla profondamente, deformarla secondo gli oppositori. Dall’altro lato, et pour cause, cioè, di conseguenza, nacquero sulla spinta “profetica” di don Giuseppe Dossetti, e si moltiplicarono, gli intransigentissimi “Comitati per la difesa della Costituzione”.
Su questo versante, l’identità nazionale veniva, se non plasmata, (ri)definita con riferimento esclusivo o quasi alla Costituzione, alla sua storia, quindi all’antifascismo, ai suoi valori e alle culture politiche, liberale, cattolico-democratica, azionista, socialista e comunista, che la avevano scritta. E tutto diventava molto più complicato. Da allora, era e rimane lecito chiedersi che cosa venisse/venga insegnato della Costituzione, e come, nelle scuole di ogni ordine e grado dell’italico stivale da insegnanti sia da quelli politicizzati, in tutte le direzioni, sia da quelli non raramente intimoriti.
Quella, debbo scriverlo con il termine tecnico, socializzazione all’Italia come patria comune indiscutibile che avevo avuto quarant’anni prima a Torino era diventata persino più che impossibile, praticamente impensabile. Nel clima “berlusconiano” post-1994 apparve, meglio venne reso evidente, che di una identità nazionale condivisa seppure con non poche variante di intensità e di affetto, non si avevano quasi più tracce. Continua ad essere forse utile una esplorazione delle premesse sociali e culturali forse persino più importanti di quelle politiche: crollo del sistema dei partiti e scomparsa dei tre maggiori protagonisti della storia dell’Italia repubblicana, per spiegare quel che successe. Infatti, anche da quei partiti era passata una parte non trascurabile dell’identità nazionale tanto che, piccolo, ma significativo, esempio, uno spezzone del malamente sepolto Partito Comunista Italiano si denominò Comunisti Italiani.
La Costituzione è stata scritta da uomini e donne con storie politiche, professionali e personali e con culture politiche differenti, qualche volta contrastanti. Neppure una pur utile ricerca approfondita con gli strumenti più raffinati riuscirebbe a cogliere se, quanto e come ciascuno/a di loro si sia posto il problema dell’identità nazionale, come lo abbia risolto e quanto abbia tentato e sia riuscito a trasferirlo negli articoli della Costituzione. Comunque, sosterrei che ciò conta è l’esito. Non c’è nessun dubbio che la Costituzione italiana ha una concezione alta e chiara, esigente, ma nient’affatto escludente, del patriottismo italiano. Suggerisco di misurare questo tipo di patriottismo costituzionale con riferimento alla esplicita disponibilità a limitare la sovranità nazionale e a collaborare con le organizzazioni internazionali che assicurino “la pace e la giustizia fra le Nazioni” (art. 11) e al riconoscimento del diritto d’asilo allo straniero “al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana” (art.10).
Entrambi questi riferimenti sono al tempo stesso cruciali e altrettanto indispensabili per affrontare il discorso su quanto debbano e possano essere importanti i valori, anche e soprattutto, costituzionali, nel delineare l’identità italiana. Non sono mai stato convinto dalla concezione espressa nella frase ubi patria ibi libertas attribuita a Cicerone. Pur consapevole che meriterebbe di essere analizzata in tutte le sue complesse sfaccettature e implicazioni ne ho un po’ rozzamente proposto il capovolgimento: ubi libertas ibi patria. Se Cicerone intendeva comunicare che la libertà può essere garantita e usufruita soltanto dentro i confini della patria, il mio capovolgimento va nel senso di sostenere che dovremmo, invece, considerare patria soltanto quel luogo, quel contesto nel quale c’è libertà e impegnarci di conseguenza. Pertanto, costruire una patria significa lottare per ottenere la libertà: patriottismo della libertà che, forse confina forse conduce all’internazionalismo, se non addirittura al cosmopolitismo, programmaticamente situato ben oltre qualsiasi identità nazionale.
Dichiararsi europeo è, in un certo senso, indicare e sostenere che l’identità italiana è troppo poco per definire oggi nel mondo un universo personale valoriale. Quella identità deve essere, se non trascesa, comunque completata con riferimento al più grande fenomeno di integrazione sovranazionale politica e sociale di tutti i tempi. Significa anche che commetteremmo un gravissimo errore analitico e politico continuando a trattare l’identità nazionale come una qualità che, una volta acquisita, definita, interiorizzata, sia destinata a non cambiare, a rimanere ferma e fissa, quasi cristallizzata. Tutt’altro. Anche se non intendo a spingermi fino a sostenere provocatoriamente che le “migliori” identità nazionali sono quelle “fluide”, vale a dire disposte e capaci di adattamenti e di ridefinizioni anche molto profonde, imposte dalle sfide contemporanee, rimane che le identità che non si ammodernano finiscono per diventare reazionarie e, quel che più conta, sono inadeguate e conducono a inquietudini e disorientamenti, il terreno più fertile per i populisti. In effetti, finora e un po’ dappertutto, l’impatto delle sfide identitarie populiste sulle regole e sui valori è risultato devastante.
L’identità che, certamente, non può non essere nazionale/nazionalista (Make America Great Again), rischia di essere definita nel rapporto popolo/leader, ma, per lo più, è il leader che si arroga il potere di definire. Lo fa in maniera escludente: gli oppositori sono bollati “nemici” del popolo, anche per blandire e compattare il “suo” popolo. Non c’è bisogno di segnalare quanto diffusi siano oggi in Italia atteggiamenti, rivendicazioni e comportamenti di questo tipo e quanto risultino respingenti per settori molto ampi dell’opinione pubblica la cui identità risulta scossa e rimane inquieta.
La mia impressione è che le modalità: contesto, scuole, insegnamenti, docenti, attraverso le quali moltissimi anni fa ho personalmente “assorbito” l’identità nazionale di italiano, siano troppo cambiate; non esistano più; non siano recuperabili. I cambiamenti hanno interessato soprattutto le scuole, sostanzialmente travolgendo e sconvolgendo qualsiasi possibilità di socializzazione, di insegnamento e di trasmissione di una identità nazionale. Non bastano più neppure le trasmissioni televisive e il Festival di Sanremo per conquistare gli onori e pagare gli oneri relativi alla costruzione e/o alla ridefinizione dell’identità nazionale. Molto orgoglio nazionale/nazionalistico viene suscitato dalle imprese sportive: calcio, tennis, sci, automobilismo (la Ferrari), motociclismo (Valentino Rossi), ma è orgoglio contingente che, incidentalmente, a suo tempo non ha contato praticamente niente per l’identità nazionale dei miei compagni e mia personale.
Non saprei dire se abbia ragione chi ha sostenuto che per avere una identità europea è preliminare avere una identità nazionale. In parte piuttosto significativa la mia sottolineatura dell’europeismo come orizzonte identitario nel quale mi rifletto e, per l’appunto, mi identifico, tutt’altro che da solo, si sostanzia nel riconoscimento e nell’apprezzamento di valori condivisi fondamentali: libertà, eguaglianza di opportunità, giustizia, che sono minoritari, sempre traballanti, non adeguatamente perseguiti nel contesto nazionale italiano. Peggio. Talvolta, quei valori sono considerati di parte e oggetto di appropriazione o di respingimento nella lotta politica. Allora mi chiedo se il mio europeismo non sia anche il prodotto del rifiuto di entrare in dibattiti nei quali le prese di posizione sono visceralmente e ideologicamente di parte.
Concludendo, forse non abbiamo più bisogno di una identità nazionale. Forse le nostre identità nazionali potrebbero essere utilmente servire come elementi positivi di differenziazione nel quadro complesso e complessivo, sovraordinato della identità europea. La competizione sui contributi in termini culturali, sociali e politici delle diverse identità nazionali (quelle degli studenti a La Rochelle più di sessant’anni fa) alla formazione di una identità europea, che non è data, ma costantemente in movimento, sarà il modo migliore per fare gli europei che porteranno a compimento l’unificazione politica dell’Europa.
GIANFRANCO PASQUINO, dal 1970 socio dell’Associazione “il Mulino”, è Professore Emerito di Scienza politica, Università di Bologna


