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“Ne resterà soltanto uno!” Le primarie e il caso Bologna #webinar #26maggio @liberigiustiBo @liberiegiusti
Mercoledì 26 maggio 2021 ore 18
Zoom:
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ID riunione: 978 2816 0801 Passcode: 916603
“Ne resterà soltanto uno!”
Le primarie e il caso Bologna
Uno scambio di idee online con:
Gianfranco Pasquino, Mattia Santori, Nadia Urbinati, Piero Ignazi
info: m.bruni3@gmail.com

I 100 giorni di Draghi promossi dal prof Pasquino, ma… @formichenews
Piano di ripresa e resilienza, pandemia, equilibri parlamentari e con le forze politiche. L’alunno Mario Draghi passa a pieni voti gli esami dei primi 100 giorni di governo, eppure è utile non dimenticare che gli esami non finiscono mai. I voti di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, in libreria con “Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana” (Utet 2021)
Cento giorni non sono né tanti né pochi per valutare l’operato dell’alunno Mario Draghi, presidente del Consiglio. Reduce da un lungo periodo di Erasmus trascorso alla prestigiosa e ben frequentata Università di Francoforte, Draghi ha dimostrato di essere un alunno con notevoli basi nelle materie economiche. Il suo primo esame relativamente al quesito “Come scrivere un Piano di ripresa e resilienza” è stato svolto, con un qualche aiuto di provenienza Conte. La maggior parte dei commenti di più o meno improvvisati e preparati valutatori è stata positiva, ma quello che conterà davvero sarà il giudizio del professoroni della Commissione europea. Tuttavia, va segnalato che l’alunno Draghi ha dimostrato di avere le conoscenze necessarie anche ad una eventuale rapida riscrittura di alcune parti del suo tema. Si attende, pertanto, un voto buono, se non molto buono, probabilmente 8 più.
Il secondo esame che l’alunno Draghi ha dovuto affrontare è stato quello della pandemia in corso, il corso di Pandemia. Anche in questo caso ha saputo fare buon uso dell’aiutino da parte dell’alunno che l’aveva preceduto. Però, Draghi ha saputo (con qualche scambio con il suo vicino di banco, il ripetente Roberto Speranza) imprimere una accelerazione in particolare per quel che riguarda la vaccinazione e resistere a pressioni provenienti dal malvagio Franti Salvini per cervellotiche riaperture anticipate. La capacità di Draghi di saper fare di conto (non è chiaro alla Commissione se vi sia stato un pur legittimo ricorso ad algoritmi di vario tipo) e, soprattutto, la misurabilità dei fenomeni contagi, ricoveri, decessi, consentono di dare un voto alto, 9, all’operato in questo ambito, in attesa della molto ardua prova della produzione di un migliaio di Decreti Attuativi.
Fra le materie obbligatorie portate all’esame dall’alunno Draghi ve ne sono state due, particolarmente importanti per il proseguimento degli studi, ma anche abitualmente non prescelte per la loro difficoltà dalla grandissima maggioranza degli studenti: rapporti con il Parlamento e comunicazione politica. Il primo tema è stato affrontato inizialmente con grande cautela, con il rispetto dovuto, da un lato, alla complessità dei rapporti in un Paese nel quale vibra alto l’antiparlamentarismo, dall’altro, alla presenza in Parlamento, seppur non proprio frequentissima di vecchi volponi e di giovani volpine. Incoraggiato dal non avere sbagliato nessuno dei suoi primi colpi, l’alunno Draghi si è dimostrato capace di confrontarsi con tutti gli interlocutori, talvolta disarmandoli con le migliori conoscenze rese più gustose da un sottile sense of humour che alcuni componenti della Commissione giudicatrice (soprattutto chi redige questo verbale) hanno particolarmente apprezzato. Test superato con il punteggio 9.
Nel suo Erasmus, Draghi aveva dovuto comunicare con assemblee ristrette di persone che sostanzialmente parlavano la sua lingua e che non si attendevano grandi discorsi “esortativi” quanto piuttosto linee guida, decisioni e motivazioni convincenti. La prova orale della sua capacità di comunicazione politica, nota la Commissione, è avvenuta, oltre che nei discorsi al/in Parlamento, nelle conferenze stampa con giornalisti non molti dei quali particolarmente preparati. La Commissione ha rilevato con apprezzamento le propensioni dell’alunno Draghi alla precisione, alla concretezza, a risposte semplici, facilmente comprensibili, dirette anche ad un uditorio più vasto. Su questo terreno, il candidato ha mostrato notevoli e positive differenze rispetto ai politici verbosi e sussiegosi, ma anche ai professori inclini a presentarsi come quelli che ne sanno di più. Anche in questa materia Draghi merita un 9.
Nel giudizio riassuntivo allegato alla pagella, la Commissione ha sentito il dovere di segnalare due elementi. Primo, che molto alte sono le aspettative relativamente alle prestazioni future del diplomato Draghi. Rischiano di distrarlo dai compiti ancora in corso. Secondo, unanimi i Commissari ritengono di avvertire Draghi, promuovendolo con alti voti, che gli esami non finiscono mai.
Pubblicato il 23 maggio 2021 su formiche.net
C’è un tempo per la manipolazione, ma c’è anche un tempo per l’informazione?
Ė arrivata l’ora dell’ombudsman. Ripresento la mia candidatura at large, vale a dire per qualsiasi, no, non proprio tutti, quotidiano che mi desideri. Certo, leggerli dalla prima all’ultima pagina è un lavoraccio. Mi attendo, dunque, una proposta adeguata di compenso. Lasciamo che continui il dibattitto sulle fake news e sulle manipolazioni, anche sul ruolo degli influencer. Ma diamo ai quotidiani italiani un sano difensore civico dei lettori. Sono almeno più di vent’anni che tutti i lunedì, la seconda pagina del “New York Times” riporta in bella evidenza, scusandosi, gli errori commessi nel corso della settimana, segnalati loro dai lettori, ma anche scoperti attraverso altre modalità. Qui mi limiterò ad alcuni pochi esempi tratti dal “Corriere della Sera” dell’ultima settimana. Non direi niente su Shönberg senza “c” in bella evidenza nel titolo di un articolo sulla sua musica se non fosse che nel supplemento “7” del 14 maggio c’è un elogio a “Quei correttori umanisti e acuti che hanno salvato tanti di noi”. L’articolo pubblicato il 9 aprile 1990 lo si deve alla penna di Gaetano Afeltra indicato come vice direttore del Corriere fra il 1962 e il 1963, poi collaboratore dal 1983 alla sua morte nel 2005. Viene in questo modo passata sotto silenzio la sua lunga (1972-1980) direzione de “il Giorno” fase da ritenersi assolutamente importante anche perché su quelle pagine avvenne il mio esordio come opinionista da lui invitato nel 1977 (e subito criticato da Emanuele Macaluso, allora direttore de “l’Unità”).
Il “Corriere” ha intrapreso una vasta attività di pubblicazioni in molti settori. Fra le sue “firme di spicco” figurano collaboratori che scrivono molto spesso e di tutto, che amano fregiarsi del titolo di storici. Fra le iniziative recenti c’è una storia della Repubblica italiana a puntate pubblicata nel supplemento del sabato “Io, donna” che i solutori più che abili possono scovare una volta sfogliate le tantissime pagine di pubblicità (sento irrefrenabile il bisogno di aggiungere l’aggettivo “patinata”). Le fotografie dominano sulle parole per raccontare la Repubblica italiana. Nella quarta puntata (8 maggio 2021), dedicata agli anni ’80, a p. 82, sotto il titolo, già discutibile, LA PRIMA REPUBBLICA viene annunciata la foto: Bettino Craxi in Piazza del Duomo, prima del terremoto di Mani Pulite, Milano, 1980.
Non ho ancora visto la Seconda Repubblica, e non è solo un problema mio. Un noto giornalista si è da tempo messo avanti con il lavoro e pubblica regolarmente i suoi interventi con il titolo Terza Repubblica. Chi mi conosce sa che da tempo ho espresso e motivato la mia preferenza per la Quinta Repubblica, ma il problema è un altro, duplice. La Repubbliche cambiano quando si danno istituzioni diverse e una nuova Costituzione. Nulla di tutto questo è avvenuto in Italia, nonostante tentativi deplorevoli bocciati due volte dall’elettorato, 2006 e 2016. Quindi, in assenza di una Seconda, Terza, Quinta Repubblica, l’Italia ha una sola Repubblica che non è necessario definire Prima. Anzi, è sbagliato farlo. Ma il distico che accompagna la foto di Craxi è sostanzialmente tremendamente manipolatorio, non so se debbo dire anche sottilmente, perché mi pare invece grossolanamente tale. Mani Pulite arrivò dodici anni dopo quella foto. A quei tempi non era prevedibile, ma, soprattutto, non è accettabile suggerire una stretta, tout court, identificazione di Craxi con Mani Pulite.
Poi, certo, lamentiamo pure l’ignoranza degli elettori italiani, non escludendo in nessuno modo i lettori del Corriere ai quali il loro giornalone offre splendidi esempi di refusi, di cancellazioni, di manipolazioni. Faccio persino fatica a dire che ciascun paese ha la stampa che si merita. Ma, forse, il Corriere conferma che “così è, se vi pare”.
Pubblicato il 20 maggio 2021 su PARADOXAforum
Quirinale, via al totonomine. Pasquino: «Draghi provocazione intelligente, ma non escludo un Mattarella bis»
Dopo le dichiarazioni del Presidente – «tra otto mesi potrò riposarmi» – si sono aperti gli scenari per il prossimo Capo dello Stato
Intervista raccolta da Samuele Damilano
«La proposta di Salvini di mandare Draghi al Colle è una mossa assolutamente imbarazzante e sorprendentemente intelligente. Per ora non vedo alternative valide dal centrosinistra, che non riesce a tirare fuori un candidato autorevole». Dopo il discorso di Sergio Mattarella in una scuola romana, in cui ha implicitamente ribadito la volontà di non ricandidarsi, è partito il consueto toto-nomi sul prossimo Capo dello Stato. In un paesaggio politico incerto e in rapida evoluzione. Tra chi, come Matteo Salvini e Giorgia Meloni, vorrebbe andare alle elezioni il prima possibile e chi, come il Pd e il Movimento 5s, è ancora alla ricerca di un’identità. Ne parliamo con Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna e autore del libro “Libertà inutile: profilo ideologico dell’Italia repubblicana”.
Dopo le dichiarazioni di Mattarella di ieri – tra otto mesi potrò riposarmi – si è aperto il toto-nomi per il prossimo presidente della Repubblica. Il nome sponsorizzato da Salvini, e temuto dal centrosinistra perché coinciderebbe con le elezioni, è quello di Mario Draghi
È un’idea che Salvini lancia con grande scaltrezza politica, perché se il centrodestra convince Draghi, il Pd avrebbe grandissime difficoltà a sottrarsi. È una mossa assolutamente imbarazzante e sorprendentemente intelligente.
Imbarazzante in quanto spregiudicata?
Imbarazzante nel senso che imbarazza sia il Pd che il M5s. C’è un giudizio dietro: se mandiamo Draghi a diventare presidente della Repubblica, o ci sono subito nuove elezioni o bisogna rifare un altro governo e possiamo proporre diversi candidati
Come potrebbe rispondere allora il Pd?
Non hanno una candidatura all’altezza, dovrebbero riuscire a influenzare il dibattito prima e poi trovare un nome forte, non possono dire “no” a Draghi senza una motivazione. Se Letta è coerente con sé stesso dovrebbe naturalmente cercare il nome di una donna .
Letta che però ha detto però di volersi concentrare su vaccini e Recovery, e che del Capo dello Stato non ne vuol sentir parlare prima di Natale
È comprensibile, affermare che bisogna andare avanti con Recovery e vaccini vuol dire anche sostenere fino in fondo l’operato di Draghi. L’unica altra possibilità che vedo è che Draghi dica che non è disponibile, non perché non sia all’altezza, ma per la volontà di portare a termine il mandato di governo, che termina nel marzo 2023.
Nel caso si andasse alle nuove elezioni, quale sarebbe il primo partito?
Il mio maggiordomo dice di non fare il profeta, né il mago
La Meloni come si pone allora in questa dinamica?
Interpreta alla perfezione il suo ruolo all’opposizione, da donna rigorosa, coerente e propositiva. Sta interpretando benissimo questo ruolo.
Sarebbe allora favorevole a una candidatura di Draghi?
Nessun dubbio. Non la può proporre lei, perché è stata molto critica sulla nascita di questo governo. Ma se la proposta è di Salvini, appoggiato da Fi, a questo punto la Meloni non può tirarsi indietro.
Un personaggio politico che ha dimostrato la sua imprevedibilità è invece Renzi, che potrebbe essere un’altra volta indispensabile: al centrodestra mancherebbero solo 50 elettori per proporre il loro candidato. Come si potrebbe giocare questa carta?
Renzi è tanto spregiudicato e privo di principi quanto Salvini. Probabilmente farà il conto e se riesce a mettere in imbarazzo il Pd, lo farà. L’uomo è bizzarro, potrebbe dare la sua disponibilità e poi fare una riconversione, sostenendo il prosieguo di questo governo. D’altronde Iv sta andando malissimo nei sondaggi, andare alle elezioni per lui sarebbe molto problematico.
I nomi che ha fatto il centrosinistra sono quelli di Sassoli, Veltroni e Franceschini. Sono alternative valide?
Questa è una domanda interessante. Per quanto riguarda Sassoli, credo che quando uno ha una carica a livello europeo non la debba lasciare per andare nel suo paese, mentre Veltroni è una candidatura molto leggera. Franceschini è un personaggio forte, ma con il solo appoggio del Pd e dei 5s non va da nessuna parte. Credo che in questo momento il centrosinistra non abbia una sua candidatura, e questo è molto problematico. A meno che non si tirasse in ballo, e si tratterebbe non di un risarcimento, ma almeno di un riconoscimento, chi ha messo insieme le membra del centrosinistra.
Ovvero?
Romano Prodi, a cui il Pd deve ancora tanto. Qualcuno potrebbe controbattere per l’età e per il fatto che è troppo identificato con il centrosinistra. In ogni caso la ricerca del candidato a mio parere deve essere fatta anche insieme a Fi. Le faccio una provocazione: lei prima ha fatto il nome di Sassoli, ma Forza Italia ha al suo interno un ex presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. Che certamente gode della stima di Berlusconi il quale, finché è vivo, è in grado di influenzare le scelte. È un nome che Salvini non gradirebbe.
Parlando di Forza Italia, si era fatto anche il nome di Casini
Per me andrebbe benissimo, non farebbe del male a nessuno. È un democristiano per eccellenza, è stato senatore del Pd eletto nel collegio di Bologna centro. È forte, ma c’è sempre il rischio di avere, come nel caso di Franceschini e Prodi un presidente della Repubblica di parte, quale non lo sarebbe Draghi.
Possiamo dire allora che il centrosinistra per proporre un candidato autorevole e scongiurare le elezioni avrebbe bisogno dell’appoggio di Forza Italia?
Esattamente, con gli attuali parlamentari, Pd e Forza Italia potrebbero proporre il loro candidato, sempre alla condizione che Draghi rinunci
Tutto questo sempre che Mattarella tenga fede alle sue dichiarazioni, che porterebbero a escludere una sua rielezione
Mattarella fa benissimo a ripeterlo, perché la rielezione del presidente della Repubblica non è mai uno scenario auspicabile. Ma l’attuale inquilino del Colle è un sincero democratico e un sincero repubblicano, se capisse che la situazione sta degenerando certamente accetterebbe, malvolentieri, l’elezione a termine per tenere insieme i cocci di un Paese che è in disfacimento. Draghi sta operando benissimo, ma il Paese non è cambiato nelle sue strutture profonde. Il sistema partitico è totalmente destrutturato, pensi a cosa sta succedendo tra i 5s, Fi viene tenuto in piedi da un uomo di 84 anni, e il centrosinistra non è riuscito a far emergere una candidatura adeguata in sette anni.
Oggi meno che mai?
Potrebbero arrivare, sempre con l’avallo di Fi, al punto di candidare Giuseppe Conte, che ha 56 anni e tutto sommato non è stato sgradevole con nessuno e potrebbe benissimo essere candidabile
Nonostante questi ultimi mesi piuttosto travagliati? Alcuni analisti su Repubblica sostengono che non se la sentirebbe di fare campagna elettorale
Ma il capo dello Stato non fa campagna elettorale, non c’è nessuno che deve dire niente, il che per me è un problema. Per me i candidati dovrebbero dire prima, e non dopo essere eletti, quale è la loro linea. È stato immaginato che quel ruolo andasse a qualcuno che fosse cerimoniale, automaticamente accettabile da una grande maggioranza.
Invece è sempre più politico?
Politico in senso lato, a partire da Scalfaro abbiamo capito che il Presidente della Repubblica ha molti poteri, che se esercitati bene potrebbero avere la funzione di rendere stabile una situazione che non lo è dal triennio 1992-94.
Se si andasse a nuove elezioni, stravincerebbe il centrodestra?
Le direi di aspettare, perché c’è una campagna elettorale da fare. Il centrodestra può fare degli errori, il conflitto tra Salvini e Meloni potrebbe degenerare. Non solo, bisogna fare delle alleanze, e bisogna farle in base alla nuova legge elettorale. Non do per scontato che il centrodestra con un sistema proporzionale riesca ad avere più seggi del centrosinistra. Pur riconoscendo il vantaggio iniziale, vorrei ricordare che c’è un terzo di elettori indecisi, e un terzo che ogni elezione cambiano voto, anche se spesso all’interno dello stesso schieramento. C’è comunque una volatilità elettorale, che io chiamo volubilità, perché questi elettori vorrebbero qualcosa di meglio.
Pubblicato il 20 maggio 2021 su La Sestina
Eleggere o rieleggere, questo è il problema? #Mattarella @Quirinale
“Sono vecchio. Tra otto mesi potrò riposarmi”. Questa impegnativa dichiarazione è stata fatta dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un discorso ai bambini di una scuola romana affinché intendano non soltanto i loro genitori, ma anche il variegato mondo politico a cominciare dai parlamentari. Dirò subito che Mattarella si è giustamente messo sulla scia di Napolitano che qualche tempo prima della fine del suo mandato aveva detto che, sia per ragioni d’età sia per non creare un precedente, non era disponibile alla rielezione. Poi, Napolitano fu costretto dagli eventi, vale a dire dalla palese incapacità dei parlamentari di convergere su un nome alternativo, ad accettare un secondo mandato da lui subito definito a termine, un termine che lui stesso avrebbe stabilito. Ė possibile che Mattarella abbia il timore che i parlamentari si stiano già “incartando” nelle loro ambizioni e operazioni di potere. Quindi, il suo è un avvertimento, ma è altrettanto possibile che accetterebbe un secondo mandato ugualmente limitato, qualora, per esempio, qualcuno lo convincesse che lui rimanendo al Quirinale per un anno e mezzo circa, Draghi porterebbe a termine la legislatura.
Infatti, da un lato, ci sono coloro che desiderano eleggere Draghi al Quirinale, per il suo prestigio, per la sua statura europea e anche per meriti, quello che ha fatto come Presidente del Consiglio. Dall’altro, ci sono, però anche quelli che vorrebbero eleggere Draghi per avere elezioni subito poiché non sarà facile trovare un altro capo di governo in questo Parlamento. Per non interrompere l’azione di Draghi e trovarsi con una crisi al buio in una fase complicata, Mattarella potrebbe accettare una rielezione a termine. Tuttavia, preferisco interpretare la sua dichiarazione un avvertimento: “Cominciate subito a pensare al mio successore (anche donna) e preparatevi”. Mattarella ha anche sottolineato, punto che sembra trascurato nei primi commenti, che la Costituzione italiana delinea e sancisce il pluralismo degli organi decisionali. Non bisogna esagerare nell’attribuire alla Presidenza poteri che, invece, i Costituenti seppero assegnare a Parlamento e governo, alla Corte Costituzionale e alle autonomie locali.
Il messaggio è indirizzato tanto ai difensori della democrazia parlamentare: “fatela funzionare come si deve con chiara ripartizione di compiti e poteri”, quanto ai presidenzialisti: “oggi non potete chiedere al Presidente della Repubblica italiana un ruolo dominante”. Al momento della sua elezione, Mattarella disse che il Presidente è un arbitro. Poi, forse inevitabilmente, si è trovato a giocare in prima persona entro un perimetro flessibile. Chi renderà eccessivamente travagliata e conflittuale l’elezione del prossimo Presidente in maniera più o meno consapevole opera a favore di coloro che sosterranno che, a fronte di oscure manovre in Parlamento, è giunta l’ora che il Presidente, già dotato di molti poteri consistenti, sia eletto dal popolo. Non è questa la preferenza di Mattarella.
Pubblicato AGL il 20 maggio 2021
Qualche punto fermo sul politically correct e sulla cancel culture @DomaniGiornale
“Non conosco un paese dove regni meno l’indipendenza di spirito e meno autentica libertà di discussione che in America …”. La frase non è stata scritta da un contemporaneo e non da un visitatore preconcetto, ma da Alexis de Tocqueville nel 1831. La preoccupazione dell’aristocratico francese si estendeva alle conseguenze sulla nascente democrazia USA del conformismo che sopprime il dibattito delle idee, opprime i loro portatori e li reprime. Potrei dire che Tocqueville non aveva visitato abbastanza paesi per avere dati comparati a sostegno della severissima valutazione. Sono ragionevolmente convinto che la libertà di discussione sia (stata) poco tutelata in molti paesi. Poi, sappiamo tutti che la libertà di parola (free speech) è solennemente codificata nel Primo emendamento alla Costituzione USA fin dal lontano 1791, facendo parte del pacchetto noto come Bill of Rights. Ma sono le tendenze contemporanee negli USA più che altrove (anche se dagli USA spesso si irradiano) che appaiono preoccupanti. “Le idee dei paesi dominanti spesso diventano idee dominanti”: politically correct e cancel culture.
Inizio un discorso inevitabilmente complicatissimo e che è già fortemente incrostato da una molteplicità di interpretazioni. Nella sua versione buona il politically correct serve a non offendere le persone talvolta inevitabilmente celando le proprie opinioni quando divergono da quelle della maggioranza e fare un omaggio meno verbale (lip service) a quanto i più dicono. Nella sua versione “cattiva”, il politicamente corretto è la tendenza portata agli estremi di stabilire quello che è accettabile dire e quello che non è accettabile e, naturalmente, di sanzionare i devianti vale a dire coloro che non si uniformano. Nella seconda versione il politicamente corretto può giungere fino a violare la libertà di parola imponendo una censura e punendo coloro che insistono a esprimersi in maniera difforme. Nei casi di grave censura gli scorrettamente politici possono appellarsi al primo emendamento della Costituzione USA e, in Italia, all’art. 21. Nei casi meno gravi difendersi dalla coltre del conformismo di gruppo, di ceto, di massai può essere difficilissimo, quasi impossibile.
Boicottare coloro che esprimono posizioni e comportamenti considerati non in linea con la cultura attualmente dominante, è una degenerazione del politicamente corretto. Distruggere le statue del generale sudista e schiavista Lee e i monumenti a Hitler (e Stalin) è comprensibile, anche se, talvolta, i monumenti del passato potrebbero servire a insegnare la storia. Fare a meno di Shakespeare e di Mozart, uomini bianchi morti, mi sembra proprio un esempio deplorevole di, stiracchio il concetto a mio favore, di cancellazione della cultura. Tutt’altro è il discorso relativo al vilipendio delle istituzioni, all’istigazione a delinquere, all’incitare a comportamenti criminali e, persino, alle offese e agli insulti politicamente motivati. Non credo che la libertà di parola possa essere invocata a difesa di chi oltraggia deliberatamente, ma, certamente, riconosco la complessità delle situazioni e dei giudizi. So che, in democrazia, il conflitto delle idee deve essere il più libero e anche il più aspro possibile. Non vorrei, però, che con la scusa dell’asprezza e con il richiamo alla libertà si legittimassero parole e comportamenti che mirano a minare alle fondamenta le democrazie costituzionali. Di tanto in tanto vanno posti punti fermi. Qui e adesso, pongo il mio punto, democraticamente rivedibile e superabile.
Pubblicato il 19 maggio 2021 su Domani
Il matrimonio tra il Pd e i 5Stelle s’ha da fare (ma conta il come…) @fattoquotidiano
Da molti mesi, inesorabili e concordi, tutti i sondaggi danno il centro-destra, per la precisione Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, in chiaro e sicuro vantaggio nelle intenzioni di voto degli italiani. Altrettanto sicuramente danno per dimezzato il Movimento 5 Stelle rispetto all’esito del 2018 mentre il Partito Democratico rimane mestamente attestato appena sopra-appena sotto il 20 per cento. L’effetto Enrico Letta non c’è stato, ma in verità nel partito praticamente nessuno se l’aspettava. Una volta tornati ad essere ministri i capi correnti del PD sono lieti che la patata lessa (non bollente) del partito sia nelle mani caute di Letta, e ça suffit. Molti italiani, cerco di interpretare il pensiero di almeno quelli del centro-sinistra, si aspetterebbero che, invece di combattere fra loro, i pentastellati guardassero avanti. Vero è che, se si andrà votare con una legge proporzionale, meglio il tipo che abbia una sana soglia del 5 per cento per l’accesso al Parlamento, vi entrerebbero tanto la variante Conte-Di Maio quanto la variante Casaleggio-Di Battista: un grande fatto per loro, una certificata vittoria per il centro-destra. Giusto, quindi, che si moltiplichino gli sforzi per rimettere insieme le troppo sparse membra di quello che fu, remember?, un arrembante schieramento del 33 per cento. Il Movimento avrebbe moltissimo da recuperare fra espulsioni affrettate e emorragie poco motivate se non dalla mancanza di una cultura politica condivisa. In qualche modo, anche il Partito Democratico potrebbe porsi l’obiettivo di ricomporsi con coloro che se ne sono andati: LeU e, persino, ItaliaViva. Con i primi gli spazi di condivisione sono molto ampli; con i secondi è in corso una assurda lotta nelle primarie prossime venture che dovrebbero essere meglio utilizzate non per una sterile resa dei conti, ma per scegliere quella candidatura a sindaco di Bologna che allarghi il consenso per il centro-sinistra. Certo, per Letta discutere in maniera serena con Renzi non potrà essere né una passeggiata né un pic-nic. Quei voti, però, anche se non sono molti, servirebbero/serviranno. Comunque, non basterà ricomporre il Movimento 5 Stelle e mettere in sesto il PD. Sono essenziali grandi cambiamenti che conducano ad un accordo di fondo fra loro e che si traducano in capacità attrattiva.
Ho sempre avuto riserve sulle alleanze organiche e strutturali. La politica delle coalizioni europee ha sostanzialmente mandato un insegnamento chiaro: le alleanze elettorali, politiche, governative si costruiscono e si ripropongono di volta in volta a seconda della posta in gioco e delle preferenze dei leader, degli iscritti e degli elettori. La ri-costruzione di ciascuna alleanza è resa più o meno difficile dalle precedenti esperienze. Gli inglesi sostengono, giustamente, che success breeds success. Per dare vita a una coalizione elettorale di successo, dunque, mi parrebbe opportuno cominciare subito da qualche esperimento locale reso più agevole dalle preferenze dei dirigenti e degli attivisti, mirando ad alcuni punti programmatici particolarmente significativi. Le elezioni nei comuni al disopra dei 15 mila abitanti offrono la grande opportunità del ballottaggio per l’elezione del sindaco. Consentono, quindi, di valutare come e quanto i due elettorati, pentastellato e democratico, reagiscono rispetto alla necessità/imperativo della confluenza sulla candidatura arrivata al ballottaggio. Ma c’è di più. Consentono di vedere e di misurare sia la capacità di attrarre nuovi elettori sia di motivare parte degli astensionisti, quelli che definisco “di opinione”, cioè che per andare alle urne valutano effettivamente le proposte di nomi e di idee che vengono (loro) fatte.
Questo non è in nessun modo un ragionamento ingegneristico. Tutte le ricerche elettorali dell’ultimo decennio hanno concordemente rilevato che: 1. All’incirca un terzo o poco più degli elettori italiani, molti di quelli che vengono indicati come “indecisi” nei sondaggi, sono disponibili a cambiare opzione di voto da un’elezione all’altra, e lo hanno davvero fatto; 2. All’incirca o poco più di quel 30 per cento sono abbastanza o molto insoddisfatti di come funziona il governo/la democrazia italiana. Certo, spesso i cambiamenti di voto avvengono non da un’area all’altra, ma all’interno di ciascuna area, come potrebbe essere fra Lega e Fratelli d’Italia. Rimane, però, un 10-15 per cento di elettorato che è, userò una parola evocata dai Democratici, contendibile. Per raggiungerlo, però, sarebbe necessaria una coalizione che, partendo da PD più Cinque Stelle, vada alla ricerca dei “contendibili” con l’offerta di qualcosa di più mobilitante che l’esclusione di Salvini dal governo. Ripiegati sui loro più o meno gravi problemi, pentastellati e democratici sembrano affidare il loro destino al successo di Draghi. Non basterà.
Pubblicato il 18 maggio 2021 su il Fatto Quotidiano
A Voce Alta. Ma di cosa parlate, di cosa scrivete? #riformeistituzionali #ComunicazionePolitica @ComPolJournal
«Votare premier e coalizione è solo un sogno proibito?» (Risponde Luciano Fontana, «Corriere della Sera», 21 dicembre 2020, p. 37)
«C’è un’ampia letteratura sulla relazione infausta fra il proporzionale e la crescita della spesa pubblica (cattiva)» (Ferruccio De Bortoli, «Corriere della Sera» 24 gennaio 2021, p. 24)
«Perché il proporzionale è un passo indietro» (Risponde Aldo Cazzullo, «Corriere della Sera», 26 gennaio 2021, p. 29)
«Il proporzionale non funziona l’aveva già capito De Gasperi» (Risponde Aldo Cazzullo, «Corriere della Sera» 3 febbraio, p. 27)
Non farò nessun riferimento alla tesi espressa da Antonio Polito qualche tempo fa sulle pagine del «Corriere della Sera»(1)* sulla necessità che in Italia ci sia finalmente «un governo uscito dalle urne». Tralascio i molti riferimenti negativi alla proporzionale che Paolo Mieli sparge regolarmente nei suoi articoli. Invece, sento di dovere portare all’attenzione dei lettori la davvero mitica conclusione di Francesco Verderami ad un suo articolo di ricognizione delle possibili leggi elettorali pubblicato poco più di un anno fa. L’orientamento dei riformatori della criticata Legge Rosato andava, scrisse Verderami, nella direzione di un sistema elettorale «proporzionale a turno unico». Il lettore deve immaginare la mia frenesia nel compulsare i molti libri sui sistemi elettorali alla ricerca della varietà di sistemi proporzionali a più turni: doppio, chi sa, forse, addirittura triplo. Ricerca fallita. Poiché, comunque, il discorso sulle leggi elettorali è destinato a tornare, sono certo che dire a «voce alta» alcune cose abbia una sua, non so quanto piccola, utilità. Intrattengo sempre la speranza/illusione che nel dibattito pubblico sia possibile mettere punti fermi dai quali fare passi avanti.
Poiché scrivo nei giorni delle consultazioni del Presidente del Consiglio incaricato, prenderò le mosse dal lancinante interrogativo dolorosamente posto dal Direttore del «Corriere della Sera». Luciano Fontana lo precisa in questo modo: «in attesa della ricostruzione di veri partiti e di una solida classe dirigente (aspettativa frequentemente intrattenuta sulle pagine del «Corriere» anche dall’ex Direttore Ferruccio De Bortoli e da uno degli editorialisti di punta, Ernesto Galli della Loggia), si potrebbe intanto pensare a una legge elettorale che faccia scegliere ai cittadini non il proprio (di chi?) simbolo ma anche la coalizione di governo e il premier». Qualcuno, non il Direttore Fontana e nessuno degli autorevoli collaboratori e corrispondenti del suo quotidiano, potrebbe subito andare alla ricerca delle modalità di voto nelle oramai molte democrazie esistenti. In qualche paese, si è mai avuta una legge elettorale che consentisse e effettuasse l’elezione simultanea del premier e della coalizione di governo? La risposta è semplicemente: No. Dopodiché è possibile aggiungere alcuni utili elementi conoscitivi. Primo, nemmeno nelle repubbliche presidenziali e semipresidenziali l’elezione popolare del capo dell’esecutivo, da un lato, elegge una coalizione, dall’altro, dà vita ad un governo. Tanto negli USA: presidenzialismo, quanto nella Quinta Repubblica francese: semipresidenzialismo, gli elettori eleggono il capo dell’esecutivo. Poi, sono i due presidenti eletti a nominare i loro ministri, quello francese senza nessun vincolo costituzionale, quello USA dovendo ricevere dal Senato la ratifica delle sue nomine. Entrambi hanno un inconveniente, seppure di natura diversa. Il Presidente USA potrebbe trovarsi a fare i conti con l’assenza della maggioranza del suo partito in uno o in entrambi i rami del Congresso: governo diviso. Quello francese potrebbe essere confrontato e contrastato da una maggioranza a lui politicamente opposta nell’Assemblea nazionale (fenomeno che si presenta attualmente anche nel Portogallo semipresidenziale): coabitazione. Sogni infranti di dominio senza controllo, senza freni e contrappesi politici (e istituzionali).
In un solo sistema politico, quello di Israele, per tre volte, nel 1996, 1999, 2001, è stato eletto direttamente il Primo ministro, ma non la coalizione a suo sostegno. Poi la formazione del governo è tornata nel Parlamento, Knesset, come avviene nelle democrazie parlamentari da tempo memorabile, ovvero, da almeno due secoli se ci riferiamo alla Gran Bretagna e da più di un secolo se prendiamo in considerazione l’esperienza delle democrazie occidentali, in Europa e no. Come è costitutivo, per l’appunto, di tutte le democrazie parlamentari. I governi nascono in Parlamento. Possono trasformarsi in Parlamento. Muoiono in Parlamento, eventualmente risorgendo qualora abbiano i numeri a loro favore. Il Direttore Fontana fa riferimento alla sfiducia costruttiva, una delle più importanti innovazioni costituzionali contenuta nella Legge Fondamentale tedesca: «si fa cadere un governo se ce n’è un altro già pronto a sostituirlo». Palesemente e logicamente il voto di sfiducia costruttivo non potrebbe essere adoperato se il governo fosse stato eletto dal popolo. Comprensibilmente, non sarebbe politicamente consigliabile contrapporre il Parlamento al popolo né costituzionalmente coerente consentire ai parlamentari di trasformare tanto meno sostituire un governo «eletto dal popolo».
Di tanto in tanto qualcuno, negli anni Novanta Mario Segni, di recente, Matteo Renzi, sostiene che si potrebbe eccome eleggere il capo del governo nella modalità da entrambi definita «Sindaco d’Italia». Fraintendimenti e manipolazioni si combinano e si avvinghiano. Mi limito alle due critiche più facili da argomentare. La prima riguarda la «scala». Dovrebbe essere chiaro che eleggere un sindaco anche in un comune grande per numero di abitanti e per spazio geografico non è affatto la stessa cosa per quel che riguarda, ad esempio, la campagna elettorale di partiti e candidati e la formazione delle opinioni degli elettori/trici. In secondo luogo, l’elezione popolare diretta del sindaco/capo del governo comporterebbe il cambiamento della forma di governo che da parlamentare diventerebbe (semi-)presidenziale, naturalmente, implicherebbe e comporterebbe anche un vasto procedimento di modifiche costituzionali concernenti non soltanto il Governo, ma il Parlamento e, soprattutto, i poteri del Presidente della Repubblica. Va subito aggiunto che, come nei (semi)-presidenzialismi, gli assessori delle compagini di governo locali non sono affatto votati dagli elettori e che la forma di governo «Sindaco d’Italia» è rigida. Se per qualsiasi ragione cade il sindaco, si torna ad elezioni.
Poiché ripetutamente, senza mai essere contraddetto, Matteo Renzi ha sostenuto la proposta del sindaco d’Italia come se implicasse il ricorso ad un sistema elettorale maggioritario, mi affretto a segnalare che la legge elettorale utilizzata per i comuni sopra i 15 mila abitanti è una legge proporzionale. Viene conferito un premio in seggi al sindaco eletto al secondo turno/ballottaggio per consentirgli di acquisire una maggioranza operativa nel Consiglio comunale. In molti ballottaggi, un partito del 2,5-3 per cento, come Italia Viva, potrebbe risultare decisivo. In conclusione, detto a voce alta, non siamo comunque di fronte ad un sistema elettorale maggioritario, ma a una fattispecie diversa che non può essere definita neppure sistema misto.
La discussione sui sistemi elettorali maggioritari ha avuto molto minor rilievo e spazio di quello dato di recente dato alla critica delle leggi elettorali proporzionali. Tuttavia, a scanso equivoci, alcuni elementi vanno segnalati a voce alta. La versione della Legge Mattarella (1993) per l’elezione del Senato, derivante dal quesito referendario approvato da quasi 30 milioni di elettori (l’82,7 per cento), era maggioritaria in collegi uninominali per tre quarti dei seggi. Il recupero proporzionale per il rimanente quarto dei seggi premiava i migliori perdenti: sistema limpido senza nessuna opportunità e necessità di mercanteggiamenti. Il maggioritario a turno unico, lui sì, produce i suoi frutti migliori quando esistono due partiti strutturati in grado di vincere e di alternarsi periodicamente al governo: la mitica agognata alternanza. Curiosamente, nella vorticosa discussione sulle leggi elettorali, non ha fatto adeguata comparsa la riflessione sulle conseguenze di quelle leggi sui partiti e sui sistemi di partiti. Eppure, da un lato, questa discussione è stata impostata settant’anni fa in maniera eccellente dal grande studioso francese Maurice Duverger ed è stata proseguita da Giovanni Sartori con significative precisazioni e approfondimenti. Non la esplicito qui limitandomi a dire che neppure una legge maggioritaria inglese in collegi uninominali è garanzia di produzione automatica di bipartitismo.
Se i commentatori del «Corriere della Sera», Direttore incluso (ma il mio invito/ monito vale per tutti), fossero coerenti con il loro desiderio di evitare una legge elettorale proporzionale e di consentire agli elettori di contribuire alla formazione del governo, dovrebbero argomentare l’introduzione di una legge elettorale effettivamente maggioritaria. Non ricordo di avere visto nessun articolo in materia, mentre spesso sono comparse critiche al sistema elettorale maggioritario francese a doppio turno in collegi uninominali. La critica più pesante variamente formulata è che il secondo turno sarebbe un mercato delle vacche. Forse il primo a ricorrere a questa terminologia fu il grande storico cattolico democratico Pietro Scoppola a metà degli anni Novanta. Sbagliava. Presumo che non avesse mai visto (neanche nei film) né visitato un mercato delle vacche.
Di quel mercato ho già variamente tessuto le lodi che riproduco qui in stretta comparazione con il doppio turno francese. Le vacche sono in bella mostra; i candidati debbono farsi vedere nel collegio in cui competono. Nella grande maggioranza dei casi abitano lì. Non vengono paracadutati a meno che abbiano caratura e visibilità nazionali. I venditori sono egualmente noti e fanno quel lavoro da qualche tempo e da qualche tempo frequentano quel mercato. Da tempo i capi dei partiti hanno imparato che il loro compito consiste nell’individuare e nell’offrire le candidature più appropriate anche in quanto portatori/trici dell’immagine del partito. I compratori delle vacche hanno già visto quei venditori all’opera. Ne sanno valutare il grado di credibilità. Vanno da coloro di cui si fidano di più in base alle esperienze passate. A grandi linee gli elettori sanno a che cosa corrisponde ciascuna candidatura, che cosa rappresenta, che cosa potrà/saprà fare e non fare. Lo scambio commerciale avviene in totale trasparenza, talvolta «a voce alta»: tutti vedono tutto e sentono/ascoltano eventuali critiche, lamentazioni rimproveri, assicurazioni, suggerimenti. Al primo turno gli elettori scelgono la loro candidatura preferita. Se quella candidatura non vince e neppure passa al secondo turno, aiutati dalle dichiarazioni del candidato che non ce l’ha fatta (la vacca già venduta e non più disponibile) e del suo sponsor partitico si riorienteranno valutando anche i segnali e le informazioni provenienti dai mass media verso la candidatura che maggiormente rispecchia le loro preferenze sia di rappresentanza del collegio sia di partecipazione alla eventuale coalizione di governo. In ciascun collegio (in ciascun mercato locale) tutte queste informazioni circolano, sono e rimangono ampiamente disponibili.
In qualche modo, la superiorità del doppio turno sul turno unico all’inglese consiste proprio nella possibilità per l’elettorato di avere/acquisire maggiori informazioni e di cambiare voto a ragion veduta. Peraltro, è certamente possibile che nella maggioranza dei collegi uninominali inglesi (australiani, canadesi, degli USA) le informazioni siano comunque disponibili e abbondanti se la competizione avviene fra candidati che hanno una storia politica in quel collegio dove spesso c’è un candidato in carica, un incumbent. Per rifiutare il doppio turno di collegio non basta affermare in maniera molto erroneamente saccente che nel nostro (italiano) DNA ci sarebbe la proporzionale. È un’affermazione che deriva da una limitata conoscenza della storia, non solo politica, italiana. Dal 1861 al 1919 gli italiani (e i sabaudi anche prima del 1861) hanno votato in collegi uninominali. Lo hanno fatto anche nel 1994, 1996 e 2001. Insomma, quantomeno potremmo sostenere che il nostro DNA accoglie una pluralità di geni.
Silenziosi oppure contrari ai sistemi elettorali provatamente maggioritari esistenti, molti commentatori deprecano quello che chiamano il «ritorno alla proporzionale». Detto che la vigente Legge Rosato già assegna due terzi dei seggi con riferimento proporzionale ai voti ricevuti e che, quindi, il «ritorno» degli italiani alla proporzionale non sarebbe un fenomeno tanto dirompente, sono le motivazioni del gran rifiuto che appaiono a dir poco preoccupanti. Comincio con l’ex Direttore De Bortoli che, facendo riferimento ad un articolo di alcuni economisti pubblicato nel 2007, ci informa che «un passaggio da maggioritario a proporzionale puro aumenta nel medio periodo del 5 per cento la spesa pubblica». Rilevo che, primo, De Bortoli non può riferirsi all’Italia poiché in questo paese non esiste il «maggioritario»; secondo, che l’unico caso che conosco di passaggio da maggioritario a proporzionale (sul «puro» scriverò infra) ebbe luogo ad opera del Presidente socialista François Mitterrand nel 1985. Poi il gollista Chirac vinse le elezioni parlamentari del 1986 e immediatamente ripristinò il maggioritario. Troppo poco tempo per accertare se ci fu un aumento di spesa pubblica del 5 per cento. Quanto all’aggettivo «puro» che connoterebbe un sistema elettorale proporzionale, nella letteratura internazionale sui sistemi elettorali non esiste. Supponendo che puro significhi senza nessuna soglia minima di voti per accedere al Parlamento, esistono soltanto due casi, Israele (popolazione di circa 9 milioni) e Olanda (meno di 18 milioni di abitanti), di circoscrizione unica nazionale. L’Olanda non ha nessuna soglia di accesso. Per evitare la frammentazione del sistema dei partiti, Israele ha recentemente introdotto una soglia del 3,25 per cento, quindi la sua proporzionale è corretta (impura?).
Per fortuna, Aldo Cazzullo ha almeno due importanti certezze: primo, «il proporzionale è un passo indietro». Se il confronto è con la legge Mattarella in larga parte prodotta dal referendum abrogativo del 1993, non si può dargli torto. Se il termine di confronto è la Legge Rosato non è possibile affermare che «il proporzionale» sarà un passo indietro poiché molto/tutto dipende da quale tipo di proporzionale e dalle sue clausole. La seconda certezza di Cazzullo ha basi fragilissime e friabilissime: «Di sicuro il proporzionale, se andrà in porto, servirà di più agli interessi particolari e alla libertà di manovra dei vari leader che alla partecipazione e al potere decisionale degli elettori». Provando a spacchettare questa affermazione vedo un proporzionale indefinito (dimensione delle circoscrizioni, esistenza di clausole di accesso/esclusione, formula per l’attribuzione dei seggi), quindi non valutabile. Sembra che Cazzullo ritenga che tutti, ovunque e comunque, i sistemi elettorali proporzionali (ne esiste una notevole varietà) servono agli interessi particolari e alla libertà di manovra dei vari leader». Anche, per esempio, in Germania? Non so (è una espressione retorica) quanto i «vari leader» di tutte le democrazie dell’Europa occidentale, ad eccezione della Francia e della Gran Bretagna, sarebbero disponibili a vedere nelle leggi elettorali proporzionali che usano da molti decenni e, nei paesi nordici, ininterrottamente da quasi un secolo e mezzo, uno strumento per i loro interessi particolari e la loro libertà di manovra e non piuttosto per dare buona e adeguata rappresentanza parlamentare e politica ai loro cittadini accompagnata da soddisfacenti percentuali di votanti e dalla possibilità di creare nuovi partiti e accedere al parlamento superando le soglie anti-frammentazione che pure esistono. Quanto «al potere decisionale degli elettori» confesso di non capire a che cosa si riferisca Cazzullo (e non voglio pensare che si riferisca all’elezione del governo, o sì?) Come si estrinseca quel potere decisionale? In quale paese o paesi gli elettori hanno maggiore potere decisionale? Si potrebbe aprire qui una bella pagina nella quale discutere delle modalità di scelta dei candidati, della democrazia interna ai partiti, dell’esistenza o meno del voto di preferenza (preferenza unica: remember il referendum del giugno 1981 con Craxi che suggerì di andare al mare?), delle scandalose candidature plurime. Another time another place.
Quello che è sicuro, secondo Cazzullo, è che «il proporzionale non funziona l’aveva già capito De Gasperi». Ridurre la storia di un episodio importante come quello della formulazione e dell’utilizzazione nonché del fallimento della legge del 1953, dalle opposizioni giustamente definita «truffa», al «non-funzionamento» del proporzionale richiede una notevole dose di coraggio. Immagino lo sconcerto dalla Svezia al Portogallo, dalla Norvegia alla Spagna, di fronte al giudizio senza appello «avete usato già fin troppo a lungo una legge elettorale che non funziona». Dopo la smarrimento iniziale, qualcuno potrebbe ipotizzare che sono i premi di maggioranza innestati su sistemi elettorali proporzionali: Legge Scelba del 31 marzo1953: Legge Calderoli del 2005; Legge Italicum del 2016, che non «funzionano». Poi, quel qualcuno dovrebbe spiegare che cosa significa il «non-funzionamento» di una legge elettorale. Non è affatto vero che, come scrive Cazzullo, De Gasperi capì che «il proporzionale puro non funziona». Al contrario, funzionava benissimo per dare rappresentanza ai partiti che si presentavano alle elezioni. Il problema era l’indebolimento dei partiti della coalizione centrista (PLI, DC, PRI, PSDI) al governo e la crescita, peraltro non irresistibile (che qualsiasi proporzionale mantiene lenta) del Movimento Sociale Italiano accompagnata dalle pressioni di non pochi cardinali italiani su De Gasperi affinché si predisponesse ad accogliere i neo-fascisti nella coalizione di governo. Il premio di maggioranza, che sarebbe stato dato ad una coalizione che, dichiaratasi tale, avesse ottenuto almeno il 50 per cento dei voti, serviva a rendere il centrismo totalmente svincolato dalla necessità di fare affidamento su altri partiti, a cominciare proprio dal MSI, e del tutto indipendente da pressioni esterne a cominciare da quelle del Vaticano.
Concluderò a voce alta. Se i comunicatori utilizzano una corazzata come il «Corriere della Sera» trasmettendo informazioni parziali, superficiali, leggermente manipolate, ad arte o per insufficienti conoscenze, fuorvianti quando non addirittura sbagliate in modo clamoroso, come potranno mai i lettori migliorare le loro conoscenze sulle regole del gioco e diventare buoni cittadini?
Coda: con quale sistema elettorale riusciremo ad avere il «governo dei migliori»? Questo è il tema posto con forza dal momento del conferimento dell’incarico di Presidente del Consiglio al Professor Mario Draghi la cui azione è destinata, secondo non pochi commentatori politici anche del «Corriere della Sera» addirittura a ristrutturare la politica che si sarebbe distrutta con la caduta del governo Conte. Mantengo tutta la distanza possibile da entrambe le tesi.
(1)* Faccio esclusivo riferimento al «Corriere della Sera» e ai suoi giornalisti poiché è il quotidiano che in questi anni ha dato maggiore spazio alle tematiche istituzionali incorrendo, più o meno inevitabilmente, in una serie di inesattezze e di errori anche gravi. Naturalmente, sarò (in una in-certa misura) lieto se si aprisse un confronto.
L’impasse di Letta @formichenews
“Non è con il contrasto a Salvini che gli si strappano voti, comunque pochi. Piuttosto è con la proposta di soluzioni formulata da dirigenti e candidati credibili. Il commento di Gianfranco Pasquino“
Pubblicato il 16/05/2021 con il titolo Letta non è una cicala. La versione di Pasquino su formiche.net
Il segretario del Partito Democratico Enrico Letta ha scelto di lottare su due fronti. Il primo è quello, quasi, ma non del tutto inevitabile, sul quale combatte Salvini. Il secondo è quello, meno visibile, ma, di gran lunga più importante, della costruzione di un partito attivo. Sì, uso proprio quest’aggettivo poiché la grande maggioranza del ceto dirigente democratico, donne largamente comprese, quietate con la “conquista” delle cariche di capogruppo alla Camera e al Senato, mi pare appagata e attende passivamente il dipanarsi degli eventi. I ministri se ne stanno tranquilli al governo. Forse, è il loro modo di cooperare alla sospensione della politica per non fare barcollare il governo Draghi. Di iniziative, non dico dirompenti, ma significative, ad opera dei parlamentari non se ne vedono, tranne, forse, la creazione di una associazione ad opera di Paola De Micheli, ex-ministro.
A livello locale, esistono, come dovrebbe essere noto anche a Letta, diversi partiti con dirigenti abilissimi nel (ri)posizionamento, meno nel fare crescere il consenso attraverso qualche iniziativa originale. Di queste iniziative, almeno nelle città: Milano, Torino, Bologna, Napoli e, nient’affatto ultima, Roma, il partito avrebbe proprio bisogno. Invece, per lo più, ma sono probabilmente influenzato dal caso di Bologna, il partito è in stallo, come anche a Roma e a Napoli, oppure scalcia, come a Bologna. I sondaggi dicono che lo scalciare non paga e il Partito Democratico rimane tristemente intorno al 20 per cento delle intenzioni di voto che nessun mago delle coalizioni riuscirà a fare diventare maggioranza di seggi nel prossimo Parlamento neppure con la più solida e stretta alleanza con le Cinque Stelle calanti.
Per suggerire la necessità di andare oltre il duetto PD/5 Stelle non c’è bisogno di un grande stratega — quello che tale viene definito non mi sembra avere delineato percorsi altrimenti inesplorati. Comunque, Letta ambisce ad essere stratega di se stesso,. No, non mi permetterei mai di fare riferimento all’Ulivo con tutte le vestali pronte ad attaccarmi poiché nel passato fui molto critico delle modalità con le quali si ridusse ad operare, ma Letta deve perseguire fermamente e fortemente un allargamento della coalizione. Con un italiano su tre che ha cambiato voto in tutt’e tre le elezioni più recenti, con enormi sacche di insoddisfazione un po’ dappertutto nel paese, è imperativo correre sul territorio sollecitando, interloquendo, invitando tutto quello che si muove. Non è con il contrasto a Salvini che gli si strappano voti, comunque pochi. Piuttosto è con la proposta di soluzioni formulata da dirigenti e candidati credibili.
Il modo con il quali i dirigenti del PD bolognese si contrappongono a Isabella Conti che farà le primarie per diventare sindaco di Bologna non segnala nulla di buono. Da un lato, sta la preferenza per il candidato del partito, non l’interpretazione corretta del valore aggiunto che può essere apportato dalle primarie. Dall’altro, il quasi respingimento della Conti in quanto ex-renziana che porterebbe alle urne anche settori di elettorato di centro-destra, come se la conquista dei renziani e di quegli elettori di centro-destra non debba essere un compito da svolgere con successo. Sì, a Bologna, non da oggi e neppure da ieri, ma almeno dal 1999, ne hanno fatte di tutti i colori, ma, proprio per questo, il segretario Letta non dovrebbe schierarsi né a favore dell’enfant du parti né contro colei che viene “da fuori”, ma per le primarie fatte secondo le regole e le procedure. Non sarebbe solo una lezione di metodo e di stile, ma di una politica aperta e inclusiva, proprio quella da lanciare anche a livello nazionale. Per chi suona la campana?








