L’UNIONE EUROPEA AL TEMPO DELLA CRISI DEL CORONAVIRUS

L’UNIONE EUROPEA AL TEMPO DELLA CRISI DEL CORONAVIRUS

Dialogo edificante (ovvero costruttivo) tra un tecnocrate e un eurocrate

Gianfranco Pasquino* e Roberto Santaniello**

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– RS Poco meno di un anno fa è entrata in funzione la Commissione europea, presieduta da Ursula von der Leyen, prima donna ad esercitare questa funzione. La sua nomina è avvenuta dopo le elezioni del Parlamento europeo del giugno 2019, i cui risultati hanno smentito le previsioni di una decisiva avanzata dei partiti populisti e sovranisti.

La nuova governance istituzionale europea è stata completata nel tardo autunno 2019 con la nomina di Charles Michel a presidente del Consiglio europeo e di Christine Lagarde, a presidente della Banca centrale europea. In precedenza, l’italiano David Sassoli è stato eletto Presidente del Parlamento europeo.

Appena il tempo vedere assestarsi la nuova governance e di dare avvio alla nuova agenda strategica dell’Unione europea, e l’Europa è stata investita dalla drammatica crisi del Covid 19. Non c’è che dire: un inizio a dir poco “challenging” per le istituzioni europee. Un po’ come avvenne con la Presidenza del lussemburghese Jean-Claude Junker che ha dovuto confrontarsi nel 2O15 con l’emergenza migratoria, gli effetti della Grande Recessione e da ultimo la Brexit.

Tuttavia, l’attuale crisi è ben diversa da quelle precedenti poiché questa volta l’Unione europea deve confrontarsi non con problemi politici, ma con gli effetti umani, sociali ed economici di un virus sconosciuto e maligno.

Quale è lo stato dell’Unione europea al tempo della crisi del Coronavirus? La risposta istituzionale è giunta il 16 settembre scorso dal discorso “anima e cuore” della Presidente del Parlamento europeo in occasione del suo bilancio sullo Stato dell’Unione.

Una risposta che ha sollecitato tutti i paesi appartenenti all’Unione europea agli impegni di responsabilità e di solidarietà che derivano dal Progetto europeo. Di fronte alle conseguenze economiche e sociali della crisi pandemica, l’Europa – ha ricordato Ursula von den Leyen – deve proseguire con forza gli obiettivi che lei stessa ha individuato all’inizio del suo mandato. In particolare, la piena realizzazione della transizione verde e digitale dell’economia europea.

Con NextGeneratioEU, l’ambizioso programma da 75O miliardi di Euro varato in luglio dal Consiglio europeo (https://www.consilium.europa.eu/media/45118/210720-euco-final-conclusions-it.pdf), su proposta dell’esecutivo europeo, l’Europa si è dotata degli strumenti per conseguire questa transizione. Ancora una volta, l’Unione europea può dimostrare la sua effettiva capacità di trasformare una crisi in una opportunità. Questo è in sostanza il messaggio della Presidente della Commissione europea.

Caro Professore cominciamo da qui la nostra analisi. A lei la parola.

– GP Concordo con lei che sta effettivamente diventando possibile trasformare una crisi gravissima e tuttora in corso in un’opportunità. Ma mi e le chiedo quali sono le modalità auspicabili? Solo un uso efficace dei fondi oppure anche la richiesta di maggiore e migliore coesione/condivisione fra gli Stati membri? È opportuno, forse doveroso, essere al tempo stesso attenti alle esigenze poste dagli Stati che si autodefiniscono “frugali” (un giorno, presto, sarà opportuno definire i criteri e i requisiti della frugalità e valutarla, anche comparativamente), obbligandoli a essere molto più precisi nelle loro riserve, e avvisare il gruppo Visegrad, ma soprattutto Ungheria e Polonia. che l’Unione non è né un supermercato né una banca, ma un grande enorme spazio di diritti da proteggere e promuovere, di democrazia da fare funzionare, di civiltà?

– RS I “gruppi” di Stati sono una realtà di cui non si può non tenere conto. D’altro canto, le alleanze tra paesi fanno parte del DNA della storia comunitaria, si pensi allo storico asse franco-tedesco. Certo oggi, la moda dei gruppi sembra estendersi e strutturarsi in altri modi.

I paesi “frugali” hanno effettivamente rallentato i negoziati per giungere ad un accordo sul Quadro finanziario pluriannuale (il bilancio dell’UE per i prossimi cinque anni, N.d.R.) e NextgenerationUE. I paesi di “Visegrad”, hanno una visione dell’integrazione europea diversa dal tradizionale mainstream liberal-democratico, ed è spesso “border line” rispetto ai principi e i valori dell’Unione europea.

È per questo che Ursula von der Leyen ha sottolineato l’importanza del rispetto dei principi dello stato di diritto. Il suo messaggio è stato chiarissimo: “Le violazioni dello Stato di diritto non possono essere tollerate. Continuerò̀ a difendere questo principio e a difendere l’integrità̀ delle nostre Istituzioni europee”.

Due settimane dopo il suo discorso, la Commissione europea ha adottato il suo primo rapporto sullo stato di diritto in cui le questioni che lei ha sollevato sono evidenziate. Tenga conto che questa relazione fa parte integrante del nuovo meccanismo per lo Stato di diritto il cui obiettivo è promuoverne il rispetto e prevenire l’insorgere o l’aggravarsi di problemi. Si tratta di uno strumento preventivo per così dire di moral suasion per favorire la comprensione e la consapevolezza dei problemi dello stato di diritto

Ricordo che l’Unione europea ha altri strumenti come le procedure di infrazione e la procedura per proteggere i valori fondanti dell’Unione ai sensi dell’articolo 7 del trattato sull’Unione europea. E visto che lei ha messo in relazione banche e diritto, ricordo la proposta della Commissione europea sulla procedura di condizionalità per la tutela del bilancio che mira a proteggere il bilancio dell’UE in situazioni in cui gli interessi finanziari dell’Unione potrebbero essere a rischio a causa di carenze generalizzate dello Stato di diritto in uno Stato membro. In breve, l’Unione europea ha strumenti persuasivi e cogenti per il rispettare diritto e diritti.

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, la Presidente ha molto insistito sulla solidarietà, principio assolutamente necessario in materia di politica di migrazione. Un tema che, come è noto, in Italia è particolarmente divisivo. Da studioso, che idee si è fatto sulle recenti proposte della Commissione europea sul Patto per la migrazione?

– GP Le proposte della Commissione sulla migrazione sono interessanti, ma ancora non pienamente adeguate. Credo sia opportuno e lecito, non soltanto da parte dell’Italia, chiedere di più in termini di chiarificazione, ad esempio, se il trattato di Dublino è effettivamente superato e come, e in termini di ridistribuzione, criteri più precisi e vincolanti. Molto utilmente, la Commissione dovrebbe affidare ai suoi funzionari una ricognizione approfondita su quanto è successo almeno negli ultimi dieci anni: arrivi e accoglimenti, respingimenti e ritorni, concessione di permessi di lavoro e di cittadinanza, poi lavori affidati ai migranti e stime sul loro contributo al Prodotto Nazionale Lordo dei singoli Stati membri. Ritengo anche che sarebbe importante conoscere quelle che talvolta sono più di semplici previsioni su che cosa l’Unione deve aspettarsi nei prossimi dieci anni: crescita della popolazione, flussi di migranti, da quali paesi e possibili misure preventive. La domanda di fondo è: quali sono le politiche auspicate dalla Commissione, quali le probabilità di una loro attuazione concreta, tempi, costi e, mi auguro, vantaggi?

Sarebbe anche utile e efficace potere disporre dei dati relativi alle votazioni nel Parlamento europeo, gruppo per gruppo, ma anche per le singole delegazioni nazionali (esempio, Lega e Fratelli d’Italia), sulle più importanti tematiche riguardanti le migrazioni. Per fare chiarezza è importantissimo potere disporre del massimo di documentazione esistente. Però, non dobbiamo fermarci qui. A quali altri problemi aperti la Commissione dovrebbe dedicare la sua attenzione o sta già operando senza che venga diffusa l’informazione decisiva per il formarsi di una opinione pubblica europea?

– RS So che il tema dell’informazione le sta, giustamente, a cuore. Sono d’accordo con lei che sarebbe utile disporre i dati che lei ricorda sulle votazioni del Parlamento europeo e, aggiungo io, delle posizioni dei ministri degli Stati membri in seno al Consiglio. Ė ancora troppo presto per poterle esaminare poiché la Commissione europea ha messo sul tavolo le sue proposte sulla migrazione solamente da due settimane. Posso dirle che per quanto riguarda il Parlamento europeo, che è una istituzione molto trasparente, questi dati saranno facilmente reperibili. Sarà abbastanza interessante conoscere non solo le differenze tra i partiti appartenenti al fronte populista-sovranista e le famiglie liberal-democratiche, ma anche i posizionamenti nazionali di queste ultime, che sul tema possono essere anche profonde. Per il Consiglio, che solo recentemente ha stabilito misure di trasparenza, potrebbe essere più difficile, anche se sono abbastanza conosciute le rispettive posizioni degli Stati membri.

Più in generale, la Commissione europea, che da sempre è il motore del Progetto europeo, si impegna a far conoscere i suoi progetti più importanti, e tra questi, l’ho già ricordato in precedenza, quelli che possono favorire la transizione verso un’economia europea basata sulle tecnologie verdi e digitali. L’impegno dell’esecutivo di Bruxelles, le assicuro, è forte, ma certo non esiste ancora un vero spazio pubblico di dibattito nel quale affrontare questi temi a livello europeo. Sulla sensibilizzazione al tema dei cambiamenti climatici, bisogna riconoscere che la piccola e cocciuta Greta Thunberg ha fatto molto di più di esperti che da anni sollecitavano una svolta nel trattare meglio il nostro pianeta. Le opinioni pubbliche sembrano più orientate a chiudersi nei recinti nazionali.

È d’accordo sul fatto che il dibattito sull’Europa sembrerebbe chiuso all’interno di vecchi recinti? Come se ne esce? E a proposito di opinione pubblica, quella italiana si sta chiedendo come mai, dopo mesi e mesi di critica all’Europa, la maggior parte delle forze politiche hanno cambiato radicalmente opinione. Su questo lei ha certamente una riflessione.

– GP troppo spesso ascolto uomini e donne politiche giustificare i loro insuccessi, quelli delle loro organizzazioni politiche e delle proprie promesse programmatiche sostenendo che buona era la sostanza, ma inadeguata la (loro) comunicazione. Che ad un’ottima sostanza non avevano saputo accompagnare una efficace comunicazione. Per lo più si tratta di giustificazioni dalle gambe molto corte che non riescono mai a proseguire il cammino fino ai luoghi dove la comunicazione viene insegnata e, applicandosi diligentemente, potrebbe essere imparata. Però, nel caso dell’Unione Europea c’è una parte di verità. In una (in)certa misura le istituzioni europee non hanno risolto il problema molto complicato di dovere comunicare ai cittadini di 27 Stati-membri e, pertanto, di sapere differenziare opportunamente i loro messaggi. Forse, ma lei, caro Eurocrate, ne sa sicuramente più di me, dovrebbero essere le sedi dell’Unione nei differenti paesi a fornire le chiavi comunicative da luogo a luogo più efficaci. Forse, il problema dipende dall’assenza del minimo necessario di conoscenze negli operatori nazionali dei mass media i quali, di conseguenza, svolgono malamente il loro compito di intermediari. Non voglio, se non in parte, sostenere che quei “comunicatori” sono parte del problema anche perché si occupano dell’Unione soltanto quando c’è qualcosa di eclatante, preferibilmente, controverso e criticabile, non quando l’Unione fa, anche solo piccoli, passi avanti. Soprattutto, i sub-comunicatori non riescono quasi mai a collocare la notizia nel contesto, non sanno disegnare il retroterra e finiscono per confondere lettori e telespettatori. Dei nuovi “social” so poco, ma, se già non lo fa, l’Unione dovrebbe procedere ad un loro largo uso. Andando più a fondo è imperativo che si proceda ad un insegnamento sistematico della storia, dell’economia, della politica dell’Unione europea, oltre a sfruttare tutte le occasioni in cui la conoscenza dell’Unione Europea potrebbe essere diffusa più estesamente. Mi avventuro nel sostenere che uno dei criteri per accedere allo splendido programma Erasmus dovrebbe essere una eccellente conoscenza dell’Unione da tutti punti di vista.

Esiste una opinione pubblica europea? Probabilmente, no, ma esistono molteplici opinioni pubbliche, settoriali e separate, che si trovano in una pluralità di campi, ma che interagiscono poco e male. Temo di illudermi, ma sono convinto che uno dei più importanti compiti degli europarlamentari dovrebbe essere proprio quello di stimolare l’interesse dei loro elettori orientandoli verso l’acquisizione di conoscenze che sfociano nell’ampio lago dell’opinione pubblica. Vedo gli europarlamentari come immissari di una molteplicità di laghi nel grande paese che si chiama Opinione Pubblica.

Concludo con una nota di pessimismo. Un tempo, in Europa, alcuni grandi intellettuali pubblici di diversi paesi hanno dato un contributo molto positivo a “pensare l’Europa” (è il senso di un libro di Raymond Aron) in tutte le sue sfaccettature. Oggi, ad eccezione, forse, dell’ultranovantenne Jürgen Habermas, non esistono più figure che possano definirsi intellettuali pubblici europei e che siano riconosciuti come tali. In che modo possiamo cercare di agevolarne la (ri)comparsa?

Gli intellettuali pubblici emergono quando, per l’appunto, esiste, forte e intenso, un dibattito pubblico su tematiche importanti. A lungo, in Italia, l’Europa è stata data per scontata. Sembrava, fu, una faccenda riservata ai governi. Ho enormi difficoltà a ricordare un qualsiasi dibattito pubblico avente come argomento l’Europa al quale abbiano partecipato intellettuali italiani di un qualche rilievo. Faccio pochi nomi: Italo Calvino e Umberto Eco? Neppure i miei maestri, Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, si occuparono mai specificamente dell’Unione Europea e della sua evoluzione. Di recente sono stati, anzitutto, gli Euroscettici, poi, i populisti, infine, i sovranisti a porre il problema e a sollecitare analisi, approfondimenti, valutazioni del processo di unificazione politica europea. Tuttavia, non hanno fatto la loro comparsa intellettuali né europeisti né sovranisti di grande statura. Paradossalmente, comunque, vi è stata qualche ricaduta sull’opinione pubblica che è diventata in parte un po’ più informata in parte un po’ più politicizzata sui temi europei. Potremmo affermare che la politicizzazione è benvenuta poiché obbliga all’apprendimento. Almeno per il momento possiamo giungere ad una conclusione interessante. A causa del Covid le istituzioni europee sono state chiamate maggiormente in causa. Hanno reagito, specialmente, la Commissione, con un salto di qualità. Stanno dimostrando che il sovranismo non è la soluzione e, in effetti, i sovranisti non hanno saputo offrire ricette e rimedi. Sono in parte in stallo in parte in declino, seppur limitato, nei rispettivi paesi.

Pensa, lei, caro Eurocrate, che l’Unione Europea abbia “svoltato” e si sia incamminata verso forme maggiori e migliori di sovranità condivisa?

– RS Quando lei, caro Tecnocrate, parla di forme maggiori e migliori di sovranità condivisa tocca un tasto molto interessante. La svolta è dietro l’angolo, ma è ancora difficile imboccarla, a causa delle diverse visioni politiche sull’evoluzione politica dell’Europa. Io credo che, oltre ad avere bisogno di più Europa, necessitiamo di un’Europa di qualità. E probabilmente avremmo bisogno che gli intellettuali europei si impegnassero maggiormente nel confrontarsi con questi temi e abbandonassero una certa pigrizia (o disincanto?) che sembra averli impossessati. Abbiamo più che mai bisogno di riflessioni forti per rafforzare culturalmente il Progetto europeo.

Riprendendo il filo del discorso da cui siamo partiti, la crisi del Covid 19 ha rivelato come e quanto l’Unione europea sia importante per i suoi cittadini e come la stessa abbia la capacità di individuare e mettere in campo delle policy solutions, come il lancio del programma NEXTGenerationEU testimonia. Occorre poi aggiungere che il tema a lei caro della sovranità condivisa ripropone la questione, evocata dal Presidente francese Emmanuel Macron, della necessità di giungere ad una vera sovranità europea, che possa per esempio, agire con un’unica voce nelle relazioni politiche esterne.

Come lei mi insegna, e come insegnano illustri politologi con i quali lei ha avuto la grande fortuna di studiare e operare (Bobbio e Sartori), democrazia e sovranità hanno molto a che fare con il “potere” e con il suo esercizio procedurale. E non arrivo a scomodare Dahl e Schumpeter come lei fa nel suo eccellente manuale di Scienza Politica. Ed è innegabile che l’Unione europea abbia molto, molto a che fare con la sovranità e la democrazia. Spesso, quando si affrontano questi argomenti, come è logico che sia, si evoca il concetto di popolo, visto che dal secolo dei Lumi in poi si è affermato il concetto che il potere appartiene al popolo. Non voglio e non posso (non ne ho le capacità…) divulgarmi su questo, e arrivo al punto. Ancor prima di assumere la carica di Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha sposato la proposta di Emmanuel Macron di organizzare una Conferenza sul Futuro dell’Europa per associare i cittadini su scelte che li riguardano direttamente. Purtroppo, la crisi Pandemica ne sta ritardando il lancio, ma tutti si augurano che possa prima o poi, presto, partire.

Caro Tecnocrate, pensa che la Conferenza sul futuro dell’Europa sia una buona idea? Ritiene che possa contribuire alla necessaria svolta che ha evocato e magari mettere le fondamenta per un autentico spazio pubblico europeo, come lo intende il già citato Habermas ?

– GP L’Unione Europea è giunta ad una svolta. Il Covid-19 si è effettivamente rivelato come un’opportunità per introdurre cambiamenti e accelerare tendenze. Non sono convinto che questa consapevolezza sia (egualmente) diffusa in tutti gli Stati-membri e fra i loro governanti e gli oppositori (in Italia più in Giorgia Meloni che in Matteo Salvini anche se, poi, nessuno dei due sa quali conseguenze operative trarne). Lo è certamente e provatamente nella Presidente della Commissione e, salvo prove contrarie che non vedo, in tutti i Commissari. In questa fase, l’iniziativa è nelle mani della Commissione e del Consiglio europeo ed è augurabile che il Parlamento europeo, fermo restando lo spazio per la critica e la proposta, la sostenga e la sospinga.

Ritengo che la conferenza sul futuro dell’Europa sia un’ottima idea. Sono convinto da tempo che si debba costruire, come dice giustamente lei sulla scia di Habermas, “un autentico spazio pubblico europeo”. Ho letto nei documenti preparatori della Conferenza (E Testi Approvati) molte proposte assolutamente condivisibili che, se attuate, porterebbero nella direzione giusta. Da una pluralità di agorà locali, variamente costruite, si riuscirà a pervenire all’agorà europea. Però, il procedimento mi appare di una straordinaria complessità. Mi chiedo come lanciarlo e soprattutto come orientarlo. Saranno i vari uffici della Commissione negli Stati-membri ad averne la responsabilità? L’ambizione di coloro che hanno elaborato il documento è enorme. La mia preoccupazione riguarda la quantità di energie necessarie a rendere efficaci e produttive tutte le fasi di consultazione e di decisione. Non è questo il luogo per entrare nei dettagli, ma è un compito al quale non dobbiamo rinunciare. Qui mi limito a affermare che bisognerebbe iniziare con l’approccio che chiamerò “feasibility”, della fattibilità. Proviamo a vedere che cosa si può fare, in che modo, con quali inconvenienti ai quali porre rimedio. Qualche esperimento preliminare mi parrebbe molto raccomandabile. In alcune poche regioni italiane si sono fatti esperimenti di grande interesse applicando le conoscenze in materia di democrazia deliberativa. “Che Europa volete?” è sicuramente una domanda da porre a “pubblici” selezionati, già in parte preparati, ma comunque rappresentativi. La pubblicità data a incontri sul tema, alle discussioni, alle loro conclusioni promette di fare aumentare le conoscenze. Insomma, è la strada giusta. In tempi di Covid si può comunque sperimentare sfruttando al meglio la strumentazione telematica che sarà sempre più al centro di tutte le procedure di diffusione di idee e di informazioni e di molti confronti. L’Unione Europea continua a essere in the making proprio come le democrazie meglio funzionanti. D’accordo?

– RS Si sono d’accordo. Pur se spesso considerata “indefinita” e di difficile classificazione, l’Unione europea appartiene di diritto ai sistemi politici democratici. Dunque, non ha né più né meno gli stessi problemi di legittimazione e di rendimento e gli stessi spazi di manovra per il suo miglioramento delle democrazie nazionale che pure a sua volta ha contribuito a modificarsi per tenere conto della dimensione sovranazionale. Si, sono ottimista sulle capacità, del resto già dimostrate in passato, dell’Unione europea di adattarsi ai cambiamenti e nel contempo di sfatare una volta per sempre la maledizione westfaliana – per dirla con le parole di Yves Mény – che vuole recintare la democrazia entro i confini delle nazioni. È innegabile che esiste una democrazia sovranazionale e che ha gli strumenti per proseguire la sua evoluzione.

Bene, lascio a lei un ultimo pensiero, dandoci appuntamento per un nuovo dialogo, magari in occasione dell’avvio della Conferenza sul futuro dell’Europa.

GP Non sono altrettanto sicuro che esista hic et nunc una democrazia sovranazionale. Però, sono convinto che l’Unione Europea ha posto le basi di questa democrazia e, seppur lentamente, ma progressivamente la sta costruendo. Sarà qualcosa di più che una democrazia “sovranazionale” poiché andrà non soltanto “sopra”, ma “oltre” le nazioni. Per conseguire questo obiettivo sono necessarie idee e istituzioni. Ė probabile nonché augurabile che molte idee saranno prodotte dalla Conferenza sul Futuro dell’Europa, ma anche dagli osservatori competenti e dai critici esterni se, com’è possibile, alcuni intellettuali e “burocrati” vorranno finalmente dedicarsi all’impegnativo compito di combinare la critica con la proposta di soluzioni alternative. Al proposito, è opportuno il rimando al più recente tentativo di “migliorare” l’Unione Europea effettuato da una delle studiose più attente alla democrazia nell’Unione o, come ha preferito definirla, alla legittimità: Vivien A. Schmidt, Europe’s Crisis of Legitimacy. Governing by Rules and Ruling by Numbers in the Eurozone, Oxford University Press, 2020. Ho molte differenze d’opinione con le analisi e le proposte dell’autrice, ma sono proprio le differenze che rendono utile il confronto. Quello che manca nel libro è una riflessione sulle “idee d’Europa”. Mi spingerei fino a dire le “ideologie d’Europa”, con particolare riferimento al carente approfondimento del pensiero federalista, l’unico in grado di opporsi ai brandelli di “sovranismo” agitati dalla destra, ma anche da una malintendente sinistra che, dimenticandosi delle sue radici internazionaliste, si dichiara preoccupatissima dalla erosione della sovranità popolare a scapito della democrazia.

Quanto alle istituzioni, regole e procedure, è oramai opinione diffusa e condivisa, dai rimanenti sostenitori e dagli oppositori, che è essenziale eliminare nel Consiglio il voto all’unanimità che, da un lato, è antidemocratico poiché offre un enorme potere di ricatto ad uno contro tutti, dall’altro, obbliga a compromessi, scambi deteriori, azioni opache che producono pessime conseguenze sia nei rapporti fra capi di governo sia sui processi decisionali.

In conclusione, il punto più importante che vorrei sottolineare è che qualsiasi riforma istituzionale dell’UE/nell’UE europea deve essere “sistemica”, vale a dire, coinvolgere Parlamento, Commissione, Consiglio e Banca Europea. La democrazia cresce e migliora quando fra le sue istituzioni si affermano e funzionano equilibri, pur sempre mutevoli, confronti e scontri. La democrazia dell’Unione e nell’Unione deve sapere accogliere quegli Stati, a cominciare dai Balcani, che si preparano ad aderirvi purché promettano credibilmente di rispettare i principi democratici e fare crescere le loro stesse democrazie. Fin da adesso, predisponiamoci a monitorare puntualmente quanto sarà proposto e verrà formulato durante la conferenza. Ė un compito impegnativo, ma necessario e utile. Il discorso sulla democrazia non finisce qui.

LE CREDENZIALI DEI DIALOGANTI

Gianfranco Pasquino* è un europeo nato nei pressi di Torino. Ha conosciuto Altiero Spinelli e ha davvero letto Il Manifesto di Ventotene. Parla alcune lingue europee, francese e spagnolo, e una lingua extra-europea, l’inglese. Ė Professore Emerito di Scienza politica, materia che gli ha consentito di essere invitato a Monaco di Baviera e Berlino, Oxford, Cambridge e Manchester, Parigi. Lisbona e Madrid. Ha variamente scritto di sistemi politici comparati e di Europa: Capire l’Europa (1999) e L’Europa in trenta lezioni (2007). Di recente è stato co-curatore di una ricerca approfondita e ambiziosa: Europa. Un’utopia in costruzione (2017), contribuendovi due densi capitoli. Ė convinto che l’unità dell’Europa è un obiettivo nobilissimo.

Roberto Santaniello**, romano di nascita, federalista per convinzione, è diventato civil servant europeo dal 1986 per convinzione e passione, incontrando sulla sua strada persone che dell’Europa hanno fatto una ragione di vita (Altiero Spinelli e Virgilio Dastoli). Mai pentito di questa scelta ideologica e professionale. Funzionario della Commissione europea, oggi presso la Rappresentanza in Italia, da sempre artigiano della comunicazione e dell’informazione sul l’Europa, autore a tempo perso di libri sulla storia e la politica della costruzione comunitaria. Eccone una selezione: Storia politica dell’integrazione europea con Bino Olivi; Prospettiva Europa, con Virgilio Dastoli e Alberto Majocchi; C’eravamo tanto amati, Italia Europa e, con Virgilio Dastoli, Capire l’Unione europea. Pensa che sia possibile fare ancora molta strada europea, dentro e fuori le istituzioni.

Leggi anche il Numero Speciale di viaBorgogna3 2019
Gianfranco Pasquino e Roberto Santaniello
DIALOGO SUL FUTURO DELL’EUROPA
Un tecnocrate e un burocrate a confronto
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Pubblicato il 06 NOVEMBRE 2020 su casadellacultura.t

Che fine hanno fatto le primarie nel Pd? Domande sul caso Bologna @DomaniGiornale

Il Partito di Bologna ha una lunga, interessante, ingloriosa storia di primarie fatte (e non fatte) per la scelta della candidatura a sindaco della città. L’inizio della saga riguardò i Democratici di Sinistra che, a fronte di profonde divisioni interne con il (quasi)prescelto che rifiutò di “sottoporsi” alle “primarie”, furono costretti a farle in fretta e furia in una piovosissima giornata del marzo 1999. Poi le elezioni furono vinte da Giorgio Guazzaloca, molto più che un candidato civico, un bolognese con una apprezzabile storia personale di lavoro e di impegno. Cinque anni di (mancate) riflessioni non bastarono ai DS per trovare una candidatura indigena cosicché nel 2004 dirigenti, iscritti e i simpatizzanti della borghesia rossa furono entusiasti di accogliere il superparacadutato Sergio Cofferati reduce dalla grande manifestazione contro Berlusconi. Niente primarie per il segretario della CGIL, ma una bella processione nei quartieri di Bologna, città che non conosceva minimamente, ad accogliere suggerimenti, incoraggiamenti, applausi (molti) e critiche (quasi nessuna). Tutt’altro che favorevole, arrivai nel mio quartiere alle 21,10, presi la scheda per iscrivermi a parlare. Alle 22.45 non avendo ancora avuto la parola, mi informai. Avevano “perso” la mia scheda. “Gentilmente”, mi diedero subito la parola, la riunione chiudeva alle 23. Peccato che il tempo di accettazione delle schede con l’approvazione (o no) fosse stato fissato alle 22 e che moltissimi dei presenti avessero già votato.

Nel 2008, all’ultimo momento. Cofferati annunciò che non intendeva fare il secondo mandato. A quel punto il Partito Democratico decise che si potevano/dovevano fare le primarie. Naturalmente, il gruppo dirigente aveva il suo candidato. Provai a candidarmi, ma mi si impedì di avere accesso al registro degli iscritti un certo numero di loro firme essendo necessarie per accreditarsi come candidato. Appoggiato da Bersani e da Prodi e da gran parte del PD (in seguito anche dal cardinale di Bologna), la candidatura di Flavio Delbono non fu mai a rischio. Andò a vincere risicatamente al ballottaggio contro l’imprenditore Alfredo Cazzola. Poco più di sei mesi dopo fu costretto a dimettersi per uso troppo disinvolto, truffaldino (due patteggiamenti) del denaro pubblico (era stato Assessore al Bilancio della Regione Emilia-Romagna). Si dimise anche il segretario della Federazione, Andrea De Maria, debitamente parcheggiato a Roma.

   Per la prima volta nella sua storia, quella che era stata la vetrina del comunismo italiano fu commissariata (2010-2011). Ancora in difficoltà il PD intrattenne persino l’idea di candidare la Commissaria Annamaria Cancellieri (poi ministro degli Interni nel governo Monti e della Giustizia nel governo Letta). Messo da parte colui, Maurizio Cevenini, che era il più popolare degli esponenti del Partito, le primarie del 2011 consegnarono la vittoria a Virginio Merola che ha portato a compimento senza biasimo né gloria il suo secondo mandato. Non si è lasciato scappare l’occasione di influenzare la scelta del suo successore candidando alcuni suoi assessori, ma anche manifestando la sua preferenza per uno di loro. Dunque, logicamente: primarie fra i candidabili. Invece, per il momento, proprio no. Il segretario locale annuncia che bisogna cercare e soprattutto trovare un candidato “unitario”. Insieme agli assessori, la neo-eletta europarlamentare Gualmini si dichiara “disponibile”, deludendo, immagini, i 78 mila elettori che le diedero la preferenza. Sullo sfondo si staglia la figura del più potente parlamentare bolognese Andrea De Maria che nega asserendo, però, a ragione, che non vuole nessuna discriminazione nei suoi confronti, come quella comminatagli delle Sardine. Qualcuno ricorda che bisognerebbe allargare il “campo”, nessuno si tira indietro. Il sindaco bolla tutto questo, al quale lui ha dato il suo contributo e altri ne preannuncia, come “un dibattito inconcludente”.

   Le primarie per le cariche elettive stanno nello Statuto del PD. Se ne sono fatte in tutta Italia ben più di mille. Spesso cito Arturo Parisi, secondo i giornalisti il “teorico delle primarie”. Chi vuole candidarsi, sostenne Parisi, alzi la mano. Poi, naturalmente, raccolga un certo numero di firme a suo sostegno, quante e come sono richieste dal regolamento dei partiti locali. Naturalmente, se il PD allarga effettivamente il campo, a Bologna ci sono almeno due potenziali candidati centristi di valore. Allora, però, nelle primarie non dovrà esserci il candidato ufficiale “del partito”, ma tutti coloro che, PD o no, senza ostacoli, avranno raccolto le firme. Gli assessori disponibili a candidarsi non dovranno essere dissuasi, come il segretario locale ha già lasciato trapelare, poiché di loro si terrà conto “nella formazione della prossima giunta”. La saga non è finita. Neanche la commiserazione, qualche volta irritazione, per un partito che cerca costantemente di svicolare dalle regole che pure si è dato può cessare. Ė possibile che, alla fine, l’esito sia positivo in termini di selezione della candidatura, ma neanche in questo caso dovremmo accettare la massima che “il fine giustifica i mezzi”. Non è così che si migliora la politica né a Bologna né altrove.

Pubblicato il 20 novembre 2020 su Domani

Desafortunadamente no hay estabilidad política en A. Latina: Pasquino @ElNuevoSiglo

GIANFRANCO PASQUINO, referente mundial en Ciencia Política y quien fue el invitado principal a la Semana del Politólogo organizada por la Universidad San Buenaventura, sede Bogotá, habló en exclusiva con EL NUEVO SIGLO sobre el futuro político de la región y sus percepciones sobre los procesos electorales del continente.

EL NUEVO SIGLO: ¿Cuál es su opinión de la polarización política en América Latina y cómo podría afectar la estabilidad regional?

GIANFRANCO PASQUINO: Desafortunadamente no hay una estabilidad política regional en América Latina. Siguen siendo indispensables las elecciones libres y respetuosas, especialmente con las oposiciones. Los problemas de los latinoamericanos tienen soluciones que independiente y solamente de manera autónoma los gobiernos de cada país pueden resolver. Mi opinión, que puedo defender con fuerza y con muchas razones, experiencias y libros, es que los populistas siempre seguirán siendo el problema y nunca serán la solución.

El continente siempre se ha visto desbordado de personalismos a través del presidencialismo, donde se premia a la persona y sus ideas, y no al partido, sea de izquierda o de derecha.

Indiscutiblemente, la región deberá afrontar el tema de la situación de inestabilidad política de Venezuela, que es un factor de crisis de inmenso impacto, asimismo deberá procurar instar al restablecimiento de la democracia a través del fortalecimiento de los partidos políticos y de garantías electorales, sin embargo, todo está por verse.

En conclusión, el panorama político de América Latina no se puede pintar como una marea roja o azul, su futuro y estabilidad dependerá de la capacidad de los dirigentes que lo regentan.

ENS: ¿Cómo ve el proceso electoral venezolano y la continuidad de Nicolás Maduro del poder?

GP: Maduro tiene que irse, así de claro y contundente.

El proceso electoral venezolano ha sido manipulado. La oposición debe intentar construir una fase de transición con procedimientos democráticos e incluyentes. Venezuela por historia, pese al chavismo, siempre ha sido un país democrático y llegó el momento de revitalizar sus tradiciones democráticas y participativas.

Hoy está nación es un caso muy triste, pero no perdido. Sigo creyendo y apostando por una transición de gobierno por las buenas y un cambio que permita reestablecer la democracia.

Solo el destino nos dirá qué deparan las “elecciones” y si el régimen de Nicolás Maduro llega a su final, ojalá por medio de la negociación y no por la fuerza.

Por lo pronto, considero que Estados Unidos seguirá generando presión hasta lograr que Maduro salga, seguramente por medio de sanciones económicas, pero el discurso cambiará y se volcará hacía un nivel más diplomático, que buscará el restablecimiento de la democracia sin entrar en amenazas bélicas.

ENS: ¿Cuál es su opinión sobre el proceso constitucional en Chile?

GP: Chile también tiene una larga tradición democrática. En esta nación existe una amplia ciudadanía democrática y una mayoría de políticos que saben distinguir y diferencial entre una democracia y un régimen autoritario. En 1988, en otro plebiscito, y en el 1989, cuando se realizaron las elecciones presidenciales, yo fui observador parlamentario en este país. Hoy con mucha alegría veo que ha vuelvo la democracia a la nación austral.

El proceso constitución que recién vivió fue un paso tremendamente importante, el plebiscito fue una decisión en contra de elementos poco democráticos de la constitución antigua, que abre el camino a una nueva ola de democratización. Esperemos que la asamblea logre manifestar claramente las reglas para la construcción de una nueva sociedad, más incluyente y más equitativa.

Finalmente, estoy convencido que los chilenos van escribir una excelente constitución y a mejorar el funcionamiento de la democracia.

ENS: ¿Cuáles podrían ser los efectos en la política exterior de Estados Unidos la elección de Joe Biden?

GP: Biden va a ser un presidente muy equilibrado que sabe cómo negociar sin enfrentarse con China, sin mostrarse débil con Rusia, sin hacer interferencia en la política de los países latinoamericanos, pero, con la convicción que por encima de todo y de cualquier interés, defenderá los Derechos Humanos e individuales. Biden intentará, además, reconstruir un orden internacional liberal con mucha atención al medioambiente y a los acuerdos de Paris. En esto se concentrará para desarrollar sus principales acciones en política exterior, por lo menos al inicio de su gobierno.

En cuanto a Rusia, Biden tendrá que lidiar con una relación histórica y tradicionalmente tensa, pues la nación de Putin sigue siendo fuerte y determinante en la geopolítica europea y seguirá incidiendo fuertemente sobre esta región, poniendo quizá en riesgo, sino se maneja bien, los intereses de los Estados Unidos en esta parte del hemisferio.

De otra parte, con China, Biden no se va a desgastar manteniendo un conflicto o guerra comercial. El gigante asiático tiene otros intereses, particularmente en África o América Latina como zonas de influencia comercial. Puede que regresen a China los aíres tensos o belicosos, pero sobre su esfera de influencia geopolítica cercana, no como para pensar una guerra con Estados Unidos.

ENS: ¿Y cuáles podrían ser las consecuencias para América Latina?

GP: Consecuencias buenas, positivas, pero no automáticas. Los gobernantes de los países de América Latina deben explotar la oportunidad de la presidencia Biden para establecer relaciones económicas, culturales y políticas que contribuyan al desarrollo.

Estados Unidos tiene muchos problemas internos, así que esa será su prioridad, tratar de unificar, de generar consenso, de disminuir la xenofobia, el racismo. En otras palabras, Latinoamérica no es su prioridad, tiene otra agenda geopolítica a la cual darle mayor importancia. Esto podría convertirse en una ventaja comparativa para el devenir de los pueblos de la región.

ENS: ¿Qué lecciones pueden sacarse de la gestión del covid-19 en Europa?

GP: Las cifras siguen en un aumento, lo cual evidencia que los italianos algo estamos haciendo muy mal. En otras palabras, no somos ejemplo a seguir, por lo menos en términos de manejo de la pandemia.

Actualmente los casos diarios de Covid–19 sobrepasan los 30 mil positivos y se registran cada 24 horas no menos de 300 muertes. Hemos superado el millón de contagios desde que inició la mortal pandemia. Hoy el número total de fallecidos por el letal virus ya ronda los 42 mil.

Por lo tanto, la principal lección es que el covid-19 existe, no es un simple resfriado y nos está matando.

Es una pandemia que va a perdurar en el tiempo y que será mortal para muchas personas y en muchas latitudes. Ahora es cuando más necesitamos respetar las reglas y no bajar la guardia. En Italia, y lo digo con vergüenza, no creímos en el impacto de este virus y hoy enfrentamos las consecuencias.

La pandemia en resumen es un test de inteligencia y de sentido cívico que nos probará una y otra vez. No será un paréntesis y va a durar mucho tiempo, producirá muchas desigualdades por muchos años y debemos afrontarla de manera multilateral. Para esto se requiere del esfuerzo de todos para derrotarla. En el caso puntual de la Unión Europea, hay un poco más de experiencia y recursos; pero en América Latina, al contrario, se requieren mayores esfuerzos pues de lo contrario se dispararán, entre otros, los índices de pobreza y miseria en la región.

Bogotá Noviembre 14, 2020 El Nuevo Siglo

Allargare gli sguardi non le intese

“Allargare la maggioranza” ha un solo significato tecnico e politico: includere qualche rappresentante di Forza Italia come ministro e sottosegretario. Dunque, implica una crisi di governo, rapida, pilotata, dalla conclusione certa, vale a dire la formazione di un nuovo governo di intese abbastanza larghe. Non larghissime poiché né Salvini né, soprattutto, Giorgia Meloni, determinata a volere una netta vittoria elettorale, sono disposti ad accettare di farsi inglobare in quello che sarebbe un ruolo di corresponsabilità di scelte e di politiche che non vorrebbero fare.

L’allargamento del perimetro governativo mi pare sostanzialmente improponibile poiché inaccettabile dal Presidente del Consiglio e, probabilmente, da un ampio nucleo dei Cinque Stelle. Diverso, invece, è il discorso sull’accettazione volta per volta del contributo parlamentare proveniente dai deputati e, in special modo, dai senatori di Forza Italia. Da un lato, quei voti possono essere necessari per supplire al dissenso di alcuni esponenti pentastellati, dall’altro, consentono a Berlusconi, che ne ha molto bisogno, di evidenziare un suo persistente e significativo ruolo politico. D’altronde, Berlusconi non può abbandonare in maniera drastica la coalizione di centro-destra alla cui eventuale futura vittoria rimarrebbe comunque indispensabile, ma al tempo stesso, come si è visto nella votazione che ha consentito di respingere l’attacco di Vivendi a Mediaset, continua ad avere bisogno di benevolenza da parte dei governanti per le sue moltissime imprese economiche.

L’ampio lessico politico italiano plasmato nei lunghi anni della prima fase della Repubblica (1948-1992) battezzerebbe quel che può succedere come maggioranze “a geometria variabile”. Ad esempio, continuando l’opposizione dei Cinque Stelle al ricorso ai fondi del MES per spese sanitarie, toccherebbe ai parlamentari di Forza Italia fornire i voti necessari per richiederli. Però, è facilmente immaginabile che dopo quel voto la fibrillazione nei Cinque Stelle e nella compagine governativa diventerebbe quasi insostenibile.

Guardando fuori d’Italia, senza in nessun modo sottovalutare le difficoltà italiane e le loro specificità, è facile constatare due importantissimi fenomeni. Primo, in nessuna delle democrazie degli Stati-membri dell’Unione Europea si è avuta una crisi di governo. In tutte, i governi attualmente in carica sono gli stessi che esistevano all’inizio della pandemia. Secondo, in nessun paese la maggioranza di governo è cambiata nella sua composizione, meglio, si è “allargata” (non si è neppure ristretta). Nessuna democrazia è andata nella direzione di un governo di larghe intese. Certamente, le decisioni sono tutte nelle mani dei governanti nazionali, ma altrettanto certamente tutti i capi di governo (e la Commissione Europea) preferiscono trattare con governanti saldi nelle loro cariche, in grado di accettare impegni, anche a lungo termine, e di rispettarli. Buoni rapporti governo/opposizione non debbono necessariamente sfociare in una nuova maggioranza.

Pubblicato AGL il 19 novembre 2020

M5S, gli Stati Generali sono una buona notizia. Pasquino spiega perché @formichenews

Non è successo poco agli Stati Generali di M5S. Al contrario, governisti e ribellisti si sono contati e pare che i primi abbiano vinto. Avanti tutta, anzi, no: adelante con juicio. Il commento di Gianfranco Pasquino

Barcamenarsi. Potrei anche scriverlo in inglese: muddling through. Ė una pratica spesso onorata e riverita. In paesi dove la politica non è veloce, barcamenarsi può anche essere una strategia, saggia.  Vero è che non sembra che i Cinque Stelle abbiano la capacità di elaborare una strategia di lungo termine, che, comunque, personalmente, sconsiglierei. Allora, finché la barca va e, in effetti, la barca, sia quello del Movimento sia quella del governo, di cui il Movimento è parte essenziale, va, è il caso apportare solo piccole correzioni di rotta. Rimanendo in metafora, la barca continuerà ad andare paradossalmente spinta dal brutto vento del Covid-19. Soltanto gli irresponsabili cambierebbero il timoniere, che continua ad avere un alto grado di gradimento, e i suoi collaboratori, in piena tempesta Covid (-19, 20, 21) Soltanto i perfezionisti vorrebbero restringere la scelta fra il movimento che fu, ma ancora in parte è, e il partito che difficilmente sarà anche perché in Italia non si fa più politica con partiti veri e propri da almeno tre lustri.

   Però, ci sono delle falle chiudere. La più evidente è quella che ha consentito ai Casaleggio di ottenere non solo una barcata di Euro, ma un notevole controllo sui pentastellati. Il distacco fra il Movimento e Rousseau è cominciato e questo spiega l’irritazione di Davide Casaleggio che sente sfuggirgli, forse definitivamente, il doppio asset: danaro e potere. L’altra falla si trovava nella maledetta clausoletta del limite ai mandati. Chi conosce un po’ di politica e di teoria della rappresentanza sa che fu un errore, ma un errore dettato dal furore anti-casta parlamentare. Quel furore si è un po’ acquietato, ma la correzione dell’errore non sarà affatto facile. I governisti già fibrillano. Alternative occupazionali prestigiose è difficile trovarne. Invece, trovare un seggio per Alessandro Di Battista sarà un gioco da bambini. Non fa problema neanche soddisfare la sua seconda richiesta che il Movimento si presenti e corra da solo. Con una legge elettorale proporzionale, di cui non si sente parlare perché evidentemente è in lockdown con tanto di mascherina, correre da soli è quasi imperativo. Poi, perché mai annunciare alleanze organiche prima del voto quando nelle democrazie parlamentari i governi non escono affatto dalle urne (come Minerva dalla testa di Giove), ma si fanno, contati i voti e i seggi in Parlamento?

Non è successo poco agli Stati Generali. Al contrario, governisti e ribellisti si sono contati. Ancora non sappiamo i risultati, ma per i numeri precisi anche negli USA ci hanno messo una decina di giorni. Ad ogni buon conto, i primi hanno vinto e i secondi si sono resi dolorosamente conto che non hanno abbastanza forza per nessuna spallata. Avanti tutta, anzi, no: adelante con juicio. Attacco a due punte: Di Maio e Di Battista, altrimenti teniamoci Vito Crimi come falso nueve, cioè il centravanti che sbuca quando serve. Se tutto quello che hanno gli altri è l’allenatore Goffredo Bettini che sdogana Silvio Berlusconi per allearsi con il quale certo non avevano votato gli elettori del PD, allora il Movimento 5 Stelle potrà anche sperare, da un lato, che un buon numero di elettori esprimerà la sua insoddisfazione, dall’altro, che il reddito di cittadinanza verrà ricordato dai suoi percettori come, risbuca la metafora marinara, un’efficace ancora di salvezza.

Pubblicato il 16 novembre 2020 su formiche.net

La Democracia Exigente #videoconferencia 17 de noviembre @CatedraMadero

Cátedra Francisco I. Madero: “Les hacemos la extensa invitación para participar este 17 de noviembre a partir de las 10hrs. (UTC-06) en la videoconferencia que dará el Dr. Gianfranco Pasquino de la Alma Mater Studiorum – Università di Bologna con el tema “La Democracia Exigente”
Míralo en :
FB https://bit.ly/3lqe3NG
YT https://youtu.be/ok4s_LbLS9Y

Da Berlusconi a Trump: come far dimenticare il proprio fallimento @DomaniGiornale

L’ex-Presidente degli USA Donald Trump sta facendo di tutto per riuscire a farsi classificare come il peggior presidente di sempre. Al contrario, sembra che Silvio Berlusconi stia tentando un’operazione molto diversa e che, addirittura, sia in corso una sorta di sua riabilitazione politica. Non ripeterò le critiche e le imputazioni più severe, molte passate in prescrizione, ma una, quella per frode fiscale, tradotta in sentenza di condanna debitamente espiata. Anche se qualche volta la separazione è arbitraria, lascerò da parte tutte le molte questioni giudiziarie e mi soffermerò, invece, quasi esclusivamente, sulla azione politica di Berlusconi, nel passato e in tempi recentissimi.

Rilevo, anzitutto, come il conflitto fra gli interessi personali del Berlusconi imprenditore con quelli pubblici del Berlusconi governante sono irrilevanti soltanto fintantoché Berlusconi rimane privo di cariche politiche. Infatti, quel conflitto, per lui più che per chiunque altro, può fare la sua ricomparsa. Quasi a riprova immediata, con l’accordo determinante del PD è stato approvato un emendamento che, in maniera molto criticabile, difende Mediaset dal legittimo assalto di Vivendi.

In secondo luogo, noto che nella sua azione di governo, Berlusconi non ha mai saputo, e neanche voluto, tenere fede alla sua solenne promessa, che suscitò moltissime aspettative, di lanciare una rivoluzione liberale. Non mi aspetto mai che rivoluzioni di questo tipo vengano da imprenditori, ma, certamente, non fu grande neppure l’impegno di quel piccolo gruppo di studiosi da lui reclutato. Quasi tutti sembrarono motivati, piuttosto che dal liberalismo dei diritti e delle regole, dall’anticomunismo e dal liberismo più o meno “neo”. Adesso, uno di loro, Marcello Pera, va a (es)portare addirittura a Matteo Salvini la rivoluzione liberale che non fu.

Infine, dell’europeismo del Berlusconi governante danno dimostrazione inconfutabile, da un lato, le riprese televisive e le fotografie dei vertici con gli altri capi di governo, nei quali era snobbato e isolato, dall’altro, l’influenza esercitata sull’intero elettorato italiano che da nettamente favorevole all’Unione Europeo è diventato largamente euroscettico, se non sovranista ora al seguito di Salvini e Meloni. Che adesso il cambiamento più visibile di Berlusconi sia proprio un atteggiamento costantemente europeista tradotto, per esempio, nella disponibilità alla accettazione dei fondi MES per spese sanitarie dirette e indirette, potrebbe sembrare un modo di prendere le distanze e di ritagliarsi uno spazio politico nel centro-destra a scapito dei due alleati attualmente più votati. Comunque, sia Berlusconi definisce la posizione sua e di Forza Italia come liberale, cristiana (senza esibizione di baci a rosari), moderata e a favore dell’Unione Europea.

Quanto al governo Conte, pur composto da esponenti delle Cinque Stelle, che aveva mandato “a pulire i cessi”, e da immarcescibili ex-comunisti, il suo atteggiamento è costantemente dialogante fino a fare pensare a eventuali modalità, agevolate dal respingimento di Vivendi, di un suo sostegno la cui esplorazione affido ai retroscenisti.

Naturalmente, in una prospettiva di breve periodo concentrata sull’attualità, Berlusconi non può non apparire un leader politico responsabile che si fa portatore di politiche di buonsenso. La sua distanza da Trump, per coloro che lo ritengano un suo precursore, risulta abissale. Tuttavia, è impossibile e sarebbe sbagliato dimenticare che con Berlusconi, anche se non per sua esclusiva responsabilità, sono ricomparsi aggravati sulla scena politica alcuni importanti tratti deteriori: una certa visione di antipolitica, una propensione notevole all’antiparlamentarismo, un linguaggio non sempre signorile, soprattutto la personalizzazione della politica e possenti elemento di populismo a cominciare dalla asserzione-pretesa che chi ha ottenuto i voti non può e non deve essere intralciato e controllato (in particolare, non dalla magistratura e non dalla Presidenza della Repubblica).

Se statisti sono coloro che lasciano il paese che hanno governato in condizioni migliori di quando giunsero al governo, certamente, non è stato questo il caso di Berlusconi. Neanche a coloro che pur considerano positiva la sua recente conversione, dovrebbe essere possibile e comunque non sarebbe corretto dimenticare i suoi lasciti deteriori e pericolosi che hanno trovato accoglienza sia nell’opinione pubblica sia nelle visioni politiche degli alleati, Lega e post-fascisti, che lui portò al governò e legittimò (sdoganò) definitivamente. 

Pubblicato il 15 novembre 2020 su Domani

Proposta per un Senato non più delle Regioni ma delle politiche Ue @HuffPostItalia

Continuo a chiedere ai magnifici e progressisti riformatori costituzionali perché mai dovrebbe essere riformato il bicameralismo italiano se da loro stessi viene definito perfetto. Insisto nel sottolineare che se il problema è, invece, che il nostro bicameralismo è paritario nelle funzioni e nei poteri, renderlo paritario anche nell’età che dovrebbero avere elettori e eletti, non mi pare la strada giusta per approdare alla differenziazione. Ovvio, almeno per coloro che conoscono più di un sistema politico e sanno comparare, che la differenziazione debba riguardare i poteri rispettivi delle due Camere. Banale, però, è suggerire che la seconda Camera debba rappresentare specificamente e forse esclusivamente le Regioni. A prescindere dalla oramai evidente necessità di rivedere le competenze delle Regioni, i loro Presidenti dovrebbero avere imparato e sapere come fare a rappresentare gli interessi delle regioni che governano e a influenzare direttamente i procedimenti legislativi che le/li riguardano.

    Mi pare, piuttosto che sia venuto il tempo di innovare significativamente con riferimento alla nuova stagione. Che sia il caso di passare ad una seconda Camera non per dare rappresentanza alle regioni, ma che si caratterizzi come specializzata in quello che è oramai un ambito decisivo, vale a dire le politiche europee? Certo che sì! Non sottovaluto l’obiezione che è molto complicato decidere sia in generale sia di volta in volta quale debba essere il tasso di contenuto “europeo” che renda un provvedimento, una legge, un avvenimento di competenza del Senato riformato. Le migliori menti giuridiche del paese, sono molte, si ingegneranno alla ricerca della soluzione/attribuzione più precisa al tempo stesso che indicheranno come dirimere gli inevitabili conflitti.

Da ultimo, non so quando ripartirà l’entusiasmante gioco di società (dei partiti e dei loro consulenti) chiamato “la bella legge elettorale”. Una cosa so per certo, anzi, due. Primo che non esiste “la” proporzionale, ma che esistono numerose varianti di leggi elettorali proporzionali, alcune non particolarmente buone, altre sicuramente migliori. Secondo, che di leggi elettorali maggioritarie ne esistono due varianti: quella inglese e quella francese che, entrambe, si applicano in collegi uninominali. Nessun premio di maggioranza innestato sulla distribuzione proporzionale dei seggi autorizza a definire quella legge “maggioritaria”. Chi lo fa manipola l’opinione pubblica anche grazie ai commentatori che, non disponendo delle conoscenze minime sui sistemi elettorali, non riescono a imporre chiarezza e precisione terminologica e sostanziale. Dixi et salvavi animam meam, ma non sono contento.

Pubblicato il 14 novembre 2020 su Huffingtonpost

A partire da “MINIMA POLITICA Sei lezioni di democrazia” parliamo della prossima #LeggeElettorale con @SalvaLElefante @UtetLibri

Siamo un’associazione di promozione sociale composta da ragazzi che vogliono scommettere sul riscatto della nostra generazione. Vogliamo essere una comunità; vogliamo unire le migliori menti ed energie per realizzare proposte sia rivoluzionarie che concrete in grado di ribaltare la situazione attuale, aumentando l’occupazione giovanile. Creare una realtà associativa, dove i giovani, ma non solo, possano trovare un supporto nei problemi legati al mondo del lavoro.

Ospite speciale dell’Associazione Salviamo l’Elefante il Prof. GIANFRANCO PASQUINO, politologo e accademico italiano, allievo di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, nonché membro del gruppo di studio e di ricerca “Giustizia penale italiana, europea e internazionale” dell’Iberojur. Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei. Ci parlerà del suo libro “MINIMA POLITICA Sei lezioni di democrazia” ed affronteremo con lui il dibattito riguardante la prossima legge elettorale.

La democrazia italiana non è diventata il regno dell’irresponsabilità @DomaniGiornale

L’accountability è una virtù doppiamente democratica. Riguarda governanti e rappresentanti che dovranno rendere conto di quello che hanno fatto, non fatto, fatto male ai cittadini e, in senso più lato, alla pluralità di gruppi esistenti nel regime democratico. Riguarda gli elettori che sanno di avere nelle loro mani lo strumento, il voto, per punire e premiare periodicamente i rappresentanti e i governanti -meglio quando la legge elettorale conferisce agli elettori potere vero. Oltre a elezioni libere e eque (fair), una democrazia ha come caratteristica cruciale del suo funzionamento la possibilità di correggere costantemente i suoi errori. L’alternanza fra coalizioni al governo, pur non frequentissima, è la più visibile e più efficace delle correzioni. Però, più frequentemente sono i governanti che si sentono obbligati a rivedere le loro politiche, a riformare le loro riforme, a cambiare i loro comportamenti sotto le pressioni congiunte oppure no delle opposizioni e dell’opinione pubblica. Questo meccanismo complessivo di accountability è sempre significativamente all’opera quando il tempo è buono, ovvero in condizioni normali. Funziona anche in tempi di crisi, di emergenza, di pandemia? Prima i dati, poi le valutazioni.

Della Cina non-democratica non è il caso di parlare salvo notare che si sono avuti mugugni, rilevati dagli esperti, diretti contro la leadership del Partito comunista, locale e nazionale. Di più era difficile attendersi. Quel che può maggiormente sorprendere è che in nessun regime democratico i capi di governo sono stati sostituiti in quest’anno di pandemia. Qualche raro ministro ha perso il posto, ma non necessariamente per la sua mala gestione della pandemia. Eppure, un po’ dappertutto si sono levate critiche e un po’ dappertutto, più in Italia che altrove, le opposizioni hanno criticato i rispettivi governi e hanno formulato proposte non sempre realistiche e credibili. Potremmo spiegare la persistenza dei governi con un motivo importantissimo. Gli elettori pensano che nelle crisi, quando la barca è sballottata da onde altissime, quando il mare rimane procelloso e la riva non sembra vicina, meglio non cambiare il timoniere. Sarebbe un’operazione rischiosa non destinata con certezza a stabilizzare la navigazione. Ma, allora ai governanti, consapevoli dell’esistenza di questo sentimento nell’opinione pubblica, è concesso tutto, forse troppo?

Il quesito riguarda qualsiasi governo, nel nostro caso il governo Conte e i suoi ministri, ma anche la democrazia stessa, il suo funzionamento, la sua capacità di attivare e fare valere il meccanismo della accountability, della responsabilizzazione. Certo, vedremo all’opera quel meccanismo in occasione delle elezioni politiche prossime venture. Ė anche possibile sostenere che gli elettori hanno avuto la possibilità di attivarlo in maniera indiretta nelle elezioni regionali e amministrative. Oserei aggiungere persino che qualche ministro e, almeno in parte, il Presidente del Consiglio hanno frequentemente riveduto, ritoccato, ridefinito le loro posizioni e le loro politiche. Paradossalmente, invece di dare valore positivo a questi cambiamenti, le opposizioni e i critici li hanno attribuiti ad una mancanza di visione del governo, a non avere e non sapere tenere, ritorno alla metafora marinara, dritta la barra. Sia come sia, la virtù democratica dell’accountability sembra non trovare il modo di essere attivata e manifestarsi in pratica. Il capo del governo Conte procede con i suoi DPCM che, però, con buona pace dei critici, sono espressione della maggioranza, dunque, non un modo per esibire potere personale a scapito dei partiti che lo sostengono. Inoltre, quei DPCM spesso correggono politiche precedenti e, dunque, azzardo, sono influenzati dalla consapevolezza di dovere rendere conto del fatto, non fatto, fatto male. Forse qualcuno vorrebbe di più, non certo, mi auguro, un processo al passato di cui il Presidente del Consiglio non è minimamente responsabile. Mi sento giustificato nel concludere che l’accountability è, seppure in maniera limitata e compressa, all’opera. Il bilancio complessivo e conclusivo arriverà quando si terranno le elezioni politiche. Per il momento, possiamo, per l’appunto sospendere il giudizio e, volendo, manifestare la nostra insoddisfazione. Tuttavia, nessuno è giustificato nell’affermare che l’accountability non abita più nella democrazia italiana. 

Pubblicato il 12 novembre 2020 su Domani