1945 – 2025 80° Anniversario della Liberazione #9marzo a Provaglio Val Sabbia #Brescia Commemorazione dei 10 giovani partigiani della Brigata Matteotti caduti il 5 marzo 1945

9 marzo 2025
Ore 9.45 Raduno in località Cesane presso il monumento

Il discorso di Commemorazione sarà tenuto dal prof. Gianfranco Pasquino

Segue programma

INVITO “Il caso Moro Tra politica e storia” di Claudio Signorile e Simona Colarizi @BaldiniCastoldi #Presentazione #Imola #28febbraio

Venerdì 28 febbraio 2025
ore 17,30
Biblioteca Comunale – via Emilia 80 – Imola
La Cooperativa Andrea Costa invita la S.V. all’incontro con gli autori
Claudio Signorile e Simona Colarizi
per la presentazione del loro libro

IL CASO MORO
Tra politica e storia

Apre i lavori Gianluca Sacchi, vicepresidente Coop. Andrea Costa
Saluti istituzionali di Marco Panieri, Sindaco di Imola
Modera l’incontro Pietro Caruso, giornalista

Introduce Gianfranco Pasquino, Professore emerito di Scienza politica

A seguire: due chiacchiere con gli autori


Dalla Germania ottime notizie. L’Ue unita fa paura a Trump @DomaniGiornale

Troppo semplicistico sostenere che l’Unione Europea si trova fra due fuochi: uno, quello amico, che viene da un leader democraticamente eletto, Trump, che spara a casaccio; l’altro, sicuramente nemico, che viene da un autocrate repressivo e sanguinario, Putin, che ha una strategia di corto respira, ma chiara e pericolosa.  Poi, dentro i singoli Stati-membri dell’Unione Europea covano altri fuochini e fuocherelli, nazionalisti, sovranisti, xenofobi, che mirano ad indebolirla fino a disgregarla, con qualche recupero di sovranità nazionali, magari nella difficile forma di una Confederazione, comunque un passo indietro.

Liste, fronti, partiti che, esibendo obiettivi autoritari che discendono da un passato che non è mai passato, sfidano apertamente, come solo in contesti democratici è lecito e possibile fare, sono stati finora, con qualche eccezione, esclusi dalla partecipazione al governo. Brandmauer, firewall, cordone sanitario, ma non bisogna dimenticare l’italica conventio ad excludendum, sono le parole usate per giustificare il rifiuto che i partiti democratici oppongono a chi le regole e i valori democratici dichiara di volere sfidare e schiacciare. Secondo alcuni commentatori sarebbe un errore non dare spazio agli oppositori, non dei governi, ma della democrazia in quanto tale. Ho un qualche ricordo che l’addomesticamento attraverso l’accesso al governo dei fascisti e dei nazisti non funzionò, produsse disastri. D’altronde, le coalizioni di governo, come dimostrerà anche il prossimo cancelliere tedesco, non sono un banale affare di numeri, ma si formano con riferimento alla vicinanza politica, almeno sui valori, alle esperienze vissute, e alla compatibilità programmatica.

Nell’Unione Europea si entra soltanto se il sistema politico rispetta le regole democratiche e, requisito non disprezzabile, se il sistema giuridico non contiene, non consente e non applica la pena di morte. No, gli USA di Trump non potrebbero diventare il 28ottesimo Stati della UE, ma il Canada sì (e l’Ucraina anche). Certo, un regime duramente autoritario come la Russia e una repubblica presidenziale possono mostrare capacità decisionali, ovvero di prendere decisioni in tempi brevi, superiori a quella di una federazione di Stati, ma, come già emerge nel contesto trumpiano, l’applicazione e l’attuazione di decisioni frettolose, talvolta di dubbia legalità, sono difficili e controverse. Certamente e inevitabilmente più lenta, l’Unione Europea ha comunque finora dimostrato, quando era necessario, di saper ergersi all’altezza della sfida. Se necessario, la pratica democratica, che non ha nulla a che vedere con diktat imperiosi, imperiali, imperialisti, consentirà di aprire trattative con Putin e con Trump.

Molto, adesso, dipende dalla rapidità con cui il democristiano Merz, prossimo cancelliere tedesco riuscirà a rilanciare quell’accordo con la Francia, già cruciale nel passato, per il quale il non ancora troppo debole Presidente Macron è tanto inevitabilmente quanto convintamente disponibile. Con più ampio, più esteso e più approfondito coordinamento in una pluralità di settori, a cominciare dagli armamenti a proseguire con la tecnologia e l’industria, con il sistema di tassazione fino al completamento del mercato unico, per il quale le proposte di Mario Draghi e Enrico Letta hanno risposte decisive, l’Unione Europea ha grandi inesplorate opportunità. Non sarà nessuna autonominatasi pontiera, s’illudono i sostenitori di Giorgia Meloni, con gli USA di Trump e delle sue politiche commerciali, a fare sfruttare al meglio queste opportunità. Sovranismi, anche soft, nazionalismi, xenofobie sono tutti palle al piede di un’Unione che può correre e crescere. Una Unione più veloce è possibile grazie alle sue risorse e allo snellimento delle sue procedure democratiche. Hic Bruxelles hic salta.

Pubblicato il 26 febbraio 2025 su Domani

INVITO Il sistema politico italiano. Stato di salute #presentazione Paradoxa 4/2024 #13febbraio #Bologna Librerie Coop Zanichelli

Giovedì 13 febbraio ore 18 presso
Librerie Coop Zanichelli
Piazza Galvani 1, Bologna

Presentazione del fascicolo Paradoxa 4/2024
“Il sistema politico italiano. Stato di salute”
a cura di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi

Conduce Olivio Romanini
Intervengono
Gianfranco Pasquino
Marco Valbruzzi

I CPR in Albania non servono. La risposta deve essere europea @DomaniGiornale

Porre rimedio a un fallimento come quello, da più parti dichiarato, dei centri per migranti collocati in Albania, è persino più difficile di individuare una soluzione decente, praticabile, in grado di durare per un futuro imprevedibile. Le motivazioni giuridiche del fallimento sono state impeccabilmente argomentate da Vitalba Azzollini. Prima il governo ne prende atto meglio sarà. Sapere quel che non si deve fare, questa è la vera lezione anche per gli altri paesi europei e i loro capi di governo, non avvicina, però, nessuna soluzione. Dovremmo avere imparato che nessuna soluzione esiste a un fenomeno epocale di massa se non è una soluzione europea. Lo sanno anche molti “patrioti” che ciascuno dei loro governi, quand’anche si arrocchi orgogliosamente, non riuscirà a fermare i flussi migratori e dovrà comunque pagare un prezzo economico e securitario, anche sociale, nient’affatto marginale. Da tempo, un po’ tutti sostengono che la riposta debba essere europea, ma tutti sanno altresì che non sono solo i patrioti ad opporsi a quella soluzione.

I sostenitori della soluzione europea, è opportuno tornare ai punti fondamentali, la appoggiano a due considerazioni diversamente inoppugnabili. Non so in quale ordine metterle, ma si tratta di diritti e di bisogni. La questione dei diritti è molto complessa poiché riguarda persone che sono costrette a lasciare il loro paese oppresso da governanti autoritari che impediscono loro non solo di esercitare i diritti politici di oppositori, ma anche di guadagnarsi da vivere per sé e per le loro famiglie. I respingimenti e i rimpatri coatti nei paesi d’origine sono una condanna per evitare la quale i migranti sono comprensibilmente disposti ad accettare i più alti rischi. La individuazione dei paesi “sicuri” (Egitto? Bangladesh?, più sono sicuri meno migranti li lasceranno) non può essere affidata a nessun singolo governo europeo. L’elenco deve essere stilato dall’Unione Europea e dall’apposito Commissario con riferimento alle numerose ricerche esistenti su libertà, corruzione, democrazia.

La questione dei bisogni riguarda non solo i migranti stessi, la loro provenienza da paesi nei quali economicamente hanno solo la prospettiva della fame e della miseria (ma, attenzione, i dannati della terra non hanno neanche le risorse per tentare di emigrare). Riguarda il bisogno di migranti che, a causa dell’inarrestabile declino demografico, è lampante, persino crescente in un po’ tutti i paesi europei. Potrebbe essere tradotto in una relazione virtuosa: accoglienza in cambio di lavoro. Noi europei non dobbiamo provare che siamo buoni e accondiscendenti. Dobbiamo dimostrare che siamo civili e comprensivi. Il problema è che dimostrare civiltà e comprensione non è qualcosa che passa attraverso le parole e le mozioni degli affetti nelle quali parte della sinistra e dei cattolici sembra bearsi. Richiede impegno concreto e condiviso, consenso politico ampio, efficienza amministrativa diffusa.

Si potrebbe stilare la lista degli Stati-membri dell’Unione Europea che dispongono di queste essenziali risorse e in quali quantità, ma anche con quale disponibilità a metterle all’opera per fare fronte alla sfida, che non è solo sociale e culturale, ma anche tecnica e burocratica, dei migranti. Va detto che è proprio su questo terreno che l’Unione Europea dovrebbe dimostrare che l’unione fa la forza, che mettere insieme risorse, esperienze, competenze è un vero grande salto di qualità, che, più banalmente non saranno uno più centri albanesi a produrre soluzioni efficaci, decenti e a costi contenuti. Nel suo piccolo, questa è la lezione che discende da quel che è successo in/con l’Albania, da non ripetere. Per quanto difficile, la strada europea è l’unica perseguibile. Se ha imparato la lezione forse il governo italiano potrebbe prendere l’iniziativa.

Pubblicato il 12 febbraio 2025 su Domani

INVITO Diario civile di Cesare Segre #presentazione #13febbraio #Roma Accademia Nazionale dei Lincei

ACCADEMIA NAZIONALE DEI LINCEI
Giovedì 13 febbraio 2025, ore 10
Palazzo Corsini
Via della Lungara, 10

Roberto Antonelli, Anna Dolfi, Giorgio Parisi e Gianfranco Pasquino
presentano a Classi Riunite il libro

DIARIO CIVILE
di Cesare Segre
a cura di Paolo Di Stefano
Milano, Il Saggiatore 2024

Saranno presenti Paolo Di Stefano e Maria Luisa Meneghetti
Si prega di segnalare la presenza compilando il seguente form
https://forms.gle/pcjsqV4U3UGqrFBt9

La presentazione sarà trasmessa sul canale streaming dell’Accademia
https://www.lincei.it/it/live-streaming

IL PRESIDENTE
Roberto Antonelli
Segreteria: marcella.marsili@lincei.ithttp://www.lincei.it

I patti fra politica e magistratura sono uno schiaffo alla democrazia @DomaniGiornale

Co-fondatore di Fratelli d’Italia, solido imprenditore, attuale Ministro della Difesa, Guido Crosetto tiene molto alla sua immagine di politico moderato, non antagonizzante, disposto al dialogo e dotato di buon senso. Queste sue qualità gli consentono anche di tanto in tanto, non scriverò “ad orologeria”, di sbottare. La sua intervista pubblicata con grande rilievo dal “Corriere della Sera” il 5 febbraio costituisce un documento esemplare nel suo genere. Era il giorno in cui i Ministri della Giustizia e degli Interni dovevano, finalmente, riferire al Parlamento sul caso Almasri, in cui, quindi, si confrontavano le tre istituzioni sulle quali si fondano le democrazie, in special modo quelle parlamentari. Le elenco nell’ordine di importanza: il Parlamento, il Governo, la Magistratura. Non c’era, forse, momento migliore per chiamare tutti, o quasi, al senso di responsabilità, al senso dello Stato. Il Ministro Crosetto non si è lasciato sfuggire l’occasione. “Ora un patto istituzionale tra politica e magistratura”: il titolo del Corriere rispecchia fedelmente il Crosetto pensiero come espresso nell’intervista firmata da Paola Di Caro. Cito: “il suo sogno sarebbe un ‘grande patto istituzionale” tra poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario) per far cessare “la Guerra dei Trent’anni”, modernizzare le strutture dello Stato e rendere l’azione del governo “più rapida, efficiente” non lasciandosi surclassare “dall’avanzare di nuovi paesi emergenti e dal passo rapidissimo di Trump”.

In questa neppur troppo lunga, ma certamente densa, frase, c’è un po’ di tutto, ma non tutto, quello che concerne il pensiero costituzionale e democratico da Montesquieu a oggi, e per il futuro prevedibile. Nel suo libro, L’esprit des lois (1774), Charles de Montesquieu poneva le basi della differenziazione/separazione delle istituzioni: strappare all’esecutivo i poteri legislativo e giudiziario che avrebbero acquisito una sfera di ampia autonomia operativa. Da allora, con traduzioni istituzionali anche piuttosto diverse, la separazione delle istituzioni è uno dei cardini delle democrazie. Quelle istituzioni divenute autonome, come hanno poi sottolineato alcuni autorevolissimi studiosi inglesi e americani, entrano regolarmente in competizione per esercitare il potere e ciascuna per porre limiti all’esercizio del potere da parte delle altre. Dunque, non esiste, non può e non deve esistere alcun “patto istituzionale”. Al contrario, talvolta la competizione fra le istituzioni si trasforma in veri e propri conflitti che saranno risolvibili con riferimento in special modo alla Costituzione, talvolta ai precedenti, spesso anche a quanto deciso dal Parlamento che, ovunque, è il luogo della sovranità popolare.

Nel “patto istituzionale” suggerito da Crosetto tutto sembra molto vago, ma tra le righe è facile leggere che per accettare il patto la magistratura dovrebbe smettere di inquisire, cito, “e si ritorni all’immunità parlamentare”. Forse, ma questo non è detto, la politica, rappresentata dall’attuale governo, si impegnerebbe a fare che cosa: non interferire nel funzionamento della magistratura, non separare le carriere, magari, addirittura, aumentare le dotazioni? Non approfondisco il tema di chi sarebbe il garante del patto e da quali sanzioni e comminate da chi dovrebbero essere colpiti gli inadempienti. Da Montesquieu in poi è chiaro che esistono due “giudici”: da un lato, gli elettori, il popolo sovrano, meglio se informato da un’opinione pubblica non manipolata; dall’altro, la magistratura, meglio se nella versione Corte Costituzionale (il cui plenum l’attuale maggioranza in preda a incerte preferenze e a neanche troppo oscuri obiettivi non riesce ad assicurare).

In verità, quel che vuole ottenere il Crosetto, non più auspice di un patto, ma ministro del governo di destra-certo, è la liberazione da non meglio precisati vincoli e regole “ideologiche”. Buona parte dei quali, da Montesquieu in poi, spesso definiti con maggiore precisione checks and balances (freni e contrappesi), assi portanti delle democrazie liberal-costituzionali alle quali troppi sedicenti liberali italiani contrappongono frettolose democrazie decidenti. E il Ministro si schiera con loro per andare “a manetta … contro ‘vecchi meccanismi’”. Al proposito è giusto attendersi dal Crosetto dialogante la proposta di un altro Grande Patto Istituzionale offerto dal governo al Parlamento. Riduzione drastica della decretazione d’urgenza, meccanismo che, quando i partiti al governo sono compatti e sanno cosa vogliono, rende molto decidente la democrazia italiana, schiacciando il Parlamento e le sue prerogative in attesa che il sedicente premierato scombussoli tutta la logica della separazione delle istituzioni, addio, Montesquieu, mettendo la pietra tombale su qualsiasi patto istituzionale à la Crosetto.

Pubblicato il 7 febbraio 2025 su Domani

Altro che arbitro. Mattarella è un protagonista della politica @DomaniGiornale

Una notevole maggioranza di commentatori ha, talvolta alquanto ipocritamente, tessuto le lodi di Sergio Mattarella in occasione dei dieci anni della sua Presidenza. Giustamente e opportunamente. Nei commenti l’accento è stato posto in maniera quasi esclusiva sulle sue qualità personali, sulle sue capacità e competenze politiche e sulla sua esperienza nelle istituzioni. Tutto vero. Equilibrato e sobrio, dotato di altissimo senso dello Stato, che ha mostrato come parlamentare, ministro, giudice costituzionale, la Presidenza della Repubblica costituisce il degno completamento della sua prestigiosa carriera politica. Non ne è, però, in nessun modo, il termine. Infatti, da Presidente, Mattarella si è inevitabilmente trovato a svolgere un compito impegnativo affrontando sfide impreviste e imprevedibili. Altre ne verranno. Affermare che le risposte del Presidente Mattarella siano tutte attribuibili alle sue qualità personali, mi sembra riduttivo, fuorviante, al limite anche sbagliato, con qualche preoccupazione per il futuro (Presidente) che verrà.

Nell’impossibilità di tratteggiare qui l’operato di tutti i Presidenti della Repubblica che si sono finora susseguiti, mi limito a sottolineare che, seppure con non poche diversità di stile, Oscar Luigi Scalfaro, Giorgio Napolitano e, per l’appunto, Sergio Mattarella con il loro operato hanno tutti smentito le definizioni troppo prevalenti del ruolo attribuito al Presidente della Repubblica italiana. No, nessuno di loro è stato un notaio e neppure un arbitro. No, nessuno di loro ha mai svolto il compito di (ri)equilibratore. Tutt’altro. Con la propria visione politica e istituzionale, ciascuno è stato (e, ovviamente, Mattarella continua ad esserlo) un protagonista. Eppure, tutti hanno saldamente operato nei limiti della Costituzione, magari con qualche piccola forzatura, sfruttandone la sua effettiva flessibilità.

Enigmatico e problematico è il ruolo del Presidente che i Costituenti, non potendo rifarsi a precedenti, finirono per delineare non del tutto intenzionalmente, certamente con fortuna, ma anche per virtù. Grande è lo spazio, se si preferisce, la discrezionalità di cui può godere il Presidente in quelli che sono i due momenti/atti più importanti in una democrazia parlamentare: la formazione del governo e lo scioglimento del Parlamento.

La formazione del governo comincia con la nomina del Presidente del Consiglio ad opera del Presidente della Repubblica e continua con la nomina dei Ministri su proposta del capo del governo, e quindi anche del rigetto, avvenuto meno raramente di quel che si pensa, di una o più candidature. Lo scioglimento del Parlamento viene legittimamente esercitato dal Presidente quando il Parlamento non è più in grado di dare vita e sostenere un governo che sia operativo. Altrettanto legittimamente, può, deve essere negato qualora esista una maggioranza parlamentare capace di esprimere un governo per l’appunto operativo. Sono tutte fattispecie presentatesi con Scalfaro, Napolitano e Mattarella, in particolare nella legislatura 2018-2022, quando molti, compresa la leader dei Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, gridavano contro i governi non eletti popolo.

Esercitando con competenza e fermezza entrambi i suoi considerevoli poteri costituzionali Mattarella ha garantito quel che era possibile in termini di stabilità politica e istituzionale che riflettesse i mutevoli equilibri parlamentari. Credo sia più che corretto dedurne che le regole costituzionali, una vera bussola anche per tutti coloro che occupano cariche di rilievo, meritano parte delle lodi rivolte al Presidente. Pertanto, è più che logico e necessario interrogarsi sui rischi che comporterà una riforma che, pur mantenendo la lettera di quei due poteri, ne elimini la sostanza. L’elezione popolare del Presidente del Consiglio toglie al Presidente della Repubblica il potere reale della sua nomina. Lo scioglimento del Parlamento affidato alla richiesta del Presidente del Consiglio eletto dal popolo e “premiato” con seggi aggiuntivi, oppure dal suo successore scelto dentro la stessa maggioranza, risulta sostanzialmente sottratto al Presidente della Repubblica.

Pubblicato il 5 febbraio 2025 su Domani

Se non è ricattabile Meloni faccia i nomi dei suoi ricattatori @DomaniGiornale

Sono oramai diverse, di recente nel brutto caso del capo della polizia giudiziaria libica Almasri, le occasioni nelle quali Giorgia Meloni ha affermato con forza “non sono ricattabile”. Mi pare giusto volerne sapere di più, meglio se, invece che con un messaggio social, la Presidente del Consiglio rispondesse a opportune e appropriate richieste in Parlamento. La sottolineatura della sua non ricattabilità, evito il terreno strettamente personale, significa che in politica, nel passato e oggi vi sono (state) persone ricattabili. Costoro non hanno potuto agire liberamente poiché erano sotto tiro, minacciati sul piano del loro privato (ma a quanta privacy ha diritto chi ha conquistato cariche pubbliche che incidono sulla vita dei loro concittadini?) e, sono costretto ad azzardare, delle modalità della loro carriera politica e del loro esercizio del potere di rappresentanza e di governo. Non faccio ipotesi di nomi, ma non sarebbe fuori luogo chiedere che la Presidente del Consiglio rivelasse chi è/sono oggetto della sua comparazione implicita.

Il messaggio della non ricattabilità può avere come destinatari, non tanto gli oppositori i quali, conoscessero qualcosa di rilevante e di imbarazzante, ne avrebbero già fatto uso, quanto, da un lato, coloro che stanno nel suo entourage come alleati e sostenitori, dall’altro, i cosiddetti, mai meglio specificati, poteri forti intenzionati a opporsi e combattere qualsiasi scelta e decisione vada a loro scapito. Naturalmente, questi poteri forti si mobiliterebbero, lo hanno già fatto nel passato, contro qualsiasi governante che intenda ridurne le rendite di posizione, ridimensionarne i privilegi, rendere inefficaci gli eventuali tentativi di ricatto. Fuori i nomi, sarebbe più facile debellarli.

Informare i cittadini della situazione e denunciare apertamente e con precisione chi sono i ricattatori del governo e dei governanti è sicuramente un imperativo democratico. Dichiararsi non ricattabili senza fare massima chiarezza quantomeno sulle eventuali fattispecie e sfide non è una strategia politica adeguata. Sembra piuttosto una forma di esorcismo.

Non dovendo rispondere a nessuna opinione pubblica e potendo decidere rapidamente (è questa la qualità che i critici delle democrazie invidiano e vorrebbero imitare?) gli autoritarismi possono permettersi pratiche ricattatorie a piacimento, tutte le volte che le ritengano necessarie e utili. Poiché, sperabilmente tengono in grande considerazione la vita dei loro concittadini, tutti i governanti democratici, che si sentono responsabili dei loro comportamenti, sono costantemente esposti agli spregevoli e spregiudicati ricatti dei dirigenti autoritari.

Non intendo discutere se sia giusto oppure sbagliato, accettabile oppure riprovevole, da parte dei governanti democratici cedere ai ricatti ai quali ricorrono i governi autoritari. Talvolta è, semplicemente, assolutamente inevitabile. Meglio procedervi trasparentemente dopo avere resa edotta l’opinione pubblica. Non ragion di Stato, ma consapevolezza condivisa per evitare il peggio. Lo scambio fra il terrorista iraniano Abedini e la giornalista italiana Cecilia Sala è l’esito del ricatto esercitato dagli ayatollah di quella teocrazia oppressiva repressiva. Non è del tutto infondato ipotizzare, in attesa che la Presidente del Consiglio, il Ministro della Giustizia Nordio, il ministro degli Interni Piantedosi, il sottosegretario Mantovano forniscano le informazioni relative al rimpatrio del capo della polizia giudiziaria libica, responsabile di torture, Almasri, che esponenti libici di rilievo abbiano in effetti ricattato il governo italiano. Sapere in che modo per ottenere che cosa consentirebbe forse di evitare di trovarsi esposti a ricatti simili in altre circostanze. Proprio perché personalmente Giorgia Meloni non si ritiene ricattabile dovrebbe procedere a spiegare perché e come il governo italiano e indirettamente le regole e le istituzioni della nostra democrazia sono state ricattate. Sarebbe utile per impedire che situazioni simili si ripresentino nel futuro.

Pubblicato il 2 febbraio 2025 su Domani

Le democrazie e gli anticorpi per sopravvivere all’illiberalismo @DomaniGiornale

“Una gamba davanti all’altra”. Prendo a prestito le dolenti parole della Sen. Liliana Segre che descrivono la sua marcia per la vita per sottolineare che gradualmente, ma incessantemente i democratici e le loro democrazie sono in grado di imparare e riprendere il cammino della libertà.  La celebrazione del Giorno della Memoria obbliga a riflettere, mi pare non venga fatto adeguatamente, sul regime politico che lanciò il genocidio e sui governi dei paesi, a cominciare dal fascismo italiano, che furono zelanti e attivissimi complici: il totalitarismo nazista coadiuvato da autoritarismi più o meno duri. Certamente, tutti quei sistemi politici privi di qualsiasi elemento democratico mostrarono notevoli capacità decisionali. Però, dovremmo davvero considerare la velocità delle decisioni una caratteristica positiva e intimare alle democrazie contemporanee di apprenderla e farne, s’intende, molto rapidamente, uso?

   Fermo restando che sono oramai più di trent’anni che il numero delle democrazie cresce e che nel tempo una sola, quella già minata dall’interno, del Venezuela è crollata, come si fa a sostenere che il paradigma liberal-democratico è venuto meno? Nella misura in cui una democrazia abbandona il liberalismo, che è diritti politici, civili, anche sociali più il quadro costituzionale di separazione delle istituzioni e loro relativa autonomia, semplicemente non è più tale. Democrazia illiberale non è un ossimoro. Al contrario è un esempio lampante e pregnante di manifestazione di quella neo-lingua che tempestivamente George Orwell denunciò come prodotto dei regimi totalitari e loro imposizione.

Poiché deciderebbero poco quantitativamente e in maniera tardiva, le democrazie non sarebbero in grado né di controllare il potere economico né di fare fronte al potere tecnologico. Le democrazie liberali, nate per fare prevalere le preferenze dei cittadini sugli interessi dei grandi proprietari terrieri e degli imprenditori, sarebbero oggi diventate terra di conquista dei nuovi capitalisti, i re delle finanze e i padroni delle tecnologie comunicative. Laddove, parafrasando Mao tse Tung, il partito (comunista) cinese comanda la tecnologia in tutte le sue varianti artificiali e reali (ma, Covid insegna, non in quelle sanitarie), il Presidente degli USA è attorniato dagli oligarchi della Silicon Valley che, è davvero così?, lo condizionano e ne influenzano le decisioni più importanti, comunque quelle che li riguardano. Muoiono così le democrazie? Comincia da Washington, D.C, l’asfissia della democrazia?

 Il Presidente USA nella misura in cui è forte e veloce, “decidente”, è debitore di queste sue capabilities non all’assetto istituzionale in quanto tale, ma alla mutevole configurazione del potere politico che consente ai “suoi” repubblicani di essere in maggioranza, almeno per i prossimi due anni, sia alla Camera dei Rappresentanti sia al Senato e di avere imbottito la Corte Suprema di giudici di stretta osservanza repubblicana. Trump, contrariamente a Putin e Xi Jinping, non potrà essere rieletto. Gode di grande potere a termine (nessun terzo mandato!). Le sue pulsioni anti-democratiche, di insofferenza per i freni e i contrappesi, i lacci e laccioli posti dalla Costituzione, incontrano ostacoli nella libertà dei mass media, nella opinione pubblica, nel pluralismo che Xi e Putin hanno distrutto e continuano a schiacciare.

Una gamba davanti all’altra le democrazie reagiscono alle sfide, politiche, economiche, tecnologiche, nessuna delle quali ha finora avuto successo, con l’ampio repertorio degli strumenti del pluralismo sociale, culturale, persino religioso, di cui dispongono. Smentiscono anche i profeti di sventure che con i loro tristi allarmismi pensano di appuntarsi i galloni del progressismo popolar democratico. Meglio che meditino più a fondo. L’età delle democrazie continua a essere con noi, davanti a noi.    

Pubblicato il 29 gennaio 2025 su Domani