L’Italia non è la Spagna, non c’è un Sanchez italiano

Uso le profetiche parole di Carlo Rosselli pronunciate nel 1936 a Barcellona, aggiungendovi un indispensabile punto interrogativo, per cautelarmi da un paragone che non può che risultare alquanto azzardato. In effetti, di commenti e riferimenti azzardati, anzi, semplicemente sbagliati e fuorvianti, alla Spagna ne abbiamo sentiti molti in questi anni. Qualcuno ricorderà come attorno a Veltroni si affollassero i sostenitori del sistema elettorale spagnolo quasi fosse un toccasana per l’Italia. Di tanto in tanto, faceva capolino la modalità di elezione del Presidente del Gobierno ad opera di una maggioranza assoluta con la sua rimozione affidata a una mozione di censura che ottenesse a sua volta una maggioranza assoluta contro il capo del governo in carica, strumento importante (ma neppure preso in considerazione dai renzian-riformatori costituzionali) dell’invidiabile stabilità dei governi spagnoli fintantoché i due partiti maggiori rimasero a livelli elevatissimi di consenso. Qualcuno, infine, lodava il bipartitismo spagnolo come se fosse “perfetto”, mentre, salvo poche eccezioni, tutti i governi spagnoli dovettero fare affidamento sui partiti regionalisti (da qualche tempo, diventati più esigenti e meno affidabili).

Non tanto paradossalmente, il successo della democrazia spagnola e la sua crescita economica crearono le premesse di grandi aspettative che, travolte dalla bolla immobiliare, colpirono tutto il sistema partitico aprendo spazi a destra, al centro e a sinistra contribuendo in maniera decisiva alla comparsa di nuovi attori politici e dimostrando che non era il sistema elettorale a favorire e puntellare quel quasi bipartitismo. Erano il PSOE e il PP che, organizzati e strutturati, forti sul territorio e con una leadership capace, attraevano il voto. Oggi, la vittoria del socialista Pedro Sanchez non è il prodotto di un’imponente avanzata in termini di voti e il suo PSOE non si avvicina affatto a quello di Felipe Gonzales né a quello di Zapatero.

A fronte del vero e proprio tracollo del Partido Popular, il voto socialista segnala una ripresa le cui motivazioni sembrano essere di due tipi. Da un lato, anche se non eccezionalmente solida e diffusa, la struttura organizzativa del PSOE è ancora in grado di fare politica sul territorio, di andare a mobilitare parti importanti dell’elettorato e a promettere loro in maniera credibile rappresentanza politica e sociale. Dall’altro lato, la leadership di Sanchez, emergente da una breve, intensa e complessa attività di governo ha dimostrato di essere all’altezza delle sfide e di meritare di continuare. Tenuta a bada la sfida della nascente estrema destra di Vox, percentualmente il partito sovranista di minor successo fra quelli sorti negli ultimi anni negli altri paesi europei, i Socialisti spagnoli sanno di dovere costruire con pazienza una coalizione capace di durare affrontando prove non facili, a cominciare da quella delle elezioni europee e a continuare con il consolidamento della crescita economica.

Sono sempre molto circospetto nel trarre lezioni per l’Italia da altri paesi, senza mettere in guardia dalla diversità degli assetti istituzionali. Già l’attuale situazione politica italiana complessiva si presenta molto più complicata di quella spagnola, ma soprattutto è il Partito Democratico che, contrariamente al PSOE, non sembra avere ancora imparato alcune lezioni fondamentali. L’elezione del nuovo segretario ad opera di una platea allargata di votanti non ha prodotto nessuna impennata di mobilitazione e nessuna iniezione di energia. Il nuovo segretario, a prescindere da un suo ruolo non molto di spicco nella precedente “ditta”, non ha rotto con il passato recente e sembra guardare al centro piuttosto che a (ri)disegnare un profilo di sinistra, con la conseguenza di lasciare non poco spazio proprio alla sua sinistra. Privo di una oratoria trascinante Zingaretti non ha nulla che ne faccia il Sanchez italiano e neppure che possa consentirgli di mettere in moto un essenziale processo di ricomposizione delle sparse membra della sinistra italiana. Carlo Rosselli non potrebbe che constatare che la Spagna è lontana e non ha praticamente nessuna possibilità di prefigurare il domani italiano.

Pubblicato il 29 aprile 2019 su huffingtonpost.it

Abbasso il sovranismo. Teniamoci stretta l’UE @La_Lettura #387 #vivalaLettura

 

Il sovranismo, come molti degli “ismi” che circolano, contiene qualcosa di esagerato e inquietante. Cerca di darsi una patina democratica richiamandosi alla sovranità che, secondo l’art. 1 della Costituzione italiana “appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Anche se i sovranisti non si fanno mancare qualche scivolone populista, più che di popolo (“prima gli Italiani”, “Veri Finlandesi”, “Svedesi Democratici”) il loro sovranismo è fatto, soprattutto, di esaltazione della nazione, con frequenti e, per l’appunto, inquietanti cedimenti al nazionalismo. La nazione sovranista si definisce con riferimento al sangue e al territorio; è primitiva, fondata su tradizioni, reali o costruite ad arte, che servono per segnare differenze e per escludere, ma che, non poche volte, si traducono in gravi episodi di xenofobia e persino di razzismo. È una nazione che finisce per essere governata secondo modalità da democrazia illiberale che nega diritti agli oppositori. Infine, è una nazione da proteggere e promuovere senza nessuna commistione, alla quale spetta la sovranità integrale che non può essere mai ceduta a qualsivoglia organismo sovranazionale. Nemico sicuro dei sovranisti è l’art. 11 della Costituzione italiana laddove detta limpidamente che l’Italia “consente in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Nel loro esplicito tentativo di (ri)affermare la sovranità nazionale, i sovranisti accusano l’Unione Europea di avere espropriato quella sovranità. Dimenticano e nascondono che, invece, sono ripetutamente stati i loro governi e i rispettivi Parlamenti a cedere all’UE consapevolmente e deliberatamente parti della sovranità, italiana e degli altri Stati-membri, nell’intento, largamente conseguito, di creare pace e di produrre prosperità. Sono stati e rimangono questi gli obiettivi principali che, operando da solo, nessuno Stato nazionale è in grado di conseguire. Nessun isolamento di singoli stati europei potrebbe nel mondo contemporaneo essere splendido, ma risulterebbe del tutto sterile. Che, poi, la sovranità italiana non rifulga nei contesti internazionali, tanto meno nell’Unione Europea e non produca esiti apprezzabili non dipende da cospirazioni anti-italiane né da mai chiaramente identificati poteri forti, ma dalla mancanza di credibilità e dall’inadeguatezza di troppi dei nostri rappresentanti.

Recuperare la sovranità nazionale, sia quella volontariamente ceduta sia quella colpevolmente perduta, significa, secondo i sovranisti, riconquistare anche il potere del popolo, per il popolo, vale a dire la democrazia. Se le decisioni più rilevanti per una nazione sono effettivamente prese a Bruxelles, se i rappresentanti liberamente e democraticamente eletti in Italia e altrove non hanno il potere di decidere le politiche economiche e sociali che preferiscono e che hanno proposto ai loro elettori ottenendone il voto, allora sarebbero la stessa sovranità popolare e, di conseguenza, la democrazia a essere negate. Il popolo elegge rappresentanti costretti a sottostare a decisioni prese altrove (sulle quali, però, se fossero capaci, credibili, e competenti potrebbero incidere sostanzialmente), diventando tecnicamente e politicamente non-responsabili, irresponsabili.

I sovranisti sostengono che soltanto loro sono in grado di recuperare la sovranità, riportandola nelle mani dei politici eletti dal popolo e, al tempo stesso, riacquistando il consenso e la fiducia della cittadinanza, che, venuti meno, hanno colpito al cuore non poche fra le democrazie realmente esistenti. Il sovranismo afferma che non sarà la, comunque molto complicata e altrettanto lenta e densa di contraddizioni, unificazione federale dell’Europa a dare una risposta capace di rimediare ai problemi delle democrazie europee. Il sovranismo sostiene che nel trasferimento di sovranità dagli Stati nazionali al livello sovranazionale non si è affatto affermata una nuova più elevata sovranità democratica e popolare. Al contrario, la sovranità nella sua espressione sovranazionale è diventata preda di burocrati e tecnocrati, senza volto, “senza patria” e, come disse memorabilmente, con una punta di suo personale sovranismo, il Gen. de Gaulle, (politicamente e democraticamente), “irresponsabili” .

Poiché ciascuno dei sovranisti si dedica al perseguimento degli interessi nazionali e ha una visione che raramente va oltre i confini della sua nazione è destinato a entrare in conflitto con tutti gli altri sovranisti. Il sovranismo in un solo paese si rivelerebbe altrettanto inadeguato e controproducente quanto fu il socialismo in un solo paese. È sorprendente come, in alcuni paesi, fra i quali l’Italia, si trovino spezzoni di sovranismo, in particolare in versione anti-europeista, nei ranghi della sinistra che si distingue dal sovranismo di destra solo per qualche critica più puntuale alle politiche neo-liberiste e al capitalismo finanziario che l’UE non sarebbe in grado di contrastare. Se è stato, e continua ad essere, il più o meno impetuoso vento della globalizzazione a investire in maniera tracotante le strutture e le pratiche nazionali e democratiche di ciascun paese, se ai problemi più gravi –rilancio dell’economia, accoglienza dei migranti, contenimento delle diseguaglianze sociali, non riesce a rispondere in maniera apprezzabile un’organizzazione sovranazionale, ricca e sostanzialmente solida, come l’Unione Europea, chi può illudersi che avranno successo politiche nazionali elaborate e attuate da Stati “sovrani” inevitabilmente in concorrenza fra di loro? Quasi sicuramente il sovranismo sarà inefficace e probabilmente diventerà pericoloso. In un mondo dove si confrontano grandi potenze, USA, Russia, Cina, forse India, in competizione fra loro, il sovranismo è un’illusione fondata su un’erronea analisi dei processi economico-sociali e degli imperativi politici, destinato a sfociare in una delusione che gronda rischi di guerre commerciali e, addirittura, di rivendicazioni territoriali.

Pubblicato su La Lettura n 387 – 28 aprile 2019

SEMINARIO Robert Dahl, A Preface to Democratic Theory #Milano #3maggio @FondFeltrinelli #FeltrinelliPasubio

Seminario permanente sui classici del pensiero politico
a. a. 2018-2019

Quarto ciclo del seminario
Democrazia

venerdì 3 maggio 2019

Gianfranco Pasquino

Robert A. Dahl
Prefazione alla teoria democratica [1956]

FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI
VIALE PASUBIO 7, MILANO, ORE 14.30-16.30

 

DIALOGO SUL FUTURO DELL’EUROPA Un tecnocrate e un burocrate a confronto #ElezioniEuropee2019

Gianfranco Pasquino e Roberto Santaniello

DIALOGO SUL FUTURO DELL’EUROPA

Un tecnocrate e un burocrate a confronto

viaBorgogna3
2019 ANNO 4 NUMERO SPECIALE
ISBN 978-88-99004-55-2

INTRODUZIONE

Conoscere per deliberare e, addirittura, per votare. Se prendiamo per buona la tesi che sostiene che le elezioni del Parlamento Europeo di fine maggio 2019 potranno essere disgreganti oppure (ri)fondanti, allora diventa indispensabile, imperativo che gli elettori europei conoscano quello che potrebbero perdere, vale a dire, l’Unione Europea che c’è, nella sua interezza oppure in componenti importanti. Sarà compito dei partiti, dei candidati, degli opinion-makers delineare l’Unione Europea che vogliono, quella che cercheranno di cambiare per averne di più o di meno, comunque, più o meno diversa dall’attuale, argomentando e persuadendo.

L’Unione Europea che c’è è stata variamente criticata sia da coloro che sono favorevoli al progetto storico di costruzione di un grande sistema politico sovranazionale, federale sia da coloro che vi si oppongono. Non abbiamo nessun dubbio sulla legittimità delle critiche; ne nutriamo numerosi sulla loro validità poiché molto, troppo spesso le critiche sono basate su scarsa e inadeguata conoscenza dei fatti, delle istituzioni, delle regole che riguardano l’Unione Europea e il suo funzionamento. Di qui, la nostra decisione di contribuire ad una migliore conoscenza dell’UE attraverso uno scambio di idee, non paludato e, talvolta, scherzoso, fra due tipi ideali: un Burocrate e un Tecnocrate. Sono le due figure “europee” più spesso criticate da coloro che affermano di volere un’Europa dei cittadini e di loro rappresentanti democraticamente eletti e responsabili. Nessuno dovrebbe, peraltro, sottovalutare la necessità in qualsiasi sistema politico complesso, e l’Unione è inevitabilmente complessa, di burocrati impegnati in un intenso lavoro giorno per giorno e di tecnocrati che apportano le loro indispensabili competenze e conoscenze. Neanche in Europa è possibile applicare il precetto “uno vale uno”. A seconda dei compiti e dei problemi, c’è sempre uno che vale più di altri, che più di altri possiede le conoscenze per affrontare e risolvere quei problemi e i successivi.

Siamo, Burocrate e Tecnocrate, entrambi europeisti, a ragion veduta e per esperienze acquisite. L’Europa è il luogo dove siamo nati, abbiamo studiato e vissuto; è il luogo nel quale preferiamo vivere. Anche per questo ottimo motivo vorremmo renderlo migliore con la riflessione, la ragione, l’azione. Il nostro dialogo ruota attorno ai pregiudizi e agli stereotipi più comuni e mira a svelarne la fragilità e gli errori al tempo stesso che offre il massimo di informazioni utili a saperne di più, molto di più. Avremo raggiunto il nostro obiettivo se qualche lettore diventerà più europeista. Con lui/lei costruiremo un’Europa più democratica, più efficiente, più solidale, più giusta. Si può.

Gianfranco Pasquino
Roberto Santaniello

CONTINUA LA LETTURA
SCARICA L’ E-BOOK

GUARDA I VIDEO

clip I
Dialogo sul futuro dell’Europa. Introduzione

clip II
L’Ue è afflitta da un deficit democratico?

clip III
L’Unione europea è un sistema politico efficiente?

clip IV
La destra e la sinistra in Europa

clip V
Quanti sono e cosa fanno i funzionari dell’Unione europea?

clip VI
L’Unione europea produce processi innovativi?

clip VII
Come si esce dalla crisi del progetto europeo?

Il valore della Resistenza ma l’Italia è (ancora) un’altra #Liberazione #25aprile #Resistenza

Anche quest’anno le celebrazioni del 25 aprile, data ufficiale della liberazione del paese dal nazifascismo, sono state precedute da un’intensa attività di rievocazione, analisi, discussione storica e politica del significato di quell’avvenimento. Oramai quasi più nessuno, tranne uno sparuto declinante gruppo di uomini politici, che si giustificano con improbabili impegni alternativi di lavoro, cerca di sfruttare opportunisticamente il giorno della celebrazione per raggiungere quei pochi elettori rimasti a detestare la Resistenza. Nelle scuole il 25 aprile ha trovato una solida collocazione fra gli insegnamenti. Si parte dalla descrizione della natura del regime fascista, poi ne sono discusse le sue leggi, a cominciare dalle leggi razziali contro gli ebrei, infine, a conclusione, è stata criticata la stipulazione di un’alleanza con due regimi totalitari che portò a una devastante entrata in guerra per perseguire obiettivi da grande potenza (non suffragata da effettive risorse e capacità militari). È stata anche studiata e valutata l’attività dell’opposizione con scritti e atti, anche esemplari, al regime da parte di molti cittadini, ma pur certamente una minoranza, sempre seguita dalla repressione e, infine, sfociata nella Resistenza armata. Le reti televisive hanno spesso trasmesso film di vario genere dedicati anche alla rappresentazione della vita quotidiana nei regimi autoritari –alcuni veri capolavori cinematografici, come Una giornata particolare, Il pianista, Adieu les enfants, Schindler’s list, talvolta seguiti da pacati dibattiti fra storici, sociologi e uomini e donne politiche. Tranne poche sguaiate eccezioni, peraltro rappresentative di alcuni settori dell’opinione pubblica, tutti i partecipanti si sono dimostrati in grado di riflettere, anche autocriticamente, sul passato del loro paese, senza manipolazioni e senza esaltazioni. In quasi tutte le scuole, gli studenti hanno avuto modo di leggere documenti esemplari come le pregevoli raccolte di Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana e Lettere di condannati a morte della Resistenza europea. Grazie ai loro insegnanti preparati e consapevoli dell’importanza delle imminenti elezioni europee, gli studenti e anche molti dei loro genitori hanno potuto cogliere l’importante nesso fra le Resistenze nazionali e il tentativo-progetto di costruzione di un’Europa unita capace di fare svanire i nazionalismi e di dare sostanza a più di settant’anni di pace e di prosperità nel continente. Le connessioni fra la Resistenza e la Costituzione sono state esplorate in maniera approfondita sottolineando che i Costituenti desiderarono scrivere un documento giuridico-politico in grado, da un lato, di prevenire qualsiasi ritorno del fascismo, dall’altro, indicare le strade proteggendo e promuovendo i diritti e i doveri dei cittadini che vogliono vivere in una Repubblica democratica e migliorare la qualità della politica e della vita. No, no, il paese descritto non è (ancora) l’Italia.

Pubblicato AGL il 25 aprile 2019

O tempora o mores. Noterella sulle non-democrazie illiberali.

Per qualche tempo hanno avuto successo le microstorie. Erano “racconti” molto efficaci, spesso brillanti, quasi sempre suggestivi di fenomeni e avvenimenti che illuminavano un’epoca (forse anche un ethos). Un mio incontro, condito con una vivace scambio di idee, avvenuto a Milano, martedì 12 marzo, alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, in coda alla presentazione discussione del libro di Francis Fukuyama, Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi, UTET 2019, merita di essere collocato fra le quelle che chiamerò “micropolitiche”.

Mi ero avventurato a sostenere che, da un lato, le democrazie illiberali semplicemente non sono democrazie e che le democrazie elettorali sono tali soltanto per chi ritenga che una qualsivoglia serie di competizioni elettorali, a prescindere dalle modalità con le quali si svolgono quelle competizioni, spoglio dei voti compreso, conferisce un’accettabile patina (non qualità) di democraticità al sistema/regime. Naturalmente, ne avevo concluso, democrazie non sono, come avevo letto in un articolo pubblicato pochi giorni prima sul Corriere della Sera, né la Turchia né la Russia.

Finito l’incontro, sono stato, più che avvicinato, quasi assalito da una signora con i capelli biondi e la pelle chiara, tra i 50 e i 60 anni che mi ha chiesto con tono severo, di rimprovero e biasimo, perché mai mi fossi permesso di affermare che la Russia non è un paese democratico. Un po’ sorpreso, ma non abbastanza da non notare, come la signora mi confermò, che era per l’appunto russa, replicai che cambiare la Costituzione per fare, grazie a elezioni nelle quali gli oppositori partono sempre con svantaggi considerevoli, prima due mandati da Presidente poi due mandati da Primo ministro per ritornare a fare il Presidente, sono comportamenti che non appartengono al novero delle procedure democratiche. Conclusi, credendo di avere un argomento jolly, assolutamente vincente, che, anche a prescindere dalle elezioni, in Russia c’è scarso o nullo rispetto delle norme e delle pratiche democratiche, che vi si uccidono gli oppositori, per esempio, i giornalisti e citai il caso Politkovskaya.

La replica della signora fu immediata e, per così dire, argomentata. La rivistina della Politkovskaya vendeva pochissime copie e a Mosca si trovava soltanto in rare edicole –non più di una su venti. Impossibile mi fu il replicar tranne “ma signora…”. Però, il messaggio di micropolitica mi è parso chiarissimo: nelle non-democrazie illiberali la libertà di stampa (e dei giornalisti) si valuta e si difende non sui principi, ma sui numeri, sulle copie vendute e sulle edicole disposte a ospitarle. Insomma, la Russia è una democrazia, magari non proprio di stampo liberal-occidentale, ma sicuramente iper-maggioritaria.

INVITO Cittadini europei (?) L’Europa di ieri, di oggi e (forse) di domani #Senigallia #28aprile

ore 21
Teatro Portone
Piazzale Vittoria 22

Evento organizzato dalla associazione Gioventù Che Fare?, con la collaborazione della Scuola di Pace “Vincenzo Buccelletti” – Comune di Senigallia ed il patrocinio del Comune di Senigallia. Obiettivo: conoscere in modo più approfondito la storia, le condizioni attuali e i possibili scenari futuri dell’Unione Europea attraverso gli strumenti della riflessione e della competenza.

La serata avrà come ospite il Professore Emerito di Scienza Politica, presso l’Università di Bologna,
Gianfranco Pasquino, il quale, con grande e lunga esperienza, saprà portare un significativo contributo al tema in questione.

Cittadini europei (?)
L’Europa di ieri, di oggi e (forse) di domani

 

Salvini armato diseduca e sbaglia il bersaglio

Non avrei mai immaginato che Salvini fosse un attento lettore e estimatore del grande sociologo tedesco (forse “sovranista”) Max Weber. Invece, con la foto, fatta ampiamente circolare in rete, nella quale imbraccia il fucile, ha evidentemente voluto lanciare il messaggio che è lui, sì, insomma, in quanto rappresentante dello Stato, ad avere, proprio come sosteneva Weber, quel “monopolio dell’uso legittimo della forza” che caratterizza lo Stato moderno. Allorquando questo monopolio non c’è, ad esempio in Libia (dove attendono che il Presidente del Consiglio italiano ponga fine alla guerra civile), lo Stato praticamente non esiste più. Certamente, il Ministro degli Interni vuole farci sapere e vedere che sovrintende alla sicurezza di noi tutti (“prima gli italiani”). La foto è la naturale compagna della legge sulla legittima difesa che, per l’appunto, consente l’uso, legittimato, delle armi contro chi viola le nostre abitazioni (tutto il resto dovrà essere accertato dalla magistratura).

È probabile che il Ministro e i suoi collaboratori alla comunicazione volessero proprio mandare il messaggio che Salvini non esiterebbe a ricorrere alle armi per difendere la vita e le proprietà degli italiani, che è un duro che non cede nulla e che vuole che lo sappiano anche tutti coloro che intendessero delinquere. L’esibizione di Salvini è assolutamente inusitata. Non ricordo nessun ministro degli Interni europeo che si sia mai fatto fotografare armato. La mia mente non riesce neppure a scovare immagini dei pure numerosissimi candidati al Congresso USA abbondantemente finanziati dalla National Rifle Association che abbiano esposto una loro fotografia in armi. La domanda, quindi, è: la foto è stata un errore nel crescendo solipsistico del Ministro (sì, lo so: è in campagna elettorale permanente) oppure Salvini sta gongolando per lo spazio che si è guadagnato sui social e sugli altri mezzi di comunicazione di massa?

Dovremmo lasciar perdere occupandoci piuttosto, come a corrente alternata dicono i politici, naturalmente rivolgendo l’invito ai loro avversari, dei problemi reali della “gente”: lavoro, salari, istruzione? Salvini scommette, e finora gli è andata fatta bene, che fra quei problemi reali ai primi posti continuino a collocarsi l’immigrazione e la sicurezza . Allora, forse, la critica del fucile di Salvini andrebbe indirizzata contro la soluzione che quella foto sembra contenere/suggerire. Invece di creare le condizioni per ridurre, fino a impedirlo, l’uso delle armi, che dovrebbe essere davvero il compito primo e supremo di qualsiasi Ministro degli Interni, Salvini sembra suggerire che la sua politica non sarà la prevenzione, ma la repressione che non rifugge dalle armi. È un messaggio gravissimo. La smentita fattuale si trova nelle statistiche che rivelano che il tasso di criminalità è inferiore nei paesi dove la polizia e le forze dell’ordine fanno limitato o nullo ricorso alle armi. Il Salvini armato non solo diseduca, ma, semplicemente, sbaglia bersaglio.

Pubblicato AGL il 23 aprile 2019

Come cambia la sinistra europea, tra leader assenti e principi dimenticati

Parlare di diseguaglianze in modo credibile e denunciarle è essenziale purché se ne spieghino le origini e se ne indichino i rimedi. Pensare di potere ricostruire una sinistra plurale (o pluralista) e accogliente per gli elettori solamente come sommatoria dei diseguali non sembra la strada migliore. La riflessione di Gianfranco Pasquino

Le sinistre in Europa godono di ottima salute. Sono numerose, anche all’interno di ciascun Paese. Sono, come vuole una distorta concezione del mercato politicoelettorale, sempre in competizione fra loro. Offrono un ampio ventaglio di alternative ai loro elettori immusoniti e intristiti i quali, di tanto in tanto, scendono in piazza al fatidico grido di “unità unità”. Non per acquisita saggezza, ma per mancanza di materia prima (idee e cultura politica) hanno smesso di combattere esiziali battaglie ideologiche. Sono una debolezza tranquilla. Preferiscono il terreno del posizionamento, della personalizzazione, delle narrazioni contrastanti. Purtroppo, non ci sono più i bambini di Andersen capaci di esclamare ad alta voce: “La regina (sinistra) è nuda” e – come aggiungo abitualmente – “pure brutta e miope”.

Ci sono soltanto due partiti di sinistra in tutta l’Europa (se i brexiters si risentono, peggio per loro) che superano la soglia del 30% di voti, il Partito laburista di Jeremy Corbyn (40%) e il Partito socialista portoghese (32%). Persino i leggendari socialdemocratici scandinavi si sono ormai stabilizzati da qualche tempo intorno al 25% che, talvolta, consente loro di andare al governo. Per tutti coloro che hanno, giustamente, guardato alla socialdemocrazia tedesca, grande è la tristezza. Anche se è in un governo che è difficile definire “grande” coalizione, la Spd al livello più basso di sempre del suo consenso elettorale è davvero il partner minore, junior. Tutto questo dopo che, come scrisse memorabilmente Ralf Dahrendorf, se non tutto il ventesimo secolo è stato socialdemocratico, quantomeno per più di cinquant’anni i socialdemocratici furono influentissimi. Non solo hanno guidato molti governi anche per lunghi periodi, ma le loro idee e le loro pratiche riformiste incisero profondamente nel tessuto sociale, economico e persino culturale di tutta l’Europa occidentale. Tranne l’Italia, poiché il Pci mai ebbe “cedimenti” socialdemocratici e il Psi mai ebbe abbastanza consenso elettorale, ma idee sì, con la Cgil che nulla cercò di apprendere dai potenti sindacati socialdemocratici.

La politica continua ad avere bisogno di organizzazione, di presenza sul territorio, di attività costanti e insistenti, ma gli attivisti delle (e nelle) sinistre sembrano scomparsi quasi dappertutto, persino in Andalusia, la culla del socialismo spagnolo. Sono poi effettivamente svaniti anche i dirigenti delle sinistre; sono costretto a usare il plurale, ma attenzione, non è vero che le sinistre europee sono plurali (o pluralistiche). Sono semplicemente disaggregate, particolaristiche, conflittuali. Nessuna narrazione, neanche le più retoriche, come quella di Walter Veltroni, può sostituire un’organizzazione e nel caso del neonato Partito democratico di organizzazione ne era rimasta poca tranne quella di alcune fazioni.

Però, se narrazione ha da essere, allora sono indispensabili due elementi: narratori credibili che conoscano la storia e rivitalizzino la memoria del loro partito, riuscendo a proiettarlo in un futuro difficile da immaginare, e un iniziale tessuto connettivo fatto di princìpi e convinzioni, di priorità e programmazioni, di analisi e proposte non occasionali, ma collegate a un passato di realizzazioni concrete. Per una molteplicità di buone ragioni la sinistra europea dovrebbe ricordarsi che si era proposta di perseguire non solo interessi di parte, ma di tutta la nazione e che, senza contraddizioni, si era regolarmente definita internazionalista, oggi europeista.

Parlare di diseguaglianze in modo credibile e denunciarle è essenziale purché se ne spieghino le origini e se indichino i rimedi. Pensare di potere ricostruire una sinistra plurale (o pluralista) e accogliente per gli elettori solamente come sommatoria dei diseguali non sembra la strada migliore. Poiché all’orizzonte non si vede una cultura politica che mette al centro di una società giusta la dignità e il riconoscimento del valore delle persone, è ora di elaborarla.

Pubblicato il 21 aprile 2019 su formiche.net

I partiti, le strutture multitasking necessarie al sistema politico

In questi tempi duri di un governo fatto da un Movimento e da una Lega, credo sia opportuno ricordare che i tanto vituperati partiti sono strutture multitasking o, almeno, lo sono stati. Reclutare iscritti e trovare candidati per le cariche amministrative. Selezionare i più capaci, quelli che hanno imparato di più e meglio, e promuoverli. Fare opposizione, ma anche governo. Offrire alternative di programmi e di persone all’elettorato. Tutto questo è possibile: i buoni partiti sanno farlo. È anche utile per il sistema politico, probabilmente gradito dai cittadini, davvero necessario.