I patti fra politica e magistratura sono uno schiaffo alla democrazia @DomaniGiornale

Co-fondatore di Fratelli d’Italia, solido imprenditore, attuale Ministro della Difesa, Guido Crosetto tiene molto alla sua immagine di politico moderato, non antagonizzante, disposto al dialogo e dotato di buon senso. Queste sue qualità gli consentono anche di tanto in tanto, non scriverò “ad orologeria”, di sbottare. La sua intervista pubblicata con grande rilievo dal “Corriere della Sera” il 5 febbraio costituisce un documento esemplare nel suo genere. Era il giorno in cui i Ministri della Giustizia e degli Interni dovevano, finalmente, riferire al Parlamento sul caso Almasri, in cui, quindi, si confrontavano le tre istituzioni sulle quali si fondano le democrazie, in special modo quelle parlamentari. Le elenco nell’ordine di importanza: il Parlamento, il Governo, la Magistratura. Non c’era, forse, momento migliore per chiamare tutti, o quasi, al senso di responsabilità, al senso dello Stato. Il Ministro Crosetto non si è lasciato sfuggire l’occasione. “Ora un patto istituzionale tra politica e magistratura”: il titolo del Corriere rispecchia fedelmente il Crosetto pensiero come espresso nell’intervista firmata da Paola Di Caro. Cito: “il suo sogno sarebbe un ‘grande patto istituzionale” tra poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario) per far cessare “la Guerra dei Trent’anni”, modernizzare le strutture dello Stato e rendere l’azione del governo “più rapida, efficiente” non lasciandosi surclassare “dall’avanzare di nuovi paesi emergenti e dal passo rapidissimo di Trump”.

In questa neppur troppo lunga, ma certamente densa, frase, c’è un po’ di tutto, ma non tutto, quello che concerne il pensiero costituzionale e democratico da Montesquieu a oggi, e per il futuro prevedibile. Nel suo libro, L’esprit des lois (1774), Charles de Montesquieu poneva le basi della differenziazione/separazione delle istituzioni: strappare all’esecutivo i poteri legislativo e giudiziario che avrebbero acquisito una sfera di ampia autonomia operativa. Da allora, con traduzioni istituzionali anche piuttosto diverse, la separazione delle istituzioni è uno dei cardini delle democrazie. Quelle istituzioni divenute autonome, come hanno poi sottolineato alcuni autorevolissimi studiosi inglesi e americani, entrano regolarmente in competizione per esercitare il potere e ciascuna per porre limiti all’esercizio del potere da parte delle altre. Dunque, non esiste, non può e non deve esistere alcun “patto istituzionale”. Al contrario, talvolta la competizione fra le istituzioni si trasforma in veri e propri conflitti che saranno risolvibili con riferimento in special modo alla Costituzione, talvolta ai precedenti, spesso anche a quanto deciso dal Parlamento che, ovunque, è il luogo della sovranità popolare.

Nel “patto istituzionale” suggerito da Crosetto tutto sembra molto vago, ma tra le righe è facile leggere che per accettare il patto la magistratura dovrebbe smettere di inquisire, cito, “e si ritorni all’immunità parlamentare”. Forse, ma questo non è detto, la politica, rappresentata dall’attuale governo, si impegnerebbe a fare che cosa: non interferire nel funzionamento della magistratura, non separare le carriere, magari, addirittura, aumentare le dotazioni? Non approfondisco il tema di chi sarebbe il garante del patto e da quali sanzioni e comminate da chi dovrebbero essere colpiti gli inadempienti. Da Montesquieu in poi è chiaro che esistono due “giudici”: da un lato, gli elettori, il popolo sovrano, meglio se informato da un’opinione pubblica non manipolata; dall’altro, la magistratura, meglio se nella versione Corte Costituzionale (il cui plenum l’attuale maggioranza in preda a incerte preferenze e a neanche troppo oscuri obiettivi non riesce ad assicurare).

In verità, quel che vuole ottenere il Crosetto, non più auspice di un patto, ma ministro del governo di destra-certo, è la liberazione da non meglio precisati vincoli e regole “ideologiche”. Buona parte dei quali, da Montesquieu in poi, spesso definiti con maggiore precisione checks and balances (freni e contrappesi), assi portanti delle democrazie liberal-costituzionali alle quali troppi sedicenti liberali italiani contrappongono frettolose democrazie decidenti. E il Ministro si schiera con loro per andare “a manetta … contro ‘vecchi meccanismi’”. Al proposito è giusto attendersi dal Crosetto dialogante la proposta di un altro Grande Patto Istituzionale offerto dal governo al Parlamento. Riduzione drastica della decretazione d’urgenza, meccanismo che, quando i partiti al governo sono compatti e sanno cosa vogliono, rende molto decidente la democrazia italiana, schiacciando il Parlamento e le sue prerogative in attesa che il sedicente premierato scombussoli tutta la logica della separazione delle istituzioni, addio, Montesquieu, mettendo la pietra tombale su qualsiasi patto istituzionale à la Crosetto.

Pubblicato il 7 febbraio 2025 su Domani

Altro che arbitro. Mattarella è un protagonista della politica @DomaniGiornale

Una notevole maggioranza di commentatori ha, talvolta alquanto ipocritamente, tessuto le lodi di Sergio Mattarella in occasione dei dieci anni della sua Presidenza. Giustamente e opportunamente. Nei commenti l’accento è stato posto in maniera quasi esclusiva sulle sue qualità personali, sulle sue capacità e competenze politiche e sulla sua esperienza nelle istituzioni. Tutto vero. Equilibrato e sobrio, dotato di altissimo senso dello Stato, che ha mostrato come parlamentare, ministro, giudice costituzionale, la Presidenza della Repubblica costituisce il degno completamento della sua prestigiosa carriera politica. Non ne è, però, in nessun modo, il termine. Infatti, da Presidente, Mattarella si è inevitabilmente trovato a svolgere un compito impegnativo affrontando sfide impreviste e imprevedibili. Altre ne verranno. Affermare che le risposte del Presidente Mattarella siano tutte attribuibili alle sue qualità personali, mi sembra riduttivo, fuorviante, al limite anche sbagliato, con qualche preoccupazione per il futuro (Presidente) che verrà.

Nell’impossibilità di tratteggiare qui l’operato di tutti i Presidenti della Repubblica che si sono finora susseguiti, mi limito a sottolineare che, seppure con non poche diversità di stile, Oscar Luigi Scalfaro, Giorgio Napolitano e, per l’appunto, Sergio Mattarella con il loro operato hanno tutti smentito le definizioni troppo prevalenti del ruolo attribuito al Presidente della Repubblica italiana. No, nessuno di loro è stato un notaio e neppure un arbitro. No, nessuno di loro ha mai svolto il compito di (ri)equilibratore. Tutt’altro. Con la propria visione politica e istituzionale, ciascuno è stato (e, ovviamente, Mattarella continua ad esserlo) un protagonista. Eppure, tutti hanno saldamente operato nei limiti della Costituzione, magari con qualche piccola forzatura, sfruttandone la sua effettiva flessibilità.

Enigmatico e problematico è il ruolo del Presidente che i Costituenti, non potendo rifarsi a precedenti, finirono per delineare non del tutto intenzionalmente, certamente con fortuna, ma anche per virtù. Grande è lo spazio, se si preferisce, la discrezionalità di cui può godere il Presidente in quelli che sono i due momenti/atti più importanti in una democrazia parlamentare: la formazione del governo e lo scioglimento del Parlamento.

La formazione del governo comincia con la nomina del Presidente del Consiglio ad opera del Presidente della Repubblica e continua con la nomina dei Ministri su proposta del capo del governo, e quindi anche del rigetto, avvenuto meno raramente di quel che si pensa, di una o più candidature. Lo scioglimento del Parlamento viene legittimamente esercitato dal Presidente quando il Parlamento non è più in grado di dare vita e sostenere un governo che sia operativo. Altrettanto legittimamente, può, deve essere negato qualora esista una maggioranza parlamentare capace di esprimere un governo per l’appunto operativo. Sono tutte fattispecie presentatesi con Scalfaro, Napolitano e Mattarella, in particolare nella legislatura 2018-2022, quando molti, compresa la leader dei Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, gridavano contro i governi non eletti popolo.

Esercitando con competenza e fermezza entrambi i suoi considerevoli poteri costituzionali Mattarella ha garantito quel che era possibile in termini di stabilità politica e istituzionale che riflettesse i mutevoli equilibri parlamentari. Credo sia più che corretto dedurne che le regole costituzionali, una vera bussola anche per tutti coloro che occupano cariche di rilievo, meritano parte delle lodi rivolte al Presidente. Pertanto, è più che logico e necessario interrogarsi sui rischi che comporterà una riforma che, pur mantenendo la lettera di quei due poteri, ne elimini la sostanza. L’elezione popolare del Presidente del Consiglio toglie al Presidente della Repubblica il potere reale della sua nomina. Lo scioglimento del Parlamento affidato alla richiesta del Presidente del Consiglio eletto dal popolo e “premiato” con seggi aggiuntivi, oppure dal suo successore scelto dentro la stessa maggioranza, risulta sostanzialmente sottratto al Presidente della Repubblica.

Pubblicato il 5 febbraio 2025 su Domani

Se non è ricattabile Meloni faccia i nomi dei suoi ricattatori @DomaniGiornale

Sono oramai diverse, di recente nel brutto caso del capo della polizia giudiziaria libica Almasri, le occasioni nelle quali Giorgia Meloni ha affermato con forza “non sono ricattabile”. Mi pare giusto volerne sapere di più, meglio se, invece che con un messaggio social, la Presidente del Consiglio rispondesse a opportune e appropriate richieste in Parlamento. La sottolineatura della sua non ricattabilità, evito il terreno strettamente personale, significa che in politica, nel passato e oggi vi sono (state) persone ricattabili. Costoro non hanno potuto agire liberamente poiché erano sotto tiro, minacciati sul piano del loro privato (ma a quanta privacy ha diritto chi ha conquistato cariche pubbliche che incidono sulla vita dei loro concittadini?) e, sono costretto ad azzardare, delle modalità della loro carriera politica e del loro esercizio del potere di rappresentanza e di governo. Non faccio ipotesi di nomi, ma non sarebbe fuori luogo chiedere che la Presidente del Consiglio rivelasse chi è/sono oggetto della sua comparazione implicita.

Il messaggio della non ricattabilità può avere come destinatari, non tanto gli oppositori i quali, conoscessero qualcosa di rilevante e di imbarazzante, ne avrebbero già fatto uso, quanto, da un lato, coloro che stanno nel suo entourage come alleati e sostenitori, dall’altro, i cosiddetti, mai meglio specificati, poteri forti intenzionati a opporsi e combattere qualsiasi scelta e decisione vada a loro scapito. Naturalmente, questi poteri forti si mobiliterebbero, lo hanno già fatto nel passato, contro qualsiasi governante che intenda ridurne le rendite di posizione, ridimensionarne i privilegi, rendere inefficaci gli eventuali tentativi di ricatto. Fuori i nomi, sarebbe più facile debellarli.

Informare i cittadini della situazione e denunciare apertamente e con precisione chi sono i ricattatori del governo e dei governanti è sicuramente un imperativo democratico. Dichiararsi non ricattabili senza fare massima chiarezza quantomeno sulle eventuali fattispecie e sfide non è una strategia politica adeguata. Sembra piuttosto una forma di esorcismo.

Non dovendo rispondere a nessuna opinione pubblica e potendo decidere rapidamente (è questa la qualità che i critici delle democrazie invidiano e vorrebbero imitare?) gli autoritarismi possono permettersi pratiche ricattatorie a piacimento, tutte le volte che le ritengano necessarie e utili. Poiché, sperabilmente tengono in grande considerazione la vita dei loro concittadini, tutti i governanti democratici, che si sentono responsabili dei loro comportamenti, sono costantemente esposti agli spregevoli e spregiudicati ricatti dei dirigenti autoritari.

Non intendo discutere se sia giusto oppure sbagliato, accettabile oppure riprovevole, da parte dei governanti democratici cedere ai ricatti ai quali ricorrono i governi autoritari. Talvolta è, semplicemente, assolutamente inevitabile. Meglio procedervi trasparentemente dopo avere resa edotta l’opinione pubblica. Non ragion di Stato, ma consapevolezza condivisa per evitare il peggio. Lo scambio fra il terrorista iraniano Abedini e la giornalista italiana Cecilia Sala è l’esito del ricatto esercitato dagli ayatollah di quella teocrazia oppressiva repressiva. Non è del tutto infondato ipotizzare, in attesa che la Presidente del Consiglio, il Ministro della Giustizia Nordio, il ministro degli Interni Piantedosi, il sottosegretario Mantovano forniscano le informazioni relative al rimpatrio del capo della polizia giudiziaria libica, responsabile di torture, Almasri, che esponenti libici di rilievo abbiano in effetti ricattato il governo italiano. Sapere in che modo per ottenere che cosa consentirebbe forse di evitare di trovarsi esposti a ricatti simili in altre circostanze. Proprio perché personalmente Giorgia Meloni non si ritiene ricattabile dovrebbe procedere a spiegare perché e come il governo italiano e indirettamente le regole e le istituzioni della nostra democrazia sono state ricattate. Sarebbe utile per impedire che situazioni simili si ripresentino nel futuro.

Pubblicato il 2 febbraio 2025 su Domani

Le democrazie e gli anticorpi per sopravvivere all’illiberalismo @DomaniGiornale

“Una gamba davanti all’altra”. Prendo a prestito le dolenti parole della Sen. Liliana Segre che descrivono la sua marcia per la vita per sottolineare che gradualmente, ma incessantemente i democratici e le loro democrazie sono in grado di imparare e riprendere il cammino della libertà.  La celebrazione del Giorno della Memoria obbliga a riflettere, mi pare non venga fatto adeguatamente, sul regime politico che lanciò il genocidio e sui governi dei paesi, a cominciare dal fascismo italiano, che furono zelanti e attivissimi complici: il totalitarismo nazista coadiuvato da autoritarismi più o meno duri. Certamente, tutti quei sistemi politici privi di qualsiasi elemento democratico mostrarono notevoli capacità decisionali. Però, dovremmo davvero considerare la velocità delle decisioni una caratteristica positiva e intimare alle democrazie contemporanee di apprenderla e farne, s’intende, molto rapidamente, uso?

   Fermo restando che sono oramai più di trent’anni che il numero delle democrazie cresce e che nel tempo una sola, quella già minata dall’interno, del Venezuela è crollata, come si fa a sostenere che il paradigma liberal-democratico è venuto meno? Nella misura in cui una democrazia abbandona il liberalismo, che è diritti politici, civili, anche sociali più il quadro costituzionale di separazione delle istituzioni e loro relativa autonomia, semplicemente non è più tale. Democrazia illiberale non è un ossimoro. Al contrario è un esempio lampante e pregnante di manifestazione di quella neo-lingua che tempestivamente George Orwell denunciò come prodotto dei regimi totalitari e loro imposizione.

Poiché deciderebbero poco quantitativamente e in maniera tardiva, le democrazie non sarebbero in grado né di controllare il potere economico né di fare fronte al potere tecnologico. Le democrazie liberali, nate per fare prevalere le preferenze dei cittadini sugli interessi dei grandi proprietari terrieri e degli imprenditori, sarebbero oggi diventate terra di conquista dei nuovi capitalisti, i re delle finanze e i padroni delle tecnologie comunicative. Laddove, parafrasando Mao tse Tung, il partito (comunista) cinese comanda la tecnologia in tutte le sue varianti artificiali e reali (ma, Covid insegna, non in quelle sanitarie), il Presidente degli USA è attorniato dagli oligarchi della Silicon Valley che, è davvero così?, lo condizionano e ne influenzano le decisioni più importanti, comunque quelle che li riguardano. Muoiono così le democrazie? Comincia da Washington, D.C, l’asfissia della democrazia?

 Il Presidente USA nella misura in cui è forte e veloce, “decidente”, è debitore di queste sue capabilities non all’assetto istituzionale in quanto tale, ma alla mutevole configurazione del potere politico che consente ai “suoi” repubblicani di essere in maggioranza, almeno per i prossimi due anni, sia alla Camera dei Rappresentanti sia al Senato e di avere imbottito la Corte Suprema di giudici di stretta osservanza repubblicana. Trump, contrariamente a Putin e Xi Jinping, non potrà essere rieletto. Gode di grande potere a termine (nessun terzo mandato!). Le sue pulsioni anti-democratiche, di insofferenza per i freni e i contrappesi, i lacci e laccioli posti dalla Costituzione, incontrano ostacoli nella libertà dei mass media, nella opinione pubblica, nel pluralismo che Xi e Putin hanno distrutto e continuano a schiacciare.

Una gamba davanti all’altra le democrazie reagiscono alle sfide, politiche, economiche, tecnologiche, nessuna delle quali ha finora avuto successo, con l’ampio repertorio degli strumenti del pluralismo sociale, culturale, persino religioso, di cui dispongono. Smentiscono anche i profeti di sventure che con i loro tristi allarmismi pensano di appuntarsi i galloni del progressismo popolar democratico. Meglio che meditino più a fondo. L’età delle democrazie continua a essere con noi, davanti a noi.    

Pubblicato il 29 gennaio 2025 su Domani

“Make Europe great again” è la risposta da dare al tycoon @DomaniGiornale

Parole chiare, magari non sempre pronunciate limpidamente e non organizzate in maniera armoniosa (non tutti sanno parlare come Barack Obama e meno che mai come Martin Luther King), messaggi espliciti che hanno un retroterra reazionario e che delineano una strategia di rappresaglia. Questa è la sintesi, compreso il tono vendicativo, punitivo, spesso aggressivo, nei confronti della metà polarizzata dell’America e dei suoi vicini Messico, Panama, Canada e Groenlandia, del discorso di inaugurazione della seconda presidenza di Donald Trump.

   Detto che condivido le ottime analisi e variegate interpretazioni di Mattia Ferraresi, Mario Del Pero e Nadia Urbinati pubblicate ieri, adesso sappiamo ancora meglio e di più che cosa dobbiamo aspettarci. Pertanto, il compito consiste nel guardare avanti. Prima, però, di procedere a suggerire le risposte, è indispensabile prendere atto che le affermazioni di Trump costituiscono la traduzione coerente del mandato elettorale chiaro e forte da lui ricevuto da una maggioranza assoluta di elettori americani. Qualcuno con preoccupazione, qualcuno con compiacimento, qualcuno con l’orgoglio di chi lo sapeva già, dobbiamo tutti prendere atto che l’America che si è espressa in Trump, che lui rappresenta e, importante, che lui plasma con le sue preferenze e che vuole tradurre con i suoi obiettivi, è un paese profondamente cambiato, che, peraltro, tutti i sondaggi, ai quali non siamo stati disposti a credere, avevano disgiuntamente individuato.

Ciascuno di noi, italiani e europei, cittadini e governanti degli Stati membri dell’Unione Europea è posto di fronte a una sfida che, naturalmente, riguarda l’economia, ma che va oltre fino alla politica e nel senso più alto e più significativo giunge fino alla cultura ai valori sui quali si sono costruite e funzionano le democrazie non soltanto europee. Non si tratta solo di predisporsi a contrastare i dazi che Trump porrà sottolineando che da sempre la libertà di commerciare, di scambiare beni si accompagna alla libertà politica, riduce le probabilità di conflitti e aumenta le possibilità di crescita. Nessun paese diventa più grande a scapito di altri se non nell’ottica dell’imperialismo predatorio. Bisogna dirlo che il green deal è la modalità essenziale di collaborare per arrestare il cambiamento climatico, bene comune tanto prezioso quanto indivisibile. Nessuna soluzione può essere trovata da rapporti bilaterali più o meno stretti e occasionali che, comunque, il contraente più grande rimane costantemente in grado di definire a suo vantaggio e di terminare a suo piacimento.  

Il processo di distanziamento degli Stati Uniti dall’Europa è cominciato parecchi decenni fa. Tuttavia, i policy makers americani sono largamente consapevoli che dell’Europa hanno bisogno e che l’Europa ha bisogno di loro a causa di visibilissime sfide geopolitiche. Senza nessuna esagerazione sono i rapporti che intercorrono fra Europa e USA, i loro scambi, la loro considerevole condivisione di valori che danno corpo e sostanza a quello che è giusto chiamare Occidente. Neppure Trump potrà permettersi comportamenti che potrebbero essere etichettati come “negletto benigno”. Dal canto suo, l’Unione Europea mantiene la sua integrità e offre una sponda ideale alla metà dell’America non trumpiana continuando ad affermare, proteggere e promuovere i diritti civili, politici e sociali sui quali si è fondata, è cresciuta, continua ad allargarsi. La sfida del Presidente Trump durerà quattro anni (già, per i Presidenti USA esiste il limite invalicabile di due mandati). Nella rapidità, nella innovatività, nella qualità delle riposte a quella grade e brutale sfida si valuteranno le capacità delle leadership europee. Questo è il test da superare. Fare più grande l’Europa.

Pubblicato il 22 gennaio 2025 su Domani

Maestri of Political Science Volume 3 Edited by Martin Bull and Gianfranco Pasquino #ecprPress

Tertium non datur. Perché è giusto limitare i mandati @DomaniGiornale

Ci sono molte buone ragioni per rispondere “no, non si può” (e, in special modo non si deve) a tutti coloro, ma soprattutto ai diretti interessati (De Luca, Zaia, ultimo, ma nient’affatto trascurabile, il sindaco di Milano Sala che sembra essersi messo avanti con il lavoro), che chiedono di consentire un terzo mandato ai Presidenti delle Regioni e ai sindaci. In ordine di “urgenza”, la risposta è, primo, non si cambiano le regole quando il “gioco” è già iniziato e meno che mai si cambiano ad personas, su richiesta dei diretti interessati. Questa risposta ha più peso se chi la dà non ha nulla da guadagnare, che non è propriamente il caso dei granitici Fratelli d’Italia aspiranti alla conquista del Veneto. La regola dei due mandati ha funzionato in maniera più che soddisfacente garantendo un ricambio ordinato nelle cariche di governo regionale e locale. Di recente, già altri governanti, ad esempio, il Presidente dell’Emilia-Romagna e il sindaco di Pesaro, seppure a malincuore, ma adeguatamente ricompensati, l’hanno rispettata. Nessuna eccezione deve essere fatta. Al limite, ma proprio come extrema ratio, se cambiamento dovesse esserci, non dovrebbe valere subito per i diretti interessati ai quali bisogna imporre comunque di saltare un giro.

Il riferimento comparato che i richiedenti, in particolare Zaia e De Luca, fanno fra le cariche di sindaci e di presidenti di regioni, soggetti alla regola, e quelle dei parlamentari, pluririeleggibili a piacimento, spesso, però, non loro, è del tutto mal posto. I primi sono governanti, i secondi sono rappresentanti. Sindaci e presidenti di regione hanno una ampia batteria di poteri decisionali specifici, propri, significativi con i quali, sono stati in grado di favorire alcuni gruppi, associazioni, attività anche senza volerlo (ma sarebbe fare loro un torto pensare che non lo sappiano) in maniera legittima, ancorché foriera di conseguenze. Più o meno consapevolmente hanno costruito reti di relazioni di potere e di scambio che possono persino ingabbiare eventuali tentativi di innovazione. Comunque, quelle relazioni intrecciate conferiscono loro un indubbio vantaggio di partenza nelle competizioni elettorali, in termini di visibilità, popolarità, sostegno anche sotto forma di finanziamenti.

    Fra i parlamentari, anche quelli di troppo lungo e poco meritato corso, nessuno ha comunque mai nelle sue mani quantità di potere decisionale commisurabile a quello, nel loro piccolo, medio, grande, acquisito e esercitabile dagli occupanti dei vertici regionali e comunali. Naturalmente, tutti sanno che prima con la legge elettorale Calderoli (giustamente bollata come Porcellum), poi con l’abortito Italicum partorito da Renzi-Boschi e con la legge elettorale vigente (che porta il nome di Rosato), i parlamentari non sono “eletti”, ma nominati e cooptati, e quindi possono essere scaricati (sic) dai loro dirigenti.

   Questa brutta procedura li rende ancora meno potenti con aleatoria durata in carica e non può servire a giustifica l’estensione di un qualsivoglia terzo mandato a livello locale. Piuttosto, dovrebbe rendere urgente e indispensabile procedere alla stesura di una legge elettorale decente (ce ne sono, eccome, più di una) per la nazione. Attendiamo le proposte di Zaia e De Luca, ma anche, se vorrà, di Sala.

L’argomentazione al tempo stesso più subdola e più pericolosa utilizzata, in special modo da Zaia, ma anche da De Luca, per ottenere deroga e terzo mandato, chiama in causa gli elettori e la stessa democrazia. I sondaggi dicono che entrambi i presidenti di regione sarebbero riconfermati nella loro carica a (diverso) furor di popolo. Pertanto, sostengono i “terzisti”, chi vuole imporre, mantenere e fare rispettare il limite dei due mandati, si schiera contro il popolo. Sostanzialmente, poiché toglie potere al popolo meriterebbe di essere definito “nemico del popolo”.     

   Tutt’al contrario, è proprio la contrapposizione di una più o meno presunta (accertabile soltanto al termine della campagna elettorale e della competizione fra più candidature) volontà del popolo alle regole in vigore che si caratterizza come espressione di populismo, di tremendo populismo. Nel circuito istituzionale italiano, non il più “bello” delle democrazie contemporanee, ma neppure il più brutto c’è molto da ritoccare e cambiare, molto che può essere migliorato, non la regola del limite dei due mandati. Anzi, bisognerà tenerla in assoluta considerazione qualora si procedesse malauguratamente all’elezione popolare diretta del capo del governo. Meditate.

Pubblicato il 19 gennaio 2025 su Domani

VIDEO Gianfranco Pasquino. La Ciencia Política de Bobbio y Sartori

Invitado: Dr. Gianfranco Pasquino, Profesor Emérito de Ciencia Política de la Universidad de Bolonia. Discípulo, colaborador y amigo de Norberto Bobbio y Giovanni Sartori. Conduce: Dr. Anselmo Flores Andrade

I danni enormi di chi vuol fare politica con la violenza @DomaniGiornale

Proviamo a dirlo con chiarezza: la violenza contro persone e cose è sempre inaccettabile, ingiustificabile, da condannare. Senza se e senza ma. Non aggiungo è “persino controproducente”, poiché non so quali sono gli obiettivi perseguiti dai violenti nelle piazze e nelle strade d’Italia che andrebbero perduti proprio a causa dell’uso della violenza. Certamente, fra gli obiettivi non figura praticamente in quasi nessun caso quello di suscitare le simpatie e di guadagnare il sostegno né, si dice così, degli astanti né di chi leggerà i resoconti oppure vedrà i fatti sui telefonini e in tv. Improbabile è anche che le manifestazioni all’insegna della violenza abbiano come obiettivo secondario quello di reclutare altri manifestanti.

   Alcuni sociologi, anche italiani, vedono in manifestazioni di questo tipo, che sfidano palesemente la polizia e i manganelli, una modalità di (ri)affermazione della identità di gruppo, di cementazione di rapporti amicali, di appartenenza, di condivisione politica. Contrariamente alla troppo diffusa giustificazione giornalistica della condizione di disagio giovanile e sociale, i violenti sono tali non fondamentalmente perché “stanno male”, ma perché vedono nella loro violenza il modo, forse l’unico, di contrapporsi a chi ha il potere di governo e a chi dai ranghi dell’opposizione non sa e non vuole ricorrere a maniere dure e forti, ai loro occhi diventando connivente con il governo, con i potenti di casa nostra e altrui, ad esempio, gli ebrei.

    In tutte le società, in qualsiasi momento si producono fenomeni e accadimenti criticabili, rivelatori di ingiustizie, di trattamenti non soltanto deplorevoli, ma anche illegali a scapito e ai danni di alcuni settori sociali variamente vulnerabili, oggi identificati soprattutto con i palestinesi di Gaza. Nient’affatto in tutte le società le risposte anche ai fatti più gravi si traducono (dovrei, forse, scrivere “degenerano”) in azioni violente. Laddove lo fanno è per due ragioni di fondo. La prima è la convinzione che risposte ordinate, legali, composte sono già state tentate e sono fallite, nel senso che non hanno avuto un seguito di riparazione degli eventuali torti e di costruzione di una situazione migliore. La seconda è che esiste un potenziale di violenti che non si sentono rappresentati, anzi si sentono “traditi” da chi dovrebbe rappresentarli e che traggono una qualche soddisfazione personale nella esibizione della loro forza e del loro “coraggio” che orgogliosamente esprimono sotto forma di aggressione e di scontro con le forze dell’ordine.

Naturalmente, può succedere che quelle forze dell’ordine si trovino impreparate a “gestire” lo scontro di piazza; si sentano pericolosamente minacciate; reagiscano a insulti, sputi, lancio di oggetti e qualcosa di più. Di conseguenza, eccedendo nella reazione, offrono il destro (sic) a critiche, reprimende, persino ad un più ampio, in termini di numeri e di intensità, coinvolgimento dei violenti. Una buona gestione della piazza implica non alzare il tiro degli scontri, meno che mai frontali, isolare i gruppi più violenti, procedere alla de-escalation. Tutto questo vale, caso per caso, manifestazione per manifestazione, corteo per corteo, ma non può pretendere di risolvere in maniera duratura il problema costituito da chi non vuole fare politica, consapevolmente e deliberatamente preferendo il ricorso alla violenza come risorsa principale, quasi esclusiva.

 Quando i tempi si fanno violenti i violenti scendono in campo. Purtroppo, in Italia scendono in campo anche i fiancheggiatori della violenza e gli strumentalizzatori che vogliono volgere l’uso della violenza a loro miope vantaggio politico di breve termine. Allora, dovrebbero scendere in campo anche coloro che si oppongono alla violenza dei violenti e degli apparati e delle leggi di Stato. Non per equidistanza, ma perché è eticamente giusto.

Pubblicato il 15 gennaio 2025 su Domani

Le strette di mano contano. La Sharia conta molto di più, troppo #ParadoXaforum

Grande attenzione è stata data alla sequenza di immagini relative all’incontro fra i ministri degli esteri della Francia, Jean-Noël Barrot, e della Germania, la verde Annalena Baerbock e il nuovo capo della Siria Al Jolani. Giustamente. Però, troppi commentatori, fra i quali segnalo Antonio Polito (Le strette di mano contano, in “Corriere della Sera”, 4 gennaio 2025) non hanno saputo “leggere” correttamente e “comprensivamente” quelle immagini finendo per darne un’interpretazione gravemente distorta. L’immagine che è circolata di più ritrae Al Jolani che stringe la mano di Barrot, ma non quella di Baerbock. Tuttavia, è importante sottolineare che, primo, non c’è nessun suo rifiuto perché Baerbock non ha dato il minimo segnale di stendere la sua mano con una qualche aspettativa. Secondo, e di conseguenza, la Ministra tedesca, alla guida dei Verdi quanto mai sostenitori della parità di genere, non manifesta nessuna delusione. Al contrario, mentre, terzo, guardandola Al Jolani si porta la mano destra sul cuore, Baerbock congiunge le sue mani a mo’ di saluto. Nessuno sgarbo e nessun risentimento, ma un interrogativo: come si salutano uomini e donne nei contesti islamici?

Concludo sul punto suggerendo di allargare la sequenza e di notare che non c’è nessuna premessa di un’accoglienza meno che formale e nessun seguito di comportamento scortese, infatti, Al Jolani fa cenno a Baerbock di sedersi alla sua destra. Chi ricorda la sedia platealmente e deliberatamente negata dal presidente turco Erdogan alla presidente della Commissione Europea, von der Leyen, certamente un atto offensivo, deve prendere atto della notevole diversità di comportamenti.

Le immagini rivelano e il body language ha un suo pregnante significato. Accusare Al Jolani di un comportamento che sminuisce la donna in quanto tale mi sembra sbagliato, prematuro e controproducente. Sbagliato perché, visibilmente, non è stato così e tale non intendeva essere. Prematuro perché almeno finora non hanno fatto la loro comparsa disposizioni discriminatorie di stampo afghano. Controproducente perché le critiche “occidentali” potrebbero essere interpretate come espressioni preconcette di ostilità ai nuovi governanti. Invece, mi parrebbe politicamente più saggio offrire un’apertura di credito politico a Al Jolani e ai suoi collaboratori più moderati (qualsivoglia significato possa avere questo aggettivo non solo nel mondo islamico).

Negli stessi giorni, Al Jolani ha dichiarato “Cristiani parte integrante della Siria, ammiro il Papa”, ma sullo sfondo quasi preannunciata sta la possibilità(/probabilità?) della introduzione in Siria, paese finora “laico”, della sharia. Naturalmente, la sharia farebbe strame di qualsiasi riconoscimento e qualsiasi concessione dei basilari diritti civili e politici. Opportunisticamente, Al Jolani potrebbe provvedere a eccezioni mirate per le comunità cristiane. Comunque, verrebbe posto un pesantissimo ostacolo alla transizione della Siria, non alla democrazia, ma ad una situazione nella quale le diversità non siano represse, negate, oppresse e neppure ghettizzate. La risposta a Al Jolani deve essere una sola: riconosca e accetti il pluralismo, non soltanto religioso, ma anche sociale. Se ne seguirà pluralismo politico potremo ragionarne. Sarà un bel giorno.

Pubblicato il 9 gennaio 2025 su PARADOXAforum