Le pericolose scorribande di una premier senza freni @DomaniGiornale

Inebriata dai complimenti, a cominciare da quelli dello sbadato settimanale “The Economist” e dello smodato tycoon diventato Presidente Trump, estasiata dalle e nelle photo opportunities (a suo tempo, lo so, saranno raccolte in un apposito portfolio politico-elettorale), forse anche frastornata dai molti cambi di fuso, la Presidente del Consiglio sta incappando in alcuni problemi, forse non proprio marginali. Il primo riguarda la coesione della coalizione che ha guidato al successo elettorale nel 2022 e che intende condurre fino al record di unico governo italiano durato un’intera legislatura. Vero è che né Salvini né Tajani potrebbero andare altrove e sono costretti a soffrire e abbozzare, ma decidere senza neppure dare loro le informazioni di base, può diventare troppo almeno per alcuni dei parlamentari leghisti e forzisti e portare, poi, alle criticabili guerriglie parlamentari. Da quel che abbiamo visto, qualche assaggio di guerriglia si è già avuto in occasione dell’approvazione dell’autonomia differenziata e nel corso della discussione del disegno di legge costituzionale sull’elezione popolare del Presidente del Consiglio. Pur avendola definita la madre di tutte le riforme, Giorgia Meloni non sembra attualmente in grado di dedicare parte del suo prezioso tempo a controbattere le critiche e a portarla avanti. Non escluso che si sia orientata a farne argomento per chiudere la legislatura e impedire il referendum costituzionale che non può tenersi nell’anno delle elezioni politiche.

Il secondo problema di enorme complessità riguarda la strategia del sovranismo inteso come recupero e esercizio della sovranità nazionale. La correttezza formale dei rapporti con la Presidente dell’Unione Europea Ursula von der Leyen viene spesso incrinata dai troppi ammiccamenti con l’illiberale Viktor Orbán, ma la fase che si è oramai aperta riguarda atteggiamenti e comportamenti da mostrare e da tenere con Trump, sicuramente nemico di un’Unione Europea più coesa e più forte. Il significato più ampio dell’improvviso, forse non improvvisato, viaggio lampo a Mar-a-Lago non è stato solo “premere aggressivamente” (come è stato riportato dal “New York Times”) per convincerlo a non essere di ostacolo alla trattativa per ottenere la liberazione di Cecilia Sala. Quel viaggio ha inteso anche mandare il segnale che la Presidente del Consiglio italiano vuole ed è in grado di decidere e di fare una sua politica di rapporti politici e personali con Trump, a prescindere dall’Unione. Di fatto, sta indebolendo in partenza l’Unione e irritando i capi degli altri Stati-membri i quali, per il momento, hanno fatto buon viso a pessimo gioco.

Nella sua permanenza nella lussuosa magione del Presidente eletto, Meloni ha avuto modo di parlare e ammiccare, lo dicono le foto, anche con Elon Musk. Non è chiaro quanto l’incontro sia servito a discutere della possibilità che sia proprio Musk a fornire tutta la strumentazione necessaria a strutturare le reti dei servizi di sicurezza nazionale. Tre punti meritano approfondimenti. Il primo riguarda i limiti dei poteri del capo del governo italiano che in un settore di tale importanza per la sicurezza della nazione dovrebbe rapportarsi strettamente con il Parlamento. Il secondo è che, quando si è parte di una entità sovranazionale come l’Unione Europea, il bilateralismo già di per sé modalità controversa e discutibile, lo è ancor più quando si svolge su un terreno che interessa tutti gli Stati-membri. Terzo e ultimo punto, non deve essere ritenuta una critica di lesa maestà la richiesta di sapere quanto il Presidente del Consiglio sia tecnicamente attrezzata sul tema della sicurezza nazionale e in grado, quindi, di tenere a bada eventuali mire aggiuntive in termini di potere e di affari da parte di Elon Musk . Lecito è pensare e temere che Giorgia Meloni si sia allargata troppo, abbia mostrato un eccesso di fiducia nelle sue vorticose scorribande. C’è un tempo per agire e c’è un tempo per riflettere, anche per correggere.    

pubblicato il 8 gennaio 2025 su Domani

L’analfabetismo costituzionale dei nostri partiti @DomaniGiornale

All’incirca un terzo degli italiani sono analfabeti funzionali, vale a dire che, definizione formulata nel 1984 dall’Unesco, sono “incapaci di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità». Per molte buone ragioni e prove già provate, è probabile che almeno un terzo di coloro che fanno politica in Italia e la commentano siano altrettanto deficitari (non ho scritto “deficienti”, ma potevo). Come spiegare altrimenti che insistono a criticare il bicameralismo italiano definendolo perfetto e quindi, più o meno implicitamente (e spassosamente), suggeriscono di migliorarlo rendendolo imperfetto? Giustificano l’astensionismo con il “disagio”, sociale, giovanile, del Sud et al., non curandosi né del fatto che, quando fra il 1945 e il 1960, il disagio era certo più diffuso dei nostri giorni, votava più del 90 per cento degli italiani. Dimenticano, poi, di sottolineare che l’esercizio del voto è (art. 48 della Costituzione) “dovere civico”. Sostengono, senza tenere conto delle squilibrate situazioni di partenza, che l’autonomia differenziata produrrà una competizione virtuosa fra le regioni migliorando la vita dei cittadini. Si schierano a favore di una povera definizione di governabilità che fa leva sulla stabilità dei governi, anzi, del capo del governo, senza neppure porsi il problema delle capacità dei governanti e, per l’appunto, del loro capo. Grazie unicamente alla sua elezione popolare diretta, il capo dell’esecutivo sarà posto in grado di governare con le sue decisioni una società complessa (ancorché per un terzo analfabeta funzionale e, proprio per questo, più facile preda di populisti).

   Certamente, buone regole e buone istituzioni costituiscono un fecondo punto di partenza per migliorare la politica. Però, se poi il miglioramento è affidato a chi il funzionamento di quelle istituzioni non lo capisce anche perché non ha gli strumenti per effettuare le indispensabili comparazioni con le altre democrazie parlamentari, presidenziali, semi presidenziali, gli esiti non saranno (non sono stati) affatto positivi. Invece, ne seguiranno nervose e pericolose forzature.

Insistere ad attribuire al Parlamento come prioritaria e fondante l’attività legislativa va contro i numeri: il 90 per cento delle leggi sono di origine governativa e in qualche modo rappresentano il tentativo delle coalizioni di governo di tradurre in politiche pubbliche le loro promesse programmatiche sottoposte agli elettori che li hanno votati. La quantitativamente esagerata decretazione d’urgenza risolve in maniera non costituzionale i problemi di governanti incapaci di guidare le loro spesso rissose maggioranze e di un Parlamento che non riesce a svolgere appieno, libero e forte, il suo compito cruciale: controllare il governo, valutarne e correggerne l’operato, in questo modo informando e istruendo i commentatori e l’opinione pubblica ancorché spesso segmentata e manipolata.

Che poi, all’incirca negli ultimi trent’anni, troppi politici e commentatori si aspettino che la fisarmonica del Presidente gliele suoni ai politici e soprattutto ai governanti, è un’altra spesso mal posta aspettativa, destinata ad essere delusa. Dal Presidente della Repubblica, che rappresenta l’unità nazionale, sono di frequente venute necessarie parole di verità, stiracchiate secondo le loro convenienze e ignoranze dagli interpreti politici. Triste è doversi interrogare se anche i solenni messaggi presidenziali di fine anno non si siano oramai logorati. Ne ho intravisto qualche segnale nel discorso del Presidente Mattarella.   “Le democrazie nascono con i partiti; i partiti nascono con le democrazie” scrisse nel 1942 il professore di Scienza politica Elmer Schattschneider. L’inquietante implicazione è che il declino dei partiti accompagna, non voglio scrivere né condiziona né, tantomeno causa, il declino quanto meno della qualità delle democrazie. Intraprendere una vigorosa azione di pedagogia politica, istituzionale e costituzionale è assolutamente indispensabile e urgente. Può anche dare insperati frutti di consenso politico elettorale. Facciamoci gli auguri.   

Pubblicato il 3 gennaio 2025 su Domani

Il Natale 2025 sarà migliore di quello appena passato (forse) @DomaniGiornale

Caro Amico,
ti scrivo così mi distraggo un po’ per avvertirti che, no, neanche nell’anno che verrà ci saranno due Natali. Forse, però, il prossimo Natale 2025 sarà migliore di quello che abbiamo appena festeggiato. La comunità internazionale riuscirà a porre fine con una pace giustificabile e duratura alle due maggiori guerre dei nostri infausti tempi e a dare inizio alla ricostruzione su nuove, concordate e presidiate, più solide basi.
No, l’immigrazione non finirà né di qua né di là dell’Atlantico, ma saranno molti a capire che i migranti che vengono in Europa fanno uno straordinario omaggio al vecchio continente. Dicono che qui vogliono vivere e fare vivere le loro famiglie. Che qui contano e sperano di trovare libertà, opportunità, lavoro. Hanno imparato che non pochi fra coloro che li hanno preceduti sono riusciti persino ad avere carriere politiche di successo. No, i migranti di qualsiasi colore e, augurabilmente, di qualsiasi credo religioso, non vogliono “sostituirci”. Vogliono vivere con noi, imparando e rispettando le nostre tradizioni, costumi, costituzioni, avendo acquisito consapevolezza che chi viola le leggi, cittadino oppure no, merita di pagarne il prezzo.
No, i sovranisti non smetteranno di sfruttare la paura dei loro concittadini, di cercare capri espiatori e di additarli al ludibrio delle genti, ma l’integrazione procederà con alti e bassi, con pazienza e impegno. L’Europa ha già assorbito fenomeni migratori più o meno ampi. Possiede le risorse economiche, culturali, politiche per continuare. Con l’accesso di nuovi Stati-membri, l’Unione Europea diventerà ancora più grande, più estesa, più diversificata e affronterà sfide vecchie, populisti e sovranisti anche del nostro stivale, e nuove, competizione con la Cina e intelligenze artificiali. Nei conflitti emergeranno nuove leadership e forse cadranno gli opportunismi e le opportuniste.
Nell’anno che verrà si affaccerà un ripensamento sulla democrazia che abbiamo e sulla democrazia che vorre(m)mo. Saranno smentiti i profeti di sventure poiché nessuna democrazia esistente cadrà. Faranno la loro comparsa alcuni profeti che si avventureranno a sostenere senza se e senza ma l’assoluta irrinunciabile necessità della libera espressione e circolazione di idee, di dibattiti pubblici aperti, trasparenti, non inquinati. Verranno individuati i nemici delle democrazie, coloro che in nome di mai esistiti precedenti, l’egualitarismo assoluto e il partecipazionismo totale, feriscono e indeboliscono le democrazie realmente esistenti. Verranno messi ai margini coloro che, facendosi forti di uno slogan qualunquista-populista: “il popolo ha sempre ragione”, rinunciano, anche perché non ne hanno né le capacità né le conoscenze, a criticare il “popolo” che non si interessa di politica, che non si informa sulla politica, che non vota e indebolisce la democrazia sua e degli altri a favore di chi mira a conquistare pieni poteri.
L’anno che verrà non porterà latte e miele per tutti. Forse, però, accrescerà la consapevolezza che, prima di distribuirlo, quel latte e quel miele bisognerà produrlo e che soltanto un accresciuto impegno nella produzione avrà successo traducendosi in una più ampia e accurata distribuzione. Libertà, eguaglianze, solidarietà. Caro Amico, lo so che non basterà un anno solo per cambiare la cultura politica di un popolo (oops), meno che mai del popolo italiano. L’obiettivo è di formidabile difficoltà. Per questa ragione, ma anche siccome sei molto lontano, più forte (e più volte) ti scriverò. Buon anno.

Pubblicato il 27 dicembre 2024 su Domani

Mattarella e le lezioni di diritto alla destra @DomaniGiornale

Arbitro, equilibratore, notaio: nel corso del tempo, ai Presidenti della Repubblica italiana è stata data una collocazione super partes e attribuito un ruolo variamente definibile come asettico. Con Cossiga e soprattutto con Scalfaro e poi Napolitano, quel ruolo divenne di grande protagonismo costituzionale. Memorabile la risposta di Napolitano a chi lo accusava di essere di parte: “sì, sto dalla parte della Costituzione”.

   Ricordare e spesso insegnare la Costituzione alle nipotine e ai nipotini di coloro che votarono contro, sempre contrapponendo il presidenzialismo alla democrazia parlamentare, e a coloro che, anche quando, raramente, l’hanno letta, non sono andati oltre la prima riga dei diversi articoli, è il compito, come ha scritto Daniela Preziosi, di “pedagogia costituzionale” nel quale Mattarella dà il meglio di sé. Con buona pace delle diplomatiche smentite del Quirinale, è spesso possibile cogliere nelle brillantemente dosate parole del Presidente severe critiche alle azioni e alle dichiarazioni del governo e dei partiti, non solo di governo. Inevitabilmente, se le politiche governative contrastano palesemente con il dettato costituzionale, il Presidente della Repubblica ha non soltanto il diritto, ma il dovere di intervenire. Quando il riferimento è ad un articolo della Costituzione sembra utile per una migliore comprensione fare riferimento alle conoscenze e alle motivazioni che stanno a fondamento di quell’articolo. Ad esempio, non pochi Costituenti erano stati costretti all’esilio dal fascismo. Insieme a loro molti oppositori avevano avuto vita grama nei paesi che li ospitarono. Il riconoscimento, sancito nell’art. 10, del diritto d’asilo politico, è la logica conseguenza di esperienze di vita vissuta nonché di una visione del mondo ispirata a giustizia e solidarietà.

    Il Presidente della Repubblica non è un freno e un contrappeso costituzionale al governo, a nessun governo di qualsiasi composizione. Sono, comunque, governi da considerare legittimi in quanto espressione di una maggioranza parlamentare scaturita dalle elezioni, governi il cui capo ha lui stesso nominato e i cui ministri ha approvato. Nella misura in cui si sente costretto a intervenire il Presidente lo fa in nome della Costituzione non per favorire qualsivoglia opposizione. È sufficiente ricordare il sostegno esplicito agli aiuti alla “martoriata” (l’aggettivo più frequentemente usato dal Papa) Ucraina. Con l’art. 11 i Costituenti, ancora una volta per esperienze personali e per maturata concezione del mondo, ripudiarono le guerre “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, accettando la partecipazione italiana ad azioni coordinate che conducano alla pace e alla giustizia.

     Non mi pare necessario procedere a calcolare tutte le volte che gli oppositori dell’attuale governo hanno espresso posizioni contrarie a quelle, pienamente in linea con la Costituzione, argomentate e sostenute da Mattarella. Mi limito a sottolineare con forza che non si deve fare uso della Costituzione italiana à la carte, prendendo quel che piace e manipolando quel che va contro le proprie preferenze politiche. Il Presidente, instancabile predicatore costituzionale, ricorda a smemorati, opportunisti e manipolatori che le loro posizioni sono semplicemente sbagliate.

La riforma del cosiddetto premierato toglierebbe al Presidente della Repubblica i suoi due poteri costituzionali più importanti: nomina del Presidente del Consiglio e scioglimento o no del Parlamento. Rimarranno sulla carta, totalmente svuotati di sostanza. Quanto questo svuotamento inciderebbe sul ruolo complessivo del Presidente è un quesito tanto legittimo quanto rilevante. Appare molto improbabile, persino a prescindere dalle sue qualità personali e competenze, fattore comunque da non sottovalutare, che un Presidente fortemente ridimensionato, disarmato, riuscirebbe a diventare e rimanere un convincente predicatore costituzionale, protagonista della vita della Repubblica. Memento.

Pubblicato il 18 dicembre 2024 su Domani

INVITO La democrazia alla prova – giornate di studi @pandorarivista #14dicembre ore 17 #Bologna

Sabato 14 dicembre ore 17
Teatro del DamsLab
Piazzetta Pasolini 5/B
Bologna

Ingresso libero

Gianfranco Pasquino dialogherà con Nadia Urbinati e Luca Verzichelli.

Evento nell’ambito di una due giorni di studi su trasformazioni, sfide teoriche e scenari globali del presente

Cosa vuole Conte, il “progressista” ancora riluttante @DomaniGiornale

Che siano alquanto meno o poco più del 10 per cento i voti degli elettori del “nuovo” partito, si può dire?, delle 5 Stelle saranno indispensabili a qualsiasi aggregazione elettorale e politica che voglia essere competitiva e davvero alternativa al centro-destra. Chiamato direttamente in causa, ma la domanda non c’era nella deliberazione fra gli iscritti conclusa domenica, Giuseppe Conte si è dichiarato “progressista indipendente”. Via all’esegesi. Che progressista si contrapponga a conservatore non ci piove. Che, chiaramente, l’attuale governo oscilli tra dure politiche conservatrici e irrefrenabili pulsioni reazionarie è difficile metterlo in dubbio (anche se non mancheranno i buoni samaritani “di sinistra” che si affretteranno a puntualizzare diversamente, qualunquemente). Che, infine, il significato specifico e i contenuti concreti sia del progressismo sia dell’indipendenza meritino precisazioni non solo professorali (tutte nelle mie corde!), ma in special modo politiche è il problema da risolvere. Bisogna farlo, primo, non lasciandolo soltanto a Conte; secondo, sapendo a quali interlocutori ci si vuole rivolgere.

   Gli interlocutori sono almeno due: primo, dirigenti, attivisti e elettori che si collocano nel, lo debbo proprio dire, “campo” progressista, e, secondo, quei molti elettori che si collocano nel campo, da qualche tempo molto affollato, astensionista. Può ben darsi che gli elettori astensionisti, un bell’ossimoro, siano già stati nel recentissimo passato elettori del Movimento 5 Stelle più per l’opportunità della protesta che per l’attrattività della proposta. Invece di andare a caccia degli elettori che da qualche tempo convergono sul Partito Democratico, Conte dovrebbe tentare il recupero di molti di quegli astensionisti.

La posta in gioco è il prossimo governo, la proposta è il rilancio di alcune politiche dei 5 Stelle sia economiche, la povertà è tutt’altro che abolita, sia politiche, è molto utile ripetere “onestà onestà onestà”, meglio se con una declinazione non populista (popolo immacolato contro elite corrotte) sia istituzionali. Aperta la scatoletta parlamentare del tonno, come rivederne poteri e compiti in sé e nei confronti del governo che, consenziente la sua maggioranza, svilisce le attività di controllo e di rappresentanza che caratterizzano i parlamenti migliori, può diventare un contributo in grado di acquisire visibilità e consenso.

   Qualcuno suppone e teme che l’obiettivo dell’indipendenza del Conte progressista sia quello di tornare a fare il Presidente del Consiglio. Competition is competition: l’obiettivo è legittimo, ma in discussione sono le modalità con le quali perseguirlo e, ancor di più, conseguirlo. Con qualche mugugno nel centro-destra si è addivenuti al criterio del “chi ottiene più voti”. In democrazia, in tutte le democrazie parlamentari è il criterio meno controverso, sostanzialmente applicato quasi senza eccezioni e, quel che più conta, maggiormente apprezzato dagli elettori. Comunque, Conte può perseverare nella sua ambizione nutrendola non soltanto con proposte programmatiche originali, indipendenti, ma con la strutturazione del nuovo partito sul territorio. L’abolizione del limite dei due soli mandati elettivi è forse stata sottovalutata nei suoi effetti, ma non da Grillo. Il “creatore” del Movimento vi si è frontalmente opposto perché in assenza di limiti alla rielezione in tempi relativamente brevi si andrebbe formando un gruppo dirigente esperto e competente sul quale lui non avrebbe avuto più nessun controllo. Comunque, ci sarà molto da studiare, imparare, fare. Conteranno le capacità di reclutamento a livello locale prima che nazionale e i criteri di selezione, ma la strada è aperta. Non importa quanto indipendente, il progressista deve cercare di percorrerla con il maggior numero di amici e alleati leali.  

Pubblicato il 11 dicembre 2024 su Domani

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Professor Pasquino, ieri la segretaria dem Schlein da Pomigliano si è espressa su Stellantis chiedendo a Elkann di essere audito in Parlamento, Conte e Calenda lo avevano già fatto. La sinistra sta tornando tra gli operai?

Già il fatto che si parli di ritorno è preoccupante perché vuol dire che si erano dimenticati degli operai da molto tempo. Davanti alle fabbriche dovrebbero starci in primis i sindacati, altroché che chiamare alla rivolta sociale. Per quanto riguarda Conte, lui va tra gli operai per cercare di ottenere un minimo di consenso soffiando sulle proteste, mentre Schlein dovrebbe avere contatti più frequenti e organizzati. Dovrebbero esistere figure nel partito che curano questi rapporti, perché farsi vedere davanti ai cancelli ogni tanto non serve a granché.

Pensa che i recenti attacchi di Conte al Pd derivino dal fatto che, vista la faida interna con Grillo, l’ex presidente del Consiglio si senta un po’ un leone ferito?

Chiamare Conte leone mi pare eccessivo … Il leader M5S rilascia dichiarazioni, ma non c’è alcuna sostanza nelle sue frasi. Dice che è progressista ma non di sinistra ma non c’è progresso se non si sta a sinistra, visto che la destra è solitamente conservazione. Conservazione anche di cose buone, per carità, ma il progresso sta a sinistra, nel tentativo di cambiare le cose. Se dice che non è a sinistra allora non è neanche progressista. Dopodiché Conte interpreta un elettorato che in parte è progressista ma non tutto, perché una parte è qualunquista e anzi il M5S nasce proprio con questa chiave del no a tutto. Tanto che oggi la guerra con Grillo è proprio sull’anima del Movimento, su quel che il M5S deve essere. Se si abolisce il limite dei due mandati si apre a una nuova classe politica rispetto a quella del primo M5S. Ma ricordiamoci che il 5-6 per cento dei voti è necessario a qualsiasi coalizione di centrosinistra se vuole vincere.

Un’eventuale scissione di Grillo creerebbe danni a Conte?

Diciamo che porterebbe all’indebolimento di entrambi. Anche perché non è che se Grillo fa la scissione allora riporta il M5S al 20-25 per cento. Anzi. Ma il partito di Conte perderebbe molti attivisti. Sarebbe la fine dell’illusione che si potesse tenere sulla corda quel 30% di elettori portandoli su alleanze varie, prima con la Lega e poi con il Pd, sempre al traino di Conte che non essendo né carne né pesce va bene per tutto. Ma è appunto un’illusione che dura un mandato, perché poi rivela tutti i suoi limiti.

Dunque Conte non dovrebbe temere il voto di questi giorni?

Stiamo dando a Grillo, Conte e il M5S un’importanza che non ha. Si tratta di un partito del 10% che forse perderà ancora voti. Grillo forse cercherà di ostacolare Conte ma non sappiamo nemmeno se ce la farà. Lo stesso Conte sta perdendo visibilità e non tornerà mai al governo, perché non può fare il presidente del Consiglio se è a capo di un partito con meno del 10%. Insomma, lasciamoli lacerare al loro interno, poi con quel che resterà torneremo al dialogo.

Chi sta invece incrementando i propri consensi è Avs: i voti di Fratoianni e Bonelli arrivano da quelli in uscita dai Cinque Stelle?

Credo che quelli che hanno votato 5S e che non lo votano più siano elettori fondamentale astensionisti. E che sarebbero stati astensionisti già nel 2013 senza i Cinque Stelle. La crescita dell’astensionismo è data da quel tipo di elettori, che sono prevalentemente giovani. Una parte di loro forse sono interessati all’ambiente o in cerca di lavoro e quindi Fratoianni e Bonelli li raggiungono, ma anche in questo caso non esagererei troppo visto che hanno comunque il 6-7%. Ma qualcosa di utile si sta vedendo.

C’è poi l’incognita della gamba moderata della coalizione: crede che anch’essa sia necessaria per la vittoria, a prescindere da Renzi e Calenda?

Anche quella serve, ma non so come si riesca a prescindere da Calenda e Renzi. In qualche modo bisogna convincerli a fare un tipo di campagna elettore e di politica che permetta di raggiungere un elettorato centrista. Ma se il loro scopo fosse quello di strappare voti al Pd, allora la sconfitta sarebbe di tutti. Devono trovare elettori moderati che però pensano che il paese debba cambiare e portarli nell’ambito del centrosinistra.

Dunque con l’obiettivo di togliere voti a Forza Italia e non al Pd …

Non solo non devono togliere voti al Pd ma non devono nemmeno criticare in maniera ossessiva le scelte del Pd. Devono delineare un’alternativa dicendo cosa farebbero loro, che tipo di visione hanno e soprattutto devono dichiararsi sostanzialmente europeisti, compreso Renzi che ultimamente ha criticato e non poco l’Europa e Ursula von der Leyen, e convincere quella parte di elettori che oggi votano Fi.

Venendo al Pd, crede che l’exploit del partito alle Regionali sia il segnale di un ritorno a un centrosinistra pigliatutto dei tempi di Renzi e Prodi?

Né l’uno né l’altro. Con Prodi l’elemento trainante era il leader stesso. I Comitati per l’Italia erano stati la grande innovazione che gli permisero di raggiungere settori della società civile importanti numericamente e per quello che rappresentavano. Nel 2014 l’elettorato aveva colto in Renzi, giustamente, la novità ma erano Europee e il Pd è da sempre considerato il partito italiano più europeista. Schlein deve tornare all’idea che il partito deve esser davvero presente nel territorio e quindi dire basta alle candidature paracadute e invece dirsi favorevole alle primarie, verso le quali resta diffidente. Insomma, non vedo ancora quel tentativo di strutturazione vera del partito.

Cosa manca perché si arrivi a quella fase?

Manca una cultura politica, se le chiedessi qual è la cultura politica del Pd non saprebbe rispondermi. E neanche gli italiani. Il Pd oggi è una cosa che sta lì grosso modo nel centrosinistra con qualche visione progressista ad esempio sul salario minimo e sulla sanità che condivido ma non saprei aggiungere altro se non l’europeismo. Quest’ultimo tuttavia con importanti cadute di stile come Strada e Tarquinio, impresentabili.

Pensa che proprio la politica estera potrebbe essere lo scoglio più alto per un futuro centrosinistra di governo?

Sul tema non capisco l’opportunismo di Schlein. Due punti a me sono chiari e sono quelli che mi distanziano profondamente dal Pd. Il primo è che si tratta di un’aggressione russa all’Ucraina, il secondo è che si tratta di un’aggressione di un regime a uno stato democratico. Poi si può discutere di come sostenere Kiev ma se il Pd non capisce i due punti fondanti c’è un problema per il partito, per i suoi elettori e per i suoi rappresentanti. Prima ancora che con gli alleati internazionali.

Pubblicato il 7 dicembre 2024 su Il Dubbio

Democrazie e crisi delle istituzioni #Intervista a Gianfranco Pasquino @RadioRadicale

ASCOLTA ► https://www.radioradicale.it/scheda/746133

“Democrazie e crisi delle istituzioni. Intervista a Gianfranco Pasquino” realizzata da Antonello De Fortuna con Gianfranco Pasquino (professore emerito di Scienza Politica all’Alma Mater Studiorum di Bologna).

Gianfranco Pasquino parla della crisi delle istituzioni in Francia e dello stato di salute delle democrazie europee.
Nel corso dell’intervista Pasquino analizza anche il momento del Movimento Cinquestelle.

Nel corso dell’intervista sono stati trattati i seguenti temi: Astensionismo, Barnier, Cittadinanza, Consultazioni, Conte, Democrazia, Elezioni, Esteri, Francia, Governo, Grillo, Le Pen, Legge Elettorale, Macron, Movimento 5 Stelle, Partiti, Politica, Presidenza Della Repubblica, Presidenziale, Voto.

Con gli scioperanti, oltre lo sciopero #ParadoXaforum

Da troppo tempo alcuni leader sindacali valutano l’esito di uno sciopero con riferimento esclusivo al numero/alla percentuale dei partecipanti, degli scioperanti. Spesso, con qualsiasi governo, la Confindustria sembra preferire il silenzio, ne segue una guerra di cifre, più o meno affidabili che l’opinione pubblica non è mai in grado di valutare. Purtroppo, a quello che so, nessuno va a vedere e dice se l’obiettivo dello sciopero è stato effettivamente, in tutto o in quanta parte, conseguito. Si è impedita la chiusura di una fabbrica? è stato revocato il licenziamento di uno o più lavoratori? sono migliorate le condizioni e i tempi di lavoro? è ripartita la contrattazione sui salari? infine, con riferimento al più recente sciopero generale, saliranno adesso i salari italiani tristemente e pericolosamente collocati fra i più bassi degli Stati membri dell’Unione Europea?

   La mia domanda di fondo è: “quando lo sciopero è il migliore e il più efficace strumento di lotta dei lavoratori?” Nessun retropensiero, ritengo che sia necessario cercare e trovare al più presto strumenti nuovi che i lavoratori dipendenti e i loro rappresentanti sindacali riescano ad usare flessibilmente con probabilità di maggior successo. Non intendo ledere nessuna suscettibile maestà di leader sindacali dallo stentoreo ego, subito difesi da qualche commentatrice che ha a cuore, “com’è buona lei!”, la causa di chi è condizioni di debolezza relativa e che neppure si interroga su eventuali alternative. Il conflitto è e rimane, come sanno soprattutto i liberali-liberali, la fonte principale dell’innovazione.

Il fatto che la CISL non abbia sentito il bisogno di partecipare a molti degli scioperi recenti, indetti congiuntamente da CGIL e UIL, compreso lo sciopero generale, non turba nessun sogno dei corifei di Landini&Co. Anzi, schierarsi con le posizioni e le esternazioni del segretario generale della CGIL viene considerato decisivo anche poiché è segno di opposizione (rivolta sociale, sic, contro) ad un governo in odore, e forse più, di fascismo.

   Fermo restando che, personalmente, non ho neanche il minimo dubbio che tutti gli scioperi sono legittimi, semmai da criticare in casi di violenza e distruzioni, e che so che specialmente lo sciopero generale è politico nel senso migliore del termine contrapponendosi alla politica del governo, i miei due interrogativi di fondo rimangono: quando e come lo sciopero è ancora efficace e serve davvero a migliorare le condizioni dei lavoratori? oltre che auspicabile, non è anche venuto il tempo di procedere a trovare modalità alternative di lotta che, in aggiunta ad un maggior coinvolgimento dell’opinione pubblica, giovino al sistema economico e politico? Non sarebbe questo il ritorno del sindacato a svolgere quella funzione nazionale tenacemente argomentata dai dirigenti sindacali italiani negli anni cinquanta e seguenti e allora svolta con notevole successo?

Pubblicato il 5 dicembre 2024 su PARADOXAforum

INVITO I media e la politica al tempo del sovranismo Presentazione Fuori di testa. Errori e Orrori di politici e comunicatori @PaesiEdizoni #Roma LA NUVOLA (EUR) #7dicembre Più libri più liberi

7 Dicembre ore 13.30
Sala Venere

I media e la politica al tempo del sovranismo

Presentazione di

Fuori di testa
Errori e Orrori di politici e comunicatori

di Gianfranco Pasquino

Intervengono l’autore, Piero Sansonetti e Aldo Torchiaro

A cura di Paesi Edizioni