Il premierato inesistente. Audizione presso la I Commissione Affari costituzionali della Camera #NOMOS n. 2/2024
Nomos. Le attualità nel diritto – n. 2/2024
Il dibattito costituzionale: le audizioni sul premierato.
Gianfranco Pasquino
Il premierato inesistente
Audizione presso la I Commissione Affari costituzionali della Camera nell’ambito dell’esame dei progetti di legge C. 1354 cost. Boschi e C. 1921 cost. Governo del 18 luglio 2024
Il vero problema del M5S è Conte, Schlein punti sull’Ue #Intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna e in libreria da poco con il suo Fuori di testa. Errori e orrori di comunicatori e politici, spiega che Conte è un problema per il M5S e che il lavoro è uno dei pochi temi che unisce il campo largo.
Professor Pasquino, l’unità delle opposizioni in piazza ieri con i metalmeccanici significa che il campo largo passa anche dai temi del lavoro?
Il lavoro è l’unico tema sul quale hanno già trovato un accordo, a cominciare dal salario minimo garantito. Certo è un tema che si può utilizzare ma da solo non basta a creare il campo largo: pone le premesse, ma rimane molta strada da fare.
Una strada che passa anche per la difesa della sanità pubblica?
Più che la difesa della sanità pubblica si dovrebbe proporre una sanità pubblica migliore, più concreta e più efficiente che preveda investimenti di breve periodo per rinnovare l’apparato e di lungo periodo perché ci si è resi conto che i medici sono necessari e quindi bisogna riformare i test d’ingresso, preparare più personale e più infermieri. Anche su questo terreno la sinistra potrebbe trovare un accordo.
Sull’immigrazione invece Pd e centristi spingono molto, meno il M5S visti anche i trascorsi con i vari decreti Sicurezza. Su questo tema potrebbero esserci dei problemi?
Potrebbero essercene e potrebbero anche essere in qualche modo esaltati ricordando a tutti che l’immigrazione non la risolve alcun paese europeo da solo. Serve una soluzione che sia effettivamente europea e che sia rispettata in tutti i paesi. Una soluzione per la quale bisogna superare i veti dei sovranisti e poi tradurla in concreto anche in Italia.
Politicamente quanto sono importanti le prossime Regionali per il futuro del centrosinistra?
L’alleanza deve essere costruita di volta in volta, in una regione se ci sono le Regionali, nei comuni se ci sono le Comunali. Nella speranza che creandola si crei anche uno strumento attrattivo per quegli elettori che non votano più. Bisogna anche vedere se si creano delle leadership delle quali gli elettori si fidino. Per tutti questi motivi le prossime Regionali sono molto importanti. Vedremo come va in Liguria, ma tutte queste tappe sono decisive perché si possono anche offuscare le differenze, mettendo ad esempio Renzi all’interno di una lista civica a sostegno di una candidato governatore, come in Emilia- Romagna. Ma bisogna esserci tutti e questo significa che ciascuno deve rinunciare a qualcosa.
Renzi ha rinunciato al simbolo, a cosa dovrebbe rinunciare il M5S?
Il problema principale del M5S è Conte. Il quale crede di poter tornare a fare il capo del governo mentre le cifre e le percentua-li sono chiare. Se mai l’alleanza del centrosinistra riuscirà ad avere abbastanza voti il premier deve essere espressione del partito più grande ed è molto difficile che il M5S superi il Pd. Deve prendere atto che è il secondo e rassegnarsi ai posti di potere che spettano al secondo.
Una sconfitta in Liguria sarebbe un duro colpo per il Pd, dopo la vicenda giudiziaria che ha coinvolto Toti?
La Liguria è diventata importantissima perché se dovesse venire meno il sostegno di coloro che valutano negativamente quello che Toti ha fatto ciò implicherebbe un colpo di arresto non solo alle opinioni ma alle preferenze e alle speranze del centrosinistra.
Molti criticano la scelta di candidare Orlando: che ne pensa?
Orlando è spezzino e ha una storia politica ligure anche abbastanza lunga. È uomo capace ed è stato anche un buon ministro quindi credo sia il candidato migliore in queste circostanze. Non credo sarebbe una sua sconfitta ma di chi non riuscisse a trovare voti aggiuntivi che di solito vengono dagli astenuti.
Abbiamo parlato dei motivi che uniscono il campo largo: da dove potrebbero arrivare invece i problemi?
Beh, la politica estera potrebbe essere un problema ma dopo aver vinto la campagna elettorale, che certamente non sarà condotta su quello, visto che non p nemmeno una priorità per gli elettori. Schlein dovrebbe invece impostare il discorso sulla politica europea, terreno sul quale Conte è ambiguo e debole. Poi certo non si può guidare l’Italia con una politica estera zoppicante, basti pensare all’Ucraina e al futuro del Medio Oriente, oltre che di Israele.
Dopo le Europee Schlein si goduta un partito in salute: è ancora così?
Nel Pd vedo dei problemi che ci sono ma che riguardano il partito solo di riflesso. Nel bene, che è parecchio, e nel male, che comunque c’è, il Pd rappresenta un elettorato diviso su alcune questioni a partire dalla guerra, sia nel sostegno all’Ucraina sia nel sostegno a Israele. Schlein ha accettato di barcamenarsi e secondo me si è spinta un po’ troppo a favore di coloro che dicono basta a Zelensky e che criticano Israele. Ma la capisco, perché non può lasciare campo aperto a Conte che su entrambe le tematiche è su posizioni ben distanti da quelle del Pd.
Pubblicato il 20 ottobre 2024 su Il Dubbio

VIDEO Conferencia Magistral del Dr. Gianfranco Pasquino sobre Teoría Política, el legado de Bobbio y Sartori #UAGRM
La manovra non è solo numeri: per il futuro serve una vera strategia @DomaniGiornale

Dalle democrazie parlamentari anglosassoni, non dal presidenzialismo USA che è tutta un’altra non raccomandabile storia, è facile imparare che la legge finanziaria è l’atto più importante di qualsiasi governo. Dunque, non soltanto i governanti debbono scriver(se)la, ma hanno piena facoltà di far(se)la approvare dalla loro maggioranza parlamentare. La finanziaria è, ovviamente, soprattutto un documento economico con i numeri che contano, ma anche che, a saperli interrogare, raccontano molte storie. Anzitutto, c’è la storia delle modalità con le quali i vari governi hanno affrontato le esigenze dei loro concittadini, meglio se loro elettori. Del come hanno reagito alle urgenze, alle sfide. Del modo come hanno quantomeno cercato di tradurre le loro preferenze in politiche pubbliche.
Nella finanziaria i migliori fra i governi esprimono e articolano una filosofia, una visione di lungo periodo. Quando appare probabile che quella compagine di governo abbia la prospettiva di durare nel tempo, è lecito attendere e pretendere che gli interventi che riguardano l’economia, la società e la cultura esprimano con sufficiente chiarezza l’dea di nazione che quella compagine ha. Dalla terza finanziaria del governo Meloni sarebbe/è pertanto lecito aspettarsi qualcosa di più di soliti e stucchevoli riferimenti ai sacrifici, ovviamente, “per tutti” (magari graduati a seconda di chi più ha e che spesso neanche si accorgerà di un eventuale “sacrificio”), delle critiche al passato dei governi della parte politica opposta, degli scaricabarile e degli alibi: “ce lo chiede l’Europa”.
Al Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti non è possibile concedere di essere cattivo, come ha annunciato, se non spiega con chi, perché e in che modo vorrà e saprà esercitare la sua cattiveria. Sulla base dei precedenti, non gli riuscirà di fare granché, ma, soprattutto, questo è il punto da fermare, la sua cattiveria sarà episodica, marginale, non collegabile al disegno dell’Italia del futuro che il primo governo davvero e orgogliosamente di destra promette di costruire. Da un governo Meloni/Salvini/Tajani nessuno si aspetta l’indicazione di un’Italia sociale,” socialdemocratica” nella quale sacrifici e tagli riguardino quasi esclusivamente i settori già privilegiati. Con le parole del grande filosofo politico John Rawls, bisogna esigere che qualsiasi intervento non vada a scapito dei ceti inferiori, ma, al contrario, nei limiti del possibile, ne migliori le condizioni di vita e ne accresca le opportunità. Invece, anche la terza finanziaria di destra è un patchwork che mette insieme interventi disordinati senza un filo (né, comprensibilmente, rosso, né nero, né tricolore).
Le opposizioni hanno gioco facile a criticare ciascuno dei singoli provvedimenti, spesso indicando lo spostamento di risorse da un intervento ad un altro: dalla balorda gestione dell’immigrazione all’inadeguato finanziamento della sanità. Sono, tuttavia, colpevoli dello stesso difetto attribuibile alla maggioranza governativa. Le loro controproposte sono episodiche e non delineano quel tipo di società che vorrebbero costruire. Per stare nel discorso sulla necessità di convergenza e di coordinamento di un’area, di un campo (più) largo, ciascuna opposizione preferisce gioca nel suo campetto, con il suo pallone, persino con sue regole. Probabilmente, è già venuto il tempo di capire che una credibile alleanza che si candida al governo dovrebbe sfruttare l’opportunità della finanziaria elaborando un documento comune, una vera e propria finanziaria alternativa, lezione di metodo e di sostanza. Per la prossima volta, ma si può già cominciare subito.
Pubblicato il 16 ottobre 2024 su Domani
IL PREMIERATO DELLO STIVALE #LectioMagistralis #18ottobre #SanLazzaro #Bologna SCIENZA MEDICINA ISTITUZIONI POLITICA SOCIETÀ

SCIENZA MEDICINA ISTITUZIONI POLITICA SOCIETÀ Organizzazione di Volontariato, Attività n. 949950, R.U.N. Terzo Settore n. 464693, C. f. n. 91436240377, Sede legale: Agorà, via Jussi 102, San Lazzaro-Bologna www.smips.org https://www.facebook.com/groups/960878214738454
venerdì 18 ottobre 2024 ore 20.45
in presenza: Agorà, Via Jussi 102, San Lazzaro-Bologna
in diretta web: https://www.facebook.com/groups/960878214738454
IL PREMIERATO DELLO STIVALE
Lectio magistralis di
GIANFRANCO PASQUINO
professore emerito di Scienza Politica nell’Università di Bologna
Coordina: GIUSEPPE GILIBERTI
professore di Fondamenti del diritto europeo nell’Università di Urbino


“Fuori di testa” Il bestiario di Pasquino rivolto a politici e comunicatori @corrierebologna

Con Gianfranco Pasquino non si sta mai seduti comodamente sul divano della ragione. Non ci sarebbe bisogno di specificarlo, ma si tratta di un complimento per un intellettuale che ha avuto una brillantissima carriera senza mai tenersi i sassolini nelle scarpe. Che ha avuto incarichi prestigiosi (è professore emerito di Scienza Politica dell’Università di Bologna e socio dell’Accademia dei Lincei) ma senza mai rinunciare a dire i «sì» che voleva dire e i «no» che servivano, che erano necessari. In un mondo, come quello accademico, incentrato molto sulle relazioni non è una strada scontata da seguire. Dentro questo spartito si può leggere anche la sua ultima fatica letteraria «Fuori di testa» errori e orrori di politici e comunicatori scritto per paesi edizioni e che verrà presentato domani all’Ambasciatori alle ore 18. E naturalmente visto che lo spirito combattivo del Prof non si esaurisce mai, chi è stato invitato a presentare il libro? Comunicatori e politici. Tra gli altri ci saranno l’assessore regionale alla Cultura, Mauro Felicori e il senatore Marco Lombardo mentre a introdurre la serata sarà Marco Crisci di Geopolis.
Qualche tempo fa presentando il suo libro «Il lavoro intellettuale. Cos’è, come si fa, a cosa serve» edizioni Utet, il professor Pasquino disse che quello sarebbe stato il suo ultimo libro. Per fortuna era una bugia. E così è nato «Fuori di testa», un diario quotidiano in cui racconta le sue giornate bolognesi, le sue partecipazioni alle trasmissioni politiche in tv, i suoi editoriali per Domani, i suoi scritti, le sue letture, la presentazione dei suoi libri in giro per l’Italia, gli incontri con gli ex studenti, le discussioni al Mulino e all’Accademia dei Lincei, l’amore per il Torino e per la sua Virtus, i figli. C’è il suo consueto «scrivere contro» pronto con la matita rossa, soprattutto quando si parla di riforme costituzionali e della riforma del premierato voluta dalla premier Giorgia Meloni che, per usare un eufemismo, non convince il Prof. Gli strali di Pasquino sono rivolti contro politici e comunicatori accusati di superficialità e di molto altro. L’ultima puntata del diario è dedicata non a caso alla giornata di celebrazioni per l’Archiginnasio d’oro a Romano Prodi, al suo abbraccio immortalato dai fotografi con l’ex presidente del Consiglio, pagine che diventano l’occasione per una riflessione sulla sua città d’adozione, Bologna, sulle persone che hanno scelto di viverla e di viverci. Perché partendo dalla «dichiarazione d’affetto» per la città di Prodi che ne ricorda le sue tante eccellenze, l’autore del libro conclude che effettivamente «Bologna e i suoi cittadini, anche quelli acquisiti, hanno qualcosa in più».
Pubblicato il 6 ottobre sul Corriere di Bologna


Gianfranco Pasquino
Paesi Edizioni
Sono i governi a fare le leggi. E non è affatto uno scandalo @DomaniGiornale

Nel dibattito politico e istituzionale circolano da troppo tempo posizioni e affermazioni empiricamente prive di riscontri e teoricamente insostenibili che si traducono in proposte di riforma sbagliate. La prima riguarda il presunto compito principale del Parlamento: fare le leggi. Dovrebbe incuriosire che quasi dappertutto è chiamato Parlamento, molto raramente assemblea legislativa. Il fatto è che nelle democrazie parlamentari come, in ordine alfabetico, la Germania, la Gran Bretagna, l’Italia, la Norvegia, la Svezia e così via, fra l’80 e il 90 per cento delle leggi emanate sono di origine governativa. I governi “fanno” le leggi, ovvero le scrivono, e il ruolo, che rimane importante, del Parlamento consiste nel discuterle e emendarle, poi anche di valutarne l’attuazione. Se e quando il governo non è soddisfatto del testo uscito dalle Commissioni e in via d’approvazione da parte dell’aula, succede, ma molto raramente, può semplicemente addirittura ritirarlo.
Che sia il governo con il sostegno della sua maggioranza, e non il Parlamento, cioè i parlamentari a loro piacimento a fare le leggi è politicamente opportuno, persino necessario. I partiti, avendo vinto le elezioni, hanno ricevuto quanto di più simile possa essere a un mandato. In coalizioni multipartitiche l’eterogeneità è, entro (in)certi limiti, la norma. In parte, la soluzione balorda che ricompatta la maggioranza consiste nell’emanare decreti. La decretazione è la prova provata che le leggi le fa il governo, ma è anche la degenerazione dell’attività legislativa. Raramente i decreti hanno i requisiti costituzionali straordinari della necessità e dell’urgenza. Soprattutto, l’urgenza è spesso procurata dai ritardi, più o meno voluti, del governo e della sua maggioranza, dalla cattiva gestione dei tempi e dei modi, da mancati accordi. Ciò detto, rimane intollerabile. Pure già più volte intervenuti con critiche e indicazioni, sia il Presidente della Repubblica sia la Corte Costituzionale dovrebbero alzare il livello della loro severità ad esempio nella odiosa fattispecie dei decreti omnibus, per definizione esattamente il contrario dell’omogeneità. Sono diventati regali di Natale. Il peggio, però, è che con la micidiale tenaglia “decreto più voto di fiducia”, il governo toglie non solo alle opposizioni, ma alla sua stessa maggioranza la possibilità di discutere e emendare i suoi testi, consapevolmente e deliberatamente facendo dei parlamentari veri e propri passacarte, certamente violando i principi a fondamento di qualsiasi democrazia parlamentare.
Altra questione delicata sono le nomine che il governo può fare per un’ampia gamma di cariche. Legittimamente i governanti possono nominare anche parenti e amici ad una pluralità di cariche politiche, in particolare quelle ministeriali in senso lato che sono preposte all’attuazione del programma. Sono affari dei governanti se privilegiare la lealtà o la competenza, con la prima che può andare a scapito delle prestazioni e del rendimento del governo. Giudicheranno gli elettori. Molto diverso è il caso delle nomine che riguardano cariche definibili di garanzia: il Presidente della Repubblica e i giudici costituzionali. Non per caso i Costituenti hanno previsto maggioranze specifiche, almeno assolute, spesso qualificate. Non è affatto un incentivo al più o meno deprecabile consociativismo. Più semplicemente è l’invito tassativo alla ricerca di personalità di competenza e prestigio che trascendono la parte politica di provenienza. Anche in questo caso il Parlamento ha un ruolo rilevante da svolgere.
A coloro che ritengono che il Parlamento sia declinato perché non fa più le leggi può non bastare sapere che non le ha mai fatte e che, in una democrazia parlamentare è preferibile e inevitabile che sia così. Allora, bisogna evidenziare e sottolineare che, oltre a controllate tutte le attività del governo, il Parlamento ha due importantissimi compiti da svolgere. Primo, il Parlamento è luogo di confronto di governo e opposizione, di espressione delle preferenze e delle visioni di società, di progresso, di futuro, in qualche modo contribuendo alla formazione dell’opinione pubblica. Secondo, è la sede più elevata e insostituibile della rappresentanza politica dove gli eletti hanno la possibilità di agire secondo le aspettative, i bisogni e le speranze dei loro, ma non solo, elettori. Che la vigente legge elettorale sia tra le peggiori per dare rappresentanza politica e sociale minimamente soddisfacente è acclarato. Chi vuole un Parlamento migliore non deve preoccuparsi più di tanto della legislazione, ma della selezione dei rappresentanti, solo talvolta anche legislatori.
Pubblicato il 12 ottobre 2024 su Domani
INVITO #presentazione Il cammino della democrazia di Yves Mény @edizionimulino #11ottobre #Bologna

11 ottobre 2024 ore 16:30
Accademia delle Scienze | Sala Ulisse – via Zamboni 31 Bologna
Il cammino della democrazia
in occasione dell’uscita del libro di Yves Mény
Le vie della democrazia
Mulino 2024
introduzione e saluti:
LUIGI BOLONDI | PRESIDENTE DELL’ACCADEMIA DELLE SCIENZE DELL’ISTITUTO DI BOLOGNA
FRANCESCO VELLA | PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE IL MULINO
intervengono:
YVES MÉNY |AUTORE
ANGELO PANEBIANCO |UNIVERSITÀ DI BOLOGNA
GIANFRANCO PASQUINO | UNIVERSITÀ DI BOLOGN
L’incontro si svolgerà in presenza presso l’Accademia delle Scienze di Bologna in via Zamboni 31
oppure online tramite il link nella locandina
Gridare al lupo è stucchevole. Ma il rischio illiberale esiste @DomaniGiornale

Non sono persona che cede facilmente agli allarmismi. Non credo all’esistenza di una troppo sbandierata crisi della democrazia. I dati oramai ampiamente disponibili, provenienti da più fonti e da diverse agenzie di ricerca evidenziano che nessun sistema politico diventato democratico nel secondo dopoguerra ha perso la sua democrazia, con l’eccezione del Venezuela. Vedo, però, che fanno spesso la loro comparsa una pluralità di problemi di funzionamento, di maggiore o minore gravità, un po’ in tutte le democrazie contemporanee. Nessuno di quei problemi è insuperabile; nessuno ha portato al crollo del regime democratico. Tuttavia, in un (in)certo numero di casi, è facile constatare e comprovare che ne risulta ridotta la qualità di quelle specifiche democrazie. Dalla storia (sic) ho anche imparato che troppo spesso i democratici, politici e studiosi, hanno sottovalutato i problemi, si sono dimostrati troppo permissivi, non hanno reagito tempestivamente e con adeguato vigore. Proprio per tutte queste ragioni, ritengo opportuno non gridare “al lupo al lupo”, ma esplorare se esistano tracce dell’avvicinarsi del lupo qui in Italia.
Mi attenderei che questa esplorazione si giovasse in particolare del contributo degli studiosi, dei commentatori, dei politici che si definiscono liberali e che chiedono a tutti prove di liberalismo. Se viene colpito il principio fondamentale delle democrazie liberali che si chiama separazione delle istituzioni per cui a qualche istituzione si consente di invadere e occupare la sfera di autonomia delle altre, c’è un grosso rischio democratico. Nessun governo dovrebbe mai piegare il parlamento, assemblea nella quale ha la maggioranza, attraverso l’eccesso di decretazione d’urgenza per di più accompagnato dalla micidiale richiesta del voto di fiducia che non solo vanifica qualsiasi emendamento, ma impedisce la discussione sul merito. So che questa pratica ha radici profonde, mai adeguatamente recise. So anche che alcuni Presidenti della Repubblica e qualche sentenza della Corte Costituzionale hanno vanamente cercato rimedio. Però, constato che nei suoi due anni di vita il governo Meloni vi ha già fatto ricorso in maniera smodata, superiore a quella di tutti i suoi predecessori. Aggiungo che non è compito del parlamento “fare” le leggi, ma controllare, emendare, migliorare le leggi del governo, tutto questo reso impossibile dalla tagliola “decreto più voto di fiducia”.
Cinque giudici costituzionali sono eletti dal parlamento, che, ancora una volta, può significare, senza scandalo alcuno, dalla maggioranza parlamentare. Il discorso diventa inevitabilmente valutativo ovvero incentrato sul curriculum e sulla competenza delle candidature. Il solo pensare di eleggere chi ha avuto il ruolo fondamentale nella stesura di un disegno di legge costituzionale sul quale molto probabilissimamente vi sarà una richiesta di referendum per “proteggerlo”, mi pare riprovevole. Gli inglesi affermerebbero “it’s simply not done”. Poiché lampante è il conflitto di interessi, semplicemente non s’ha da fare. Ricordo anche che il premierato, “madre di tutte le riforme”, espressione di Giorgia Meloni sulla quale meditare, ridimensiona significativamente i poteri del Presidente della Repubblica di agire come “freno e contrappeso”, compito cruciale nell’ottica liberale, all’esercizio del potere di governo.
Nelle democrazie da tempo esiste un quarto potere, in senso lato, i mass media. Attraverso di loro, i cittadini si informano e, in generale, ma anche di volta in volta, nasce, si manifesta, opera l’opinione pubblica. Governi che querelano giornali e giornalisti, che li intimidiscono, come più volte fatto dal governo Meloni, mirano a rendere più difficoltosa la formazione di un’opinione pubblica adeguatamente informata. Ancora peggio, naturalmente, quando la maggioranza governativa va ad occupare armi e bagagli l’azienda RAI che in quanto pubblica dovrebbe offrire informazione imparziale e pluralista. Ho segnalato quello che, a mio parere, è l’inizio di un percorso illiberale. Può certamente essere rallentato e addirittura fermato anche grazie ai liberali coerenti. Così, sperabilmente, sia.
Pubblicato il 9 ottobre 2024 su Domani


