La presidente e la svolta che serve per rilanciare l’Ue @DomaniGiornale

L’Unione Europea è una costruzione complessa fatta da (di) ventisette Stati nazionali, “obsoleti, ma ostinati” (copyright quel grande studioso che fu Stanley Hoffmann), con interessi diversi, talvolta divergenti, che, anche se qualche capo di governo se lo dimentica presuntuosamente, hanno di loro stessa volontà rinunciato a parti della loro sovranità nazionale. Non l’hanno perduta quella sovranità. L’hanno spostata a livello europeo e la condividono con tutta la necessità di procedere ad accordi su quali materie, con quali modalità, in quali tempi esercitarla. Nel corso del tempo l’Unione Europea è cresciuta costantemente, ha aumentato le proprie competenze, ha allargato la sua membership. Non sono pochi gli Stati attualmente candidati che riconoscono o quantomeno sperano che il loro ingresso nella UE porterà loro maggiore sicurezza, maggiore prosperità (è sempre stato così), maggiore libertà. Già, proprio così, infatti, la UE è da tempo il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo.

Come tutti i sistemi politici democratici, l’Unione Europea deve affrontare sfide e risolvere problemi. Ha superato la crisi economica del 2008-2009 che veniva da oltreoceano. Mettendo insieme risorse e saperi ha anche debellato il Covid venuto dalla Cina. Oggi, la sfida più difficile è quella epocale della migrazione di milioni di persone dall’Africa, dal Medio-Oriente, dall’Asia, che fanno un grande omaggio all’Europa. Qui, vogliono venire a vivere e lavorare; qui vogliono fare crescere i loro figli; qui sanno di trovare opportunità. Certo, come il Rapporto di Enrico Letta sul futuro del Mercato Unico e il Rapporto Draghi sulla competitività hanno convincentemente sottolineato c’è molto da fare.

Non esiste un vero e proprio governo europeo. Il ruolo viene svolto congiuntamente, ma non senza tensioni, spesso anche produttive, dal Consiglio dei capi di governo e dalla Commissione Europea. Faremmo molto male, però, a sottovalutare quanto possono fare e effettivamente fanno i parlamentari europei. Oggi (e domani e dopodomani) il giorno dell’inaugurazione della nuova Commissione è particolarmente opportuno interrogarsi sulla sua composizione e sulle sue capacità di esprimere la guida del cambiamento.

La domanda chi ha vinto/chi ha perso con la nomina dei singoli Commissari mi pare riduttiva e inadeguata a rendere conto di quel che è successo e a riflettere sul futuro. Certamente, però, Ursula von der Leyen può vantare una pluralità di successi. Ha ottenuto di essere rinominata. È riuscita a conseguire un notevole riequilibrio di genere nella composizione della squadra. Senza cedere alle malposte rivendicazioni di Giorgia Meloni, ha abilmente smussato le tensioni con l’Italia, “grande paese fondatore, etc etc”, al cui governo, però, c’è chi non sa e non può celare amicizie e pulsioni sovraniste.

Adesso, da un lato, toccherà al Commissario italiano Raffaele Fitto fugare alcune di quelle pulsioni nelle esigenti audizioni parlamentari. Dall’altro, la stessa von der Leyen dovrà formulare sintesi molto più avanzate di quelle che non ha saputo produrre nel suo primo mandato. Se i politici veri hanno lo sguardo lungo alla Presidente si presenta la straordinaria opportunità di cinque anni per effettuare le svolte ambientali, di competitività, di politica estera e difesa e di nuove procedure decisionali (eliminazione dell’unanimità) in grado di proiettare l’Unione ad uno stadio di integrazione ancora più elevato. I commentatori di sventure volano basso e vedono poco e corto. Letta e Draghi hanno indicato la strada dell’approfondimento. Von der Leyen hic salta.

Pubblicato il 17 settembre 2024 su Domani

La Costituzione: rivoluzione promessa Lectio Magistralis Di Gianfranco Pasquino #20settembre #Matera @LaScaletta1959

20 settembre ore 9.30
Auditorium R. Gervasio
Matera

“La Costituzione: rivoluzione promessa”. E’ questo il tema della lectio magistralis che il professor Gianfranco Pasquino, terrà venerdì 20 settembre 2024 alle ore 9.30 nell’auditorium “R. Gervasio” di Matera.

Allievo di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, Pasquino è professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, a lungo editorialista per Il Sole 24 Ore, la Repubblica e l’Unità.

Il seminario, realizzato in collaborazione con il Comune di Matera, si propone di esaminare, nella giornata che precede le celebrazioni dell’insurrezione della città di Matera contro l’occupazione nazista, la modernità di una Carta Costituzionale che contiene in sé principi, ideali e valori che devono essere meglio compresi ed attuati.

La lectio magistralis del prof Pasquino si inserisce nel solco delle iniziative di Democrazia e Futuro il progetto organizzato dal Circolo La Scaletta e coordinato da Brunella Carriero e Nicola Savino, che ha lo scopo di accendere i riflettori sulle sfide che la democrazia sta affrontando nel XXI secolo, in un momento storico in cui i modelli democratici sono messi a dura prova da crisi economiche, disuguaglianze crescenti e nuove forme di autoritarismo.

Obiettivo centrale di Democrazia e Futuro è la partecipazione delle giovani generazioni. In un’epoca di crescente disillusione nei confronti della politica tradizionale, è fondamentale coinvolgere i giovani nei processi democratici, evidenziando l’importanza dell’educazione civica e della promozione di spazi di dialogo che possano dare voce ai più giovani.

“L’evento rappresenta la prosecuzione e, nel contempo, l’avvio di un nuovo percorso di approfondimento del progetto Democrazia e Futuro – sottolinea il Presidente del Circolo La ScalettaFranco Di Pede – e vedrà la partecipazione di oltre 400 studenti del quarto e del quinto anno di istituti di istruzione superiore della città. Nel corso delle sue edizioni, la rassegna ha coinvolto intellettuali, politici, giornalisti, esperti di varie discipline e cittadini, ponendo in rilievo la necessità di riflettere sul concetto stesso di democrazia. Il Circolo Culturale La Scaletta, con una storia ormai sessantennale alle spalle, ha sempre avuto un ruolo attivo nella promozione di dibattiti culturali e politici, con un’attenzione particolare alle questioni della partecipazione civile e della democrazia”.

“Con le parole di Calamandrei – sottolinea Brunella Carriero che introdurrà il seminario – la Costituzione è una specie di promessa rivoluzione nella legalità, in cambio di quella rivoluzione mancata che la Resistenza non riuscì a produrre. I giovanissimi ospiti – continua Brunella Carriero – sono fiaccole da accendere, nella via delle libertà, dei diritti e dei doveri consacrati nella Legge delle Leggi che è la Carta Costituzionale; gli studenti dialogheranno con l’illustre ospite, ma non solo: si esibiranno in brani musicali e forniranno un servizio di digital tv per diffondere l’iniziativa”.

Draghi, Letta e una lezione di europeismo alla Spinelli @DomaniGiornale

Forse è più che una felice coincidenza che gli autori dei due rapporti che aprono il quinquennio del nuovo Parlamento europeo, sul Mercato Unico e sul Futuro della competitività europea, siano stati scritti da due italiani, rispettivamente, Enrico Letta e Mario Draghi. Oltre alle personali prestigiose carriere professionali, Letta e Draghi sono anche stati Presidenti del Consiglio avendo, dunque, accesso alle più alte sedi decisionali dell’Unione Europea. Certamente non è un caso che i loro rapporti convergano sul punto più rilevante per il presente e, in special modo, per il futuro: maggiore coordinamento maggiore condivisione. I problemi dell’Unione Europea si debbono affrontare e si possono risolvere con “una unione più stretta” (uso parole che vengono da Altiero Spinelli che è all’origine di questa Europa).

Indicando il futuro possibile, ma difficile, entrambi i Rapporti suggeriscono, ovviamente, con le differenze che derivano dai compiti a cui dovevano rispondere, che tocca alla politica e alle istituzioni europee prendere le decisioni opportune. Poiché si tratta di decisioni di enorme importanza è ai vertici dell’Unione che bisogna rivolgere lo sguardo e chiedere se, come, quanto siano consapevoli, adeguati e disponibili. Finora la dicotomia europeisti/sovranisti, anche se schematica, è stata sufficientemente chiara per rendere conto della diversità delle posizioni, delle aspettative, dei comportamenti.  Naturalmente, era anche possibile scorgere alcune, non marginali, contraddizioni in entrambi i campi. Più facile coglierle fra i sovranisti, in particolare fra coloro che vogliono strappare, chiedo scusa, riappropriarsi di alcune competenze per le quali, poi, non dispongono degli strumenti per esercitarle. La sfida dei sovranisti agli europeisti finora ha fatto leva su sentimenti e risentimenti, sulla reviviscenza di identità nazionali, su qualche egoismo particolaristico. Con eleganza il Rapporto Draghi non sfiora neppure uno di questi elementi. L’analisi, la sfida, le soluzioni sono tutte improntate all’europeismo e dirette agli europeisti.

Per sentirsi dalla parte giusta per troppo tempo a troppi europeisti, anche a quelli italiani, sembrava sufficiente segnalare con un’alzata di spalle e con qualche critica la loro distanza dai sovranisti. Forse c’è anche molto di questo compiacimento alla base della perdita di competitività dell’Unione e della carenza di innovazione. Personalmente anch’io ho condiviso l’idea che, comunque, l’Unione procedeva e che le sue istituzioni democratiche avevano bisogno di poche sollecitazioni. Erano/sono comunque in grado, proprio perché democratiche, quindi, aperte, intelligenti, reattive, capaci di imparare, di innovare.

Letta, da una parte, ancor di più Draghi, dall’altra, affermano chiaro e forte che le istituzioni dell’Unione Europea debbono essere trasformate, essere rese più coese, più flessibili, più incisive, rapidamente. Il “cattivo” non è esclusivamente il voto all’unanimità, comunque da abolire. Sono tutte le procedure opache e strascicate che proteggono interessi nazionali spesso obsoleti, che debbono essere rivisitate e riformate. Il sovranismo è la ricetta di un ritorno al passato che non potrebbe comunque essere fatto rivivere e che porterebbe costosi conflitti fra Stati costretti a rivendicare i loro esclusivi interessi proprio sulle tematiche più importanti. Invece, fin d’ora è auspicabile e possibile costruire un’Unione Europea a più velocità. Se i “velocizzatori” hanno successo, questa è la scommessa, saranno molti, Stati-membri e associazioni intermedie, quelli che vorranno rincorrerli. E l’Unione Europea (ri)prenderà slancio.

Pubblicato il 11 settembre 2024 su Domani

Il Terzo polo? Mai esistito. Azione scommette sul Pd, gli ex Fi torneranno a casa #intervista @ilgiornale

Intervista raccolta da Massimo Malpica

Azione in Liguria vira a sinistra, strizza l’occhio al «campo largo» e nel partito di Calenda l’ala liberale non nasconde il «mal di pancia»: c’è chi giura che qualcuno – Mara Carfagna su tutti sia pronto a cambiare aria. «Dire che vira a sinistra mi pare eccessivo», spiega al Giornale Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. «Diciamo semmai che Calenda ha scelto di entrare in una coalizione che ha necessariamente bisogno anche dei suoi voti. E che con i suoi voti – e forse anche con quelli di Renzi potrebbe essere competitiva e chissà, anche vincere».

Però anche Enrico Costa, su X, critica l’endorsement a Orlando, che secondo lui «contraddice il lavoro in chiave garantista» di Azione negli ultimi anni.

«Orlando non mi pare un giustizialista, mi sembra che sia una persona fondamentalmente seria ed equilibrata. Non credo che si debba discutere di Orlando, ma se Azione ritiene di dover far parte di quel campo largo adesso lo chiamo come loro anche io oppure no. Capisco le perplessità di Carfagna e di Gelmini, capisco un po’ meno quelle di Costa, perché Costa mi pare molto duro su posizioni che, secondo me, c’entrano poco con Azione».

Resta il fatto che la mossa sembra spaccare il partito, e che gli ex azzurri minacciano di far le valigie: Carfagna avrebbe parlato di distanza «siderale» dal sostegno dato al candidato del Pd.

«A me spiace che la distanza della Carfagna sia siderale: prendo atto che chiunque può andarsene da un partito, ma non necessariamente con i suoi voti, che potrebbero invece rimanere lì ed essere utilizzabili. In una certa misura però capisco che chi è stato di Forza Italia preferisca forse ritornare lì. E tutto sommato questo sarebbe un chiarimento. Perché Azione è in una posizione un po’ intermedia, e anche un po’ ambigua qualche volta».

Quindi la rottura aiuterebbe un riposizionamento più chiaro di Azione. Ma a quel punto che cosa resterebbe del Terzo polo?

«Non è mai esistito, ce lo raccontavano loro e voi giornalisti ci avete creduto. Hanno solo fatto un’operazione politica comprensibile, e che per un po’ è servita visto che sono entrati in Parlamento. Ma lo schieramento partitico italiano era già multipolare. Che loro pensassero di occupare un posto di centro, fare un polo, e poi decidere di volta in volta a quale forno – a quale polo – rivolgersi, era assolutamente irrealistico. E anche sbagliato dal punto di vista del miglioramento del funzionamento del sistema».

L’altro fantasma che aleggia sull’accordo ligure è la pregiudiziale di Azione contro i Cinque Stelle: scomparsa anche questa?

«Domanda difficile. La pregiudiziale anti-Conte la capisco. Dopodiché capisco anche che Conte ha delle pregiudiziali contro chi non lo vuole. È che vedo nel M5s un grande casino, e quindi non so come ne usciranno. Insomma, Calenda fa bene a scommettere sul fatto che sono costretti a cercare un’alleanza con il Pd e anche con lui. In queste condizioni chi ha 3, 4 o 5 per cento dei voti conta moltissimo. Se Calenda riesce a liberarsi di alcune scorie, che non sono Gelmini o Carfagna, e se riesce a definire un po’ meglio il suo concetto, conta parecchio. Quanto agli ex di Forza Italia».

Dica.

«È comprensibile che tornino verso la casa madre, verso Forza Italia, che un po’ rappresenta l’elemento moderato della coalizione, l’elemento affidabile, anche europeista».

Pubblicato il 9 settembre 2024 su Il Giornale

Il potere non può invocare la sfera privata @DomaniGiornale

Separare con una linea chiara e precisa la sfera pubblica dalla sfera privata di coloro che fanno e stanno in politica è un’operazione difficile e delicata, sempre controversa, ma essenziale. Comprendo nella sfera pubblica tutte le attività che debbono svolgersi in pubblico, visibilmente, di fronte all’opinione pubblica, e per sfera privata tutte le attività che, riguardanti la persona non politica, possono e debbono rimanere riservate. Naturalmente, queste complesse distinzioni valgono e possono essere discusse e variamente (ri)definite esclusivamente nei sistemi politici democratici. Nei regimi non-democratici la sfera privata è alla mercé dei governanti autoritari che vi penetrano se e quando vogliono, e l’opinione pubblica, in assenza della libertà di parola, semplicemente non può formarsi, non esiste.

Troppo politici lamentano incursioni non gradite nel loro privato e troppi commentatori accomodanti si affannano a dare loro ragione, mentre i governanti anche in democrazia tentano di restringere le modalità con le quali risulta praticabile acquisire informazioni su quanto i politici hanno fatto e continuano a fare in privato. Il punto di partenza generale di qualsiasi analisi è che chi fa politica, acquisisce cariche e esercita potere non è un cittadino come gli altri. “Scendendo” in politica fa il suo ingresso sulla scena pubblica. Esprime le sue posizioni in pubblico e gli/le viene richiesto di farlo. Deve raggiungere il pubblico, che sono principalmente gli elettori e gli operatori dei mass media, indispensabili tramiti dei loro messaggi, delle loro proposte, della loro propaganda.

   Tuttavia, tanto quanto è legittimo guardare anche di chi è il dito che punta alla luna, i più accorti e acuti fra i commentatori politici e operatori dei media non si accontenteranno di ascoltare i messaggi e di leggere i programmi. Vorranno conoscere chi “messaggia” e chi programma. Quali sono i suoi titoli e i suoi meriti professionali, quali le sue esperienze pregresse, quale la sua traiettoria complessiva. Le sue azioni sono state coerenti con i suoi pronunciamenti? Per saperlo bisogna fare incursione nella sua sfera privata, legittimamente. Se si dichiara favorevole al controllo delle armi perché mai tiene in casa un fornito arsenale di rivoltelle e fucili? Se si oppone all’interruzione della gravidanza perché mai l’ha lasciata praticare alla sua compagna? Le risposte a questi più che legittimi interrogativi servono agli elettori, talvolta sono decisive, per valutare la coerenza e la credibilità delle candidature, di coloro che stanno facendo politica e occupando cariche.

  Nel passato, la sfera privata dei politici faceva meno notizia anche per ragioni legate al mondo dell’informazione, meno intrusivo e forse meno dannatamente impegnato nella ricerca degli scoop, del sensazionale. Però, sbagliano alla grande tutti coloro che attribuiscono ai giornalisti, ai comunicatori politici con troppe ambizioni e poche limitazioni il (quasi) venir meno della sfera privata dei politici. In qualche modo, già gli antichi romani avevano notato e segnalato il fenomeno. “La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto”. Non so se Cesare propagandasse la   virtù della moglie come suo merito per fare carriera in politica. So, però, che da qualche tempo, iniziato negli USA, si è diffuso il fenomeno della narrativa (termine che preferisco a narrazione).

Per giustificare e rafforzare la loro ambizione (parola mai pronunciata) a ottenere dagli elettori una carica di rappresentanza e di governo, soprattutto ai livelli più elevati, i candidati narrano la loro vita, spesso facendone un libro che evidenzia i loro sacrifici, le loro capacità, i loro principi, persino le loro eventuali conversioni sulla via di Damasco: sanno imparare e oggi vedono di più e meglio. Quel privato è il trampolino per entrare e restare sulla scena pubblica in posizioni di vertice. Giusto, pertanto, che quel privato venga studiato dai commentatori (e dagli oppositori), venga soppesato e valutato, e alla coerenza con quel privato quel candidato poi eletto venga frequentemente richiamato, anche per criticarlo.

Chi più sale in alto come carriera politica e esercita potere politico, più vede restringersi la sua sfera privata. Infatti, l’aspettativa democratica è che quel potere sia messo al servizio di fini pubblici, mai condizionato da interessi privati. Allora, tutto deve sapere l’opinione pubblica sulla sfera privata del governante. La più ampia trasparenza possibile, la “casa di vetro”, è il prezzo da pagare per avere e gestire il potere politico. Torni nel suo privato chi se ne lamenta.

Pubblicato il 9 settembre 2024 su Domani

Con Renzi patti chiari Ma non c’è alternativa al campo larghissimo #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Attribuire tutta questa importanza a Renzi è esagerato, significa dargli un peso che non ha: il leader di Iv  è solo una componente e non tutti i suoi elettori andranno dove va lui

Per il professore emerito di Scienza Politica Gianfranco Pasquino, il Pd dovrebbe cercare di mettere Renzi «davanti a delle decisioni chiare, dicendogli che deve accettarle e attuarle». Questo perché, a partire dall’alleanza alle Regionali, il leader di Iv «ha bisogno di qualche successo almeno in una prima fase, poi magari riprenderà il suo ego». Ma lo stesso Renzi «deve dimostrare di essere rilevante, influente e decisivo».

Professor Pasquino, riuscirà Elly Schlein a trovare la quadra tra Matteo Renzi e Giuseppe Conte, tra Carlo Calenda e il duo Fratoianni-Bonelli?

Schlein è nata politicamente come movimentista e quindi con i movimentisti dovrebbe saper trattare. È lei che ha coniato l’espressione campo largo e lo sta perseguendo con determinazione, anche se non tutti sono convinti di entrare o che quella sia la soluzione definitiva, se mai ce ne sia una. In questi mesi ha avuto qualche successo e davanti a sé ha tre elezioni regionali importanti in aree in cui il campo largo ha buone possibilità di vincere. In più non ci sono alternative, dunque sta cercando di fare il massimo per raggiungere l’obiettivo.

Che è la vittoria in Umbria ed Emilia-Romagna, dove l’accordo c’è già, e in Liguria, dove il via libera da parte di tutte le componenti non c’è ancora: come finirà?

In Umbria c’è la possibilità di un recupero: la giunta di centrodestra non è stata particolarmente efficace e il centrosinistra aveva perso cinque anni fa anche a causa di certi personalismi. In Liguria la situazione è che Renzi con il suo personale egoismo aveva trovato una collocazione per i suoi anche nella giunta di Genova e questo ora è un ostacolo. Dopodiché Toti ha creato un casino tale da aprire una prateria per il centrosinistra e Orlando è un buon candidato con una solida storia politica alle spalle. Nella mia Emilia-Romagna pesa il fatto che il governo sta trattenendo i fondi per l’alluvione e non ha mai fatto quel che deve. Può darsi quindi che riesca a influenzare qualcuno con la promessa di sbloccare i fondi, ma la Regione mi sembra scarsamente contendibile dalla destra.

Pensa che in Liguria sia andato in scena, come ha accusato Toti, un altro atto della guerra tra politica e magistratura?

Quello che mi ha colpito è che Toti ha rivendicato che quello era il suo modo di fare politica. Non so se questo sia un reato ma comunque non sono d’accordo. Bisogna fare politica riuscendo ad attrarre gruppi e associazioni su decisioni che guardano avanti, non si possono concordare quelle decisioni in cambio di qualcosa, sia che siano voti o soldi. E quindi penso che Toti abbia sbagliato strada e anche difesa. La “guerra”, spesso, è tra alcuni politici, che a volte commettono reati, e magistrati che magari sono un po’ più “cattivi” o semplicemente più attenti di altri.

Tornando alle Regionali, il M5S è restìo ad accettare Renzi in coalizione: è necessaria la sua presenza?

Renzi rimane comunque inaffidabile, sia quando si riavvicina al centrosinistra che quando si allontana. Bisogna cercare di metterlo davanti a delle decisioni chiare, dicendogli che deve accettarle e attuarle. Credo che su questo punto lui sia disponibile perché ha bisogno di qualche successo almeno in una prima fase, poi magari riprenderà il suo ego. Ma deve dimostrare di essere rilevante, influente e decisivo.

Alla festa dell’Unità di Pesaro è stato accolto da applausi, altrove c’è stato qualche fischio: come la prenderanno gli elettori dem e M5S?

Gli elettori del Pd non hanno alcun altro partito nel quale andare, perché non è che i rapporti con Calenda siano migliori di quelli con Renzi. Quindi magari potrebbero protestare ma poi voteranno comunque Pd. Più difficile la situazione del M5S. Da una parte ci sono iscritti e militanti i quali sono contrari a Renzi e li capisco, visto che è la causa della caduta del governo Conte. Tuttavia gli elettori contiani sanno che bisogna comportarsi in maniera saggia e quindi che solo il campo largo offre un’alternativa alla destra e a Meloni.

Insomma, Renzi sì o Renzi no nel campo largo?

Le diversità di vedute ci sono e sono destinate a rimanere. Ma basta non accentuarle e metterle da parte. Ci sono opportunità da sfruttare ed esagerare con le prese di distanza porta alla sconfitta, come il centrosinistra dovrebbe aver imparato. La questione è in fieri e ce la porteremo avanti ancora per un po’. Ma attribuire tutta questa importanza a Renzi è esagerato, significa dargli un peso che non ha. Renzi è solo una componente e non tutti i suoi elettori andranno dove va lui.

Tra i temi che uniscono i partiti del campo largo si parla di sanità e Ius scholae, ma ci sono anche molte differenze: come possono pensare a un programma di governo partiti così diversi tra loro?

Qualsiasi discorso sul programma di governo mi pare prematuro. Questo esecutivo andrò avanti fino al 2027 tranne drammatiche diversità di vedute, come sullo Ius scholae, che Tajani sottolinea per questioni elettorali ma consapevole che non andrà da nessuna parte. La differenza vera è tra l’antieuropeista Salvini e l’europeista Tajani. In mezzo c’è Meloni che non solo sa che in Europa ci deve stare ma che deve anche assumere certe posizioni per contare qualcosa. Dopodiché al governo si arriva passando per alcune vittorie nelle elezioni locali e se il campo largo dimostra che si possono fare accordi a livello locale poi quegli accordi possono essere riproposti anche a livello nazionale.

Sulla politica estera anche nel Pd ci sono contrasti, basti pensare all’utilizzo delle armi in dote all’Ucraina: non è questo un punto dirimente sul quale basare l’alleanza?

Sul tema vedo delle tensioni e dei conflitti ma non è li che si farà l’alleanza. Ci sono due elementi del quale tenere conto: primo è che questi politici rappresentano una Repubblica nella quale ci sono visioni diverse sulle armi a Kiev. Paradossalmente questa classe politica rappresenta l’opinione pubblica, anche se non è in grado di educarla. In secondo luogo tutto sommato l’Italia è irrilevante. In politica estera contano Francia, Germania e ultimamente Svezia e Finlandia dopo l’entrata nella Nato.

Pubblicato il 4 settembre 2024 su Il Dubbio

Fuori dal piccolo cerchio di parenti e amici, il vuoto @DomaniGiornale

Al governo e nei dintorni sono meglio i politici, ovviamente anche donne, “puri”, nel doppio significato dell’aggettivo. Chi ha scelto di fare della politica la sua professione cercherà di comportarsi in maniera tale da soddisfare il suo elettorato. Lo faranno certamente costruendo reti di relazioni, ma soprattutto mostrandosi capaci di comprendere le preferenze degli elettori. Alcune leggi elettorali, non quella vigente in Italia, consentono, incentivano e premiano questi comportamenti. Il politico puro vuole e ha bisogno di essere rieletto. Cercherà anche di non fare inquinare la sua politica da fattori esterni e estranei al programma del suo partito e del suo leader. Il rischio di un eccessivo, mistico attaccamento al programma è quello della troppa continuità, dell’incapacità di innovare, soprattutto se molti e molto stretti sono i rapporti con i gruppi esterni. Peggio, però, è quando chi viene eletto e diventa governante esercita un’attività professionale che trae vantaggi dalla politica, fa parte di qualche gruppo le cui sorti sono influenzabili direttamente dalla politica più che da qualsiasi altro fattore, quando quell’esponente può sfruttare la sua carica pubblica a fini di arricchimento privato.

   Se un partito cresciuto elettoralmente in tempi brevi viene catapultato per la prima volta al governo, è per lo più inevitabile che scopra di avere una classe dirigente numericamente limitata e politicamente inesperta, che si renda conto che deve procedere a reclutare dall’esterno, ma anche che non può fare meno di coloro che compongono il cerchio stretto dei militanti della prima ora e di lungo corso. Giorgia Meloni ha premiato i suoi qualche volta dando la preminenza all’affidabilità personale sulla competenza specifica. Nonostante la sua dichiarata, comprensibile e talvolta persino condivisibile, avversione ai “tecnici”, ovvero a persone prive di un curriculum di ruoli politici, è stata costretta ad affidare qualche ministero proprio ad alcuni “tecnici”. Sono emersi conflitti di interesse, peraltro facilmente prevedibili. Hanno fatto la loro comparsa inadeguatezze, ingenuità, incompetenze. Qualcuno si è anche montato la testa con esiti imbarazzanti.

   Nelle democrazie parlamentari, la soluzione esiste e viene praticata: la sostituzione degli incompetenti, di quelli che sono lambiti da procedimenti giudiziari, dei portatori, tutt’altro che sani, di conflitti d’interessi. La Presidente del Consiglio ha espresso la sua contrarietà ai rimpasti di governo nel timore che producano una destabilizzazione complessiva della coalizione che lei vorrebbe portare intatta o quasi fino al termine naturale della legislatura, oppure forse perché il numero e la qualità dei “rimpastabili” sono davvero limitati. La coperta delle competenze alternative disponibili, come appare già per il rimpiazzo di Fitto, nei nomi che circolano per la Cultura, nella pur flebile difesa del Turismo, sembra, anzi, è davvero molto corta.

Ministri dimostratisi inadeguati, esposti al fuoco di più che legittime critiche, incapaci di imparare e migliorarsi sono ovviamente una zavorra per qualsiasi governo, ancora di più per il governo Meloni che mira a segnare una cesura profonda con il passato (nel quale, peraltro, rimpasti efficaci ridavano non poco slancio all’azione). Le opposizioni fanno il loro mestiere (qualche volta capita…) chiedendo le dimissioni di alcuni ministri, e hanno ragione. Male, invece, fa il capo del governo a resistere per puntiglio. Peggio sarebbe se lo fa per conclamabile mancanza di personale alternativo. Da questa manfrina a uscirne indebolita è la amata Nazione.

Pubblicato il 4 settembre 2024 su Domani

FOTO Commemorazione dell’80° anniversario dell’Eccidio del Ponte della pietà 14 agosto 1944 #Borgosesia

Il 14 agosto 1944, come azione di rappresaglia dei nazifascisti, vengono prelevati dalle carceri di Varallo cinque partigiani: Aldo Bordiga, Gino Boccardo, Vincenzo Lazzo, Gino Francese e Augusto Pescio.
Lo stesso giorno tutti saranno barbaramente impiccati presso il Ponte della Pietà a Quarona.

RIEVOCAZIONE: COSA E’ SUCCESSO 80 ANNI FA AL PONTE DELLA PIETA’ ATTRAVERSO IL RICORCO LASCIATOCI DALL’UNICO TESTIMONE OCULARE PADRE MARCO MALAGOLA
INTERVENTO DI GIANFRANCO PASQUINO PROFESSORE EMERITO DI SCIENZA POLITICA
La cittadinanza è invitata a partecipare

INVITO Il premierato del nostro stivale e altre delicatessen #7settembre #MolinoScodellino Caste Bolognese #RA

Associazione Amici del Molino Scodellino

Sabato 7 settembre 2024 ore 18
Molino Scodellino via canale 7 Castel Bolognese – Ravenna

Gianfranco Pasquino

Il premierato del nostro stivale e altre delicatessen

Il balletto della premier e la strategia dei principianti @DomaniGiornale

Arrivata arrembante alle elezioni del Parlamento Europe, 9 giugno, sull’onda di una notevole visibilità personale e politica guadagnatasi con l’attivismo dispiegato a tutto campo sulla scena non solo europea, ma internazionale, a capo dello schieramento dei Conservatori e Riformisti europei, Meloni celebrò la crescita elettorale e l’aumento del numero di seggi parlamentari come un grande successo. Credette anche e lo raccontava trionfante che era giunto il momento di un cambio di maggioranza nel Parlamento Europeo, preludio a non meglio precisati recuperi di sovranità nazionale/i. Faceva affidamento anche su quello che sembrava un rapporto consolidato con Ursula von der Leyen alla ricerca di una riconferma. Da un lato, però, i numeri di Meloni non tornavano poiché la vecchia maggioranza aveva sostanzialmente tenuto e i suoi alleati non avevano affatto “sfondato”. Dall’altro, le differenze politiche sull’Europa che c’è e soprattutto sull’Europa da fare avanzare fra von der Leyen con la sua maggioranza Popolari, Socialisti e Democratici, Liberali e Verde e gli alleati di Meloni si erano dimostrate e rimanevano profonde.

Dopo un’esasperantemente lunga riflessione, non aiutata dalla sua fin troppo amica stampa che la incensava come vincitrice e quindi meritevole di laute ricompense, non avendo ottenuto niente, Meloni decise di non votare Ursula von der Leyen alla Presidenza della Commissione, neppure come generosa apertura di credito. Da allora, la politica europea del governo italiano ha un profilo molto basso, da underdog (sic) e un andamento molto lento. In un certo senso, il tempo è necessario per leccarsi le ferite, forse anche per provare a formulare una nuova strategia di influenza oltre a manifestare alterità, contrarietà, presa di distanza. Però questa nuova strategia non la vede nessuno. Comunque, poiché “la contraddizion nol consente”, è molto improbabile che i governi degli Stati-membri sovranisti, ciascuno dei quali persegue i suoi interessi nazionali, riescano a darsi una politica europea comune, quantomeno condivisa. Al contrario, talvolta sembrano i capponi di Renzo che peggiorano la loro condizione.

   Avendo perso smalto, ma sull’Europa mi era parsa sempre piuttosto inadeguata, Giorgia Meloni non ha finora elaborato nulla di nuovo che possa fare breccia nella maggioranza Ursula e trovare accoglienza positiva. Anzi, dimostra più di una incertezza. Anche se da mesi circola in splendido isolamento il nome del ministro Raffaele Fitto come il commissario che Giorgia Merloni designerà, manca l’ufficialità. Probabilmente, il ritardo è dovuto a qualche trattativa ufficiosa, giustamente riservata, con la Presidente del Consiglio italiano che insiste, come ha più volte dichiarato, per ottenere una vice-presidenza, prospettiva peraltro già sfumata, ma soprattutto per avere una delega di peso per il suo commissario.

   Ritardi e rinvii non sembrano forieri di un esito felice. Nei prossimi cinque anni l’Unione Europea avrà non pochi problemi importanti da affrontare, alcuni già con noi: l’aggressione russa all’Ucraina e i flussi migratori che sicuramente non termineranno. Altri non proprio nuovi, ma comunque ineludibili: gli allargamenti a più paesi dei Balcani e dell’Est. Inoltre, incombono il coordinamento delle politiche fiscali e la formulazione di una efficace politica estera e di difesa. Infine, naturalmente, c’è da attendersi qualche emergenza.

   Silenzi e ritardi del governo Meloni, il cui partito proprio non pullula di europeisti per inclinazione e per conoscenze, rischiano di mettere l’Italia ai margini. L’opposizione non potrà rallegrarsi perché il prezzo lo pagherà il paese, pardon, la Nazione, e sarà salato.

Pubblicato il 28 agosto 2024 su Domani