Sono i governi a fare le leggi. E non è affatto uno scandalo @DomaniGiornale

Nel dibattito politico e istituzionale circolano da troppo tempo posizioni e affermazioni empiricamente prive di riscontri e teoricamente insostenibili che si traducono in proposte di riforma sbagliate. La prima riguarda il presunto compito principale del Parlamento: fare le leggi. Dovrebbe incuriosire che quasi dappertutto è chiamato Parlamento, molto raramente assemblea legislativa. Il fatto è che nelle democrazie parlamentari come, in ordine alfabetico, la Germania, la Gran Bretagna, l’Italia, la Norvegia, la Svezia e così via, fra l’80 e il 90 per cento delle leggi emanate sono di origine governativa. I governi “fanno” le leggi, ovvero le scrivono, e il ruolo, che rimane importante, del Parlamento consiste nel discuterle e emendarle, poi anche di valutarne l’attuazione. Se e quando il governo non è soddisfatto del testo uscito dalle Commissioni e in via d’approvazione da parte dell’aula, succede, ma molto raramente, può semplicemente addirittura ritirarlo.

    Che sia il governo con il sostegno della sua maggioranza, e non il Parlamento, cioè i parlamentari a loro piacimento a fare le leggi è politicamente opportuno, persino necessario. I partiti, avendo vinto le elezioni, hanno ricevuto quanto di più simile possa essere a un mandato. In coalizioni multipartitiche l’eterogeneità è, entro (in)certi limiti, la norma. In parte, la soluzione balorda che ricompatta la maggioranza consiste nell’emanare decreti. La decretazione è la prova provata che le leggi le fa il governo, ma è anche la degenerazione dell’attività legislativa. Raramente i decreti hanno i requisiti costituzionali straordinari della necessità e dell’urgenza. Soprattutto, l’urgenza è spesso procurata dai ritardi, più o meno voluti, del governo e della sua maggioranza, dalla cattiva gestione dei tempi e dei modi, da mancati accordi. Ciò detto, rimane intollerabile. Pure già più volte intervenuti con critiche e indicazioni, sia il Presidente della Repubblica sia la Corte Costituzionale dovrebbero alzare il livello della loro severità ad esempio nella odiosa fattispecie dei decreti omnibus, per definizione esattamente il contrario dell’omogeneità. Sono diventati regali di Natale. Il peggio, però, è che con la micidiale tenaglia “decreto più voto di fiducia”, il governo toglie non solo alle opposizioni, ma alla sua stessa maggioranza la possibilità di discutere e emendare i suoi testi, consapevolmente e deliberatamente facendo dei parlamentari veri e propri passacarte, certamente violando i principi a fondamento di qualsiasi democrazia parlamentare. 

    Altra questione delicata sono le nomine che il governo può fare per un’ampia gamma di cariche. Legittimamente i governanti possono nominare anche parenti e amici ad una pluralità di cariche politiche, in particolare quelle ministeriali in senso lato che sono preposte all’attuazione del programma. Sono affari dei governanti se privilegiare la lealtà o la competenza, con la prima che può andare a scapito delle prestazioni e del rendimento del governo. Giudicheranno gli elettori. Molto diverso è il caso delle nomine che riguardano cariche definibili di garanzia: il Presidente della Repubblica e i giudici costituzionali. Non per caso i Costituenti hanno previsto maggioranze specifiche, almeno assolute, spesso qualificate. Non è affatto un incentivo al più o meno deprecabile consociativismo. Più semplicemente è l’invito tassativo alla ricerca di personalità di competenza e prestigio che trascendono la parte politica di provenienza. Anche in questo caso il Parlamento ha un ruolo rilevante da svolgere.

A coloro che ritengono che il Parlamento sia declinato perché non fa più le leggi può non bastare sapere che non le ha mai fatte e che, in una democrazia parlamentare è preferibile e inevitabile che sia così. Allora, bisogna evidenziare e sottolineare che, oltre a controllate tutte le attività del governo, il Parlamento ha due importantissimi compiti da svolgere. Primo, il Parlamento è luogo di confronto di governo e opposizione, di espressione delle preferenze e delle visioni di società, di progresso, di futuro, in qualche modo contribuendo alla formazione dell’opinione pubblica. Secondo, è la sede più elevata e insostituibile della rappresentanza politica dove gli eletti hanno la possibilità di agire secondo le aspettative, i bisogni e le speranze dei loro, ma non solo, elettori. Che la vigente legge elettorale sia tra le peggiori per dare rappresentanza politica e sociale minimamente soddisfacente è acclarato. Chi vuole un Parlamento migliore non deve preoccuparsi più di tanto della legislazione, ma della selezione dei rappresentanti, solo talvolta anche legislatori.

Pubblicato il 12 ottobre 2024 su Domani

INVITO #presentazione Il cammino della democrazia di Yves Mény @edizionimulino #11ottobre #Bologna

11 ottobre 2024 ore 16:30
Accademia delle Scienze | Sala Ulisse – via Zamboni 31 Bologna

Il cammino della democrazia
in occasione dell’uscita del libro di Yves Mény
Le vie della democrazia
Mulino 2024

introduzione e saluti:
LUIGI BOLONDI | PRESIDENTE DELL’ACCADEMIA DELLE SCIENZE DELL’ISTITUTO DI BOLOGNA
FRANCESCO VELLA | PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE IL MULINO
intervengono:

YVES MÉNY |AUTORE
ANGELO PANEBIANCO |UNIVERSITÀ DI BOLOGNA
GIANFRANCO PASQUINO | UNIVERSITÀ DI BOLOGN

L’incontro si svolgerà in presenza presso l’Accademia delle Scienze di Bologna in via Zamboni 31
oppure online tramite il link nella locandina

Il Parlamento contro la Costituzione #Presentazione del libro di Pancho Pardi #10ottobre #Bologna

10 ottobre ore 18
Libreria Punto Input
via Masciarella 104/A Bologna

Pancho Pardi
Il Parlamento contro la Costituzione
Come viene sfigurata la Carta

L’autore ne discute con
Gianfranco Pasquino

Intervengono Daniela Ciullo e Sergio Caserta

Gridare al lupo è stucchevole. Ma il rischio illiberale esiste @DomaniGiornale

Non sono persona che cede facilmente agli allarmismi. Non credo all’esistenza di una troppo sbandierata crisi della democrazia. I dati oramai ampiamente disponibili, provenienti da più fonti e da diverse agenzie di ricerca evidenziano che nessun sistema politico diventato democratico nel secondo dopoguerra ha perso la sua democrazia, con l’eccezione del Venezuela. Vedo, però, che fanno spesso la loro comparsa una pluralità di problemi di funzionamento, di maggiore o minore gravità, un po’ in tutte le democrazie contemporanee. Nessuno di quei problemi è insuperabile; nessuno ha portato al crollo del regime democratico. Tuttavia, in un (in)certo numero di casi, è facile constatare e comprovare che ne risulta ridotta la qualità di quelle specifiche democrazie. Dalla storia (sic) ho anche imparato che troppo spesso i democratici, politici e studiosi, hanno sottovalutato i problemi, si sono dimostrati troppo permissivi, non hanno reagito tempestivamente e con adeguato vigore. Proprio per tutte queste ragioni, ritengo opportuno non gridare “al lupo al lupo”, ma esplorare se esistano tracce dell’avvicinarsi del lupo qui in Italia.

Mi attenderei che questa esplorazione si giovasse in particolare del contributo degli studiosi, dei commentatori, dei politici che si definiscono liberali e che chiedono a tutti prove di liberalismo. Se viene colpito il principio fondamentale delle democrazie liberali che si chiama separazione delle istituzioni per cui a qualche istituzione si consente di invadere e occupare la sfera di autonomia delle altre, c’è un grosso rischio democratico. Nessun governo dovrebbe mai piegare il parlamento, assemblea nella quale ha la maggioranza, attraverso l’eccesso di decretazione d’urgenza per di più accompagnato dalla micidiale richiesta del voto di fiducia che non solo vanifica qualsiasi emendamento, ma impedisce la discussione sul merito. So che questa pratica ha radici profonde, mai adeguatamente recise. So anche che alcuni Presidenti della Repubblica e qualche sentenza della Corte Costituzionale hanno vanamente cercato rimedio. Però, constato che nei suoi due anni di vita il governo Meloni vi ha già fatto ricorso in maniera smodata, superiore a quella di tutti i suoi predecessori. Aggiungo che non è compito del parlamento “fare” le leggi, ma controllare, emendare, migliorare le leggi del governo, tutto questo reso impossibile dalla tagliola “decreto più voto di fiducia”.

Cinque giudici costituzionali sono eletti dal parlamento, che, ancora una volta, può significare, senza scandalo alcuno, dalla maggioranza parlamentare. Il discorso diventa inevitabilmente valutativo ovvero incentrato sul curriculum e sulla competenza delle candidature. Il solo pensare di eleggere chi ha avuto il ruolo fondamentale nella stesura di un disegno di legge costituzionale sul quale molto probabilissimamente vi sarà una richiesta di referendum per “proteggerlo”, mi pare riprovevole. Gli inglesi affermerebbero “it’s simply not done”. Poiché lampante è il conflitto di interessi, semplicemente non s’ha da fare. Ricordo anche che il premierato, “madre di tutte le riforme”, espressione di Giorgia Meloni sulla quale meditare, ridimensiona significativamente i poteri del Presidente della Repubblica di agire come “freno e contrappeso”, compito cruciale nell’ottica liberale, all’esercizio del potere di governo.

Nelle democrazie da tempo esiste un quarto potere, in senso lato, i mass media. Attraverso di loro, i cittadini si informano e, in generale, ma anche di volta in volta, nasce, si manifesta, opera l’opinione pubblica. Governi che querelano giornali e giornalisti, che li intimidiscono, come più volte fatto dal governo Meloni, mirano a rendere più difficoltosa la formazione di un’opinione pubblica adeguatamente informata. Ancora peggio, naturalmente, quando la maggioranza governativa va ad occupare armi e bagagli l’azienda RAI che in quanto pubblica dovrebbe offrire informazione imparziale e pluralista. Ho segnalato quello che, a mio parere, è l’inizio di un percorso illiberale. Può certamente essere rallentato e addirittura fermato anche grazie ai liberali coerenti. Così, sperabilmente, sia.

Pubblicato il 9 ottobre 2024 su Domani

VIDEO La Costituzione: rivoluzione promessa Lectio Magistralis #20settembre #Matera @LaScaletta1959

20 settembre ore 9.30
Auditorium R. Gervasio
Matera

“La Costituzione: rivoluzione promessa”. E’ questo il tema della lectio magistralis che il professor Gianfranco Pasquino, terrà venerdì 20 settembre 2024 alle ore 9.30 nell’auditorium “R. Gervasio” di Matera.

Allievo di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, Pasquino è professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, a lungo editorialista per Il Sole 24 Ore, la Repubblica e l’Unità.

Il seminario, realizzato in collaborazione con il Comune di Matera, si propone di esaminare, nella giornata che precede le celebrazioni dell’insurrezione della città di Matera contro l’occupazione nazista, la modernità di una Carta Costituzionale che contiene in sé principi, ideali e valori che devono essere meglio compresi ed attuati.

La lectio magistralis del prof Pasquino si inserisce nel solco delle iniziative di Democrazia e Futuro il progetto organizzato dal Circolo La Scaletta e coordinato da Brunella Carriero e Nicola Savino, che ha lo scopo di accendere i riflettori sulle sfide che la democrazia sta affrontando nel XXI secolo, in un momento storico in cui i modelli democratici sono messi a dura prova da crisi economiche, disuguaglianze crescenti e nuove forme di autoritarismo.

Obiettivo centrale di Democrazia e Futuro è la partecipazione delle giovani generazioni. In un’epoca di crescente disillusione nei confronti della politica tradizionale, è fondamentale coinvolgere i giovani nei processi democratici, evidenziando l’importanza dell’educazione civica e della promozione di spazi di dialogo che possano dare voce ai più giovani.

“L’evento rappresenta la prosecuzione e, nel contempo, l’avvio di un nuovo percorso di approfondimento del progetto Democrazia e Futuro – sottolinea il Presidente del Circolo La ScalettaFranco Di Pede – e vedrà la partecipazione di oltre 400 studenti del quarto e del quinto anno di istituti di istruzione superiore della città. Nel corso delle sue edizioni, la rassegna ha coinvolto intellettuali, politici, giornalisti, esperti di varie discipline e cittadini, ponendo in rilievo la necessità di riflettere sul concetto stesso di democrazia. Il Circolo Culturale La Scaletta, con una storia ormai sessantennale alle spalle, ha sempre avuto un ruolo attivo nella promozione di dibattiti culturali e politici, con un’attenzione particolare alle questioni della partecipazione civile e della democrazia”.

“Con le parole di Calamandrei – sottolinea Brunella Carriero che introdurrà il seminario – la Costituzione è una specie di promessa rivoluzione nella legalità, in cambio di quella rivoluzione mancata che la Resistenza non riuscì a produrre. I giovanissimi ospiti – continua Brunella Carriero – sono fiaccole da accendere, nella via delle libertà, dei diritti e dei doveri consacrati nella Legge delle Leggi che è la Carta Costituzionale; gli studenti dialogheranno con l’illustre ospite, ma non solo: si esibiranno in brani musicali e forniranno un servizio di digital tv per diffondere l’iniziativa”.

Fuori di testa. Errori e orrori di politici e comunicatori @PaesiEdizoni #Presentazione #7ottobre #Bologna @librerieCoop

Lunedì 7 ottobre ore 18
Librerie.coop Ambasciatori
via Orefici,19 Bologna

Incontro con
Gianfranco Pasquino

per la presentazione del libro
Fuori di testa
Errori e orrori di politici e comunicatori

Paesi edizioni

dialogano con l’autore
Mauro Fellicori
Marco Limbardo

modera Olivio Romanini
introduce Alessandro Crisci

INVITO Intelligenza e cultura politica: la scienza politica #lectio #FestivaldelPresente – Intelligenza. Umana, artificiale, globale @pandorarivista #6ottobre #Bologna

Festival del Presente
Dialoghi di Pandora Rivista
Intelligenza. Umana, artificiale, globale

Bologna 6 ottobre 2024 ore 15.30
Piazza Coperta
Biblioteca Salaborsa

Lectio
Gianfranco Pasquino
Intelligenza e cultura politica: la scienza politica

Bandire i banditi della democrazia? La mozione contro AfD vista da Pasquino @formichenews

Giusto sfidare i dirigenti e i militanti di AfD sul piano del rispetto della democrazia, anche nel linguaggio e negli obiettivi dichiarati. Più problematico mettere al bando un partito che gode di seguito notevole. Sembrerebbe una misura disperata di chi ha perso la fiducia nelle sue capacità di riconquistare con la conversazione democratica quegli elettori “sbandati”. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica e Accademico dei Lincei

La democrazia è pluralismo e competizione. Lasciate che 10, 100, 1000 gruppi, associazioni, partiti nascano, si confrontino, tessano le loro tele, vincano, perdano, scompaiano, rinascano. I loro confronti, incontri, scontri si svolgano in pubblico, coram populo e il popolo decida se aderire a quale associazione, se votare quale partito, da chi farsi interpretare e rappresentare. Ma, il problema è, lo so benissimo, l’ho studiato, con quali modalità debba avvenire la competizione. I regimi autoritari pongono limiti stretti, soprattutto nei confronti di coloro che sfidano i detentori del potere politico e che potrebbero sconfiggerli e sostituirli. Le democrazie debbono essere il più aperte possibile, ma almeno un limite invalicabile hanno l’obbligo politico ed etico di porlo. Nella competizione a qualsiasi livello, la violenza fisica, l’intimidazione, l’aggressione, l’uso delle armi non sono accettabili e debbono essere sanzionate e punite. Reagendo con forza e con restrizioni, alcune democrazie europee (la Cecoslovacchia, il Belgio, la Finlandia), come ha splendidamente documentato Giovanni Capoccia (Defending Democracy: Reactions to Extremism in Interwar Europe, Johns Hopkins University Press, 2005), hanno respinto con successo la sfida dei sostenitori del nazismo all’interno dei loro paesi.

Oggi, la domanda è: chi si richiama, in forme più o meno esplicite, al nazismo (o al fascismo o al franchismo) deve essere messo al bando, escluso dalle elezioni (i ludi cartacei nel lessico di Mussolini) e le relative organizzazioni disciolte (XII disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana relativa al partito fascista)? Un (in)certo numero di parlamentari tedeschi chiedono che Alternative für Deutschland (AfD) venga messa al bando. Sicuramente, quel partito non fa mistero della sua provenienza e dei suoi obiettivi. Però, le democrazie non possono discriminare in base a affermazioni, dottrine, ideologie. Anzi, la convinzione dei democratici è che la forza delle loro idee sconfigge anche coloro che la democrazia vorrebbero distruggere. Soltanto il ricorso ripetuto alla violenza può legittimare la messa al bando e lo scioglimento di un’organizzazione. Fu così in Italia nel novembre 1973 per Ordine Nuovo fondato e guidato da Pino Rauti. Non pochi di quegli attivisti, lo stesso Rauti, ebbero poi una carriera politica nell’accogliente alveo della democrazia italiana.

La Carta Fondamentale (Grundgesetz) tedesca ha consentito che nel 1952 la Corte Costituzionale bandisse il Partito Socialista del Reich in quanto neo-nazista. I diversi successori ebbero sempre scarsissimo successo alle urne, al massimo sfiorando, come il NPD, la clausola del 5 per cento. AfD è già andata molto al di sopra del 5 per cento in alcuni Länder, attestandosi intorno al 30 per cento quasi triplicando i voti delle elezioni nazionali del 2021. Giusto sfidare i dirigenti e i militanti di AfD sul piano del rispetto della democrazia, anche nel linguaggio e negli obiettivi dichiarati. Più problematico mettere al bando un partito che gode di seguito notevole. Sembrerebbe una misura disperata di chi ha perso la fiducia nelle sue capacità di riconquistare con la conversazione democratica quegli elettori “sbandati”. Il dibattito sulla richiesta di messa al bando potrà chiarire molti punti. Forse servirà anche come insegnamento agli elettori.

Pubblicato il 1° ottobre 2024 su Formiche.net

Oltre la stupidità. Il centrosinistra alla prova finale @DomaniGiornale

Nomina sunt consequentia rerum è una frase che sembra assolutamente fuori luogo se riferita all’espressione “campo largo” di cui Conte ha annunciato ieri l’estinzione. Infatti, senza interrogarci più di tanto su chi, forse Enrico Letta in un momento a metà fra speranza e disperazione, ne sia l’inventore, il nome “campo largo” è venuto molto prima della cosa. Anzi, la cosa, pur ampiamente oggetto di dibattito, di spesso meritati lazzi e sberleffi, proprio non esiste. Insistere nella parola mi pare addirittura masochistico. Vi ho contribuito asserendo la necessità di un campo “elastico”, ma ritengo che sia auspicabile e possibile fare di meglio anche lasciando perdere la stupida giustificazione “gli elettori non ci capiscono”. Invece, numerosi elettori che si auto-collocano fra il centro e la sinistra sentono la necessità di accordi per sconfiggere la coalizione che esprime il governo di destra-centro e, più o meno coerentemente, fa politiche di quel tipo.

Alcuni grandi uomini politici italiani hanno sempre saputo che sia per vincere davvero le elezioni, che non è mai soltanto “arrivare in testa”, sia per governare bisogna trovare alleati, fare coalizioni. Giovanni Giolitti aveva la sua ricetta che usò spregiudicatamente, con successo finché gli fu possibile. Socialisti e popolari si mostrarono molto meno accorti e aprirono la strada ai fascisti. De Gasperi non aveva molto bisogno di alleati, ma deliberatamente volle coinvolgere i partiti centristi minori nella sua opera di governo dando rappresentanza a ceti che la DC non poteva raggiungere. Tenacemente, Palmiro Togliatti perseguì la strategia di alleanze politiche e sociali. A livello locale il tentativo fu più facile e spesso coronato da successo. A livello nazionale, il fattore K (kommunismus) fu, ovviamente, bloccante.

La distinzione dei livelli è cruciale, ma sembra che i dirigenti nell’arco del centro-sinistra non l’abbiano adeguatamente compresa. Le differenze di visione sull’aggressione russa all’Ucraina e sulle politiche dell’Unione Europea, sull’immigrazione e sulla giustizia saranno un problema per fare campagna elettorale nel 2027 (sic), per conquistare elettori attenti e perplessi, probabilmente decisivi, e per governare (sic sic). Non c’è, però, quasi nessuna ragione per farle emergere e contare quando la posta in gioco è la Presidenza delle regioni, a cominciare dalla Liguria e poi Emilia-Romagna e Umbria. Non è in gioco la leadership del/nel centro-sinistra. Non è dal torneo oratorio a chi le spara più grosse, al quale, per fortuna, Elly Schlein finora non ha partecipato, che emergerà la candidatura alla Presidenza del Consiglio. Altrove, nelle democrazie multipartitiche, lo sottolineo qui e lo farò di continuo, la carica più elevata di governo va alla persona designata dal partito che ha avuto più voti. È una delle applicazioni più coerenti del principio democratico di maggioranza.

A livello locale, i veti preventivi reciproci, sulla base di sgarbi politici e personali del passato, sono semplicemente stupidi. Spesso, inevitabilmente, in situazioni competitive, sono anche tristemente controproducenti. Non solo in Italia, le sinistre moderate e “avanzate” offrono esempi di comportamenti suicidi che, di nuovo, una parte di elettori giudica deprecabili e deprimenti. La soluzione, certo più facile a dirsi che a farsi, è stabilire prioritariamente i punti programmatici assumendo l’impegno alla loro attuazione. L’affidabilità dei contraenti, uno dei quali, lo sappiamo, si fa un vanto della sua volubilità, potrebbe non essere un problema se vi fosse anche l’impegno a lasciare piena autonomia di azione, implementazione e valutazione ai dirigenti e agli eletti locali. Altrove, quello che ho scritto non è (quasi) mai un catalogo di pii desideri. È ora di imparare e praticare.

Pubblicato il 2 ottobre 2024 su Domani

Fuori campo: catalogo breve per chi sta tra il centro e la sinistra @DomaniGiornale

Nomina sunt consequentia rerum è una frase che sembra assolutamente fuori luogo se riferita all’espressione “campo largo”. Infatti, senza interrogarci più di tanto su chi, forse Enrico Letta in un momento a metà fra speranza e disperazione, ne sia l’inventore, il nome “campo largo” è venuto molto prima della cosa. Anzi, la cosa, pur ampiamente oggetto di dibattito, di spesso meritati lazzi e sberleffi, proprio non esiste. Insistere nella parola mi pare addirittura masochistico. Vi ho contribuito asserendo la necessità di un campo “elastico”, ma ritengo che sia auspicabile e possibile fare di meglio anche lasciando perdere la stupida giustificazione “gli elettori non ci capiscono”. Invece, numerosi elettori che si auto-collocano fra il centro e la sinistra sentono la necessità di accordi per sconfiggere la coalizione che esprime il governo di destra-centro e, più o meno coerentemente, fa politiche di quel tipo.

Alcuni grandi uomini politici italiani hanno sempre saputo che sia per vincere davvero le elezioni, che non è mai soltanto “arrivare in testa”, sia per governare bisogna trovare alleati, fare coalizioni. Giovanni Giolitti aveva la sua ricetta che usò spregiudicatamente, con successo finché gli fu possibile. Socialisti e popolari si mostrarono molto meno accorti e aprirono la strada ai fascisti. De Gasperi non aveva molto bisogno di alleati, ma deliberatamente volle coinvolgere i partiti centristi minori nella sua opera di governo dando rappresentanza a ceti che la DC non poteva raggiungere. Tenacemente, Palmiro Togliatti perseguì la strategia di alleanze politiche e sociali. A livello locale il tentativo fu più facile e spesso coronato da successo. A livello nazionale, il fattore K (kommunismus) fu, ovviamente, bloccante.

La distinzione dei livelli è cruciale, ma sembra che i dirigenti nell’arco del centro-sinistra non l’abbiano adeguatamente compresa. Le differenze di visione sull’aggressione russa all’Ucraina e sulle politiche dell’Unione Europea, sull’immigrazione e sulla giustizia saranno un problema per fare campagna elettorale nel 2027 (sic), per conquistare elettori attenti e perplessi, probabilmente decisivi, e per governare (sic sic). Non c’è, però, quasi nessuna ragione per farle emergere e contare quando la posta in gioco è la Presidenza delle regioni, a cominciare dalla Liguria e poi Emilia-Romagna e Umbria. Non è in gioco la leadership del/nel centro-sinistra. Non è dal torneo oratorio a chi le spara più grosse, al quale, per fortuna, Elly Schlein finora non ha partecipato, che emergerà la candidatura alla Presidenza del Consiglio. Altrove, nelle democrazie multipartitiche, lo sottolineo qui e lo farò di continuo, la carica più elevata di governo va alla persona designata dal partito che ha avuto più voti. È una delle applicazioni più coerenti del principio democratico di maggioranza.

A livello locale, i veti preventivi reciproci, sulla base di sgarbi politici e personali del passato, sono semplicemente stupidi. Spesso, inevitabilmente, in situazioni competitive, sono anche tristemente controproducenti. Non solo in Italia, le sinistre moderate e “avanzate” offrono esempi di comportamenti suicidi che, di nuovo, una parte di elettori giudica deprecabili e deprimenti. La soluzione, certo più facile a dirsi che a farsi, è stabilire prioritariamente i punti programmatici assumendo l’impegno alla loro attuazione. L’affidabilità dei contraenti, uno dei quali, lo sappiamo, si fa un vanto della sua volubilità, potrebbe non essere un problema se vi fosse anche l’impegno a lasciare piena autonomia di azione, implementazione e valutazione ai dirigenti e agli eletti locali. Altrove, quello che ho scritto non è (quasi) mai un catalogo di pii desideri. È ora di imparare e praticare.

Pubblicato il 2 ottobre 2024 su Domani