Fuori dal piccolo cerchio di parenti e amici, il vuoto @DomaniGiornale

Al governo e nei dintorni sono meglio i politici, ovviamente anche donne, “puri”, nel doppio significato dell’aggettivo. Chi ha scelto di fare della politica la sua professione cercherà di comportarsi in maniera tale da soddisfare il suo elettorato. Lo faranno certamente costruendo reti di relazioni, ma soprattutto mostrandosi capaci di comprendere le preferenze degli elettori. Alcune leggi elettorali, non quella vigente in Italia, consentono, incentivano e premiano questi comportamenti. Il politico puro vuole e ha bisogno di essere rieletto. Cercherà anche di non fare inquinare la sua politica da fattori esterni e estranei al programma del suo partito e del suo leader. Il rischio di un eccessivo, mistico attaccamento al programma è quello della troppa continuità, dell’incapacità di innovare, soprattutto se molti e molto stretti sono i rapporti con i gruppi esterni. Peggio, però, è quando chi viene eletto e diventa governante esercita un’attività professionale che trae vantaggi dalla politica, fa parte di qualche gruppo le cui sorti sono influenzabili direttamente dalla politica più che da qualsiasi altro fattore, quando quell’esponente può sfruttare la sua carica pubblica a fini di arricchimento privato.
Se un partito cresciuto elettoralmente in tempi brevi viene catapultato per la prima volta al governo, è per lo più inevitabile che scopra di avere una classe dirigente numericamente limitata e politicamente inesperta, che si renda conto che deve procedere a reclutare dall’esterno, ma anche che non può fare meno di coloro che compongono il cerchio stretto dei militanti della prima ora e di lungo corso. Giorgia Meloni ha premiato i suoi qualche volta dando la preminenza all’affidabilità personale sulla competenza specifica. Nonostante la sua dichiarata, comprensibile e talvolta persino condivisibile, avversione ai “tecnici”, ovvero a persone prive di un curriculum di ruoli politici, è stata costretta ad affidare qualche ministero proprio ad alcuni “tecnici”. Sono emersi conflitti di interesse, peraltro facilmente prevedibili. Hanno fatto la loro comparsa inadeguatezze, ingenuità, incompetenze. Qualcuno si è anche montato la testa con esiti imbarazzanti.
Nelle democrazie parlamentari, la soluzione esiste e viene praticata: la sostituzione degli incompetenti, di quelli che sono lambiti da procedimenti giudiziari, dei portatori, tutt’altro che sani, di conflitti d’interessi. La Presidente del Consiglio ha espresso la sua contrarietà ai rimpasti di governo nel timore che producano una destabilizzazione complessiva della coalizione che lei vorrebbe portare intatta o quasi fino al termine naturale della legislatura, oppure forse perché il numero e la qualità dei “rimpastabili” sono davvero limitati. La coperta delle competenze alternative disponibili, come appare già per il rimpiazzo di Fitto, nei nomi che circolano per la Cultura, nella pur flebile difesa del Turismo, sembra, anzi, è davvero molto corta.
Ministri dimostratisi inadeguati, esposti al fuoco di più che legittime critiche, incapaci di imparare e migliorarsi sono ovviamente una zavorra per qualsiasi governo, ancora di più per il governo Meloni che mira a segnare una cesura profonda con il passato (nel quale, peraltro, rimpasti efficaci ridavano non poco slancio all’azione). Le opposizioni fanno il loro mestiere (qualche volta capita…) chiedendo le dimissioni di alcuni ministri, e hanno ragione. Male, invece, fa il capo del governo a resistere per puntiglio. Peggio sarebbe se lo fa per conclamabile mancanza di personale alternativo. Da questa manfrina a uscirne indebolita è la amata Nazione.
Pubblicato il 4 settembre 2024 su Domani
FOTO Commemorazione dell’80° anniversario dell’Eccidio del Ponte della pietà 14 agosto 1944 #Borgosesia

Il 14 agosto 1944, come azione di rappresaglia dei nazifascisti, vengono prelevati dalle carceri di Varallo cinque partigiani: Aldo Bordiga, Gino Boccardo, Vincenzo Lazzo, Gino Francese e Augusto Pescio.
Lo stesso giorno tutti saranno barbaramente impiccati presso il Ponte della Pietà a Quarona.
RIEVOCAZIONE: COSA E’ SUCCESSO 80 ANNI FA AL PONTE DELLA PIETA’ ATTRAVERSO IL RICORCO LASCIATOCI DALL’UNICO TESTIMONE OCULARE PADRE MARCO MALAGOLA
INTERVENTO DI GIANFRANCO PASQUINO PROFESSORE EMERITO DI SCIENZA POLITICA
La cittadinanza è invitata a partecipare
Il balletto della premier e la strategia dei principianti @DomaniGiornale

Arrivata arrembante alle elezioni del Parlamento Europe, 9 giugno, sull’onda di una notevole visibilità personale e politica guadagnatasi con l’attivismo dispiegato a tutto campo sulla scena non solo europea, ma internazionale, a capo dello schieramento dei Conservatori e Riformisti europei, Meloni celebrò la crescita elettorale e l’aumento del numero di seggi parlamentari come un grande successo. Credette anche e lo raccontava trionfante che era giunto il momento di un cambio di maggioranza nel Parlamento Europeo, preludio a non meglio precisati recuperi di sovranità nazionale/i. Faceva affidamento anche su quello che sembrava un rapporto consolidato con Ursula von der Leyen alla ricerca di una riconferma. Da un lato, però, i numeri di Meloni non tornavano poiché la vecchia maggioranza aveva sostanzialmente tenuto e i suoi alleati non avevano affatto “sfondato”. Dall’altro, le differenze politiche sull’Europa che c’è e soprattutto sull’Europa da fare avanzare fra von der Leyen con la sua maggioranza Popolari, Socialisti e Democratici, Liberali e Verde e gli alleati di Meloni si erano dimostrate e rimanevano profonde.
Dopo un’esasperantemente lunga riflessione, non aiutata dalla sua fin troppo amica stampa che la incensava come vincitrice e quindi meritevole di laute ricompense, non avendo ottenuto niente, Meloni decise di non votare Ursula von der Leyen alla Presidenza della Commissione, neppure come generosa apertura di credito. Da allora, la politica europea del governo italiano ha un profilo molto basso, da underdog (sic) e un andamento molto lento. In un certo senso, il tempo è necessario per leccarsi le ferite, forse anche per provare a formulare una nuova strategia di influenza oltre a manifestare alterità, contrarietà, presa di distanza. Però questa nuova strategia non la vede nessuno. Comunque, poiché “la contraddizion nol consente”, è molto improbabile che i governi degli Stati-membri sovranisti, ciascuno dei quali persegue i suoi interessi nazionali, riescano a darsi una politica europea comune, quantomeno condivisa. Al contrario, talvolta sembrano i capponi di Renzo che peggiorano la loro condizione.
Avendo perso smalto, ma sull’Europa mi era parsa sempre piuttosto inadeguata, Giorgia Meloni non ha finora elaborato nulla di nuovo che possa fare breccia nella maggioranza Ursula e trovare accoglienza positiva. Anzi, dimostra più di una incertezza. Anche se da mesi circola in splendido isolamento il nome del ministro Raffaele Fitto come il commissario che Giorgia Merloni designerà, manca l’ufficialità. Probabilmente, il ritardo è dovuto a qualche trattativa ufficiosa, giustamente riservata, con la Presidente del Consiglio italiano che insiste, come ha più volte dichiarato, per ottenere una vice-presidenza, prospettiva peraltro già sfumata, ma soprattutto per avere una delega di peso per il suo commissario.
Ritardi e rinvii non sembrano forieri di un esito felice. Nei prossimi cinque anni l’Unione Europea avrà non pochi problemi importanti da affrontare, alcuni già con noi: l’aggressione russa all’Ucraina e i flussi migratori che sicuramente non termineranno. Altri non proprio nuovi, ma comunque ineludibili: gli allargamenti a più paesi dei Balcani e dell’Est. Inoltre, incombono il coordinamento delle politiche fiscali e la formulazione di una efficace politica estera e di difesa. Infine, naturalmente, c’è da attendersi qualche emergenza.
Silenzi e ritardi del governo Meloni, il cui partito proprio non pullula di europeisti per inclinazione e per conoscenze, rischiano di mettere l’Italia ai margini. L’opposizione non potrà rallegrarsi perché il prezzo lo pagherà il paese, pardon, la Nazione, e sarà salato.
Pubblicato il 28 agosto 2024 su Domani
Riuscirà Kamala Harris a dare vita e corpo a un’anima progressista? Risponde Pasquino @formichenews

Gianfranco Pasquino legge l’ultima convention democratica e la sfida roosveltiana della candidata Harris. Il nuovo libro del professore emerito di Scienza politica, “Fuori di testa. Errori e orrori di politici e comunicatori” (Paesi Edizioni), sarà in libreria a settembre
Nell’elezione presidenziale USA del 5 novembre è in gioco, come ha più volte detto il Presidente Biden, “l’anima [soul] dell’America”? In un certo senso, sì, ma credo che per capire meglio sia opportuno procedere ad alcune importantissime precisazioni. Primo, non da oggi, gli USA, il cui motto è “ex pluribus unum”, sono un sistema politico con molte anime. Predominante è la contrapposizione, sulla quale si esercita in special modo Donald Trump, fra una visione animata del passato di un’America bianca, suprematista e dominante e quella della realtà attuale che i migliori fra i Democratici descrivono come una democrazia, pur sempre primeggiante, ma multicolore, aperta e inclusiva.
Secondo, la forza della concezione di Trump è che la sua America esiste già, è molto più omogenea, molto più compatta e, mossa o no dal risentimento, sente il pericolo di perdere i privilegi, teme ossessivamente la caduta di status. Combatte una orgogliosa battaglia per la sopravvivenza. Questa situazione non si traduce affatto in un vantaggio sicuro e immediato per l’America di Kamala Harris. La “sua” America esiste sociologicamente e demograficamente, ma ha grandi contraddizioni culturali ed evidenti difficoltà di tradursi politicamente. Troppo facile e poco originale è affermare, come ha fatto la candidata democratica, che, una volta eletta, sarà ”la Presidente di tutti”. Sicuramente, la grande maggioranza dell’elettorato che voterà comunque Trump non le crede affatto. Inoltre, il vero problema è che gli elettori che la voteranno non hanno un livello di omogeneità tale da farne in partenza una sola “anima”.
Terzo, ecco, oggi, come forse già una volta nel passato, ai Democratici non basterà cercare di rappresentare al meglio i loro diversificatissimi, differentissimi elettori/ati, interpretarne le preferenze, sosddisfarne gli interessi (non si vive di soli ideali). Dovranno porsi l’arduo, ambizioso, assolutamente cruciale compito di dare vita e corpo a un’anima nuova che riesca ad essere attraente e, al tempo stesso, unificante, coesiva.
Nel passato esiste un esempio di enorme successo che ha cambiato la storia degli USA e del mondo: la coalizione del New Deal assemblata dall’aristocratico Presidente Franklin Delano Roosevelt. Classe operaia degli stati industriali del Nord, immigrati irlandesi, scandinavi, polacchi, italiani, elettori bianchi del Sud, intellettuali costituirono il sostegno politico-elettorale dei Presidenti democratici dal 1932 al 1968. Roosevelt diede loro un’anima progressista che guardava al futuro. Quell’anima va ridisegnata e ricostruita dai Democratici, compito che per una qualche comprensibile timidezza non è stato neppure tentato da Barack Obama. Sappiamo che i soggetti protagonisti dovranno essere diversi: le donne, i Iatinos, i neri, i bianchi con buon livello di istruzione. Al momento, per quanto dagli ambiti che ho indicato provengano i migliori sostenitori dei Democratici e, dunque, sarà possibile formulare buone politiche, manca una visione unificante che, per l’appunto, comunichi quale deve e può essere l’anima di questa America progressista. Obama ha detto che “yes, she can”, cioè potrà vincere, ma riuscirà Kamala Harris nella difficile, ma forse essenziale, avventura che chiamo rooseveltiana?
Pubblicato il 23 agosto 2024 su Formiche.net
Le nomine non sono un reato, ma basta premiare i peggiori @DomaniGiornale

Nella democrazia maggioritaria, il principio dominante è the winner takes it all. Chi vince prende tutto, ma sono chiaramente definiti i limiti e i contenuti del tutto. In quel tipo di democrazia, chi vince non deve toccare le regole del gioco, i meccanismi, le procedure in modo tale da rendere la competizione permanentemente squilibrata. Da tempo, gli organismi attraverso i quali passa la comunicazione politica sono considerati fra quelli che non debbono essere piegati a favore di chi ha conquistato il potere politico. Par condicio era la situazione da conseguire e mantenere secondo criteri delineati dal Presidente Ciampi nel suo messaggio alle Camere del luglio 2002 sul pluralismo e l’imparzialità dell’informazione.
Il rinnovo del Consiglio d’amministrazione della Rai deve/dovrebbe rispettare entrambi i criteri, tanto esigenti quanto indispensabili in una democrazia. Che la maggioranza scelga in questo e in altri casi persone di cui si fida, che condividono le sue idee politiche e i suoi obiettivi non può destare scandalo. Tuttavia, a seconda dell’ente e dell’attività dovrebbero essere gli esponenti stessi di quella maggioranza a volere contemperare affidabilità politica con competenza professionale. Il prevalere della prima per lo più significa che alla maggioranza mancano uomini e donne competenti, che, come si dice spesso per Fratelli d’Italia, la sua classe politica è numericamente molto/troppo ristretta e qualitativamente inadeguata. Alla prova dei fatti, l’attività scadente degli inadeguati/e dovrebbe essere punita dagli elettori, almeno questo è uno dei postulati, sempre traducibili in pratica, della democrazia.
Chi e come nella maggioranza sceglierà le persone da reclutare e da promuovere nelle cariche disponibili è un problema che riguarda quasi esclusivamente la maggioranza stessa. Delegare a una persona di famiglia, a una sorella, a un amico, a un collaboratore fidato è, prima di tutto, assolutamente comprensibile. In secondo luogo, non prefigura e non costituisce reato a meno che, in estrema sintesi, i reclutamenti non si caratterizzino come fattispecie di voto di scambio. Se sono soltanto errori sarà nell’interesse di chi ha nominato procedere a rettificarli il prima possibile con opportune sostituzioni.
In democrazia, non solo quella maggioritaria, l’opposizione deve porsi prioritariamente l’obiettivo di costruire le condizioni per sostituire il governo in carica. Saranno le sue critiche fondate e puntuali alle scelte di politiche e di persone fatte, non fatte, fatte male dalla maggioranza a spostare opinioni, a cambiare voi. Gridare frequentemente ossessivamente “al fuoco al fuoco!” rischia di essere controproducente, comunque è politicamente diseducativo, peggio quando le opposizioni si rincorrono per scavalcarsi in denunce esagerate e implausibili, ma anche in concessioni furbette.
Nella politica spettacolo, che, peraltro, oramai molti cittadini se la costruiscono in proprio incuneandosi e adagiandosi in una pluralità di “bolle”, tutto o quasi si svolge in pesanti scambi comunicativi. Molto meglio sarebbe se le opposizioni (ri)conducessero i dibattiti, le interrogazioni, le critiche, le controproposte in Parlamento dando solennità e soprattutto dimostrando che in una democrazia parlamentare la centralità del Parlamento consiste proprio nel confronto, al tempo stesso, il più duro e il più trasparente possibile, fra oppositori e governanti. Proprio quel confronto che un eventuale premierato renderebbe sostanzialmente inutile.
Fuori dalla brutta estate del nostro scontento c’è molto da fare per migliorare il funzionamento della democrazia parlamentare, per l’appunto riportando con ostinazione e virtù la politica in Parlamento che, se formato da una legge elettorale decente, dimostrerebbe tutte le sue qualità e potenzialità istituzionali e di rappresentanza dei cittadini.
Pubblicato il 21 agosto 2024 su Domani
Quel razzismo da bar che non risparmia nemmeno le Olimpiadi @DomaniGiornale

Nella cerimonia di chiusura delle Olimpiadi parigine, sembra che un rapper abbia riscritto la triade rivoluzionaria Liberté Égalité Sororité invece di Fraternité. Gli illuministi francesi, forse ancor meno delle loro controparti scozzesi, non erano sicuramente suprematisti bianchi e con il loro Fraternité si riferivano piuttosto alla solidarietà, allo spirito di collaborazione, non solo nazionale, anzi cosmopolita. Comunque, quella triade è, lo scrivo con le parole che Piero Calamandrei usò per la Costituzione italiana, e rimane “una rivoluzione promessa”. A sua volta, quella rivoluzione è tutt’altro che solo politica. Vuole essere sociale e culturale. Lo spirito olimpico ne è una manifestazione di enorme, spesso sottovalutata, importanza. Uomini e donne competono liberamente per la conquista di medaglie che ne attestano la loro eccellenza. Lo fanno con le loro capacità e qualità personali, ma anche in rappresentanza di una nazione, di una patria.
Che tristezza la pur comprensibile cancellazione dell’appartenenza nazionale come condizione di ammissione di atleti/e eccellenti cittadini di paesi riprovevoli! Ancora più tristi e assolutamente stigmatizzabili, i commenti relativi ad una sorta di appartenenza nazionale secondaria derivante dal colore della pelle, da alcuni tratti somatici. Atlete di serie A, ma cittadine di serie B perché, insomma, non assomigliano a noi nati in questo paese da genitori entrambi di questo paese. Non varrebbe la pena discutere di questo sottile razzismo da bar e da bulletti, se non fosse che in gioco è la costruzione e il funzionamento delle società e dei sistemi politici che vorremmo.
Insomma, la patria è questione di colore e di sangue, di geni paterni e materni, con spudorata franchezza, di razza? Quelle cittadine e cittadini colorati potranno correre, saltare, vincere da soli o in squadra, ma il loro patriottismo rimane dubbio, è solo acquisito, talvolta opportunistico? Ius sanguinis vince. Talvolta, è un passo avanti, ma i veri patrioti lo considerano un cedimento, vince lo jus soli: essere nati/e nel Bel Paese.
Da tempo sappiamo che patria non è soltanto il luogo di nascita dei nostri antenati, dei nostri padri e madri: la madrepatria. Per molti è il luogo dove hanno scelto di andare a vivere, di portare le loro famiglie, di fare crescere i figli/e. Capovolgendo il classico detto latino ubi patria ibi libertas, patria diventa dove c’è libertà di lavoro, di istruzione, di scelte, di partecipazione. Dove è possibile cercare di ampliare e diffondere gli spazi di libertà e di opportunità. Dove è possibile, non sacrificare, ma mettere in competizione i propri valori, i propri stili di vita. Giunti a questa considerazione non bisogna, però, dimenticare che esistono valori non negoziabili in termini di libertà personali, di eguaglianze (sì, plurale) davanti alla legge e di opportunità, di associazionismo politico e sociale. Al proposito, almeno in parte, per sfuggire alla patria di sangue e suolo, in Germania è stato proposto, già prima di Habermas, che lo ha poi variamente teorizzato, il patriottismo costituzionale: adesione ai principi e ai valori ella Costituzione democratica.
(Com)patrioti degni di apprezzamento sono, dunque, a prescindere dalla pelle e dal luogo di nascita, tutti coloro che rispettano la Costituzione democratica, agiscono secondo le sue regole e procedure, perseguono i valori sui quali si fonda quella Costituzione. Se vogliono cambiare i valori, dovranno osservarne le procedure. Chi concorda con questo patriottismo, non può in nessun modo accettare la tesi dell’esistenza di democrazie illiberali che si reggono sulla cancellazione dei diritti delle persone. Un luogo senza libertà e senza diritti non può mai essere definito patria. Il nome che merita è caserma.
Pubblicato il 14 agosto 2024 su Domani
Commemorazione dell’80° anniversario dell’Eccidio del Ponte della pietà 14 agosto 1944 #14agosto #Borgosesia #ANPI
Il 14 agosto 1944, come azione di rappresaglia dei nazifascisti, vengono prelevati dalle carceri di Varallo cinque partigiani: Aldo Bordiga, Gino Boccardo, Vincenzo Lazzo, Gino Francese e Augusto Pescio.
Lo stesso giorno tutti saranno barbaramente impiccati presso il Ponte della Pietà a Quarona.
RIEVOCAZIONE: COSA E’ SUCCESSO 80 ANNI FA AL PONTE DELLA PIETA’ ATTRAVERSO IL RICORCO LASCIATOCI DALL’UNICO TESTIMONE OCULARE PADRE MARCO MALAGOLA
INTERVENTO DI GIANFRANCO PASQUINO PROFESSORE EMERITO DI SCIENZA POLITICA
La cittadinanza è invitata a partecipare
INVITO Dalla Resistenza alla Costituzione. Ieri e domani #13agosto #Borgosesia #ANPI
13 agosto 2024 ore 17,30
Presso il Centro Studi Giovanni Turcotti
Via Giordano, 1 Borgosesia (VC)
Gianfranco Pasquino terrà la conferenza sul tema:
Dalla Resistenza alla Costituzione. Ieri e domani”
In occasione della Commemorazione dell’80° anniversario dell’Eccidio del Ponte della pietà 14 agosto 1944

Il disordine mondiale e le chance dell’Europa @DomaniGiornale

Il problema del nuovo disordine politico internazionale è che, per fattori strutturali e fattori contingenti, non esiste nessuno in grado di prendere l’iniziativa. In subordine, ma di poco, i due conflitti più gravi sono nelle mani di uomini che sanno che il loro futuro politico dipende dal quando e dal come le “loro” guerre (operazioni militari speciali, però, non dello stesso tipo) termineranno. Per quanto sostenere che gli USA sono una potenza oramai declinata sia eccessivo (e prematuro), non c’è dubbio che il fattore strutturale più importante nel disordine mondiale è l’incapacità degli USA di tornare a svolgere un ruolo quasi egemonico. Il fattore contingente, ovvero la campagna elettorale presidenziale, una volta conclusasi, fa poca differenza chi vincerà, non avrà comunque quasi nessun effetto strutturale risolutivo. Neppure ridurrà l’incertezza.
La Cina è e sembra voler rimanere un attore importante senza assumersi nessun ruolo “ricostruttivo”. La sua espansione è lenta, continua, ma non ha di mira un nuovo ordine, semmai un riequilibrio di potere più marcato a scapito degli USA. Potremmo cercare di gettare la croce sull’Unione Europea, ma significherebbe credere, sbagliando, che l’UE abbia risorse tali da farne una Superpotenza, oggi e domani. Prendere atto che non è e non potrà essere così non condanna all’impotenza. Al contrario, suggerisce la necessità di un maggiore e meglio coordinato impegno comune fra gli Stati-membri. Stigmatizzare l’ordine sparso degli europei deve accompagnarsi alla prospettazione di iniziative diplomatiche rapide e vigorose.
Netanyahu non porta la responsabilità di avere scatenato una guerra di aggressione come quella di Putin contro l’Ucraina, ma tutti sanno che non potrà rimanere capo del governo un minuto dopo la cessazione del conflitto con Hamas e con i suoi troppi sostenitori in Medio-Oriente e dintorni. È anche lecito pensare che, per quanto difficilissima, la sua sostituzione in corso d’opera avvicinerebbe una tregua produttiva. La, al momento assolutamente improbabile, sostituzione di Putin potrebbe condurre all’apertura, voluta da quella parte del gruppo dirigente russo che teme la satellizzazione in corso a vantaggio della Cina, di una nuova fase diplomatica (lo scambio di uomini e donne fra Russia e USA non è stato accompagnato da nessun tipo di riflessione aggiuntiva? Non è stata seguita da nessuna presa d’atto che si può andare oltre, con vantaggi reciproci?) con esiti imprevedibili, vale a dire tutti da scoprire e fronteggiare.
Vedremo presto se la nuova Alta Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione, Kaja Kallas, già primo ministro dell’Estonia, riuscirà a dare vigore alla voce e alla presenza dell’Unione, dei suoi ideali e dei suoi interessi, nel sistema internazionale. Gli ostacoli sono molti a cominciare da quelli che in modo diverso frappongono alcuni capi di governo europei: Orbán che si esibisce in una sua personale diplomazia, Macron con la sua interpretazione del ruolo insubordinabile della Francia, Giorgia Meloni che punta molto, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, su rapporti bilaterali che le danno più visibilità che sostanza (e lei lo sa).
Anche nelle relazioni internazionali la pur comprensibile fretta a fronte dei massacri è cattiva consigliera. Poiché, però, sappiamo che quel che cambierà a Washington dopo il 5 novembre imporrà a tutti i protagonisti di riposizionarsi, sarebbe molto opportuno se in Italia e nell’Unione Europea si manifestasse fin d’ora un forte impegno alla elaborazione di una pluralità di scenari alternativi. Meno lamentazione più immaginazione è il minimo che si possa chiedere.
Pubblicato il 7 agosto 2024 su Domani
