“Questa è una riforma partitocratica” #4dicembre #IoVotoNo

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Intervista raccolta da Giulio Cavalli

– Professore Pasquino, perché dice no alla riforma costituzionaleBoschi-Renzi?

Il primo punto critico è quello che riguarda la composizione del Senato e le funzioni rimanenti alle Regioni: si tolgono alle Regioni le possibilità di intervenire su una serie di materie e si dice che gli si darà rappresentanza mentre in realtà la si sta dando ai partiti poiché saranno principalmente loro a mandare in Senato i sindaci e i loro consiglieri con riferimento ai voti ottenuti. Diremmo oggi che questa è una riforma partitocratica o quantomeno la chiameremmo lottizzazione. E tutto questo molto semplicemente non funziona e in più dà origine a tutta una serie di conflitti dei quali la Corte Costituzionale si è già lamentata in passato e che non diminuiranno nel futuro. Poi c’è il fatto che ciò che sta nella riforma è tutto criticabile ma è criticabile anche tutto quello che non c’è in questa riforma.

– Cioè?

Ad esempio si parla di governabilità ma non si tocca in maniera costituzionale il governo, la sua formazione e la sua stabilità. Si affida tutto questo a una legge elettorale controversa (sulla quale è già stato accolto un ricorso alla Corte Costituzionale) e della quale si era detto che era ottima e poi ci si è dati subito per disponibili a cambiarla (secondo me a peggiorarla). Una legge elettorale che ha il suo punto di forza nel dare a chi vince le elezioni una maggioranza cospicua alla Camera dei Deputati (che ricordo sarà l’unica che dà la fiducia) e questo non va bene perché ci si affida alle aleatorietà mentre si poteva propendere per il voto di sfiducia costruttiva (che è quello che ha dato molta stabilità ai governi tedeschi).

– In questi ultimi giorni il premier ha dato giudizi abbastanza sferzanti al fronte del No…

Pesanti, direi pesanti.

– La sua opinione sul clima di questa campagna referendaria?

È naturalmente una campagna aspra nei toni perché il Presidente del Consiglio è partito con quello che io ho chiamato un “ricatto plebiscitario”: o votate le mie riforme o me ne vado. Poi ha abbassato un po’ i toni anche per l’intervento di Napolitano, che si è tardivamente accorto che il Presidente del Consiglio stava sbagliando, e ora ha rialzato i toni dopo avere visto i sondaggi e ha deciso di ricentrare tutta la campagna su di sé. Se dobbiamo discutere nel merito entriamo paure nel merito ma sia chiaro che questo si chiama plebiscito.

– Dice Renzi che chi vota no è a favore della casta.

Questa è una stupidaggine solenne. A me della casta non importa proprio nulla, io voto no per proteggere da una lato la Costituzione e dall’altro per evitare che seguano una serie di inconvenienti che non migliorano affatto il funzionamento del sistema politico ma lo peggiorano in maniera significativa.

– Renzi dice anche che il fronte del no mette insieme un’accozzaglia. Parla di brutte compagnie…

Guardi, dopo avere apprezzato l’eleganza del linguaggio del Presidente del Consiglio (che tra l’altro non è inusitata avendo lui sempre avuto gli stessi toni di questa stessa espressione), le dirò che io non guardo alla compagnia ma guardo esattamente al merito: questa riforma ha qualche possibilità di produrre un miglioramento di funzionamento del sistema politico? No. E allora se ci sono altre persone che condividono questo io non sto a guardare da dove vengono ma guardo all’obbiettivo. Sono anche loro contrari a questa riforma? Benissimo. I referendum inevitabilmente ci mettono in compagnia con altri con cui non staremmo insieme su altre cose. Io non sono in compagnia di nessuno per la formazione del prossimo governo a meno che non ci sia una proposta programmatica (e anche di capacità professionali e personali) che mi convinca.

– Dicono che questa riforma si fa ora o mai più.

Io accetto questa osservazione e dico che chi cambia questa volta, male, rischia di essere responsabile con riforme malfatte di essere causa di tutti gli inconvenienti per i prossimi trent’anni. Meglio bloccarle subito piuttosto che fare passare trent’anni tentando poi di riformarle. Abbiamo già fatto brutte riforme che poi ci sono costate anni per essere cambiate.

– Un’altra parola che si sente spesso nel dibattito è “governabilità”. Questo sembra una Paese ingovernabile, dicono.

Faccio un po’ di osservazioni sparse intorno all’argomento. Prima di tutto è curioso che tutto questo lo dica un capo di governo che è in carica da 1000 giorni, che è un periodo lunghissimo non solo per l’Italia. Secondo: il capo del governo non sa esattamente cosa vuole perché non conosce il funzionamento del Parlamento, è un neofita e quindi non sa che il suo Parlamento produce tante leggi, perfino di più di quelle che vorremmo vedere e qualche volta non di buona qualità. Dovrebbe guardare i numeri: È il Parlamento l’inciampo della possibilità di fare leggi da parte del governo? La risposta è no: ogni 100 leggi 85 sono di origine governativa. Terzo: certamente un po’ bisogna garantire stabilità all’esecutivo ma il resto appartiene a chi ha le capacità di governare e quindi le cause delle crisi di governabilità sono dovute da una lato dal meccanismo incerto e dall’altro dalle qualità nel governare; se ne hanno poco non garantiscono stabilità ovviamente. Se per Renzi la governabilità è il potere di fare quello che vuole francamente mi pare un po’ esagerato e centra poco con le democrazie liberal-costituzionali.

– Scenari apocalittici nel caso in cui vinca il no se ne sentono un po’ dappertutto.

La preoccupazione degli operatori economici e dei governanti di altri Paesi è legittima: se vince il no gli operatori economici hanno difficoltà nel prevedere cosa succederebbe e potrebbero avere qualche difficoltà nell’immaginare cosa fare dei loro soldi investiti in Italia (in realtà pochi, visto che l’Italia è da sempre un Paese inaffidabile); i governanti degli altri Paesi vorrebbero ovviamente sapere chi sarà il prossimo capo di governo, con chi andranno a trattare e chi si occuperà di ridurre il deficit. Ma queste preoccupazioni dovrebbero essere smussate dallo stesso capo del governo che dovrebbe dire “non produrrò nessuna crisi di proporzioni gravi”, “faciliterò e sarò responsabile nella transizione a un altro governo” e “lo sosterrò” visto che è capo anche del partito che ha una maggioranza cospicua. È sua responsabilità garantire la stabilità di questo Paese e magari una volta tanto potrebbe smettere di fare campagna elettorale e cominciare a occuparsi del Paese da statista.

Pubblicata su 21 novembre 2016 su fanpage.it

ASPETTANDO IL #REFERENDUM 24novembre al Teatro F.Parenti #Milano

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Un incontro dedicato al referendum costituzionale a partire dal

numero 4/2016 della rivista il Mulino.

«sì»/«no»: un voto decisivo
Intervengono
Michele Salvati e Gianfranco Pasquino
modera Danilo De Biasio

Giovedì 24 novembre h 18
Teatro Franco Parenti
Via Pier Lombardo, 14
Sala AcomeA

In vista di un appuntamento cruciale come il referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo, la rivista «il Mulino» organizza un dibattito pubblico per approfondire le ragioni dei due schieramenti, grazie agli interventi di Michele Salvati e di Gianfranco Pasquino, entrambi soci del Mulino.
L’incontro, moderato da Danilo De Biasio, prenderà spunto dal numero 4/2016 della rivista, la cui sezione monografica riporta opinioni a favore tanto del «sì» quanto del «no». Questa è la modalità di intervento politico cui la rivista si attiene su questioni importanti e controverse, quando – nell’ambito di un consenso raziocinante e orientato a valori di riformismo liberale e solidaristico comuni a tutto il gruppo del Mulino – si manifestano significative differenze di opinione.

Michele Salvati è professore emerito di Economia politica all’Università Statale di Milano. Accademico dei Lincei, socio dell’Associazione «il Mulino», è direttore della rivista «il Mulino» dal 2012 ed editorialista del «Corriere della Sera».

Gianfranco Pasquino è professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e insegna al Bologna Center della Johns Hopkins University. Accademico dei Lincei, socio dell’Associazione «il Mulino», ha diretto la rivista «il Mulino» dal 1980 al 1983.

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Italia, el referéndum y los temblores #Clarín

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El 4 de diciembre los italianos votarán “sí” o “no” en un referéndum sobre las reformas constitucionales deseadas por el gobierno de Matteo Renzi y hechas aprobar en su mayor parte con alguna ayudita de parlamentarios transformistas. Hay quien sostiene que, a la luz de las así llamadas “rebeliones de los electorados” contra las élites (como, en particular, el caso del Brexit), también este referéndum institucional terminará por dimensionar el complejo estado de desacuerdo de los italianos en la actual situación política y sobre todo económica. Es posible que este factor influya en el resultado, castigando al gobierno, pero los italianos saben muy bien cuál es la cuestión en juego. Ningún italiano, la mayoría de los cuales habría preferido a Hillary Clinton, se dejará influenciar, ni por el “sí” ni por el “no”, por la sorprendente victoria de Trump.

Las reformas no son muy importantes por cuanto no afectan realmente el modelo de gobierno parlamentario a la italiana. Se relacionan con el Senado, que no tendrá más el poder de otorgar o sustituir su confianza en el gobierno y no será más elegido por los ciudadanos sino nominado por los consejeros regionales. Eliminan el Consejo Nacional de Economía y del Trabajo, devenido sustancialmente inútil. Modifican en favor del Estado las relaciones entre el Estado y las regiones. Redefinen las modalidades en las cuales pueden solicitarse los referéndums y aprobarse sus resultados.

La campaña electoral comenzó nada menos que en abril y por lo tanto se ha hecho larguísima, áspera, rica en tensiones y conflictos que no cesarán siquiera después de la votación, costosa. El Presidente del Consejo ha personalizado al máximo el referéndum llegando prácticamente a plantear un plebiscito no sólo sobre “sus” reformas sino también sobre su persona. Incluso el ex presidente de la República Giorgio Napolitano, nunca antes conocido como reformador constitucional, y alineado de manera exagerada como defensor de las reformas, se vio obligado a declarar que el jefe del gobierno ha incurrido en un “exceso de personalización política”. La prensa extranjera, el JP Morgan y la agencia de calificaciones Fitch, la Confederación General de la Industria Italiana y el manager de Fiat Marchionne, el Corriere della Sera y la revista Civiltà Cattolica hasta llegar así al embajador estadounidense en Roma y al presidente Obama se han manifestado a favor de la aprobación de las reformas de Renzi.

¿Por qué? La motivación más probable es que en una fase política muy delicada de Europa una eventual inestabilidad italiana, derivada de la dimisión con que ha amenazado Renzi, provocaría problemas y perjuicios para otros países y para la misma Unión Europea. Técnicamente, sin embargo, ante la dimisión de Renzi, el Presidente de la República Mattarella estaría en condiciones de poner remedio muy rápidamente nombrando otro jefe del gobierno. Nadie puede creer que Renzi sea el único político italiano en condiciones de conducir el gobierno. Si así fuera la situación de Italia sería verdaderamente mala. Pero no lo es. De hecho ya circulan subterráneamente cuatro o cinco nombres de posibles sucesores. Es justo pensar en un futuro sin Renzi porque todos los sondeos ponen a la cabeza a los defensores del NO.

Rechazadas las reformas constitucionales, ¿el sistema político italiano se encontraría en grandes dificultades? La respuesta es negativa por muchas razones. La primera es que ninguna de las reformas de Renzi promete mejorar de manera significativa el funcionamiento del sistema político italiano. Así, es muy probable que el nuevo Senado -cuyas modalidades de formación no se conocen y cuyos deberes son delicados y difíciles: las relaciones con la Unión Europea y la validación de las políticas públicas (vale decir de los costos y de los efectos de las leyes)- no logre funcionar de manera adecuada.

Las relaciones entre el Estado y las autonomías locales serán seguramente conflictivos y demasiado a menudo deberán decidirse, aunque no sean resueltas, a través del recurso de la cláusula de supremacía estatal. A decir verdad, Renzi y su círculo mágico piensan, si bien no pueden decirlo claramente, que los problemas se podrán encarar todos gracias a la ley electoral, que no es objeto del referéndum y que atribuye a quien vence en el balotaje 340 escaños en la Cámara de Diputados, vale decir una mayoría segura de los 630 diputados.

Precisamente sobre los puntos que Renzi subraya como decisivos en su intensísima y personalísima campaña electoral es posible tener juicios diferentes. La reforma no simplifica el proceso de formación de las leyes cuyo número, en el mejor de los casos, habría de disminuir mucho. Reduce poquísimo los costos de la política, pero aumenta la posibilidad de conflictos entre las instituciones: Senado y Cámara, consejos regionales y senado, autonomías locales y Estado.

En suma, la victoria del “sí” no mejorará de hecho el funcionamiento del sistema político italiano, sino que lo empeorará. Los partidarios de Renzi replican que la victoria del “no” hará imposible cualquier reforma por al menos otros diez años. Es una afirmación exagerada, quizás errónea. Si después de ocho meses de debate los protagonistas políticos han aprendido algo, como deberían, podrán relanzar un proceso reformador partiendo de posiciones compartidas más avanzadas. Casi seguramente, la victoria del “sí” estará seguida de conflictos y confusión. Solo la victoria del “no” garantiza que, por causa de reformas mal hechas, la situación no se revelará peor que la actual y que será posible hacer mejor las cosas con acuerdos de alto nivel. En ambos casos, los italianos sabrán cómo superar el difícil momento. Han sabido hacerlo ya más veces en el pasado.

17/11/2016 Publicado en Clarin.com

INVITO – Democrazia nella crisi, crisi della democrazia – 19novembre #Milano #FondazioneCorriere

Sala Buzzati – via Balzan, 3

Ingresso libero solo con prenotazione 02 87387707    rsvp@fondazionecorrere.it

Maurizio Ferrera, Gianfranco Pasquino, Stefano Petrucciani, Sergio Romano

Coordina Danilo Taino

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Salvini può sognarsi la guida della Destra, ha più possibilità persino Maroni

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Intervista raccolta da Giorgio Velardi

Altro che “Trump italiano”. La leadership del centrodestra il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, può sognarsela. Parola del politologo Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza della politica all’Università di Bologna. “A quel punto meglio Roberto Maroni – dice a La Notizia –. Peccato non spinga fino in fondo sull’acceleratore”.

Andiamo verso un centrodestra italiano a trazione leghista?
La prospettiva di un centrodestra italiano a trazione leghista credo che non esista.

Cosa la porta a dire questo?
Il fatto che in questo Paese per vincere c’è bisogno di un leader che non sia troppo distante dal centro. I voti delle ali estreme convergono in quella direzione, mentre non avviene il contrario. Salvini non può diventare il capo di quell’area, ma al tempo stesso può impedirle di riunificarsi. Dall’altra parte, Berlusconi continua a non trovare un successore. E probabilmente non lo troverà mai, perché è unico nel suo genere.

Il Cavaliere ha “scaricato” l’ennesimo delfino sul quale aveva investito, Stefano Parisi. Era quello più sacrificabile se messo a confronto con Salvini?
Non penso che Berlusconi abbia investito su Parisi. È vero il contrario: l’ex candidato sindaco di Milano ha puntato su di sé probabilmente esagerando, vista la sconfitta rimediata contro Sala. Del resto, il leader di Forza Italia ha sempre avuto dei tratti che lo accomunavano a Umberto Bossi: populista elegante il primo, rampante il secondo. E sa che il rapporto con il Carroccio è fondamentale, altrimenti le chance di un’eventuale vittoria sarebbero ridotte al lumicino.

Ma quindi un Trump italiano non esiste proprio?
Trump è il Berlusconi americano, che grazie a quel sistema elettorale ha vinto contro la Clinton. Nel bene e nel male, se non ci fosse l’ex presidente del Consiglio non avremmo nessun “nostro” Trump.

E la Meloni? Lei continua a chiedere le primarie, da sempre annunciate a destra e mai diventate realtà.
Ha le caratteristiche per poter guidare uno schieramento di centrodestra, ma il problema in questo caso è un altro.

A cosa si riferisce?
Prima che il centrodestra affidi a una donna la leadership passerà ancora molto tempo. Anche perché se la Meloni scendesse in campo dovrebbe confrontarsi con Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini, le candidate di Berlusconi. Bene fa la leader di Fratelli d’Italia a chiedere le primarie: sono un elemento di mobilitazione ma vanno organizzate bene, altrimenti rischiano di disaggregare. Anche perché il Cavaliere spingerà una sua figura che poi potrà controllare.

Berlusconi rimane un brand. La prospettiva resta la candidatura di uno dei suoi figli?
Era una prospettiva esistente ma credo che sia passata. Marina ha dimostrato in questi anni di avere delle capacità per raccogliere il testimone del padre, ma ha perso l’attimo. Stesso discorso per Piersilvio: è troppo tardi.

Secondo lei in che direzione si va?
È difficile da dire, anche perché non ci sono figure vincenti. Forse fra quelli che oggi popolano quell’area il migliore è Raffaele Fitto. Ma…

Quali problemi vede in questo caso?
Per il centrodestra è fondamentale l’elettorato del Nord, e Fitto non ha quella caratura per poterlo raggiungere.

E un outsider non esiste proprio?
Una figura che potrebbe aggregare bene le anime sparse c’è e si chiama Roberto Maroni, leghista moderato e governante. Certo, non è una novità. E non lo vedo spingere sull’acceleratore fino in fondo.

Alfano sta cercando di rientrare nelle grazie di Berlusconi. Ci riuscirà?
La dico brutalmente: Alfano, che non è un leader, vale il 3/3,5%, Salvini il 12. Credo che questo Berlusconi lo sappia bene.

Tw: @GiorgioVelardi

Pubblicato il 16 novembre 2016 su lanotiziagiornale.it

La politica non parli alla pancia

Vince le elezioni, scrivono accigliati commentatori, di destra e di sinistra, chi sa ascoltare e/o parlare alla pancia degli elettori. Che cosa sia e che cosa contenga quella pancia non è chiaro. Presumibilmente, nessuna pancia è interessata ai programmi dei candidati e dei partiti. Anzi, per restare in metafora, non li vuole proprio digerire; quindi, se ne disinteressa. Eppure, spesso, proprio gli stessi accigliati commentatori e troppi dei loro lettori hanno affermato: “prima i programmi poi le persone”. Invece, le pance degli elettori fanno sapere che conta quello che percepiscono o che viene loro comunicato proprio riguardo le personalità dei candidati. La linea distintiva passerebbe tra i candidati che fanno parte dell’establishment e quelli che lo sfidano, tra candidati che conservano e candidati che innovano. Questa seconda distinzione non è facile per nessuna pancia poiché richiede qualche approfondimento. Più precisamente, però, nella pancia degli elettori si annidano umori e malumori, disagi e insoddisfazioni, critiche e risentimenti che, molto spesso hanno concrete fondamenta e che non debbono essere in nessun modo trascurati e snobbati. Lo snobismo sarebbe l’atteggiamento esiziale di parte significativa della sinistra, radical chic, ma anche no, che di quei malumori e di quei rumori di pancia non vuole interessarsi, anche perché spesso non saprebbe come farlo.

Fin qui la narrazione che, diciamocelo, non è particolarmente lusinghiera per nessun elettorato talvolta accusato di non sapere ragionare politicamente con la testa, ma oggi troppo spesso blandito per i suoi umori viscerali. Se fosse davvero così, allora in crisi non sarebbe soltanto la politica, ma la politica democratica esposta a elettori che poco sanno, meno s’informano sulle differenze di programmi e di conseguenze, anche per loro, dell’attuazione di quei programmi, ma che sono decisivi nel dare potere decisionale. A chi lo consegnano questo potere? Quasi inevitabilmente, gli elettori che pensano con la loro pancia rispondono ai politici che parlano a quella pancia. Si fanno ingannare da promesse altisonanti. Credono che le semplici(stiche) affermazioni “vi ho ascoltato”; “sto con voi contro l’establishment”; “porterò la vostra voce nei palazzi del potere/ contro i palazzi del potere”, serviranno a migliorare le loro condizioni di vita. Invece, sia ascoltare la pancia degli elettori sia interpretarla e blandirla sono pratiche, peraltro, raramente effettuate in maniera assoluta, populiste.

Èproprio il rapporto emotivo fra masse di elettori scontenti e male informati e un leader politico che promette la luna a caratterizzare senza ombra di dubbio il populismo di ieri (l’America latina offre numerosi esempi) e il populismo di oggi (con esempi ancora non vincenti nell’Unione Europa e dintorni). Il gravissimo rischio è che chi cede alla presunta necessità di ascoltare la pancia degli elettori finisca per dimenticarsi che la politica, in special modo se vuole essere e rimanere democratica, necessita e si basa su cittadini interessati, informati e partecipanti. La promessa della democrazia è quella di fare crescere le competenze dei cittadini affinché scelgano in maniere più informata e consapevole i loro rappresentanti e i loro governanti, affinché siano in grado di controllare l’operato di quei rappresentanti e governanti per sostituirli quando i risultati delle loro azioni sono insufficienti.

Allora, senza necessariamente mettere da parte le pulsioni emotive dell’elettorato, che, peraltro, coinvolgono tutte le sfere della vita, ai politici non bisogna chiedere né di ascoltare la pancia degli elettori né, tanto meno, di rispondere essi stessi con la pancia. Al contrario, la parte del corpo che deve essere usata è la testa: spiegare, argomentare, valutate, eventualmente cambiare motivatamente idea e suggerire soluzioni diverse: questo è il compito primario di un politico che desideri diventare rappresentante e governante. Parlare alla testa dei suoi concittadini, elettori e oppositori, è l’unica vera ricetta democratica. Non funzionerà sempre, ma sempre contribuirà a un dibattito civile e a fare crescere culturalmente la cittadinanza.

Pubblicato AGL il 15 novembre 2016

La spirale del Partito di Renzi

Dopo l’esito, qualunque sarà, del referendum, il compito principale degli schieramenti avversi consisterà nel riunificare il paese. Dovrà farlo soprattutto chi ha più potere politico. Non si dovrà, politicamente, per il bene dell’Italia, e neppure si potrà, tecnicamente, andare a elezioni subito poiché non c’è ancora la legge elettorale. L’accordo sulla revisione dell’Italicum (fino a poche settimane fa, “legge che”, secondo Renzi, “tutta l’Europa ci invidia”) solo “tatticamente” raggiunto nella Commissione apposita del PD, al quale Cuperlo, esponente della minoranza, ha dato un suo, non del tutto spiegabile, consenso, è noto esclusivamente nelle sue linee generali. Non è accertabile nei dettagli dove, di solito, sta il diavolo, ma si trovano anche oscurità, inconvenienti, pasticci dei più vari generi. Forse gli esponenti renziani in quella Commissione miravano a spaccare le minoranze del PD. Probabilmente, non ci sono riusciti poiché, in sostanza, la defezione di Cuperlo sembra del tutto personale.

Quello che è certo è che, alla Leopolda, incitati dai toni guerreschi di Matteo Renzi, una maggioranza dei presenti ha espresso la sua vociante preferenza: “Fuori, fuori”, e non è stata silenziata da Renzi. E’ un segnale bruttissimo del clima di intolleranza che si sta diffondendo nel PD nei confronti di coloro che non condividono la sostanza delle riforme costituzionali e neppure le modalità della campagna referendaria di tipo plebiscitario condotta da Renzi. Certamente, alle minoranze è giusto ricordare che quelle riforme costituzionali loro le hanno approvate. E’ ancora più giusto sottolineare la loro incoerenza e, persino, la dichiarata esplicita propensione a scambiare la riforma elettorale, una legge ordinaria, con il Si a riforme costituzionali, “leggi sopra le leggi”. Tuttavia, la disciplina di partito non dovrebbe mai essere invocata su nessuna legge di revisione costituzionale, da valutare nel merito, in scienza, ovvero sulla base delle conoscenze e conseguenze, e in coscienza. Tutto questo è stato travolto dalla brutta esibizione di iscritti al PD che esprimono la loro volontà di risolvere i conflitti e i dissensi interni, non con la discussione e con il compromesso, ma con l’espulsione dei dissenzienti.

Con parecchio ritardo, solo alcuni fra i commentatori, nient’affatto unanimemente, hanno affermato che il compito preminente di un leader di partito consiste soprattutto nel tenere unito il suo partito e, solo una volta conseguito questo obiettivo, nel cercare di ampliarlo. Renzi ha più volte detto che va alla ricerca dei voti di destra per vincere il referendum. Nel frattempo, in parlamento, non pochi parlamentari del centro-destra gli hanno già, ripetutamente, dato una mano, vale a dire, voti risultati decisivi. Logicamente, attendono di essere ricompensati. Questo slittamento parlamentare del PD configura e prefigura la nascita del Partito della Nazione, stabilmente collocato al centro, gonfiato dai seggi del premio di maggioranza, in grado di governare da solo? Quella che è l’aspirazione di non pochi renziani, ma è anche la preoccupazione di molti oppositori, interni e esterni, dipende non soltanto da un’eventuale, al momento improbabile, vittoria del sì al referendum, ma anche da come l’Italicum verrà riformato.

Alla fine della ballata referendaria, rimarrà aperto, forse addirittura esacerbato, il problema della gestione del Partito Democratico. Troppo spesso si ha la sensazione che il segretario del PD, più degli altri, non abbia consapevolezza delle conseguenze negative se il suo Partito, praticamente l’unico che può ancora definirsi tale, entrerà nella devastante spirale della scissione/espulsione.

Pubblicato AGL 9 novembre 2016

Eccome se esiste un NO positivo

La terza Repubblica

Nello schieramento del NO non si trova, come, fra gli altri, ha sostenuto Ernesto Galli della Loggia (Referendum, la doppia battaglia, “Corriere della Sera”, 5 novembre) , tutto il male, passato e futuro, del paese. Non si trovano tutti quelli che non hanno mai fatto niente (che cedimento alla propaganda renzian-boschiana!), tutti quelli che hanno approfittato di chi sa quali privilegi dati loro dalla Costituzione vigente. Rileggere la storia di questo paese permetterebbe di giungere a una valutazione molto più equilibrata. Guardare alle modalità simil-plebiscitarie con le quali il capo del governo ha impostato la sua lunghissima e conseguentemente costosissima campagna referendaria dovrebbe quantomeno portare a qualche critica. Infine, esplorare in maniera selettiva il background degli oppositori delle riforme e di una legge elettorale talmente discutibile che persino i loro facitori si mostrano oggi disponibili a cambiarla dovrebbe imporre una discussione sul merito.

Purtroppo, Galli della Loggia ha seguito un’altra già spesso battuta strada, sulla quale, però, personalmente, non sono affatto disposto a seguirlo. Dunque, non chiederò a nessuno dei sostenitori del sì, neppure ai riformatori parlamentari e al Presidente Emerito Giorgio Napolitano, quali sono state le loro precedenti prese di posizione sulla necessità di ritoccare la Costituzione. Non chiederò con quali conoscenze, magari comparate, sono giunti all’elaborazione di quanto, in maniera del tutto irrituale, hanno fin dall’inizio affermato che avrebbero sottoposto al non richiesto vaglio referendario. Non andrò neppure a sottolineare strane convergenze fra quotidiani, come il Corriere e il Foglio e fra la Civiltà Cattolica, alcune banche, agenzie di rating e la Confindustria, meno che mai a chiederò loro quali riforme ritengono effettivamente non soltanto azzeccate, ma indispensabili.

Almeno a grandi linee, tuttavia, qualche quesito meriterebbe meditate risposte, sul contenuto. Il bicameralismo italiano, che ha regolarmente prodotto più leggi di quello francese, inglese, tedesco, deve essere riformato perché è meno efficiente di quei bicameralismi? Oppure, forse, bisognava andare verso una sana delegificazione di cui non v’è traccia alcuna nelle riforme? La governabilità, fenomeno che i riformatori sostanzialmente declinano come stabilità del governo, creato e potenziato da un cospicuo premio in seggi, non dovrebbe quanto meno contenere qualche riferimento a meccanismi più trasparenti e anche più incisivi, ad esempio, il voto di sfiducia costruttivo, alle origini della grande stabilità dei Cancellieri e dei governi tedeschi? Ma davvero il problema delle democrazie contemporanee è la loro ingovernabilità piuttosto che la loro capacità di offrire e garantire rappresentanza politica ai loro elettorati? Sapere rappresentare quegli elettori e consultarli, non offrendo disintermediazione, ma con forme di intermediazione, che sono la peculiarità positiva delle democrazie? Se si cambiano gli equilibri tra parlamento e governo non bisognerebbe cercare e innestare altri effettivi contrappesi poiché fra i compiti del parlamento sta anche quello di monitorare e controllare l’attività del governo, di quello che fa, non fa, fa male piuttosto di chinare la testa e votare la fiducia su decreti omnibus oppure correre su corsie preferenziali per incocciare votazioni a data certa?

Se, come ha scritto, nient’affatto autorevolmente, la banca d’affari JP Morgan, le costituzioni dell’Europa meridionali sono “socialiste”, qualcuno dei facitori e dei sostenitori delle riforme costituzionali è davvero disposto a sostenere che queste riforme conducono nella direzione di una costituzione liberale? Il marchio, l’imprinting di una costituzione liberale consiste nel dare più forza al governo o nel provvedere freni e contrappesi? nel consentire il massimo di autogoverno ai poteri locali o nel fare ricorso alla clausola della supremazia statale? Nel sostenere, con grande sprezzo della storia del costituzionalismo liberale, che bisogna dare vita ad una, altrove inesistente, democrazia “decidente”, aggettivo che non compare mai negli indici dei nomi dei più importanti testi sulla democrazia a cominciare dall’indimenticabile classico di Giovanni Sartori, Democrazia e definizioni? Mettere in evidenza tutti questi aspetti, proprio di merito, fa di coloro che argomentano il no dei retrogradi che bloccano lo sviluppo del paese e trasforma i riformatori negli avanguardisti delle “magnifiche sorti e progressive”? Credo proprio di no.

Pubblicato il 13 novembre 2016 su terzarepubblica.it

Riflettere sulle analogie

Corriere di Bologna

Uomini bianchi in perdita di status, impoveriti, che vedono le loro radici messe in discussione, che temono che quel poco che rimane loro del sogno (non solo americano) sia lacerato non da altri sogni, ma dall’incubo di un’immigrazione sregolata, stanno decidendo le sorti dell’Occidente. In Gran Bretagna hanno detto che preferiscono orgogliosamente vivere nella loro isola, in “splendido” isolamento. Negli USA hanno mandato il messaggio che persino un miliardario, purché bianco, un po’ sessista, maleducato, con qualche accento di xenofobia, ma distante dall’establishment politico è preferibile a una donna che di quell’establishment è parte integrante, che rappresenta anche i privilegi, che avrebbe garantito more of the same, proprio la continuità che gli incattiviti bianchi non vogliono affatto. Un po’ in tutta Europa sale quest’onda di reazione contro il permissivismo dei ceti-medio alti, i loro privilegi, talvolta il loro ipocrita paternalismo.

Senza esagerare le somiglianze, è possibile cogliere alcuni elementi preoccupanti anche in un microcosmo come Bologna? L’omogeneità del tessuto sociale del passato s’è perduta da tempo. Una parte della cittadinanza vive bene, gode della sua posizione, talvolta esibisce quel tanto di paternalismo che ritiene appropriato al suo status. Si permette anche di criticare coloro che esprimono preoccupazioni, non solo egoistiche, nei confronti degli immigrati. Quella parte di cittadini divenuti privilegiati, magari anche grazie al duro lavoro dei nonni e dei padri, non capisce perché si debba intervenire per ridurre le diseguaglianze che loro hanno superato lavorando, con impegno e con senso civico. Non è possibile conoscere a fondo le loro impressioni e valutazioni sull’immigrazione e sulle diseguaglianze, sul disagio della condizione giovanile, che non voglio esagerare e al quale quei cittadini benestanti rimediano facilmente per i loro figli. Sicuramente provano un po’ di ostilità nei confronti di qualsiasi rivendicazione, per di più espressa non nei canali tradizionali, ma nel disordine. Non raccontano quello che pensano poiché sanno che a Bologna, forse più che altrove, i politicamente corretti esprimerebbero disapprovazione per qualsiasi critica agli immigrati e a un malposto, buonismo.

Almeno in via d’ipotesi sembra lecito temere che qualcosa si muova sotto la classica coperta del perbenismo bolognese. Gli insoddisfatti mugugnano, ma non hanno la voglia, il coraggio? la sfrontatezza?, di esprimere apertamente posizioni e visioni diverse. Troppo facile dire che la politica bolognese non ha neppure colto gli indizi di questa situazione poiché essa stessa è parte del problema. Difficile dire se la società bolognese saprà metabolizzare cambiando oppure se si stia avvicinando a un punto di rottura. Magari sfruttato/strumentalizzato da un piccolo Trump locale.

Pubblicato il 10 novembre 2016

Qualche argomento trascurato a sostegno del NO #Referendum #IoVotoNo

FiLOdiritto è il portale d'informazione giuridica che offre informazioni e notizie su tutto ciò che riguarda il diritto, in tutte le sue classificazioni: diritto commerciale, diritto dei consumatori, diritto dei contratti e delle obbligazioni, diritto del lavoro e della sicurezza, diritto dello sport, diritto fallimentare e delle procedure concorsuali, diritto societario, ecc.

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Intervista raccolta da Antonio Zama il 30 ottobre 2016