Maggioranze educate alla democrazia. Governo, politiche, diritti @DomaniGiornale del 6 luglio 2024

In democrazia, il principio fondante è majority rule: la maggioranza governa. Scriverlo in inglese è un giusto omaggio alla cultura politica, liberale, costituzionale e democratica che si basa su quel principio, ma non si ferma lì. Nella sua storia complessa, quel principio è stato variamente declinato e si è fatto accompagnare da una pluralità di diritti. La maggioranza ha il diritto e anche il dovere politico e istituzionale di governare, ma, qualche volta, come ha fatto opportunamente notare Norberto Bobbio, non ha neppure la necessità di essere una maggioranza assoluta. È sufficiente che sia maggioranza relativa se, comunque, le decisioni che prende non sono controverse né dannose, ma accettabili. In molti parlamenti decisioni di questo tipo sono frequenti. D’altronde, qualsiasi richiesta di controprova metterebbe le cose a posto. Quel che più conta, però, è che in democrazia ci sono anche alcune decisioni per le quali la maggioranza assoluta non basta: l’elezione ad alcune cariche, le votazioni su alcune tematiche. Mi limito ad un unico esempio perché mi pare molto significativo, ma anche controverso, in quanto posto a tutela di una minoranza nient’affatto debole. Nel Senato USA l’ostruzionismo (filibustering nel colorito linguaggio del XIX secolo) può essere fatto cessare soltanto da una maggioranza qualificata: 60 senatori su 100. Quindi, anche se i 40 senatori filibustieri non danno vita a una dittatura della minoranza, sicuramente ostacolano il governo della maggioranza, senza scandalo, ma con grande e giustificato fastidio dei maggioritari.

Governo della maggioranza significa che, confortata e prodotta dal voto degli elettori, quella maggioranza è autorizzata e, ogniqualvolta e fintantoché rimane tale, avrà il potere di fare approvare le sue politiche, economiche, sociali, culturali, internazionali, meglio se saranno quelle presentate in campagna elettorale. Ma i diritti, civili, politici, sociali delle persone sono cosa molto diversa. Le Costituzioni liberal-democratiche definiscono quei diritti inalienabili. Non possono essere ceduti; non sono disponibili. Nessuna maggioranza, non importa di quale dimensione, può toccare, ridimensionare, eliminare quei diritti. Quando Orbán annuncia petto in fuori che ha fatto della Ungheria una democrazia illiberale sta certificando che priva i suoi concittadini di alcuni diritti: libertà di parola, di stampa, di insegnamento, del due process of law (giusto processo), della libertà e integrità personale (habeas corpus). Nessun regime che non riconosce, protegge e promuove i diritti dei suoi cittadini può dirsi democratico. Dove non ci sono i diritti che discendono dal liberal-costituzionalismo non esiste nessuna democrazia.

Quello che preoccupa gli studiosi e i politici che denunciano, non sempre a proposito, la crisi della democrazia è l’erosione più o meno lenta, più o meno deliberata, più o meno sistematica dei diritti. Questa erosione, se condonata dalla maggioranza, conduce a forme di autoritarismo blando, di fascismo temperato. Con classe e cautela, ma con chiarezza, il Presidente Mattarella ha inteso richiamare l’attenzione su questi possibili svolgimenti. Qualche sedicente liberale incoerente e fellone, qualche ex comunista arrivista con coda di paglia potranno anche denunciare la sussistenza del complesso del tiranno a fondamento di un capo del governo, come quello italiano, solamente primus inter pares e annunciare l’incomprimibile bisogno di renderlo forte, primissimus. Come si fa a trascurare che un conto sono maggioranze assolute prodotte dal libero voto degli elettori e un conto enormemente diverso sono le maggioranze diventate tali in seguito a cospicui premi in seggi assegnati in maniera truffaldina.

Grande è il torto che faremmo al Presidente della Repubblica se pensassimo oppure, peggio, dicessimo che nelle sue parole sulla dittatura della maggioranza non si trova un riferimento ai poteri che avrebbe un capo del governo di (ancora indefinita) elezione popolare diretta e al rischio di un suo sfuggire al controllo di un Parlamento manipolato dal premio. In conclusione, sento di dovere ricordare e sottolineare che, comunque, a nessuna maggioranza democratica è concesso di cambiare le regole del gioco per rendere difficile, se non addirittura impedire alla minoranza di crescere, sconfiggerla e sostituirla. Tempestivo e limpido, il discorso del Presidente è radicato nella storia del pensiero e della prassi liberal-democratica e opportunamente guarda avanti.

Pubblicato il 6 luglio 2024 su Domani

Perché Le Pen non ha vinto. Ora va salvata la République @DomaniGiornale del 3 luglio 2024

No, il Rassemblement National, Marine Le Pen, la destra francese non hanno vinto. I titoli dei giornali, gli articoli dei commentatori, le dichiarazioni dei politici sono sbagliate, ignoranti e fuorvianti. Con il 33,5 per cento dei voti il RN è risultato il partito più votato al primo turno delle elezioni legislative francesi. Però, i due terzi degli elettori hanno preferito altri partiti. Finito il primo tempo, nell’intervallo, i dirigenti degli altri partiti hanno l’opportunità di decidere con quale formazione giocare il secondo tempo, quali candidati desisteranno, quali candidati si contenderanno il seggio con l’esponente del Rassemblement. Il primo turno ha, comunque, offerto informazioni importanti sul gradimento degli elettori riguardo le differenti candidature, sulla loro capacità di attrarre voti, sulla possibilità rispettive di vittoria/sconfitta. Da numerose esperienze del passato anche recente dovremmo tutti avere imparato che i Le Pen, Jean-Marie e Marine, già al primo turno fanno il pieno dei loro voti. Nel secondo turno, al massimo ottengono poche centinaia di migliaia di voti in più. La situazione potrebbe essere migliorata, ma, comunque, non di molto.

Sull’altro versante, dal comunque poco strutturato Nouveau Front Populaire alla fluttuante Ensemble di Emmanuel Macron è sembrata finalmente, forse non tardivamente, emergere la (quasi) piena consapevolezza che al secondo turno per gli oppositori del Rassemblement è imperativo convergere su una sola candidatura collegio per collegio, l’unico modo per rimanere/diventare competitivi. Le destre italiane si scagliano contro questa prospettiva sostenendo che sarebbe una specie di conventio ad excludendum antidemocratica e inaccettabile- In effetti, in Francia una convenzione di accordi contro la destra è esistita fin dal 1946. Si chiama(va) disciplina repubblicana. Fortemente apprezzata e rigorosamente applicata dal Generale de Gaulle imponeva di non fare nessuna alleanza, di non aprire nessuno spazio politico ai successori/estimatori del Maresciallo Pétain, ai collaborazionisti e a tutte le variegate espressioni di destra che la Francia non si è mai fatta mancare, alcune delle quali impegnate in ventisei attentati alla vita del Generale. Quanti gollisti infrangeranno la venerata disciplina d’antan, sotto lo sguardo sprezzante di de Gaulle, è difficile dire, ma i tempi sono cambiati.

Molto scandalizzate le destre italiane denunciano come antidemocratico il difficile, ma cruciale, tentativo di costruire una coalizione di centro-sinistra a sostegno di candidature comuni e uniche collegio per collegio. Fare con pazienza e intelligenza coalizioni politiche è non tanto un’arte quanto un esercizio di immaginazione e pratica politica che, garantendo rappresentanza allargata, può essere molto remunerativo. Le destre tuonano che la coalizione francese dal centro alla sinistra è brutta, negativa, contraddittoria, priva di un programma comune. In parte, certamente e inevitabilmente è così. Tuttavia, opporsi alle politiche economiche, sociali, europee del Rassemblement e del Primo ministro in pectore Jordan Bardella e ai loro propositi di riduzione dei diritti civili, mi pare già un programma apprezzabile. Il resto si vedrà.

Quello che fin d’ora è sicuro è che il secondo turno elettorale offre grandi opportunità agli elettori di ieri e anche a coloro che, misurata la distanza politica fra il RN e il centro-sinistra e vista l’importanza della competizione, sceglieranno di andare alle urne in questa occasione. Saranno i loro voti a fare la différence. Il secondo turno garantisce che la vittoria andrà a chi con le sue proposte, con le sue contrapposizioni, e con la sua partecipazione si è meritato l’approvazione degli elettori. Vive la démocratie. Vive la République.

Pubblicato il 3 luglio 2024 su Domani

Astensionismo #DemocraziaFutura del 02 luglio 2024

Il professor Gianfranco Pasquino, anticipando per Democrazia futura un contributo destinato alla nuova edizione del volume Le parole della politica, analizza una parola chiave nel dibattito recente in Italia, ovvero “astensionismo”. “Nella sua essenza, il non voto è una relazione complessa fra promesse, (in)adempimenti, comportamenti. Non è espressione di un vago disagio, di sentimenti di inutilità, del crescere delle diseguaglianze, tutte spiegazioni – chiarisce l’Accademico dei Lincei – incontrollate, mai sostanziate da fatti e numeri, ampiamente circolanti nei da salotti televisivi e nel chiacchiericcio” radiofonico e social”. Facendo riferimento ad uno studio di tre grandi politologi, Pasquino analizza le tre categorie individuate “di non partecipanti, quindi anche, a maggior ragione, non votanti. Sono coloro che alla domanda relativa al perché della loro astensione, del loro non voto rispondono: “non posso”; “non voglio”; “nessuno me l’ha chiesto” – che a suo parere – “offrono una spiegazione esemplare delle motivazioni per le quali uomini e donne, cittadini democratici (perché è solo nelle democrazie che esiste la libertà di scegliere fra votare e non votare) si astengono”. 

“Tutti promettono. Nessuno mantiene. Vota nessuno”.

Tre lapidarie, pregnantissime frasi scritte sui muri di Bologna, città di diffuse tradizioni civiche e intenso impegno politico partecipativo, introducono splendidamente alla problematica dell’astensionismo. Nella sua essenza, il non voto è una relazione complessa fra promesse, (in)adempimenti, comportamenti. Non è espressione di un vago disagio, di sentimenti di inutilità, del crescere delle diseguaglianze, tutte spiegazioni incontrollate, mai sostanziate da fatti e numeri, ampiamente circolanti nei da salotti televisivi e nel chiacchiericcio radiofonico e social. Per mettere ordine credo che il modo migliore di procedere sia di affidarsi alla teorizzazione di tre grandi politologi statunitensi Kay Lehman SchlozmanSidney Verba, Henry E. Brady, autori di una importantissima ricerca sulla partecipazione politica: The Unheavenly Chorus. Unequal Political Voice and the Broken Promise of American Democracy[2]

In maniera come si deve, esauriente, esclusiva, elegante gli autori hanno individuato tre categorie di non partecipanti, quindi anche, a maggior ragione, non votantiSono coloro che alla domanda relativa al perché della loro astensione, del loro non voto rispondono: “non posso”; “non voglio”; “nessuno me l’ha chiesto”.

Nell’insieme, le tre risposte offrono una spiegazione esemplare delle motivazioni per le quali uomini e donne, cittadini democratici (perché è solo nelle democrazie che esiste la libertà di scegliere fra votare e non votare) si astengono. Con una importante nota di cautela, è possibile che i non votanti qualche volta siano tali perché non hanno potuto votare, qualche volta perché non hanno voluto, qualche volta perché non sono stati raggiunti da chi non ha saputo/voluto sollecitare il loro voto. Ciò opportunamente rilevato e rimarcato, ciascuna singola motivazione deve essere spacchettata con grande profitto analitico.

Chi risponde Non posso.

Votare non è mai un atto semplice. Prima di tracciare una crocetta, premere un tasto, scrivere un nome, il potenziale elettore deve essere iscritto nelle liste elettorali. In alcuni sistemi politici, l’iscrizione avviene alla nascita con un provvedimento amministrativo automatico. Non sempre, però, i mutamenti di residenza vengono registrati automaticamente e rapidamente. Quindi, per molti, “non posso” significa

“non sono stato in grado di registrarmi, non mi hanno registrato”.

A lungo, negli Stati Uniti d’America la registrazione nelle liste elettorali è stata politicamente difficile, discriminando l’elettorato di colore. In anni recenti, i Repubblicani hanno eretto nuovi ostacoli manipolando tempi, luoghi e documentazione per l’iscrizione.

Alcune società sono particolarmente mobili, come, ma non solo, gli Stati Uniti. Milioni di lavoratori e di studenti non si trovano nei loro luoghi di residenza il giorno del voto (primo martedì di novembre). Se non hanno preveggentemente provveduto a chiedere il voto per posta, non potranno votare. In Europa, gli straordinari successi socio-economici del Mercato Unico, libera circolazione di persone e servizi, e del programma Erasmus con studenti sparsi in una molteplicità di sedi, creano grandi difficoltà di partecipazione elettorale.

Vivere più a lungo si può, nelle democrazie, ma spesso lo stato di salute degli anziani, che hanno perso compagni/e della loro vita e i cui figli sono sparsi sul territorio, non consente loro di andare alle urne. “Non posso” è una spiegazione soddisfacente dell’astensionismo, qualche volta una giustificazione dolente per uomini e donne che per decenni sono stati in grado di esercitare il diritto di voto e di adempiere a quello che la Costituzione italiana (art. 48) statuisce come dovere civico.   

Chi risponde “Non voglio.

“Sono tutti eguali”.

“Nessuno si cura di me”.

“Non ho tempo e energie da sprecare”

“Vinca l’uno o l’altro la mia situazione non cambierà”.  

Sono motivazioni molto diffuse, spesso persino condivisibili, contrastabili con argomentazioni razionali piuttosto che sentimentali.

Interessante è il cangiante tenore della motivazione “nulla cambia”. Indicatore di disaffezione/alienazione di elettori che ritengono con qualche buona ragione che il loro voto non serve, il “nulla cambia” può spiegare anche il fenomeno dell’astensione di coloro, un tempo li avremmo chiamati yuppies (young, urban, professional) che pensano di avere le risorse, nell’ordine, culturali, sociali e materiali per fare a meno della politica. La loro vita, le loro sorti personali e professionali, il conseguimento degli obiettivi ai quali mirano possono essere in qualche modo e in una incerta misura intralciati dalla politica, ma, per lo più, sono nelle loro mani, conseguibili grazie al loro impegno e alle loro capacità senza politica, al di fuori della politica. Perché, dunque, sciupare tempo e energie per dare un voto quasi sicuramente ininfluente?

Chi risponde “Nessuno me l’ha chiesto”.

Questa risposta segnala immediatamente l’esistenza di due fenomeni:

  • Da un lato, l’isolamento sociale, molto più che, ma talvolta anche, geografico;
  • dall’altro, la debolezza del tessuto associativo del luogo, paese, regione, sistema politico dove si trova a vivere la persona che ha risposto.

Il titolo americano del libro di Robert Putnam, dedicato alle vicissitudini del capitale sociale e al suo declino, Bowling Alone (2000)[3] fotografa la situazione delle società contemporanee. Tutte le associazioni un po’ dovunque, dai sindacati alle associazioni professionali, dalle associazioni religiose a quelle industriali, tranne forse quelle si impegnano nella difesa dell’ambiente, dalle società di mutuo soccorso a quelle per il tempo libero, hanno perso iscritti.

Le loro riunioni sono meno frequentate, durano poco tempo, in maniera crescente si svolgono online. Un lustro e più fa Putnam additava la televisione come la maggior colpevole di un declino apparentemente inarrestabile.

Oggi, sappiamo che la proliferazione dei social network erode quel che rimane di molte associazioni e crea bolle di simili, contenti di chattare, raramente con oggetto la politica, quasi esclusivamente fra simili, non di impegnarsi in azioni collettive, meno che mai andare a votare.

Osservazioni conclusive

Le notevoli differenze nelle motivazioni di non voto attraversano le classi sociali, le generazioni e i generi per lo più rendendo poco significative le analisi tradizionali basate su queste caratteristiche.

Suggeriscono anche di evitare i discorsi giornalistici che fanno del “partito di chi non vota” il vincitore di molte elezioni. Con le motivazioni tanto distanti fra loro che stanno a fondamento del loro non voto, gli astensionisti non riuscirebbero mai a mettersi insieme, neppure opportunisticamente, in qualsivoglia partito.

E, poi, rimane il punto davvero dirimente: chi non vota non conta.

Da qualche tempo, anche a causa della crescita e della diffusione in ogni latitudine dell’astensionismo, austeri e severi commentatori hanno iniziato a lamentarlo e a denunciarlo come un problema di prima grandezza, una ferita inferta alla e alle democrazie, che potrebbe portarle alla morte.

Non sappiamo, non esistono precedenti, se le democrazie implodono per mancanza di partecipazione, specificamente elettorale. Partecipare/non partecipare, votare/non votare sono opzioni alternative che soltanto le democrazie offrono ai loro cittadini, le garantiscono e le proteggono.

In molti contesti l’astensionismo è smobilitazione individuale, graduale, silenziosa, tanto rispettabile quanto criticabile senza piagnistei e vittimismi da coccodrilliAlcuni studiosi sostengono che, senza in nessun modo rimanere indifferenti nei confronti dell’astensionismo e degli astensionisti, dovremmo temere molto più l’eventualità di una rimobilitazione improvvisa su vasta scala degli astensionisti ad opera di un demagogo che li abbindoli e li conduca in massa contro tutto e contro tutti.

Alla fin della ballata, prendendo atto che ci sono sempre cittadini che partecipano alla cosa pubblica e cittadini che se ne stanno nel privato, possiamo permetterci di concordare con Pericle che i partecipanti sono cittadini migliori.


[1] Contributo preparato per la nuova edizione de Le parole della politica, Bologna, il Mulino. Data prevista di pubblicazione marzo-aprile 2025.

[2] Kay Lehman Schlozman, Sidney Verba, Henry E. Brady, The Unheavenly Chorus. Unequal Political Voice and the Broken Promise of American Democracy, Princeton-Oxford, Princeton University Press, 2012, 728 p.

[3] Robert Putnam, Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community, New York, Simon&Schuster,2000, 541 p.

Pubblicato il 2 luglio 2024 su ilmondonuovo.club

Ancora non ha vinto nessuno. Il doppio turno francese spiegato da Pasquino @formichenews del 01/07/2024

Dai seggi francesi non c’è ancora una indicazione su chi ha vinto né su chi ha perso, è il bello del doppio turno. Il ballottaggio sancirà il colore della nuova maggioranza parlamentare, e molto dipenderà da come si muoveranno le forze politiche. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza Politica

Nelle elezioni, come le legislative francesi, nelle quali si vota con un sistema di doppio turno in collegi uninominali, nessun partito “vince” al primo turno. Più correttamente è in testa se ha più voti degli altri. Vincono, il seggio, i candidati che ottengono il 50 per cento più uno di voti espressi (votanti almeno il 25 per cento degli aventi diritto). Fonte “Le Monde” ore 10.30, 76 eletti al primo turno, leggera prevalenza, forse 40, fra cui Marine, del Rassemblement. Quindi, Le Pen non ha vinto, ma il suo Rassemblement National ha ottenuto più voti dei concorrenti, ancorché con una percentuale un po’ inferiore a quella che le attribuivano i sondaggi.

Adesso, comincia quella che non è una operazione riprovevole, nient’affatto un mercato delle vacche, ma un confronto/scontro aperto e trasparente. Candidati e candidate di RN rimarranno tutti/e in lizza. L’onere di decidere che cosa fare al secondo turno è tutto sulle spalle e, sperabilmente, anche nella testa dei dirigenti nazionali e locali del Nouveau Front Populaire e di Ensemble pour la République. Per loro, il problema da risolvere è quello della desistenza di quale candidato poiché se “corrono” entrambi le probabilità di una sconfitta sono elevatissime. I voti del primo turno contano, chi è in testa fra i due, magari con un buon vantaggio, deve diventare il candidato unico al secondo turno. Però, esistono sicuramente situazioni locali nelle quali i dirigenti sanno che il riporto di voti è più sicuro se uno specifico candidato rimane in campo (largo). Decenni di storia elettorale hanno dimostrato che al secondo turno i candidati dei partiti estremi hanno maggiori difficoltà a fare il pieno dei voti della loro area. Al contrario, il candidato della sinistra moderata sa di potere attrarre tutti o quasi i voti degli elettori “estremi”, che non hanno altra scelta, e di non perdere voti verso il centro.

Un numero nient’affatto trascurabile di elettori ragiona proprio nei termini che gli americani definiscono electability, probabilità/capacità dei candidati di riuscire a essere eletti. Personalità, radicamento, esperienza, credibilità, capacità di rappresentare al meglio la coalizione che si è formata per fare convergere i voti su di lui/lei per eleggerlo sono i fattori cruciali. Talvolta può risultare decisiva la propensione degli elettori a raccogliere e tradurre in voto l’invito dei dirigenti, a loro volta quanto credibili?, dei loro partiti. Quel che sappiamo, infine, è che è sempre stato difficilissimo per i Le Pen, Jean-Marie e Marine, andare oltre il loro perimetro iniziale, trovare voti aggiuntivi al secondo turno. Scampoli di destra disponibile ce ne sono, forse anche qualche gollista che il Generale de Gaulle disapproverebbe sferzantemente. Conta la loro collocazione nei collegi dove potrebbero essere decisivi. Alla fine, una lezione è chiara e significativa: il doppio turno offre grandi opportunità ai candidati, ai dirigenti, ai massa media e ai commentatori (sic!), ma soprattutto agli elettori. Alors, l’esito lo scrivono loro.   

Pubblicato il 1° luglio 2014 su Formiche.net

Il ballottaggio fa bene alla democrazia e sbaglia chi a destra dice il contrario @DomaniGiornale

Il ballottaggio è una variante dei sistemi elettorali a due turni. Questi sistemi richiedono che al primo turno sia dichiarato vincente colui/colei che ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti espressi. Altrimenti si svolge un secondo turno di votazioni al quale sono ammessi/e coloro che soddisfano i criteri predefiniti: i primi due, qui oppure tutti coloro che hanno ottenuto una certa percentuale di voti oppure essere fra i primi tre, quattro, cinque, e così via. Peraltro, nella Terza Repubblica francese il doppio turno utilizzato era del tutto aperto, vale a dire non solo potevano passare al secondo turno tutti i candidati presentatisi al primo turno, ma erano ammesse anche nuove candidature. Assolutamente fuori luogo e sbagliato è parlare di ballottaggi quando le candidature rimaste in lizza sono più di due. Meglio, ma anche no, essere creativi: trilottaggi, tetralottaggi, etc

Il ballottaggio è la modalità assolutamente prevalente nel caso di elezioni a cariche monocratiche: sindaci, governatori negli USA, presidenti della Repubblica, ma non in USA e, per esempio, non in alcune repubbliche presidenziali, come l’Argentina dove è sufficiente il 45 per cento oppure anche solo il 40 per cento purché, clausola importantissima, con un vantaggio del 10 per cento sul secondo classificato. Non esiste nessun Primo ministro eletto direttamente dai suoi concittadini, pardon, dal popolo. Sarebbe, comunque, auspicabile che la sua elezione fosse affidata ad un sistema che preveda il ballottaggio. Ne va in buona misura della sua rappresentatività e della sua legittimità. Dovendo, per essere eletto, ottenere la maggioranza assoluta dei votanti avrebbe l’obbligo, compatibilmente con la sua posizione di partenza, di diventare il più rappresentativo possibile. Più ampia la rappresentatività più forte la legittimità.

L’esistenza del ballottaggio ha una molteplicità di implicazioni per tutti i protagonisti: dirigenti dei partiti; candidati; elettori. La prima implicazione è che al primo turno la quasi totalità dei dirigenti dei partiti vorrà presentare una candidatura per “contare” i suoi elettori e per farli eventualmente “valere” appunto al ballottaggio quando li inviterà a dare il voto al candidato preferito ovvero, comunque, meno sgradito. Ricorro ad un unico esempio, estremo, ma proprio per questo di straordinario interesse.

Nelle elezioni presidenziali francesi del 2002 la proliferazione di candidature a sinistra: un comunista, qualche trotskista, due ecologisti, un socialista dissidente, ebbe un impatto devastante su Lionel Jospin, candidato ufficiale del Parti Socialiste che, per 200 mila voti, risultò escluso dal ballottaggio a favore dell’estremista di destra Jean-Marie Le Pen. Prima lezione del sistema con ballottaggio: fin dal primo turno bisogna tentare di evitare la frammentazione di uno schieramento. Anche il successivo ballottaggio fra Le Pen e il presidente in carica, il gollista Jacques Chirac, produsse riflessioni e azioni del massimo interesse per chi vuole capire la logica e la dinamica del ballottaggio. Privi di un candidato sul quale avrebbero potuto convergere, gli elettori che si consideravano di sinistra, dirigenti e militanti, in particolare, ma non solo, del Parti Socialiste, si trovarono ad un bivio: trincerarsi dietro la formula pilatesca “né l’uno né l’altro” oppure dare indicazione di voto. Nel primo caso avrebbero lasciato tutto il rischio della sconfitta e tutto il merito della vittoria a Chirac. Invece, annunciando il voto a favore del Presidente gollista contro lo sfidante di estrema destra avrebbero potuto contarsi al tempo stesso dando anche mostra di grande generosità politica e (ri)affermando il principio fondamentale della disciplina repubblicana: nessuna apertura a destra, nessuna accondiscendenza con la destra. In Italia l’equivalente non sarebbe la conventio ad excludendum che veniva esercitata nei confronti sia dei neo-fascisti sia dei comunisti, ma piuttosto la pregiudiziale antifascista.

L’esito del ballottaggio francese dimostrò con i numeri che a Le Pen non riuscì nessun sfondamento, ma la conquista di appena qualche centinaio di migliaia di voti in più, mentre i voti ottenuti da Chirac corrisposero in maniera sostanziale alla somma dei suoi gollisti più quelli delle inquiete e troppo sparse membra della sinistra. Il ballottaggio servì agli elettori che si erano spappolati al primo turno per dimostrare di avere imparato la lezione e di saperla mettere in pratica.

In effetti, questo dell’apprendimento è un ulteriore elemento positivo del ballottaggio. Nelle due settimane intercorrenti fra il primo voto e il secondo, entrambi i candidati rimasti in lizza debbono impegnarsi a fondo nello svolgimento del compito più bello della politica. Sono tre gli adempimenti che lo sostanziano: spiegare il programma facendo risaltare originalità e priorità delle politiche proposte; raggiungere il maggior numero di elettori compatibilmente con alcuni valori irrinunciabili: evidenziare le caratteristiche, non solo politiche, ma anche personali, che lo/la rendono la scelta preferibile, migliore nelle condizioni date. Al suo specifico livello qualsiasi ballottaggio usufruisce di notevole visibilità e, attraverso gli operatori dei mass media, anche i peggio attrezzati e i meno obiettivi, spinge verso la trasparenza. La competizione ostacola e impedisce trame oscure che i più politicizzati degli operatori hanno tutto l’interesse a denunciare.

Infine, l’esito non è qualcosa che possa essere sottovalutato o addirittura trascurato nella valutazione politica complessiva del ballottaggio. Matematicamente vince chi ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti espressi. Detto altrimenti, la maggioranza assoluta dei votanti produce la vittoria del candidato preferito ovvero, ad ogni buon conto, meno sgradito. In democrazia, la maggioranza assoluta conferisce logicamente e politicamente legittimità a colui/colei che l’hanno ottenuta e che, in qualche modo, dovranno tenerne conto nel loro operato. Anche se, per lo più, gli eletti/e si affrettano a dichiarare “sarò il/la Presidente di tutti”, nella pratica non sarà così, ma il buon proposito rimane significativo e avrà qualche incidenza sui comportamenti concreti, tutti da registrare, studiare, soppesare e valutare.

   Molte voci critiche del ballottaggio si sono levate dal centro-destra, i cui candidati, spesso, ma nient’affatto regolarmente (non disponiamo di dati affidabili a causa della straordinaria varietà delle situazioni: candidature, loro provenienza, loro alleanze) risultano/erebbero sconfitti nei ballottaggi. Più spiegazioni, spesso caso per caso, spesso idiosincratiche, sono plausibili e possibili per ciascuna e per tutte queste sconfitte, anche che le candidature delle destre non sanno andare oltre il loro perimetro di partenza. Le destre italiane scelgono come spiegazione prevalente la propensione opportunistica del centro-sinistra a dare corpo a grandi ammucchiate, alleanze confuse e pasticciate, a sostegno dei suoi candidati pervenuti al ballottaggio. In un certo senso, questa è proprio la logica che sta a fondamento del ballottaggio: consentire agli elettori di “ammucchiarsi” dietro la candidatura, come già detto, meno sgradevole/sgradita. Grazie a Matteo Salvini “quando il popolo vota ha sempre ragione” (se vota due volte ha doppiamente ragione), è plausibile rovesciare la valutazione delle destre. Lungi da qualsiasi manipolazione, il ballottaggio è un generoso e efficace dispensatore di risorse politiche che vanno dall’aumento di informazioni alla trasparenza della competizione e dei sostenitori, lobby incluse, alla facoltà di cambiare voto con riferimento all’offerta dei candidati. Non è poco. Chi vuole elettori interessati, informati e partecipanti (chi non vota non conta) deve elogiare incondizionatamente il ballottaggio e battersi per preservarlo.

Pubblicato il 28 giugno 2024 su Domani

Lezione sulla democrazia @pandorarivista – Fratture: conversazioni sul presente

 Sabato 13 aprile
Chiostro del Carmine di Lugo (RA)

Lezione sulla democrazia

con GIANFRANCO PASQUINO – Professore emerito di Scienza politica Università di Bologna

Gianfranco Pasquino: allievo di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna e Socio dell’Accademia dei Lincei. È stato direttore della rivista il Mulino e Presidente della Società Italiana di Scienza Politica. Si è a lungo occupato dello studio dei sistemi politici, delle questioni legate alla cittadinanza e alla democrazia e dell’analisi del sistema politico italiano. Tra le sue pubblicazioni: Il lavoro intellettuale. Cos’è, come si fa, a cosa serveLibertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana e Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica.

La democrazia dell’astensione e i trucchetti della destra @DomaniGiornale

Gradualmente, con bassi e alti, impuntature e contraddizioni, giravolte e regressi, sembra che coloro che frequentano il “capo largo” abbiano finalmente appreso l’abc della politica: Avanzare Bene Coalizzandosi. Non tutti, per carità, hanno colto appieno l’insegnamento. Appesantito dal suo ego, qualcuno rilutta e aspetta, talvolta intralcia, ma la lezione è chiara e gli elettori sembrano apprezzarla. Non vogliono perdere quello che hanno (avuto) da buone amministrazioni di centro-sinistra. Vogliono ottenerlo quando le promesse di candidature adeguate e condivise appaiono preferibili rispetto alle prestazioni degli amministratori del centro-destra. Azzardato è sostenere come, sull’onda dell’entusiasmo ha affermato Elly Schlein, che nel voto favorevole al centro-sinistra stanno anche la richiesta di più fondi alla sanità pubblica e la critica all’autonomia regionale (malamente) differenziata. Gli elettori, almeno la maggior parte di loro, ragionavano su tematiche locali, evidenti, urgenti, importanti, ma, certo anche il rumore di fondo di brutte riforme nazionali ha influito sul loro voto. Non è forse inutile ricordare ai dirigenti del centro-sinistra che sulle tematiche più propriamente relative al governo nazionale: aggressione russa all’Ucraina e europeismo, le differenze fra loro restano, con parte degli elettori non disponibili a premiare potenziali governanti che non offrissero una visione convincente, condivisa e praticabile.

Già, gli elettori. L’astensionismo che cresce si offre a molteplici interpretazioni, la meno accettabile delle quali mi pare il disagio. Piuttosto, a livello delle emozioni, porrei l’accento sull’indifferenza (l’uno o l’altra per me pari sono) e sull’alienazione (va male, andrà peggio, non ci posso fare niente). Non escludo i “soddisfatti” (comunque si me la cavo abbastanza bene chiunque vinca). Il punto, però, è che, non solo il voto è “dovere civico” (art. 48 della Costituzione bellina), ma in democrazia è, più che auspicabile, raccomandabile che il maggior numero possibile di cittadini esprima le sue preferenze, sia coinvolta, partecipi. Se la partecipazione è un obiettivo di sinistra, allora dirigenti e attivisti del centro-sinistra dovrebbero dedicare molte più energie a raggiungere elettori fuoriusciti e elettori mai entrati. La democrazia può funzionare anche con alti tassi di astensionismo, ma la sua qualità non sarà buona e le diseguaglianze rimarranno molte e alte, se non addirittura cresceranno.

Pur essendo per lo più vero che al secondo turno elettorale e al ballottaggio (non sono la stessa cosa) diminuiscono gli elettori, stabilire che per vincere la carica in palio sia sufficiente il 40 per cento dei voti (con il perdente magari al 39 per cento) non avrà nessun effetto sul tasso di astensione. Invece, avrebbe effetti negativi sulla legittimità e sulla rappresentatività del candidato vittorioso, proprio quella legittimità e rappresentatività che la maggioranza assoluta garantisce. Qui, il punto è che il ballottaggio è un ottimo strumento politico per i candidati rimasti in lizza e per gli elettori. I primi sono obbligati a cercare voti allargando lo schieramento che li sostiene e prefigurando la coalizione di governo. I secondi ottengono maggiori informazioni e sanno di disporre di un voto decisivo. Chi rinuncia a questa opportunità si assume la responsabilità dell’eventuale elezione del candidato meno gradito. Chi vota al secondo turno ha preferenze più intense e esprime maggiore impegno politico. Il Presidente del Senato La Russa e i leghisti firmatari del disegno di legge (però, che cattivo gusto presentarlo sull’onda di una sconfitta!) che chiamerò “40 per cento ebbasta”, hanno paura di questi elettori? E, forse, stanno anche prefigurando una inaccettabile soglia per l’elezione popolare diretta del Presidente del Consiglio? No, grazie.

Articolo pubblicato il 26 giugno 2024 su Domani

Sovranista e vittimista. La premier in UE è irrilevante @DomaniGiornale

No, non intendo minimamente affermare che Giorgia Meloni è un gigante, ma, nonostante il buon successo elettorale della sua pluricandidatura specchietto all’Europarlamento e il suo attivismo (esibizionismo?) frenetico sullo scacchiere europeo e mondiale, adesso è visibile che almeno un piede d’argilla ce l’ha. La sua strategia barcolla a livello delle nomine nelle istituzioni europee e le ha già creato un po’ di nervosismo. Per di più, i leader che contano sembrano non curarsi di questo nervosismo e di non avere nessuna intenzione di includerla.

    Di alcuni elementi della sua debolezza la Presidente del Consiglio porta la responsabilità. Se i giovani Fratelli d’Italia inneggiano al fascismo e lo salutano rumorosamente e allegramente con il braccio destro teso è perché pensano che questi comportamenti siano non solo accettabili, ma utili a fare carriera. A chi nel suo paese deve contrastare rigurgiti di destra, però, giustamente e coerentemente non piace neanche l’estrema destra altrui. Cancellare il riferimento semplice e limpido all’aborto nel comunicato conclusivo del G7 sarà anche stato un omaggio, un regalo a Papa Francesco, ma gli altri capi di governo lo hanno considerato un arretramento sgradevole e sgradito imposto furbescamente dalla padrona di casa di quel G7.

   Nelle grande maggioranza delle capitali europee, più in generale in democrazia, gli attacchi alla libertà di stampa e le intimidazioni ai giornalisti da parte dei governi vengono considerati un fenomeno brutto, riprovevole, censurabili. Esistono precedenti sui quali Orbán, violatore seriale, sarebbe opportunamente in grado di informare Meloni. Comunque, la procedura di rilevazione di come e quante sono già state le infrazioni del governo italiano, sta sfociando in un documento ufficiale che non sarà un buon biglietto da visita di Meloni per incidere sulle nomine di coloro che guideranno l’Unione Europea nei prossimi cinque anni.

   Sorprendente è che Meloni tuoni contro il “pacchetto” preconfezionato. Primo, la necessariamente faticosa confezione è tutt’altro che compiuta. Secondo, dappertutto le coalizioni democratiche si formano intorno a pacchetti di programmi e di persone. I potenziali alleati esprimono le loro preferenze, valutano quelle altrui, convergono su esiti che siano i meno insoddisfacenti e promettano di essere i più funzionali possibile. Ciascuna carica ha un peso (ma, sì, c’è anche un Van Cencelli a Bruxelles) ed esiste l’usato più o meno sicuro. Per essere ammessi nel circolo dei decisori non è sufficiente una manciata di seggi in più se quella manciata non è decisiva per dare vita alla maggioranza assoluta. Ma soprattutto gli appartenenti a quel circolo condividono da più decenni le regole fondamentali e l’obiettivo: “più Europa”, un’Unione più stretta.

   Hanno avuto e avranno dissapori e differenze di opinioni e di tempistica, ma non hanno mai perso di vista la stella polare. Ovviamente, non possono permettersi quello che non è lusso, ma uno sviamento: accettare chi sostiene e argomenta la concezione “meno Europa”. Restituire ad alcuni stati membri le competenze che vorrebbero potrebbe comunque essere tecnicamente difficile. Politicamente devastante, sicuramente inaccettabile, questa prospettiva non può non escludere chi la argomenta dal processo di selezione delle personalità alle quali affidare l’Unione. Nella misura in cui Meloni sostiene il passaggio dall’Unione che c’è alla Confederazione da fare, non le sarà concesso di agire da quinta colonnina. Se non avrà idee e proposte, se non nominerà persone qualificate, se non parteciperà in maniera competente e non ricattatoria (come fanno alcuni sovranisti) lei e la Nazione Italia sprofonderanno nell’irrilevanza. Non mi rallegro, ma prendo preoccupatamente atto.

Pubblicato il 19 giugno 2024 su Domani

VIDEO I “ludi cartacei” negli autoritarismi. Finalità e conseguenze #Intervento al #Convegno IL PENSIERO DI GIACOMO MATTEOTTI – Accademia Nazionale dei Lincei

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Giacomo Matteotti fu, è sempre doveroso sottolinearlo e ribadirlo, un uomo rigoroso e coraggioso. Già nel mirino dei fascisti, la sua durissima, articolata e dettagliata denuncia dell’irregolarità delle elezioni italiane del 6 aprile 1924 spinse i fascisti a decretarne e compierne l’assassinio.
Quelle elezioni anticiparono quanto avvenne in seguito, quasi subito, a partire dal Portogallo di Salazar, in non poche situazioni di autoritarismo nelle quali si tennero consultazioni elettorali dall’esito essenzialmente scontato. Qui, delineato il contesto, brevemente analizzata la legge elettorale, valutati i risultati, la mia relazione si indirizza all’individuazione in chiave comparata delle motivazioni che spingono un certo numero di leader autoritari a organizzare e a consentire lo svolgimento di elezioni.

Gianfranco Pasquino

Ludi cartacei

Non può esistere nessuna democrazia laddove non si vota. Infatti, se non si tengono elezioni, il demos (popolo) è privato dell’essenziale kratos (potere) di esprimere le proprie preferenze in materia di persone e di partiti. Tuttavia, non è affatto detto che possano essere considerati democratici automaticamente tutti i sistemi politici nei quali si tengono consultazioni elettorali. Infatti, a parte i brogli, sempre possibili anche nei regimi democratici, da tempo molti regimi non democratici hanno proceduto ad organizzare procedimenti elettorali variamente manipolandoli e efficacemente controllandone gli esiti. Nei regimi totalitari, Unione Sovietica, Cina, Corea del Nord, le elezioni servono fondamentalmente come strumento di mobilitazione della cittadinanza e si svolgono entro i confini del partito totalitario senza nessuna possibilità di partecipazione per gli oppositori, mentre diversa è stata e continua ad essere la situazione nei regimi autoritari, anche nella variante regimi militari (ad esempio, in Brasile negli anni settanta del secolo scorso).

Un buon numero di governanti autoritari sono convinti di avere in misura, più o meno grande, abbastanza consenso per vincere comunque quelle elezioni. Quasi nessuno di loro dubita di avere la capacità di impedire, se necessario anche con la violenza, il successo di qualsiasi opposizione. Sono convinti che la situazione complessiva del regime e della distribuzione del potere non sarà in nessun modo o quasi cambiata dal risultato elettorale. Certamente, il regime non verrà rovesciato da(gli) elettori che si rivelassero in maggioranza favorevoli all’opposizione. L’unico rischio percepito, ma non troppo temuto, è che gli oppositori si dimostrino più popolari delle aspettative, dei rapporti delle polizie segrete e di eventuali sondaggi di opinione. Pertanto, tenendo conto di rischi non necessari e di costi, in energie e in denaro, inevitabili, la domanda “perché i governanti autoritari decidono di andare a elezioni?” è del tutto legittima ed esige una risposta convincente.

   Quale ne è l’utilità, particolaristica, per singoli capi autoritari, e sistemica, per il regime che vogliono costruire e tenere sotto controllo, delle consultazioni elettorali? Molto probabilmente i capi autoritari perseguono uno o più dei seguenti obiettivi: la ricerca di legittimazione interna, domestica e internazionale; la mobilitazione dei sudditi, singoli, gruppi, associazioni, favorevoli al governo autoritario; l’identificazione degli oppositori. Dal canto suo, quel che rimane dell’opposizione non ha scelta. Se intende dimostrare agli osservatori esterni che il capo autoritario non ha il controllo democratico e completo sul sistema politico, ha il dovere politico di prendere parte alle elezioni. Deve offrire un’alternativa ai suoi elettori, nella consapevolezza dei rischi che tutti i suoi candidati, come Giacomo Matteotti, e coloro che coraggiosamente vorranno comunque essere suoi elettori inevitabilmente corrono. Riflettere sulle motivazioni e sulle azioni dei governi autoritari e delle opposizioni serve a illuminare le modalità di esercizio e di eventuale consolidamento del potere autoritario, ma anche della validità o meno delle reazioni e risposte delle opposizioni. Nonostante un numero crescente di analisi anche approfondite e comparate, abbiamo ancora molto da imparare sia per smascherare sia per meglio contrastare i numerosi autoritarismi tuttora esistenti e prosperanti.

Da almeno mezzo secolo una pluralità di organizzazioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite (ONU), compresa l’Unione Europea, procedono al monitoraggio delle elezioni politiche in numerosi stati per lo più di dubbia democraticità. Personalmente, ho svolto il compito di osservatore parlamentare in due occasioni elettorali di enorme importanza, entrambe nel Cile di Pinochet. Nel 1988 quando in un referendum/plebiscito la domanda rivolta all’elettorato cileno riguardava l’estensione per alcuni anni del governo guidato dal Gen. Pinochet: sì/no. Prevalsero i “no” portando alla seconda occasione elettorale l’anno successivo 1989: le elezioni presidenziali alle quali Pinochet non si candidò e che furono vinte dal candidato democristiano Patricio Aylwin sostenuto dalla Concertazione Democratica formata da praticamente tutti i partiti di opposizione con regolarità formale del procedimento elettorale. In quelle due occasioni imparai lezioni che solo chi lavora “sul campo” può ricevere e apprendere.

Troppo spesso, ancora oggi, infatti, gli osservatori elettorali giungono sul luogo delle elezioni all’incirca una settimana prima del voto e, nel migliore dei casi, riescono a valutare lo svolgimento di quel voto, sono ammessi ad assistere allo spoglio delle schede, si trovano in condizione di cogliere e denunciare errori e manipolazioni dell’esito. La mia esperienza, la lettura di alcune esperienze altrui, ma, in special modo, una migliore conoscenza delle dinamiche elettorali, molto più complesse di quel che si pensava, mi ha portato ad alcune riflessioni e conclusioni che trovano riscontro nella documentata denuncia di Giacomo Matteotti relativa alla sostanziale irregolarità delle elezioni politiche italiane del 1924.

Quel che avviene il giorno del voto è il prodotto variamente costruito molti mesi prima. Dunque, possiamo pure apprezzare positivamente quel che vediamo e non vediamo quando gli elettori imbucano la scheda nell’urna e quando gli scrutatori leggono scheda per scheda. Assolutamente indispensabile, però, è sapere attraverso quali passaggi si sia arrivati al giorno della votazione. Alcuni passaggi sono sempre, comunque e ovunque, obbligati. Il primo riguarda il riconoscimento e l’accettazione dei partiti ammessi a concorrere e delle candidature da loro presentate. Nelle recenti elezioni presidenziali russe, è noto che Putin ha provveduto per tempo a scoraggiare e impedire la presenza di partiti di opposizione e, quando da lui ritenuto necessario, ad emarginare fino all’eliminazione fisica, gli oppositori più temerari.

Nel 2024 mezzo mondo è già andato, ad esempio, la Russia, la Polonia, il Portogallo, l’India, oppure andrà, ad elezioni a livello nazionale. In questo mezzo mondo ci sono molti regimi autoritari dalle cui esperienze concrete e dalle modalità con le quali svolgeranno le elezioni sarà possibile trarre una pluralità di insegnamenti, generali: su regole e comportamenti, e specifici: sui contesti e sui protagonisti. Grazie alle conoscenze di cui già disponiamo saremo in grado di meglio illuminare e comprendere quello che succederà e non succederà e per quali motivi. Grazie a quello che impariamo potremo addirittura giungere ad una migliore comprensione delle elezioni passate, del loro significato, del loro impatto.

   In questo relativamente sintetico intervento, l’oggetto è costituito dalla dettagliata, precisa e potente denuncia formulata dal deputato socialista Giacomo Matteotti riguardante la irregolarità delle elezioni politiche tenutesi il 6 aprile 1924. Come vedremo, tutti i punti sollevati e sottolineati con vigore da Matteotti contribuiscono a delineare le modalità con le quali, probabilmente non in maniera coordinata e strategica, ma sicuramente deliberata e criminale, le autorità fasciste hanno perseguito i loro obiettivi. Del tutto consapevole che, secondo l’insegnamento di Giovanni Sartori, chi conosce un solo caso non conosce neppure quel caso (vale a dire, non può mai essere in grado di affermare con sicurezza che cosa è normale e che cosa è eccezionale), ogniqualvolta possibile farò ricorso a comparazioni.  

L’esito

Le elezioni politiche del 6 aprile 1924 si tennero in una situazione nella quale il Duce mirava a dimostrare a tutti i protagonisti politici, in particolare, sia alle opposizioni sia a coloro che attendevano opportunisticamente a schierarsi, sia al Re, a se stesso e ai gerarchi intorno a lui sia, da ultimo, ma di non minore importanza, all’opinione pubblica internazionale, che il fascismo già godeva di ampio, diffuso, probabilmente, addirittura maggioritario, consenso elettorale (che terrei molto distinto dal più esigente consenso politico). Peraltro, Mussolini non intendeva correre nessun rischio cosicché affidò a Giacomo Acerbo (1888-1969), sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, la stesura di una nuova legge elettorale. Sul tronco della esistente legge proporzionale venne innestato un cospicuo premio di maggioranza. Alla lista che avesse ottenuto più voti, ma almeno il 25 per cento, sarebbero stati attribuiti i due terzi dei seggi. Con affluenza alle urne di quasi il 64 per cento degli aventi diritto, la composita Lista nazionale dei fascisti, spudorato carrozzone elettorale, ottenne il 60 per cento dei voti e conquistò 355 seggi. Il Partito Socialista Unitario, per il quale Matteotti fu rieletto deputato, ottenne 422.957 voti e conquistò 24 seggi.

   Per completezza di informazione, la tabella riporta i numeri assoluti e le percentuali di voti ottenute da tutte le liste e i partiti presentatisi. Due dati spiccano: da un lato, il 60 per cento di voti ottenuti dalla Lista Nazionale (nota come Listone) ampia aggregazione voluta e guidata dai fascisti; dall’altro, la frammentazione complessiva dello schieramento di liste e partiti contrario al fascismo, fra l’altro, segnale di debolezza e vulnerabilità delle sinistre, anche di non marginale insipienza.

TAB. 1 Risultato delle elezioni politiche nazionali del 6 aprile 1924

PartitoRisultatiSeggi
Voti%±Num±
21. Lista Nazionale4 305 93660,09n.d.355n.d.
4. Lista nazionale bis347 5524,85n.d.19n.d.
5. Partito Popolare Italiano645 7899,01n.d.39n.d.
3. Partito Socialista Unitario422 9575,90n.d.24n.d.
23. Partito Socialista Italiano360 6945,03n.d.22n.d.
19. Partito Comunista d’Italia268 1913,74n.d.19n.d.
10. Partito Repubblicano Italiano133 7141,87n.d.7n.d.
7. Partito Democratico Sociale Italiano111 0351,55n.d.10n.d.
18. Liberali78 0991,09n.d.4n.d.
6. Liberali indipendenti74 3171,04n.d.4n.d.
15. Partito dei Contadini d’Italia73 5691,03n.d.4n.d.
8. Opposizione costituzionale72 9411,02n.d.8n.d.
12. Slavi e Tedeschi62 4910,87n.d.4n.d.
13. Opposizione costituzionale45 3650,63n.d.5n.d.
11. Opposizione costituzionale33 4730,47n.d.0n.d.
2. Liberali29 9360,42n.d.3n.d.
22. Camillo Corradini29 5740,41n.d.2n.d.
17. Partito Sardo d’Azione24 0590,34n.d.2n.d.
14. Fasci nazionali18 0620,25n.d.1n.d.
9. Liberali12 9250,18n.d.1n.d.
1. Opposizione costituzionale6 1530,09n.d.1n.d.
16. Liberali indipendenti5 2750,07n.d.1n.d.
20. Liberali indipendenti3 3950,05n.d.0n.d.
Iscritti11 939 452100,00
↳ Votanti (% su iscritti)7 614 45163,78n.d.
 ↳ Voti validi (% su votanti)7 165 50294,10
 ↳ Voti non validi (% su votanti)448 9495,90
↳ Astenuti (% su iscritti)4 325 00136,22

   Almeno un risultato di quelle elezioni dell’aprile 1924 costituì per Matteotti, pur nella disperazione generale, un motivo di soddisfazione: il suo partito degli espulsi risultò il primo dei partiti della sinistra lacerata, con 422.957 voti e 24 eletti, a fronte dei 360.694 voti con 22 eletti del Partito Socialista Italiano e dei 268.191 voti con 19 eletti del Partito comunista d’Italia. Nonostante tutto, nell’ora del grande pericolo i lavoratori appartenenti alla classe sociale che ciascuno dei tre partiti intendeva rappresentare e guidare, avevano dato il maggiore consenso relativo a Turati e a Matteotti. Ma questo esito non poteva essere sufficiente e soddisfacente per chi, come Matteotti e i socialisti riformisti, credeva nella democrazia basata sulle preferenze dei cittadini e sulle regole attraverso le quali quelle preferenze potevano essere espresse e fatte contare.

La denuncia

Nella seduta della Camera dei deputati del 30 maggio 1924 dedicata alla “Verifica dei poteri e convalida degli eletti”, il neo-rieletto deputato Giacomo Matteotti pronunciò un lungo, circostanziato e documentato discorso inteso a stigmatizzare l’irregolarità complessiva delle elezioni e a chiederne il riesame dell’esito alla Giunta per le elezioni. Denunciò le violenze che in ottomila comuni avevano negato alle minoranze la possibilità di parlare in pubblico, che il sessanta per cento dei candidati socialisti non aveva potuto circolare liberamente nelle circoscrizioni, che molti avevano dovuto cambiar residenza o emigrare, che nei comuni di campagna i fascisti occupavano le sezioni elettorali, che le elezioni non erano valide di fronte alla dichiarazione del governo di rimanere in carica qualunque fosse il loro esito.

Nel 1924 probabilmente per impossibilità tecnica e politica di copertura dell’intero territorio nazionale, ma anche perché gli oppositori ancora godevano di presenza, di visibilità, di sostegno, Mussolini consentì qualche forma di competizione. Tuttavia, come documenta Matteotti, le intimidazioni e le scorrettezze furono numerosissime, diffuse a macchia di leopardo. Seguirò passo passo ciascuno dei punti sollevati e argomentati da Matteotti (sempre facendo riferimento al testo pubblicato nel volume curato da Stefano Caretti e Jaka Makuc) che non si focalizzano sulla sola espressione del voto, ma inquadrano in maniera assolutamente esemplare l’intero procedimento elettorale. 

La correttezza di qualsiasi procedimento elettorale inizia dalla presentazione delle liste dei candidati per ciascun partito. In ciascuna circoscrizione la presentazione doveva avvenire mediante un documento notarile al quale era richiesta l’apposizione di un certo numero di firme dalle 300 alle 500. Tuttavia, cito Matteotti: ”in sette circoscrizioni su quindici la raccolta delle firme fu impedita con violenza” (p. 100). “A Genova i fogli con le firme già raccolte furono portati via dal tavolo su cui erano stati firmati” (p. 101). Inoltre, le “persone che hanno dato il loro nome per attestare sopra un giornale o in un documento che un fatto era avvenuto sono state immediatamente percosse e messe quindi nella impossibilità di confermare il fatto stesso” (p. 102). 

Consapevole, come tutti dovremmo essere, che la democraticità delle elezioni si misura anche sulla possibilità di ottenere e accettare la candidatura e, di conseguenza, di liberamente cercare e ottenere voti per il proprio partito, Matteotti insiste su questo punto segnalando che “molti non accettarono la candidatura, perché sapevano che accettare la candidatura voleva dire non avere più lavoro l’indomani o dovere abbandonare il proprio paese ed emigrare all’estero” (p. 108). Aggiunge il ben più grave fatto che il socialista “Berta fu assassinato nella sua casa per avere accettato la candidatura” (ibidem).

Coloro prescelti come candidati debbono poi impegnarsi nella campagna elettorale che è una fase di enorme importanza per molteplici ragioni. La campagna elettorale consente ai candidati di farsi (meglio) conoscere dagli elettori al tempo stesso che, a seconda delle loro propensioni e capacità, sono messi in grado di molto apprendere sulle preferenze, sugli interessi, sulle condizioni di vita, sulle aspettative dell’elettorato, non soltanto di coloro che voteranno per loro. D’altro canto, le campagne elettorali possono costituire una grande opportunità di apprendimento politico anche per gli elettori. In una (in)certa misura non sono mai pochi gli elettori che cercano di capire quali candidati e quali partiti rappresenterebbero al meglio quello che desiderano, quello che ritengono utile, al limite la visione di società e, forse, del mondo che hanno. In quegli anni di scontro ideologico e di prospettive opposte, ovviamente la campagna elettorale era destinata a svolgersi in maniera tesa, dura, conflittuale, inevitabilmente e, per i fascisti, programmaticamente, violenta. Chiaramente, l’uso della violenza in qualsiasi campagna elettorale, tollerata, quando non addirittura promossa dai governanti autoritari e dai loro sostenitori, va a scapito della democraticità delle elezioni e del loro esito.

Anche in questo caso, la denuncia di Matteotti fu precisa e documentata. Il deputato socialista segnalò anzitutto che per moltissimi candidati fu sostanzialmente impossibile “esporre in contradittorio con il programma del Governo in pubblici comizi o anche in privati locali le loro opinioni. In Italia, nella massima parte dei luoghi, anzi, quasi da per tutto questo non fu possibile” (p. 103). A Genova, la campagna elettorale dei socialisti si svolse con una conferenza privata ad inviti alla quale partecipò anche il liberale Giovanni Amendola. Le intimidazioni e le repressioni furono di natura tale che “su 100 dei nostri candidati circa 60 non potevano circolare liberamente nella loro circoscrizione”. “Non solo non potevano circolare, ma molti di essi non potevano neppure risiedere nelle loro stesse abitazioni, nelle loro stesse città” (p. 106). In definitiva, la situazione complessiva fu tale che solo in un piccolo numero degli 8mila comuni italiani fu possibile la libera propaganda.

Con queste premesse anche il “semplice atto di votare” era destinato a diventare inevitabilmente una sfida alle squadracce di Mussolini, ai pur innegabilmente molti sostenitori, ai benpensanti timorosi che le onde lunghe della violenza giungessero fino alle loro famiglie. Matteotti sintetizza l’insieme dei comportamenti sottolineando due punti. Primo, la diffusa consapevolezza del “valore relativo del voto” dal momento che il fascismo “in ogni caso avrebbe mantenuto il potere con la forza” (p. 96). Secondo, che, al momento del voto, “nessuno si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori che se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c’era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso” (p. 97). L’esistenza di una “milizia armata a disposizione di un partito” … “impedisce all’inizio e fondamentalmente la libera espressione della sovranità popolare ed elettorale” (p. 99). 

Il momento del voto

Poi venne il giorno dell’apertura dei seggi. Fra gli elementi che garantiscono lo svolgimento in libertà delle elezioni vi è, nota e sottolinea Matteotti, la possibilità che ai seggi siano presenti i rappresentanti di ciascuna delle liste in competizione (p. 109), mentre “quasi dappertutto si son svolte fuori della presenza di alcun rappresentante di lista” (ibidem). Piuttosto, le commissioni presenti ai seggi risultarono composte quasi totalmente di aderenti al partito dominante: “nel 90 per cento e, credo, in qualche regione fino al 100 per cento dei casi, tutto il seggio era fascista e il rappresentante della lista di minoranza non poté presenziare le operazioni. Dove andò, meno in poche grandi città e in qualche rara provincia, esso subì le violenze che erano minacciate a chiunque avesse osato controllare dentro il seggio la maniera come si votava, la maniera come erano letti e constatati i risultati “ (p. 109). Solo en passant ricordo che in occasione delle elezioni presidenziali tenutesi nel febbraio 2024 in Russia, la televisione ha mostrato le immagini di militari che, fucile spianato, addirittura entravano e uscivano dalle cabine elettorali.

Oggi, lo scrutinio delle schede votate è il momento più tranquillo dei procedimenti elettorali nei regimi non-democratici. Praticamente, risulta essere la ratifica quasi notarile della bontà o meno del lavoro di manipolazione del voto svolto a monte. La prima osservazione di Matteotti riguarda la differenza fra le località nelle quali era esistito qualche spazio di libertà e quelle più strettamente controllate. Nelle prime, “le minoranze raccolsero una tale abbondanza di suffragi da superare la maggioranza – con questa conseguenza però che la violenza che non si era avuta prima delle elezioni, si ebbe dopo le elezioni”: distruzioni di giornali, devastazioni di locali, bastonature alle persone (p. 110).

In moltissimi contesti la votazione avveniva in tre maniere. “La regola del tre” dichiarata e apertamente insegnata persino dal prefetto di Bologna. “I fascisti consegnavano agli elettori un bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo i luoghi variamente alternati, in maniera che tutte le combinazioni, cioè tutti gli elettori, uno per uno, potessero essere controllati e riconosciuti personalmente nel loro voto” (p. 112). In altri luoghi “furono incettati i certificati elettorali, metodo che in realtà era stato usato in qualche piccola circoscrizione nell’Italia prefascista allargato a larghissime zone del meridione” (p. 113). Matteotti sottolinea che l’ampia disponibilità di certificati elettorali derivava dalla elevata astensione degli elettori che non si ritenevano liberi di esprimere il loro pensiero. Quei “certificati furono raccolti e affidati a gruppi di individui i quali si recavano alle sezioni elettorali per votare con diverso nome fino al punto che certuni votarono dieci volte” (p. 114). Inoltre, “alcuni ebbero dentro le cabine la visita di coloro che erano incaricati di controllare i loro voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire i plichi e verificare i cumuli di schede che sono state votate, potrebbe trovare che molti voti di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla stessa mano così come altri voti di lista furono cancellati o addirittura letti al contrario” (p. 115). Con un tocco di ironia, Matteotti rileva che i candidati socialisti noti sono stati fortemente contrastati, mentre i nuovi (inevitabilmente molto meno conosciuti) ce l’hanno fatta.

Sintesi, e oltre

Gli storici possono sottoporre a verifica, controllare, arricchire il resoconto di Matteotti. I politici che hanno fatto i loro compiti di candidati e le loro campagne elettorali, in special modo nelle situazioni autoritarie troveranno molte conferme di quanto hanno vissuto di persona. Gli studiosi dei sistemi politici, in particolare, dei regimi autoritari, non possono che ammirare l’acume, di alto livello politologico, con il quale Matteotti descrive il procedimento elettorale che il fascismo volle controllare e indirizzare verso un esito che ne legittimasse il dominio.

Tutto il materiale e la documentazione raccolta e presentata da Matteotti, nel suo giustamente indignato excursus in qualità di osservatore partecipante, ruolo molto invidiato e apprezzato dagli studiosi di scienza politica, di una consultazione elettorale non libera, costituisce quasi un vademecum di come, per l’appunto, e cosa osservare per valutare la qualità delle elezioni. Tutto giustifica in maniera più che convincente la frase che caratterizza in maniera perentoria quel discorso pronunciato il 30 maggio 1924 sulla “verifica dei poteri e convalida degli eletti”: “contestiamo in questo luogo e in tronco la validità di questa elezione” (p. 96). Quell’obiettivo, dichiarò il parlamentare Giacomo Matteotti, implicava “portare nella camera l’eco delle proteste che altrimenti nel paese non possono avere alcun’altra voce ed espressione” (p. 103). Nella concezione di Matteotti quell’aula, che Mussolini definì “sorda e grigia”, essendo il luogo della sovranità popolare, aveva il nobile compito di riconfigurare quella sovranità calpestata da brogli e manipolazioni, dalla violenza del governo fascista, dei suoi apparati, delle sue squadracce.

Il prezzo che Matteotti fu obbligato pagare, la perdita della vita, testimonia la sua totale, convinta, deliberata, consapevole dedizione alla democrazia e alla giustizia. La sfida che aveva lanciato al regime fu considerata giustamente tanto forte e tanto pericolosa che il Duce stesso si sentì obbligato a contrastarla nel famoso/infame discorso del 3 gennaio 1925.  

“dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il Fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il Fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!”.

   Queste parole poste, credo appropriatamente, a conclusione del mio breve testo in omaggio a Matteotti, costituiscono il trampolino di lancio del fascismo movimento, con esplicite componenti di criminalità politica e comune, verso il fascismo regime. Dopo, non ci saranno più elezioni, solo oppressione e repressioni mirate. Non credo che in un regime non democratico sia mai giustificato e giustificabile affermare che “quando un popolo vota ha sempre ragione”. Certamente, però, gli autoritari hanno imparato che il voto del popolo presenta sempre dei rischi. Meglio non darlo per scontato, come fecero nel 1988 il dittatore cileno Augusto Pinochet e i suoi collaboratori. La ricetta giusta è manipolare per tempo l’opinione pubblica e contrastare, controllare e combattere con la violenza gli oppositori, soprattutto i più audaci e intransigenti, come Alexei Navalny. L’esperienza, la vicissitudine e la denuncia di Giacomo Matteotti, esempi preclari di coraggio civile e politico, continuano a essere altamente istruttive, da onorare.

Bibliografia minima

Caretti, S. e Makuc, J. (a cura di), Giacomo Matteotti. Democrazia e fascismo, Pisa, Pisa University Press, 2021

Degl’Innocenti, M., Giacomo Matteotti e il socialismo riformista, Milano, Franco Angeli, 2022

Fornaro, F., Giacomo Matteotti. L’Italia migliore, Milano, Bollati Boringhieri, 2024

Garnett, H.A. e Zavadskaya, M. (a cura di), Electoral integrity and political regimes: actors, strategies and consequences, Abingdon, Oxon- New York, NY,: Routledge, 2017

Hermet, G., Rouquié, A., Linz, J.J., Des élections pas comme les autres, Paris, Presses de la Fondation Nationale des Sciences Politiques, 1978.

Hermet, G., Rose, R., Rouquié, A. (a cura di), Elections wihout Choice, Londra, Macmillan, 1978

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Schedler, A. (a cura di), Electoral Authoritarianism. The Dynamics of Unfree Competition, Boulder and London, Lynne Rienner Publishers, 2006.

Zunino, P., L’ideologia del fascismo. Miti, credenze, valori, Bologna, il Mulino, 1985.

Le due leader dimostrino di saper incidere anche in Europa @DomaniGiornale

Il parlamento europeo e il Consiglio dei capi di governo vedono arrivare gli italiani, soprattutto le italiane. No, né Meloni né Schlein, pure furbettamente elette, andranno ad occupare il seggio da europarlamentari, ma la loro presenza nella Unione Europea si sentirà, eccome. “Giorgia” è il capo del governo italiano, l’unico dei governi che ha avuto un buon successo elettorale e il cui partito, invece di perderne, ha triplicato i seggi nell’Europarlamento. Elly, già europarlamentare, è la segretaria del partito che avrà singolarmente più seggi fra i componenti dell’eurogruppo dei Socialisti&Democratici. Entrambe godranno, seppur in maniera diversa, di importanti opportunità politiche.

Giorgia ne ha fin da subito due molto significative. Prima opportunità: la sua preferenza e il suo voto potranno essere davvero incisivi nella designazione della/del Presidente della Commissione che, certamente, se ne ricorderà e ne terrà conto nella sua attività. La seconda è più che un’opportunità, un potere effettivo. Come ogni capo di governo, quello italiano ha per l’appunto il potere di nominare un Commissario, se il/la Presidente non è già della sua “nazione” di appartenenza. Meloni dovrà, da un lato, sfuggire alla tentazione dell’amichettismo alla quale troppi nel suo partito sono particolarmente sensibili. Dall’altro, cercherà di confutare tutti coloro che la accusano di non avere una classe dirigente. Individuare la personalità competente, europeista e, ovviamente, anche affidabile alla quale attribuire una carica prestigiosa che può essere importantissima per rappresentare l’Italia, ma con lo sguardo e l’impegno per cambiare l’Europa, è una vera sfida.

   Salvo molto improbabili e imprevedibili sorprese, i Socialisti&Democratici Europei faranno parte della maggioranza parlamentare a sostegno della prossima Commissione e della relativa Presidenza. Hanno ragione coloro che sottolineano che spesso gli europarlamentari danno vita a maggioranze a geometria variabile. Bisogna aggiungere subito che, in primo luogo, è giusto che su molte materie gli europarlamentari votino secondo coscienza e scienza (quello che hanno imparato e che sanno). Questo è il senso della rappresentanza politica. In secondo luogo, in quelle geometrie variabili le destre delle più variegate sfumature di nero non sono mai state determinanti. Resta da vedere quanto vorranno e riusciranno ad esserlo i Fratelli e le Sorelle d’Italia. Non determinante, un aggettivo che nell’Unione Europea non si attaglia quasi mai a un singolo attore politico, partitico e istituzionale, se non in negativo per chi ricorre allo sciagurato potere di veto, ma molto influente potrebbe/potrà essere l’europacchetto dei parlamentari democratici. Chi li guiderà, mi auguro di concerto e con frequente consultazione con Elly Schlein, dovrà anzitutto puntare alla Presidenza di una o più commissioni parlamentari di rilievo e sostanza: Affari Costituzionali, Ambiente, Economia. Dovrà, poi, ma non voglio esagerare nei tecnicismi, avere la capacità di dialogare e interloquire con i Commissari e con i loro collaboratori, alti e competenti funzionari, tutt’altro che burocrati che tramano nell’ombra. Compito che potrebbe essere ricco di ricompense personali e politiche

Concluse la fase del voto e la relativa conta, sconfitti i malamente attrezzati profeti del malaugurio che soffiavano nel vento delle destre sovraniste, qualunquiste, antieuropeiste, da adesso il capo del governo e la leader dell’opposizione hanno l’obbligo, non “divertente”, ma impegnativo, assorbente e potenzialmente gratificante di trovare le modalità di incidere sulle politiche e sul percorso europeo. Quasi tutto quel che si può fare nella nazione Italia dipende da quello che si riesce a fare, con competenza e credibilità, nell’Unione Europea. Anche, forse in special modo, a Bruxelles si misura la qualità della leadership politica. 

Pubblicato il 12 giugno 2024 su Domani