Solo i governi autoritari controllano gli atenei

Intervista raccolta da Francesco Borgonovo per La Verità, pubblicata il 21 ottobre 2016

(clicca sulle immagini per facilitare la lettura)

 

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Brancaleone e il “no” che risuona argentino

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di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi

Messo da parte, almeno temporaneamente, l’elisir plebiscitario al quale quasi tutti i sostenitori del “sì” si sono abbeverati, adesso la discussione è tornata sul merito. Almeno così affermano i corifei del “sì”. Dopo che Giorgio Napolitano, seppure molto tardivamente, ha denunciato in maniera felpatissima la propaganda di Renzi, caratterizzata “forse, da un eccesso di personalizzazione politica”, i sostenitori del disegno di revisione costituzionale hanno beatificato il loro statista Renzi perché – udite udite – si è corretto. Pazzesco. Vedremo fino a quando. Ancora inebriati da quel potente elisir, o forse ricordando un esemplare articolo, definibile solo come character assassination, scritto da una coppia di professori di scienza politica a Bologna, Sergio Fabbrini cerca, ricorrendo a qualche mediocre sarcasmo, di fare di meglio. Scopre che i sostenitori del “no” sono un’Armata Brancaleone (quale originalità!). Continuando la discussione sul merito, scrive, ma non è il primo, che i “no” sono degli irresponsabili anti-italiani che non hanno fatto nulla di buono nel passato e che scasserebbero il paese se vincessero. Della stupefacente omogeneità dello schieramento del Sì (Il Foglio e Civiltà Cattolica, il Corriere e Il Sole 24 Ore, la Confindustria e i suoi pregevoli algoritmi, Arturo Parisi e Denis Verdini, Marcello Pera e Cesare Damiano, con la ciliegina di JP Morgan sulla quale vale la pena di soffermarsi) nulla ci dice il professore della LUISS. Pazienza.

Il merito, come hanno capito prima di tutti i notissimi professoroni della JP Morgan, riguarda la trasformazione delle Costituzioni socialiste dell’Europa meridionale. Cestinarle, dicono quei professoroni anonimi, senza curarsi del punto, effettivamente di merito, che nell’Assemblea Costituente italiana c’erano fior fiore di liberali, repubblicani, azionisti e socialisti né catto né comunisti. Naturalmente, sempre restando sul merito, ridimensionare il Senato (ma i comunisti volevano il monocameralismo: che non abbiano vinto allora, ma stiano per vincere adesso?), abolire il CNEL, introdurre qualche referendino in più, accentrare poteri nello Stato (ma non erano i comunisti quelli che miravano all’accentramento del potere politico?), è inoppugnabile che le riforme renzian-boschiane faranno diventare la Costituzione italiana un moderno palinsesto liberista applaudibile anche dall’allarmato/ista Ufficio Studi della Confindustria. Però, chiedere politiche keynesiane all’Unione Europea proponendo come vessillo una riforma sedicente liberista appare non propriamente convincente. Comunque, vorremmo fare sapere a JP Morgan che ha sbagliato bersaglio: il cattocomunismo non sta nella seconda parte della Costituzione, ma nella prima. Sono i diritti civili, politici e sociali, che Renzi e i suoi giurano di non toccare, la vera eredità del cattocomunismo, ovvero, meglio dell’elaborazione ampia e pluralista, condivisa dai nove decimi dell’Assemblea, che ha portato alla Costituzione italiana.

Non è chiaro in quale dei molti testi da lui compulsati, il Fabbrini abbia scoperto le ambizioni che lui attribuisce al molto composito schieramento del “no”: dare vita a un nuovo governo. Non è affatto così. Il NO vuole sconfiggere riforme di bassissimo profilo, ma dannose, che produrrebbero conseguenze molto negative sul funzionamento del sistema politico italiano e che inquinerebbero la vita politica italiana per anni e anni. Il “no” pensa che non esiste nessun uomo della provvidenza né oggi né domani e che il Parlamento italiano, se Renzi e i suoi non si metteranno di traverso (pazzesco), è in grado di dare vita a un nuovo governo a guida legittimamente espressa dal partito che ha la maggioranza parlamentare, il PD. Anche questo è il merito.

Infine, è sempre utile ricordare a tutti, soprattutto agli ulivisti della prima e della seconda ora, che da questo progetto di revisione costituzionale non emergerà alcuna fantomatica “democrazia governante” né, tantomeno, una democrazia maggioritaria e competitiva. Non saranno le elite negative, per di più argentine, evocate da Fabbrini, a riproporre un ritorno all’Italia proporzionalista. Anche perché questo nostalgico ritorno al passato lo dobbiamo, da ultimo, alle giovani élite fiorentine che, in compagnia dei loro gigli magici, hanno approvato una legge elettorale di ispirazione e stampo proporzionalista, che garantirà diritto di tribuna e di veto anche alle più piccole minoranze, disponibili (loro sì!) alla consociazione appena la maggioranza di turno darà segni di cedimento. Col “sì” si chiude la transizione istituzionale italiana riportando indietro le lancette dell’orologio di oltre venti anni. Col “no” si tiene aperta la porta a riforme migliori, provando a restituire al cittadino lo scettro e il fischietto (nostro omaggio a Roberto Ruffilli e al suo libro Il cittadino come arbitro).

Pubblicato il 21 ottobre 2016 su il Mulino online

“Conoscere per Scegliere” 21ottobre a #Imola

Serata di informazione e approfondimento sul

Referendum Costituzionale

relatori Gianfranco Pasquino e Paolo Pombeni
Moderatore Andrea Ferri direttore Nuovo Diario

Seguirà dibattito

Imola – Sala Congressi San Rocco – via Valeriani 19
Venerdì 21 Ottobre 2016 ore 20.45

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La partita non finisce il 4 dicembre

La terza Repubblica

La battaglia referendaria può renderci migliori

No, sia come Presidente del Consiglio sia come segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi esagera e sbaglia. La “partita”, qualunque sarà il risultato, non finisce domenica 4 dicembre sera. In democrazia, non esiste una sola partita. C’è un lunghissimo campionato fra idee, proposte, persone e soluzioni. C’è un pubblico, che vorremmo più attento, meglio preparato, maggiormente incline a partecipare che, di volta in volta, esprime, anche andando/non andando alle urne (spettacolo), la sua scelta, ma che spesso, legittimamente, la cambia e al quale urge ricordare che deve assumersi tutte le responsabilità dei suoi comportamenti e delle loro conseguenze.

Lunedì 5 dicembre mattina dopo avere, variamente, festeggiato e/o preso atto con dolore dell’esito referendario, dopo essersi accapigliati nei talk show, quei politici, che hanno a cuore le sorti del paese e che non intendono essere subalterni ai mercati e agli operatori finanziari, si metteranno al lavoro. Potranno sbrigare il compito anche delle modalità con cui eventualmente sostituire il Presidente del Consiglio, ma dovranno, secondo la Costituzione vigente, farlo insieme al Presidente della Repubblica. Mai come in un’occasione simile, Mattarella sarà tenuto a esercitare il suo potere di moral suasion convincendo i riluttanti ad anteporre gli interessi del paese a quelli personali, di carriera e di prestigio. Politici responsabili, se davvero volevano queste riforme oppure se davvero sono riformatori, ma si opponevano alla qualità delle riforme del governo Renzi, ritornano comunque sul discorso/percorso di adeguamento (i vincitori) e di aggiornamento (i perdenti) costituzionale.

Dopo fin troppi mesi (quasi otto) di dibattiti intensi e, spesso, personalizzati e acrimoniosi, è lecito sperare che tutti abbiano avuto e sfruttato la possibilità di imparare qualcosa. Per quanto schierato, non ho mai creduto che tutto il male si trovi/stia dalla parte del governo né che tutto il bene fosse/sia collocato nell’inevitabilmente variegato schieramento del NO. Dunque, tutti, ciascuno al suo livello, dovremmo avere imparato qualcosa non soltanto sulle preferenze altrui, ma anche sulle soluzioni proposte, sul loro grado di funzionalità e di accettabilità, sulle loro carenze. Nessun tavolo delle riforme e nessuna Assemblea costituente (che delegittimerebbe del tutto la Costituzione vigente): le riforme ripartono, senza diktat, dalle sedi deputate in Parlamento: le Commissioni e i loro componenti. Questo è anche un modo, forse il migliore, per dimostrare al Presidente Emerito Giorgio Napolitano, che il Parlamento non è umiliato, ma, in quanto luogo della rappresentanza politica degli italiani (anche se, certo, con il Porcellum non abbiamo davvero una rappresentanza apprezzabile), è perfettamente consapevole di dovere dare risposte semplici, precise, accurate a disfunzioni che esistono, sulle quali il dibattito referendario ha fatto, se non piena, abbastanza luce.

Ricordando a tutti che le revisioni costituzionali sono, forse più di qualsiasi altra materia, quelle per le quali vale nella maniera più assoluta l’assenza di qualsiasi vincolo di mandato, sulle quali non è lecito imporre nessuna disciplina di partito, i parlamentari cercheranno di mettere a buon frutto il consenso, ce n’è, ce n’è, che si è espresso su alcune revisioni. Mireranno a migliorare o a cambiare del tutto altre revisioni sulla base di quello che, se hanno fatto una campagna elettorale non allarmistica, demonizzante e manipolatoria, ma informativa e sul merito, non possono non avere ascoltato dai moltissimi cittadini che hanno partecipato ai dibattiti e alle assemblee. Ho imparato dai classici della democrazia, ma anche da alcuni contemporanei, che, oltre a non tagliare le teste, la democrazia si distingue dagli altri regimi per la sua capacità di produrre apprendimento collettivo e di correggere i suoi errori. La mattina del 5 dicembre, vincitori e vinti dovranno dimostrare che questo insegnamento vale anche per ciascuno di loro e per tutti.

Pubblicato il 20 ottobre 2016 su la Terza repubblica

INVITO Dibattito sulla Riforma costituzionale 20ottobre ore 21 Larciano #Pistoia

NO positivo. Per la costituzione, per una buona riforma, per migliorare la politica e la cittadinanza

giovedì 20 ottobre 2016 ore 21, Sala congresso Larciano

Dibattito sula riforma costituzionale con Gianfranco Pasquino condotto da Alessandro Fagni e Valter Ciurli

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Senato: una riforma da riscrivere

Giustificare la cattiva riforma del Senato è impossibile per chi continua a dire, come fa Franco Pizzetti, che il bicameralismo italiano attuale è “perfetto”. Peggio, Pizzetti sostiene che il bicameralismo dello Statuto Albertino, che il fascismo non toccò, era altrettanto perfetto. Quel bicameralismo, con il Senato tutto non elettivo, ma di nomina regia, fu, evidentemente, già molto imperfetto. Non è neppure vero che il bicameralismo che l’Italia ha avuto dal 1948 a oggi sia stato qualcosa che nessuno dei Costituenti desiderava e di cui era scontento. Mi limito a citare l’opinione, certamente autorevole, di Meuccio Ruini, Presidente della Commissione dei 75, che scrisse la Costituzione. “La Commissione … ha ammesso la bicameralità … poiché è apparso necessario non abbandonarsi sul piano inclinato del Governo di una sola Assemblea o Convenzione. Anche nella forma più o meno felice che è venuta fuori, la Camera dei Senatori non è un duplicato dell’altra”. Aggiungo che tutti i dati disponibili indicano che il bicameralismo italiano paritario, che è l’aggettivo corretto, non ha mai impedito ai governi di legiferare approvando in tempi decenti, spesso anche sotto pressione della decretazione d’urgenza, i disegni di legge che traducevano i programmi in politiche pubbliche.

La riforma oggetto di referendum nasce, non da considerazioni miranti a migliorare il funzionamento del Parlamento e del sistema politico italiano quanto da un episodio: la mancanza dopo le elezioni del febbraio 2013 in Senato di una maggioranza simile a quella di cui godeva il Partito Democratico alla Camera, ma soltanto perché gonfiato dall’ingente premio in seggi. Ridurre le poltrone, come dice e ripete il Presidente del Consiglio, con lessico venato di populismo, e diminuire, peraltro di poco, i costi, non produce affatto una situazione migliore dell’attuale. Infatti, la composizione del prossimo Senato, se vinceranno i “sì”, sarà pasticciata e i suoi compiti risulteranno confusi.

Non è tuttora possibile sapere se i Senatori e i sindaci saranno semplicemente nominati dai Consigli regionali, ma già sappiamo che dovranno rispettare la proporzionalità degli esiti elettorali. Quindi, non rappresenteranno le regioni, ma i partiti che li hanno designati. Difficile poi dire che cosa rappresenterebbero i cinque senatori nominati per sette anni dal Presidente della Repubblica. Quanto ai compiti, in particolare al coinvolgimento del Senato nell’attività legislativa, i consiglieri regionali e i sindaci senatori avranno la prerogativa, che dovrebbe essere limitata ai soli rappresentanti eletti dal popolo, di legiferare in materia elettorale e di revisione costituzionale insieme ai deputati eletti. Il Senato si occuperà, con quali competenze?, in maniera quasi esclusiva di quello che riguarda gli importantissimi rapporti fra Italia e Unione Europea e addirittura avrà il compito, che dovrebbe fare tremare le vene ai polsi di chi, quasi sicuramente, non ha nessuna preparazione specifica, di valutare le politiche pubbliche, vale a dire costi, benefici, impatto, conseguenze di quanto fatto dal governo e attuato dalla burocrazia. Infine, potrà “richiamare” le leggi approvate dalla Camera e introdurvi modifiche, ma l’ultima decisiva parola spetta ai deputati.

Quanto ai rapporti fra Stato e regioni, che, comunque, dovranno sottostare, tutte le volte che il governo lo vorrà, alla clausola di “supremazia statale”, non sono pochi coloro che rilevano che sarebbe stato sufficiente potenziare la Conferenza Stato-Regioni, organismo snello ed efficiente che ha regolarmente funzionato con reciproca soddisfazione. Alla fin della ballata, hanno sottolineato molti ex-Presidenti della Corte Costituzionale, persone più che informate dei fatti, è prevedibile un aumento dei conflitti e dei ricorsi alla stessa Corte (che ne farebbe volentieri a meno). Si poteva fare di meglio, molto, imitando il Bundesrat: 69 rappresentanti espressi dalle maggioranze che vincono le elezioni in ciascun Land. La riforma del Senato non è meglio di niente. E’ peggio dell’esistente. Solo respingendola si apre la strada, certo faticosa, a una riforma migliore.

Pubblicato AGL il 19 ottobre 2016

INVITO Dizionario di Politica #CircoloDeiLettori #Torino martedì 18 ottobre ore 18

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Norberto Bobbio Nicola Matteucci Gianfranco Pasquino Dizionario di Politica Nuova edizione aggiornata UTET 2016

Norberto Bobbio Nicola Matteucci Gianfranco Pasquino
Dizionario di Politica Nuova edizione aggiornata UTET 2016

DIZIONARIO DI POLITICA

presentazione 

con il coautore Gianfranco Pasquino e

Giancarlo Caselli, ex magistrato

Circolo dei lettori  Via Bogino 9, Torino

La politica cambia e se ne modificano parole e concetti. Uscito nel 1976, il Dizionario (cofirmato da Norberto Bobbio e Nicola Matteucci) è ormai un classico della scienza politica.
Aggiornato e convincente, è utile a studenti, docenti e chi di politica vuole saperne meglio e di più.

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Serve un No Positivo 14ottobre ore 21 a Guastalla #ReggioEmilia

Per una buona riforma. Per migliorare la qualità della politica e della vita

NO POSITIVO

14 ottobre ore 21

Centro sociale 1° Maggio

viale Di Vittorio 2/A

Guastalla 

guastalla

NO per Riforme migliori. Cambia la politica e la vita 13ottobre ore 20.45 Sesto San Giovanni

Sala degli Affreschi

Villa Visconti d’Aragona

via Dante, 6

Sesto San Giovanni

INCONTRO CON GIANFRANCO PASQUINO

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Crescere con le Riforme #FestivaldellaCrescita 13ottobre #Milano

giovedì 13 ottobre ore 17.30 -18.30 presso CULT LIBRARY 
Palazzo delle Stelline Corso Magenta 61

CRESCERE CON LE RIFORME
a cura di Egea e Linkiesta
con Alberto Martinelli Università degli Studi di Milano
e Gianfranco Pasquino John Hopkins University
modera Francesco Cancellato Linkiesta

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