Il NO dei nemici del popolo

Il fatto

Nella spasmodica ricerca di argomenti che giustifichino l’approvazione referendaria delle loro riforme, brutte e di bassissimo profilo, i renziani e i loro molti cortigiani ne dicono di tutti i colori. Il “meglio che niente” è molto frequente, ma diventato logoro assai. Il “non si poteva fare diversamente” entra in concorrenza per la motivazione più banale. Eccome si poteva fare diversamente tanto è vero che nessuno dei testi poi faticosamente approvati era entrato in Parlamento nella identica stesura con la quale ne è uscito. Per di più, è già in corso anche una surreale discussione sul cambiamento della legge elettorale in attesa della valutazione della Corte costituzionale che potrebbe servire proprio a salvare la faccia formulando qualche riformetta della riformetta. Infine, dopo mesi nei quali il capo del governo e il suo ministro per le Riforme hanno fatto ampio ricorso a tutte le strumentazioni plebiscitarie possibili (rivendico il merito di avere per primo accusato Renzi di “plebiscitarismo”), adesso è arrivato il contrordine.

“Renziani di tutte le ore non si tratta di votare pro o contro il governo, ma sul merito delle riforme”. Che Renzi avesse ecceduto se n’era accorto, un po’ tardivamente, persino il Senatore Presidente Emerito Giorgio Napolitano che, sommessamente, gli ha suggerito di non personalizzare troppo la campagna elettorale. Purtroppo per Renzi, la personalizzazione è nelle sue corde. Non riuscirà a rinunciarvi e ci ricadrà quasi sicuramente quando i sondaggi annunceranno tempesta. Per di più, lo spingere il più in là possibile la data dello svolgimento del referendum moltiplicherà le occasioni di personalizzazione.

Nel frattempo, qualche renziano sta cercando di delegittimare lo schieramento del NO facendo notare quanto composito esso sia e, dunque, incapace di prospettare un’alternativa di governo, al suo governo. Anche se, sconfitto, Renzi non si dimettesse, una minaccia piuttosto che una promessa, creando una grave e non necessaria crisi di governo, ma imparasse a fare buone riforme, il problema del governo prossimo venturo neanche si porrebbe. Comunque, se c’è un giudice a Berlino (in verità, ce ne sono fortunatamente molti) possibile, caro Presidente Mattarella, che in Italia l’unico in grado di guidare un governo sia Matteo Renzi? Al momento opportuno suggerirò al Presidente quattro/cinque nomi nessuno dei quali professore o banchiere.

Ad ogni buon conto, chi, nei Comitati del NO, ha mai pensato alla formazione di un nuovo governo? Il bersaglio grosso è uno e uno solo: vincere il referendum e cancellare le riforme mal congegnate e malfatte. Quanto alla natura composita dello schieramento del NO, basta riflettere un attimo e si vedrà che il SI’ vince alla grande la battaglia della confusione. Non intendo demonizzare il mio ex-studente Denis Verdini, ma sembra che, addirittura, darà vita a un Comitato del SI’ dal quale, naturalmente, come annunciato da Renzi-Boschi, scaturirà la nuova (sic) classe dirigente del paese. La Confindustria fa già parte della non proprio novissima classe dirigente, ma i suoi allarmismi numerici prodotti da chi sa quali algoritmi li ha già generosamente messi a disposizione del paese affinché voti convintamente sì. Poi è arrivata la filosofia della krisis rappresentata da Massimo Cacciari, notorio portatore di “sensibilità repubblicana” che va spargendo in diversi talk show. In un’intervista al Corriere si è esibito per il sì anche l’ex banchiere ulivista Giovanni Bazoli. Mica poteva essere da meno degli stimati colleghi della JP Morgan, grandi conoscitori del sistema politico italiano e della sua Costituzione, anche loro in attesa di riforme epocali. A ruota, un pensoso editoriale della rivista “Civiltà Cattolica” ha dato la necessaria benedizione senza attendere, qui sta la sorpresa, le articolate opinioni dei Cardinali Ruini, purtroppo per lui più bravo negli inviti all’astensione, Bagnasco e Bertone. No, di papa Bergoglio non so.

La ciliegina, però, non la prima né l’ultima poiché non dubito che ce ne saranno molte altre, già copiosamente preannunciata dalle pagine del “Corriere della Sera”, è arrivata da Michele Salvati. La sua tesi è cristallina. Se vincerà il NO, non sarà bocciato soltanto il governo. Non saranno bocciati soltanto i partiti e i cittadini che non hanno fatto i compiti (e se, proprio perché li hanno fatti, si fossero resi conto che le riforme sono inutili e controproducenti?). Bocciato “sarebbe tutto il Paese” (Corriere della Sera, 9 agosto 2016, p. 26). Insomma, il plebiscitarismo buttato dalla finestra, senza che nessuno lo dicesse a Salvati, torna camuffato da nazionalismo, chiedo scusa da amor patrio, dalla porta. Chi vota no è un disfattista, secondo Salvati, un traditore della patria, un nemico del popolo italiano. Questa è, finalmente, la discussione sul merito che i renziani vogliono, impostano e, normalizzata la Rete Tre, faranno.

Pubblicato il 10 agosto 2016

Se sarà bocciato, il premier da Mattarella e un nuovo voto di fiducia in Parlamento

Il Mattino

Intervista raccolta da Marilicia Salvia per IL MATTINO

 

La data fatidica? “Si voterà non prima della seconda metà d’ottobre”, preconizza (con un certo ottimismo, dati i tempi tecnici) Gianfranco Pasquino, docente emerito di Scienze Politiche all’Università di Bologna, convinto che il governo vorrà attendere la pronuncia della Corte Costituzionale sull’Italicum, annunciata per il 4 ottobre, prima di lanciarsi nella fase conclusiva della campagna referendaria.

Professore, incassato il via libera della Cassazione le opposizioni scalpitano perché si vada alle urne subito, il prima possibile. Renzi riuscirà a tenere a bada tanta agitazione?

“La fretta delle opposizioni si può capire, è evidente che più la si porta per le lunghe più la maggioranza si avvantaggerà della sua posizione oggettivamente dominante sui mezzi dell’informazione, soprattutto televisiva. Ma a guardar bene, che la campagna referendaria duri a lungo non è utile per nessuno, neanche al governo, meno che mai al Paese”.

Teme un autunno di veleni?

“Sì, una coda d’estate e poi un autunno carichi di conflitti, di lacerazioni. Non ne abbiamo bisogno. E non ne ha bisogno il governo, che deve invece recuperare incisività di azione su molti temi importanti per il Paese”.

Più importanti della riforma costituzionale? Il governo la considera una questione dirimente, tanto da aver legato la propria stessa sopravvivenza all’esito del voto.

“Sì, ed è stato un grave errore”.

Perché?

“Intanto è quanto meno eccessivo presentare questa riforma, anzi il fatto di aver realizzato una riforma costituzionale, come un’impresa epocale: il centrosinistra nel 2001 ha condotto in porto la riforma del titolo quinto, e anche Berlusconi aveva cambiato una serie di articoli”.

La riforma Berlusconi però fu bocciata dai cittadini.

“Non importa, voglio dire che ci sono stati governi innovatori anche prima di questo. Non ha senso quindi drammatizzare l’esito del referendum, in un senso o nell’altro”.

Quindi sbaglierebbe Renzi a lasciare Palazzo Chigi se dovesse prevalere il no?

“L’errore Renzi lo ha fatto quando ha addirittura personalizzato il referendum usando il termine “io”e non”il governo” a proposito delle dimissioni in caso di sconfitta. I critici hanno avuto buon gioco a dire che Renzi voleva il plebiscito. E si capisce adesso perché le opposizioni premono per andare alle urne il prima possibile e non dare nessun vantaggio all’avversario”.

Scenario numero uno: al referendum vince il no, la riforma è bocciata. Renzi che fa, si dimette davvero?

“Ragionando dal punto di vista dell’onore, Renzi dovrebbe andare da Matterella a rassegnare le dimissioni. Dopo di che la saggezza politica vorrebbe che Mattarella gli chiedesse di andare in Parlamento a chiedere la fiducia”.

Scenario numero due: vincono i sì. Renzi si rafforza automaticamente dal punto di vista politico?

“Se vincono i sì è presumibile che il premier sarà portato a personalizzare questa vittoria. Ma purtroppo per lui e per il Paese i problemi non si dissolveranno. Ecco perché dico che non bisogna tirarla per le lunghe con questa campagna: l’economia continua ad andare male, il debito pubblico continua a crescere, e l’Italia ha ancora problemi di credibilità sulla scena europea”.

Quali problemi risolverà, invece, la riforma Boschi se dovesse superare il giudizio degli elettori?

“Il Cnel sparirà, e nessuno ne sentirà la mancanza. Per il resto temo che crescerà la confusione. Lo scoglio maggiore è nell’attuazione della nuova normativa che regolerà i rapporti fra Stato e Regioni”.

Il sistema guadagnerà in efficienza dall’abolizione del bicameralismo perfetto?

“Perla verità tutte le statistiche dimostrano che il nostro bicameralismo ha prodotto più leggi e in tempi più rapidi di altri sistemi in Europa.Penso che sarebbe stato preferibile ispirarsi al sistema tedesco, che prevede una seconda Camera di appena 69 seggi assegnati alle maggioranze di governo nei singoli land. Ma capisco che 100 seggi piacciono di più, e che il centrodestra attualmente in minoranza nelle Regioni italiane non avrebbe digerito l’idea”.

Uno degli argomenti più usati dalle opposizioni è quello di una possibile deriva autoritaria che risulterebbe dal combinato disposto della riforma con la legge elettorale. È d’accordo?

“Il pericolo non èla deriva autoritaria, per fortuna Renzi non è Mussolini né Erdogan e noi non siamo l’Italietta degli anni Venti né la Turchia. Io temo piuttosto una deriva confusionaria”.

Sull’Italicum comunque Renzi ha invitato il Parlamento a intervenire, anche al di là dei possibili rilievi che arriveranno dalla Consulta.

“Immagino non che il Parlamento, ma la Consulta interverrà e che Renzi vorrà aspettare appunto questa pronuncia prima di portare gli italiani al voto”.

Qual è la preoccupazione?

“Il premio di maggioranza che consegnerebbe il Parlamento al partito vincente anche al ballottaggio. Credo che sarebbe necessario prevedere una soglia minima per accedervi, e soprattutto la possibilità di creare coalizioni al primo turno e apparentamenti al secondo, come per le amministrative: in questo modo si arriverebbe a rappresentare meglio e in modo più ampio gli elettori”.

Rieccoci al rischio di autoritarismo, allora.

“No, la storia è un’altra. Immaginiamo il ballottaggio tra Pd e 5 Stelle, e la vittoria finale di questi ultimi. Il premio di maggioranza impedirebbe qualsiasi mediazione. Nulla quaestio per gli italiani, ma cosa ne penserebbe l’Europa, che dall’Italia si aspetta posizioni diverse da quelle professate dai grillini? Il rischio è la conflittualità permanente e l’inconcludenza”

Pubblicato il 9 agosto 2016

Referendum. Ora si discuta nel merito

Non sorprendentemente, la Cassazione ha dato il via libera al referendum costituzionale. La campagna ufficiale dei sostenitori del “sì” e del “no” può cominciare. Credo che molti italiani, dalle spiagge ai monti, dai laghi alle città d’arte, non si accorgeranno di nessun cambiamento significativo. Da tempo, infatti, sia il Presidente del Consiglio sia il Ministro delle Riforme si sono buttati a capofitto nella operazione di promuovere e difendere le loro riforme. Naturalmente, gli oppositori, uno schieramento eterogeneo, hanno fatto del loro meglio per non perdere terreno. I sondaggi dicono che, forse, il “no”, appena gonfiato da coloro che proprio non gradiscono Renzi e il suo governo, è in leggero vantaggio. Poiché i referendum costituzionali non hanno quorum, entrambi gli schieramenti debbono preoccuparsi di mobilitare tutti, ma proprio tutti i loro eventuali elettori.

Fin dall’inizio, deliberatamente, Renzi ha mirato alla mobilitazione degli italiani personalizzando il referendum, vale a dire sostenendo che il suo governo è stato l’unico governo capace di fare riforme costituzionali negli ultimi trent’anni e più (non è vero poiché tanto il centro-sinistra nel 2001 quanto il centrodestra di Berlusconi nel 2005 hanno fatto riforme costituzionali). Questa operazione ha suscitato le critiche di coloro che, giustamente, facevano notare che il capo del governo voleva sostanzialmente un plebiscito sulla sua persona, altro che una discussione sul merito di ciascuna delle riforme costituzionali. A un certo punto, persino il Presidente Emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, apertamente schieratosi a favore delle riforme, si è accorto del pericolo e ha invitato Renzi a non “personalizzare”. Almeno temporaneamente, il Presidente del Consiglio ha ridotto il tasso di personalizzazione, ma il suo Ministro Boschi continua a tenere assemblee nelle quali lega la sorte del governo all’approvazione delle sue riforme costituzionali.

Difficile dire chi risulterebbe favorito da una campagna referendaria protratta oltre limiti ragionevoli. Visto che è cominciata già a maggio, se la data del referendum fosse fissata, com’è stato ventilato, tra l’inizio e la metà di novembre, arriverebbero tutti senza fiato e incattiviti. Tuttavia, è innegabile che il governo e il Partito democratico, soprattutto adesso che si sono garantiti la benevolenza dei direttori delle reti televisive pubbliche, hanno più fiato per durare (ma anche per commettere errori di presunzione e di arroganza). Di qui alla data del referendum, c’è almeno un ostacolo, non sappiamo quanto grande, da superare: la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum. Renzi e Boschi continuano a sostenere che è una buona legge e rimandano al Parlamento qualsiasi eventuale ritocco (e ce ne sarebbero almeno tre da fare: eliminazione delle candidature bloccate, abolizione delle candidature multiple, possibilità di formare coalizioni al primo turno e apparentamenti, come nel caso dell’elezione dei sindaci, al ballottaggio). Se la Corte non esprime obiezioni, il governo avrà il vento in poppa. Però, se la Corte impone dei ritocchi, allora gli oppositori dell’Italicum e delle riforme costituzionali potranno logicamente accusare il governo di non sapere fare le riforme, non soltanto quella elettorale, ma, per estensione, neppure quelle costituzionali.

Potremmo concludere che, comunque, è arrivato il tempo della discussione sul merito delle riforme. Seppure, in maniera sparsa e disorganica, la discussione sul merito, purtroppo spesso manipolata e confusa, ha già fatto molte incursioni sugli schermi televisivi, nelle pagine dei quotidiani, attraverso i “social”. Persino i sondaggi hanno già registrato una riduzione, contenuta, ma effettiva, del numero di coloro che dichiarano di non saperne abbastanza. Dibattiti organizzati da giornalisti informati e condotti senza starnazzamenti nei quali sembra vincere chi ha la voce più forte potranno essere utili. Se fosse disinnescata anche la minaccia/ricatto della crisi di governo qualora non vinca il “sì”, sarebbe persino meglio (per tutti, anche per il capo di quel governo).

Pubblicato AGL 9 agosto 2016

Roma, conflitto di interessi e porte girevoli

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No, l’assessore all’Ambiente della giunta Cinquestelle di Roma, Paola Muraro, non si trova in una situazione di conflitto di interessi, ma ha un altro problema etico-politico, da discutere e da risolvere. Nella sua essenza si ha conflitto di interessi quando il detentore di una carica pubblica è in grado con le sue decisioni di avvantaggiare i suoi interessi privati. Quanto più importante è la carica pubblica, per intenderci, ministri e capi di governo e quanti più cospicui sono gli interessi dei governanti tanto più grave e meritevole di regolamentazione esplicita, precisa e severa è il conflitto. La recente storia politica italiana offre non pochi brutti esempi di conflitti e di inadeguate regolamentazioni. Senza entrare nei particolari, qualche volta difficilissimi da accertare e da disciplinare, la soluzione è che il detentore di quella carica si liberi dei suoi interessi, anche affidandone la gestione a un fondo cieco nel quale lui non abbia la possibilità di vedere quali interessi rimangono e come sono gestiti.

Del tutto diversa è la fattispecie nella quale chi assume una carica pubblica abbia svolto un’intensa attività imprenditoriale o di consulenza nel settore del quale è chiamato/a ad occuparsi. Più spesso che no, in special modo, ma non esclusivamente, negli USA, però, il passaggio avviene da una carica pubblica, di rappresentanza e/o di governo, ad un’attività nel privato, ad esempio, nei grandi studi legali, nei quali l’ex-rappresentante o l’ex-governante portano il loro, talvolta prestigioso, nome, le conoscenze acquisite e le reti di relazioni consolidate con grande vantaggio per lo studio stesso e i suoi soci. Questo fenomeno non è assimilabile al conflitto di interessi. Viene definito revolving doors (porte girevoli): il rappresentante/governante esce dalle sue cariche pubbliche ed entra in (lucrose) attività private, ma, qualche volta, può “uscire”, temporaneamente, dalle sue attività private per entrare a vele spiegate in una carica pubblica che avrà a che fare con attività private del tipo da lui praticato.

A causa dell’importanza e della frequenza dei casi, negli USA sono previsti molti divieti di passaggio soprattutto dalle cariche pubbliche ad alcune attività private. Spesso, il divieto, per così dire, di base è dato dall’imposizione di un periodo di raffreddamento: nessuna di quelle attività private potrà essere svolta prima che siano trascorsi un certo numero di anni, almeno due, ma spesso di più, dalla fuoriuscita dalla carica pubblica.

Il caso dell’assessore di Roma Paola Muraro non è conflitto di interessi, ma è, per l’appunto, un esempio di “porte girevoli”. Avendo svolto consulenze, non importa quanto lucrose, per l’AMA (Azienda Municipalizzata dell’Ambiente) per un certo numero di anni, sicuramente l’assessore porta con sé competenze e conoscenze specifiche. Può legittimamente sostenere che proprio quelle competenze la rendono eminentemente qualificata a tentare di regolamentare nel migliore dei modi quell’azienda. Andrà giudicata con riferimento al suo operato. Bisognerà attenderla anche quando lascerà quella carica pubblica e sceglierà di tornare all’attività privata. Se tornasse a fare consulenze per l’AMA certamente ci sarebbero problemi, quantomeno di improprietà, se non di più, qualora traesse vantaggio da regole da lei stessa scritte e fatte approvare dal sindaco e dalla maggioranza del consiglio comunale di Roma.

In questo specifico caso è evidente che un periodo di raffreddamento, ovviamente argomentato e disciplinato in maniera tale da coprire tutte le fattispecie immaginabili (ad esempio, anche quelle dei giudici costituzionali che spesso si posizionano per ottenere altre cariche al termine del loro mandato di nove anni), diventa non soltanto opportuno, ma imperativo. Non confondere “conflitto di interessi” con “porte girevoli” è cruciale per approntare le misure, molto differenti, più adeguate affinché la res publica sia amministrata in piena trasparenza e nell’interesse non dei detentori delle cariche pubbliche e private, ma dei cittadini.

Pubblicato 8 agosto 2016

La strage di Bologna ferita aperta #2agosto

La ferita della strage alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980, ottantacinque morti e più di duecento persone ospedalizzate, è rimasta profonda. A rimarginarla del tutto non sono stati sufficienti neppure i non pochi successi ottenuti nel corso del tempo dalla Associazione dei familiari delle vittime: la sostanziale abolizione del segreto di Stato sui fatti di terrorismo e strage e gli indennizzi a coloro che sono stati coinvolti nella strage. Neppure la verità giudiziaria sugli esecutori materiali della strage, Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, i quali, scontata la pena detentiva, sono già tornati in libertà senza nessun segno di resipiscenza. Al contrario, molta protervia. In regime di semi libertà si trova anche il terzo attivista neo-fascista Luigi Ciavardini. Vi sono state anche condanne di ufficiali dei Servizi segreti per attività di depistaggio.

La strage, anche sulla lapide commemorativa che si trova alla stazione è definita “fascista”. Difficile negare che le stragi, mai, ovviamente, seguite da rivendicazioni, siano state il tipo di azione preferito, non soltanto in quegli anni, dai fascisti, vecchi e nuovi. Chi sostiene una diversa versione dei fatti ha, nel tempo, variamente evocato i palestinesi e il terrorista, venezuelano di nascita, noto con il nome Carlos. La mancanza di qualsiasi elemento concreto a sostegno delle versioni alternative, pure vagliate dalla magistratura, non ha potuto in alcun modo giustificare la revisione di un processo che nessuno ha potuto accusare di essere stato fatto con pregiudizi e concluso frettolosamente.

Finora, la cosiddetta verità giudiziaria appare inattaccabile. Sarebbe possibile saperne di più, vale a dire, ricomporre l’intero quadro se si scoprissero i mandanti, che è la richiesta di molti e, comprensibilmente, anche quella dell’Associazione dei familiari delle vittime. Non è, infatti, credibile che due/tre terroristi neo-fascisti, pure già autori di crimini e di assassini, abbiano deciso da soli un’azione di tale portata e, soprattutto, siano stati coperti e aiutati con interventi di depistaggio senza una copertura e anche una indicazione proveniente da più alto loco. Quelli erano anche gli anni della P2 e di Licio Gelli, del suo Piano di Rinascita per una torsione autoritaria del sistema politico italiano, di intrecci fra personale politico, dei servizi segreti, nell’economia, nell’editoria (l’attacco al Corriere della Sera) e frange del neo-fascismo armato.

Nessuna rivelazione è da attendersi da Fioravanti e Mambro. I depistatori individuati sono oramai usciti di scena. Le probabilità che a distanza di 36 anni facciano la loro comparsa documenti nuovi sono minime. Neppure una ri-lettura organica della storia di quegli anni, dei documenti e delle sentenze , pure utile e forse doverosa, appare sufficientemente promettente. Non riusciremo a onorare la memoria delle vittime con la scoperta e la punizione dei mandanti. Una ragione in più per ricordare tutte quelle vite spezzate che servitori infedeli dello Stato decisero di non proteggere, anzi, di sacrificare per loro scopi politici consentendo, e poi tentando di coprire, l’azione dei neo-fascisti. Nei brutti tempi di terrorismo d’altro stampo, è decisivo sapere di contare su apparati, non deviati, ma all’altezza delle sfide.

Pubblicato AGL il 2 agosto 2016

VIDEO Legge elettorale e riforma costituzionale: gli effetti della combinazione

 

REGGIO EMILIA. 16 Luglio 2016. Gianfranco Pasquino, docente della Johns Hopkins University in “Legge elettorale e riforma costituzionale: gli effetti della combinazione“, prima sessione delle Lezioni di diritto costituzionale per un voto consapevole, al PolitiCamp2016, prima tappa del Tour #RiCostituente di Possibile.

tour

Allarme Pokémon al Quirinale

Il fatto

La notizia è che i Pokémon non si trovano nei giardini e nelle stanze del Quirinale. Senza bisogno di indulgere al famigerato “tiro della giacchetta”, è tuttavia opportuno avvisare il Presidente Mattarella di essere molto cauto, addirittura più del suo solito, poiché intorno a lui si muovono molti “mostriciattoli” di origine non proprio giapponese.

C’è il mostriciattolo Meglio che niente che corre orgoglioso di essere il portatore, non sappiamo quanto sano, di una riforma costituzionale, a dire dei suoi stessi sostenitori, che non migliora l’esistente, ma soltanto il “niente”. C’è il Pokemon Nonmel’hannolasciatofare che narra dell’impossibilità di intervenire laddove sarebbe stato più utile ovvero su una reale ridefinizione dei poteri e delle responsabilità del governo e del suo capo. Un po’ alla luce un po’ nell’ombra si muove, cercando di camuffarsi, il Pokémon femmina della personalizzazione plebiscitaria del referendum che scatta periodicamente e viene repressa come il braccio del Dr. Stranamore. Affusolato, ma capiente, poiché contiene una molteplicità di seggi fa capolino un Pokemon anomalo che chiamano Italicum. Ha il volto triste perché gli dicono che non piace più a nessuno, tranne al Prof D’Alimonte che continua ad esercitarsi in paragoni azzardatissimi, anche perché l’Italicum è il suo nipotino. Dentro di sé, però, il Pokemon nipotino del professore non riesce a trattenere qualche periodica risata quando legge le alternative che lo cancellerebbero. Non sono necessariamente peggio di lui, ma non riescono neanche ad essere convincentemente migliori.

In un angolo del giardino sta, mogio mogio, il Pokemon Senatolentoecostoso. Ha puntigliosamente raccolto i dati sulle seconde Camere e può documentare quello che già sapeva. Abitualmente, è il più veloce di tutte le seconde camere nelle democrazie occidentali e costa più o, spesso, meno di loro. E’ amareggiato per l’accanimento con cui un Senatore Napolitano lo accusa di essere il primo responsabile del cattivo funzionamento del sistema politico. Nel frattempo, acutamente avvistata dal Ministro Boschi, ha fatto la sua comparsa anche l’Armata Pokemon Brankaleòn. E’ composta da alcuni professoròn, da gufi selezionati, da oscurantisti senza arte né parte. Manifestano allegria, ancorché contenuta. Alcuni di loro si dirigono verso l’Ufficio Studi della Confindustria che hanno saputo essere frequentato da econometrici burloni. Altri vorrebbero varcare l’Atlantico per rassicurare JP Morgan, Standard and Poor’s , forse Goldmann Sachs, che loro, i Pokemon Brankaleòn, sono jolly good fellows, buontemponi, mica dei Brexiters. Saprebbero rimettere le mani a riforme da rendere, non “meglio che niente”, ma decenti.

Poi, avendo ascoltato il discorso di Mattarella, quasi un carismatico segnale inviato al più veloce capo del governo del XXI secolo, tutti i Pokemon decidono di fare un’incursione al Quirinale. Vogliono proprio vederlo questo Presidente che, si dice, è anche stato relatore di un sistema elettorale, un po’ Mattarellum, ma del quale, pur criticandolo, nessuno ha detto mai “meglio che niente”. E molti oggi dicono meglio della proporzionale, meglio del Porcellum e meglio dell’Italicum. Sarà il caso di stanarlo il Mattarellum di Mattarella?

Pubblicato il 30 luglio 2016

Verso il referendum 30 luglio #RevolutionCamp2016 Marina di Massa

Revolution camp

Verso il referendum – dibattito sulla riforma costituzionale

Sabato 30 luglio ore 18.00
Colonia Ugo Pisa
Viale Lungomare di Ponente, 22 Marina di Massa

On. Emanuele Fiano, Deputato, Relatore di maggioranza sulla riforma costituzionale
Prof. Paolo Carrozza, Professore di Diritto Costituzionale presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa
On. Stefano Quaranta, Deputato, Relatore di minoranza sulla riforma costituzionale
Prof. Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica presso l’Università di Bologna

La legittimità democratica si può perdere

Larivistailmulino

In seguito alla più recente ondata di democratizzazione seguita al crollo dei regimi comunisti non soltanto nei paesi dell’Europa centro-orientale, le democrazie che, pure imperfette, sono, al tempo stesso, elettorali e costituzionali, vale a dire che rispettano i diritti dei loro cittadini, ammontano a poco più di una trentina. A loro si aggiungono all’incirca una quarantina di democrazie elettorali nelle quali i diritti dei cittadini sono poco protetti e ancora meno promossi. La Turchia fa parte di questa seconda categoria, la cui transizione a democrazie costituzionali appare molto complicata. Con riferimento agli avvenimenti in corso in Turchia, è opportuno segnalare che le democrazie elettorali possono retrocedere allo stadio di non-democrazie, di regimi autoritari più o meno blandi, più o meno repressivi.

Da Norberto Bobbio ho imparato che la legittimità a governare può derivare da due modalità: ex titulo e quoad exercitium. Il titolo può essere l’ereditarietà, la nomina ad opera della persona o dell’organismo ai quali è riconosciuto il diritto di effettuarla, i procedimenti elettorali. La legittimità può anche essere acquisita da chi, pur non avendo all’inizio ottenuto il titolo a governare secondo criteri accettabili, dimostri di volere e di sapere governare in maniera tale, con scrupolo, correttezza, equità, a favore del sistema e di tutti, da guadagnarsela. Nelle democrazie elettorali, il titolo a governare è la vittoria conseguita attraverso procedure eque. In qualche, rarissimo, regime autoritario, il leader sostiene di avere acquisito il titolo a governare poiché agisce a favore del popolo, lo rappresenta e opera per il suo benessere. In generale, è lecito dubitarne fino a convincente prova contraria e purché sia garantita la libertà degli oppositori di sfidare i governanti.

Sulla scia del tentato e mancato golpe in Turchia, dopo una breve, non necessariamente preoccupante, esitazione sia i capi dei governi degli Stati-membri dell’Unione Europea sia il Presidente degli Stati Uniti hanno condannato il golpe e ribadito la legittimità del governo del partito di Erdogan. Giusto così. La mobilitazione dei muezzin e dei sostenitori del partito di Erdogan ha fatto il resto contro il golpe, ma, come ha scritto giustamente Luigi Ferrarella (Corriere 18 luglio, p. 31) quella mobilitazione dice qualcosa sulla popolarità di Erdogan, non molto sulla democraticità del suo stile di governo. Anzi, le reazioni successive del governo turco e le dichiarazioni di Erdogan sollevano il quesito se la loro legittimità democratica non meriti di essere messa in discussione.

Gli arresti di massa, presumibilmente, senza mandato e le modalità di detenzione, trasmesse al mondo attraverso ai social, nel non tanto sottile intento di insegnare qualcosa a molti, le estromissioni di migliaia di magistrati dai loro tribunali, i licenziamenti di migliaia di dipendenti pubblici, fintantoché non siano confermate come, immagino, dovrebbero, dalla magistratura, sono tutti comportamenti deplorevoli, probabilmente persino in violazione della legislazione turca vigente. Pertanto, è del tutto lecito sollevare il quesito se Erdogan e il suo governo non stiano perdendo la legittimità a governare quoad exercitium, ovvero a causa delle modalità con le quali esercitano il potere. L’eventuale re-introduzione della pena di morte, “suggerita” dal Presidente al Parlamento, al quale spetta deliberarla, dovrà essere valutata con riferimento ai criteri per la sua applicazione, ma, comunque, blocca, fintantoché durerà, qualsiasi procedura di adesione all’Unione Europea (al momento, non certo una delle preoccupazioni principali di Erdogan).

Senza accondiscendenza e senza ipocrisia, proprio perché gli Stati-membri dell’Unione Europea sono consapevoli di quanto importante politicamente, militarmente, socialmente sia la Turchia, il messaggio sul rispetto dei diritti delle persone deve essere inviato a Erdogan senza indugio. I comportamenti delle organizzazioni da lui guidate e controllate rischiano di diventare rapidamente tali da fargli perdere ai nostri occhi qualsiasi legittimità effettiva a governare il suo paese.

Pubblicato il 27 luglio 2016

Ecco perchè l’Italicum va cestinato

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Nessun sistema elettorale è fatto per eleggere un governo. Anche nelle Repubbliche presidenziali, nelle quali il Presidente eletto dai cittadini è capo dello Stato e del governo, esiste uno specifico sistema elettorale per eleggere il Congresso/Parlamento. A nessun sistema elettorale è mai stato prioritariamente attribuito il davvero oneroso compito di designare il vincitore la sera stessa delle elezioni. Fra l’altro, con l’Italicum il vincitore diventerà noto agli italiani due settimane dopo il voto, una volta tenuto il ballottaggio. Tutti i sistemi elettorali hanno un compito costitutivo: dare agli elettori la migliore rappresentanza possibile. A lungo si è pensato che fossero i sistemi elettorali maggioritari applicati in collegi uninominali, a produrre un’ottima rappresentanza politica grazie all’elezione di candidati che avevano stabilito un rapporto con gli elettori dei loro collegi e che, con l’obiettivo di essere rieletti, si sarebbero impegnati a mantenerlo. Questa convinzione non è venuta affatto meno in tutto il mondo anglosassone: dalla Gran Bretagna agli USA, dall’Australia ai numerosi paesi nei quali gli inglesi portarono regole, istituzioni, democrazia, fino all’India. Poi nella Quinta Repubblica è stato stato introdotto il doppio turno in collegi uninominali che non è ballottaggio poiché vi possono concorrere più di due candidati. Nessun sistema elettorale che affidi la scelta dei parlamentari alla loro nomina ai capi dei partiti e delle correnti, come stabilisce l’Italicum, risolverà la crisi di rappresentanza. Meno che mai può “restituire lo scettro al principe” che è il titolo di un libro che ho pubblicato da Laterza nel 1985. Il principe in questione è il cittadino-sovrano, non il capo del governo e neppure il partito gramsciano. Se pensiamo che il criterio più importante per valutare un sistema elettorale debba essere il potere degli elettori, non consentire agli elettori di scegliere circa il 60 per cento dei parlamentari significa togliere loro molto potere (agli elettori dei partiti medio-piccoli che eleggeranno pochi deputati significa non dare nessun potere tranne quello di tracciare una crocetta). Eliminare il ballottaggio, che consente agli elettori di esprimersi a favore del partito a cui vorrebbero affidare il governo del paese significa togliere loro potere e svirilizzare l’Italicum, a prescindere dalla problematicità di un ballottaggio limitato a partiti o liste singole.

L’Italicum, oramai difeso soltanto da coloro che hanno colpevolmente contribuito a elaborarlo ha molti altri difetti, ma almeno due obiezioni non le merita. Primo: non deve essere mai paragonato alla Legge Acerbo; secondo non deve essere riformato solo perché potrebbe vincere un partito o una lista o un movimento non graditi a chi ha scritto e approvato la legge. Quanto al primo punto, è sbagliato paragonare una legge elettorale usata in un regime autoritario (che, fra l’altro, usò anche mezzi illegali per schiacciare l’opposizione e vincere) con un sistema elettorale applicabile in un regime democratico. La legge fascista Acerbo non contemplava nessun ballottaggio che ha sempre il merito di consentire agli elettori di cambiare a ragion veduta il loro voto. Quanto al secondo punto, le leggi elettorali non vanno mai scritte con riferimento al contingente per favorire qualcuno e sfavorire altri. Di conseguenza non vanno neppure cambiate con la stessa logica truffaldina. Non da oggi sappiamo che l’Italicum è una brutta legge elettorale. Non basteranno i ritocchi particolaristici. L’Italicum deve essere cestinato, meglio se prima della valutazione che ne darà la Corte Costituzionale. Deve esser sostituito da un Europaeum, ovvero da un sistema elettorale all’altezza dei migliori sistemi utilizzati nelle democrazie parlamentari di lungo corso dell’Europa occidentale.

Pubblicato il 24 luglio 2016