What is Left of the Italian Left? #April24 JHU SAIS Europe – Journal of Modern Italian Studies Special Issue

19:00, Wednesday, April 24, 2024 – PENTHOUSE
Journal of Modern Italian Studies Special Issue – What is Left of the Italian Left?
Patrick McCarthy Memorial Series on Intellectuals and Politics
Supported by the Associazione di cultura e di studio italo-americana Luciano Finelli Friends of the Johns Hopkins University
hosted by Professor Gianfranco Pasquino

John A. Davis
Editor, Journal of Modern Italian Studies; Emiliana Pasca Noether Professor of Modern Italian History, Emeritus, University of Connecticut

Rosa Mulè
Associate Professor of Political Science, University of Bologna

Gianfranco Pasquino
Senior Adjunct Professor, Johns Hopkins University SAIS Europe; Professor Emeritus of Political Science, University of Bologna

Sofia Ventura
Associate Professor of Political Science, University of Bologna

INVITO Evoluzione delle Istituzioni europee: tra funzionalismo, confederazioni e federalismo – Lo dicono i Lincei @Corriere

Martedì 23 aprile ore 15.30
In diretta streaming su video.corriere.it

Evoluzione delle Istituzioni europee: tra funzionalismo, confederazioni e federalismo

Daniele Manca conversa con Gianfranco Pasquino e Alessandro Cavalli

I grandi temi UE cancellati dalle beghe di Bari @DomaniGiornale

A meno di due mesi dalle elezioni per il Parlamento europeo, il dibattito politico e culturale italiano ruota per lo più intorno a alcune logore tematiche di assoluto provincialismo. Riemerge sotto mutate, un po’ farsesche, spoglie la questione morale sulla quale Bari e Torino infliggono/infliggerebbero un colpo decisivo (?) alla superiorità morale della sinistra. Ma la questione morale in politica non è mai stata unicamente pensabile come “non rubare”. Attiene alle modalità di rapporti fra politica e società; al nepotismo (amichettismo?); al controllo vizioso e alla manipolazione delle fonti e dei mezzi di informazione; al maltrattamento in più forme dei cittadini ad opera del potere politico, non solo di governo. Se no, non è questione morale. Semplicemente è questione giudiziaria. Nella misura in cui la questione giudiziaria riguarda la politica e i politici, l’eventuale superiorità sta nella rapidità e nella limpidità della risposta. Nessuna accettazione di comportamenti al limite; nessun rinvio alle calende greche. Passi indietro o di fianco e sospensioni dall’attività istituzionale e politica. Nessun garantismo peloso.

A porre fine all’egemonia culturale della sinistra stanno cooperando in molti i cui meriti culturali pregressi francamente mi sfuggono e i cui obiettivi culturali mi paiono confusi, anche perché la mia concezione di cultura è assolutamente poco nazional-patriottica (ahi, dovevo forse scrivere “nazional-popolare” e citare quel monumento di egemonia della sinistra che è il Festival della canzone italiana di Sanremo?). Non vedo, peraltro, l’irresistibile ascesa della cultura di destra nonostante la promozione di alcuni dei suoi pochi rappresentanti a ospiti frequenti dei talk show da mane a sera. Sfondamenti culturali di destra non ne sono stati fatti; prestigiosi premi internazionali non ne sono stati vinti. Non ho finora neanche visto un serio confronto culturale fra gli esponenti dell’egemonia tristemente declinante e quelli dell’egemonia ascendente, arrembante. Se con cultura intendiamo, come dovremmo, anche tutto quanto attiene alla vita e alla morte, temo l’ascesa di una cultura che nega qualsiasi libertà di scelta. Deleteria sarebbe qualsiasi egemonia “culturale” religiosa. Preoccupanti sono gli “intellettuali” di sinistra che per mostrarsi superiori lodano parole e scelte dei papi di turno. Talvolta, sembra che sia venuta meno non tanto l’egemonia, ma la fede (oops, fiducia) nella ragione.

Risollevare il dibattito e metterlo su binari culturali e politici produttivi è possibile aprendo gli occhi e le orecchie a quel che si discute e si decide nell’Unione Europea, non derubricando come non vincolante il voto a larga maggioranza per l’inserimento dell’interruzione della gravidanza nella Carta dei diritti dell’UE, ma confrontandovisi. C’è un tempo per le polemichette di parrocchia e un tempo per i dibattiti e le scelte che riguardano più di 400 milioni di abitanti nell’Unione Europea. Il tempo è quello della campagna per l’elezione del Parlamento europeo, l’istituzione che rappresenta con crescente efficacia le nostre preferenze e i nostri interessi, ma anche le nostre aspettative e i nostri valori. Farvisi eleggere con l’obiettivo di limitarne i poteri e ridurne le competenze è operazione sovranista, legittima, ma deliberatamente non “europeista”. Poiché le idee e anche i valori camminano sulle gambe degli uomini e, anche (!), delle donne, è giusto che le candidature, esperienza, competenza, opportunità, siano oggetto di discussione. Non debbono, però, impedire o addirittura cancellare il confronto su quale Europa vorremmo nei prossimi cinque importantissimi anni. La mia sintesi è semplicissima: una Europa luogo di diritti e di democrazia, di diversità e di accoglienza, capace di difendersi. Sono sicuro che gli ex-egemoni e gli aspiranti egemoni declineranno splendide risposte europee, politiche e culturali, alle sfide che incombono. Il tempo è questo.

Pubblicato il 17 aprile 2024 su Domani

Conservatorismo(i) e Progressismo(i): mentalità e pratiche #Progressismo ParadoXa 1/2024

G. Pasquino*, Conservatorismo(i) e Progressismo(i): mentalità e pratiche, in Progressismo. Prospettive criticità attualità, ParadoXa gennaio/marzo 2024 · anno XVIII · numero 1, (pp. 23-35)

The Progressive Era (1896–1917) was a period of widespread social activism and political reform across the United States focused on defeating corruption, monopoly, waste, and inefficiency.

Pongo in testa a questa difficile riflessione su “conservatorismo e progressismo” la sintetica valutazione che Wikipedia esprime su un ventennio molto importante della storia politica degli USA. I progressisti si impegna(ro)no con attivismo sociale e riforme politiche al fine di sconfiggere la corruzione, i monopoli, gli sprechi e l’inefficienza. Noto subito che in nessun modo se ne deve derivare che i conservatori siano disponibili ad accettare l’esistenza, la permanenza e la perpetuazione di quei quattro gravi vizi sistemici. In materia, la linea distintiva fra progressisti e conservatori concerne le modalità con le quali quelle politiche vengono formulate e applicate e da quali coalizioni di interessi e ideali sono sostenute. Troppo facile sarebbe rispondere che, dunque, bisogna contare sulla presenza di uno o più partiti conservatori che si contrappongono a uno o più partiti che si definiscono progressisti per cogliere tutte o quasi le differenze intercorrenti. Nel corso dell’articolo vedremo come meglio procedere a questa distinzione e quale è la sua validità interpretativa.

   In questo mondo del politically correct e della cancel culture, dei fondamentalismi, dei populismi e dei personalismi, andare alla ricerca di idee/ideali politici con fondamenta culturali di una qualche profondità sembra essere un’operazione tanto difficile quanto destinata all’insuccesso. Quando non sono sostanzialmente scomparse (come ho sostenuto a proposito dell’Italia nel fascicolo di “Paradoxa”, Anno IX, n. 4, Ottobre-Dicembre 2015), un po’ dappertutto le culture politiche, in special modo, quelle, classiche, dal liberalismo al socialismo, che hanno segnato i due secoli successivi alla rivoluzione francese, sono diventate tenui, pallide, sostituite da populismi differenziati di molte risme e da fondamentalismi di molte credenze religiose.

Atti di nascita. In questo quadro generale, la dicotomia “conservatorismo/progressismo” ha, per quanto immersa in tempi molto lontani e molto diversi, quelli dell’Illuminismo, una sua specificità degna di nota. Prima di allora, ovvero prima degli illuministi, quella dicotomia era inesistente. Sarebbe, comunque, apparsa priva di senso; era sostanzialmente improponibile. Più in generale, azzardo qui e non riprenderò oltre, la dicotomia conservatorismo/progressismo si sovrappone largamente alla dicotomia “destra/sinistra” non soltanto nella molto nota e importante, peraltro non del tutto esente da critiche, non però distruttive, trattazione che ne ha fatto Norberto Bobbio (Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Roma, Donzelli, 1994, 2023), ma anche, in misura variabile, nelle pratiche politiche e, a richiesta dei sondaggisti, nelle autoconcezioni e autocollocazioni politiche/partitiche della stragrande maggioranza degli intervistati delle democrazie contemporanee.

In buona sostanza, credo che sia plausibile e corretto sostenere che la dicotomia “conservatorismo/progressismo” nasce attorno alla rivoluzione francese del 1789 e con riferimento a quell’evento, alla sua dinamica e alle sue implicazioni. Con tutte le semplificazioni del caso, che farebbero la felicità di ricercatori eruditi, ma ancora curiosi, quella rivoluzione è anche, sottolineo anche, il prodotto di un pensiero, non esclusivamente politico, ricco e articolato come quello degli illuministi e della loro credenza e fiducia in miglioramenti possibili, nel progresso. Molto, ma non troppo, indirettamente, una fiducia non dissimile può essere trovata nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati che, fra i diritti inalienabili, oltre alla vita e alla libertà, include “il perseguimento della felicità” ovvero, nella mia ardita interpretazione, la ricerca di miglioramenti, dunque di progresso, nelle condizioni materiali e emozionali di vita delle persone.

A riprova delle enormi diversità rispetto alla rivoluzione francese, la rivoluzione americana, forse da intendere meglio come la prima guerra di liberazione nazionale, consentì e facilitò carriere politiche di enorme successo a tutti i suoi figli. Dal canto suo, la rivoluzione francese i suoi figli li divorò tutti in tempi brevi. In un certo senso, seppellì, almeno per qualche tempo, l’idea di progresso e ebbe il merito, assolutamente paradossale, di suscitare l’elaborazione iniziale più compiuta del conservatorismo, quella di Edmund Burke (1730-1797). Da Wikipedia definito “politico, filosofo e scrittore anglo-irlandese”, Burke, severissimo critico della Rivoluzione francese (nel libro Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, 1790) che è possibile considerare come il punto più alto raggiunto da coloro che credevano nel progresso e lo volevano, è il conservatore imprescindibile. Non posso approfondire, ma il bel libro di Yuval Levin, The Great Debate: Edmund Burke, Thomas Paine, and the Birth of Right and Left. New York: Basic Books 2014, offre un’ottima indagine sulle due contrapposte prospettive (Paine,1737-1809, fu illuminista, radicale, combattente nella rivoluzione americana), come furono elaborate, con quante e quali differenze e implicazioni su pensiero e azione.

Segni di vita/lità. Quanto di quella contrapposizione sia rimasta, continui a improntare atteggiamenti e visioni del mondo, faccia parte integrale della politica contemporanea e la influenzi merita di essere esplorato nelle sue ramificazioni e nelle sue manifestazioni contemporanee. Per cominciare, è possibile e utile mettere alcuni punti fermi. Sosterrei, in primo luogo, che il conservatorismo, inteso come pensiero, appare più coerente e più compatto del progressismo. Risulta anche dotato di elementi che poggiano su un terreno di idee e di pratiche più solide del progressismo. Volendo, il conservatorismo è in grado di fare riferimento a un vate dal pensiero forte e a un partito politico, quello inglese, per il quale Burke fu a lungo deputato, partito che dispone di una storia e che ha esercitato significativo potere politico e periodicamente continua a conquistarlo. Mi riferisco, naturalmente, al Partito Conservatore inglese, peraltro noto anche come Tory. Sarebbe facile e probabilmente anche corretto considerare il Partito Conservatore inglese, anche grazie alla sua preminenza e al lungo e frequente controllo e esercizio del potere di governo, come il progenitore di tutti i partiti conservatori, in particolare di quelli che hanno fatto la loro comparsa e che esistono nelle democrazie anglosassoni. In buona misura, è certamente così. Tuttavia, l’osservatore attento non può fare a meno di cogliere, da un lato, accentuazioni molto diverse su alcuni temi portanti; dall’altro, differenze programmatiche non marginali. Approfondimenti convincenti richiederebbero analisi comparate per me improponibili a causa delle difficoltà di individuazione dei più vari tipi di conservatori(smi) a cominciare addirittura dai materiali di base che soltanto gruppi di ricerca ampi e strutturati potrebbero reperire, analizzare, portare a sintesi. 

Non esiste un pensatore del progressismo comparabile a Burke come statura intellettuale tranne se consideriamo gli illuministi francesi, Diderot, Voltaire, D’Alembert, ma non Rousseau, nel loro insieme. In seguito, fu Immanuel Kant a parlare soprattutto di progresso scientifico e delle difficoltà del pure auspicabile e prospettabile progresso morale. Questa distinzione spesso trascurata è cruciale, meritevole di una molteplicità di precisazioni e approfondimenti. Più in generale l’idea di progresso è soggiacente a tutte le teorie della storia formulate come stadi da Charles Darwin, Herbert Spencer e Karl Marx, ciascuno stadio essendo superiore al precedente e quindi rappresentando una evoluzione, termine talvolta preferito a progresso, rispetto al precedente.

   Non intendendo svolgere una ricognizione esaustiva sulle teorie della storia, sicuramente molto al di là delle mie capacità e conoscenze, concludo provvisoriamente sottolineando che la parola progresso non appare nell’indice dei nomi dell’opus magnum di Max Weber, Economia e società. Desidero, però, non soltanto per ragioni disciplinari, fare riferimento ad un conciso libro sullo sviluppo politico, essendo sviluppo a sua volta un termine assimilabile a progresso: A.F.K Organski, The Stages of Political Development (New York, A. Knopf, 1965, trad. it, con il titolo Le forme dello sviluppo politico (Roma-Bari, Laterza, 1970). Purtroppo, il titolo italiano è assolutamente fuorviante e manca clamorosamente il bersaglio. Infatti, prendendo le mosse da un famoso libro di Walt Rostow sugli stadi dello sviluppo economico, offre una efficace analisi del fascismo come “stadio trasformativo” che blocca la democratizzazione, ma al tempo stesso la prelude. Quindi, il fascismo, assolutamente non assimilabile a nessuna variante di conservatorismo, risulta l’inconsapevole e involontario artefice del progresso politico.  

Sopra ho fatto cenno al Partito Conservatore inglese come il padre di tutti i conservatori. Adesso, spostando il tiro sui progressisti mi rendo immediatamente conto che non sono in grado di identificarne un padre. Questa assenza è spiegabile, forse spiegata, dalla esistenza e presenza dei partiti socialisti/socialdemocratici che fanno del miglioramento delle condizioni di vita, del progresso sociale, economico, culturale la ragione stessa della loro esistenza e azione. Queste idee che sono anche obiettivi hanno permeato tutto il secolo XX tanto da farne, come scrisse il grande sociologo Ralf Dahrendorf, il “secolo socialdemocratico”. La fiducia dei socialdemocratici nella scienza si traduce per molti di loro anche nella convinzione che le scoperte scientifiche, la crescita economica, le trasformazioni materiali porteranno a positivi mutamenti culturali, al progresso nell’ambito morale, nelle credenze relative all’eguaglianza e alla giustizia sociale. Per i partiti comunisti, il progresso, in special modo se graduale, era non soltanto insufficiente, ma andando a scapito di una trasformazione più rapida e più profonda, più coinvolgente, forse anche irreversibile, vale a dire la rivoluzione (come presupposto per la comparsa e affermazione dell’homo novus), era da criticare, condannare, contrastare. Nessun “progresso” avrebbe portato prima o poi alla rivoluzione. È la nota contrapposizione “riforme contro rivoluzione” per la quale rimando al piccolo denso saggio del socialista Antonio Giolitti (Torino, Einaudi, 1957). Qualsiasi progresso sociale, economico, politico rischiava di rendere più improbabile e più difficile la rivoluzione, la rimandava sine die. Tuttavia, sta al cuore del marxismo stesso l’idea che gli stadi della trasformazione storica condurranno al punto più elevato, il comunismo, il massimo di progresso concepibile e realizzabile.

Esemplificazioni random. Per saperne di più mi pare utile rincorrere e mettere in evidenza senza nessuna pretesa di sistematicità alcune manifestazioni di progressismo e di conservatorismo. Negli USA, qualsiasi riferimento al socialismo, persino prima della rivoluzione bolscevica, suscitava reazioni molto negative (continua a farlo). Peraltro, nel 1901 fece la sua comparsa il Partito Socialista d’America (sciolto nel 1973) dal quale nel 1919 nacque il Partito Comunista d’America. Non si deve sottacere l’esistenza di un partito progressista portatore dell’ottimismo delle possibilità nel futuro spesso attribuito più in generale alla cultura politica USA. La storia del Progressive Party negli Stati Uniti si colloca all’interno della Progressive Era (1896-1917) un periodo, ripeto la citazione da Wikipedia messa in testa a questo articolo, di “diffuso attivismo sociale e riformismo politico” inteso a sconfiggere “la corruzione, i monopoli, lo spreco, l’inefficienza”. Su quest’onda di proteste e di obiettivi mobilitanti, mirando a trarne profitto politico nacque nel 1912 il Progressive Party, prodotto di una scissione del Partito Repubblicano. Subito presentò un suo candidato alle elezioni presidenziali nello stesso 1912. Lo fece ancora nel 1916 e nel 1920. La personalità più nota, più duratura e influente ne è stato il governatore del Wisconsin, poi anche Senatore, Robert M. La Follette. Qui trovo opportuno rilevare e sottolineare che, in un certo senso, negli Stati Uniti il pragmatismo di John Dewey (1859-1952) può essere interpretato come la filosofia politica del progressismo. In forma diversa, sarà un altro Progressive Party a costituire il veicolo politico-organizzativo di Henry A. Wallace, già Vice-Presidente del democratico Franklin D. Roosevelt, nelle elezioni presidenziali dl 1948 con una prestazione molto mediocre.

   Nello stesso periodo, il conservatorismo caratterizza pensiero e azione dei Presidenti Repubblicani Warren Harding (1921-1923), Calvin Coolidge (1923-1929) e Herbert Hoover (1929-1933). Anche in questo caso non ho lo spazio per approfondire, ma negli ultimi vent’anni il forte spostamento a destra dei Repubblicani ha fatto del loro partito il veicolo di politiche tecnicamente reazionarie: non solo conservare, ma tornare indietro. La filosofia giuridica prima che politica che sottende questo spostamento è definita originalismo, utilizzato come principio dominante, se non esclusivo, per l’interpretazione della Costituzione USA. Furbescamente, il Presidente George W. Bush (2000-2008) cercò di ridefinire le sue politiche attribuendole ad una visione di “conservatorismo compassionevole”. Immagino che il contrario sia il conservatorismo punitivo, forse crudele, dal quale Bush intendeva prendere le distanze. Non è questo il luogo per stabilire se vi sia riuscito, ma certo “compassionevole” non è aggettivo che si possa usare per la visione conservatrice di Donald Trump, prima, durante e dopo la sua Presidenza.

Per contrastare questa visione la propaganda democratica enfatizza che il Presidente Biden e la Vicepresidente Harris stanno lavorando sodo spingendo per il progresso (Newsletter digitale Team Joe, 21 ottobre 2023). Come esponenti di un partito mai noto per la sua compattezza, se non nell’era rooseveltiana (1932-1948), i Democratici continuano nella loro politica, diventata sempre più complicata, di costruzione di alleanze, ma al loro interno hanno fatto comparsa, da un lato, il Sen. Bernie Sanders con la sua convinzione della necessità di una “rivoluzione politica”, dall’altro, donne e uomini giovani eletti alla Camera dei Rappresentanti che si fanno vanto dell’etichetta di Progressisti. Anche da questo sviluppo ben si comprende come la politica USA si sia fortemente polarizzata. Progresso è andare oltre le politiche esistenti, più avanti, mentre lo slogan trumpiano di grande successo Make America Great Again (MAGA) fa riferimento ad un passato di (quasi sicuramente esagerato) splendore politico, economico e militare, come obiettivo da recuperare. Attorno a questo slogan si raccolgono tutti i conservatori, prevalentemente bianchi di mezz’età e più che quel passato hanno sperimentato, lo rimpiangono, pensano possa essere ricostruito e vedono in Trump il ricostruttore.  

   Per quanto nient’affatto esaustive e necessariamente aneddotiche, ma non prive di rilevanza e capacità suggestiva, le indicazioni e considerazioni contenute nella panoramica condotta fin qui dovrebbero avere il pregio di segnalare la difficoltà di contrapporre limpidamente conservatorismo a progressismo, con il primo che sembra mostrare maggiore coerenza e profondità. In tempi recenti le dinamiche politiche hanno aggiunto specificazioni che comportano maggiore confusione, talvolta vere e proprie manipolazioni intese a conseguire qualche vantaggio politico-elettorale. Mi limito a poche esemplificazioni che ritengo probanti. In Danimarca del 1972 e in Norvegia dal 1973 è attivo un Partito del Progresso il cui nucleo programmatico è costituito dalla riduzione delle tasse. Altrove, ad esempio in Italia, la riduzione delle tasse è, abitualmente, uno degli obiettivi più spesso dichiarati, ancorché raramente conseguiti, dei parti di destra, conservatori.

Su un piano diverso, nel contesto italiano, il segretario del Partito Comunista Enrico Berlinguer fece scandalo quando nel 1978 dichiarò di essere al tempo stesso conservatore e rivoluzionario. Pochi notarono che anni prima, nel 1943, era stato il grande filosofo liberale Benedetto Croce a definirsi politicamente facendo ricorso agli stessi aggettivi che, a parere di molti, sono inconciliabili.

   Dal canto suo, l’attuale Presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni è anche orgogliosamente presidente del Gruppo Conservatori e Riformisti Europei il cui asse portante è la difesa, forse anche il recupero, della sovranità nazionale. Lo dirò meglio: “conservare” la sovranità nazionale contro il progressivo scivolamento sovranazionale e federalista dell’Unione Europea.

Una concettualizzazione accettabile. A questo punto, dopo avere indicato en passant, in maniera mai sistematica, ricorrendo al non-metodo che in inglese si chiama cherry picking, non posso più eludere l’approfondimento concettuale. Piuttosto che procedere a dotte disquisizioni relative alle motivazioni di Croce e di Berlinguer, credo che sia giunto il momento di definire conservatorismo e progressismo con riferimento al loro rispettivo pensiero (politico, sociale, economico, culturale, istituzionale). La procedura corretta mi pare debba consistere nel delineare quelle che chiamerò le sindromi di conservatorismo e di progressismo. La fonte essenziale per il conservatorismo non può, come ho già scritto, che essere il pensiero e l’elaborazione di Burke. Per lui, il conservatorismo si caratterizza come un insieme di tradizione, autorità, gerarchia, ordine e prudenza. In un certo senso, si tratta di credenze e atteggiamenti che furono travolti dalla e nella rivoluzione francese. La tentazione di definire il progressismo come tutto il contrario deve essere contrastata e respinta. Però, prima di essere più precisi nella chiarificazione della sindrome propria del progressismo che dalla rivoluzione francese in poi ha continuato a cambiare, è opportuno chiarire i contenuti dei principi del conservatorismo.

Non credo possano esserci dubbi e contestazioni su due premesse che considero essenziali, fondanti. Prima premessa: il conservatorismo tiene in grande conto il passato e cerca di preservarne e di trasmetterne gli aspetti migliori. Nel progressismo si trovano opinioni diverse che, tuttavia, convergono su un punto importante: il passato deve essere superato affinché si possa perseguire e costruire il futuro. Fra i progressisti c’è anche la convinzione che quel futuro sarà migliore. Nello spesso citato titolo dell’autobiografia pubblicata postuma di un antifascista comunista francese Gabriel Péri,: Les lendemains qui chantent, si trova la forte convinzione di un futuro radioso che, nel tempo, ha ispirato molti progressisti. Mentre scrivevo quest’articolo mi sono imbattuto nella frase “dobbiamo essere acerrimi avversari della paura di futuro” pronunciate dalla segretaria del PD Elly Schlein al Congresso dei Popolari, il 2 dicembre 2023. In effetti, è oramai da qualche tempo che i progressisti manifestano qualche perplessità sul futuro, anche/proprio quello che dovrebbero offrire e illuminare per i loro concittadini.

In un certo senso, il conservatorismo, in special modo nelle società democratiche in trasformazione, sembra avere buon gioco. Può farsi forte della necessità di preservare valori e stili di vita che larga parte della popolazione conosce, con i quali è cresciuta e, grazie ai quali, ha probabilmente già almeno un po’ migliorato la sua vita. Rispetto delle tradizioni, ossequio alle autorità, preferenza per l’ordine costituito, accettazione delle regole, delle procedure e delle istituzioni esistenti. Per quanto necessariamente schematico il trittico Dio, Patria e Famiglia, sintetizza il blocco di credenze che innerva il conservatorismo. Bisognerà, poi, vederne la manifestazione e l’impatto, certamente differenziati, nei vari sistemi politici e anche le rivisitazioni e gli aggiornamenti. In alcuni casi, gli sviluppi dipendono dalle sfide provenienti dai fatti nuovi e dalle reazioni, più o meno forti, a seconda dell’esistenza di partiti e di personalità politiche, intellettuali, religiose che difendano e argomentino il conservatorismo.

   Le sfide, alcuni studiosi le raggruppano e le etichettano come secolarizzazione e modernità, colpiscono al cuore la religione, la nazione, la famiglia tradizionale. I più abili dei conservatori si adeguano flessibilmente senza cedere il punto e approntano risposte, finora, almeno in parte, non prive di successo. Definirò questo successo con riferimento a due parametri: primo, riaffermare la validità del trittico “Dio, Patria, Famiglia” con opportune declinazioni; secondo, opporre ostacoli e rallentare i cambiamenti pure inevitabili. Al proposito, sento che per illuminare le differenze fra conservatorismo e progressismo vi sarebbe l’esigenza di riflettere da una pluralità di prospettive sul multiculturalismo, come è stato definito, come è stato applicato, come è stato valutato, quale è la sua condizione attuale (non proprio brillante).

Sarebbe un errore pensare che il progressismo non sia consapevole della forza, trainante o frenante, della triade “Dio, Patria, Famiglia”. Non è sbagliato, invece, sottolineare che i i valori del progressismo non sono stati delineati in antitesi alla triade che attribuisco al conservatorismo. Si può sostenere, però, che nel confronto si sono palesati comportamenti diversi, non definibili come una strategia elaborata. In estrema sintesi: molto raramente combattere a viso aperto quei valori; spesso consegnarli all’oblio e alla (illusoria) irrilevanza; semplicemente andare oltre senza riferimenti espliciti di nessun tipo o quasi. D’altronde, il progressismo è ovvero intende presentarsi e dipanarsi all’insegna di un obiettivo sovrastante: la costruzione del futuro, costitutivamente di un futuro migliore. Al proposito, intraprendo un’operazione dalla quale i progressisti si tengono lontani: spiegarne l’atteggiamento nei confronti di ciascuno degli elementi della triade.

“A ciascuno il suo Dio” non è soltanto il riconoscimento da parte dei progressisti dell’irrinunciabile pluralismo religioso, ma anche la manifestazione di una loro indifferenza, che i conservatori non mancano di criticare, nei confronti di importanti valori religiosi. Separazione Stato/Chiesa che è anche separazione fra politica e religione, fondamento dei regimi teocratici (Iran), ma anche religione instrumentum regni nelle mani di autocrati fra i quali spicca il Presidente turco Erdogan, ma il cui paradigma è rappresentato dall’Arabia Saudita. Per quanto non sia in nessun modo possibile affermare che, di per sé, i progressisti non abbiano amor di patria (in Italia, il progressista Maurizio Viroli ha scritto pagine importanti in materia), il loro internazionalismo (“proletari di tutto il mondo unitevi”) e la loro preferenza, in particolare in Europa, per la cessione di parte della sovranità nazionale e di condivisione della sovranità a livello quasi federale, offrono il fianco ai sovranisti che fanno appello ad affetti primordiali (di cui non si possono negare derive nazionaliste). La famiglia tradizionale è oramai minoritaria non esclusivamente in tutti regimi democratici, ma, mentre i conservatori cercano in ogni modo di sostenerla e di salvarla, molto (troppo?) spesso il messaggio dei progressisti sembra essere duplice: i) mettere sullo stesso piano della famiglia tradizionale tutte le più variegate forme di convivenza, ii) incoraggiare qualsiasi modalità di convivenza non tradizionale e, implicitamente criticare coloro che manifestano preoccupazioni e perplessità, vantarsene e vantarle, quasi prefigurassero un futuro migliore.

Non finisce qui. Giunto è il momento di tirare le somme di un discorso, di una comparazione, di un confronto/scontro che sono tutti destinati a fluttuare e rimanere aperti e controversi poiché la vittoria definitiva degli uni o degli altri sfocerebbe nel totalitarismo. Non sono convinto che il conservatorismo sia, come ha scritto Antonio Polito nel suo articolo Dare voce all’Italia conservatrice. Tre ricette per una svolta politica (“Corriere della Sera”, 2 novembre 2023, p. 37: un “consapevole moto volto a governare il processo della modernità, che non ne discute le premesse e i paradigmi, ma cerca di ricondurlo in un alveo sostenibile”; Dirò che il conservatorismo parte avvantaggiato: conservare risulta molto spesso più facile che innovare. Mantenere quello che abbiamo, a cominciare dai valori e dagli stili di vita, costa meno sforzi e implica meno rischi di impegnarsi in trasformazioni mai prima tentate. Convincere i propri concittadini della bontà di un futuro sconosciuto tutto da costruire è operazione che dovrebbe fare tremare le vene ai polsi, non importa quante vene né quanti polsi, anche se i progressisti sanno che l’unione fa la forza, ma il futuro si costruisce non con la forza, ma con l’egemonia culturale, anche transeunte. I progressisti sanno anche, o dovrebbero imparare che il progresso che propongono richiede una definizione chiara e convincente degli obiettivi da perseguire, che bisogna volere e riuscire a distinguere cambiamento da miglioramento, che non esiste un solo futuro possibile, che le riforme che non costruiscono il futuro preferibile debbono essere rapidamente riformate.

Conservatorismo e progressismo non sono più, ma forse non lo sono mai state, vere e proprie ideologie. Certamente, Burke avrebbe sdegnosamente, con ragione, respinto il termine ideologia per caratterizzare il suo pensiero conservatore. A loro volta, anche i socialdemocratici scandinavi, a mio parere esemplificativi del punto più alto di elaborazione culturale e pratica politica del progressismo, non hanno proceduto a elaborazioni di natura ideologica.

   Per entrambi faremmo meglio a ricorrere al concetto di mentalità, al plurale, intese come insiemi di idee non in contraddizione che si mescolano liberamente con alcune altre idee, raramente le stesse, che di tanto in tanto acquisiscono la preminenza. Queste considerazioni valgono anche per i rapporti di quelle mentalità con il mercato e con la scienza, tematiche importantissime, ciascuna delle quali meritevole di affascinanti ricognizioni, qui non possibili.

Per entrambi, il nucleo è sufficientemente chiaro e distinto. Non cambia. Il contorno aggiungerà di volta in volta gli elementi più appropriati, mai tali da scalfire il nucleo, per lo più in condizione di aggiornarlo e di arricchirlo. Questa relativa, sottolineo relativa, flessibilità dei concetti di conservatorismo e progressismo ne spiega la durata nel corso del tempo e, nonostante cambiamenti epocali nell’ambiente, il loro appello (appeal) contemporaneo, quello del conservatorismo superiore al progressismo, in situazioni molto diverse.       

Coda Quando mi ero convinto di avere trattato conservatorismo e progressismo con la dovuta cautela, con le necessarie distinzioni, con opportuni esempi e selezionati riferimenti, mi è tornata in mente un frase che lessi una trentina/quarantina d’anni del grande intellettuale al tempo molto famoso e citato Daniel Bell, docente di sociologia a Harvard per decenni a partire dal 1970, autore di molti libri due dei quali particolarmente importanti: La fine delle ideologie (1959) e L’avvento della società post-industriale (1973), entrambi rilevanti tanto per i progressisti quanto per i conservatori. Non sono riuscito a trovare la fonte che neppure la Treccani indica. Probabilmente in una delle numerose interviste che era quasi obbligato a concedere, prezzo della sua fama, nel 1983, Bell si autodefinì: “socialista in economia, progressista in politicaconservatore in cultura“.

Non ritengo che questa definizione che fa riferimento sia al progressismo sia al conservatorismo come componenti capaci di convivere negli atteggiamenti e nelle convinzioni di una persona(lità) ponga una pietra tombale sull’utilità di distinguere principi e valori, luoghi e sedi. Non preclude il lavoro di chiarificazione concettuale. Anzi, lo spacchettamento “economia, politica, cultura” vi prelude ingegnosamente. Vi colgo un richiamo alto e esplicito alla complessità di entrambi i concetti e delle loro manifestazioni. In sostanza, non finisce qui.

*Gianfranco PASQUINO (1942) torinese, è Professore Emerito di Scienza Politica nell’Università di Bologna e Socio dell’Accademia dei Lincei. Nella legislatura 1994-1996 è stato un inquieto Senatore del Gruppo Progressisti. I suoi libri più recenti sono Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021); Tra scienza e politica. Una autobiografia (UTET 2022) e Il lavoro intellettuale. Cos’è, come si fa, a cosa serve, (UTET 2023). Ha altresì curato il volume Fascismo. Quel che è stato. Quel che rimane (Treccani 2022).

Le accuse dell’epoca? Il Pd non seppe reagire ma il M5S ora si scusi #Bibbiano #Intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, descrive il “caso Bibbiano”

«Una delle vicende peggiori di mala informazione dell’Italia nella seconda parte della seconda Repubblica». Così Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, descrive il “caso Bibbiano”, sul quale deve essere «il M5S a riconoscere gli errori e a chiedere scusa».

Professor Pasquino, dopo che il caso Bibbiano è stato smontato, crede che il Pd dovrebbe avere uno scatto d’orgoglio e ricordare le terribili accuse del M5S dell’epoca?

Credo che il cosiddetto “caso Bibbiano” sia stata una delle vicende peggiori di mala informazione dell’Italia nella seconda parte della seconda Repubblica. Le scuole in Emilia Romagna sono buone, spesso ottime, c’è impegno, partecipazione, istruzione. Il Pd all’epoca si è fatto cogliere di sorpresa e non ha saputo reagire in maniera efficace a quelle accuse. Sono contento che si sia arrivati a una rettifica della situazione ma capisco anche la ritrosia del Pd nel tornare su quelle vicende. Dovrebbe invece essere il M5S a riconoscere gli errori e a chiedere scusa.

Pensa che la ritrosia del Pd sia dovuta anche al cambiamento dei rapporti intercorso nel frattempo con il M5S?

Diciamo che allora sembrava che fosse il M5S a dettare le carte, visto che era in ascesa. Oggi non è più così, anche se sta cercando di aggrapparsi a quel 15- 17% di voti che ha. Ma ormai sono tutti arrivati alla conclusione che se vogliono tornare a governare il Paese è inevitabile accordarsi con il Pd. Conte pensa che questo accordo si troverà nel momento in cui i rapporti di forza saranno riequilibrati e il Pd riconoscerà che è lui il candidato alla presidenza del Consiglio. Riconoscimento che non arriverà mai, visto che il Pd ha più voti e soprattutto più classe dirigente, mentre sulla capacità di governo del M5S è d’obbligo avere molte riserve.

Eppure Conte sta mettendo all’angolo Schlein, chiedendole in sostanza di abbandonare i cosiddetti cacicchi e capibastone. Ci riuscirà?

Chiariamo subito un fatto. Nel Pd non ci sono né capibastone né cacicchi. Ci sono casomai capicorrente che forse sono lì da troppo tempo e forse sono troppo immobilisti. Qualche volta poi ci sono dei signori delle tessere ma ereditati da una precedente situazione, visto che a Torino quel tale Gallo sembra essere un erede della tradizione socialista, non certo comunista. Nel Pci non c’erano signori delle tessere semplicemente perché non ce n’era bisogno. Contava insomma il partito.

Cosa sta succedendo al Pd di Bari e Torino?

È successo che sia a Torino che a Bari, quindi in realtà molto distanti sia geograficamente che politicamente, il partito non ha avuto la capacità di controllare adeguatamente chi entrava e si accasava, o ancora con quali gruppi esterni stabilire relazioni durature e concrete. E quando questo accade è un grosso problema, perché il partito si sfalda. E non si tratta di rimuovere o declassare quattro o cinque persone, ma di ricostruire il partito. Ho l’impressione che Schlein non abbia ancora colto il punto rilevante, cioè che è bene rifare il partito, non andare avanti a colpi di movimentismo. Se un movimento non si struttura, evapora.

Il M5S ha perso milioni di voti proprio perché inesistente o quasi sui territori?

Il M5S non ha mai capito l’importanza della presenza sul territorio perché voleva fare politica online e basta. E questo è un errore grave perché non consente stabilità e produce situazioni altalenanti e di grande debolezza. Non penso che oggi Conte stia pensando di strutturarsi ma deve imparare alcune lezioni. Alessandra Todde, ad esempio, ha vinto in Sardegna perché esiste, ha una sua accountability, ha radicamento sul territorio. Altrove il M5S perde perché i candidati non sono presenti sul territorio.

Eppure quello zoccolo duro attorno al 15% resiste. Crede che sfruttando i guai giudiziari del Pd Conte possa incrementare i consensi?

Per alimentare consenso servono buone politiche, in questo caso una buona opposizione, che si fa con buoni parlamentari. Il M5S ne ha alcuni, ma la regola dei due mandati finisce per indebolire il partito e impedire la crescita di tali elementi. E così rimane solo Conte, che ha dei pregi ma non tali da poter aspirare a prendersi l’elettorato Pd, che è distante da quello grillino. L’unica cosa che Conte può fare è tentare di riguadagnare l’elettorato del 2018, che oggi si astiene. A quell’elettorato dovrebbe fare un’offerta vicina a quella del M5S della prima fase.

A leggere i dati anche l’elettorato M5S è molto distante da quello dem, anzi, fosse per la base grillina forse neanche si costituirebbe il cosiddetto “campo largo”…

È vero che l’elettorato M5S è più disponibile a cercare alternative diverse a quella del Pd e questo lo rende pertanto abbastanza inaffidabile. Ma la verità è che basta ragionare per rendersi conto che il M5S può tornare al governo soltanto attraverso il Pd. E solo Conte può prendere l’iniziativa di sposare in toto l’alleanza con i dem, con tanto di strutture adeguate e un’idea comune di Paese.

Al momento l’unica cosa che sembra fare Conte è mettere in difficoltà Schlein, basta pensare al caso Bari.

Sul caso Bari, mettere in difficoltà il Pd significa consegnare la città alla destra. Poi certo, io non sono giustizialista ma sono molto severo e penso che quando si verificano situazioni di questo genere occorra epurare. Non si può aspettare l’esito di un processo che dura sette o otto anni. Bisogna prendere atto che qualcosa non ha funzionato e cambiare. Il che significa parlare con l’alleato e trovare soluzioni gradite a entrambi..

Talvolta aspettare l’esito di un processo significa abbattere la carriera politica e la vita di una persona, che magari poi viene assolta: i partiti non dovrebbero avere più coraggio nel difendere la presunzione d’innocenza dei loro esponenti?

Le dimissioni di un politico dipendono molto spesso dalla propria sensibilità. Un tale assessore può essere assolutamente convinto della propria innocenza ma in quel preciso momento magari le dimissioni giovano di più al partito. In questo caso l’interesse del partito deve essere superiore agli interessi personali di breve periodo. Poi è chiaro che i partiti dovrebbero sapere molto di più delle attività lecite o non lecite svolte da qualcuno che ha cariche locali.

Pubblicata il 12 aprile 2024 su Il Dubbio

INVITO Lezione sulla democrazia #13aprile #Lugo (RA) @pandorarivista – Fratture: conversazioni sul presente

 Sabato 13 aprile ore 11.45
Chiostro del Carmine di Lugo (RA), ingresso da Piazza Fabrizio Trisi

Lezione sulla democrazia

con GIANFRANCO PASQUINO – Professore emerito di Scienza politica Università di Bologna

Qui il link per prenotare un posto all’evento

Gianfranco Pasquino: allievo di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna e Socio dell’Accademia dei Lincei. È stato direttore della rivista il Mulino e Presidente della Società Italiana di Scienza Politica. Si è a lungo occupato dello studio dei sistemi politici, delle questioni legate alla cittadinanza e alla democrazia e dell’analisi del sistema politico italiano. Tra le sue pubblicazioni: Il lavoro intellettuale. Cos’è, come si fa, a cosa serveLibertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana e Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica.

Evento a ingresso libero con possibilità di prenotazione da questa pagina  

Il voto di scambio infetta l’essenza della politica. La questione morale è politica. @Domanigiornale

La buona notizia è che gli italiani, forse, non si sono ancora assuefatti alle questioni immorali e non sono rassegnati al non accertamento delle cause e alla non ricerca di soluzioni. Da sempre credo che bisogna stare con i moralisti, coloro che, come Norberto Bobbio e con lui, ritengono che nessun comportamento politico debba mai essere svincolato dall’etica. In politica, lo sanno tutti, anche coloro che violano il principio, esistono molte attività che semplicemente non si debbono fare. Non sono soltanto attività che vanno contro le leggi e le regole, ma attività poco lecite che corrompono la competizione, che coinvolgono i cittadini-elettori in reti di malaffare, che danno indebiti vantaggi a quei politici che vi ricorrono. In politica, forse più che in altre attività tranne che nel mercato, la moneta cattiva scaccia quella buona.

   Chi usa la corruzione nelle sue più varie e fantasiose forme produce vantaggi per se stesso e per i suoi sostenitori inquinando tutto il sistema. Tempo fa, ma credo che le convinzioni siano poco cambiate, veniva effettuata un distinzione fra chi con i suoi comportamenti scorretti e corrotti mirava a avvantaggiare il suo partito e chi procurava vantaggi solo per se stesso, per i suoi amici/collaboratori, per la sua corrente. Ai primi si condonava molto; i secondi erano da condannare (insomma, senza esagerare …). Al contrario. Ritengo che la corruzione orientata a favorire il proprio partito, senza contare che chi la pratica saprà come farsi ricompensare in termini di ruoli e cariche, sia peggiore degli arricchimenti personali, perché corrompe l’intero sistema politico.

Fatta la premessa necessaria e non ipocrita che le responsabilità civili e penali vanno rigorosamente accertate, quello che si sa di Bari e di Torino, che coinvolge il Partito Democratico appare non particolarmente originale, ma piuttosto grave. Poiché le elezioni sono lo snodo attraverso il quale in democrazia si attribuisce e distribuisce il potere politico, comprare voti e preferenze sfregia e sbrega la democrazia. Poiché, gli eletti e le elette in maniera truffaldina si sentiranno obbligati/e a reciprocare in qualche modo, ne risentirà l’intero processo decisionale condizionato da reti di relazioni corrotte. Anche i vari gruppi e le diverse associazioni interessate alle decisioni politiche saranno costrette a fare i conti con un contesto corrotto e a posizionarsi contribuendo al mantenimento di una situazione chiaramente malata, da molti conosciuta, non adeguatamente rigettata.

Nonostante le molte (sì, lo so che debbo immediatamente aggiungere “purtroppo, anche non positive”) trasformazioni della politica, quel che rimane dei partiti continua a svolgere compiti cruciali: reclutamento e promozione di candidati/e, nomine a una pluralità di cariche, non solo politiche, rapporti con la società, più o meno civile. Dove e quando le strutture partitiche sono deboli e, quindi, permeabili, risulta più facile per alcuni gruppi conquistare spazi e ottenere compiti di rilievo. Quasi sicuramente, il Partito Democratico deve interrogarsi su come è stato possibile che le sue strutture siano state penetrate da persone e gruppi spregiudicati in grado di utilizzare mezzi e strumenti deplorevoli, esecrabili, senza nessuna moralità. La cosiddetta “questione morale” è, non solo, ma nei due casi clamorosi sopra citati, soprattutto per il Partito Democratico, una questione propriamente politica. Un partito che, per qualche ansia di ingrandimento, di potere, forse di sopravvivenza, rinuncia a mettere in atto controlli rigorosi su coloro che ne fanno parte e lo utilizzano, è il primo responsabile della questione morale, della immoralità nell’azione politica. La risposta è: controllare, imporre regole, sfoltire, epurare. Da subito. 

Pubblicato il 10 aprile 2024 su Domani

L’arte di costruire e coltivare le alleanze. Dove falliscono i capi, la parola agli elettori @formichenews

Per mettere insieme due elettorati che, in partenza, condividono solo l’opposizione al governo delle destre, appare indispensabile rinunciare alla reciprocità del fuoco che è proprio fuori luogo chiamare “amico”. Vincere sulle carni del proprio indispensabile alleato significa solo continuare a perdere. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, socio dell’Accademia dei Lincei

Sbagliata fin dall’inizio (ah, se chi vuol fare politica studiasse o almeno leggesse un po’ di Scienza politica!), l’espressione “campo largo” è finalmente da cestinare senza nessuna riluttanza. Nella pratica, né a Bari né altrove non esiste nessun campo largo nel quale rincorrere l’elettorato di sinistra, conquistarlo, sommarlo. Ci sono campetti di elettori/trici fedeli, testardi, spesso faziosi, molto refrattari, poco inclini a farsi sommare. Eppure, dare vita a coalizioni vincenti è l’arte della politica. Richiede pazienza e idee.

   Schematicamente sosterrò che, in misura diversa, né Schlein né Conte sembrano avere dimostrato di essere in possesso delle due doti necessarie in quantità sufficienti. Allora, vadano pure verso lo schema prodiano: competition is competition, meglio, naturalmente, senza esagerare nelle accuse reciproche scavando fosse in quel campo.

Per mettere insieme due elettorati che, in partenza, condividono solo l’opposizione al governo delle destre, appare indispensabile rinunciare alla reciprocità del fuoco che è proprio fuori luogo chiamare “amico”. Vincere sulle carni del proprio indispensabile alleato significa solo continuare a perdere. Non sarebbe neanche una vittoria di Pirro, ma una vittoria da “pirla”. Suggerisco come punto di partenza quella riflessione mai avvenuta sulle condizioni che hanno portato alla vittoria di Alessandra Todde in Sardegna.

La scelta in una buona candidatura è l’elemento maggiormente unificante. Viene prima di qualsiasi programma perché nelle elezioni a cariche monocratiche (presidente di regione e sindaco), le singole persone, con le loro esperienze, le loro competenze, le qualità professionali, politiche, personali, sono il programma. Sono le gambe sulle quali la coalizione correrà per conquistare quella carica. Qualcuno dirà che proprio il caso di Bari, dove né Conte né Schlein vogliono “sacrificare” il loro candidato, costituisce la prova provata che i due campetti rimarranno separati e che la sconfitta sarà meritatissima. Ineccepibile. Schlein ha tentato di riunificare i campetti con le primarie. Conte si è chiamato fuori. Forse, gli attivisti condividono. Rimane, però, una grande, potenzialmente decisiva, opportunità offerta dalle regole di quella buona legge attraverso la quale si eleggono i sindaci. Difficile che il candidato delle destre baresi vinca al primo turno. Al ballottaggio, insieme a lui, si presenterà chi fra il candidato pentastellato e il candidato democratico avrò ottenuto più voti. Soltanto una tremenda combinazione, che non escludo, di narcisismo e faziosità potrebbe tradursi nella non convergenza dei voti democratici sul pentastellato o viceversa.

   Insomma, la convergenza non fatta dai capi verrebbe prodotta, magari grazie anche all’incoraggiamento di Conte, Schlein e con una nobile dichiarazione del candidato sconfitto, dagli elettorati. Naturalmente, questo, che sarebbe il migliore degli esiti possibile, è ripetibile in altri cointesti locali con gli adattamenti dei diversi casi. Anche i capi dei partiti talvolta imparano. A livello nazionale, in attesa delle nuove regole elettorali, un po’ tutti i “centro-sinistri” saranno chiamati a operare per un rapporto più stretto e solidale già in partenza. Una mia stretta e brava collaboratrice sostiene che suo figlio di sei anni, sarà il federatore delle sinistre italiane. A buon intenditor/trice poche parole.

Pubblicato il 6 aprile 2024 su Formiche.net

La democrazia al tempo di X, fra polarizzazione, intelligenze artificiali e fake news #ParliamoneOra #5aprile #Bologna

Nell’ambito delle iniziative congiunte di ParliamoneOra e dell’Università di Bologna su temi della contemporaneità, venerdì 5 aprile dalle 17 alle 19:30 presso l’aula Prodi complesso di San Giovanni in Monte.

Nel 2024 andranno al voto 4 miliardi di persone. Andranno al voto alcuni dei paesi più popolosi al mondo e alcune delle democrazie storicamente più robuste.

Il sistema di rappresentanza attraverso i partiti politici è ancora un modello valido per organizzare il consenso rispetto alle “bolle” di mono-pensiero dei “social”? L’elezione diretta dei capi di governo garantisce l’espressione della volontà popolare? Fino a che punto gli strumenti di comunicazione di massa, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, l’uso sistematico della disinformazione, possono influenzare se non determinare gli esisti elettorali?

Ne discutiamo con

Fulvio Cammarano (Storia Contemporanea)

Donatella Campus (Scienza Politica, Università di Bergamo),

Giovanna Cosenza (Filosofia e Teoria dei Linguaggi),
Andrea Morrone (Diritto Costituzionale),

Gianfranco Pasquino (Professore emerito di Scienza Politica),

coordina Dario Braga (presidente onorario di ParliamoneOra)

E’ possibile anche seguire in collegamento da remoto collegadosi a

TEAMS

ID riunione: 363 457 587 166

Passcode: a3aXYm

Le democrazie sono più resilienti di quanto si racconta @DomaniGiornale

Tra il fintamente rattristato e il gongolante compiacimento –l’avevano detto loro, da tempo—molti commentatori e non pochi studiosi continuano ad affermare che la democrazia è in crisi. I regimi autoritari, militari, non-democratici sono più numerosi di quelli democratici; la popolazione del mondo che vive in democrazia/e è percentualmente inferiore a quella oppressa dalla mancanza di democrazia. Da tempo, dovremmo mettere in discussione queste interpretazioni, cominciando con una precisazione concettuale della massima importanza. Un conto è la crisi della democrazia in quanto quadro di diritti, regole e istituzioni. Un conto molto molto diverso sono le difficoltà, gli inconvenienti, i problemi di funzionamento delle democrazie realmente esistenti.

    Dappertutto nel mondo le opposizioni/gli oppositori dei regimi non-democratici li sfidano proprio in nome della democrazia nella sua versione occidentale da tempo diventata universale e alla quale nessuno ha saputo elaborare visioni alternative. Quanto alle democrazie realmente esistenti non c’è dubbio che sempre incontrino difficoltà nel loro funzionamento, scoprano inconvenienti, debbano risolvere problemi, siano “imperfette” (flawed nel lessico del Democracy Index dell’autorevole, ma nient’affatto impeccabile, rapporto dell“Economist”). Proprio da quel rapporto è facile vedere alcune tendenze che servono a meglio comprendere le dinamiche della/e democrazia/e negli ultimi vent’anni circa. Nessuno dei venticinque paesi considerati democrazie senza pecche e senza falle è retrocesso. Nessuno ha perso la sua democrazia. Un solo paese è caduto fra le non-democrazie: il Venezuela. Con tutte le riserve che giustamente nutriamo sull’Ungheria di Orbán, il Democracy Index la colloca al 50esimo posto fra i regimi ancora democratici per quanto piuttosto fallati.

Troppi commentatori senza studi e senza fantasia ripetono che la/e democrazia/e sono regimi fragili e le contrappongono agli autoritarismi che, invece, sarebbero solidi. Non è così. Le democrazie sono regimi complessi e flessibili. Gli autoritarismi sono relativamente semplici, basati sul potere personale del leader, su un partito, su un’organizzazione militare, e rigidi. Cadono, ma sono sostituibili da altri assetti basati su una diversa struttura senza nessuna democratizzazione. La complessità delle democrazie significa che più elementi possono cambiare e che il pluralismo implica la possibilità di apprendimento. Le procedure che più si prestano ad imparare e a dare lezioni sono quelle elettorali, nelle quali, persino se in qualche modo manipolate, il “popolo”, i cittadini hanno la possibilità di esprimere le loro preferenze.

   Difficile dire se quanto fatto dall’opposizione russa in termini di denuncia della non-libertà delle elezioni presidenziali abbia raggiunto e sensibilizzato settori consistenti dell’opinione pubblica. Qualche tempo prima il governo polacco di centro-destra aveva perso le elezioni. A sua volta, l’opposizione turca al Presidente Erdogan ha qualche giorno fa vinto le elezioni municipali in buona, forse maggioritaria, parte del paese, ponendo le premesse per una possibile vittoria su scala nazionale. In Senegal le elezioni presidenziali sono state vinte dal candidato dell’opposizione democratica. Insomma, i segnali democratici, pure nel tempo buio di questo mondo, si moltiplicano. Dovrebbero essere valorizzati sia sperando nel contagio democratico, possibile in Africa, sia favorendo effetti di imitazione, quel che è stato possibile in Polonia può diventarlo in Ungheria, dove, fra l’altro, il sindaco di Budapest già è un esponente dell’opposizione al partito di governo.

Talvolta, anche le democrazie subiscono la sfida dei tempi e delle intemperie politiche, sociali, internazionali. Tuttavia, i loro assetti istituzionali, le loro regole e procedure elettorali, la possibilità di competizione politica consentono di evitare il degrado e di sfuggire al collasso. Possono temporaneamente perdere in qualità, ma rimangono in grado di rimbalzare. Altri esempi seguiranno.    

Pubblicato il 3 aprile 2024 su Domani