Nel mondo che brucia la UE deve essere bussola @DomaniGiornale

Quello che è particolarmente preoccupante in questa fase della storia del mondo è che vediamo l’accumularsi di problemi molto diversi fra loro, prodotti da condizioni diverse in luoghi diversi per i quali molte parte indicano una pluralità di responsabili. Intravvediamo qualche complicato emergere di soluzioni che rimangono conflittuali e non trovano l’approvazione delle parti in causa. Rincorriamo qualche novità, qualche volta esagerandola, che nel migliore dei casi apre spiragli che non lasciano intravedere una strategia abbozzata almeno nelle sue linee generali. Non si può e non si deve chiedere agli ucraini di alzare bandiera bianca, ma nessuno, tranne forse la Cina, è in grado di chiedere a Putin di porre fine al conflitto. La Cina è seduta lungo il corso di un fiume dove pensa, forse spera, magari progetta di vedere “passare” Taiwan, mentre la sua economia non cresce più, ma aumenta la repressione a Hong Kong. Appena riconsacrato, Putin che, come tutti gli autocrati, fonda il suo potere anche sulla promessa di ordine e sicurezza (più una rilanciata grandezza) vede la sua capitale ferita da un attacco terroristico con gravissime conseguenze.
La sua ricerca di un capro espiatorio nell’Ucraina come mandante non sembra funzionare, ma probabilmente ha finora impedito che gli venga chiesto conto, da un circolo ristretto che mantiene un po’ di potere intorno a lui, dell’avere ignorato la tempestiva segnalazione dell’intelligence USA di un attacco terroristico. La reazione israeliana all’aggressione di Hamas del 7 ottobre continua mirando a ripulire dalla presenza di terroristi i cunicoli di Gaza la cui lunghezza è stata stimata fra le 300 e le 500 miglia. Repressione e oppressione senza soluzione hanno conseguenze imprevedibili, ma non risolutive. L’aumento dell’antisemitismo è tanto inquietante quanto accertato, ma rimane deprecabile.
Il Presidente Biden, giustamente e comprensibilmente teme che una parte non trascurabile dell’elettorato islamico USA finora orientato a favore dei Democratici, lo possa abbandonare decretandone la sconfitta in due/tre stati chiave in bilico e riportando alla Casa Bianca Donald Trump, certamente non un negoziatore non un pacificatore. L’astensione USA sul voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a favore del cessate il fuoco è un messaggio sia a quell’elettorato sia ad Israele, ma il suo impatto non va oltre il breve termine se non sarà accompagnato da veri e propri negoziati per i quali nessuno finora ha indicato le modalità iniziali e una prospettiva plausibile. Israele sembra opporsi alla soluzione dei due Stati, comunque difficilissima da tradurre in pratica senza la totale smilitarizzazione di Hamas. Nel variegato mondo dei paesi arabi peraltro non si vede grande entusiasmo per la formazione di uno stato palestinese. In questo panorama complesso caratterizzato da opzioni diverse 400 e più milioni di cittadini dell’Unione Europea andranno a votare per l’istituzione democratica, l’Europarlamento che ne rappresenterà e esprimerà per cinque anni le preferenze, le aspettative, anche gli interessi. Senza compiacermi di nessuna critica moralista/buonista, ritengo che sia non soltanto logico, ma assolutamente opportuno che la grandi famiglie politiche europee, preso atto dello stato del mondo, dei due gravi conflitti ai suoi confini, della persistenza del terrorismo di matrice islamica, procedano ad una diagnosi approfondita e suggeriscano soluzioni alle quali saranno gli europei stessi a contribuire. Sicurezza reciproca, ricostruzione materiale, ma anche di rapporti, visione di un futuro di autonomia ma anche di cooperazione: per tutto questo vale la pena di impegnarsi, sempre. Se non ora, quando?
Pubblicato il 27 marzo 2024 su Domani
Costituzione, forme di governo e premierato #ParliamoneOra #26marzo Casalecchio di Reno #Bologna

Associazione di docenti, ricercatori e ricercatrici di Unibo, ParliamoneOra è università che esce dalle aule ParliamoneOra@Unibo.it
6 Marzo 2024
ore 9:00 / 11:00
Istituto Salvemini di Casalecchio di Reno,
Gianfranco Pasquino
Costituzione, forme di governo e premierato.
INVITO Libertà. Opinione pubblica, partecipazione e ruolo degli intellettuali #23marzo #Fano
Sabato 23 marzo ore 18
Sala ipogea, Mediateca Montanari – Memo, Fano
Libertà. Opinione pubblica, partecipazione e ruolo degli intellettuali
Incontro con Gianfranco Pasquino
professore emerito di Scienza politica
Il professore dialoga con il giornalista Dario Biagi
In diretta anche su FB MEMO – Mediateca Montanari

Le due leader non facciano trucchi sull’UE @DomaniGiornale

Struggente l’attesa di sapere se le due donne più importanti nella politica italiana inganneranno l’elettorato e si candideranno ad una carica, europarlamentare, che, incompatibile, con le loro cariche di governo e di rappresentanza in Italia, non hanno nessuna intenzione di accettare. Appassionante il dibattito su quale sarebbe il loro personale valore aggiunto per i rispettivi partiti che entrambe spiegheranno con dovizia di particolari, lo sappiamo tutti, quando l’ennesima conduttrice di talk televisivo formulerà l’audace domanda: “perché mai la sua candidatura/elezione dovrebbe servire a promuovere le politiche europee che stanno (ci sono, vero?) nel programma del suo partito dato che lei non entrerà in quel Parlamento europeo?” No, questa non è “la politica, bellezza”. Nient’affatto. Di presa in giro, si tratta, di meschini calcoli di bottega che sviliscono la campagna elettorale e il senso italiano di stare nell’Unione Europea.
Da molti punti di vista le elezioni europee del 9 giugno si stanno caratterizzando come elezioni cruciali per l’Unione Europea. Non esiste nessun rischio di dissoluzione, ma non è difficile cogliere qualche concreto pericolo di stagnazione e retrocessione. Alcune domande “sorgono spontanee”. Possono essere formulate seguendo propositi e prospettive che hanno già circolato qualche tempo fa. Primo, allargare l’Unione ai non pochi paesi, sullo sfondo anche l’Ucraina, che hanno già fatto domanda di adesione e le cui credenziali hanno loro consentito l’accesso ai negoziati? Oppure, dilazionare, posticipare, mantenere lo status quo? Secondo, approfondire l’Unione con formule di vario tipo, soprattutto per pervenire ad una gestione più estesa e più ampiamente condivisa delle politiche economiche e fiscali e a costruire una autonoma politica di difesa? Oppure limitarsi a quello che c’è e che per alcuni governi sovranisti è già fin troppo? Accelerare l’integrazione in tutti i campi, sperimentando politiche a velocità diverse che spingerebbero a emulazioni virtuose anche attraverso il completo superamento delle votazioni all’ unanimità? Oppure rallentare fino a fermarsi a quello che c’è, l’acquis communautaire, che non pochi sovranisti desiderano contenere, limare, ridurre?
I Popolari europei hanno già acconsentito, seppure con dissensi numericamente non trascurabili, all’ambizione della loro Ursula von der Leyen di essere riconfermata Presidente della Commissione, scegliendola come candidata di punta, su cui puntare. Prontamente, Giorgia Meloni, chi sa se anche nella sua qualità di Presidente del Gruppo Conservatori e Riformisti Europei, è scesa in campo, dichiarando la sua disponibilità a votare von der Leyen per un secondo mandato. Poi, se mai i voti di Fratelli d’Italia e dei Conservatori e Riformisti risultassero decisivi, ne seguirà logicamente e politicamente, senza scandalo, più di un condizionamento sulle politiche della Commissione, dove si troverà un rappresentante di FdI, e sulla stessa Presidente.
Pure i Socialisti e i Democratici europei hanno già nominato il loro, non molto noto, candidato Presidente. Cinque anni fa, von der Leyen non era la candidata di punta dei Popolari. Sbucò dalla manica larga dell’allora molto potente Angela Merkel. Poiché una situazione non dissimile, di insoddisfazione/inadeguatezza delle candidature ufficiali potrebbe ripresentarsi, la richiesta da avanzare ai dirigenti dei partiti e ai candidati consiste nell’esprimere le loro preferenze relativamente a allargare, approfondire, accelerare e a disegnare l’identikit della Presidenza della Commissione maggiormente in grado di andare nella direzione scelta. Con una frase ad effetto, questo ci chiede l’Europa e questo serve a chi desidera un’Europa più vicina ai cittadini europei (almeno e specialmente a quelli che votano).
Pubblicato il 20 marzo 2024 su Domani
“ARIETE ROJO” Por Alejandro Mújica @lejandromujica

Aun cuando la política existe «desde antes del nacimiento del Estado», su estudio sistemático (en cuanto a análisis empírico para establecer patrones o regularidades sobre comportamientos políticos) surgió en Italia a fines del siglo XV.
Este país de la denominada Europa meridional, en cierta época conjunto de principados, por largo tiempo monarquía y hoy república unificada, ha dado lugar a intelectuales de notable trascendencia, cuyas contribuciones han permitido configurar, con sello propio y a lo largo del tiempo, el estudio científico de la política.
La ciencia política italiana, me refiero a la desarrollada entre el periodo de posguerra y principios de este siglo, es consistentemente analítica y comparativa.
Parte de dirigir los esfuerzos hacia el «tratamiento» de sus conceptos, la definición de su objeto de estudio y la precisión del método para procesar evidencias y controlar hipótesis.
Estas tres grandes líneas de trabajo se resumen en el propósito de defender la autonomía de la ciencia política con respecto a otras ramas de orientación social (particularmente la sociología política).
El punto distintivo de la escuela italiana ~y de sus exponentes~ sea tal vez su desafío al ímpetu, velocidad y carácter positivista de la influencia americana, mediante el desarrollo de un enfoque racional encaminado a comprender, explicar y comparar los fenómenos de naturaleza política a partir de la observación y validación de causas, relaciones, condiciones, impactos y/o tendencias.
Esto no debe interpretarse como una postura que desaire el uso de herramientas o metodologías cuantitativas, sino antes bien advertir que en ciencia política «cuantificar» precisa de un ejercicio previo de «conceptualización», simultáneo al criterio de que los «números», las estadísticas y las formulaciones matemáticas no presuponen poder explicativo ~sino esencialmente descriptivo~ ni constituyen una estrategia «exclusiva» de investigación.
Con más de medio siglo de trayectoria académica y una producción científica que supera el millar de artículos, ensayos, libros y capítulos de libros como autor, coautor o compilador, en Gianfranco Pasquino confluye el ingenio de una comunidad especial de científicos italianos.
En sus escritos y conferencias, escoltados por una experiencia política y representativa de la izquierda europea, está revelado el alcance de la ciencia política italiana ~en particular~ y un aporte «monumental» (por citar una expresión muy latina relacionada con «extensiva e invaluable») a la ciencia política contemporánea ~en general~.
Sus estudios han abarcado el espectro de los fenómenos políticos como sistemas, instituciones y procesos; acciones colectivas y decisiones públicas; conductas políticas, relaciones de poder y autoridades; reglas, valores y símbolos.
Pretender reseñar o al menos «reconstruir la evolución» de su obra podría ser una labor compleja, extenuante y no exenta de imprecisión.
Con las debidas proporciones, en sus trabajos están abordadas todas las rutas de la investigación politológica, destacando, aunque no estrictamente en ese orden, el carácter científico y utilidad de la disciplina; su método de análisis y el universo conceptual de la materia; la política comparada y los estudios comparados; los partidos (en sus múltiples vertientes) y sistemas de partido; las formas y el funcionamiento de los gobiernos; el análisis político de las constituciones, los sistemas electorales y el comportamiento electoral; los parlamentos y la oposición política; las políticas públicas, la rendición de cuentas y la gobernabilidad; los militares, la clase política y el populismo, así como la política en Europa y la construcción europea.
Destaca su fuerte conocimiento sobre la política italiana en los ámbitos teórico y empírico, a la par de una dedicación «descomunal» al tema supremo de la disciplina, la democracia ~y la democratización~, al que continúa consagrándole ~como lo hicieran Bobbio y Sartori, sus dos principales mentores y predecesores~ la mayor parte de su práctica, reflexión y divulgación.
Ya, por último, su tarea docente está acreditada no solo con la enseñanza en aulas universitarias, centros de investigación y un sin número de participaciones públicas en casi todo el mundo, sino con textos fundamentales y accesibles para el entendimiento de esta ciencia.
Gianfranco Pasquino ~Ariete Rosso~ es quizá el último europeo viviente de una ciencia política que «no ha muerto» (y que él no ha dejado morir), con la que continuamos descifrando los complicados mapas de las realidades políticas nacionales ~incluso, «interviniendo» en ellos~ y sus conexiones con el entorno global.
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Referencias
BOBBIO, Norberto, Nicola Matteucci y Gianfranco Pasquino (dirección) (2015): Diccionario de Política, México, Siglo XXI, 2 tomos, 1698 pp.
JONES, Erik & Gianfranco Pasquino (editors) (2015): The Oxford Handbook of Italian Politics, Oxford, Oxford University Press, 722 pp.
PASQUINO, Gianfranco: (1976): Political parties and the electoral system: A study of the effects of systematic election laws on political parties, Cambridge, Cambridge University Press, 263 pp.
_______ (1988): Istituzioni, partiti, lobbies, Roma-Bari, Laterza, 181 pp.
_______ (1995): Mandato popolare e governo, Bolonia, Il Mulino, 144 pp.
_______ (1996): «Naturaleza y evolución de la disciplina», en Gianfranco Pasquino (compilador), Manual de Ciencia Política, Madrid, Alianza Editorial, p. 15–38.
_______ (1998): La oposición política, Madrid, Alianza Editorial, 154 pp.
_______ (2000): «Leyendo ‘El Príncipe’», en Tomás Várnagy, «Fortuna y virtud en la república democrática. Ensayos sobre Maquiavelo», Buenos Aires, CLACSO, pp. 158 ss.
_______ (2000a): La clase política, Madrid, Acento, 96 pp.
_______ (2004): Sistemas políticos comparados, Buenos Aires, Prometeo, 218 pp.
_______ (2004): «Comportamientos electorales: voto sincero y voto estratégico», en Sistemas políticos…op. cit., pp. 55–88.
_______ (coordinador) (2005): Capi di governo, Bolonia, Il Mulino, 376 pp.
_______ (2006): I sistema elettorali, Bolonia, Il Mulino, 95 pp.
_______ (2007): La democracia exigente, Madrid, Alianza Editorial, 88 pp.
_______ (2009): «Números y ciencia política. Contar en la ciencia política lo que cuenta», en Andamios, vol. 11, núm. 6, pp. 129–148.
_______ (2010): «La ciencia política en un mundo en transformación», en STUDIA POLITICÆ, núm. 21, Córdoba, p. 24.
_______ (2011): Nuevo curso de ciencia política, México, FCE, 389 pp.
_______ (2011a): «Las políticas públicas», en Nuevo Curso…op. cit., pp. 259–286.
_______ (2011b): «Orden político y democratización», en Revista SAAP, vol. 5, núm. 2, Buenos Aires, Sociedad Argentina de Análisis Político, pp. 423–435.
______ & Riccardo Pelizzo (2014): The culture of accountability, London, Routledge,186 pp.
_______ (2014a): «Liderazgo personal, política partidista y calidad de la democracia: El caso de Italia», en Revista de la Asociación Mexicana de Ciencias Políticas, año 2, núm. 2, México, pp. 91–115.
_______ (2014b): La democracia en nueve lecciones, Madrid, Trotta, 154 pp.
_______ (2015): «Populismo, instituciones y Unión Europea», en Cuadernos de Pensamiento Político, núm. 47, Madrid, FAES, pp. 21–34.
_______ (2015a): «Gobernabilidad», en Bobbio et. al., Diccionario…op. cit., pp. 703–710.
_______ (2015b): «El proyecto político europeo», en El Mundo, 13 de noviembre, dirección URL: acortar.link/eJ1F84, fecha de consulta: 22 de febrero de 2024.
_______ et al (editors) (2019): The History of the European Union: Constructing Utopia, London, Bloomsbury Publishing, 1068 pp.
_______ (2019a): «The State of the Italian Republic», en Contemporary Italian Politics, vol. 11, núm. 2, pp. 195–204.
_______ (2020): Bobbio y Sartori: comprender y cambiar la política, Buenos Aires, Eudeba, 214 pp.
_______ (2020a): «Los sistemas de partido en Italia: una evolución inacabada», en Revista de Estudios Políticos, núm. 189, Madrid, CEPC, pp. 19–39.
_______ (2023): «On the disappearance of leftist political idea(l)s», en Journal of Modern Italian Studies, vol. 28, núm. 5, pp. 525–537.
Non basta allargare il campo e bisogna allungare lo sguardo @DomaniGiornale

Nel valutare l’esito di una qualsiasi elezione bisogna sempre tenere conto di una pluralità di elementi. La natura di quella coalizione è soltanto uno di quegli elementi. In Sardegna esiste il voto disgiunto: per il/la Presidente e per un partito diverso (ha premiato, per molte buone ragioni, Alessandra Todde). In Abruzzo il candidato del centro-destra era il Presidente in carica, l’incumbent. In Sardegna, il centro-destra ha candidato un sindaco non molto apprezzato in sostituzione del Presidente uscente non ritenuto all’altezza. In una competizione bipolare le candidature contano, eccome. Possono essere decisive. Proprio per questo è opportuno curarsi anche delle modalità con cui verranno scelte in Basilicata e in Piemonte. A livello nazionale è (quasi) tutta un’altra storia, ma rimane raccomandabile scegliere bene le candidature parlamentari.
Certo, riuscire a costruire una coalizione “larga”, “giusta” e “coesa” può essere decisivo, magari offrendo agli elettori una spiegazione convincente e trascinante, talvolta coinvolgendoli (che fine hanno fatto le primarie previste nello Statuto del PD?) e, soprattutto, trovando originali priorità programmatiche. Mettere insieme le sparse membra dei progressisti-(non trovo termine migliore, comunque, dovranno essere i “centristi” a decidere dove andare-, è tanto difficile quanto indispensabile se si vuole tornare a vincere. L’Abruzzo non è né la Sardegna né l’Ohio (che ho visitato tre volte e dove non c’è nessuna necessità di fare coalizioni). Non è, con tutto il rispetto, neppure l’Italia. Non c’è una lezione specifica da trarre dall’esito elettorale. Le riflessioni politiche debbono basarsi su un dato strutturale noto e su uno ignoto e su alcuni elementi congiunturali.
Il dato strutturale noto è che il centro-destra è da trent’anni una coalizione più o meno larga e coesa e che i suoi dirigenti conoscono le rispettive ambizioni e preferenze, riuscendo quasi sempre a renderle compatibili. Il dato ignoto è quanto i dirigenti dei progressisti siano disposti a sacrificare delle loro ambizioni personali e politiche per l’obiettivo (mi auguro) comune: sconfiggere il centro-destra. Dalle loro dannose divisioni del passato non sembrano avere ancora imparato abbastanza. Però, esiste più di una probabilità che, facendo di volta in volta coalizioni, costruendo un campo, non mi mancano gli aggettivi, ma preferisco decente, riescano a trovare una pluralità di punti d’accordo e a mettere in secondo piano i punti di disaccordo.
Sembra molto più facile, oggi, procedere sulla strada degli accordi locali che di un grande accordo nazionale. A livello locale, poi, quegli accordi dovrebbero portare anche a ridurre le distanze fra gli elettori cosicché si uscirebbe dalla brutta e dannosa spirale centrifuga: perdere, da una parte, elettori relativamente più moderati, dall’altra parte, elettori più progressisti. Tutto quello che costruisco qui con il mio fidato e affidabile computer va costruito sul campo, senza aggettivi, dai dirigenti, degli attivisti, dai candidati/e. Entrano in gioco i dati che ho definito congiunturali. Il primo, forse il più importante, è quello della legge elettorale con la quale si voterà prossimamente (considero fortemente inadeguata e distorcente la legge attualmente in vigore). Un buon sistema elettorale proporzionale, ad esempio, quello tedesco, non richiede, ma non scoraggia, le coalizioni. Il maggioritario francese a doppio turno le rende indispensabili. Il secondo, imprevedibile, dato congiunturale riguarda quali saranno i temi salienti in occasione delle elezioni politiche. Però, è facile ipotizzare che come stare nell’Unione Europea e come porsi di fronte alle guerre rimarranno temi ineludibili. Non è immaginabile una coalizione che si candidi a governare l’Italia se non ha raggiunto una posizione condivisa su entrambi i temi.
Pubblicato il 13 marzo 2024 su Domani
Campagne elettorali permanenti e triangoli viziosi @formichenews

Anche le campagne elettorali permanenti potrebbero portare frutti: se qualche contenuto fa capolino, se chi le pratica è costretto a sentire critiche e repliche, se gli elettori imparano a secernere il grano dal loglio. Le democrazie imparano e con loro anche i cittadini democratici diventano meglio informati e più accorti. Voto libero, segreto, permanente. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza Politica
Quel che sappiamo è che se non si vota liberamente, segretamente, periodicamente non può esistere nessuna democrazia. Naturalmente, da solo il semplice votare non implica l’esistenza di una democrazia; anzi, spesso è semplicemente manipolazione delle preferenze dei votanti e non votanti. Un professore cinese mi comunicò candidamente che in troppe democrazie occidentali si vota troppo spesso. Con rischi per i governi e per le stesse democrazie. Le elezioni regionali in Abruzzo offrono il destro (oops, par condicio, anche il sinistro) per criticare le elezioni troppo frequenti e le campagne elettorali permanenti. Scrivo subito che non condivido né l’una né l’altra critica.
Esistono diversi livelli di governo: comunale, regionale, nazionale ed giusto e opportuno che ciascuno abbia la sua tornata elettorale. “Accorpare” tutte le elezioni comunali e tutte le elezioni regionali? No, è giusto che si voti quando è giunto alla fine del suo mandato qualsiasi governo locale e non procedendo ad accorpamento artificiali. Ed è preferibile che gli elettori possano maturare la loro opzione di voto con riferimento all’organismo per il quale votano. Poi, sicuramente l’elettorato dell’Abruzzo sa perfettamente che il suo voto ha una forte valenza locale, vale a dire, l’elezione del Presidente della Regione, ma verrà anche interpretato come un segnale che l’opposizione ha imboccato la strada giusta dopo la vittoria in Sardegna oppure che quella rondine sarda non fa primavera e che il centro-destra ha subito superato la sua battuta d’arresto. Tutto questo è, comunque, importante e utile al triangolo, non sempre virtuoso, dei protagonisti: elettori, operatori dei media, dirigenti politici.
Qualsiasi elezione produce informazioni politiche e sociali rilevanti, anche informazioni sulle disinformazioni e sui disinformatori. Fissato questo punto, il quesito successivo riguarda la cosiddetta campagna elettorale permanente. La traduco come segue. Quella campagna è intessuta di tutti gli atteggiamenti, tutte le dichiarazioni, tutte le prese di posizione dei dirigenti politici orientate continuativamente a lucrare qualche voto in più, qualche consenso aggiuntivo, qualche spazio di visibilità. Talvolta questa ossessiva ricerca va a scapito del tempo e delle energie che dovrebbero essere assegnate a governare. Talvolta nasconde le difficoltà, forse anche l’incapacità dei governanti e la sterilità degli oppositori. La metafora è quella dell’equilibrista costretto a muoversi più o meno rapidamente sul filo per procedere evitando di cadere. La campagna elettorale permanente esige movimenti permanenti che, senza idee, diventano balletti quasi incomprensibili, ma che danno qualche soddisfazione ai ballerini non in grado di fare altro.
Ciò doverosamente detto, anche le campagne elettorali permanenti potrebbero portare frutti: se qualche contenuto fa capolino, se chi le pratica è costretto a sentire critiche e repliche, se gli elettori imparano a secernere il grano dal loglio. Non concluderò che nelle democrazie non fanno la loro comparsa problemi che l’arsenale democratico non possa risolvere, ma ci vado molto vicino. Le democrazie imparano e con loro, grazie a qualche aiutino che provenga da comunicatori preparati, non neutrali, ma imparziali, dotati di indispensabile senso civico, anche i cittadini democratici diventano meglio informati e più accorti. Voto libero, segreto, permanente.
Pubblicato il 10 marzo 2024 su Formiche.net
Nella crisi: democrazia e modelli istituzionali #Convegno La crisi e le crisi – Accademia Nazionale dei Lincei

Nella crisi: democrazia e modelli istituzionali, in Atti dei convegni Lincei, La crisi e le crisi, Roma, Bardi Edizioni, 2023, pp. 151-160
I regimi autoritari e totalitari (Cina), si dice e si continua a scrivere con malcelata ammirazione, hanno e mostrano maggiore rapidità decisionale e capacità operativa delle democrazie. Hanno anche fatto cose buone (sic). Dal canto loro, ineluttabilmente o quasi, nel tentare di offrire risposte svelte e incisive a crisi come la pandemia, è la tesi corrente (ripetuta con varie modalità nei capitoli del volume curato da M. Polares Maduro e P. Kahn, Democracy in Times of Pandemic, Cambridge, Cambridge University Press, 2020), le democrazie si pervertono violando alcuni dei loro principi ideali e valori costituzionali. Questa relazione mette in discussione entrambe le premesse.
A causa della mancanza di trasparenza e della manipolazione delle informazioni, poco possiamo dire del “successo” dei regimi non-democratici che, però, non essendosene vantati, forse non deve essere stato proprio tale. Aggiungo subito che i cantori dell’efficienza sala vite di regimi non-democratici sembrano conoscerli molto poco nelle loro strutture, nel loro funzionamento, nelle loro “prestazioni”. Un buon inizio per quel che attiene la strutturazione dei regimi autoritari è il libro di Günther Frankenberg, Authoritarianism. Constitutional Perspectives (Cheltenham, UK-Northampton, MA, USA, 2020). Delle democrazie è giusto esplorare quanto il potere esecutivo sia stato incline e/o costretto a togliere spazio alle assemblee rappresentative. Quanto governi e governanti abbiano deliberatamente voluto concentrare il potere decisionale nelle loro mani e vi siano effettivamente riusciti, con conseguenze negative sullo stato della democrazia nei loro sistemi politici. Quanto, infine, i cittadini abbiano accettato l’operato dei governi o vi si siano opposti in nome di una libertà personale drasticamente, deliberatamente e anti-costituzionalmente oppressa e repressa.
Esplorate le due grandi tematiche che ho succintamente delineato, la mia conclusione, sicuramente in buona parte, da sottoporre ad accertamenti e verifiche, è apparentemente semplice. In sostanza, la crisi ha agito come grande imponente significativa cartina di tornasole. Ha messo in evidenza i punti forti e i punti deboli dei regimi politici, l’efficacia e l’inadeguatezza delle strutture istituzionali e le potenzialità e le difficoltà dei partiti e dei sistemi di partito esistenti. Come primo, non marginale e non semplicistico, indicatore, può risultare, almeno in parte, decisamente sorprendente che praticamente nessuna, tranne, forse, quella presidenziale negli USA, delle molte elezioni svoltesi durante la pandemia, abbia segnalato il fallimento dei governanti e portato alla loro sostituzione. Anche se c’è ancora molto da studiare e imparare, le democrazie hanno evidenziato qualità di resilienza e capacità di apprendimento.
Quel che sappiamo delle democrazie, e come
“Chi conosce un solo sistema politico”, disse più volte il socio linceo Giovanni Sartori (1924-2017), “non conosce neppure quel sistema politico”. Infatti, se non procede ad una analisi comparata, per quanto complessa debba essere, non sarà mai in grado di affermare con sicurezza che cosa è normale e che cosa è eccezionale in quel sistema politico e in altri. Non riuscirà neppure a individuare cause e condizioni della normalità e dell’eccezionalità né a suggerire soluzioni non estemporanee, ma complessivamente applicabili e sottoponibili a verifica, essa stessa necessariamente comparata. Insomma, le ricerche e le analisi non affidate alla comparazione hanno il respiro cortissimo e non viaggeranno mai da un qualsivoglia paese a un altro. Pure tuttora molto diffuso, addirittura dominante nel contesto pubblicistico italiano, il provincialismo analitico non porta da nessuna parte. Per lo più rimane in un vicolo cieco.
Le democrazie contemporanee hanno assetti istituzionali differenti, il che è, al tempo stesso, una sfida e una opportunità. La sfida consiste nel classificare accuratamente i regimi democratici soprattutto lungo i criteri fondanti la loro democraticità. L’opportunità da cogliere consiste nella valutazione della rilevanza delle differenze istituzionali per quel che attiene alle risposte formulate ai problemi da affrontare. Nessuna analisi esclusivamente giuridica, per quanto raffinata, è in grado di evidenziare e rendere conto delle motivazioni a fondamento delle risposte diverse formulate dai vari governi democratici. Meglio di chiunque altro è stato il francese Maurice Duverger (1917-2014), studioso di diritto e scienza politica, a indicare limiti e potenzialità analitiche di entrambe le discipline: “chi conosce il diritto costituzionale classico e ignora la funzione dei partiti, ha un’idea sbagliata dei regimi politici contemporanei; chi conosce la funzione dei partiti e ignora il diritto costituzionale classico ha un’idea incompleta ma esatta dei regimi politici contemporanei! (I partiti politici, Milano, Edizioni di Comunità. 1961, p. 412). Dunque, rimane giusto e opportuno prendere le mosse dagli assetti istituzionali, ma, per comprenderne appieno il funzionamento e il “rendimento” è imperativo conoscere i (loro) partiti e i rispettivi sistemi di partiti.
Tutti conoscono l’esistenza della grande differenza intercorrente fra le democrazie parlamentari, capostipite e in buona misura ancora tutto punto di riferimento è la Gran Bretagna, e le democrazie presidenziali, a partire dagli Stati Uniti d’America e a seguire tutte le repubbliche presidenziali latino-americane. Di recente, in seguito alla trasformazione nel 1958 della Francia dalla Quarta Repubblica, parlamentare, alla Quinta Repubblica, ha fatto la sua comparsa il semipresidenzialismo, diffusosi nell’Europa centro-orientale, in alcuni Stati africani francofoni, ma anche, a riprova delle sue qualità, in Portogallo e a Taiwan. In qualche modo, quello che interessa maggiormente per valutare come e quanto i diversi modelli istituzionali abbiano risposto alla crisi sono le modalità con le quali si rapportano fra loro il potere esecutivo e il potere legislativo. Soltanto chi conosce queste modalità e ne tiene conto per valutare il loro funzionamento nel corso della sfida pandemica, è in grado di rispondere al quesito relativo alla qualità della risposta democratica.
La classica affermazione, formulata da Montesquieu ne L’esprit des lois (1748) e ripresa dalla grande maggioranza degli studiosi, sulla separazione dei poteri/delle istituzioni, come uno dei fondamenti della democrazia è, per così dire, corretta solamente se proposta all’opposto. Laddove e ogniqualvolta una istituzione/un potere domina gli altri non è possibile parlare di democrazia. Invece, per quel che riguarda le democrazie, due situazioni di non piena separazione di istituzioni e poteri sono chiarissime, illuminanti, foriere di conseguenze tanto positive quanto negative, entrambe nel mondo anglosassone.
Sin dal 1867 Walter Bagehot (The English Constitution ora La costituzione inglese, Bologna, il Mulino, 1995) rilevò e sottolineò che nel modello di democrazia parlamentare inglese non esiste separazione fra il potere esecutivo e il potere legislativo. Vero è che il Parlamento, ovvero una maggioranza parlamentare sceglie/elegge il governo, ma, da quel momento, sarà il governo, ovvero il potere esecutivo, a dettare l’agenda del Parlamento, meglio della sua maggioranza in Parlamento cosicché, invece di separazione, è più corretto parlare di fusione dei poteri esecutivo e legislativo. Le leggi non le fa il Parlamento, ma il governo, che è espressione di una maggioranza parlamentare che ha ottenuto i voti, anche, presumibilmente, sulla base delle sue proposte programmatiche. Dunque, ha non solo il diritto di tradurre quelle proposte in leggi e quant’altro, ma il dovere di farlo. Le situazioni delle democrazie plasmate in senso lato secondo il modello inglese, citerò le più importanti: Australia, Canada, Nuova Zelanda, godono altresì del vantaggio che il loro governo è abitualmente formato da un solo partito. Quindi, la formulazione delle decisioni, la loro approvazione e la loro attuazione sono tutte meno complesse e promettono di essere più rapide e più efficaci. Non solo sappiamo che, in effetti, è stato così in tutti i paesi menzionati. Sappiamo anche che le incertezze inglesi derivano da scelte contraddittorie, erratiche, sbagliate del Primo Ministro Boris Johnson. Responsabile di una delle colpe più gravi addebitabili ai governanti e ai rappresentanti “anglosassoni”, Johnson ha ripetutamente mentito all’elettorato e al Parlamento (si veda l’articolo di D. Ludge, “Would I Lie to You?” Boris Johnson and Lying in the House of Commons, in “The Political Quarterly”, vo. 93, n. 1, January-March 2022, pp. 77-86). La sua permanenza in carica, non un segnale positivo per la qualità della democrazia inglese, indica piuttosto l’esistenza di un duplice problema politico: da un lato, l’incapacità dei Conservatori di trovare una maggioranza a sostegno di un Primo ministro diverso da Johnson, dall’altro, il loro timore per eventuali elezioni anticipate. È interessante e doveroso rilevare e sottolineare che negli altri casi di democrazie parlamentari cui faccio riferimento, le risposte dei governi sono state considerate positive dalla maggioranza degli elettori tanto che hanno riportato al governo il partito che aveva affrontato/stava affrontando la pandemia confermando il Primo ministro, uomo o donna (Nuova Zelanda e Svezia).
Fermo restando che il principio della “fusione” del potere legislativo con il potere esecutivo vale anche per le democrazie parlamentari del Continente europeo, le differenze riscontrabili dipendono sostanzialmente dai partiti, dalle coalizioni di partiti, dai sistemi di partiti. Prevedibilmente sia la formazione sia il funzionamento dei governi di coalizione fra più partiti risultano più complicati e più lenti e le loro risposte alle sfide e alle crisi sono abitualmente “negoziate” e, di conseguenza, probabilmente meno rapide. Ma qual è il termine di paragone, raramente esplicitato? Difficile dire di più su questi aspetti salvo quando si procede ad analisi caso per caso mantenendo rigorosamente una prospettiva comparata.
Non è vero che nelle repubbliche Presidenziali vige una chiara e netta separazione dei poteri istituzionali. Piuttosto, come ha scritto in maniera definitiva per quel che riguarda gli Stati Uniti d’America, già molti decenni fa Richard E. Neustadt (Presidential Power. The Politics of Leadership, New York, John Wiley, 1960), è vero che le istituzioni USA sono separate, per origine, ma è ancora più vero che condividono i poteri. Il Presidente forma il suo governo, la Administration, obbligato a confrontarsi con il Senato che può bocciare le sue nomine. Senato e Camera esercitano il potere legislativo, che non è a disposizione del Presidente, ma le leggi che approvano possono cadere sotto la mannaia del veto presidenziale, superabile solo da una difficile da raggiungere maggioranza dei due terzi. La composizione della Corte Suprema dipende dalle nomine presidenziali ratificate dal Senato. Le sue decisioni possono essere vanificate dal Congresso che approvi leggi apposite. Quando il partito del Presidente non ha la maggioranza in uno o in entrambi i rami del Congresso si ha una situazione definita governo diviso nel quale non soltanto né Il Presidente né il Congresso sono in grado di effettuare scelte e produrre decisioni senza accordi e compromessi, ma l’elettorato si troverà in grandi difficoltà nell’attribuzione delle responsabilità (di più infra nella sezione sulla accountability).
Probabilmente, la separazione delle istituzioni e dei relativi poteri risulta più chiara, più visibile e effettiva nelle democrazie semipresidenziali a partire dalla Quinta Repubblica francese. Pour cause, potremmo molto appropriatamente affermare poiché la responsabilizzazione dei governanti, a scapito dei partiti, era uno degli obiettivi di maggior rilievo perseguiti dal Gen. de Gaulle. Tuttavia, anche il rapporto fra l’Assemblea Nazionale e il Presidente della Repubblica può essere esposto a una sostanziale criticità non prevista dai Costituenti francesi e sicuramente non gradita da de Gaulle. Se la maggioranza assoluta nell’Assemblea Nazionale è fatta dal partito o dalla coalizione opposta al Presidente, allora il capo del governo e l’intera compagine governativa saranno formati da quel partito e da quella coalizione. Questa situazione è detta coabitazione. Rispetto al governo diviso è possibile tentare l’eliminazione della coabitazione con lo scioglimento del Parlamento ad opera del Presidente che è costituzionalmente autorizzato a procedervi, se lo desidera, non più di una volta all’anno (ma, ovviamente, è sconsigliato dal ripeterlo se il primo scioglimento non ha conseguito successo).
Nella coabitazione c’è sempre qualcuno che governa, più precisamente il Primo ministro che gode del sostegno della maggioranza parlamentare. Giunti alla fine del mandato tanto il Presidente quanto il Parlamento, meglio, la maggioranza che ha espresso e sostenuto il governo, dovranno rendere conto del loro operato: quanto visibilmente hanno fatto, non fatto, fatto male. I critici del semipresidenzialismo sostengono l’esistenza di una pericolosa concentrazione di potere/i quando il Presidente ha una maggioranza assoluta a suo sostegno in Parlamento. Teoricamente, questo pericolo può presentarsi a due alquanto infrequenti condizioni. In primo luogo, bisogna che quella maggioranza di parlamentari siano tutti debitori della loro elezione al Presidente e al suo partito. Non lo sono poiché nei collegi uninominali sono spesso le loro qualità politiche e personali a fare la differenza. In secondo luogo, è indispensabile che alcuni/molti di quei parlamentari subordinino la loro libertà di voto alla disciplina di partito. Anche in questo è il collegio uninominale a fare la differenza: come valuteranno gli elettori di quel collegio i comportamenti del loro rappresentante? Quali interessi, preferenze, priorità fanno la differenza? Nella pratica, va detto che finora il semipresidenzialismo francese (o altrove) non subito nessuna torsione autoritaria, nessuna eccessiva concentrazione di poteri e loro esercizio antidemocratico. Quanto alle proteste dei gilets jaunes e dei no vax, per acquisirne una spiegazione meglio è guardare, non al circuito istituzionale, ma alla tradizionale debolezza delle organizzazioni sociali, a cominciare dai sindacati. Per funzionare meglio la democrazia della Francia non ha bisogno di disintermediazione, ma di efficace mediazione.
Discutendo della separazione delle istituzioni e dei poteri, tanto implicitamente quanto inevitabilmente, gli studiosi si trovano costretti a fare i conti con il secondo grande principio che attiene al funzionamento dei regimi democratici: i checks and balances, freni e contrappesi. Nella sua attività nessun governo, potere esecutivo, per quanto “forte”, con guida autorevole, dotato di ampia maggioranza espressa da un solo partito è in grado di esercitare il potere politico e istituzionale senza controllo. In democrazia, qualsiasi governo incontra sempre un freno e un contrappeso tanto nel Parlamento, potere legislativo, quanto nella magistratura, potere giudiziario. Naturalmente questa interazione dipende dal tipo di strutturazione complessiva di ciascun regime democratico e dal tipo di partiti e di sistema dei partiti in quella specifica democrazia. Qui si configura la verticale differenza fra le democrazie e i regimi autoritari. Nelle democrazie sta e vige la rule of law che non è né solo né principalmente Stato di diritto. Sostanzialmente significa governo secondo la legge, nel rispetto della legge. Nei regimi autoritari vige l’arbitrio esercitato entro incerti limiti. Dunque, non dovremmo mai essere sorpresi né dalla subordinazione di legislativo e giudiziario al potere esecutivo autoritario né dalle tensioni “democratiche” fra governanti e rappresentanti, da un lato, e magistrati, dall’altro. Entro certi limiti entrambi i processi sono assolutamente fisiologiche. In non poche circostanze risultano anche essere disgreganti nei regimi autoritari e salutari nelle democrazie.
Nel complesso, non può essere messo in dubbio che il meccanismo liberal-democratico noto come checks and balances (freni e contrappesi) ha funzionato in maniera sostanzialmente positiva per quel che riguarda il controllo reciproco fra le istituzioni. Tuttavia, certamente non responsabile del problema, il Covid ha messo in luce una criticità di grande rilevanza, naturalmente, non solo per le democrazie contemporanee. Fondata su un’opinione pubblica interessata e informata sulla politica, la democrazia ha assoluta necessità di una circolazione ampia e illimitata di notizie verificabili nell’aspettativa che siano gli esiti di questa circolazione e del confronto fra le notizie a condurre a decisioni che riflettano le preferenze dei cittadini. Il dibattito svoltosi nel periodo del Covid, ma preceduto da molte avvisaglie e tuttora in corso è stato largamente plasmato dalla necessità di contrastare le fake news e dalle modalità con le quali farlo. Questo problema neppure esiste nei regimi non-democratici dove di opinione pubblica non è corretto parlare e dove le opinioni dei cittadini sono plasmate e manipolate dai detentori del potere politico e dalle loro preferenze, dove soprattutto l’opacità è l’elemento che domina la formazione delle decisioni e nessun controllo ad opera della cittadinanza è possibile.
Democrazia è/e libertà
Durante la pandemia, un po’ dappertutto, ma non ovunque, si è manifestata insofferenza e opposizione sia da parte dei parlamentari sia da parte di cittadini, più o meno organizzati, nei confronti delle decisioni prese dai governi democratici poiché ritenute lesive delle libertà personali e conseguite attraverso scorciatoie istituzionali di dubbia e controversa democraticità. In pratica non si sono prodotti scontri di particolare gravità. Anzi, quasi tutti i governi democratici hanno proceduto a adattamenti, modifiche, monitoraggi frequenti e significativi a riprova che una delle virtù della democrazia è la sua capacità di apprendimento. Per la varietà e la molteplicità delle situazioni e degli eventi non è qui possibile effettuarne una ricognizione sufficientemente accurata. Pertanto, per ragioni ovvie, mi limito ad alcune osservazioni sul caso italiano (e nulla dirò su strane convergenza dei sedicenti libertari di “sinistra” e dei classici oppositori di destra le cui idee sulla libertà sono, nel migliore e più raro dei casi, caratterizzate dalla confusione).
Nella doppia chiave di, da un lato, limitazione incostituzionale delle libertà personali e dall’altro, di compressione del ruolo del Parlamento sotto il tiro della critica in Italia sono stati messi i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) emanabili ed emanati senza che il Parlamento dovesse/potesse, qualsiasi verbo utilizzato è giustamente controverso, esaminarli, emendarli, approvarli o respingerli. Fior di giuristi si sono esercitati nella critica di autoritarismo al Presidente del Consiglio Conte e del suo governo. Vero è che, in larga misura, le democrazie sono cadute proprio per il cedimento/tradimento delle elites politiche, sociali, economiche. Tuttavia, non è mai mancata in Italia la libertà di esprimere una pluralità di posizioni diverse. Inoltre, anche se quasi nessuno fra gli studiosi e i commentatori vi ha fatto riferimento, il Parlamento avrebbe sempre potuto autoconvocarsi su iniziativa e richiesta di un terzo dei parlamentari e esercitare il suo potere di controllo sull’operato del governo. Incidentalmente, va messo in forte rilievo che in nessuna delle democrazie parlamentari si è verificata una contrapposizione dura e antagonistica fra governo e Parlamento. Gli scontri fra Presidente e Congresso che hanno raggiunto i livelli più elevati sono avvenuti negli Stati Uniti d’America e in Brasile. La spiegazione va cercata sia nelle personalità autoritarie e divisive dei due Presidenti, Trump e Bolsonaro, sia nel loro negazionismo, almeno all’inizio, ma spesso riaffiorato, del Covid equiparato a una influenza appena più grave. Sono polemiche oramai alle nostre spalle, ma ovviamente dotate di componenti carsiche destinate a fare la loro ricomparsa, nelle democrazie poiché nei regimi autoritari sarebbero/sono immediatamente represse insieme con i loro portatori.
Sottoporre a verifica le prestazioni dei regimi non-democratici implica individuare i criteri ritenuti più importanti e decisivi della loro “qualità”. Si tratta di un esercizio analitico rarissimamente effettuato. Possiamo supporre l’esistenza di un accordo implicito trasversale fra gli studiosi relativamente alla durata dei regimi non-democratici. Più durano più è plausibile sostenere che sono, da un lato, efficienti, dall’altro, relativamente in grado di soddisfare le preferenze e di tutelare gli interessi di settori più o meno estesi della società. Peraltro, alcuni studiosi hanno sostenuto con dati molto convincenti, mai seguiti da confutazioni, che nei regimi gli autoritari le aspettative di vita dei cittadini sono alquanto inferiori a quelle dei cittadini nei sistemi democratici (A. Przeworski, M.E Alvarez, J.A. Cheibub e F. Limongi, Democracy and Development: Political Institutions and Well-Being in the World, 1950-1990) Cambridge, Cambridge University Press, 2000). Naturalmente, esiste una efficienza nella repressione e nella cancellazione delle notizie nella quale la leadership del Partito Comunista Cinese ha, ogniqualvolta le è sembrato necessario, dimostrato di sapere, se non brillare, quantomeno eccellere.
Quando si passa a valutare le qualità delle democrazie realmente esistenti, da un lato, è possibile fare affidamento sui dati raccolti da alcune organizzazioni affidabili: Freedom House, l’Economist Intelligence Unit, V-Dem, dall’altro, è opportuno chiedere l’opinione dei cittadini, ad esempio, relativamente al loro grado di soddisfazione per il funzionamento della democrazia. Disponiamo di una cospicua messe di dati raccolti periodicamente oramai da diversi decenni e pubblicati nell’Eurobarometro, nel LatinoBarometro e nell’AsiaBarometro. Nelle democrazie le relazioni esistenti fra governanti e cittadini sono periodicamente sottoposte a verifica attraverso libere elezioni i cui risultati sono densi di informazioni e significati. L’eventuale scollamento fra governanti e cittadini ha modo di manifestarsi proprio nei comportamenti elettorali che, oltre a sconfiggere gli incumbents, i detentori delle cariche, conferiscono il potere di governo agli sfidanti. Dunque, se i governanti delle democrazie europee e di altri luoghi fossero stati inadeguati, come molti commentatori si sono affannati a denunciare, avremmo dovuto assistere a una molteplicità di limpide sconfitte elettorali e di loro sostituzione.
Democrazia è conquista del consenso
In assenza di una analisi sistematica, ritengo sia sufficiente notare che in due soltanto delle più importanti democrazie i governanti sono stati sconfitti e sostituiti: gli Stati Uniti e la Germania. Nel novembre 2020 netto è stato il responso degli elettori USA contro Trump, per quanto non motivato esclusivamente dalle sue deplorevoli affermazioni e posizioni riguardanti il Covid. In effetti, non è possibile sostenere che, nonostante l’importanza della pandemia, per la maggioranza degli elettori questo sia stato l’argomento decisivo per la loro opzione di voto. Il caso della Germania è segnato dalla sconfitta nel settembre 2021 della Democrazia Cristiana, privata della apprezzata leadership di Angela Merkel, piuttosto che dalla vittoria dei Socialdemocratici il cui esito numerico è di poco migliore di quello di quattro anni prima. Pertanto quel risultato non è definibile come la sconfessione della politica attuata dal governo CD/SPD contro il Covid. Pur variamente criticati sia Boris Johnson in Gran Bretagna (forse ancora sull’onda lunga della Brexit) sia Emmanuel Macron in Francia hanno visto riconfermato il loro ruolo di governo. Ad eccezione dell’Ungheria di Viktor Orbán, sistema politico la cui democraticità è giustamente messa in discussione, un po’ dappertutto nelle democrazie occidentali partiti e dirigenti politici caratterizzabili come populisti hanno registrato significative battute d’arresto. Probabilmente, i due casi più interessanti, ancorché riguardanti sistemi politici relativamente piccoli, sono quelli del Portogallo, gennaio 2022, e della Slovenia, aprile 2022. Nel primo la coalizione di sinistra al governo è stata riconfermata con un aumento di seggi. Nella seconda, la vittoria della coalizione liberale-ecologista ha mandato all’opposizione il capo del governo sovranista.
Nel complesso, i modelli istituzionali e i sistemi di partiti delle democrazie hanno dimostrato di sapere affrontare e reggere una sfida assolutamente insidiosa come quella della pandemia senza in buona sostanza perdere il sostegno dei cittadini. Come sostenuto da molti teorici della democrazia, a cominciare da Giovanni Sartori (The Theory of Democracy Revisited, Chatham, N.J., Chatham House Publishers, 1987, 2 voll.) due elementi caratterizzano il funzionamento e il rendimento dei modelli costituzionali democratici: la flessibilità e l’apprendimento. La flessibilità si esprime sia nella varietà di rapporti fra governo e parlamento sia, in particolare nelle democrazie parlamentari, nella possibilità, inesistente nelle democrazie presidenziali, di cambiare governo senza procedere a nuove elezioni, fenomeno potenzialmente traumatico in caso di crisi gravi come la pandemia. L’apprendimento riguarda tutti gli attori, inclusi i cittadini, e si è manifestato sia nell’adattamento delle decisioni alle differenti fasi della pandemia sia nell’accettazione, più o meno differenziata, da parte di grandi maggioranze degli elettorati delle decisioni prese dai loro rispettivi governi.
Il cambiamento dei governi in corso d’opera merita un approfondimento ancorché sintetico soprattutto a beneficio di coloro che insistono a parlare di “elezione diretta del governo”, di “governo eletto dal popolo”. Come ho anticipato, nelle democrazie parlamentari il governo è espressione del Parlamento il quale è sempre in grado di sostituirlo senza ricorrere a nuove elezioni. In tempi recenti, così è avvenuto in Spagna con il socialista Pedro Sanchez divenuto Presidente del governo con una mozione di sfiducia costruttiva il 2 giugno 2018, confermato dalle elezioni generali del 10 novembre 2019. Così in Gran Bretagna con il conservatore Boris Johnson scelto dal Parlamento il 24 luglio 2019 come Primo Ministro in sostituzione di Theresa May e poi vittorioso nelle elezioni del 12 dicembre 2019. Nella situazione italiana si trova il caso più esemplare di governo nato in Parlamento il 13 febbraio 2021 con un Presidente del Consiglio dei Ministri extraparlamentare, l’economista Mario Draghi il quale ha in buona misura continuato l’opera del suo predecessore con poche modifiche e innovazioni ricevendo ancor meno critiche “democraticistiche”.
Concludendo. A quella che all’inizio della pandemia appariva un’affermazione speranzosa che mirava a essere rassicurante: “Tutto tornerà come prima”, è opportuno fare seguire una considerazione e una valutazione. La considerazione è che nulla, nella società e nell’economia, neppure nella cultura potrà mai essere “come prima”. Se sarà meglio o peggio di prima, in democrazia lo decideranno i cittadini, partecipanti o meno, i rappresentanti da loro eletti, i governanti nei diversi assetti istituzionali ai quali questa relazione ha fatto riferimento. La valutazione è che il “dopo” dei modelli costituzionali democratici è caratterizzato dalla piena consapevolezza della loro flessibilità che, però, non potrà in nessun modo significare un “ritorno al passato” poiché la pandemia ha operato distruggendo molte inefficienze e incentivando in maniera positiva l’apprendimento. La flessibilità ha avuto modo di manifestarsi anche, ovunque si sono tenute le elezioni, in cambiamenti, peraltro per lo più contenuti, nei rapporti di forza fra i partiti e senza nessuna disgregazione dei sistemi di partiti. Grazie alle modalità e agli strumenti della accountability, i regimi democratici e i loro modelli istituzionali non hanno subito né crisi politiche né crisi costituzionali. Tuttavia, anche a spiegazione del titolo della relazione, la pandemia è stata una specie di cartina di tornasole. Per ciascun sistema politico e ciascun modello istituzionale la pandemia ha evidenziato pregi e difetti, potenzialità e inadeguatezze. Tutto da imparare. Resta da vedere come, quando e quanto le diseguaglianze sociali, economiche, culturali eserciteranno un impatto sui partiti e sui sistemi di partiti oppure saranno incanalate con il minimo di tensioni e conflitti nella “normale”, già esistente, ma non sempre adeguatamente analizzata, dialettica democratica. Questa è la sfida della crisi, nella crisi.
