Le accuse dell’epoca? Il Pd non seppe reagire ma il M5S ora si scusi #Bibbiano #Intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, descrive il “caso Bibbiano”
«Una delle vicende peggiori di mala informazione dell’Italia nella seconda parte della seconda Repubblica». Così Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, descrive il “caso Bibbiano”, sul quale deve essere «il M5S a riconoscere gli errori e a chiedere scusa».
Professor Pasquino, dopo che il caso Bibbiano è stato smontato, crede che il Pd dovrebbe avere uno scatto d’orgoglio e ricordare le terribili accuse del M5S dell’epoca?
Credo che il cosiddetto “caso Bibbiano” sia stata una delle vicende peggiori di mala informazione dell’Italia nella seconda parte della seconda Repubblica. Le scuole in Emilia Romagna sono buone, spesso ottime, c’è impegno, partecipazione, istruzione. Il Pd all’epoca si è fatto cogliere di sorpresa e non ha saputo reagire in maniera efficace a quelle accuse. Sono contento che si sia arrivati a una rettifica della situazione ma capisco anche la ritrosia del Pd nel tornare su quelle vicende. Dovrebbe invece essere il M5S a riconoscere gli errori e a chiedere scusa.
Pensa che la ritrosia del Pd sia dovuta anche al cambiamento dei rapporti intercorso nel frattempo con il M5S?
Diciamo che allora sembrava che fosse il M5S a dettare le carte, visto che era in ascesa. Oggi non è più così, anche se sta cercando di aggrapparsi a quel 15- 17% di voti che ha. Ma ormai sono tutti arrivati alla conclusione che se vogliono tornare a governare il Paese è inevitabile accordarsi con il Pd. Conte pensa che questo accordo si troverà nel momento in cui i rapporti di forza saranno riequilibrati e il Pd riconoscerà che è lui il candidato alla presidenza del Consiglio. Riconoscimento che non arriverà mai, visto che il Pd ha più voti e soprattutto più classe dirigente, mentre sulla capacità di governo del M5S è d’obbligo avere molte riserve.
Eppure Conte sta mettendo all’angolo Schlein, chiedendole in sostanza di abbandonare i cosiddetti cacicchi e capibastone. Ci riuscirà?
Chiariamo subito un fatto. Nel Pd non ci sono né capibastone né cacicchi. Ci sono casomai capicorrente che forse sono lì da troppo tempo e forse sono troppo immobilisti. Qualche volta poi ci sono dei signori delle tessere ma ereditati da una precedente situazione, visto che a Torino quel tale Gallo sembra essere un erede della tradizione socialista, non certo comunista. Nel Pci non c’erano signori delle tessere semplicemente perché non ce n’era bisogno. Contava insomma il partito.
Cosa sta succedendo al Pd di Bari e Torino?
È successo che sia a Torino che a Bari, quindi in realtà molto distanti sia geograficamente che politicamente, il partito non ha avuto la capacità di controllare adeguatamente chi entrava e si accasava, o ancora con quali gruppi esterni stabilire relazioni durature e concrete. E quando questo accade è un grosso problema, perché il partito si sfalda. E non si tratta di rimuovere o declassare quattro o cinque persone, ma di ricostruire il partito. Ho l’impressione che Schlein non abbia ancora colto il punto rilevante, cioè che è bene rifare il partito, non andare avanti a colpi di movimentismo. Se un movimento non si struttura, evapora.
Il M5S ha perso milioni di voti proprio perché inesistente o quasi sui territori?
Il M5S non ha mai capito l’importanza della presenza sul territorio perché voleva fare politica online e basta. E questo è un errore grave perché non consente stabilità e produce situazioni altalenanti e di grande debolezza. Non penso che oggi Conte stia pensando di strutturarsi ma deve imparare alcune lezioni. Alessandra Todde, ad esempio, ha vinto in Sardegna perché esiste, ha una sua accountability, ha radicamento sul territorio. Altrove il M5S perde perché i candidati non sono presenti sul territorio.
Eppure quello zoccolo duro attorno al 15% resiste. Crede che sfruttando i guai giudiziari del Pd Conte possa incrementare i consensi?
Per alimentare consenso servono buone politiche, in questo caso una buona opposizione, che si fa con buoni parlamentari. Il M5S ne ha alcuni, ma la regola dei due mandati finisce per indebolire il partito e impedire la crescita di tali elementi. E così rimane solo Conte, che ha dei pregi ma non tali da poter aspirare a prendersi l’elettorato Pd, che è distante da quello grillino. L’unica cosa che Conte può fare è tentare di riguadagnare l’elettorato del 2018, che oggi si astiene. A quell’elettorato dovrebbe fare un’offerta vicina a quella del M5S della prima fase.
A leggere i dati anche l’elettorato M5S è molto distante da quello dem, anzi, fosse per la base grillina forse neanche si costituirebbe il cosiddetto “campo largo”…
È vero che l’elettorato M5S è più disponibile a cercare alternative diverse a quella del Pd e questo lo rende pertanto abbastanza inaffidabile. Ma la verità è che basta ragionare per rendersi conto che il M5S può tornare al governo soltanto attraverso il Pd. E solo Conte può prendere l’iniziativa di sposare in toto l’alleanza con i dem, con tanto di strutture adeguate e un’idea comune di Paese.
Al momento l’unica cosa che sembra fare Conte è mettere in difficoltà Schlein, basta pensare al caso Bari.
Sul caso Bari, mettere in difficoltà il Pd significa consegnare la città alla destra. Poi certo, io non sono giustizialista ma sono molto severo e penso che quando si verificano situazioni di questo genere occorra epurare. Non si può aspettare l’esito di un processo che dura sette o otto anni. Bisogna prendere atto che qualcosa non ha funzionato e cambiare. Il che significa parlare con l’alleato e trovare soluzioni gradite a entrambi..
Talvolta aspettare l’esito di un processo significa abbattere la carriera politica e la vita di una persona, che magari poi viene assolta: i partiti non dovrebbero avere più coraggio nel difendere la presunzione d’innocenza dei loro esponenti?
Le dimissioni di un politico dipendono molto spesso dalla propria sensibilità. Un tale assessore può essere assolutamente convinto della propria innocenza ma in quel preciso momento magari le dimissioni giovano di più al partito. In questo caso l’interesse del partito deve essere superiore agli interessi personali di breve periodo. Poi è chiaro che i partiti dovrebbero sapere molto di più delle attività lecite o non lecite svolte da qualcuno che ha cariche locali.
Pubblicata il 12 aprile 2024 su Il Dubbio

INVITO Lezione sulla democrazia #13aprile #Lugo (RA) @pandorarivista – Fratture: conversazioni sul presente
Sabato 13 aprile ore 11.45
Chiostro del Carmine di Lugo (RA), ingresso da Piazza Fabrizio Trisi
Lezione sulla democrazia
con GIANFRANCO PASQUINO – Professore emerito di Scienza politica Università di Bologna
Qui il link per prenotare un posto all’evento

Gianfranco Pasquino: allievo di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna e Socio dell’Accademia dei Lincei. È stato direttore della rivista il Mulino e Presidente della Società Italiana di Scienza Politica. Si è a lungo occupato dello studio dei sistemi politici, delle questioni legate alla cittadinanza e alla democrazia e dell’analisi del sistema politico italiano. Tra le sue pubblicazioni: Il lavoro intellettuale. Cos’è, come si fa, a cosa serve, Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana e Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica.
Evento a ingresso libero con possibilità di prenotazione da questa pagina
L’arte di costruire e coltivare le alleanze. Dove falliscono i capi, la parola agli elettori @formichenews

Per mettere insieme due elettorati che, in partenza, condividono solo l’opposizione al governo delle destre, appare indispensabile rinunciare alla reciprocità del fuoco che è proprio fuori luogo chiamare “amico”. Vincere sulle carni del proprio indispensabile alleato significa solo continuare a perdere. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, socio dell’Accademia dei Lincei
Sbagliata fin dall’inizio (ah, se chi vuol fare politica studiasse o almeno leggesse un po’ di Scienza politica!), l’espressione “campo largo” è finalmente da cestinare senza nessuna riluttanza. Nella pratica, né a Bari né altrove non esiste nessun campo largo nel quale rincorrere l’elettorato di sinistra, conquistarlo, sommarlo. Ci sono campetti di elettori/trici fedeli, testardi, spesso faziosi, molto refrattari, poco inclini a farsi sommare. Eppure, dare vita a coalizioni vincenti è l’arte della politica. Richiede pazienza e idee.
Schematicamente sosterrò che, in misura diversa, né Schlein né Conte sembrano avere dimostrato di essere in possesso delle due doti necessarie in quantità sufficienti. Allora, vadano pure verso lo schema prodiano: competition is competition, meglio, naturalmente, senza esagerare nelle accuse reciproche scavando fosse in quel campo.
Per mettere insieme due elettorati che, in partenza, condividono solo l’opposizione al governo delle destre, appare indispensabile rinunciare alla reciprocità del fuoco che è proprio fuori luogo chiamare “amico”. Vincere sulle carni del proprio indispensabile alleato significa solo continuare a perdere. Non sarebbe neanche una vittoria di Pirro, ma una vittoria da “pirla”. Suggerisco come punto di partenza quella riflessione mai avvenuta sulle condizioni che hanno portato alla vittoria di Alessandra Todde in Sardegna.
La scelta in una buona candidatura è l’elemento maggiormente unificante. Viene prima di qualsiasi programma perché nelle elezioni a cariche monocratiche (presidente di regione e sindaco), le singole persone, con le loro esperienze, le loro competenze, le qualità professionali, politiche, personali, sono il programma. Sono le gambe sulle quali la coalizione correrà per conquistare quella carica. Qualcuno dirà che proprio il caso di Bari, dove né Conte né Schlein vogliono “sacrificare” il loro candidato, costituisce la prova provata che i due campetti rimarranno separati e che la sconfitta sarà meritatissima. Ineccepibile. Schlein ha tentato di riunificare i campetti con le primarie. Conte si è chiamato fuori. Forse, gli attivisti condividono. Rimane, però, una grande, potenzialmente decisiva, opportunità offerta dalle regole di quella buona legge attraverso la quale si eleggono i sindaci. Difficile che il candidato delle destre baresi vinca al primo turno. Al ballottaggio, insieme a lui, si presenterà chi fra il candidato pentastellato e il candidato democratico avrò ottenuto più voti. Soltanto una tremenda combinazione, che non escludo, di narcisismo e faziosità potrebbe tradursi nella non convergenza dei voti democratici sul pentastellato o viceversa.
Insomma, la convergenza non fatta dai capi verrebbe prodotta, magari grazie anche all’incoraggiamento di Conte, Schlein e con una nobile dichiarazione del candidato sconfitto, dagli elettorati. Naturalmente, questo, che sarebbe il migliore degli esiti possibile, è ripetibile in altri cointesti locali con gli adattamenti dei diversi casi. Anche i capi dei partiti talvolta imparano. A livello nazionale, in attesa delle nuove regole elettorali, un po’ tutti i “centro-sinistri” saranno chiamati a operare per un rapporto più stretto e solidale già in partenza. Una mia stretta e brava collaboratrice sostiene che suo figlio di sei anni, sarà il federatore delle sinistre italiane. A buon intenditor/trice poche parole.
Pubblicato il 6 aprile 2024 su Formiche.net
La democrazia al tempo di X, fra polarizzazione, intelligenze artificiali e fake news #ParliamoneOra #5aprile #Bologna


Nell’ambito delle iniziative congiunte di ParliamoneOra e dell’Università di Bologna su temi della contemporaneità, venerdì 5 aprile dalle 17 alle 19:30 presso l’aula Prodi complesso di San Giovanni in Monte.
Nel 2024 andranno al voto 4 miliardi di persone. Andranno al voto alcuni dei paesi più popolosi al mondo e alcune delle democrazie storicamente più robuste.
Il sistema di rappresentanza attraverso i partiti politici è ancora un modello valido per organizzare il consenso rispetto alle “bolle” di mono-pensiero dei “social”? L’elezione diretta dei capi di governo garantisce l’espressione della volontà popolare? Fino a che punto gli strumenti di comunicazione di massa, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, l’uso sistematico della disinformazione, possono influenzare se non determinare gli esisti elettorali?
Ne discutiamo con
Fulvio Cammarano (Storia Contemporanea)
Donatella Campus (Scienza Politica, Università di Bergamo),
Giovanna Cosenza (Filosofia e Teoria dei Linguaggi),
Andrea Morrone (Diritto Costituzionale),
Gianfranco Pasquino (Professore emerito di Scienza Politica),
coordina Dario Braga (presidente onorario di ParliamoneOra)
E’ possibile anche seguire in collegamento da remoto collegadosi a
ID riunione: 363 457 587 166
Passcode: a3aXYm
Le democrazie sono più resilienti di quanto si racconta @DomaniGiornale

Tra il fintamente rattristato e il gongolante compiacimento –l’avevano detto loro, da tempo—molti commentatori e non pochi studiosi continuano ad affermare che la democrazia è in crisi. I regimi autoritari, militari, non-democratici sono più numerosi di quelli democratici; la popolazione del mondo che vive in democrazia/e è percentualmente inferiore a quella oppressa dalla mancanza di democrazia. Da tempo, dovremmo mettere in discussione queste interpretazioni, cominciando con una precisazione concettuale della massima importanza. Un conto è la crisi della democrazia in quanto quadro di diritti, regole e istituzioni. Un conto molto molto diverso sono le difficoltà, gli inconvenienti, i problemi di funzionamento delle democrazie realmente esistenti.
Dappertutto nel mondo le opposizioni/gli oppositori dei regimi non-democratici li sfidano proprio in nome della democrazia nella sua versione occidentale da tempo diventata universale e alla quale nessuno ha saputo elaborare visioni alternative. Quanto alle democrazie realmente esistenti non c’è dubbio che sempre incontrino difficoltà nel loro funzionamento, scoprano inconvenienti, debbano risolvere problemi, siano “imperfette” (flawed nel lessico del Democracy Index dell’autorevole, ma nient’affatto impeccabile, rapporto dell“Economist”). Proprio da quel rapporto è facile vedere alcune tendenze che servono a meglio comprendere le dinamiche della/e democrazia/e negli ultimi vent’anni circa. Nessuno dei venticinque paesi considerati democrazie senza pecche e senza falle è retrocesso. Nessuno ha perso la sua democrazia. Un solo paese è caduto fra le non-democrazie: il Venezuela. Con tutte le riserve che giustamente nutriamo sull’Ungheria di Orbán, il Democracy Index la colloca al 50esimo posto fra i regimi ancora democratici per quanto piuttosto fallati.
Troppi commentatori senza studi e senza fantasia ripetono che la/e democrazia/e sono regimi fragili e le contrappongono agli autoritarismi che, invece, sarebbero solidi. Non è così. Le democrazie sono regimi complessi e flessibili. Gli autoritarismi sono relativamente semplici, basati sul potere personale del leader, su un partito, su un’organizzazione militare, e rigidi. Cadono, ma sono sostituibili da altri assetti basati su una diversa struttura senza nessuna democratizzazione. La complessità delle democrazie significa che più elementi possono cambiare e che il pluralismo implica la possibilità di apprendimento. Le procedure che più si prestano ad imparare e a dare lezioni sono quelle elettorali, nelle quali, persino se in qualche modo manipolate, il “popolo”, i cittadini hanno la possibilità di esprimere le loro preferenze.
Difficile dire se quanto fatto dall’opposizione russa in termini di denuncia della non-libertà delle elezioni presidenziali abbia raggiunto e sensibilizzato settori consistenti dell’opinione pubblica. Qualche tempo prima il governo polacco di centro-destra aveva perso le elezioni. A sua volta, l’opposizione turca al Presidente Erdogan ha qualche giorno fa vinto le elezioni municipali in buona, forse maggioritaria, parte del paese, ponendo le premesse per una possibile vittoria su scala nazionale. In Senegal le elezioni presidenziali sono state vinte dal candidato dell’opposizione democratica. Insomma, i segnali democratici, pure nel tempo buio di questo mondo, si moltiplicano. Dovrebbero essere valorizzati sia sperando nel contagio democratico, possibile in Africa, sia favorendo effetti di imitazione, quel che è stato possibile in Polonia può diventarlo in Ungheria, dove, fra l’altro, il sindaco di Budapest già è un esponente dell’opposizione al partito di governo.
Talvolta, anche le democrazie subiscono la sfida dei tempi e delle intemperie politiche, sociali, internazionali. Tuttavia, i loro assetti istituzionali, le loro regole e procedure elettorali, la possibilità di competizione politica consentono di evitare il degrado e di sfuggire al collasso. Possono temporaneamente perdere in qualità, ma rimangono in grado di rimbalzare. Altri esempi seguiranno.
Pubblicato il 3 aprile 2024 su Domani
Nel mondo che brucia la UE deve essere bussola @DomaniGiornale

Quello che è particolarmente preoccupante in questa fase della storia del mondo è che vediamo l’accumularsi di problemi molto diversi fra loro, prodotti da condizioni diverse in luoghi diversi per i quali molte parte indicano una pluralità di responsabili. Intravvediamo qualche complicato emergere di soluzioni che rimangono conflittuali e non trovano l’approvazione delle parti in causa. Rincorriamo qualche novità, qualche volta esagerandola, che nel migliore dei casi apre spiragli che non lasciano intravedere una strategia abbozzata almeno nelle sue linee generali. Non si può e non si deve chiedere agli ucraini di alzare bandiera bianca, ma nessuno, tranne forse la Cina, è in grado di chiedere a Putin di porre fine al conflitto. La Cina è seduta lungo il corso di un fiume dove pensa, forse spera, magari progetta di vedere “passare” Taiwan, mentre la sua economia non cresce più, ma aumenta la repressione a Hong Kong. Appena riconsacrato, Putin che, come tutti gli autocrati, fonda il suo potere anche sulla promessa di ordine e sicurezza (più una rilanciata grandezza) vede la sua capitale ferita da un attacco terroristico con gravissime conseguenze.
La sua ricerca di un capro espiatorio nell’Ucraina come mandante non sembra funzionare, ma probabilmente ha finora impedito che gli venga chiesto conto, da un circolo ristretto che mantiene un po’ di potere intorno a lui, dell’avere ignorato la tempestiva segnalazione dell’intelligence USA di un attacco terroristico. La reazione israeliana all’aggressione di Hamas del 7 ottobre continua mirando a ripulire dalla presenza di terroristi i cunicoli di Gaza la cui lunghezza è stata stimata fra le 300 e le 500 miglia. Repressione e oppressione senza soluzione hanno conseguenze imprevedibili, ma non risolutive. L’aumento dell’antisemitismo è tanto inquietante quanto accertato, ma rimane deprecabile.
Il Presidente Biden, giustamente e comprensibilmente teme che una parte non trascurabile dell’elettorato islamico USA finora orientato a favore dei Democratici, lo possa abbandonare decretandone la sconfitta in due/tre stati chiave in bilico e riportando alla Casa Bianca Donald Trump, certamente non un negoziatore non un pacificatore. L’astensione USA sul voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a favore del cessate il fuoco è un messaggio sia a quell’elettorato sia ad Israele, ma il suo impatto non va oltre il breve termine se non sarà accompagnato da veri e propri negoziati per i quali nessuno finora ha indicato le modalità iniziali e una prospettiva plausibile. Israele sembra opporsi alla soluzione dei due Stati, comunque difficilissima da tradurre in pratica senza la totale smilitarizzazione di Hamas. Nel variegato mondo dei paesi arabi peraltro non si vede grande entusiasmo per la formazione di uno stato palestinese. In questo panorama complesso caratterizzato da opzioni diverse 400 e più milioni di cittadini dell’Unione Europea andranno a votare per l’istituzione democratica, l’Europarlamento che ne rappresenterà e esprimerà per cinque anni le preferenze, le aspettative, anche gli interessi. Senza compiacermi di nessuna critica moralista/buonista, ritengo che sia non soltanto logico, ma assolutamente opportuno che la grandi famiglie politiche europee, preso atto dello stato del mondo, dei due gravi conflitti ai suoi confini, della persistenza del terrorismo di matrice islamica, procedano ad una diagnosi approfondita e suggeriscano soluzioni alle quali saranno gli europei stessi a contribuire. Sicurezza reciproca, ricostruzione materiale, ma anche di rapporti, visione di un futuro di autonomia ma anche di cooperazione: per tutto questo vale la pena di impegnarsi, sempre. Se non ora, quando?
Pubblicato il 27 marzo 2024 su Domani
Costituzione, forme di governo e premierato #ParliamoneOra #26marzo Casalecchio di Reno #Bologna

Associazione di docenti, ricercatori e ricercatrici di Unibo, ParliamoneOra è università che esce dalle aule ParliamoneOra@Unibo.it
6 Marzo 2024
ore 9:00 / 11:00
Istituto Salvemini di Casalecchio di Reno,
Gianfranco Pasquino
Costituzione, forme di governo e premierato.
INVITO Libertà. Opinione pubblica, partecipazione e ruolo degli intellettuali #23marzo #Fano
Sabato 23 marzo ore 18
Sala ipogea, Mediateca Montanari – Memo, Fano
Libertà. Opinione pubblica, partecipazione e ruolo degli intellettuali
Incontro con Gianfranco Pasquino
professore emerito di Scienza politica
Il professore dialoga con il giornalista Dario Biagi
In diretta anche su FB MEMO – Mediateca Montanari
