I governi autoritari e la stampa di regime @DomaniGiornale

“Toccasse a me decidere se dovessimo avere un governo senza giornali o giornali senza un governo, non esiterei un attimo a preferire la seconda [opzione]”. Uomo bianco, colto, proprietario di schiavi e amante di una schiava, il principale autore della dichiarazione d’indipendenza e presidente degli USA (1801-1809), Thomas Jefferson era, utilizzando termini contemporanei, un liberale (anglosassone) progressista. Anche se l’alternativa da lui posta può apparire estrema, è indubitabile che i giornali contribuiscono alla formazione di un’opinione pubblica e che i governi temono l’esistenza di un’opinione pubblica liberamente formata. E non è possibile sottacere che, nella misura in cui è loro possibile, i governanti autoritari sopprimono i giornali che fanno informazione, eliminano i giornalisti e si costruiscono quella che si suole chiamare “stampa di regime”.
Naturalmente e per fortuna, nelle democrazie non si arriva mai a questo esito che le asfissierebbe, ma è innegabile che in molte democrazie il conflitto fra governanti e mass media è sempre presente, più che una possibilità, una costante, talvolta pericolosa. Non si perviene alla stampa di regime, ma sicuramente esistono e spesso prosperano giornalisti (anche alla radio e nella televisione) che si caratterizzano per essere “di regime”, qualche volta di qualsiasi regime. I liberali veri prendono atto dell’esistenza di questi fenomeni, ma difendono la libertà di stampa e i protagonisti, a condizione che non incitino a reati, sanciti dalla Costituzione e dalle leggi. Questo campo dei reati da punire, che non deve mai essere largo, ma sempre giusto, è ovviamente soggetto a interpretazioni diverse e opposte, conflittuali che vanno argomentate e valutate con riferimento ai tempi (stato di guerra, eventuali gravi emergenze) e ai luoghi. La valutazione spetta alla magistratura. Nella sua valutazione la magistratura ha il dovere di tenere conto, da un lato, del dislivello di potere che sempre intercorre tra un governo e un qualsiasi, anche importante, giornale, tra un ministro e qualsiasi, anche famoso, giornalista, a cominciare da coloro che praticano il giornalismo d’inchiesta e, dall’altro, fra l’eventuale, giustificabile e giustificata, necessità di riservatezza di alcune attività dei governi e dei ministri, e il diritto dei cittadini di conoscere, di ricevere tutte le informazioni possibili. Lo dirò con il motto del New York Times: all the news that’s fit to print.
Nei, sicuramente molti, casi controversi, la scelta giusta non sta nel mezzo, ma ha l’obbligo di privilegiare il diritto dei cittadini alla informazione e alla conoscenza. Per esercitare il suo potere (kratos) è imperativo che il popolo (demos) possegga il massimo di informazioni disponibili. Non è, dunque, un’esagerazione sostenere che soffocare le informazioni e impedire, con minacce più meno velate, con costose querele, con accuse di diffamazione, il lavoro dei giornalisti, significa attentare ad un principio fondamentale della democrazia ideale nonché della democraticità delle democrazie reali, del loro funzionamento. L’insofferenza dei governanti e di altri potenti nei confronti della libera informazione è sempre un brutto segno.
Nel pensiero e nella pratica liberale(-democratica), la soluzione non è mai la repressione delle fonti e degli informatori. Consiste sempre nella competizione fra la pluralità delle informazioni, la veridicità dei contenuti, il significato delle implicazioni. Libertà e competizione sono principi esigenti, ma assolutamente costitutivi della democrazia come dovrebbe essere e come molti vogliono che sia e si mantenga. Meglio non accettare mai neanche i più piccoli, nient’affatto insignificanti, sfregi alla democrazia.
Pubblicato il 6 marzo 2024 su Domani
Lavorare con le idee; le idee per lavorare #paradoXaforum

Nessun lavoro intellettuale si svolge in vitro e neppure in laboratori chiusi al mondo. Quando passeggiamo con Socrate che ci inquisisce, quando ci ingaglioffiamo (il verbo è suo) con Machiavelli, quando seduti su una panchina aspettiamo che l’orologio del campanile batta le 15 per correre incontro a Kant e chiedergli come possiamo diffondere la pace perpetua, quando ascoltiamo la conferenza di Weber su Il lavoro intellettuale come professione, non siamo mai soli. Abbiamo idee ricevute, intratteniamo interrogativi, ci godiamo i ricordi di tante buone letture, costruiamo proposte di soluzione tentando ripetutamente e faticosamente di salire sulle spalle dei giganti leggendo e rileggendo i loro testi. Spesso e, in tempi recenti, molto più spesso, siamo colpiti dalla faciloneria, dalla approssimazione, dalla superficialità degli altri. “L’enfer”, nella famosa frase di Jean-Paul Sartre, “c’est les autres”. Potremmo lasciarli lì, gli altri, con le loro citazioni sbagliate, spesso di seconda mano e plagiate, con riferimenti fuorvianti, con dimenticanze colpevoli, con il loro estremismo e narcisismo. Potremmo, invece, scegliere una alternativa apparentemente delicata, molto costosa e rischiosa che consiste nel pensare e nel provare che lavoro intellettuale è anche, regolarmente confrontarsi avec les autres. Il confronto con e la citazione del lavoro degli altri non risponde a nessun bisogno di guadagnarsi/procurarsi scambievolmente confronti e citazioni gratificanti. Risponde, invece, ad una certa idea di ricerca scientifica, sbagliando s’impara, trial and error, ovviamente per chi non è nato imparato e rimane a ballonzolare senza grazia ai piedi dei giganti.
Nel mio libro Il lavoro intellettuale. Cos’è, come si fa, a cosa serve (UTET 2023) ho cercato, schematicamente, ma non sacrificando nulla, di spiegare in che modo ho svolto il mio lavoro e come ho capito le modalità seguite da altri studiosi dei quali ho grande stima. Le tappe, tutte interconnesse, talvolta con qualche inevitabile e voluta sovrapposizione, sono: Leggere, Recensire, Ricercare e scrivere, Insegnare, Predicare (le due ultime sono separate da una linea sottile, ma reale, appena elastica). Non approfondisco, ma “condisco” con due osservazioni che mi paiono molto importanti. La prima è che ciascuna delle attività che ho evidenziato può innervare necessari criteri di valutazione. La seconda, acquisizione per me recente, in un dibattito triangolare su “L’Europa verso il mondo di domani”, è che il lavoro intellettuale non può mai esimersi dal citare, anche se apparentemente irrilevanti, le argomentazioni dei dibattenti. L’arroganza narcisistica non è neppure manovalanza intellettuale. Per lo più è sgarbo sgradevole. Va denunciata, sul posto. Chiedere quale libro letto sta a base di quale espressione, quali elementi utili e suggestivi emergono da libri recensiti, quali lacune mira a soddisfare un libro, un saggio, un articolo, quali testi sono preferibili per una buona trasmissione del sapere agli studenti, infine, quale è il contenuto, quale è lo stile, quale il luogo (mai la cattedra secondo Max Weber) per la predicazione, sono tutte domande legittime le cui risposte possono condurre a domande migliori e all’avanzamento di scienza e conoscenza. Il peccato mortale nel lavoro intellettuale si chiama plagio. Vale, naturalmente, anche per i giornalisti ai quali spesso tocca il compito o se ne appropriano, con altalenante (in)successo di diffondere le più recenti e nuove conoscenze specialistiche. I divulgatori bravi contribuiscono alla formazione dell’opinione pubblica. Quando quell’opinione pubblica si nutre, sostiene, incoraggia il lavoro intellettuale appare probabile che si sia fuorusciti dagli angusti confini dello stivale.
Pubblicato il 4 marzo 2024 su PARADOXAforum
INVITO Democrazia in crisi? La responsabilità politica #5marzo #Magenta #UrbanaMenteCultura
5 marzo 2024 ore 21
Sala Consiliare M. Basile
via Fornaroli, 30
Magenta
Il cambiamento che dopo la pandemia avevamo desiderato è avviato ma si manifesta in modo caotico, in forme all’apparenza inconciliabili, contrapposte, dominato da entità difficilmente governabili. Come conciliare i bisogni di ciascuno con la necessità di fare oggi le scelte indispensabili per tutelare il domani di tutti noi? Quali scelte sono indispensabili?
A Gianfranco Pasquino, esperto navigatore nel mare della Scienza Politica, abbiamo rivolto domande per cercare di capire e orientarci.
- I conflitti si moltiplicano…viviamo una condizione di grande instabilità che disorienta, confonde…Cadute le ideologie, non ci sono più riferimenti certi. A chi, a cosa credere?
- Noi europei siamo destinati a non avere voce? L’Occidente è in pericolo? Nuovi possibili assetti…
- La democrazia italiana ha disatteso le promesse costituzionali? Tra la confusione e l’urgenza di un cambio di paradigma vince l’inerzia.
- La democrazia è nelle mani dell’informazione: come distinguere vero e falso, sincero o strumentale? Come fare al meglio il lavoro intellettuale, che «riguarda tutti coloro che si occupano di idee, le studiano, le formulano, le criticano, le contrappongono, le rivisitano, talvolta tentano di farle tradurre in pratica?
- Che cosa significa oggi per un giovane fare una scelta politica? E per un adulto colpito da disaffezione, sfiducia? Come orientarci? (Senza lasciarci confondere da desideri assoluti?). Se la democrazia richiede la partecipazione, la vita di questo confuso e malgovernato Paese mette in fuga l’elettore. Come ridare fiducia?
Allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Senior Adjunct Professor alla SAIS-Europe di Bologna, è stato direttore della rivista “Il Mulino” e condirettore della “Rivista Italiana di Scienza Politica”. Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei. È autore di numerosi volumi, ha diretto con Norberto Bobbio e Nicola Matteucci per Utet il celebre Dizionario di politica.
Per approfondire:
Il lavoro intellettuale. Cos’è, come si fa, a cosa serve. UTET 2023
Tra scienza e politica. Una autobiografia. UTET 2022
Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana. UTET 2021
Minima Politica. Sei lezioni di democrazia. UTET 2020
Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate. Bocconi UP 2015

L’Europa nel mondo di domani #TavolaRotonda #1marzo #Roma convegno IL PARLAMENTO EUROPEO: VERSO QUALE EUROPA? Accademia Nazionale dei Lincei

CONVEGNO LINCEO
IL PARLAMENTO EUROPEO: VERSO QUALE EUROPA?
29 FEBBRAIO -1° MARZO 2024
Venerdì 1° marzo
Tavola rotonda: L’Europa nel mondo di domani
Interventi:
Giuliano AMATO (già Presidente della Corte Costituzionale)
Gianfranco PASQUINO (Linceo, Università di Bologna)
Alberto QUADRIO CURZIO (Presidente Emerito dell’Accademia Nazionale dei Lincei)
Nel giugno 2024 si terranno per la decima volta le elezioni a suffragio universale per il Parlamento
Europeo. L’attuale è una fase storica molto delicata per l’Unione Europea: la guerra in Ucraina, i postumi
della pandemia da Covid 19, la turbolenza dei mercati finanziari, la crisi ambientale e le difficoltà della
transizione energetica, l’accentuarsi degli squilibri territoriali tra Nord e Sud e Est e Ovest, la crisi
dell’equilibrio mondiale e l’affermazione in molti stati membri di movimenti populisti neo-nazionalisti
producono crescenti difficoltà nei rapporti tra gli stati membri e tra questi e l’Unione Europea, mettendo
in discussione la sua stessa architettura istituzionale.
Si pone quindi l’esigenza di un esame attento e sobrio della situazione sul piano della riflessione scientifica prima che si sviluppi la campagna elettorale.
PROGRAMMA DEL CONVEGNO
L’alternativa non è più una chimera. Costruire coalizioni è l’arte della politica @DomaniGiornale

C’è qualcosa di nuovo, anzi di antico sotto lo splendido sole della Sardegna. Per conquistare una carica monocratica, la Presidenza della Regione, assegnata in un solo turno elettorale, è decisivo costruire preventivamente una coalizione a sostegno della candidatura prescelta. Ferme restando le loro personali preferenze politiche, gli elettori rispondono valutando l’offerta dei partiti, della coalizione, della candidatura, in parte dei programmi e della capacità di governare. La vittoria di Alessandra Todde in Sardegna è il prodotto virtuoso di questo pacchetto di elementi. La grande soddisfazione di dirigenti e attivisti dello schieramento del centro-sinistra che ha vinto è comprensibile (e da me, per quel che conta, condivisibile). Procedere a generalizzazioni assolutistiche, “la sinistra unita non sarà mai sconfitta” (“il governo Meloni è indebolito”) e proiettare automaticamente la possibilità/probabilità di un esito sardo anche sulle altre elezioni regionali e sulla elezione dell’Europarlamento (che è tutta un’altra storia) è esagerato, sbagliato, rischia di risultare controproducente.
Ciascuna regione, a cominciare dall’Abruzzo, la prima a votare prossimamente, ha le sue peculiarità di storia politico-partitica, di governo, di problematiche socio-economiche. Se la lezione generale è che le coalizioni si costruiscono di volta in volta, saranno i dirigenti politici di quella regione a decidere se, come, con chi, attorno a quale candidatura costruire un’alleanza. La buona notizia, non so quanto importante per l’Abruzzo, è che Calenda ha twittato che l’esito sardo “è una lezione di cui terremo conto”. Traduzione “correre” come polo autonomo è perdente. Aggiungo che rischia sempre di fare perdere il polo più affine (ma qualcuno proprio quelle sconfitte vuole produrre).
Stare insieme in coalizioni elettorali che possono diventare di governo porta ad una più approfondita condivisione di obiettivi, di preferenze, di soluzioni programmatiche. Il discorso sui valori è, naturalmente, molto più complesso. Parte dalla Costituzione e porta all’Europa, tema che riguarda anche i governi regionali. Rimarranno sempre differenze programmatiche e politiche nella schieramento di centro-sinistra. Meglio non esaltarle e neppure seppellirle additando le profonde divisioni esistenti nel centro-destra. Infatti, quei partiti e i loro dirigenti sembrano avere maggiore consapevolezza del fatto che, separati e divisi, perdono e che il potere è un collante gradevolissimo, generosissimo. Inoltre, i loro elettorati sembrano socialmente più omogenei. Alla eterogeneità e diversità, sociale e, forse, più ancora culturale, dei rispettivi elettorati di riferimento, non basta che i dirigenti del centro-sinistra esaltino le differenze come risorse. Debbono ricomporle attorno a obiettivi e a candidature comuni il più rappresentative possibili.
Le elezioni per il Parlamento europeo, poiché si vota con una legge proporzionale con clausola di esclusione del 4 per cento, suggeriscono due comportamenti. Primo, evitare la frammentazione nel e del centro-sinistra. Secondo, poiché i partiti, a cominciare dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle, giustamente vogliono misurare il loro consenso correndo separatamente, dovrebbero evitare di scegliersi come bersagli reciproci. La sfida è delineare una visione per l’Unione Europea dei prossimi cinque anni, non criticare la visione dei propri alleati nazionali. La critica va indirizzata agli opportunismi, alle contraddizioni, ai patetici resti di sovranismo provinciale, dello stivale, dei tre partiti del centro-destra. L’obiettivo di fondo non è la mission al momento impossible di fare cadere il governo e sostituirlo, ma di dimostrare che esiste un’alternativa di centro-sinistra all’altezza della sfida. Adelante con juicio.
Pubblicato il 28 febbraio 2024 su Domani
VIDEO Senza Riguardo DIRETTA del 22 febbraio 2024 @SRcinguetta
Siamo alle porte del secondo anniversario del conflitto in Ucraina, l’esercito di Kiev fatica e gli oppositori di Putin sembrano indeboliti dalla scomparsa di Navalny. In Italia il Governo Meloni non ha bisogno del centrosinistra, perché l’opposizione ce l’ha già al proprio interno; tuttavia il voto in Sardegna può rappresentare una minaccia. Il mondo occidentale nel mentre si interroga sulla figura di Julian Assange, pericolo pubblico o giornalista vero?
Ospiti:
Alberto Faustini, direttore Alto Adige
Gianfranco Pasquino, emerito di scienza politica
Luigi Di Gregorio, docente di comunicazione politica
Giampiero Gramaglia, già direttore ANSA e affarinternazionali.it
Senza Riguardo Libertà d’espressione – Confronto – Pluralismo ogni giovedì alle 21.15 Trasmesso in live streaming il giorno 22 febbraio 2024
Perché il richiamo di Mattarella è necessario. La versione di Pasquino @formichenews

Il richiamo del Presidente Mattarella al non ricorso ai manganelli per mantenere l’ordine pubblico è totalmente conforme allo spirito della Costituzione italiana e, aggiungo con una sommessa enfasi retorica, della sua democrazia fintantoché sapremo preservarla. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei
Le immagini degli agenti di polizia che, a Pisa più che a Firenze, manganellano giovani studenti delle scuole superiori, sono conturbanti anche per me, uomo d’ordine. Ho cercato di guardare nei dettagli quelle immagini variamente trasmesse. Non ho visto né passamontagna né sbarre e bastoni che mi avrebbero permesso di diventare “pasoliniano”: studenti di famiglie borghesi contro poliziotti di origine proletaria. Quindi, posso schierarmi con quel borghese del Presidente della Repubblica “l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli” e “con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento». Mi permetto di non citare le prevedibilissime, non impara mai niente, parole di Matteo Salvini. Mi preoccupano, invece, quelle di Antonio Tajani: “sanzionare chi ha sbagliato, ma le forze dell’ordine non si toccano”. Se alcuni appartenenti alle forze dell’ordine hanno sbagliato, opportuno e giusto che vengano sanzionate. Punto.
Il Presidente Mattarella ha parlato in piena conformità con il dettato costituzionale. All’art. 87 sta scritto che il Presidente della Repubblica “rappresenta l’unità nazionale”. I manganelli sui volti e sulle schiene degli studenti che manifestano incrinano quell’unità nazionale che si fonda anche sulla libertà di espressione e di dissenso esplicitato in forme non violente. Sappiamo che molte telefonate fra i responsabili istituzionali avvengono in maniera riservata. La telefonata intercorsa con il Ministro Piantedosi è stata resa pubblica perché riguarda i rapporti fra cittadini e le forze dell’ordine. Non può essere interpretata come critica puntuale dell’operato di quelle specifiche forze di polizia, non come riprovazione generale del governo. Quindi, sarebbe stato meglio se tanto Salvini quanto Tajani avessero scelto la apprezzabile opzione del silenzio. Il Presidente ha voluto anche fare un richiamo più ampio a comportamenti che non debbono essere mai tollerati.
Leggo interpretazioni fantasiose secondo le quali Mattarella avrebbe/ha inteso procedere ad un “assaggio” di quello che potrebbe succedere se la riforma del premierato elettivo andasse in porto. Quella riforma toglierebbe al Presidente della Repubblica due poteri istituzionali significativi, vale a dire quello di nominare il Presidente del Consiglio e quello di sciogliere, ancor più di non sciogliere, il Parlamento. La riforma, per quanto sbagliata e piena di azzardi, non toglie la parola al Presidente. Personalmente nutro molti dubbi sull’attribuzione a Mattarella di operazioni subdole con inconfessabili fini. Il premierato elettivo, una volta approvato, dovrà essere valutato con riferimento alla costituzionalità delle sue clausole, alcune delle quali, attualmente, alquanto pasticciate. Il richiamo del Presidente Mattarella al non ricorso ai manganelli per mantenere l’ordine pubblico rimarrà comunque necessario poiché è totalmente conforme allo spirito della Costituzione italiana e, aggiungo con una sommessa enfasi retorica, della sua democrazia fintantoché sapremo preservarla.
Pubblicato il 26 febbraio 2024 su Formiche.net
Stop al terzo mandato per Bonaccini, il politologo Pasquino: «Giusto, la successione? Gualmini e Conti possibili candidate» #intervista @corrierebologna

Il dibattito sulla legge che fissa il limite e l’emendamento leghista bocciato: «La norma così va benissimo, è stata pensata per evitare l’accentramento, il ricambio serve alla democrazia. Potrebbe candidarsi alle Europee, lo farà?»
Intervista raccolta da Marco Madonia
«Un lavoro sono in grado di trovarmelo da solo», disse Mario Draghi per scacciare i dubbi su un suo ipotetico ruolo politico dopo la rielezione al Quirinale di Mattarella. Il politologo Gianfranco Pasquino cita l’ex premier per smontare la richiesta di terzo mandato. «Zaia, Bonaccini e De Luca non sono Draghi..», dice il professore emerito dell’Alma Mater che benedice il voto che ha bocciato l’emendamento leghista.
Perché lei è contrario all’innalzamento del limite dei due mandati per presidenti delle Regioni e sindaci delle grandi città?
«La legge così com’è va benissimo, è stata pensata per impedire un eccessivo accentramento nelle stesse persone. Il ricambio è un elemento di salute della democrazia. La concentrazione di poteri non va mai bene, perché poi quel potere può essere usato per fini personali. Andare oltre i 10 anni è una forzatura».
In Veneto se Zaia si ricandidasse vincerebbe a mani basse.
«Non si cambiano le leggi in riferimento alle persone, mica si interviene perché si vuole salvare Zaia, Bonaccini o perché non si sa quale sarà la reazione di De Luca. In questo caso la motivazione è chiarissima. La Lega dice che gli elettori voterebbero Zaia? È un modo di ragionare profondamente populista, le leggi si osservano e basta».
Però le leggi si possono cambiare.
«Sì, ma a bocce ferme, non quando si sta giocando la partita».
Chi vuole modificare il tetto dice che non vale per la premier Meloni che potrebbe fare ben più di due mandati. Anche Andreotti ne fece di più.
«Andreotti ha fatto il presidente del Consiglio sette volte. Lui come Meloni sono indicati dal Parlamento. Il paragone con i governatori eletti dai cittadini è sbagliato».
Anche i parlamentari non hanno limiti.
«Ma rappresentano il potere legislativo, mica l’esecutivo. È diverso».
Nel Pd il no al terzo mandato è lo strumento di Schlein per mettere fuorigioco Bonaccini?
«E se io dicessi il contrario? Bonaccini vuole continuare a fare il presidente della Regione per stare al centro del campo e condizionare la segretaria».
Alle Europee Bonaccini potrebbe fare il pieno di preferenze. Resterebbe al centro.
«Benissimo, si faccia candidare e poi discutiamo se le preferenze valgono per il Parlamento europeo o per il partito nazionale»
E il centrodestra?
«Salvini cerca di recuperare consensi su Meloni e vuole il terzo mandato di Zaia perché può essere uno sfidante pericoloso per la leadership della Lega. Le regole, però, vengono prima dei destini personali».
In Regione, senza Bonaccini, il centrosinistra rischia di perdere?
«Sarebbe preoccupante se il centrosinistra in una regione come l’Emilia-Romagna non fosse in grado di trovare una candidatura autorevole».
Dopo Errani non è che ci fosse la fila per fare il governatore.
«Se vuole possiamo fare un toto candidature».
Prego.
«Elisabetta Gualmini ha un curriculum di rilievo e ci sta pensando, anche Isabella Conti lo può fare. In un partito ci dovrebbero essere almeno cinque possibili candidati, altrimenti la questione è grave».
Italia Viva dice che il no delle opposizioni ha evitato un inciampo al governo.
«Questi sono escamotage, votare per opportunismo che senso ha? Cosa sarebbe successo se avessero votato si? La situazione della sinistra sarebbe migliorata? Il Paese ne avrebbe avuto un beneficio? Si tratta solo di stratagemmi che ingannano elettori. Del resto, Salvini sapeva che avrebbe perso».
Salvini non è bravissimo con le previsioni. .
«A maggior ragione, dovrebbe smetterla di fare queste operazioni. A meno che avesse un altro obiettivo, ma questo io non lo so».
Pubblicato il 24 febbraio 2024 sul Corriere di Bologna
INVITO Il lavoro intellettuale @UtetLibri #presentazione #Bologna 26febbraio @pandorarivista
Presentazione a Bologna del libro di Gianfranco Pasquino
Il lavoro intellettuale
Cos’è, come si fa, a cosa serve
edito da UTET libri
Bologna lunedì 26 febbraio ore 18.00 presso Librerie.coop
Con l’autore dialogheranno: Dario Braga e Olivio Romanini
Modera Giacomo Bottos. Ingresso libero.
«Laddove gli intellettuali ripiegano su loro stessi e, invece di salire sulle spalle dei giganti, si rinchiudono nelle loro biblioteche (quando non frequentano, compiaciuti più che dispiaciuti, i talora necessari salotti televisivi), ne risentono a cascata non soltanto la cultura e la sua trasmissione e trasformazione, ma tutta la società».

