L’arte di costruire e coltivare le alleanze. Dove falliscono i capi, la parola agli elettori @formichenews

Per mettere insieme due elettorati che, in partenza, condividono solo l’opposizione al governo delle destre, appare indispensabile rinunciare alla reciprocità del fuoco che è proprio fuori luogo chiamare “amico”. Vincere sulle carni del proprio indispensabile alleato significa solo continuare a perdere. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, socio dell’Accademia dei Lincei

Sbagliata fin dall’inizio (ah, se chi vuol fare politica studiasse o almeno leggesse un po’ di Scienza politica!), l’espressione “campo largo” è finalmente da cestinare senza nessuna riluttanza. Nella pratica, né a Bari né altrove non esiste nessun campo largo nel quale rincorrere l’elettorato di sinistra, conquistarlo, sommarlo. Ci sono campetti di elettori/trici fedeli, testardi, spesso faziosi, molto refrattari, poco inclini a farsi sommare. Eppure, dare vita a coalizioni vincenti è l’arte della politica. Richiede pazienza e idee.

   Schematicamente sosterrò che, in misura diversa, né Schlein né Conte sembrano avere dimostrato di essere in possesso delle due doti necessarie in quantità sufficienti. Allora, vadano pure verso lo schema prodiano: competition is competition, meglio, naturalmente, senza esagerare nelle accuse reciproche scavando fosse in quel campo.

Per mettere insieme due elettorati che, in partenza, condividono solo l’opposizione al governo delle destre, appare indispensabile rinunciare alla reciprocità del fuoco che è proprio fuori luogo chiamare “amico”. Vincere sulle carni del proprio indispensabile alleato significa solo continuare a perdere. Non sarebbe neanche una vittoria di Pirro, ma una vittoria da “pirla”. Suggerisco come punto di partenza quella riflessione mai avvenuta sulle condizioni che hanno portato alla vittoria di Alessandra Todde in Sardegna.

La scelta in una buona candidatura è l’elemento maggiormente unificante. Viene prima di qualsiasi programma perché nelle elezioni a cariche monocratiche (presidente di regione e sindaco), le singole persone, con le loro esperienze, le loro competenze, le qualità professionali, politiche, personali, sono il programma. Sono le gambe sulle quali la coalizione correrà per conquistare quella carica. Qualcuno dirà che proprio il caso di Bari, dove né Conte né Schlein vogliono “sacrificare” il loro candidato, costituisce la prova provata che i due campetti rimarranno separati e che la sconfitta sarà meritatissima. Ineccepibile. Schlein ha tentato di riunificare i campetti con le primarie. Conte si è chiamato fuori. Forse, gli attivisti condividono. Rimane, però, una grande, potenzialmente decisiva, opportunità offerta dalle regole di quella buona legge attraverso la quale si eleggono i sindaci. Difficile che il candidato delle destre baresi vinca al primo turno. Al ballottaggio, insieme a lui, si presenterà chi fra il candidato pentastellato e il candidato democratico avrò ottenuto più voti. Soltanto una tremenda combinazione, che non escludo, di narcisismo e faziosità potrebbe tradursi nella non convergenza dei voti democratici sul pentastellato o viceversa.

   Insomma, la convergenza non fatta dai capi verrebbe prodotta, magari grazie anche all’incoraggiamento di Conte, Schlein e con una nobile dichiarazione del candidato sconfitto, dagli elettorati. Naturalmente, questo, che sarebbe il migliore degli esiti possibile, è ripetibile in altri cointesti locali con gli adattamenti dei diversi casi. Anche i capi dei partiti talvolta imparano. A livello nazionale, in attesa delle nuove regole elettorali, un po’ tutti i “centro-sinistri” saranno chiamati a operare per un rapporto più stretto e solidale già in partenza. Una mia stretta e brava collaboratrice sostiene che suo figlio di sei anni, sarà il federatore delle sinistre italiane. A buon intenditor/trice poche parole.

Pubblicato il 6 aprile 2024 su Formiche.net

La democrazia al tempo di X, fra polarizzazione, intelligenze artificiali e fake news #ParliamoneOra #5aprile #Bologna

Nell’ambito delle iniziative congiunte di ParliamoneOra e dell’Università di Bologna su temi della contemporaneità, venerdì 5 aprile dalle 17 alle 19:30 presso l’aula Prodi complesso di San Giovanni in Monte.

Nel 2024 andranno al voto 4 miliardi di persone. Andranno al voto alcuni dei paesi più popolosi al mondo e alcune delle democrazie storicamente più robuste.

Il sistema di rappresentanza attraverso i partiti politici è ancora un modello valido per organizzare il consenso rispetto alle “bolle” di mono-pensiero dei “social”? L’elezione diretta dei capi di governo garantisce l’espressione della volontà popolare? Fino a che punto gli strumenti di comunicazione di massa, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, l’uso sistematico della disinformazione, possono influenzare se non determinare gli esisti elettorali?

Ne discutiamo con

Fulvio Cammarano (Storia Contemporanea)

Donatella Campus (Scienza Politica, Università di Bergamo),

Giovanna Cosenza (Filosofia e Teoria dei Linguaggi),
Andrea Morrone (Diritto Costituzionale),

Gianfranco Pasquino (Professore emerito di Scienza Politica),

coordina Dario Braga (presidente onorario di ParliamoneOra)

E’ possibile anche seguire in collegamento da remoto collegadosi a

TEAMS

ID riunione: 363 457 587 166

Passcode: a3aXYm

Le democrazie sono più resilienti di quanto si racconta @DomaniGiornale

Tra il fintamente rattristato e il gongolante compiacimento –l’avevano detto loro, da tempo—molti commentatori e non pochi studiosi continuano ad affermare che la democrazia è in crisi. I regimi autoritari, militari, non-democratici sono più numerosi di quelli democratici; la popolazione del mondo che vive in democrazia/e è percentualmente inferiore a quella oppressa dalla mancanza di democrazia. Da tempo, dovremmo mettere in discussione queste interpretazioni, cominciando con una precisazione concettuale della massima importanza. Un conto è la crisi della democrazia in quanto quadro di diritti, regole e istituzioni. Un conto molto molto diverso sono le difficoltà, gli inconvenienti, i problemi di funzionamento delle democrazie realmente esistenti.

    Dappertutto nel mondo le opposizioni/gli oppositori dei regimi non-democratici li sfidano proprio in nome della democrazia nella sua versione occidentale da tempo diventata universale e alla quale nessuno ha saputo elaborare visioni alternative. Quanto alle democrazie realmente esistenti non c’è dubbio che sempre incontrino difficoltà nel loro funzionamento, scoprano inconvenienti, debbano risolvere problemi, siano “imperfette” (flawed nel lessico del Democracy Index dell’autorevole, ma nient’affatto impeccabile, rapporto dell“Economist”). Proprio da quel rapporto è facile vedere alcune tendenze che servono a meglio comprendere le dinamiche della/e democrazia/e negli ultimi vent’anni circa. Nessuno dei venticinque paesi considerati democrazie senza pecche e senza falle è retrocesso. Nessuno ha perso la sua democrazia. Un solo paese è caduto fra le non-democrazie: il Venezuela. Con tutte le riserve che giustamente nutriamo sull’Ungheria di Orbán, il Democracy Index la colloca al 50esimo posto fra i regimi ancora democratici per quanto piuttosto fallati.

Troppi commentatori senza studi e senza fantasia ripetono che la/e democrazia/e sono regimi fragili e le contrappongono agli autoritarismi che, invece, sarebbero solidi. Non è così. Le democrazie sono regimi complessi e flessibili. Gli autoritarismi sono relativamente semplici, basati sul potere personale del leader, su un partito, su un’organizzazione militare, e rigidi. Cadono, ma sono sostituibili da altri assetti basati su una diversa struttura senza nessuna democratizzazione. La complessità delle democrazie significa che più elementi possono cambiare e che il pluralismo implica la possibilità di apprendimento. Le procedure che più si prestano ad imparare e a dare lezioni sono quelle elettorali, nelle quali, persino se in qualche modo manipolate, il “popolo”, i cittadini hanno la possibilità di esprimere le loro preferenze.

   Difficile dire se quanto fatto dall’opposizione russa in termini di denuncia della non-libertà delle elezioni presidenziali abbia raggiunto e sensibilizzato settori consistenti dell’opinione pubblica. Qualche tempo prima il governo polacco di centro-destra aveva perso le elezioni. A sua volta, l’opposizione turca al Presidente Erdogan ha qualche giorno fa vinto le elezioni municipali in buona, forse maggioritaria, parte del paese, ponendo le premesse per una possibile vittoria su scala nazionale. In Senegal le elezioni presidenziali sono state vinte dal candidato dell’opposizione democratica. Insomma, i segnali democratici, pure nel tempo buio di questo mondo, si moltiplicano. Dovrebbero essere valorizzati sia sperando nel contagio democratico, possibile in Africa, sia favorendo effetti di imitazione, quel che è stato possibile in Polonia può diventarlo in Ungheria, dove, fra l’altro, il sindaco di Budapest già è un esponente dell’opposizione al partito di governo.

Talvolta, anche le democrazie subiscono la sfida dei tempi e delle intemperie politiche, sociali, internazionali. Tuttavia, i loro assetti istituzionali, le loro regole e procedure elettorali, la possibilità di competizione politica consentono di evitare il degrado e di sfuggire al collasso. Possono temporaneamente perdere in qualità, ma rimangono in grado di rimbalzare. Altri esempi seguiranno.    

Pubblicato il 3 aprile 2024 su Domani

Nel mondo che brucia la UE deve essere bussola @DomaniGiornale

Quello che è particolarmente preoccupante in questa fase della storia del mondo è che vediamo l’accumularsi di problemi molto diversi fra loro, prodotti da condizioni diverse in luoghi diversi per i quali molte parte indicano una pluralità di responsabili. Intravvediamo qualche complicato emergere di soluzioni che rimangono conflittuali e non trovano l’approvazione delle parti in causa. Rincorriamo qualche novità, qualche volta esagerandola, che nel migliore dei casi apre spiragli che non lasciano intravedere una strategia abbozzata almeno nelle sue linee generali. Non si può e non si deve chiedere agli ucraini di alzare bandiera bianca, ma nessuno, tranne forse la Cina, è in grado di chiedere a Putin di porre fine al conflitto. La Cina è seduta lungo il corso di un fiume dove pensa, forse spera, magari progetta di vedere “passare” Taiwan, mentre la sua economia non cresce più, ma aumenta la repressione a Hong Kong. Appena riconsacrato, Putin che, come tutti gli autocrati, fonda il suo potere anche sulla promessa di ordine e sicurezza (più una rilanciata grandezza) vede la sua capitale ferita da un attacco terroristico con gravissime conseguenze.

La sua ricerca di un capro espiatorio nell’Ucraina come mandante non sembra funzionare, ma probabilmente ha finora impedito che gli venga chiesto conto, da un circolo ristretto che mantiene un po’ di potere intorno a lui, dell’avere ignorato la tempestiva segnalazione dell’intelligence USA di un attacco terroristico. La reazione israeliana all’aggressione di Hamas del 7 ottobre continua mirando a ripulire dalla presenza di terroristi i cunicoli di Gaza la cui lunghezza è stata stimata fra le 300 e le 500 miglia. Repressione e oppressione senza soluzione hanno conseguenze imprevedibili, ma non risolutive. L’aumento dell’antisemitismo è tanto inquietante quanto accertato, ma rimane deprecabile.

Il Presidente Biden, giustamente e comprensibilmente teme che una parte non trascurabile dell’elettorato islamico USA finora orientato a favore dei Democratici, lo possa abbandonare decretandone la sconfitta in due/tre stati chiave in bilico e riportando alla Casa Bianca Donald Trump, certamente non un negoziatore non un pacificatore. L’astensione USA sul voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a favore del cessate il fuoco è un messaggio sia a quell’elettorato sia ad Israele, ma il suo impatto non va oltre il breve termine se non sarà accompagnato da veri e propri negoziati per i quali nessuno finora ha indicato le modalità iniziali e una prospettiva plausibile. Israele sembra opporsi alla soluzione dei due Stati, comunque difficilissima da tradurre in pratica senza la totale smilitarizzazione di Hamas. Nel variegato mondo dei paesi arabi peraltro non si vede grande entusiasmo per la formazione di uno stato palestinese. In questo panorama complesso caratterizzato da opzioni diverse 400 e più milioni di cittadini dell’Unione Europea andranno a votare per l’istituzione democratica, l’Europarlamento che ne rappresenterà e esprimerà per cinque anni le preferenze, le aspettative, anche gli interessi. Senza compiacermi di nessuna critica moralista/buonista, ritengo che sia non soltanto logico, ma assolutamente opportuno che la grandi famiglie politiche europee, preso atto dello stato del mondo, dei due gravi conflitti ai suoi confini, della persistenza del terrorismo di matrice islamica, procedano ad una diagnosi approfondita e suggeriscano soluzioni alle quali saranno gli europei stessi a contribuire. Sicurezza reciproca, ricostruzione materiale, ma anche di rapporti, visione di un futuro di autonomia ma anche di cooperazione: per tutto questo vale la pena di impegnarsi, sempre. Se non ora, quando?

Pubblicato il 27 marzo 2024 su Domani

Costituzione, forme di governo e premierato #ParliamoneOra #26marzo Casalecchio di Reno #Bologna

Associazione di docenti, ricercatori e ricercatrici di Unibo, ParliamoneOra è università che esce dalle aule ParliamoneOra@Unibo.it

6 Marzo 2024
ore 9:00 / 11:00
Istituto Salvemini di Casalecchio di Reno,

Gianfranco Pasquino

Costituzione, forme di governo e premierato.

VIDEO Libertà. Opinione pubblica, partecipazione e ruolo degli intellettuali

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QUI

INVITO Libertà. Opinione pubblica, partecipazione e ruolo degli intellettuali #23marzo #Fano

Sabato 23 marzo ore 18
Sala ipogea, Mediateca Montanari – Memo, Fano

Libertà. Opinione pubblica, partecipazione e ruolo degli intellettuali

Incontro con Gianfranco Pasquino
professore emerito di Scienza politica

Il professore dialoga con il giornalista Dario Biagi

In diretta anche su FB MEMO – Mediateca Montanari

Le due leader non facciano trucchi sull’UE @DomaniGiornale

Struggente l’attesa di sapere se le due donne più importanti nella politica italiana inganneranno l’elettorato e si candideranno ad una carica, europarlamentare, che, incompatibile, con le loro cariche di governo e di rappresentanza in Italia, non hanno nessuna intenzione di accettare. Appassionante il dibattito su quale sarebbe il loro personale valore aggiunto per i rispettivi partiti che entrambe spiegheranno con dovizia di particolari, lo sappiamo tutti, quando l’ennesima conduttrice di talk televisivo formulerà l’audace domanda: “perché mai la sua candidatura/elezione dovrebbe servire a promuovere le politiche europee che stanno (ci sono, vero?) nel programma del suo partito dato che lei non entrerà in quel Parlamento europeo?” No, questa non è “la politica, bellezza”. Nient’affatto. Di presa in giro, si tratta, di meschini calcoli di bottega che sviliscono la campagna elettorale e il senso italiano di stare nell’Unione Europea.

   Da molti punti di vista le elezioni europee del 9 giugno si stanno caratterizzando come elezioni cruciali per l’Unione Europea. Non esiste nessun rischio di dissoluzione, ma non è difficile cogliere qualche concreto pericolo di stagnazione e retrocessione. Alcune domande “sorgono spontanee”. Possono essere formulate seguendo propositi e prospettive che hanno già circolato qualche tempo fa. Primo, allargare l’Unione ai non pochi paesi, sullo sfondo anche l’Ucraina, che hanno già fatto domanda di adesione e le cui credenziali hanno loro consentito l’accesso ai negoziati? Oppure, dilazionare, posticipare, mantenere lo status quo? Secondo, approfondire l’Unione con formule di vario tipo, soprattutto per pervenire ad una gestione più estesa e più ampiamente condivisa delle politiche economiche e fiscali e a costruire una autonoma politica di difesa? Oppure limitarsi a quello che c’è e che per alcuni governi sovranisti è già fin troppo? Accelerare l’integrazione in tutti i campi, sperimentando politiche a velocità diverse che spingerebbero a emulazioni virtuose anche attraverso il completo superamento delle votazioni all’ unanimità? Oppure rallentare fino a fermarsi a quello che c’è, l’acquis communautaire, che non pochi sovranisti desiderano contenere, limare, ridurre?

I Popolari europei hanno già acconsentito, seppure con dissensi numericamente non trascurabili, all’ambizione della loro Ursula von der Leyen di essere riconfermata Presidente della Commissione, scegliendola come candidata di punta, su cui puntare. Prontamente, Giorgia Meloni, chi sa se anche nella sua qualità di Presidente del Gruppo Conservatori e Riformisti Europei, è scesa in campo, dichiarando la sua disponibilità a votare von der Leyen per un secondo mandato. Poi, se mai i voti di Fratelli d’Italia e dei Conservatori e Riformisti risultassero decisivi, ne seguirà logicamente e politicamente, senza scandalo, più di un condizionamento sulle politiche della Commissione, dove si troverà un rappresentante di FdI, e sulla stessa Presidente.

Pure i Socialisti e i Democratici europei hanno già nominato il loro, non molto noto, candidato Presidente. Cinque anni fa, von der Leyen non era la candidata di punta dei Popolari. Sbucò dalla manica larga dell’allora molto potente Angela Merkel. Poiché una situazione non dissimile, di insoddisfazione/inadeguatezza delle candidature ufficiali potrebbe ripresentarsi, la richiesta da avanzare ai dirigenti dei partiti e ai candidati consiste nell’esprimere le loro preferenze relativamente a allargare, approfondire, accelerare e a disegnare l’identikit della Presidenza della Commissione maggiormente in grado di andare nella direzione scelta. Con una frase ad effetto, questo ci chiede l’Europa e questo serve a chi desidera un’Europa più vicina ai cittadini europei (almeno e specialmente a quelli che votano).     

Pubblicato il 20 marzo 2024 su Domani

Il fascino indiscreto dell’ingegneria costituzionale #19marzo #Firenze @UNI_FIRENZE

19 marzo 2024
ore 14 – 16
Polo di Novoli
via delle Pandette, 21 – Firenze
Palazzina D4, Aula 1.07

Gianfranco Pasquino

Il fascino indiscreto dell’ingegneria costituzionale

“ARIETE ROJO” Por Alejandro Mújica @lejandromujica

Aun cuando la política existe «desde antes del nacimiento del Estado», su estudio sistemático (en cuanto a análisis empírico para establecer patrones o regularidades sobre comportamientos políticos) surgió en Italia a fines del siglo XV.

Este país de la denominada Europa meridional, en cierta época conjunto de principados, por largo tiempo monarquía y hoy república unificada, ha dado lugar a intelectuales de notable trascendencia, cuyas contribuciones han permitido configurar, con sello propio y a lo largo del tiempo, el estudio científico de la política.

La ciencia política italiana, me refiero a la desarrollada entre el periodo de posguerra y principios de este siglo, es consistentemente analítica y comparativa.

Parte de dirigir los esfuerzos hacia el «tratamiento» de sus conceptos, la definición de su objeto de estudio y la precisión del método para procesar evidencias y controlar hipótesis.

Estas tres grandes líneas de trabajo se resumen en el propósito de defender la autonomía de la ciencia política con respecto a otras ramas de orientación social (particularmente la sociología política).

El punto distintivo de la escuela italiana ~y de sus exponentes~ sea tal vez su desafío al ímpetu, velocidad y carácter positivista de la influencia americana, mediante el desarrollo de un enfoque racional encaminado a comprender, explicar y comparar los fenómenos de naturaleza política a partir de la observación y validación de causas, relaciones, condiciones, impactos y/o tendencias.

Esto no debe interpretarse como una postura que desaire el uso de herramientas o metodologías cuantitativas, sino antes bien advertir que en ciencia política «cuantificar» precisa de un ejercicio previo de «conceptualización», simultáneo al criterio de que los «números», las estadísticas y las formulaciones matemáticas no presuponen poder explicativo ~sino esencialmente descriptivo~ ni constituyen una estrategia «exclusiva» de investigación.

Con más de medio siglo de trayectoria académica y una producción científica que supera el millar de artículos, ensayos, libros y capítulos de libros como autor, coautor o compilador, en Gianfranco Pasquino confluye el ingenio de una comunidad especial de científicos italianos.

En sus escritos y conferencias, escoltados por una experiencia política y representativa de la izquierda europea, está revelado el alcance de la ciencia política italiana ~en particular~ y un aporte «monumental» (por citar una expresión muy latina relacionada con «extensiva e invaluable») a la ciencia política contemporánea ~en general~.

Sus estudios han abarcado el espectro de los fenómenos políticos como sistemas, instituciones y procesos; acciones colectivas y decisiones públicas; conductas políticas, relaciones de poder y autoridades; reglas, valores y símbolos.

Pretender reseñar o al menos «reconstruir la evolución» de su obra podría ser una labor compleja, extenuante y no exenta de imprecisión.

Con las debidas proporciones, en sus trabajos están abordadas todas las rutas de la investigación politológica, destacando, aunque no estrictamente en ese orden, el carácter científico y utilidad de la disciplina; su método de análisis y el universo conceptual de la materia; la política comparada y los estudios comparados; los partidos (en sus múltiples vertientes) y sistemas de partido; las formas y el funcionamiento de los gobiernos; el análisis político de las constituciones, los sistemas electorales y el comportamiento electoral; los parlamentos y la oposición política; las políticas públicas, la rendición de cuentas y la gobernabilidad; los militares, la clase política y el populismo, así como la política en Europa y la construcción europea.

Destaca su fuerte conocimiento sobre la política italiana en los ámbitos teórico y empírico, a la par de una dedicación «descomunal» al tema supremo de la disciplina, la democracia ~y la democratización~, al que continúa consagrándole ~como lo hicieran Bobbio y Sartori, sus dos principales mentores y predecesores~ la mayor parte de su práctica, reflexión y divulgación.

Ya, por último, su tarea docente está acreditada no solo con la enseñanza en aulas universitarias, centros de investigación y un sin número de participaciones públicas en casi todo el mundo, sino con textos fundamentales y accesibles para el entendimiento de esta ciencia.

Gianfranco Pasquino ~Ariete Rosso~ es quizá el último europeo viviente de una ciencia política que «no ha muerto» (y que él no ha dejado morir), con la que continuamos descifrando los complicados mapas de las realidades políticas nacionales ~incluso, «interviniendo» en ellos~ y sus conexiones con el entorno global.

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Referencias

BOBBIO, Norberto, Nicola Matteucci y Gianfranco Pasquino (dirección) (2015): Diccionario de Política, México, Siglo XXI, 2 tomos, 1698 pp.

JONES, Erik & Gianfranco Pasquino (editors) (2015): The Oxford Handbook of Italian Politics, Oxford, Oxford University Press, 722 pp.

PASQUINO, Gianfranco: (1976): Political parties and the electoral system: A study of the effects of systematic election laws on political parties, Cambridge, Cambridge University Press, 263 pp.

_______ (1988): Istituzioni, partiti, lobbies, Roma-Bari, Laterza, 181 pp.

_______ (1995): Mandato popolare e governo, Bolonia, Il Mulino, 144 pp.

_______ (1996): «Naturaleza y evolución de la disciplina», en Gianfranco Pasquino (compilador), Manual de Ciencia Política, Madrid, Alianza Editorial, p. 15–38.

_______ (1998): La oposición política, Madrid, Alianza Editorial, 154 pp.

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_______ (2000a): La clase política, Madrid, Acento, 96 pp.

_______ (2004): Sistemas políticos comparados, Buenos Aires, Prometeo, 218 pp.

_______ (2004): «Comportamientos electorales: voto sincero y voto estratégico», en Sistemas políticos…op. cit., pp. 55–88.

_______ (coordinador) (2005): Capi di governo, Bolonia, Il Mulino, 376 pp.

_______ (2006): I sistema elettorali, Bolonia, Il Mulino, 95 pp.

_______ (2007): La democracia exigente, Madrid, Alianza Editorial, 88 pp.

_______ (2009): «Números y ciencia política. Contar en la ciencia política lo que cuenta», en Andamios, vol. 11, núm. 6, pp. 129–148.

_______ (2010): «La ciencia política en un mundo en transformación», en STUDIA POLITICÆ, núm. 21, Córdoba, p. 24.

_______ (2011): Nuevo curso de ciencia política, México, FCE, 389 pp.

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_______ (2011b): «Orden político y democratización», en Revista SAAP, vol. 5, núm. 2, Buenos Aires, Sociedad Argentina de Análisis Político, pp. 423–435.

______ & Riccardo Pelizzo (2014): The culture of accountability, London, Routledge,186 pp.

_______ (2014a): «Liderazgo personal, política partidista y calidad de la democracia: El caso de Italia», en Revista de la Asociación Mexicana de Ciencias Políticas, año 2, núm. 2, México, pp. 91–115.

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_______ (2015): «Populismo, instituciones y Unión Europea», en Cuadernos de Pensamiento Político, núm. 47, Madrid, FAES, pp. 21–34.

_______ (2015a): «Gobernabilidad», en Bobbio et. al.Diccionario…op. cit., pp. 703–710.

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_______ et al (editors) (2019): The History of the European Union: Constructing Utopia, London, Bloomsbury Publishing, 1068 pp.

_______ (2019a): «The State of the Italian Republic», en Contemporary Italian Politics, vol. 11, núm. 2, pp. 195–204.

_______ (2020): Bobbio y Sartori: comprender y cambiar la política, Buenos Aires, Eudeba, 214 pp.

_______ (2020a): «Los sistemas de partido en Italia: una evolución inacabada», en Revista de Estudios Políticos, núm. 189, Madrid, CEPC, pp. 19–39.

_______ (2023): «On the disappearance of leftist political idea(l)s», en Journal of Modern Italian Studies, vol. 28, núm. 5, pp. 525–537.