Quando crollano le dittature @DomaniGiornale

Come si fa a dire se l’uccisione di Navalny rafforza o indebolisce Putin? Ci si potrebbe anche chiedere se rafforza o indebolisce l’opposizione russa fine a porre l’interrogativo degli interrogativi: che cosa rafforza o indebolisce un regime autoritario come quello costruito da Putin? Per saperne di più, il paragone con Mussolini e l’assassinio di Giacomo Matteotti suggerisce l’esistenza di differenze piuttosto che somiglianze. In quella fase Mussolini non era ancora in controllo del sistema politico. La sua rivendicazione di piena responsabilità politica, morale, storica di quell’assassinio, in parte fu un azzardo, ma servì a dimostrare a tutti gli oppositori la volontà e la convinzione del Duce di avere acquisito un potere non impunemente contestabile. Quel potere Putin lo detiene e lo esercita da anni.
Di tanto in tanto i capi autoritari debbono, anche solo a scopi dimostrativi, fare vedere che non hanno remore a ricorrere al potere nella maniera più brutale possibile. Il potere logora chi non ne fa uso. Spesso ai detentori del potere autoritario non è neppure necessario dare ordini. I loro sostenitori ne conoscono le preferenze, sanno quali sono le priorità, mirano a soddisfarle per acquisire meriti agli occhi dei potenti. Gli opportunisti sono molto numerosi nei regimi autoritari. Lo furono anche nel fascismo. In assenza di criteri espliciti, sanciti e osservati, le loro carriere dipendono, più o meno abbondantemente e pericolosamente, proprio dal loro opportunismo nel compiacere il leader. Costui può risultare indebolito quasi soltanto se uno o più specifici atti di opportunismo ad opera di troppi solerti sostenitori nel suo circolo ristretto lo rendessero ricattabile. Qualora uno o più degli opportunisti minacciasse di rendere note le circostanze, gli avvenimenti, gli esecutori e il gradimento del leader per comportamenti violenti (e corrotti). Nell’Italia che diventava fascista molte informazioni in una varietà di forme circolavano ancora. A quel che si sa della Russia di Putin, non solo esiste robusta la censura ex-post, ma tutte o quasi le informazioni sensibili possono essere soppresse e per lo più lo sono.
L’assassinio di Navalny manda informazioni diverse ai diversi protagonisti della scena politica e sociale russa. Prima sovrastante informazione: Putin non ha remore nell’eliminare qualsiasi oppositore, a maggior ragione se l’oppositore è importante, probabilmente il più importante. E, quel che conta molto, procede a quell’eliminazione a prescindere da qualsiasi considerazione. Potrebbe anche averlo fatto in base alla percezione che la figura di Navalny catalizzasse un consenso, anche se minimo, crescente. Vale a dire che Putin avrebbe reagito ad una percezione di pericolo, peraltro, non individuato e non reso noto da nessuna fonte di informazione. Oggettivamente, scomparso Navalny, non esiste un oppositore di pari statura neppure Vladimir Kara-Murza, comunque già in carcere con condanna a venticinque anni di detenzione. Con tutto il suo coraggio e la sua dedizione non sarà affatto facile alla sua vedova ereditare il ruolo di Navalny. Tuttavia, qualcosa potrebbe muoversi a Mosca e dintorni.
Il grande studioso dei regimi autoritari, lo spagnolo Juan Linz (1926.2013), suggerirebbe, credo, di andare alla ricerca di eventuali dissenzienti nel circolo dei sostenitori di Putin e di capire quali sono i motivi della loro insoddisfazione. Le sanzioni già in atto hanno provocato una riduzione del loro tenore di vita? Quanto gli oligarchi, e quali, uomini ovviamente senza scrupoli e senza vergogna, fino a quando sono disposti ad assecondare Putin? Quanto sono/sarebbero in grado di comunicare fra loro, di organizzarsi e coordinarsi, di, questo è il passo più difficile, trovare un leader gradito a tutti? E quali passi saprebbero fare per coinvolgere le personalità importanti e necessarie nei vertici dei due più importanti apparati: la importantissima polizia segreta (che, probabilmente, Putin continua a conoscere come le sue tasche) e le Forze Armate?
In definitiva, almeno in prima istanza, l’assassinio di Navalny rende Putin più forte all’interno della Russia. Le reazioni esterne risultano sostanzialmente irrilevanti. Poiché l’indagine sulle cause della morte dell’oppositore è ancora in corso può essere che alcune risultanze creino imprevedibili tensioni nel circolo putiniano ristretto. Quel che è sicuro è che i dittatori che lanciano guerre d’aggressione perdono il potere quando non vincono, ma perdono quelle guerre.
Pubblicato il 23 febbraio 2024 su Domani
Il terzo mandato e i peccati di una riforma ad personam @DomaniGiornale

“Un lavoro sono in grado di trovarmelo da solo”. No, non sono parole di Luca Zaia, Presidente della Regione Veneto; non di Stefano Bonaccini, Presidente della Regione Emilia-Romagna; neanche di Matteo Ricci, attivissimo sindaco di Pesaro. Tutti al termine del loro secondo e ultimo mandato, da un lato, sperano che venga eliminato il limite ai due mandati, dall’altro, attendono che qualcuno, il partito, trovi un lavoro per loro. Nessuno di loro è in grado di pronunciare le parole di Mario Draghi. L’attaccamento alla (no, non scriverò “poltrona”) carica è evidente. Non è etichettabile come passione. Qualcuno, non chi scrive, direbbe “occupazione”, forse, un po’ meglio, “professione”. Certamente, è non osservanza delle regole istituzionali notissime a chi si candidò a quelle cariche una decina di anni fa. Zaia ha dichiarato che a decidere della continuazione dei mandati, a cominciare dal suo, dovrebbero essere gli elettori. Questa dichiarazione ha un retrogusto populista. Fa parte del problema che la legge che contempla il limite ai mandati voleva contrastare e risolvere, vale a dire, evitare la cristallizzazione del potere di sindaci e poi di presidenti a lungo in carica, diventati molto popolari e in grado di sfruttare, spesso inevitabilmente, le relazioni intessute del corso del tempo e anche, altrettanto inevitabilmente, la capacità di distribuire in maniera selettiva le risorse.
Il ricambio nelle cariche, tecnicamente la circolazione delle elites politiche, è (quasi) sempre positivo anche per la circolazione delle idee, delle proposte, delle soluzioni. Un buon ricambio caratterizza le democrazie meglio funzionanti. Naturalmente, in democrazia è sempre possibile cambiare le leggi. Anzi, una delle caratteristiche politiche più apprezzabili delle democrazie è che tutti i protagonisti e il regime stesso sono in grado di imparare, di risolvere gli errori, di individuare soluzioni migliori. Fu un errore mettere un limite ai mandati di governo dei sindaci e poi dei Presidenti di regione? L’abolizione di quei limiti può essere presentata e giustificata come una soluzione istituzionale preferibile all’esistente?
Però, l’appassionante (sic) dibattito attuale non verte su questi punti problematici. Premesso che le regole istituzionali possono essere cambiate come si è fatto in Italia da quarant’anni ad oggi, e ancora si farà, purtroppo non proprio con miglioramenti epocali (scusate l’eufemismo), la regola delle regole, non solo in politica, è che non debbono mai essere cambiate, in corsa, di corsa, durante il gioco. E, se vengono cambiate quando il gioco è in corso, le nuove regole non possono valere se non trascorso un certo periodo di tempo, in questo caso, almeno tutto un mandato. Alcuni sindaci, terminato il doppio mandato, sono tornati campo, con successo, ma anche no, dopo avere saltato un turno.
Detto che le regole possono essere cambiate, bisogna aggiungere, ma non dovrebbe essere necessario, che è imperativo che le motivazioni siano assolutamente di natura istituzionale: la possibilità di svolgere un terzo mandato implicherebbe/rà un salto di qualità nei governi locali; darebbe un contributo decisivo al buongoverno degli enti locali, potenzialmente di tutti quegli enti dalle Alpi alla Sicilia. Invece, l’estensione del terzo mandato viene giustificata con riferimento agli occupanti e ai loro partiti, ragioni personali e partitiche. La Lega è favorevole perché senza Zaia “perderebbe” il Veneto. Nel Partito Democratico qualcuno sostiene, forse, l’estensione perché teme di non sapere come sostituire alcuni governanti locali e come e dove “piazzare” gli uscenti. Fratelli d’Italia ha dalla sua l’osservanza della legge sull’esistenza dei limiti ai mandati e della loro applicazione senza eccezioni anche perché ne deriverebbe un notevole riequilibrio del potere locale a suo vantaggio. Ho l’impressione che questa brutta storia finirà con la vittoria dell’opportunismo variamente declinato piuttosto che delle regole esistenti. Se perdono coloro che sostengono che regolae sunt servandae , saranno sconfitti anche i molti cittadini democratici che ritengono che la democrazia è rule of law, governo della legge.
Pubblicato il 21 febbraio 2024 su Domani
Modelli sbagliati e troppa confusione. Il premierato dello stivale non esiste @DomaniGiornale

Premierato è la traduzione italiana di premiership, governo del Primo ministro. Tecnicamente, è la variante delle democrazie parlamentari nata in Inghilterra e dagli inglesi diffusa ovunque andavano. Per molte buone ragioni, gli americani decisero di scegliere diversamente e costruirono la prima, non necessariamente la migliore (gli innovatori corrono sempre dei rischi), repubblica presidenziale. Quando cominciarono a votare, nei sistemi politici derivanti da quella che chiamo la diaspora anglosassone, decisero tutti di utilizzare il sistema elettorale inglese: maggioritario a turno unico in collegi uninominali, con qualche variazione in Australia, con piccolo ritocco proporzionale trent’anni fa in Nuova Zelanda, quasi integrale in Canada. Tutti questi paesi sono democrazie parlamentari in cui il governo è guidato dal capo del partito che ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi diventando automaticamente Primo ministro. Esiste la possibilità che il suo stesso partito lo sostituisca e che il nuovo capo partito gli subentri, prassi che non desta scandalo alcuno, come Primo ministro. Nel Regno Unito, i casi recenti sono numerosi, ma i Conservatori procedettero a più di una sostituzione già negli anni Cinquanta del secolo scorso e nel 1990 con Margaret Thatcher. Un paio di volte anche i laburisti agirono allo stesso modo, persino sostituendo Tony Blair (2007). La flessibilità/adattabilità delle democrazie parlamentari è il loro punto di forza. L’elezione popolare diretta non ha nulla a che vedere con il governo del Primo ministro, con il Premierato, e neppure con il parlamentarismo.
Poco e male informato sugli elementi costitutivi delle forme di governo, il dibattito italiano combina intenti manipolatori con errori grossolani. Per respingere il premierato, Luciano Violante, ex-presidente della Camera dei deputati (1996-2001), afferma che “il modello è superato e si rischia l’instabilità”. Più semplicemente, il “modello” non esiste. Quanto all’instabilità, non mi pare il rischio maggiore che è, piuttosto, quello dell’immobilismo politico e decisionale di un Primo ministro che “ricatta” la sua stessa maggioranza per non farsi sostituire minacciando lo scioglimento del Parlamento, poiché questo potere non sarà più nella disponibilità del Presidente della Repubblica. Perso il potere di nomina del Primo ministro, eletto direttamente dal popolo, ma anche del suo eventuale successore scelto fra i parlamentari della stessa maggioranza, al Presidente rimarranno molti poteri, ha dichiarato qualche tempo fa a RaiNews 24 Sabino Cassese, a cominciare da quello, art. 87, di rappresentare “l’unità nazionale”. Non sono sicuro che questa rappresentanza possa configurarsi come potere, forse, meglio, è un dovere, un compito, una funzione, e che possa indennizzarlo della sottrazione dei due poteri istituzionali con i quali Scalfaro, Napolitano, Mattarella hanno significativamente contribuito a fare la storia d’Italia dal 1992 ad oggi.
Dettagli. “L’importante”, dice il capogruppo di FI al Senato Maurizio Gasparri, è che ci sia “una presenza diretta ed incisiva degli elettori nelle scelte fondamentali della vita della Repubblica”. Magari, non sono il solo a pensarlo, facendo leva su una legge elettorale che consenta ai cittadini di votare per i parlamentari. La conclusione di Gasparri è lapidaria e inquietante: “la vera democrazia è l’elezione diretta del premier”. Sconcerto e panico non soltanto nell’Europa patria delle democrazie parlamentari che ritengono che democrazia è diritti civili, politici, sociali più separazione dei poteri, freni e contrappesi, accountability (responsabilizzazione), ma che non riesce a trovare nessun testo a conforto della affermazione gasparriana. Meno che mai rovistando, come è sempre consigliabile, nei classici italiani della democrazia scritti da Norberto Bobbio e da Giovanni Sartori.
Elezione popolare diretta sia, afferma in un molto lungo, molto pensoso, molto arrembante articolo Antonio Polito, editorialista di punta del “Corriere della Sera”. Però, è assolutamente indispensabile che l’elezione del premier “non sia finta e preveda [richieda? Imponga?] la maggioranza assoluta”: 50% più uno. “Si può scegliere la formula con cui questo avviene [mi incuriosisce molto l’eventuale esistenza di più formule, vorrei saperne di più], ma dal Presidente degli Stati Uniti a quello francese, fino al sindaco di Varese o [perché o? precisamente e] di Catanzaro, sempre di un ballottaggio si tratta”. Concordo pienamente sulla richiesta di ballottaggio, che, peraltro, il centro-destra vorrebbe addirittura eliminare come formula per eleggere i sindaci, ma negli USA, no, proprio non c’è nessun ballottaggio. Peggio, nel 2000 George W. Bush vinse con 500 mila voti meno di Al Gore e nel 2016 Hillary Clinton perse con 3 milioni di voti più di Donald Trump. Comunque, Polito ha dovuto riferirsi, seppure sbagliando clamorosamente l’esempio, al presidenzialismo USA e al semi-presidenzialismo francese, che sono decisamente, significativamente, assolutamente due modelli (questi sì) di governo distinti e distanti. Il semi-presidenzialismo non è affatto Presidenzialismo a metà (titolo del libro di Michele Marchi, il Mulino 2023, sottotitolo Modello francese, passione italiana). Non è neanche qualcosa di più del parlamentarismo. È una forma/modello di governo a se stante. Che funziona in un buon numero di democrazie, non solo europee.
Quanto al presidenzialismo, non solo nella versione USA, il suo principio fondante è simul stabunt (sed numquam cadent): il Presidente non può sciogliere neppure il più riottoso e nocivo dei Congressi e mai il Congresso può sfiduciare e cacciare il più incapace e pericoloso dei Presidenti tranne che con la difficoltosissima procedura dell’impeachment. Sono costretti a convivere, qualche volta è governo diviso e stallo, non decisionismo possente, come ritengono troppi presidenzialisti e antipresidenzialisti italiani.
Il premierato dello stivale non esiste. La proposta non è emendabile. Deve essere respinto senza mercanteggiamenti né sopra né sotto banco. Rafforzare il capo del governo senza snaturare la democrazia parlamentare italiana è possibile con la semplice introduzione del voto di sfiducia costruttivo. Sembra che alcuni esponenti del PD, che appoggiarono pancia a terra le confuse riforme costituzionali del renzismo maramaldeggiante, abbiano scoperto oggi il voto di sfiducia costruttivo, che nel 2016 non seppero/osarono suggerire a Renzi. Il più manovriero di loro, l’ex-parlamentare Stefano Ceccanti, professore di Diritto Costituzionale ha (Newsletter del Mulino 8 gennaio 2024) ha arruolato a sostegno di una qualche riforma nel solco del Premierato un quartetto di cattolici, nessuno dei quali può replicare: Dossetti, Moro, Elia, Scoppola. Però, è noto che tutti aborrivano l’elezione popolare diretta del capo dell’esecutivo. Tutti avrebbero trovato risibile il surrogato consistente nello scrivere sulla scheda il nome del candidato Presidente del Consiglio: mediocre escamotage di personalizzazione della politica, déjà vu.
I minipremieratisti ripudiano l’elezione popolare diretta del Primo ministro e chiedono l’indicazione vincolante sulla scheda del nome del candidato al quale, diventato capo del governo, vogliono attribuire poteri di tipo “europeo”: fiducia, sfiducia, indizione di elezioni anticipate, nomine e revoca dei ministri. Senza sapere come questi poteri saranno delineati in pratica, fiducia e sfiducia sono poteri del Parlamento, è impossibile dare una valutazione. Certo è che verrà ridimensionato il ruolo del Presidente della Repubblica fino a farne una figura cerimoniale. Non mi sento neanche di concludere con l’invito a provare ancora. Ci hanno già provato con il disegno di legge costituzionale “Norme per la stabilizzazione della forma di governo intorno al Primo Ministro e per il riconoscimento di uno Statuto dell’opposizione” (Tonini, Morando et al, 31 luglio 2002). Cambino strada, e con loro, sperabilmente, tutte le sparse, ma non scomparse, opposizioni.
Pubblicato il 18 febbraio 2024 su Domani
Medio Oriente, c’è un tempo per distruggere e uno per (ri)costruire. Il commento di Pasquino @formichenews

Nessuno può dettare la linea a uno Stato indipendente che è sempre esposto a credibili minacce di estinzione. Tuttavia, proprio per questo, il governo di Netanyahu deve prendere sul serio le critiche, a cominciare da quelle che nascono dall’interno, e delineare alternative proporzionate all’annientamento fisico dei palestinesi di Gaza (e dintorni). Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza Politica
Fa il suo dovere di diplomatico nominato dal governo di Israele, l’ambasciatore in Vaticano. Gli riconosciamo la facoltà di replicare con l’aggettivo regrettable alla definizione “sproporzionata” data dal Cardinale Parolin alla risposta dello Stato d’Israele al movimento terroristico Hamas. Ma, sbaglia. Un conto è perseguire l’obiettivo della distruzione di Hamas, a mio parere legittimo, ma sostanzialmente impossibile; un conto molto diverso è mirare a conseguire quell’obiettivo attraverso azioni che pongano a rischio la sopravvivenza dei palestinesi in tutta la striscia di Gaza. Con buona pace (quanto malamente sgraziate sono queste due parole!) dell’Ambasciatore israeliano, quella degenerazione di risposta merita integralmente l’aggettivo sproporzionato. E non credo che Parolin debba rimpiangere quell’aggettivo né pentirsi della sua valutazione purché sia consapevole di avere tagliato i ponti di qualsiasi ruolo vaticano in una, peraltro già improponibile, mediazione.
Invece di ribattere colpo su colpo, l’Ambasciatore di Israele e con lui il Primo ministro Netanyahu dovrebbero cercare di capire che i comportamenti militari del governo Israeliano stanno alienando, non le simpatie occidentali nei loro confronti, purtroppo, mai particolarmente elevate, ma il sostegno di larghi settori di opinione pubblica. Essendo una società aperta, all’interno dello Stato d’Israele esiste una opposizione laica, certamente minoritaria che già ritiene esagerata, per l’appunto sproporzionata, la risposta del governo, sicuramente controproducente rispetto ai fini di corto periodo e alla sicurezza dello Stato nel lungo periodo. Le guerre possono essere vinte e perse anche grazie alle opinioni pubbliche. Le paci possono essere ottenute e salvaguardate da quelle opinioni pubbliche (ma, sicuramente anche da una indefinita dose di risposte armate credibili).
Freddamente e oggettivamente, i governanti israeliani attuali dovrebbero sapere che, non solo nel mondo dei paesi in via di sviluppo, dei Brics e degli aspiranti tali, ma anche in Occidente, già in partenza non godono di una grande riserva di apprezzamento. Molti continuano ad esplorare le radici profonde e nodose dell’antisemitismo, molti sottolineano piuttosto il loro antisionismo che, correttamente inteso come opposizione e rifiuto dell’esistenza di uno Stato ebraico, è anche peggio. Rimane chiaro, netto, visibile il fenomeno, attuale, ma che si estende, di minore sostegno, quando non anche di aperta critica ai comportamenti delle Forze Armate e del governo di Israele. Regrettable? Alcune critiche sono da deplorare altre da respingere altre da comprendere nella loro portata e negli obiettivi che suggeriscono. Nessuno può dettare la linea a uno Stato indipendente che è sempre esposto a credibili minacce di estinzione. Tuttavia, proprio per questo, il governo di Netanyahu deve prendere sul serio le critiche, a cominciare da quelle che nascono dall’interno, e delineare alternative proporzionate all’annientamento fisico dei palestinesi di Gaza (e dintorni). C’è un tempo per distruggere e c’è un tempo per (ri)costruire.
Pubblicato il 15 febbraio 2024 su Formiche.net
La difesa della Costituzione. Minoranze, Titolo V, Legge elettorale #intervento In onore di Felice C. Besostri @RadioRadicale
Le elezioni decisive e il “momento Spinelli” @DomaniGiornale

“Non avremmo voluto mai prendere questo provvedimento, ma ce lo chiede l’Europa”. Questa frase l’abbiamo sentita tantissime volte pronunciata con faccia mesta da molti politici, più da coloro che stanno al governo che dagli oppositori. La chiamerò la sindrome dell’alibi. “No, questo, fosse per noi, se solo potessimo, lo faremmo subito e di più, ma le regole europee ce lo vietano. Purtroppo, dobbiamo rinunciarvi, ma la colpa è dell’Europa”. Questa è, invece, precisamente la sindrome della capra espiatoria (sic). Entrambe le sindromi sono simultaneamente presenti nel dibattito italiano. Probabilmente godranno di un’impennata non appena, presentate le liste e le candidature, anche quelle civetta, comincerà la campagna per l’elezione del Parlamento europeo.
Troppo spesso, se non, addirittura, quasi sempre, gli europeisti non reagiscono in maniera efficace. Non sanno, come suggerirebbero gli esperti di comunicazione politica, controinquadrare (frame) le tematiche salienti e dettare una diversa agenda del discorso politico. Tanto per cominciare l’Europa siamo noi, non è un qualcosa di separato da e di estraneo alle nostre vite, di ieri, di oggi, e ancor più, di domani. Siamo noi che eleggiamo gli europarlamentari italiani; è il nostro governo che nomina il rappresentante italiano nella Commissione, i nostri ministri in tutti i comitati interministeriali addetti alle politiche di settore e la Presidente del Consiglio che fa parte per l’appunto del Consiglio dei capi di governo. Se le decisioni che sono prese in queste istituzioni non tengono conto delle proposte italiane e vanno a scapito degli interessi nazionali potrebbe non essere un complotto dei poteri forti europei tutti coalizzati per oscure ragioni contro l’Italia. Sarebbe opportuno, piuttosto, interrogarci sulla qualità delle nostre proposte, sulla capacità dei nostri rappresentanti di creare coalizioni per proteggere e promuovere nel quadro europeo i nostri interessi, sulla credibilità del, come si dice con espressione che merita di essere analizzata e chiarificata, “sistema paese”.
Qualsiasi alibi e qualsiasi tentativo di gettare le colpe su una o più capre espiatorie peggiorano la situazione dei paesi e dei loro dirigenti che vi fanno ricorso. Nel rapporto democratico fra governanti e cittadinanza, agli europeisti si offre l’opportunità e corre l’obbligo di mettere in evidenza quanto l’Unione Europea è progredita, nonostante enormi e drammatiche sfide, una delle quali, l’aggressione russa all’Ucraina, è tuttora in corso, un’altra, la pandemia da Covid, è stata sconfitta proprio grazie al coordinamento in sede europea e alle risorse messe in comune. Europeismo per gli italiani che ci credono e vogliono più Europa significa rifarsi agli scritti e alle azioni impetuose, incessanti, infaticabili di Altiero Spinelli e alle prospettive da lui delineate e perseguite: l’unificazione politica dell’Europa. Spinelli sapeva guardare indietro e rallegrarsi dei risultati ottenuti, senza mai però accontentarsi. Lo farebbe anche nelle condizioni, difficili, attualmente date. Ha subìto e subirebbe delle sconfitte, ma proprio come il politico per vocazione così brillantemente individuato da Max Weber, direbbe: “Non importa, ricominciamo”, avendo imparato e svolto un’opera di pedagogia politica europeista a tutto campo.
Nel processo di unificazione europea, complicato, faticoso, contrastato, aperto a una molteplicità di soluzioni, esiste spesso un “momento Spinelli”. È quello nel quale i progressisti hanno il compito di unire le forze e mobilitare cittadini in nome di quel molto che l’Europa ha già fatto per noi e di quel di più che c’è e rimarrà ancora da fare con il contributo essenziale dei cittadini europei. Le elezioni dell’Europarlamento 2024 sono sicuramente quel “momento”.
Pubblicato il 14 febbraio 2024 su Domani
Premieratisti scambisti, imparate dal diritto costituzionale comparato e dalla politica comparata
Nessuna proposta di riforma della democrazia parlamentare ha senso se non tiene insieme governo (e suo capo) e Parlamento (e sistema elettorale che gli dà vita). La varietà feconda dei parlamentarismi contemporanei contempla una molteplicità di soluzioni, disponibili solo per coloro che, oltre a qualche conoscenza di diritto costituzionale comparato (non, sembra, la specialità dei premieratisti), può fare affidamento sulla politica comparata. Non è il caso dei premieratisti scambisti.
A volte ritornano… I “grandi” sostenitori delle riforme renziane ci riprovano. È solo un fumoso déjà vu
Torna il Gotha di coloro che appoggiarono le riforme costituzionali renziane e persero alla grande il referendum/plebiscito. Propongono a Giorgia uno scambio: lei abbandoni l’elezione popolare diretta del Premier e loro gli offrono/congegnano un sacco di belle robine di tipo “europeo”. Affastellano fiducia/sfiducia; nomina e revoca dei ministri; indizione delle elezioni, tutto déjà vu, ripetitivo e vago. Inaccettabile da Meloni, ma anche da chi pensa e sa che il problema delle democrazie parlamentari sta nella formazione e nel funzionamento delle coalizioni, non nel capo del governo.
Vittorio Sgarbi e dintorni. Il brutto affare delle cariche pubbliche e degli interessi privati @DomaniGiornale

Il liberalismo politico nasce per sostituire nelle decisioni di governo il potere delle risorse, in special modo economiche, con il potere del voto. Fu e rimane un obiettivo tanto ambizioso quanto difficile da conseguire, ma indispensabile per le democrazie e la loro qualità. Ci sono molti modi per fare politica in democrazia: per spirito di servizio e per passione, ma non è da sottovalutate l’ambizione. Ottenere e utilizzare le cariche politiche, di rappresentanza e ancor più di governo, per produrre miglioramenti nella società e nel sistema politico, avendo in ricompensa la rielezione, cariche più elevate, prestigio e riconoscimenti e, al punto più elevato, “entrare nella storia”. Gli ambiziosi che hanno queste motivazioni sono uomini e donne politiche delle quali i cittadini possono fidarsi. Preferiranno e perseguiranno interessi generali, pubblici anche se a scapito di loro eventuali interessi privati. Comunque, riterranno che loro interesse superiore non è l’arricchimento, ma il riconoscimento dell’operato al servizio del paese. L’affermarsi di queste persone in politica è la migliore garanzia della democrazia, non solo liberale, e al tempo stesso, uno degli esiti migliori del suo funzionamento.
In politica, nella politica democratica che è aperta a tutti, nei limiti delle loro capacità, desideri, obiettivi, entrano anche uomini e donne che mirano a proteggere e promuovere i loro interessi privati, le loro attività personali. Raramente, ma eccezionalmente, costoro sono i grandi ricchi. Infatti, sono loro che possono influenzare direttamente le decisioni e i decisori con il denaro e le loro reti di relazioni. Molto più spesso, invece, troviamo chi in qualche modo è riuscito a conquistare una carica elettiva e di governo per la sua popolarità, sull’onda dell’avversione per i politici di mestiere, esibendo qualche sua competenza specifica. Fino a che di sola rappresentanza si tratta, chi volesse perseguire suoi interessi personali dovrebbe convincere il suo partito e i relativi ministri e poi una maggioranza di parlamentari. Potremmo ritenere quell’interesse deleterio per il bene comune, ma se è stato premiato da procedure democratiche, trasparenza e votazioni, l’alternativa praticabile consiste nello sconfiggere la maggioranza in carica e costruire un governo diverso.
Potremmo anche criticare i partiti che reclutano parlamentari di quel tipo. Più grave è, in partenza, la situazione quando il reclutamento dei ministri, vice-ministri e sottosegretari viene effettuato senza tenere conto del potenziale conflitto d’interessi. Questo punto, ovvero che altri esponenti del governo Meloni si trovano in un conflitto d’interessi, è stato sostenuto dall’(”ex”?) Sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi. La sua denuncia, molto tardiva, che andrebbe, comunque, verificata, non serve a cancellare il suo personale conflitto di interessi accertato dall’Antitrust. Non è una buona linea difensiva quella che si basa sulla semplice constatazione che, con i suoi scritti, le sue consulenze, le sue inaugurazioni di mostre e musei, tutto rigorosamente a pagamento, il Sottosegretario sta semplicemente continuando la sua (lucrosa) attività professionale. Al contrario, è una cospicua aggravante. Sarebbe sufficiente sottolineare l’alta probabilità che le sue attività private sottraggano tempo al suo compito pubblico che, ovviamente, dovrebbe essere preminente, esclusivo.
Se conflitto d’interessi significa specificamente uso della carica pubblica per obiettivi privati, allora il conflitto esiste, verticalmente. Potrebbe, meglio avrebbe potuto essere evitato se il Sottosegretario avesse con una nobile dichiarazione preventiva, rinunciato alle sue numerose attività professionali, che invece ostenta, per tutta la durata del suo mandato. Data la sua popolarità è certo che le avrebbe sicuramente recuperate con gli interessi, in seguito. Che un conflitto fra la carica pubblica e le attività professionali esista anche per altri uomini e donne di governo in Italia spetta stabilirlo alle varie autorità preposte a questo controllo. Più di un segnale sparso suggerisce che nell’assegnare le cariche di governo probabilmente la Presidente del Consiglio non ha prestato sufficiente attenzione alla tematica del conflitto di interessi. È ora di porre rimedio a situazioni deprecabili, dannose per la funzionalità del governo e la qualità della democrazia.
Pubblicato il 7 febbraio 2024 su Domani

