Senza idee l’egemonia culturale è pura chimera @DomaniGiornale

Sbagliata l’impostazione sbagliata la prosecuzione, per capire cos’è l’egemonia culturale è indispensabile avere idee. In cultura nessuna egemonia, meno che mai connotata da un marchio politico: di sinistra, di destra, di centro, populista, sovranista, e, a maggior ragione, democratica, si acquisisce occupando posti. Certamente, grazie alle nomine e alle graziose, ma spesso, poi, anche esigenti, concessioni ad opera dei detentori, più o meno temporanei e voraci, del potere politico, è possibile avere spazi, occupare luoghi, ottenere cariche. Però, senza idee e senza persone portatrici di idee non ne (con)seguirà nessuna egemonia. La situazione non sarà pienamente definibile con le parole di Shakespeare, la cui personale “egemonia” culturale è enorme, “molto rumor per nulla” soltanto perché le prebende, i vantaggi materiali, la visibilità per un numero notevole di intellettuali e per molti settori dell’opinione pubblica (quasi sicuramente anche degli influencers e dei loro followers) è tutt’altro che nulla. Anzi, prebende, vantaggi, visibilità, soprattutto popolarità, aggiungerei, ma solo perché sono un intellettuale radical chic, effimera sono quasi tutto quello che, desiderandolo, riescono a concepire.

La reimpostazione del discorso deve, non soltanto a mio parere, ripartire dalla riflessione sull’esistenza di molteplici centri di attività culturale, dal pluralismo e dalla libertà di produzione, pubblicazione, diffusione delle idee, cioè, dalla democrazia. In questo contesto, oggi fortunatamente ancora aperto e differenziato, nonostante i preoccupati (e preoccupanti) cantori della crisi della democrazia, esiste una egemonia, spesso sfidata, ma molto resiliente: quella dei valori, soprattutto della libertà, variamente declinata in diritti civili, politici, persino (sic) sociali, del pluralismo e della competizione. In democrazia, pertanto, tutti i modi di fare cultura nelle arti, in musica, in letteratura, nel cinema possono essere praticati. Talvolta, qualche modalità risulterà più diffusa, più accettata, più apprezzata. Difficilmente sarà l’unica e continuerà a essere sfidata e messa in discussione. Se è cultura potrà anche vedere ridursi il suo ambito di influenza e successo, verrà superata in “popolarità”, ma avrà comunque acquisito un suo posto nella storia delle arti, della musica, della letteratura. Con enfasi retorica è opportuno e giusto affermare che le idee che hanno dato vita e innervato l’evoluzione della cultura non muoiono. Continuano a essere fonti di ispirazione, di imitazione, di apprendimenti. Le grandi scuole di cultura sono state fondate e guidate da persone di cultura che non dovevano la loro visibilità e la loro influenza a nessuno, meno che mai alla politica e ai politici, ma soltanto alla forza delle loro idee e delle loro capacità. Molto è cambiato, soprattutto nelle modalità di comunicazione e diffusione delle idee. Forse, persino in meglio. La scena culturale è ormai legata strettamente alla globalizzazione. Leggerei l’espressione “nessuno è profeta in patria”, in maniera all’altezza dei tempi. Fare cultura richiede la conoscenza, il confronto, la competizione su scala globale. Continueremo a vedere e capire le differenze fra conservatorismo e progressismo, fra processi culturali innovativi, fra idee che si espandono e si ritraggono. Potremo anche notare che alcune idee acquisiscono egemonia, quanto duratura o temporanea lo si valuterà dopo. Ma egemoni non saranno automaticamente e neppure frequentemente le idee di chi occupa cariche di vertice per nomina politica. Talvolta, proprio al contrario: egemoni saranno coloro che ha ottenuto quelle cariche come riconoscimento della “genialità” delle loro idee. Ripensare l’egemonia culturale è un impegnativo compito per i produttori di idee.

Pubblicato il 31 gennaio 2024 su Domani

Premierato: la proposta Meloni non garantisce stabilità, tantomeno garantisce efficacia al Governo

I modelli di governo hanno una logica che non è mai esclusivamente giuridica. Anzi, è una combinazione feconda di norme giuridiche e di principi politici. L’elezione popolare diretta del Primo ministro, scelta politica quant’altre mai, non giuridica, è stata effettuata tre volte in Israele, poi abbandonata a causa dei non buoni esiti. La proposta Meloni è incompleta e inadeguata. Promette stabilità, ma non può garantirla. Meno che mai garantisce efficacia al governo del Primo ministro. En attendant quale legge elettorale sarà di accompagno e quale difficilissimo rinvigorimento dei partiti si tenterà di promuovere, grazie, no: nessun premierato.

L’egemonia culturale si conquista con la competizione delle idee non occupando posti di potere

Da quando l’egemonia culturale si conquista, non producendo idee, ma, occupando posti? Da quando l’egemonia culturale è un prodotto nazional-sovranista che pensa di poter fare a meno di confrontarsi con il mondo globalizzato e con le idee e i valori dell’Unione Europea? Ripensare l’egemonia in chiave di competizione in democrazia e per la democrazia, oggi (e ieri).

Le virtù di Gigi Riva che dovremmo re imparare @DomaniGiornale

Giggirriva è stato un giocatore straordinario e un uomo ammirevole, di grandi, mai ostentate virtù. “I giocatori come Riva”, ha scritto Gianni Rivera che se intende, ”sono come i classici, avrebbe potuto giocare in qualsiasi epoca e sarebbe stato forte comunque”. Proprio così. In quello che, forse, è il suo appellativo più azzeccato, il giornalista sportivo Gianni Brera lo definì Rombo di tuono. Quel Rombo non è imitabile, ma fortunatamente rimane nelle registrazioni delle migliori radio e telecronache e in alcune bellissime, so che devo aggiungere “ingiallite”, fotografie. Nella mia mente di giovane spettatore è rimasta la foto memorabile e, qui piacevolmente e compiaciutamente, cedo alla retorica, sublime della rovesciata del 1970 in Vicenza-Cagliari. Inarrestabili i suoi scatti, inarrivabili i suoi colpi di testa, Riva fu molto di più che un’ala sinistra. Il torinista che è in me lo ha talvolta rivisto in Paolino Pulici. L’amante del calcio si chiede che cosa avrebbe fatto in una grande squadra quel giocatore che fece grande il Cagliari, che diede un contributo decisivo a quel prezioso scudetto, quel realizzatore che segnò 35 gol in 42 partite della Nazionale. Sono domande alle quali Riva avrebbe risposto con un mezzo sorriso, alle quali rispose nei fatti scegliendo Cagliari, decidendo di vivere la sua vita in Sardegna, senza nessun bisogno di luci della ribalta.

    Immagino e mi auguro che tutti coloro che hanno fatto sport, anche soltanto a livello dilettantistico, abbiano allora apprezzato e, forse, anche cercato di imitare alcune qualità della persona Riva di cui era portatore, senza cedimenti esibizionistici, e alle quali rimase sempre fedele nella sua storia professionale: onore, serietà, correttezza. Non l’ho mai visto fare falletti balordi e cattivi né trascendere in sceneggiate vittimiste quando, per fermarlo nelle sue impetuose scorribande, gli avversari ricorrevano ai falli, anche brutti e pericolosi. Gli spaccarono una gamba. Non si abbandonò mai a esultanze eccessive in scherno agli avversari che aveva superato con classe, abilità e potenza. Sardo di adozione, con quella scelta combinava il meglio dello stile sportivo (e non solo) inglese: fair play, che sopravvive a fatica. La riservatezza e lo stile ne scolpiscono l’umanità. Rendono persino lecito pensare che coloro che diventano e rimangono grandi nello sport sono debitori dei loro spesso insuperati successi non solo a qualità fisiche, ma anche, in special modo a qualità mentali e morali. Persone della mia età non fanno nessuna fatica a mostrarsi consapevolmente laudatores temporis acti. Tempi nei quali c’erano giocatori con i quali Riva ha giocato e può essere paragonato, almeno Gianni Rivera e Sandro Mazzola. Non è solo nostalgia di adolescenza e giovinezza, ma la nostalgia, il ricordo doloroso di un tempo che fu, esiste eccome. Si tratta di ricordo per valori che c’erano anche nel calcio, insegnati, condivisi e alimentati da grandi allenatori che non li sacrificavano sugli altarini di più o meno immeritate vittorie strappate con qualche trucco, qualche furbata, qualche favore arbitrale. Con altri giocatori della sua epoca, Riva condivideva una visione che collegava le vittorie certo ambite all’impegno, al rischio, al sacrificio, alla lealtà. Sono virtù difficili. Sono anche tratti caratteriali che si possono imparare. Più probabile è impararli se qualcuno sa e vuole insegnarli, genitori, amici, colleghi. Forse non basteranno a creare dei vincenti, ma persone decenti, sì. Con quei valori Riva è stato vincente e più che decente. Non mi sembra che i numerosi apprezzamenti abbiano colto appieno entrambi gli elementi. So che lo ricorderò così (e lui ne sarà lieto).

Pubblicato il 24 gennaio 2024 su Domani

Le elezioni sono una cosa seria. I partiti puntino sul merito @DomaniGiornale

Condotto da più parti, dalla destra in maniera più agguerrita e diversificata, è in corso un attacco ad alcune regole formali e informali, ma anche sostanziali, che riguardano il funzionamento delle istituzioni e il modo di fare politica in democrazia. Il primo versante dell’attacco riguarda le candidature per le elezioni europee e, in misura minore, per le elezioni regionali. Qualsiasi discorso sulle candidature europee deve sempre cominciare sottolineando, ad avvertimento dei lettori e degli elettori, che esiste incompatibilità fra la carica di parlamentare europeo e quelle di parlamentari e governanti nazionali. Dunque, eletti ed elette dovranno optare per una delle cariche e se optassero per rimanere in Italia l’inganno perpetrato ai danni di chi le ha votate dovrebbe essere subito stigmatizzato. A maggior ragione quando la candidatura europea fosse utilizzata, non solo come test di popolarità, ma come modo per conquistare voti: la tentazione di Meloni. Suggerirei anche di non rivangare candidature europee passate di leader nazionali di vari partiti, poi ovviamente rimasti in Italia. Sono tutti pessimi esempi. L’uso strumentale delle elezioni europee non è destinato a rafforzare il ruolo dell’Italia, dei suoi europarlamentari e poi del suo Commissario proprio quando i prossimi cinque saranno densissimi di appuntamenti importanti e scelte decisive: riforma dei trattati e allargamento. Per l’appunto, il dibattito politico merita di centrarsi sulle posizioni e sulle proposte dei candidati e sulle loro competenze e capacità relative in special modo a quelle due grandi tematiche.

Anche nel caso delle elezioni regionali, è opportuno, nella misura del possibile, procedere alla valutazione delle prestazioni, il passato, e delle promesse/proposte delle (ri)candidature. Naturalmente, i Presidenti uscenti si presentano con un bilancio più facile da analizzare e da lodare/criticare delle proposte degli sfidanti. Già questa operazione di confronto sarebbe molto utile e offrirebbe agli elettori materiale in grado di consentire un voto meglio fondato e più consapevole. Invece, il discorso dei dirigenti di partito, soprattutto quelli facenti parte della coalizione di governo, sembra orientato verso due elementi. Primo, il riequilibrio che andrebbe a scapito della Lega e a favore di Fratelli d’Italia e, secondo, la ridefinizione del numero dei mandati consentibili.

   Sul primo punto, la questione non può non essere affidata ai rapporti di forza, ma risulterebbe molto più convincente e meno particolaristica se, come sopra, fossero utilizzati criteri che privilegiano le capacità di governo che i candidati poi vittoriosi saprebbero mettere all’opera per migliorare la vita degli elettori tutti. Qui entra in campo il criterio del buongoverno che, secondo alcuni, dovrebbe essere anteposto e prevalere sulla regola dei due mandati. Inevitabilmente, il dibattito si sposta sui nomi. In ballo non sembra essere Stefano Bonaccini, il Presidente della Regione Emilia- Romagna, in scadenza, forse pronto ad un fecondo passaggio al Parlamento europeo, quanto Luca Zaia, Presidente della Regione Veneto. La Lega non vuole rinunciare a quella Presidenza. Chiede quindi la possibilità di un terzo mandato per Luca Zaia con la motivazione che ha molto ben governato e che sarebbe un danno per i veneti se fosse costretto a lasciare. In subordine, ma difficile dire quanto, Zaia “rischia” di diventare uno sfidanti di Salvini per la guida della Lega.

La regola del due mandati per le cariche di sindaco e di Presidente di regione (a futura memoria anche per i capi dell’esecutivo nazionale, se eletti direttamente dal “popolo”) mira ad impedire incrostazioni di potere, al formarsi di reti di sostegno intorno all’eletto che lo favoriscano, ma anche che siano in grado di condizionarlo. Del terzo mandato (poi anche del quarto…) se ne potrebbe discutere, ma non in corso d’opera. Come e più che per le elezioni europee, adesso appare preferibile discutere dei contenuti e rimandare la riforma delle regole a bocce ferme. Meno opportunismo più rispetto delle regole vigenti producono una politica migliore.

Pubblicato il 17 gennaio 2024 su Domani

Gianfranco Pasquino “Torino ha imbalsamato Bobbio. Università e Comune si impegnino di più” #intervista @LaStampa

Intervista raccolta da Francesco Rigatelli

Il professore e allievo: “Per tenerlo vivo un ciclo di lezioni sui suoi temi, dalla pace alla disobbedienza”

«Lo hanno imbalsamato». Gianfranco Pasquino, 81 anni, torinese, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, difende la memoria del suo maestro Norberto Bobbio. «Il suo pensiero non è morto. Una volta mi disse che lo avevano idealizzato e non riuscivano a confrontarsi con lui. Il suo lascito è al Centro Gobetti, ma servirebbe un ciclo di lezioni a partire dalle sue tematiche, dalla pace alla disobbedienza civile, per tenerlo vivo. L’Università e il Comune dovrebbero impegnarsi di più e prendere iniziative di questo genere. L’unico tentativo in questo senso è quello di Biennale democrazia».

Che ricordi ha del suo maestro?

«Era il 1965. Mi laureai con lui come relatore con una tesi di Scienza politica. Il corso era stato attivato da poco. Io lo ebbi come docente anche di Filosofia del diritto. Teneva grandi lezioni con poche note, rari richiami all’attualità e provocando poche domande perché non ce n’era bisogna tanto era esauriente. Era il classico torinese riservato, serio senza essere severo, ironico senza esagerare».

Come scattò la scintilla tra voi?

«La mia tesi non fu eccezionale, ma ci fece incontrare diverse volte perché gli piaceva l’argomento: l’opposizione dei piccoli partiti al fascismo. Dopo andai all’estero e di ritorno mi disse che Giovanni Sartori, con cui si stimavano, cercava un assistente a Firenze. Mi spiegò che di solito non faceva raccomandazioni, ma che lo avrebbe informato della mia domanda se l’avessi presentata. Tempo dopo mi chiamò per affidarmi la redazione del dizionario Utet di politica e questo riaccese il nostro rapporto. Vinsi il concorso da professore a Bologna e tornavo a Torino per vedere mia mamma e Bobbio».

Com’erano i vostri incontri?

«All’inizio ruotavano attorno alla redazione del dizionario. Quando da parte di alcuni collaboratori arrivavano delle voci che non andavano bene lui faceva rispondere a me. Il rapporto divenne più personale e dal 1976 al 2004 anche la domenica mattina andavo in via Sacchi 66.Lui lavorava sempre e aveva quella che definiva “la rottura di palle”delle interviste che spesso lamentava non rappresentassero bene il suo pensiero. Ne ricordava in particolare una a L’Espresso che riteneva di non aver concesso».

Quali erano i suoi temi di conversazione preferiti?

«La politica, ma anche i romanzi di Pavese e Calvino o i sudamericani, e il cinema. Era un socialista di matrice azionista, dunque di grande etica, come i suoi amici tra cui su tutti Vittorio Foa. Non riuscì a fare politica perché nel 1946 non venne eletto alla Costituente e non ci riprovò. Ammirava Nenni e De Martino, mentre non condivideva i modi di Craxi, che lo definì “filosofo che aveva perso il senno”».

Qual era il suo pensiero politico?

«Riteneva che i comunisti potessero essere ricondotti alla democrazie e sostanzialmente aveva ragione. Il dialogo con loro, oltre che la sua oratoria e i suoi scritti su La Stampa, lo rese una figura centrale. Sperava in un grande partito laburista che combinasse socialisti e comunisti. Pertini lo nominò senatore a vita nel 1984. Nel 1992 circolò il suo nome per il Quirinale, ma rinunciò per non finire nel calderone come gli suggerii. Tutto cambiò quando Berlusconi vinse le elezioni. Era antropologicamente l’opposto di Bobbio, che si amareggiò profondamente. Da ultimo i leader del centrosinistra andavano a trovarlo per legittimarsi, ma lui era scettico. L’unico che stimava come persona era Prodi. Bobbio però non si sentiva un ulivista: la sinistra per lui aveva una storia e una prospettiva inestinguibili».

E il Bobbio filosofo?

«Rivaluterei Maestri e compagni, i profili dei personaggi da lui conosciuti. Non è tecnicamente filosofia, ma sono ritratti straordinari. Per il resto lui aveva due obiettivi: confrontarsi con i temi della vita e del mondo, dunque una filosofia di chiarimento concettuale. E pensare le azioni possibili e le loro conseguenze, dunque a cosa serve la filosofia e cosa può fare. In questo senso era il filosofo dell’Italia civile. Scrisse molto di pace e di ciò che è irrinunciabile a livello di valori, dal riconoscimento reciproco al rifiuto della guerra. Non era un filosofo mite, ma giusto».

Chi era il suo filosofo preferito? «Hobbes perché metteva ordine, era realista e aveva posizioni nette che lo affascinavano».

Pubblicato il 8 gennaio 2024 su La Stampa

Le due leader non ingannino gli elettori @DomaniGiornale

Non è consentito essere contemporaneamente parlamentare nazionale e europarlamentare, Qualora un/a parlamentare nazionale, candidatasi al Parlamento europeo, venga eletta dovrà inevitabilmente optare per l’uno o l’altro parlamento. La candidatura di chi sa e addirittura dichiara preventivamente che, anche se eletta, non andrà al Parlamento europeo costituisce comunque una truffa agli elettori. Non può essere nascosta né sminuita sostenendo che la campagna elettorale offre la grande opportunità di parlare di Europa agli elettori senza nessun doveroso obbligo di accettare l’eventuale elezione. Infatti, è del tutto evidente che questa opportunità può essere sfruttata, a maggior ragione, anche dai segretari dei partiti, dai ministri e dal capo del governo, tutte persone informate dei fatti, dei malfatti e dei misfatti, anche senza che si presentino candidati a cariche che sanno (e dichiarano) di non andare a ricoprire.

   I mass media dovrebbero regolarmente informare l’e/lettorato quantomeno dell’esistenza di quella che è una insuperabile incompatibilità. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni giustifica la sua eventuale candidatura come capolista in tutt’e cinque le circoscrizioni come un servizio reso al partito che trarrebbe grande vantaggio dalla sua notevole capacità di conquistare voti. L’inganno cambia di qualità, ma rimane tale. La persona del leader prevale proprio per la sua capacità attrattiva di voti sul discorso concernente l’Unione Europea, il suo parlamento, il compito degli eletti/e. Non è ancora chiaro se e quanto il gruppo dirigente del Partito Democratico intenda fare pressione sulla sua segretaria Elly Schlein, peraltro, già europarlamentare per un mandato, affinché si candidi, anche lei in versione “specchietto per le allodole”, in almeno una circoscrizione. Per questa eventualità valgono, in misura appena inferiore, tutte le obiezioni rivolte alla candidatura Meloni.

Tuttora incerta e indecisa su come sfruttare le elezioni europee, nel frattempo Meloni sembra più che propensa a un confronto pubblico con la segretaria del PD la quale, naturalmente, non potrebbe permettersi il lusso di rifiutare. L’eventuale duello oratorio ha già trovato ben disposti, addirittura entusiasti sostenitori in alcune reti televisive e in alcuni giornalisti che, a vario titolo, vorrebbero esserne i moderatori. Qualcuno ha già provveduto a resuscitare un importante esempio di duello politico del passato: elezioni del marzo 1994, da una parte Silvio Berlusconi, dall’altra parte Achille Occhetto. Quella competizione elettorale era chiaramente bipolare; la posta in gioco era altrettanto chiaramente Palazzo Chigi. Oggi, in questa fase, nell’attuale contesto partitico, quantomeno tripolare, non esiste nessuna delle due condizioni di fondo. Le elezioni politiche non sono certamente dietro l’angolo. La Presidenza del Consiglio è solidamente nelle mani dell’attuale occupante (il termine inglese incumbent è molto più pregnante).

Pertanto, il duello Meloni/Schlein, per quanto possa avere elementi politicamente interessanti, vedrebbe la componente spettacolare (l’insieme di postura, mimica, atteggiamenti, lessico, abbigliamento) che i mass media esalterebbero attraverso valutazioni e commenti che diventerebbero virali, prevalere sui contenuti politici. Non c’è nessun bisogno di alimentare la politica spettacolo (che fu molto contenuta nel duello Berlusconi/Occhetto). All’ordine del giorno sta non stabilire chi è la più brava oratrice del reame, ma chi ha le idee migliori da portare e esprimere nel parlamento europeo. I dirigenti dei partiti si confrontino in pubblico quando in gioco/in palio c’è una posta politica, non diseducativamente per vincere la sfida dell’audience e dello share. Non farne avanspettacolo, ma dare dignità alla politica, questo è il dovere delle leadership democratiche.  

Pubblicato il 10 gennaio 2024 su Domani

Pace e definizioni* #paradoxaforum

Che il 2024 sia l’anno della pace è tanto auspicabile quanto improbabile.  I due conflitti attualmente in corso: l’aggressione della Russia all’Ucraina e la risposta di Israele all’attacco terroristico di Hamas, non appaiono destinati a terminare in tempi brevi. E, poi, quale pace? Troppi parlano di pace avendo in mente e di mira la semplice cessazione dello scontro armato. Tacciano le armi. Ma, no. La pace che i generali di Napoleone gli comunicarono avere insediato a Varsavia era eretta sulle ceneri e sulle macerie di quella città. No, nessuno ha diritto alla sua definizione di pace.

   Talvolta, alcuni commentatori e persino, non sempre, il Papa aggiungono al sostantivo pace l’aggettivo giusta. Purtroppo, quasi nessuno si esercita nel dare contenuto a quell’importante, decisivo aggettivo, a definirlo con precisione. Però, la storia della riflessione su guerra e pace ha ricompreso anche come e quando una pace possa e debba considerarsi giusta. Neppur troppo paradossalmente, sembra molto più facile stabilire/definire quando la pace raggiunta è ingiusta. Chi vince impone le sue condizioni: controllo del territorio, dei perdenti e delle loro attività almeno per un certo periodo di tempo; risarcimento dei costi e dei danni di guerra; creazione di un governo amico, vassallo. Pace pagata a caro, spesso eccessivo prezzo da chi è stato sconfitto. Alcuni ricordano che il grande economista inglese John Maynard Keynes criticò nel suo libro Le conseguenze economiche della pace per l’entità irragionevole delle sanzioni economiche imposte ai tedesche. La rivolta contro quelle sanzioni costituì uno dei punti di forza del nazismo nel mobilitare e espandere i suoi sostenitori. Nel caso che riguarda Ucraina e Russia, la richiesta di non pochi “pacifisti” che gli ucraini accettino di cedere parte del loro territorio ai russi in cambio della fine delle ostilità configurerebbe certamente, non solo a mio modo di vedere, una pace ingiusta. Darebbe corpo e modo a un pericolosissimo precedente di cui si farebbero forti altri potenziali aggressori, in primis, la Cina di Xi riguardo a Taiwan.

Chiarita una delle possibili manifestazioni/definizioni di pace ingiusta, rimane da interrogarsi più a fondo sulle qualità indispensabili a configurare e conseguire una pace giusta (gli aggettivi, “giustificata” e “giustificabile” meriterebbero un approfondimento qui non possibile). Sarò assolutamente drastico: giusta può essere la pace che gli aggrediti sono liberamente disposti ad accettare. Comunque, qualsiasi compromesso deve partire dalle esigenze espresse dagli aggrediti e tenerle in grandissimo conto. Quella pace faticosamente conseguita deve essere tale da proiettarsi nel futuro, da diventare, secondo la memorabile espressione di Immanuel Kant, una pace perpetua.

Nel dibattito contemporaneo troppo spesso non vi è sufficiente attenzione al regime politico dei paesi che scatenano le guerre. Da almeno una cinquantina d’anni, gli studiosi di relazioni internazionali hanno accumulato abbastanza dati e prodotto riflessioni sufficienti a suffragare la generalizzazione che “le democrazie non si fanno la guerra fra loro”. Certo, anche le democrazie combattono guerre che non sono giustificabili, guerre coloniali e neo-coloniali. Però, risolvono le differenze di opinione, valutazione, aspettative e prospettive che intercorrono fra loro, non con le armi, ma con i negoziati. Dunque, l’implicazione è cristallina: per ridurre le probabilità che si proceda a conflitti armati è imperativo ampliare l’area delle democrazie. La pace perpetua di Kant comincia e si fonda sull’esistenza di Repubbliche (il termine allora prevalente per designare regimi “democratici”) che vogliono “federarsi” e sanno come farlo. Operando per la costruzione di regimi democratici in Russia e in Palestina si agisce anche per la comparsa e l’affermazione di quella pace che, sola, offre la garanzia di durare. Il resto sono vane parole, malvagia retorica.  

 *Il riferimento al titolo del libro di Giovanni Sartori, Democrazia e definizioni (Bologna, il Mulino, 1957) è del tutto consapevole e voluto.

Pubblicato il 8 gennaio 2024 su PARADOXAforum

Premierato all’italiana: semplicemente una riforma sbagliata #intervista #Resistenza&Antifascismo @ANPI_Modena

di Chiara Russo

Intervista al professor Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica e socio dell’Accademia dei Lincei, esperto Costituzionalista

La riforma costituzionale che introduce il premierato, approvata dal Consiglio dei Ministri il 3 novembre 2023, ha suscitato un intenso dibattito politico e sociale. Quali sono le ragioni, le sfide e le critiche di questa riforma? Per approfondire il tema, abbiamo intervistato il professor Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica e socio dell’Accademia dei Lincei. In materia di riforme istituzionali ha scritto molto: Restituire lo scettro al principe (Laterza 1985) e Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Università Bocconi Editore, 2015).

“Madre di tutte le riforme”, ma anche “confusa e pericolosa per la Repubblica”: Qual è il suo giudizio sulla riforma che mira a introdurre il premierato?

La riforma è sbagliata. Non è un caso che il premierato non esista da nessuna parte al mondo. Per tre volte 1996, 1999, 2001, l’elezione popolare diretta del Primo ministro è stata fatta in Israele per motivazioni simili a quelle di Meloni: dare potere ai cittadini e conferire stabilità al governo e al suo capo. Non ha funzionato ed è stata abbandonata. Non c’è nessuna ragione per la quale il Premierato funzionerebbe in Italia. L’esecutivo stabile lo hanno i presidenzialismi e i semipresidenzialismi, ma poi la loro operatività dipende dalle qualità dei Presidenti e dal sistema dei partiti. Esistono anche non poche democrazie parlamentari con capi di governo in carica a lungo, soprattutto la Germania. Anche in Italia abbiamo avuto Presidenti del Consiglio in carica continuativamente per non pochi anni: De Gasperi 8; Moro 4; Craxi 4; Berlusconi 5; Andreotti tanti/troppi, con risultati nient’affatto sempre criticabili. Quel che passava il convento della politica. Aggiungo che il pregio delle democrazie parlamentari è la loro adattabilità.

La riforma prevede l’elezione diretta del Presidente del Consiglio. Quali le implicazioni per la democrazia italiana?

Per la “democrazia” italiana in quanto alla sua esistenza nessuna implicazione; per il suo funzionamento sono immaginabili sia più tensioni e conflitti fra persone e partiti sia l’immobilismo del leader al governo –poche decisioni per non scontentare la sua maggioranza e non venire sostituito- e del suo successore la cui caduta porterebbe a nuove elezioni. La riforma potrebbe permettere al Presidente del Consiglio dei Ministri di scavalcare le funzioni legislative dell’emiciclo a colpi di dpcm? Ciò come potrebbe influenzare l’equilibrio dei poteri? Sono anni, forse decenni che i governi italiani operano colpevolmente, ma con l’acquiescenza del Presidente della Repubblica, “a colpi di” decreti e di dpcm. La riforma non tocca i rapporti esecutivo/legislativo che in una democrazia parlamentare sono cruciali. Questa mancanza è molto grave. Peggio, non c’è nulla sul Parlamento.

C’è chi ha definito il Premierato proposto dal governo Meloni “anomalo” rispetto, ad esempio, a Germania e Israele. Potrebbe spiegarne il motivo?

Le forme di governo parlamentare hanno tutte una struttura comune, il governo deve avere e mantenere la fiducia del governo, e elementi peculiari. Di Israele ho già detto. In Germania e in Spagna, rispettivamente il Cancelliere e il Presidente del governo sono eletti a maggioranza assoluta dalla Camera bassa e possono essere rimossi dalla maggioranza assoluta. In Gran Bretagna, il Primo ministro è il capo del partito che ha la maggioranza alla Camera dei comuni. Imitare la Gran Bretagna non è possibile a meno di cambiare il sistema elettorale e forse non basterebbe. Bisognerebbe anche importare una monarchia virtuosa (come in Spagna). Il premierato proposto è anomalo perché è un pasticcio altrove inesistente, ma soprattutto perché un Primo ministro “eletto dal popolo” non può/non deve assolutamente essere sostituito neanche dalla sua stessa maggioranza. Bisogna tornare dal popolo.

Quale sorte toccherebbe al Capo dello Stato?

Il Presidente della Repubblica perde logicamente i due poteri istituzionali più importanti: non nominerà più, se non formalmente, il Presidente del Consiglio, ma ratificherà la sua elezione popolare diretta, e poi anche la sua eventuale sostituzione; non potrà decidere se e quando sciogliere o, soprattutto, non sciogliere il Parlamento. Perderà anche un potere “minore” quello di nominare senatori/trici a vita. Poi toccherà ai giudici costituzionali … Infine, a fronte di un Primo ministro legittimato dall’elezione popolare, lui, il Presidente della Repubblica, avrà una legittimazione inferiore, derivante “solo” dalla maggioranza parlamentare, talvolta “artificiale” perché diventata tale grazie al premio in seggi.

La riforma prevede un nuovo sistema elettorale che assicura al partito o alla coalizione del Premier il 55% dei seggi parlamentari. Odore di incostituzionalità come per l’“Italicum”?

Puzza ammorbante di incostituzionalità, ma anche di manipolazione di una legge elettorale che dovranno pure riscrivere. Sembrerebbe che stiamo tornando alla legge truffa del 1953, sapendo che si può fare molto peggio. Per intenderci il premio, se dev’esserci, va assegnato con un ballottaggio (elaborerò a richiesta). La riforma prevede l’abolizione dei senatori a vita di nomina quirinalizia. Quali le conseguenze di questa decisione sul Senato? Poiché nel 1987 come Senatore della Sinistra Indipendente presentai un disegno di legge per l’abolizione dei Senatori a vita, tutti, compresi gli ex-Presidenti della Repubblica, non ho osservazioni tranne che la rappresentanza politica è elettiva, non di nomina, e che si possono trovare altre modalità per riconoscere e premiare le persone eccellenti, non i politici, che hanno contribuito alla cultura e alla società in Italia e nel mondo.

La riforma prevede che un altro premier possa subentrare al presidente del Consiglio a patto che sia sostenuto dalla stessa maggioranza: norma antiribaltone per produrre stabilità politica o secondo lei stiamo rinunciando alla democrazia in cambio della governabilità?

Non è in gioco la democrazia. Sono in gioco l’intelligenza politica e la coerenza istituzionale. Troppi non ne sono mai stati in possesso, molti vi hanno rinunciato per ottenere e mantenere qualche brandello di potere. I ribaltoni, cioè i cambi di coalizione, anche di maggioranza, sono un elemento essenziale della politica democratica: costruire coalizioni politicamente rappresentative e operative.

Approvazione dalle Camere prima delle elezioni europee o si andrà al Referendum?

Sono due domande diverse. Alla prima rispondo che la maggioranza cercherà un facile successo prima delle elezioni europee quando spero che il Partito Democratico farà stagliare alto/ issimo il suo profilo di partito europeista. Alla seconda domanda rispondo che gli oppositori della riforma hanno il dovere politico e morale di chiedere il referendum costituzionale, pertanto non “confermativo”, ci mancherebbe, ma ostilmente oppositivo, affinché gli italiani si esprimano su una riforma che peggiorerebbe il funzionamento, già non soddisfacente, del sistema politico. Buona regola è che chi perde il referendum sulla “madre di tutte le riforme” si dimetta e vada coerentemente a casa. Quel voto “No” delegittima chi ha voluto e fatto la riforma respinta.

Pubblicato su Resistenza & Antifascismo Periodico edito dall’ANPI provinciale di Modena, Anno XXXIV N. 4 dicembre 2023

VIDEO La scienza politica e i suoi nemici – Lectio Magistralis #ultimalezione Università Alma Mater Studiorum di Bologna Palazzo Hercolani 22/10/2012

LA SCIENZA POLITICA E I SUOI NEMICI
Lectio Magistralis

Gianfranco Pasquino
in occasione della sua “ultima lezione”
presso l’Università di Bologna
Palazzo Hercolani 22 ottobre 2012

Si ringrazia Marco Valbruzzi per aver fornito il supporto digitale della registrazione dell’evento senza il quale non sarebbe stata possibile la diffusione in rete
La trascrizione a cura di Marco Valbruzzi della Lectio Magistralis La scienza politica e i suoi nemici è in Una certa idea di scienza politica Saggi in onore di Gianfranco Pasquino a cura di Angelo Panebianco (il Mulino)

***

Guarda gli interventi introduttivi di
Ivano Dionigi, Magnifico Rettore dell’Alma Mater Studiorum
Stefano Bartolini
Giovanni Sartori