Le elezioni sono una cosa seria. I partiti puntino sul merito @DomaniGiornale

Condotto da più parti, dalla destra in maniera più agguerrita e diversificata, è in corso un attacco ad alcune regole formali e informali, ma anche sostanziali, che riguardano il funzionamento delle istituzioni e il modo di fare politica in democrazia. Il primo versante dell’attacco riguarda le candidature per le elezioni europee e, in misura minore, per le elezioni regionali. Qualsiasi discorso sulle candidature europee deve sempre cominciare sottolineando, ad avvertimento dei lettori e degli elettori, che esiste incompatibilità fra la carica di parlamentare europeo e quelle di parlamentari e governanti nazionali. Dunque, eletti ed elette dovranno optare per una delle cariche e se optassero per rimanere in Italia l’inganno perpetrato ai danni di chi le ha votate dovrebbe essere subito stigmatizzato. A maggior ragione quando la candidatura europea fosse utilizzata, non solo come test di popolarità, ma come modo per conquistare voti: la tentazione di Meloni. Suggerirei anche di non rivangare candidature europee passate di leader nazionali di vari partiti, poi ovviamente rimasti in Italia. Sono tutti pessimi esempi. L’uso strumentale delle elezioni europee non è destinato a rafforzare il ruolo dell’Italia, dei suoi europarlamentari e poi del suo Commissario proprio quando i prossimi cinque saranno densissimi di appuntamenti importanti e scelte decisive: riforma dei trattati e allargamento. Per l’appunto, il dibattito politico merita di centrarsi sulle posizioni e sulle proposte dei candidati e sulle loro competenze e capacità relative in special modo a quelle due grandi tematiche.
Anche nel caso delle elezioni regionali, è opportuno, nella misura del possibile, procedere alla valutazione delle prestazioni, il passato, e delle promesse/proposte delle (ri)candidature. Naturalmente, i Presidenti uscenti si presentano con un bilancio più facile da analizzare e da lodare/criticare delle proposte degli sfidanti. Già questa operazione di confronto sarebbe molto utile e offrirebbe agli elettori materiale in grado di consentire un voto meglio fondato e più consapevole. Invece, il discorso dei dirigenti di partito, soprattutto quelli facenti parte della coalizione di governo, sembra orientato verso due elementi. Primo, il riequilibrio che andrebbe a scapito della Lega e a favore di Fratelli d’Italia e, secondo, la ridefinizione del numero dei mandati consentibili.
Sul primo punto, la questione non può non essere affidata ai rapporti di forza, ma risulterebbe molto più convincente e meno particolaristica se, come sopra, fossero utilizzati criteri che privilegiano le capacità di governo che i candidati poi vittoriosi saprebbero mettere all’opera per migliorare la vita degli elettori tutti. Qui entra in campo il criterio del buongoverno che, secondo alcuni, dovrebbe essere anteposto e prevalere sulla regola dei due mandati. Inevitabilmente, il dibattito si sposta sui nomi. In ballo non sembra essere Stefano Bonaccini, il Presidente della Regione Emilia- Romagna, in scadenza, forse pronto ad un fecondo passaggio al Parlamento europeo, quanto Luca Zaia, Presidente della Regione Veneto. La Lega non vuole rinunciare a quella Presidenza. Chiede quindi la possibilità di un terzo mandato per Luca Zaia con la motivazione che ha molto ben governato e che sarebbe un danno per i veneti se fosse costretto a lasciare. In subordine, ma difficile dire quanto, Zaia “rischia” di diventare uno sfidanti di Salvini per la guida della Lega.
La regola del due mandati per le cariche di sindaco e di Presidente di regione (a futura memoria anche per i capi dell’esecutivo nazionale, se eletti direttamente dal “popolo”) mira ad impedire incrostazioni di potere, al formarsi di reti di sostegno intorno all’eletto che lo favoriscano, ma anche che siano in grado di condizionarlo. Del terzo mandato (poi anche del quarto…) se ne potrebbe discutere, ma non in corso d’opera. Come e più che per le elezioni europee, adesso appare preferibile discutere dei contenuti e rimandare la riforma delle regole a bocce ferme. Meno opportunismo più rispetto delle regole vigenti producono una politica migliore.
Pubblicato il 17 gennaio 2024 su Domani
Gianfranco Pasquino “Torino ha imbalsamato Bobbio. Università e Comune si impegnino di più” #intervista @LaStampa

Intervista raccolta da Francesco Rigatelli
Il professore e allievo: “Per tenerlo vivo un ciclo di lezioni sui suoi temi, dalla pace alla disobbedienza”
«Lo hanno imbalsamato». Gianfranco Pasquino, 81 anni, torinese, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, difende la memoria del suo maestro Norberto Bobbio. «Il suo pensiero non è morto. Una volta mi disse che lo avevano idealizzato e non riuscivano a confrontarsi con lui. Il suo lascito è al Centro Gobetti, ma servirebbe un ciclo di lezioni a partire dalle sue tematiche, dalla pace alla disobbedienza civile, per tenerlo vivo. L’Università e il Comune dovrebbero impegnarsi di più e prendere iniziative di questo genere. L’unico tentativo in questo senso è quello di Biennale democrazia».
Che ricordi ha del suo maestro?
«Era il 1965. Mi laureai con lui come relatore con una tesi di Scienza politica. Il corso era stato attivato da poco. Io lo ebbi come docente anche di Filosofia del diritto. Teneva grandi lezioni con poche note, rari richiami all’attualità e provocando poche domande perché non ce n’era bisogna tanto era esauriente. Era il classico torinese riservato, serio senza essere severo, ironico senza esagerare».
Come scattò la scintilla tra voi?
«La mia tesi non fu eccezionale, ma ci fece incontrare diverse volte perché gli piaceva l’argomento: l’opposizione dei piccoli partiti al fascismo. Dopo andai all’estero e di ritorno mi disse che Giovanni Sartori, con cui si stimavano, cercava un assistente a Firenze. Mi spiegò che di solito non faceva raccomandazioni, ma che lo avrebbe informato della mia domanda se l’avessi presentata. Tempo dopo mi chiamò per affidarmi la redazione del dizionario Utet di politica e questo riaccese il nostro rapporto. Vinsi il concorso da professore a Bologna e tornavo a Torino per vedere mia mamma e Bobbio».
Com’erano i vostri incontri?
«All’inizio ruotavano attorno alla redazione del dizionario. Quando da parte di alcuni collaboratori arrivavano delle voci che non andavano bene lui faceva rispondere a me. Il rapporto divenne più personale e dal 1976 al 2004 anche la domenica mattina andavo in via Sacchi 66.Lui lavorava sempre e aveva quella che definiva “la rottura di palle”delle interviste che spesso lamentava non rappresentassero bene il suo pensiero. Ne ricordava in particolare una a L’Espresso che riteneva di non aver concesso».
Quali erano i suoi temi di conversazione preferiti?
«La politica, ma anche i romanzi di Pavese e Calvino o i sudamericani, e il cinema. Era un socialista di matrice azionista, dunque di grande etica, come i suoi amici tra cui su tutti Vittorio Foa. Non riuscì a fare politica perché nel 1946 non venne eletto alla Costituente e non ci riprovò. Ammirava Nenni e De Martino, mentre non condivideva i modi di Craxi, che lo definì “filosofo che aveva perso il senno”».
Qual era il suo pensiero politico?
«Riteneva che i comunisti potessero essere ricondotti alla democrazie e sostanzialmente aveva ragione. Il dialogo con loro, oltre che la sua oratoria e i suoi scritti su La Stampa, lo rese una figura centrale. Sperava in un grande partito laburista che combinasse socialisti e comunisti. Pertini lo nominò senatore a vita nel 1984. Nel 1992 circolò il suo nome per il Quirinale, ma rinunciò per non finire nel calderone come gli suggerii. Tutto cambiò quando Berlusconi vinse le elezioni. Era antropologicamente l’opposto di Bobbio, che si amareggiò profondamente. Da ultimo i leader del centrosinistra andavano a trovarlo per legittimarsi, ma lui era scettico. L’unico che stimava come persona era Prodi. Bobbio però non si sentiva un ulivista: la sinistra per lui aveva una storia e una prospettiva inestinguibili».
E il Bobbio filosofo?
«Rivaluterei Maestri e compagni, i profili dei personaggi da lui conosciuti. Non è tecnicamente filosofia, ma sono ritratti straordinari. Per il resto lui aveva due obiettivi: confrontarsi con i temi della vita e del mondo, dunque una filosofia di chiarimento concettuale. E pensare le azioni possibili e le loro conseguenze, dunque a cosa serve la filosofia e cosa può fare. In questo senso era il filosofo dell’Italia civile. Scrisse molto di pace e di ciò che è irrinunciabile a livello di valori, dal riconoscimento reciproco al rifiuto della guerra. Non era un filosofo mite, ma giusto».
Chi era il suo filosofo preferito? «Hobbes perché metteva ordine, era realista e aveva posizioni nette che lo affascinavano».
Pubblicato il 8 gennaio 2024 su La Stampa
Le due leader non ingannino gli elettori @DomaniGiornale

Non è consentito essere contemporaneamente parlamentare nazionale e europarlamentare, Qualora un/a parlamentare nazionale, candidatasi al Parlamento europeo, venga eletta dovrà inevitabilmente optare per l’uno o l’altro parlamento. La candidatura di chi sa e addirittura dichiara preventivamente che, anche se eletta, non andrà al Parlamento europeo costituisce comunque una truffa agli elettori. Non può essere nascosta né sminuita sostenendo che la campagna elettorale offre la grande opportunità di parlare di Europa agli elettori senza nessun doveroso obbligo di accettare l’eventuale elezione. Infatti, è del tutto evidente che questa opportunità può essere sfruttata, a maggior ragione, anche dai segretari dei partiti, dai ministri e dal capo del governo, tutte persone informate dei fatti, dei malfatti e dei misfatti, anche senza che si presentino candidati a cariche che sanno (e dichiarano) di non andare a ricoprire.
I mass media dovrebbero regolarmente informare l’e/lettorato quantomeno dell’esistenza di quella che è una insuperabile incompatibilità. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni giustifica la sua eventuale candidatura come capolista in tutt’e cinque le circoscrizioni come un servizio reso al partito che trarrebbe grande vantaggio dalla sua notevole capacità di conquistare voti. L’inganno cambia di qualità, ma rimane tale. La persona del leader prevale proprio per la sua capacità attrattiva di voti sul discorso concernente l’Unione Europea, il suo parlamento, il compito degli eletti/e. Non è ancora chiaro se e quanto il gruppo dirigente del Partito Democratico intenda fare pressione sulla sua segretaria Elly Schlein, peraltro, già europarlamentare per un mandato, affinché si candidi, anche lei in versione “specchietto per le allodole”, in almeno una circoscrizione. Per questa eventualità valgono, in misura appena inferiore, tutte le obiezioni rivolte alla candidatura Meloni.
Tuttora incerta e indecisa su come sfruttare le elezioni europee, nel frattempo Meloni sembra più che propensa a un confronto pubblico con la segretaria del PD la quale, naturalmente, non potrebbe permettersi il lusso di rifiutare. L’eventuale duello oratorio ha già trovato ben disposti, addirittura entusiasti sostenitori in alcune reti televisive e in alcuni giornalisti che, a vario titolo, vorrebbero esserne i moderatori. Qualcuno ha già provveduto a resuscitare un importante esempio di duello politico del passato: elezioni del marzo 1994, da una parte Silvio Berlusconi, dall’altra parte Achille Occhetto. Quella competizione elettorale era chiaramente bipolare; la posta in gioco era altrettanto chiaramente Palazzo Chigi. Oggi, in questa fase, nell’attuale contesto partitico, quantomeno tripolare, non esiste nessuna delle due condizioni di fondo. Le elezioni politiche non sono certamente dietro l’angolo. La Presidenza del Consiglio è solidamente nelle mani dell’attuale occupante (il termine inglese incumbent è molto più pregnante).
Pertanto, il duello Meloni/Schlein, per quanto possa avere elementi politicamente interessanti, vedrebbe la componente spettacolare (l’insieme di postura, mimica, atteggiamenti, lessico, abbigliamento) che i mass media esalterebbero attraverso valutazioni e commenti che diventerebbero virali, prevalere sui contenuti politici. Non c’è nessun bisogno di alimentare la politica spettacolo (che fu molto contenuta nel duello Berlusconi/Occhetto). All’ordine del giorno sta non stabilire chi è la più brava oratrice del reame, ma chi ha le idee migliori da portare e esprimere nel parlamento europeo. I dirigenti dei partiti si confrontino in pubblico quando in gioco/in palio c’è una posta politica, non diseducativamente per vincere la sfida dell’audience e dello share. Non farne avanspettacolo, ma dare dignità alla politica, questo è il dovere delle leadership democratiche.
Pubblicato il 10 gennaio 2024 su Domani
Pace e definizioni* #paradoxaforum

Che il 2024 sia l’anno della pace è tanto auspicabile quanto improbabile. I due conflitti attualmente in corso: l’aggressione della Russia all’Ucraina e la risposta di Israele all’attacco terroristico di Hamas, non appaiono destinati a terminare in tempi brevi. E, poi, quale pace? Troppi parlano di pace avendo in mente e di mira la semplice cessazione dello scontro armato. Tacciano le armi. Ma, no. La pace che i generali di Napoleone gli comunicarono avere insediato a Varsavia era eretta sulle ceneri e sulle macerie di quella città. No, nessuno ha diritto alla sua definizione di pace.
Talvolta, alcuni commentatori e persino, non sempre, il Papa aggiungono al sostantivo pace l’aggettivo giusta. Purtroppo, quasi nessuno si esercita nel dare contenuto a quell’importante, decisivo aggettivo, a definirlo con precisione. Però, la storia della riflessione su guerra e pace ha ricompreso anche come e quando una pace possa e debba considerarsi giusta. Neppur troppo paradossalmente, sembra molto più facile stabilire/definire quando la pace raggiunta è ingiusta. Chi vince impone le sue condizioni: controllo del territorio, dei perdenti e delle loro attività almeno per un certo periodo di tempo; risarcimento dei costi e dei danni di guerra; creazione di un governo amico, vassallo. Pace pagata a caro, spesso eccessivo prezzo da chi è stato sconfitto. Alcuni ricordano che il grande economista inglese John Maynard Keynes criticò nel suo libro Le conseguenze economiche della pace per l’entità irragionevole delle sanzioni economiche imposte ai tedesche. La rivolta contro quelle sanzioni costituì uno dei punti di forza del nazismo nel mobilitare e espandere i suoi sostenitori. Nel caso che riguarda Ucraina e Russia, la richiesta di non pochi “pacifisti” che gli ucraini accettino di cedere parte del loro territorio ai russi in cambio della fine delle ostilità configurerebbe certamente, non solo a mio modo di vedere, una pace ingiusta. Darebbe corpo e modo a un pericolosissimo precedente di cui si farebbero forti altri potenziali aggressori, in primis, la Cina di Xi riguardo a Taiwan.
Chiarita una delle possibili manifestazioni/definizioni di pace ingiusta, rimane da interrogarsi più a fondo sulle qualità indispensabili a configurare e conseguire una pace giusta (gli aggettivi, “giustificata” e “giustificabile” meriterebbero un approfondimento qui non possibile). Sarò assolutamente drastico: giusta può essere la pace che gli aggrediti sono liberamente disposti ad accettare. Comunque, qualsiasi compromesso deve partire dalle esigenze espresse dagli aggrediti e tenerle in grandissimo conto. Quella pace faticosamente conseguita deve essere tale da proiettarsi nel futuro, da diventare, secondo la memorabile espressione di Immanuel Kant, una pace perpetua.
Nel dibattito contemporaneo troppo spesso non vi è sufficiente attenzione al regime politico dei paesi che scatenano le guerre. Da almeno una cinquantina d’anni, gli studiosi di relazioni internazionali hanno accumulato abbastanza dati e prodotto riflessioni sufficienti a suffragare la generalizzazione che “le democrazie non si fanno la guerra fra loro”. Certo, anche le democrazie combattono guerre che non sono giustificabili, guerre coloniali e neo-coloniali. Però, risolvono le differenze di opinione, valutazione, aspettative e prospettive che intercorrono fra loro, non con le armi, ma con i negoziati. Dunque, l’implicazione è cristallina: per ridurre le probabilità che si proceda a conflitti armati è imperativo ampliare l’area delle democrazie. La pace perpetua di Kant comincia e si fonda sull’esistenza di Repubbliche (il termine allora prevalente per designare regimi “democratici”) che vogliono “federarsi” e sanno come farlo. Operando per la costruzione di regimi democratici in Russia e in Palestina si agisce anche per la comparsa e l’affermazione di quella pace che, sola, offre la garanzia di durare. Il resto sono vane parole, malvagia retorica.
*Il riferimento al titolo del libro di Giovanni Sartori, Democrazia e definizioni (Bologna, il Mulino, 1957) è del tutto consapevole e voluto.
Pubblicato il 8 gennaio 2024 su PARADOXAforum
Premierato all’italiana: semplicemente una riforma sbagliata #intervista #Resistenza&Antifascismo @ANPI_Modena

di Chiara Russo
Intervista al professor Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica e socio dell’Accademia dei Lincei, esperto Costituzionalista
La riforma costituzionale che introduce il premierato, approvata dal Consiglio dei Ministri il 3 novembre 2023, ha suscitato un intenso dibattito politico e sociale. Quali sono le ragioni, le sfide e le critiche di questa riforma? Per approfondire il tema, abbiamo intervistato il professor Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica e socio dell’Accademia dei Lincei. In materia di riforme istituzionali ha scritto molto: Restituire lo scettro al principe (Laterza 1985) e Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Università Bocconi Editore, 2015).
“Madre di tutte le riforme”, ma anche “confusa e pericolosa per la Repubblica”: Qual è il suo giudizio sulla riforma che mira a introdurre il premierato?
La riforma è sbagliata. Non è un caso che il premierato non esista da nessuna parte al mondo. Per tre volte 1996, 1999, 2001, l’elezione popolare diretta del Primo ministro è stata fatta in Israele per motivazioni simili a quelle di Meloni: dare potere ai cittadini e conferire stabilità al governo e al suo capo. Non ha funzionato ed è stata abbandonata. Non c’è nessuna ragione per la quale il Premierato funzionerebbe in Italia. L’esecutivo stabile lo hanno i presidenzialismi e i semipresidenzialismi, ma poi la loro operatività dipende dalle qualità dei Presidenti e dal sistema dei partiti. Esistono anche non poche democrazie parlamentari con capi di governo in carica a lungo, soprattutto la Germania. Anche in Italia abbiamo avuto Presidenti del Consiglio in carica continuativamente per non pochi anni: De Gasperi 8; Moro 4; Craxi 4; Berlusconi 5; Andreotti tanti/troppi, con risultati nient’affatto sempre criticabili. Quel che passava il convento della politica. Aggiungo che il pregio delle democrazie parlamentari è la loro adattabilità.
La riforma prevede l’elezione diretta del Presidente del Consiglio. Quali le implicazioni per la democrazia italiana?
Per la “democrazia” italiana in quanto alla sua esistenza nessuna implicazione; per il suo funzionamento sono immaginabili sia più tensioni e conflitti fra persone e partiti sia l’immobilismo del leader al governo –poche decisioni per non scontentare la sua maggioranza e non venire sostituito- e del suo successore la cui caduta porterebbe a nuove elezioni. La riforma potrebbe permettere al Presidente del Consiglio dei Ministri di scavalcare le funzioni legislative dell’emiciclo a colpi di dpcm? Ciò come potrebbe influenzare l’equilibrio dei poteri? Sono anni, forse decenni che i governi italiani operano colpevolmente, ma con l’acquiescenza del Presidente della Repubblica, “a colpi di” decreti e di dpcm. La riforma non tocca i rapporti esecutivo/legislativo che in una democrazia parlamentare sono cruciali. Questa mancanza è molto grave. Peggio, non c’è nulla sul Parlamento.
C’è chi ha definito il Premierato proposto dal governo Meloni “anomalo” rispetto, ad esempio, a Germania e Israele. Potrebbe spiegarne il motivo?
Le forme di governo parlamentare hanno tutte una struttura comune, il governo deve avere e mantenere la fiducia del governo, e elementi peculiari. Di Israele ho già detto. In Germania e in Spagna, rispettivamente il Cancelliere e il Presidente del governo sono eletti a maggioranza assoluta dalla Camera bassa e possono essere rimossi dalla maggioranza assoluta. In Gran Bretagna, il Primo ministro è il capo del partito che ha la maggioranza alla Camera dei comuni. Imitare la Gran Bretagna non è possibile a meno di cambiare il sistema elettorale e forse non basterebbe. Bisognerebbe anche importare una monarchia virtuosa (come in Spagna). Il premierato proposto è anomalo perché è un pasticcio altrove inesistente, ma soprattutto perché un Primo ministro “eletto dal popolo” non può/non deve assolutamente essere sostituito neanche dalla sua stessa maggioranza. Bisogna tornare dal popolo.
Quale sorte toccherebbe al Capo dello Stato?
Il Presidente della Repubblica perde logicamente i due poteri istituzionali più importanti: non nominerà più, se non formalmente, il Presidente del Consiglio, ma ratificherà la sua elezione popolare diretta, e poi anche la sua eventuale sostituzione; non potrà decidere se e quando sciogliere o, soprattutto, non sciogliere il Parlamento. Perderà anche un potere “minore” quello di nominare senatori/trici a vita. Poi toccherà ai giudici costituzionali … Infine, a fronte di un Primo ministro legittimato dall’elezione popolare, lui, il Presidente della Repubblica, avrà una legittimazione inferiore, derivante “solo” dalla maggioranza parlamentare, talvolta “artificiale” perché diventata tale grazie al premio in seggi.
La riforma prevede un nuovo sistema elettorale che assicura al partito o alla coalizione del Premier il 55% dei seggi parlamentari. Odore di incostituzionalità come per l’“Italicum”?
Puzza ammorbante di incostituzionalità, ma anche di manipolazione di una legge elettorale che dovranno pure riscrivere. Sembrerebbe che stiamo tornando alla legge truffa del 1953, sapendo che si può fare molto peggio. Per intenderci il premio, se dev’esserci, va assegnato con un ballottaggio (elaborerò a richiesta). La riforma prevede l’abolizione dei senatori a vita di nomina quirinalizia. Quali le conseguenze di questa decisione sul Senato? Poiché nel 1987 come Senatore della Sinistra Indipendente presentai un disegno di legge per l’abolizione dei Senatori a vita, tutti, compresi gli ex-Presidenti della Repubblica, non ho osservazioni tranne che la rappresentanza politica è elettiva, non di nomina, e che si possono trovare altre modalità per riconoscere e premiare le persone eccellenti, non i politici, che hanno contribuito alla cultura e alla società in Italia e nel mondo.
La riforma prevede che un altro premier possa subentrare al presidente del Consiglio a patto che sia sostenuto dalla stessa maggioranza: norma antiribaltone per produrre stabilità politica o secondo lei stiamo rinunciando alla democrazia in cambio della governabilità?
Non è in gioco la democrazia. Sono in gioco l’intelligenza politica e la coerenza istituzionale. Troppi non ne sono mai stati in possesso, molti vi hanno rinunciato per ottenere e mantenere qualche brandello di potere. I ribaltoni, cioè i cambi di coalizione, anche di maggioranza, sono un elemento essenziale della politica democratica: costruire coalizioni politicamente rappresentative e operative.
Approvazione dalle Camere prima delle elezioni europee o si andrà al Referendum?
Sono due domande diverse. Alla prima rispondo che la maggioranza cercherà un facile successo prima delle elezioni europee quando spero che il Partito Democratico farà stagliare alto/ issimo il suo profilo di partito europeista. Alla seconda domanda rispondo che gli oppositori della riforma hanno il dovere politico e morale di chiedere il referendum costituzionale, pertanto non “confermativo”, ci mancherebbe, ma ostilmente oppositivo, affinché gli italiani si esprimano su una riforma che peggiorerebbe il funzionamento, già non soddisfacente, del sistema politico. Buona regola è che chi perde il referendum sulla “madre di tutte le riforme” si dimetta e vada coerentemente a casa. Quel voto “No” delegittima chi ha voluto e fatto la riforma respinta.
Pubblicato su Resistenza & Antifascismo Periodico edito dall’ANPI provinciale di Modena, Anno XXXIV N. 4 dicembre 2023
La minaccia dei sovranisti alla libertà dell’Europa @DomaniGiornale

Tutti i governi hanno la facoltà di criticare i loro predecessori per quello che hanno fatto, non fatto, fatto male. Meglio quando le critiche sono precise e documentate, senza eccessiva acrimonia, costruttive. A maggior ragione la facoltà di critica può, entro (in)certi limiti, essere esercitata da chi, come Giorgia Meloni e alcuni suoi ministri, è stato fermamente all’opposizione, coerentemente non facendosi coinvolgere in accordi sottobanco (ma neanche sopra).
Tutti i governi hanno l’obbligo politico di rispondere al loro elettorato sforzandosi di attuare le loro promesse elettorali nella maniera più fedele possibile, pur tenendo conto che in un governo di coalizione ciascuno dei contraenti deve rinunciare a qualcosa. Trasformare le promesse elettorali in politiche pubbliche è comunque operazione difficile, per la quale non è consentito ridefinire bellamente quelle promesse. Mi limito ad un esempio. Se la promessa elettorale è “presidenzialismo” la riforma chiamata “premierato” non è affatto una semplice ridefinizione. È una violazione.
Tutti i governi, in particolare quelli che criticano l’instabilità politica dei predecessori e vogliono dimostrare di essere migliori perché capaci di garantire stabilità politica, debbono sapere delineare un programma per l’intero mandato quinquennale. Quel programma quinquennale sarà tanto più credibile e più significativo se conterrà una visione complessiva del paese che verrà.
Gravata da non poche posizioni ideologiche, sensibile a non poche pulsioni corporative, legata a alcuni elementi del passato suo e dei suoi numi tutelari di una destra priva di credenziali democratiche, pur avendo proceduto a qualche ridefinizione di posizioni non più sostenibili, Giorgia Meloni non è finora riuscita a formulare neppure a grandi linee la visione di Italia che vorrebbe costruire. Per di più ai suoi ministri manca l’esperienza e talvolta anche la competenza, non per supplire, ma per dare quei contributi parziali, relativi ai loro settori specifici, ma molto importanti per svolgere il compito in maniera positiva. Forse il silenzio sull’Europa, che non ho condiviso, nel discorso del Presidente della Repubblica, era inteso a non interferire sulla campagna per l’elezione dell’europarlamento, a non toccare prerogative dell’attività di governo. Però, il ruolo dell’Italia in Europa riguarda il “sistema paese” e il suo futuro, non soltanto l’attività del governo, di qualsiasi governo.
Sul terreno europeo si trovano le sfide, le contraddizioni, le opportunità del governo di destra. Non basterà sostenere che bisogna sconfiggere l’attuale maggioranza Popolari, Liberali e Verdi, Socialisti e Democratici, escludendo questi ultimi e sostituendoli con i Conservatori e Riformisti del cui raggruppamento Meloni è la Presidente. Non basterà, ma sarebbe un gesto apprezzabile, di notevole rilievo, prendere le distanze da Santiago Abascal (il capo di Vox) e dall’ingombrante Victor Orbán (capo del governo ungherese e costruttore di una sedicente, contraddittoria democrazia “illiberale”). Ai polacchi ci ha già pensato la maggioranza degli elettori. Non basterà usare l’Europa come alibi per quello che il governo italiano ha assunto l’impegno di fare oppure come capro espiatorio di scelte e politiche che richiedano sacrifici. Bisognerà dire quale e quanta Europa: federale/confederale (“delle nazioni”)/sovranista (che traduco: à la carte), l’eventuale nuova maggioranza ricomprendente l’Italia di Giorgia Meloni e dei suoi Fratelli (e alleati) mira a costruire, con quali politiche sociali, economiche, culturali e civili preferibili a quelle che hanno comunque fatto di questa Unione Europea, lo ripeto, il più grande spazio di diritti e di libertà mai esistito al mondo. Quello spazio che i sovranisti mirano a restringere, e Meloni? Hic Bruxelles hic salta.
Europa più che una cartina di tornasole. Hic Bruxelles hic salta La minaccia dei sovranisti alla libertà dell’Europa
Pubblicato il 3 gennaio 2024 su Domani
Make Europe Great Again (MEGA). Quel che dobbiamo fare per l’Europa, ovvero per noi @formichenews

Immigrazione, Patto di Stabilità e Crescita, nuove e numerose adesioni, sicurezza e pace sono le sfide che, se troveranno soluzioni condivise tra il 2024 e il 2029, promettono di cambiare per il meglio l’Unione europea e la vita dei cittadini/e europei/e con effetti positivi anche sulla costruzione di un nuovo ordine internazionale. La riflessione di Gianfranco Pasquino, europeo nato a Torino, professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e Accademico dei Lincei.
Non c’è soluzione specificamente italiana ai problemi che in qualche modo riguardano l’Unione Europea e gli altri Stati-membri e i loro cittadini. Chiamarsi fuori significa per l’Italia non soltanto dovere provvedere da sé, ma rendere più difficile, quasi impossibile prendere decisioni che per funzionare richiedono accordi e concordia europea. Due esempi sono sufficienti: l’immigrazione e la revisione del Patto di Stabilità e Crescita, ma all’orizzonte si staglia l’adesione di nuovi stati a completamento geografico (e politico) dell’Unione Europea. Questa mia premessa è indispensabile per capire quanto alta è e possa diventare la posta in gioco dell’elezione del Parlamento europeo il 9 giugno 2024.
Anche se è giusto rammaricarsene, è inevitabile, comunque, impossibile da proibire, che i dirigenti dei partiti italiani pensino a sfruttare l’esito delle elezioni europee per rafforzare le loro posizioni in Italia. Assisteremo sicuramente ad un consistente travaso di voti e seggi dalla Lega, più che dimezzata, a Fratelli d’Italia che quadruplicherà i suoi voti e i suoi seggi. Lungi da me affermare che questo esito fortemente positivo per quei Fratelli servirà a poco o nulla se non incidesse sulla formazione della prossima maggioranza nel Parlamento europeo. Certo, dirigenti e eletti del Partito dei Conservatori e Riformisti, di cui Giorgia Meloni è presidente, non saranno davvero soddisfatti se mancheranno l’obiettivo di sostituire i Democratici e Socialisti dando vita ad una nuova maggioranza con Liberali, Verdi e Popolari. Poiché in democrazia, e l’Unione Europea è il più grande spazio di libertà, di diritti, di democrazia mai esistito al mondo, i voti contano, anche la, al momento probabile, prosecuzione della maggioranza attuale sarà consapevole della necessità di tenere conto della nuova distribuzione di seggi. Ma i seggi senza idee e proposte non fanno cambiare le politiche, forse neppure le cariche come, per esempio, quella della Presidenza della Commissione.
Spetterà alla campagna elettorale andare oltre i temi nazionali e la conta nazionale, pur, gioco di parole, tenendone conto. Finora non si è visto praticamente nulla di concreto, nulla di nuovo, nulla di affascinante. Peggio. La discussione sulle candidature a capolista e in quante circoscrizioni di Giorgia Meloni e di Elly Schlein (e giù per li rami delle altre liste con la lodevole eccezione di Giuseppe Conte che si è chiamato fuori) segnala la persistenza di una fattispecie di malcostume, politico e etico. C’è incompatibilità fra la carica di europarlamentare e quella di parlamentare nazionale. Dunque, poiché, naturalmente, né Schlein né, meno che mai, Meloni rinuncerebbero alla carica nazionale, è troppo poco denunciare che la loro presenza come capolista è uno “specchietto per le allodole”. Si tratta di un vero e proprio inganno a danno degli elettori, inganno che tutti i commentatori/trici e tutti i media dovrebbero, non assecondare con toto nomi e probabili desistenze a favore di fedelissimi/e, ma denunciare ad alta voce misfatti e misfattiste.
Poiché le decisioni europee nel prossimo parlamento si annunciano molto importanti, la composizione delle liste dovrebbe rispecchiare competenze e esperienze, non solo affidabilità personale e politica che, pure, è giusto che contino. La presenza di europarlamentari capaci è da considerarsi ancor più necessaria e significativa se la maggioranza sarà risicata. Talvolta, una argomentazione convincente riesce a spostare voti, a diventare vincente. Immigrazione, Patto di Stabilità e Crescita, nuove e numerose adesioni, sicurezza e pace sono le sfide che, se troveranno soluzioni condivise tra il 2024 e il 2029, promettono di cambiare per il meglio l’Unione Europea e la vita dei cittadini/e europei/e con effetti positivi anche sulla costruzione di un nuovo ordine internazionale.
Pubblicato il 31 12 2023 su Formiche.net
Non orfani ma multipatriottici. L’europeismo è l’unica patria possibile @DomaniGiornale

“Quando sento parlare di patria, mi viene subito voglia di invadere la Francia e di spezzare le reni alla Grecia”. Come molti lettori/trici di “Domani” hanno sicuramente capito, ho parafrasato Woody Allen al quale la musica di Wagner dava l’irreprimibile stimolo ad invadere la Polonia. Proprio a causa del titolo ho alquanto esitato prima di immergermi nella lettura del saggio di Vittorio Emanuele Parsi, Madre Patria. Un’idea per una nazione di orfani Bompiani 2023. Da più di vent’anni conosco l’autore, professore di Relazioni Internazionali nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica di Milano, capitano di fregata della Marina Militare, appassionato giocatore di rugby. Ho letto e apprezzato alcuni dei suoi importanti libri sull’ordine liberale internazionale, le sue tensioni, il suo slabbrarsi. Condivido la sua ferma e argomentata, in molti frequenti interventi a trasmissioni televisive, difesa dell’Ucraina aggredita dalla Russia (caso al quale è qui dedicato un capitolo), e ritengo la sua prospettiva di studioso convincente e feconda. Pertanto, mi è parso utile confrontarmi con la sua “idea per una nazione di orfani”.
Premetto che non mi sono mai sentito orfano di alcunché, meno che mai della “madre patria”. La mia autobiografia comincia con le parole “sono un europeo nato a Torino”. Non sono affatto incline a definire la mia identità con l’unico riferimento all’Italia in quanto patria. Le mie reminiscenze della storia e della politica greca mi hanno condotto a dare valutazione positiva alla pratica di stare insieme in nome di certi valori. Quello considerato particolarmente importante da Pericle nel suo famosissimo discorso sulla democrazia in Atene era la partecipazione, l’azione comune dei migliori dei cittadini per il bene della città (MAGA: Make Atene Great Again) anche sacrificando i loro interessi e piaceri personali. Subito dopo in una sequenza logica irrefutabile, mi confronto con quel grande retore e convinto patriota della Roma repubblicana che fu Marco Tullio Cicerone e gli chiedo se non ritenga che la sua icastica affermazione ubi patria ibi libertas non debba essere capovolta: ubi libertas ibi patria. Ci impegniamo in un concitato confronto nel quale ciascuno di noi sostiene con modalità diverse la necessità che la patria sia luogo di valori, da affermare e per i quali combattere, a cominciare dal valore della libertà senza la quale nessuno degli altri valori avrebbe senso, sostanza, solidità.
Parsi preferisce non formulare e non offrire una precisa definizione della patria. Solo verso la fine del suo saggio dichiara quale è l’obiettivo degno di essere perseguito: “una patria inclusiva, democratica e gentile”. Potrebbe non essere inutile spacchettare ciascuno degli aggettivi e porsi il compito di trovarne di più appropriati, più evocativi, migliori anche se poi diventerebbe tanto essenziale quanto problematico convergere sui criteri per la classificazione. L’aggettivo “inclusivo” viene scelto da Parsi sia perché la patria fascista fu deliberatamente costruita per escludere tutti coloro che si opposero in una pluralità di forme al regime autoritario sia perché anche oggi i governanti italiani hanno, esprimono, manifestano un atteggiamento proprietario: la loro idea di patria è quella giusta, l’unica giusta. Capisco, ma preferirei “aperta”, l’aggettivo utilizzato da Karl Popper contro i tetri e chiusi totalitarismi dei suoi tempi (nient’affatto finiti), che consente di pensare e operare affinché chiunque lo desidera, ovviamente a determinate condizione, possa aderire, entrare nella patria più affine ai suoi valori o più capace di proteggere e promuovere quei valori.
L’aggettivo “democratico” merita il posto centrale. Serve a richiamare l’attenzione sull’esistenza di un notevole numero di patrie che non sono affatto democratiche, che non lo sono mai state, che non stanno in nessun modo cercando di diventarlo. La Grande Madre Russia ne costituisce un caso esemplare. Più in generale, molti regimi (e leader) autoritari fanno leva sulla esaltazione della triade “Dio, Patria, Famiglia”. Infine, non sono per nulla interessato a che la “mia” patria sia gentile. La vorrei esigente e giusta. Esigente nei confronti dei suoi cittadini i cui diritti protegge e promuove, dai quali esige l’adempimento di doveri (eviterò l’aggettivo “sacrosanti”) essenziali: difesa, tassazione, solidarietà, decoro e onore. Giusta perché chiede ai suoi cittadini in proporzione alle loro capacità di contribuire.
La patria alla quale Parsi si riferisce positivamente, quasi con gratitudine è quella che nasce con il Risorgimento quando la probabilmente migliore, anche se molto ristretta, classe politica che l’Italia abbia mai avuto, la Destra Storica, unifica statualmente e politicamente nel Regno d’Italia quanto, fino ad allora, era, aveva ragione il Principe di Metternich, poco più che una “espressione geografica”. Ma, male faremmo se dimenticassimo i diversamente importanti contributi di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi. Vorrei inserirli nel Pantheon dei Patrioti sottolineando che ad entrambi la sola Italia non bastava. Mazzini ebbe come orizzonte la Giovane Europa e Garibaldi è famoso come “eroe dei due mondi” poiché sia in America latina sia in Italia combatté per la libertà.
La Resistenza non fu il completamento del Risorgimento. Fu un Risorgimento diverso innestato su un paese ridotto dal fascismo a macerie politiche, economiche, sociali, culturali. Il 25 luglio 1943 morì il fascismo come regime (non come mentalità). L’8 settembre 1943 si suicidò per egoismo e codardia la monarchia sabauda con i suoi fiancheggiatori felloni. Come in maniera spesso commovente registrano e attestano le Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana, una certa idea di patria sopravviveva. Si espresse in forme liberaldemocratiche maggioritarie alle quali si contrappose una visione, giustamente criticata senza mezzi termini da Parsi, rivolta alla patria del socialismo, l’Unione Sovietica. Neppure il crollo del Muro di Berlino e la disintegrazione dell’Unione Sovietica hanno portato gli italiani, sostiene Parsi, ad una ricomposizione dell’idea di Patria. Non è stata sufficiente l’opera di predicatori eccellenti, in qualche modo, Sandro Pertini con le sue impertinenze talvolta ai limiti della costituzionalità; Ciampi, purtroppo per lui privo di un partito che facesse da cassa di risonanza alle parole; e Sergio Mattarella. Per motivi che non chiarisce, Parsi esclude, a mio parere, sbagliando, Giorgio Napolitano.
Quel che manca in Italia sono le figure di intellettuali predicatori di patriottismo. Parsi non affronta questo tema poiché ritiene che la patria debba nascere dal basso, bottom up, e che il compito debba essere svolto, non dai docenti nelle scuole, nella cui adesione nutre scarsissima fiducia, condivido, ma, problematicamente, nei e dai nostri cuori. So che i sentimenti contano, ma preferirei che patria e patriottismo venissero argomentati dalla ragione e ragionevolmente condivisi oppure contrastati. A quel che so, altrove in Europa la ricerca di patriottismo è limitata e politicamente marchiata. Il grande filosofo politico e sociologo tedesco Jürgen Habermas si è impegnato nell’elaborazione, mai trionfante, del patriottismo costituzionale proprio per opporsi a qualsiasi riaffermazione/risorgenza nazionalista sotto mentite spoglie patriottiche. Il patriottismo di destra, particolaristico e nazionalista si camuffa come sovranismo. L’invocazione di Parsi è che si parta dal rispetto e dall’amore per quel che ci circonda: persone e regole, “il bene di tutti nostri compatrioti” (p. 179).
Poiché sono giunto alla convinzione che recuperare la patria, concetto e azione, è un’operazione probabilmente impossibile, sicuramente di retroguardia, la mia visione e la mia analisi vanno verso l’europeismo. Dirò, con Altiero Spinelli, Eugenio Colorni e Ernesto Rossi, che il compito più alto, la sfida più significativa per le patrie e i patrioti consiste nel consapevolmente fare molti passi avanti per convergere sulla patria europea. Il più recente magistrale racconto di vita e di storia dello studioso inglese Timothy Garton Ash, Homelands [patrie al plurale]. A Personal History of Europe (Penguin Random House 2023), è un’ottima lezione di post-patriottismo nazionale. Non è incompatibile con la perorazione patriottica di Parsi. Però, Garton Ash mostra che si possono, si debbono avere più patrie. Concordo.
Pubblicato il 27 dicembre 2023 su Domani
