Ricordo chiaramente quando e come, discutendo la evoluzione dell’idea di progresso, Norberto Bobbio sottolineasse che, fronte all’indubbio progresso economico, tecnologico, materiale, non si trovasse altrettanto progresso civile, morale, etico. Anzi, talvolta, il divario fra le due modalità di progresso si accentuasse prevalentemente perché il progresso materiale faceva passi da gigante mentre quello civile rimaneva sostanzialmente quasi immobile. Non saprei dire se l’intelligenza artificiale sia necessariamente da considerarsi progresso, ma sono certo che non poche modalità di fare politica e di rapportarsi ai problemi della pace e della guerra segnalano regressi spaventosi. Gli uomini sembrano non avere imparato nulla dalle due guerre mondiali e neppure dalle troppe guerre “limitate” combattute dal 1945 ad oggi. Eppure, la riflessione intellettuale sui costi, non soltanto monetari, ma in termini di imbarbarimento, della guerra, sulla giustificazione dei conflitti armati, sulla loro limitazione e sulla loro conclusione ha dato contributi conoscitivi di grande rilevanza. Non sembrano avere intaccato il pensiero e l’azione di coloro che alla guerra ricorrono per trarne vantaggi economici, di prestigio, di carriera.
D’altro canto, anche la riflessione sui diritti, tipo, qualità, quantità, mostra ragguardevoli avanzamenti. In un piccolo prezioso libro: L’età dei diritti (Einaudi 1990), ne posseggo una copia con dedica, lo stesso Bobbio mise in grande evidenza due “progressi”: da un lato, l’universalizzazione, ovvero l’estensione dei diritti a tutti; dall’altro, la moltiplicazione dei diritti, a cominciare da quelli ambientali e dai diritti delle donne, segnalando quanto importante per tutti fosse la rivoluzione femminile/sta. Non possono esistere dubbi sulla estensione dei diritti che certamente Bobbio avrebbe considerato indispensabile fino ad includere i migranti. Al proposito, però, si potrebbe obiettare che se guardiamo al trattamento straordinariamente rispettoso, privilegiato e accogliente riservato allo straniero dagli antichi greci e poi anche dagli antichi Romani, non si dovrebbe parlare di progresso, ma di ritorno a pratiche assolutamente tanto ammirevoli quanto commendevoli.
Lentamente, gradualmente, progressivamente (sic), la politica, ancor più la politica democratica ha trovato fino a tempi recenti il modo di stemperare e moderare i conflitti, di ridimensionare il ricorso alla violenza, persino quella verbale, di “civilizzare” le competizioni politiche facendo pagare un prezzo ai violenti e ai volgari. Da qualche tempo, invece, turpiloquio, escandescenze, minacce, comportamenti truffaldini, esibizioni di muscoli e di modalità violente, soprattutto grazie alla televisione e ai social networks, sono tornate di attualità. Guardando a fondo nei casi disponibili mi è sembrato di notare che sono gli esponenti della cosiddetta società civile a fare maggiore e più frequente ricorso per la loro politica a modalità eterodosse, dissacranti, deprecabili. Cercano in questo modo di acquisire subitamente quella visibilità che i politici di professione hanno passo dopo passo accumulato nella loro carriera, non necessariamente luminosa. Naturalmente, non saranno gli outsiders premiati per la loro sfacciataggine e la loro mancanza di etica politica a predicare contro i comportamenti incivili e indecorosi, a stigmatizzarli, a operare per sanzionarli.
Il cerchio si chiude. Nella sfera politica riscontriamo non progresso in termini di valori, di principi, di moralità, ma regresso. Comportamenti regressivi vittoriosi finiscono per tracimare nella sfera sociale e culturale in senso lato, scuole comprese. Continuerà il progresso tecnologico. Verranno meno i valori con i quali indirizzarli al perseguimento di beni collettivi. Eppure, i peggioramenti non sono inevitabili. C’è ancora domani.
Parla il professore Gianfranco Pasquino: «Il premier eletto potrebbe essere sostituito da un altro scelto dalla sua stessa maggioranza. Ed è questa la contraddizione clamorosa…»
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, torna sulle parole del capo dello Stato e spiega che «Mattarella, in sostanza, ha richiamato l’attenzione sul fatto che l’elezione popolare diretta» del premier «sposterebbe l’equilibrio tra i poteri a favore del premier eletto». E sottolinea le incongruenze della riforma. «Non si può eleggere direttamente un premier e poi consentire che la stessa maggioranza possa sostituirlo con un parlamentare non eletto direttamente, magari entrato in Parlamento solo grazie al premio di maggioranza».
Professor Pasquino, Mattarella ha detto che ruolo del Parlamento ed equilibrio di poteri sono garanzie di libertà. Crede che si riferisse in qualche modo alla riforma costituzionale del premierato?
Faccio sempre fatica a interpretare i messaggi che vengono lanciati più o meno esplicitamente, non solo dal presidente della Repubblica, ma anche da altri. In questo caso però c’è un elemento importante, e cioè che l’elezione popolare diretta del capo del governo squilibra l’architettura costituzionale. Essa infatti si regge sull’equilibrio tra Parlamento, governo, che è prodotto da una maggioranza parlamentare, e presidente della Repubblica, a sua volta eletto da una maggioranza parlamentare. Mattarella, in sostanza, ha richiamato l’attenzione sul fatto che l’elezione popolare diretta sposterebbe questo equilibrio a favore del premier eletto.
Cosa cambierebbe nel rapporto tra governo e Parlamento, alla luce del fatto che già oggi si abusa di decreti legge e voti di fiducia?
Gli abusi di cui, a ragione, parla, non dipendono molto dal rapporto tra governo e Parlamento, che di solito impone alla maggioranza di fare quello che decide lui, ma dai parlamentari stessi, che possono mantenere la schiena dritta o accettare qualsiasi diktat. Di solito accettano, perché il governo li conduce sull’orlo del precipizio dicendo loro che se non approvano un determinato provvedimento magari non saranno ricandidati o salterebbe l’occhio di riguardo per una categoria professionale a loro vicina. Ma insomma, dovrebbe essere proprio il capo dello Stato a dire che su alcune materie non si dovrebbe poter intervenire per decreto. Piuttosto, si dovrebbe essere più scaltri a livello di strategie parlamentari per accelerare l’iter e non forzare le decisioni come quando si ricorre al voto di fiducia.
A proposito di iter legislativo, pensa che il premierato possa in qualche modo accelerarlo, visto il forte legame che si creerebbe tra premier.
La possibilità esiste, anche perché quel presidente del Consiglio eletto direttamente dagli elettori porta con sé anche una maggioranza parlamentare data dal premio del 55% dei seggi. Quindi il premier può ricordare ai parlamentari che se sono lì buona parte del merito è suo perché ha vinto l’elezione popolare diretta. Detto questo, ci sono molte variabili in campo ma non mi sento di dire che il premier eletto sarà così certo del suo posto, perché potrebbe essere sostituito da un altro scelto dalla sua stessa maggioranza. Ed è questa la contraddizione clamorosa: non si può eleggere direttamente un premier e poi consentire che la stessa maggioranza possa sostituirlo con un parlamentare non eletto direttamente, magari entrato in Parlamento solo grazie al premio di maggioranza.
Qualche giorno fa il presidente del Senato La Russa, in sostanza, ha detto che il Colle ha troppo potere, anche a causa delle debolezza della politica, e il premierato lo riporterebbe nell’alveo costituzionale: è d’accordo?
Il punto fondamentale è questo: La Russa sostiene che ci sono dei poteri nella Costituzione che il presidente della Repubblica ha ampliato o di cui si appropriato. Se parla di poteri ampliati, commette un errore, perché il capo dello Stato nella Costituzione ha il potere di nominare il presidente del Consiglio e quindi, volendo, anche un tecnico qualsiasi, e non starebbe facendo nulla di extracostituzionale. E può sciogliere il Parlamento, sentiti i presidenti delle Camere. Ma sciogliere significa anche non sciogliere, quindi può anche decidere di esplorare la possibilità di maggioranze alternative a quella in crisi. Dunque su questo La Russa sbaglia. Se invece pensa che il capo dello Stato debba svolgere una funzione notarile, questo può accadere.
In che modo?
Serve una maggioranza compatta, solida e operativa, non immobilista. O anche numericamente risicata ma in grado di essere operativa. Una situazione che in Italia è sempre stata alquanto rara. Anche i democristiani, con una grande maggioranza, avevano difficoltà a fare le leggi. Evidentemente il presidente La Russa ha scarse capacità sia costituzionali che storiche. Oppure ha dei consiglieri che lo consigliano male.
Si è tornati a parlare della soglia minima per ottenere il premio di maggioranza, e si parla del 40%. Che ne pensa?
Penso che il problema non sia tanto la soglia, anche se meno del 40% sarebbe scandaloso. Il problema è il tipo di legge elettorale. Io sono contrario all’elezione di un presidente o primo ministro che non abbia ottenuto la maggioranza assoluta degli elettori. E sono dell’idea che bisognerebbe procedere con un ballottaggio, che darebbe davvero poteri agli elettori nello scegliere, al secondo turno, tra questo e quel candidato. Al momento non è scritto da nessuna parte come sarà eletto il prossimo Parlamento, dovesse essere approvata la riforma.
Tornando alle parole di Mattarella, pensa che con il premierato sarà in ballo la netta distinzione tra esecutivo, legislativo e giudiziario?
Questa domanda è difficile perché non c’è nessuna preoccupazione in chi ha scritto questo ddl sul premierato circa un nuovo equilibrio tra questi poteri. L’idea è dare maggiore potere agli elettori, ma se pensano di farlo eleggendo direttamente il premier sbagliano. Tra l’altro creano illusioni, dando l’impressione che il premier eletto dal popolo sia fortissimo quando in realtà la forza di un premier non dipende solo dall’elezione popolare ma dall’essere capace di gestire una maggioranza vera. Che è la forza del premier inglese, il quale ha la maggioranza grazie al partito di cui è segretario. I partiti purtroppo oggi non sono più nemmeno liquidi, ma liquefatti. Tranne Fdi, grazie a Giorgia Meloni. Tajani non è un grande costruttore di partiti, mentre Salvini combina guai ogni volta che parla.
Ed Elly Schlein?
Elly Schlein è una signora che ha una qualche esperienza internazionale, è stata parlamentare europea, ma mi pare che non sia ancora entrata in controllo del suo partito e che si dibatta nel cercare un’alleanza più ampia con chi non vuole farla. Cioè Conte, il quale alza la posta a ogni passaggio.
Sfortunatamente, non a tutti sono note le competenze costituzionali del Sen. Ignazio La Russa. Però, vista anche la prestigiosa carica da lui attualmente ricoperta di Presidente del Senato, per importanza la seconda della Repubblica, è giusto ipotizzare che la sua preparazione in materia di Costituzione sia all’altezza. Pertanto, quando dichiara che la proposta di cambiamento della forma di governo italiano, perché di questo si tratta, da democrazia parlamentare a premierato, avrà effetti (importanti) sui poteri del Presidente della Repubblica, è opportuno procedere a più di una riflessione. Per carità, si è affrettato ad aggiungere, sbagliando, La Russa, gli effetti si sentiranno non sui poteri scritti nella Costituzione, ma sui poteri dal Presidente (più di uno in verità, da Scalfaro a Napolitano a Mattarella) esercitati fuori dalla Costituzione formale, in ossequio ad una non meglio definita Costituzione materiale. Il premierato ricondurrà il Presidente con i suoi poteri dentro il recinto Costituzionale.
No, non è vero; non sarà affatto come dice La Russa. Sostanzialmente il premierato toglierà al Presidente i suoi due poteri costituzionalmente più rilevanti. Primo non potrà più esercitare il potere di nominare il Presidente del Consiglio eletto direttamente dai cittadini, che è il punto qualificante il premierato voluto da Giorgia Meloni. Dovrà limitarsi, se non vuole aprire un conflitto di assoluta gravità, lui, eletto da una maggioranza parlamentare, contro l’eletto/a dal popolo, a ratificare l’esito di quella elezione popolare. Peggio ancora in caso di sostituzione di quell’eletto/a ad opera e all’interno della sua stessa maggioranza parlamentare. Questa sostituzione di un eletto dal popolo con un parlamentare eletto da una minima frazione di quel popolo, se non, addirittura, entrato in parlamento grazie al premio di maggioranza, è una delle non piccole aporie contenute nella proposta di riforme. Il non eletto godrà anche del potere/privilegio di chiedere, meglio imporre al Presidente di sciogliere il Parlamento. Lo scioglimento non potrà comunque mai più essere sostanzialmente deciso dal Presidente della Repubblica. Tralascio che il Presidente non avrà più il potere di nominare Senatori/trici a vita, notoriamente inclini a favorire una parte politica (sic), ma la condivisibile esigenza che la rappresentanza politica sia tutta elettiva comporterebbe che neppure gli ex-Presidenti diventino senatori a vita.
Nella sua malcelata intenzione di confinare i Presidenti della Repubblica italiana in un ruolo puramente notarile, anche meno, il Sen. La Russa straccia tutte le variegate interpretazioni date dai giuristi a quel ruolo: rappresentanza della nazione, garante, super partes, riequilibratore. Lo vorrebbe esclusivamente notarile, rubber stamp (no, non è esattamente la parola usata da La Russa). Sarebbe forse il caso di approfondire, come praticamente nessuno ha finora fatto, la metafora della fisarmonica dei poteri presidenziali. Ad ogni modo, un punto deve essere chiarissimo. Il premierato descritto e interpretato da La Russa va frontalmente e deliberatamente contro il principio fondativo delle democrazie parlamentari che è anche il loro pregio maggiore: la flessibilità, di cui i Presidenti italiani, anche i meno interventisti, hanno saputo fare ottimo uso. Messo ai margini, il Presidente farà discorsi cerimoniali/cerimoniosi e taglierà nastri. Pure dopo la sua elezione popolare diretta, il Primo ministro dovrà guardarsi dai partiti della sua maggioranza, mentre il suo successore sarà costretto ad ottemperare ai desideri di quella maggioranza. Rigidamente. Non sembra proprio che il premierato si configuri come un miglioramento della democrazia parlamentare repubblicana.
ho appreso dai giornali che intendi candidare Mario Draghi alla Presidenza della Commissione Europea. Ottima idea. Oltre ad essere un grande europeista, Draghi è italiano, quindi, almeno potenzialmente un patriota. Sono stata una ferma e coerente oppositrice del suo pasticciato governo. Lui ha cavallerescamente apprezzato e mi ha portato molta fortuna politica e elettorale. Non ho pensato di candidarlo a niente dopo averlo sentito dire, con una certa durezza al limite dell’irritazione: “Un lavoro sono in grado di trovarmelo da solo”. Immagino che tu gli abbia parlato de visu della tua pensata, pardon offerta, e che lui ti abbia autorizzato a farla circolare come ballon d’essai per vedere che effetto che fa. Allora, lasciami dire con nettezza che, in questa Unione Europea che io voglio cambiare e cambierò, ci sono delle procedure e delle regole da osservare. Noi, uomini e donne di destre, siamo molto rispettosi dell’esistente, delle tradizioni, delle gerarchie e, non da ultimo, dei risultati dei ludi cartacei, di nuovo, pardon, delle elezioni, in questo caso europee. Non ti nascondo che i miei Fratelli d’Italia sono fiduciosissimi in un ottimo esito: triplicare il numero dei nostri seggi parlamentari. Poi ci vedremo nel Consiglio dei capi di governo, naturalmente lo champagne lo porti tu, e discuteremo.
Hai già convinto i presidenti dei Popolari e dei Socialisti e Progressisti a rinunciare ai loro Spitzenkandidaten? Oppure con qualche vostra trama sotterranea e oscura avete raggiunto un ennesimo accordo di spartizione come quelli sui quali noi, non da oggi, sosteniamo avete costruito un’Europa dei banchieri e dei burocrati? Immagino che farai un bellissimo rotondissimo discorso per argomentare la validità, impossibile da mettere in dubbio, del tuo candidato. Non avendo sponsor partitici e non essendosi Draghi mai, proprio mai sottoposto al vaglio elettorale, sosterrò con fermezza, con un filo d’irritazione nella mia voce, che è ora di cambiare e quindi di scegliere una candidatura che rappresenti il popolo europeo o, se preferite, i popoli europei. Comunque, a proposito di rispetto delle regole, sia chiaro che Draghi è in quota della Francia, vale a dire, tu, caro Emmanuel, avrai giocato la tua carta, il tuo asso, ovviamente, di denari, e non potrai nominare nessun commissario francese.
Tutto questo mi pare abbastanza prematuro, ma le mie considerazioni rimangono. Vedremo nella campagna elettorale quali temi emergeranno, uno dei quali, lo annuncio da subito, dovrà essere sicuramente prendere atto che il duetto Germania-Francia ha esaurito, oramai da qualche tempo, la sua carica propulsiva. É ora di sostituirlo con una governance pluralista nella quale l’Italia da me solidamente e stabilmente governata ambisce essere una componente centrale e lo e merita. La campagna elettorale servirà anche a Draghi, se lo vorrà, per esprimersi sulle priorità dell’Unione Europea prossima ventura. Mica si limiterà a rimandarci a quanto ha detto e fatto nel passato? Infine, noi, Fratelli d’Italia, auspichiamo l’emergere di una pluralità di candidature. Diremo di più e a voce molto più alta dopo il voto che ci premierà e ci darà maggior peso politico. Il commissario italiano lo sceglierò io, personalmente. Non sarà un ultrasettantenne e avrà il compito di rappresentare un’altra visione d’Europa.
Bons baisers da Roma
Giorgia
Gianfranco Pasquino Professore emerito di Scienza politica, Accademico dei Lincei, europeista
“Non chiedetevi che cosa l’Unione Europea può fare per voi, ma che cosa voi potete fare per l’Unione Europea”. Questa parafrasi di una delle più efficaci affermazioni contenute nel discorso inaugurale della Presidenza di John Kennedy non può evidentemente diventare patrimonio dei sovranisti, neppure dei più lungimiranti fra loro (no, non rispondo alla richiesta di precisazioni e approfondimenti). Può, tuttavia, oppure, proprio per questo, essere utilizzata per valutare e migliorare le posizioni prese dagli Stati-membri dell’Unione per quel che riguarda il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) e il Patto di Stabilità e Crescita.
Del primo, la possibilità per ciascuno Stato-membro di avere accesso a fondi europei in caso di necessità, non sono in discussione le clausole specifiche, che non è possibile cambiare, ma l’adesione dell’Italia, indispensabile a consentirne all’occorrenza a richiesta l’utilizzo a ciascuno e tutti gli altri Stati, dunque, anche Ungheria e Polonia, quando era sovranista. Benvenuto al governo guidato dall’europeista Donald Tusk che segnala l’esistenza di molti ottimi anticorpi nella democrazia polacca. Il Patto di Stabilità e Crescita ha molta più rilevanza per le politiche economiche e sociali degli Stati-membri nei prossimi cinque anni. Riguarda il tetto del debito pubblico da considerarsi accettabile e le modalità previste/formulate per un rientro più o meno graduale, e il deficit tollerabile, comunque da ridursi in particolare, ma non solo, per l’Italia.
Non è chiaro se la Presidente del Consiglio italiano Meloni e il Ministro dell’Economia Giorgetti stiano concordemente utilizzando la ratifica del MES come strumento di pressione per ottenere migliori condizioni per il Patto di Stabilità. Già altri Stati-membri, in particolare i paesi del gruppo Visegrad, hanno proceduto di tanto in tanto ad applicare la strategia dello scambio, talvolta, con successo. Fa certamente parte del gioco agire, non troppo spesso, seguendo i dettami del “do ut des”. Forse, però, gli Stati-membri dell’Unione, non soltanto quelli economicamente più forti, nonostante le sue difficoltà attuali la Germania rimane nel club, ma anche quelli che definiamo più frugali, non gradiscono e non apprezzano queste “ammuine” se non vengono accompagnate da proposte alternative, migliorative, in special modo, credibili. La credibilità di queste proposte dipende in maniera significativa dalla loro provenienza, vale a dire se chi le fa ha un passato di impegni presi e rispettati, adempiuti, e dalla loro per qualità. Le proposte debbono anche, per tornare alla frase di apertura, avere di mira il miglioramento di tutta l’Unione Europea, contribuendo alla sua stabilità, alla sua crescita, ad una sua unificazione più stretta. Quest’ultimo, più ambizioso obiettivo certo non può essere il progetto dei sovranisti tranne di quelli che si stanno pentendo, pensando se e come fare outing nel momento più difficile e delicato ovvero nel corso della già iniziata campagna per l’elezione del Parlamento europeo.
Le opposizioni italiane avrebbero l’opportunità di sfruttare la contingenza favorevole impegnandosi a chiarificare per gli elettori da raggiungere e conquistare quanto alcune proposte, condivisione e azione, contribuendo al buon funzionamento dell’Unione Europeo produrrebbero ricadute positive e rapide sui singoli. Sappiamo, però, che, a causa di molte sue insuperate ambiguità, il Movimento Cinque Stelle non è in grado di dare un contributo efficace a questa strategia. Giusto allora mettere in evidenza l’inconcludenza e la farraginosità della strategia governativa (e delle affermazioni, prese di distanza minimali di Forza Italia), ma impossibile non vedere la trave nell’occhio di una parte delle opposizioni. Una buona politica accetta la sfida e nella campagna elettorale darà il massimo per spiegare agli italiani che quel che vuole fare per l’Unione Europea, anche in termini di proposte operative, e come e quanto servirà a migliorare le condizioni di vita di tutti. Nel passato, spesso è stato proprio così.
14 dicembre 2023 ore 18:30 Piazza Coperta Biblioteca Salaborsa Piazza del Nettuno 3, Bologna
Dialogheranno con l’autore:
Maria Laura Lanzillo e Gianfranco Pasquino.
«Parsi scava nel nostro passato, dal Risorgimento alla “morte della Patria fascista” fino a Tangentopoli e al presente, in cui le parole dell’inno nazionale diventano il nome di uno dei partiti rappresentati in Parlamento. E ci propone una rivoluzione copernicana nel nostro modo di concepire la Patria o meglio la Madre Patria, per ripartire dalla sua natura inclusiva, amorevole e protettiva».
Premierato inesistente. Il disegno di legge costituzionale per “l’elezione popolare diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri” mira a conseguire tre obiettivi: dare stabilità ai governi, conferire maggiore potere ai cittadini elettori, impedire la formazione di governi tecnici più o meno conseguenza di “ribaltoni”. Produrrebbe una inusitata forma di governo denominata “premierato”, oggi non esistente da nessuna parte al mondo (solo Israele la ha implementata, tre volte 1996, 1999, 2001 [E. Ottolenghi, Israele: un premierato fallito, in G. Pasquino (a cura di), Capi di governo, Bologna, il Mulino, 2005, pp. 155-181] poi debitamente abbandonata. Chiaro che gli italiani potrebbero anche innovare, ma che nel mondo delle democrazie, in particolare di quelle parlamentari, nessuna sia andata in quella direzione, qualcosa vorrà pur dire. Proseguire senza punti di riferimento implica anche affrontare inconvenienti e ostacoli imprevedibili dai quali sarebbe preferibile che il sistema politico italiano si tenesse lontano.
Comunque, nessun premierato stava come proposta di riforma costituzionale nel programma elettorale di Fratelli d’Italia. Vi si trova, invece, il presidenzialismo, non meglio precisato, come non lo era quello proposto dal Movimento Sociale Italiano e da Giorgio Almirante, ma sicuramente inteso come strumento contro i partiti. Peraltro, in alcune dichiarazioni precedenti Giorgia Meloni si era personalmente espressa a favore del semi-presidenzialismo francese che, a sua volta, è alquanto diverso dal presidenzialismo USA (o latino-americano). L’obiettivo meloniano è totalmente ideologico. A prescindere da qualsiasi considerazione istituzionale, tecnica, di fattibilità, di funzionalità, Giorgia Meloni fermamente vuole l’elezione diretta del capo dell’esecutivo. Il resto si vedrà. Sottolineo qui che l’idea che le forme di governo a noi note e praticate rispondano a logiche costituzionali e politiche differenti e cogenti non sembra essersi ancora affermata fra commentatrici/tori, parlamentari e, talvolta, neppure fra i docenti di diritto.
Un punto, però, è chiarissimo: il capo dell’esecutivo dovrà essere eletto dal popolo. Quel che manca salta subito agli occhi. Non c’è nessuna indicazione delle modalità con le quali svolgere quelle elezioni. Se ne può dedurre che verrà dichiarato/a eletto/a il candidato/a che ha ottenuto il più alto numero di voti che potrebbero anche essere meno, molti meno della maggioranza assoluta. Ma è molto probabile che la Corte Costituzionale richieda l’indicazione tassativa di una soglia percentuale minima. Nei presidenzialismi latino americani e delle Filippine, nei semipresidenzialismi dalla Francia a Taiwan, da molti Stati africani ex-colonie francesi, pour cause, in non pochi sistemi politici ex-comunisti (Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Ucraina) dell’Europa centro-orientale, quando nessun candidato ottiene la maggioranza assoluta si passa al ballottaggio fra i primi due piazzati cosicché il vincente è sempre eletto dalla maggioranza dai votanti. Per l’avversione al ballottaggio espressa dal centro-destra, il vincente in Italia potrebbe essere scelto da una minoranza dei votanti. Comunque, alla coalizione a suo sostegno verrà attribuito il 55 per cento dei seggi, non è specificato, ma è ipotizzabile, in entrambi i rami del Parlamento.
Premierato dimezzato. Formalmente, l’eletto continuerà a essere “nominato” dal Presidente della Repubblica, ma sostanzialmente il Presidente si sentirà/sarà obbligato a nominare chi ha vinto. Quindi, non potrà esercitare nessun potere di scelta in nessuna imprevedibile circostanza. In flagrante contraddizione con la sua “elezione popolare diretta”, il Presidente del Consiglio potrà essere sostituito in Parlamento da un parlamentare, non da un “tecnico” (termine con il quale spesso ci si riferisce ad un non-parlamentare dotato di competenze), della sua stessa maggioranza, con il Presidente della Repubblica nuovamente obbligato a ratificarne l’assunzione della carica. Questo non direttamente non popolarmente eletto potrà a suo piacimento chiedere in qualsiasi momento lo scioglimento del Parlamento al quale il Presidente della Repubblica non avrà modo di opporsi, neppure volesse e riuscisse ad argomentare che una sua esplorazione scoprirebbe l’esistenza di una maggioranza anche solo leggermente diversa, ma operativa. Il premierato Italian-style distrugge la flessibilità/adattabilità che è probabilmente il pregio più significativo delle forme di governo parlamentare che risolvono i conflitti e superano le tensioni dentro il Parlamento senza procedere a più o meno frequenti e dispendiosi richiami dell’elettorato alle urne in situazioni spesso confuse talvolta rischiose.
Ad ogni buon conto, la sostituzione in Parlamento del Presidente del Consiglio cozza non soltanto con l’asserita volontà di avere un Presidente del Consiglio eletto dal popolo, presidio di stabilità governativa e quindi messo in condizione di esercitare le sue capacità decisionali, ma anche con l’obiettivo di dare vita a governi di legislatura. Inoltre, il subentrante all’eletto dal popolo, da un lato, godrà di minore legittimità, all’altro, sarà naturalmente debitore della carica ai leader dei partiti della maggioranza parlamentare che lo ha espresso e che deciderà come, quando e quanto sostenerlo. Spesso, sarà prodromo dello scioglimento anticipato del Parlamento, forse diventando anche il leader della coalizione e il candidato alla Presidenza del Consiglio con notevole vantaggio di visibilità. Non tanto incidentalmente, è immaginabile, comunque essenziale, che nell’iter della discussione del disegno di legge costituzionale, si affronti anche il tema del sistema elettorale da utilizzare per il Parlamento.
Premierato rampante. Da ultimo, il ddl abolisce i senatori a vita nominati dai Presidenti, ma mantiene come Senatori a vita gli ex-Presidenti della Repubblica, attualmente nessuno. Se è giusto sostenere che la rappresentanza politica in democrazia deve essere elettiva (magari facendo qualche riflessione sulla Camera dei Lords, nessuno dei cui componenti, in parte ereditari in parte nominati dal Primo ministro e ratificati dal Re, è eletto dal popolo britannico), allora coerentemente neppure gli ex-Presidenti della Repubblica dovrebbero diventare senatori a vita.
Che brutto contentino per il Presidente della Repubblica che sarà privato, come in sequenza, ma senza particolare originalità (dal canto mio lo misi in evidenza in un articolo pubblicato su questo giornale il 1 novembre), hanno notato sia Gianni Letta sia Giuliano Amato, persone informate dei fatti e dei misfatti, dei due poteri significativi e qualificanti, lo ripeto: nomina del Presidente del Consiglio (e su proposta di questo i ministri) e scioglimento o no del Parlamento. Sono questi i poteri che hanno fatto del Presidente della Repubblica italiana un attore istituzionale capace di essere freno e contrappeso a eccessi, errori, esasperazioni di non pochi governi e governanti italiani.
Fin dall’inizio costituzionalmente rappresentante dell’unità nazionale e riequilibratore del sistema politico, il Presidente della Repubblica verrà ridotto a figura cerimoniale e confinato al ruolo di predicatore disarmato e di tagliatore di nastri. Dal canto suo, il Presidente del Consiglio, legittimato dall’elezione popolare diretta, non vede meglio definiti e accresciuti i suoi poteri, mentre il subentrante sarà al massimo il postino della maggioranza. Molto rumor per nulla? No, l’esito prevedibile si configura come anticamera di tensioni soltanto in parte imprevedibili e premessa, più o meno consapevole e deliberata, di accentuate pulsioni populiste e di confusa deriva simil-autoritaria. Già, perché sull’onda del suo consenso diretto e popolare, il Presidente del Consiglio che non ottenesse presto e subito quel che vuole si sentirebbe frustrato e, in maniera rampante, procederebbe a forzature. Ma, di questo, un’altra volta un altro articolo.
Il sovranismo è il pur lecito desiderio di tornare al passato. Di quel passato, fatto di “nazioni” sovrane e indipendenti, si ricordano e esaltano alcune poche luci, ma deliberatamente e colpevolmente si trascurano le molte ombre, le più grandi delle quali sono due guerre mondiali. Comunque, nessun passato, neppure il più glorioso, può essere fatto rivivere. La scommessa sul recupero delle sovranità nazionali appare azzardata e pericolosa. Per il costo dell’azzardo i sovranisti dovrebbero informarsi dai Brexiters i quali, peraltro, hanno nel loro passato un impero e nel presente una rete di sicurezza nel Commonwealth. Per la pericolosità, quasi tutti i problemi che gli Stati-membri dell’Unione Europea debbono affrontare non troverebbero una soluzione migliore, forse nessuna soluzione, nelle capitali dei sovranisti.
Giunta è l’ora di chiedere ai sovranisti se bloccando la libera circolazione di merci, capitali, servizi e persone e tornando alle frontiere delle patrie staremmo tutti meglio o no. La loro la riposta è che l’Unione Europea non ha finora dimostrato di sapere controllare una delle più “minacciose” sfide dei nostri tempi (e di quelli che verranno): l’immigrazione. Però, chiudere le frontiere, fare blocchi navali e ricorrere a altre modalità di esclusione sono rimedi proposti senza nessuna certezza che funzionino, senza nessuna probabilità che vengano concretamente, tecnicamente, praticamente attuati. E poi quali sarebbero le implicazioni per tutti gli Stati sovranisti che, come l’Italia, hanno assoluto bisogno di manodopera non soltanto stagionale? Il controllo dei flussi, come dimostrano i bandi annuali, sembra, per l’appunto, anno dopo anno, inadeguato a soddisfare le richieste dei datori di lavoro e le domande dei potenziali lavoratori.
Andando al cuore di quella che è stata, da parte degli Stati-membri, non una perdita, ma una cessione consapevole di sovranità accompagnata dalla condivisione a livello più elevato, chi dei sovranisti ha l’ardire di sostenere che sarebbe in grado di garantire la sicurezza nazionale meglio di una Unione Europea anche se non ancora dotata di tutti gli strumenti per la difesa dei (sacri) confini? Se l’Ucraina avesse già fatto parte dell’Unione Europea, la Russia l’avrebbe comunque aggredita? E quanti dei paesi ex-comunisti dell’Europa centro-orientale hanno voluto l’adesione anche perseguendo la loro sicurezza nazionale? Gli Stati dei Balcani non pensano, non credono che la loro inclusione nell’Unione impedirà il risorgere di conflitti devastanti?
L’Unione Europea è il più grande spazio di diritti e di democrazia, di non discriminazione di genere, di razza, di religione mai esistito al mondo. Il grande allargamento del 2004, dieci nuovi Stati membri, certamente rallentò il processo di integrazione politica, ma è ampiamente giustificabile con la motivazione di sostenere quelle democrazie nuove e prive di esperienza. Troppi dei sovranisti, anche fra quelli al governo, Ungheria e Slovacchia, dando ottimisticamente per scontato, che l’europeista Donald Tusk riuscirà a formare il prossimo governo polacco, mostrano la tendenza a non attenersi ai requisiti essenziali dello stato di diritto, meglio in inglese: rule of law, governo della legge. L’autonomia della magistratura e la libertà di informazione, di stampa e molto più sono troppo spesso sfidate dai sovranisti al governo, ma protette e promosse dalla Commissione Europea e, in special modo, dalla Corte Europea di Giustizia.
Inevitabilmente, i sovranisti opereranno in maniera egoista perseguendo e favorendo interessi nazionali. Inevitabilmente, ne seguiranno conflitti fra loro che, sottotraccia, sono già visibili. Chi garantisce che quei conflitti verrebbero/verranno ricomposti senza sprechi, senza scontri, pacificamente in assenza di una autorità superiore, affidabile, con regole e procedure condivisibili perché previamente condivise? Il sovranismo è un passo indietro verso una situazione di imprevedibile e costosa conflittualità e verso un passato che la stragrande maggioranza degli europei ha voluto, e finora saputo, con successo superare.
Senza memoria poca storia in La Barricata delle Quattro Giornate di Napoli 1943-2023, a cura di Francesco Amoretti, Scafati, Francesco D’Amato editore, 2023, pp. 155-156.
La memoria è parte, più o meno grande, della vita di ciascuno di noi. Senza memoria poca storia. Quel che è peggio chi non sa da dove viene non avrà nessuna bussola e non saprà dove andare. Qualche volta la memoria di molte persone è consapevolmente e volontariamente condivisa. Qualche volta, l’accento è posto sul quadro complessivo. Altre volte sono sottolineati avvenimenti particolarmente significativi che differiscono a seconda delle generazioni. Le Quattro Giornate di Napoli sono uno di quegli importanti avvenimenti che meritano di essere inquadrati nel loro tempo, valorizzati, reinterpretati alla luce dei nostri tempi.
La ribellione, sia contro gli autoritarismi sia contro gli invasori, è uno dei modi più efficaci e più entusiasmanti attraverso il quale un popolo (ri)conquista la sua dignità e apre la strada al suo miglioramento collettivo. La ribellione non è mai semplicemente, come troppo spesso si dice, un atto spontaneo. Un po’ dovunque è preceduta da soprusi e sopraffazioni, da malefatte e torti, da oppressione e repressioni, alle quali per un periodo di tempo più o meno lungo le persone non sono riuscite ad opporsi per manifesta inferiorità, per il legittimo desiderio di evitare guai peggiori per sé e per gli altri, per la propria famiglia e per la più larga comunità. C’è anche spontaneità nella ribellione, ma più spesso c’è una esplosione di violenza, giustificata e giustificabile come reazione assolutamente razionale. L’energia della ribellione è diretta contro i responsabili dei misfatti e contro i loro sostenitori. Giustizia sommaria? Sicuramente, giustizia, ma come potrebbe essere diversamente da “sommaria” quando i responsabili si proteggono a vicenda, si fiancheggiano, cercano di scagionarsi vicendevolmente? Sono troppi coloro che dicono e scrivono che colpendo senza discriminare i livelli di responsabilità inevitabilmente non si potrà giungere alla memoria condivisa. Come è possibile e quanto sarebbe utile che gli oppressi e gli oppressori, gli aggrediti e gli aggressori, chi aveva e esercitò potere e violenza e chi la subì condividessero le stesse memorie? Quale società giusta è possibile auspicare e costruire che incoraggi gli uni a dimenticare e perdonare i malfattori e gli altri ad agire come se le loro responsabilità potessero essere superate e dimenticate?
Purtroppo, il dibattito pubblico generale, in Italia più che altrove, ma anche quello fra le fazioni degli storici sembra continuare fra ambiguità e ammiccamenti, peggio, persino senza sapere cogliere il riemergere di vecchi vizi, di errori gravi e di vere e proprie tare che fecero scrivere a Piero Gobetti che il fascismo era “l’autobiografia della nazione”. Forse non tutta l’autobiografia, ma certo una potente e prepotente fotografia della nazione nella quale si trovarono troppi esponenti delle classi dirigenti, troppi arrivisti, troppi cultori della violenza come modalità di fare politica per chi non ha cultura e non potrebbe reggere il confronto democratico.
Le Quattro Giornate di Napoli sono anche la dolorosa testimonianza di non avere poi saputo tesorizzare, organizzare, incanalare al meglio verso obiettivi di riscatto socio-economico e di buongoverno politico le energie che vi si erano espresse. Pesò quello che era successo e stava succedendo nel resto d’Italia. “Pacificazione” e mancata epurazione, una malintesa visione che la ricostruzione sarebbe stata possibile e preferibile tacendo, sorvolando, dimenticando molte responsabilità, neppure soltanto le minori.
Parlare oggi di un “passato che ritorna” non è soltanto un errore, un segnale di ipocrisia, una manifestazione di ignoranza. È il tentativo, probabilmente già in parte coronato da successo, dell’assoluzione di coloro i quali, non dopotutto, ma soprattutto, erano italiani. Quel passato non è mai interamente passato. Era stato sospinto sotto i tappeti della storia. Ne sta fuoriuscendo. I partecipanti alle Quattro Giornate di Napoli potrebbero legittimamente chiederci: siete meglio attrezzati culturalmente e politicamente per combatterlo?
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