EXPO 2030 all’Arabia Saudita: riflessioni, consolazioni, illusioni #paradoXaforum

La pesantissima sconfitta della candidatura di Roma a Expo 2030 intitolata al “L’era del cambiamento: insieme per un futuro chiaro” suscita non solo inutili rimpianti, ma utili riflessioni. Dei 165 Stati votanti Riad ha ottenuto 119 voti (tecnicamente un’enormità poiché molti osservatori ipotizzavano un ballottaggio)), la coreana Busan 29, Roma 17. Ovviamente non si deve affatto scartare l’ipotesi che il progetto saudita fosse/sia il migliore. Al tempo stesso, è indispensabile riflettere su quanto il denaro, promesso sotto forma di regali e favori dei più vari tipi, talvolta al limite della corruzione (l’Arabia Saudita si trova a metà della classifica fra i paesi più e quelli meno corrotti), di investimenti, di prestiti, riesca a essere molto influente, soprattutto quando è molto.

   Il fatto che l’Arabia Saudita è un regime autoritario con forti componenti teocratiche, il cui maggiore esponente, Mohammed bin Salman è accusato di avere fatto uccidere Jamal Kashoggi, giornalista oppositore del regime, che nel 2022 vi siano state eseguite 147 condanne a morte, che la condizione delle donne sia miserevole, non ho scoraggiato il voto a suo favore da parte di non pochi sistemi politici democratici, ad esempio, pubblicamente la Francia. Almeno altri nove Stati-membri dell’Unione Europea, che considera la pena di morte ostativa all’adesione al suo consesso, non hanno comunque scelto l’Italia. Sappiamo che l’Albania, il cui Primo Ministro Edi Rama qualche settimana fa è stato visto recentemente a braccetto con Giorgia Meloni, non ha sostenuto l’Italia, come pure tutti gli Stati dei Balcani, la Moldovia, l’Ucraina.

   Ricorriamo pure al detto latino “pecunia non olet” e aggiungiamo eventuali gravi errori di presentazione e presunzione della candidatura italiana. Certo, l’Expo non costituisce il bottino di un duello fra democrazie e autoritarismi. Tuttavia, è evidente che moltissimi Stati ritengono sostanzialmente irrilevante ai fini della loro scelta la natura politica di un regime. Non si pongono neppure il quesito se in questo caso un successo serva/irà anche a rafforzare quell’autoritarismo, addirittura quasi a legittimarlo.

Sicuramente, nel mondo arabo il prestigio dell’Arabia Saudita è cresciuto, la sua leadership è più ammirata e nessuno potrà permettersi di chiederle un allentamento della sua presa oppressiva e repressiva sulla società, a partire dall’applicazione della sharia. Tuttavia, qualsia riflessione sull’autoritarismo non può dimenticare che talvolta fanno capolino elementi inaspettati che influiscono sul regime. Il turismo di massa, che si attiva in occasione di eventi come l’Expo (22 milioni e 200 mila nel caso di Milano 2015) ha caratteristiche tali da iniettare germi di cambiamento.

   Milioni di turisti uomini e donne, che si muovono liberamente, vestiti non certo come il regime impone alle “sue” donne, che si abbracciano e baciano anche per strada, che portano e leggono libri proibiti molti dei quali in occasione della loro partenza regaleranno ai sauditi/e che hanno conosciuto e, seppur brevemente, frequentato, potrebbero essere germi di un cambiamento al quale immagino molti giovani e donne saudite aspirano da tempo. Come magra consolazione almeno rimaniamo sul filo dell’illusione e alimentiamola.

Pubblicato il 30 novembre 2023 su PARADOXAforum

DIRETTA Senza Riguardi TV #30novembre dalle 21.15 alle 22 @SRcinguetta

La proroga della tregua a Gaza ci lascia il tempo di guardare dentro casa nostra e non posticipare più l’analisi sul rifiorire di fenomeni quali l’antisionismo e l’islamofobia. Esistono davvero in forma rilevante nelle società occidentali? La nostra percezione è alterata dai media? Abbiamo eventualmente gli anticorpi? Parlare di casa nostra vuol dire però anche non perdere di vista le maggiori notizie che toccano il governo e il Paese: la bruciante sconfitta di Roma per Expo 2030, lo spauracchio del mercato libero delle utenze, il riaffacciarsi del braccio di ferro tra esecutivo e magistrati e il rinvio a giudizio del sottosegretario alla Giustizia di Fratelli d’Italia, Andrea Delmastro. Tanta, tanta carne al fuoco!

Ospiti: – Angelo d’Orsi, già ordinario di Storia del pensiero politico – Università di Torino – Gianfranco Pasquino, emerito di Scienza politica – Università di Bologna – Andrea Virga, docente di Storia e Filosofia e divulgatore (Punto & Virga) – Antonello Zito, speaker radio Van D’A – Francesco Adriano De Stefano, direttore Fuori dal coro – L’autonomia che parla – Andrea Russo, giornalista – andrearusso.net

Le ossessioni di Crosetto e le lezioni di Montesquieu @DomaniGiornale

 “Fermare la deriva antidemocratica a cui ci porta la Meloni” è il progetto che il Ministro Guido Crosetto attribuisce a una corrente della magistratura italiana. Di più, “l’opposizione giudiziaria”, “fazione antagonista da sempre …, ha sempre affossato i governi di centro-destra”. Le parole di Crosetto, da lui stesso poi derubricate a ”preoccupazione”, riflettono, di sicuro non intenzionalmente, la situazione di separazione dei poteri e di competizione fra le istituzioni che sta a fondamento delle democrazie. Se non tutto, molto comincia proprio quando un alto magistrato, Charles Louis de Secondat barone de la Prède, noto come Montesquieu, nel 1748 pubblica Lo spirito delle leggi. Al sovrano che cumula potere esecutivo, potere legislativo e potere giudiziario, è imperativo, per ragioni di efficienza e di equità, strappare/togliere il potere di fare le leggi e il potere di decidere le controversie. Debbono nascere nuove istituzioni specializzate e preparate in grado di esercitare con ampia autonomia quei poteri.

   Fin dall’inizio di quella che è stato il lungo tragitto che portò alla democrazia il potere giudiziario si è programmaticamente contrapposto al potere esecutivo e, naturalmente, viceversa. Un po’ dappertutto, in misure certamente diverse, il potere esecutivo è insofferente dei controlli che il potere giudiziario ha il compito istituzionale di svolgere e attuare cosicché nella misura del possibile, qualche volta forzando le leggi esistenti, il potere esecutivo cerca di sfuggire. Di frequente annuncia e attua “riforme della giustizia”, nuove modalità di valutazione dell’operato dei giudici, (ri)definizione delle carriere e dei poteri. In questa versione, secondo alcuni acuti studiosi USA, le istituzioni non sono soltanto separate, ma risultano in costante competizione fra di loro. Il rischio grande non è e finora non è stato quello di un golpe del giudiziario che rovesci il potere esecutivo (ma attendo volentieri replica e esempi di Crosetto). Al contrario, vi sono stati (capi di) esecutivi che hanno contrastato l’applicazione delle leggi ad opera del giudiziario, sono intervenuti contro l’istituzione violandone l’autonomia, hanno sfidato le leggi. Gli Stati Uniti da Nixon a Trump offrono esempi molto rilevanti. Ma anche in alcune democrazie europee, la rule of law, noi diremmo lo Stato di diritto, che non è il governo dei giudici, ma delle leggi a partire dalla Costituzione, la “legge deIle leggi”, viene sfidata, violata, ridimensionata dai detentori del potere esecutivo, nell’ordine, in Ungheria e in Polonia.

   Non stupisce, quindi, che sia un Ministro a sollevare neanche troppo obliquamente la questione di parte dei magistrati che fanno politica. Certo, quei magistrati vigilano doverosamente su una pluralità di situazioni e di comportamenti impropri: dal conflitto di interessi agli abusi di potere, dall’utilizzo di fonti improprie al cumulo di cariche. Nulla di tutto questo può essere caratterizzato come un complotto. Tutto o quasi può essere affrontato e risolto con riferimento alla Costituzione e alle leggi vigenti. l potenti che ricorrono all’intimidazione preventiva nei confronti dei giornalisti che sollevano coltri di omertà e dei magistrati che hanno l’obbligo di attivarsi ogniqualvolta si palesa e esiste una notizia di reato stanno semplicemente dimostrando che la democrazia è un sistema di freni e di contrappesi. Il ministro e l’uomo Crosetto hanno le spalle abbastanza larghe e forti da contrastare politicamente a viso aperto con il ricorso alle leggi di questo paese e, se necessario, alla Corte di Giustizia Europea, qualsiasi violazione, comportamento scorretto, sentenza particolaristica. Anzitutto, mettendo ordine in casa propria.     

Pubblicato il 29 novembre 2023 su Domani

Il fascismo ieri e oggi: un romanzo italiano. Da Un anno di storie 2023 @Treccani

Il fascismo ieri e oggi: un romanzo italiano
in Un anno di storie 2023. Un paese è le storie che racconta, Roma, Treccani, 2023pp. 119-122. 

I regimi autoritari che abbiamo conosciuto nell’Europa, in particolare mediterranea, della prima metà del XX secolo hanno ruotato intorno alla personalità e alle capacità del loro leader. Sono nati con quel leader e grazie a lui. La morte del leader ha travolto il regime senza scampo. Pertanto, è inevitabile che quella figura dominante abbia attratto grande attenzione. Non stupisce, ma ci interroga, il fatto che, forse perché ne è stato il capostipite, è fuor di dubbio che Benito Mussolini abbia costituito l’oggetto di una quantità di studi largamente superiore a quelli dedicati, nell’ordine, al Generalissimo spagnolo Francisco Franco Bahamonde (1892-1975) e al professore portoghese Antonio de Oliveira Salazar (1889-1970). Anche la strategia politica li ha in parte differenziati. Inizialmente, Mussolini perseguì una strategia di movimento e se ne fece forte mirando alla distruzione della sinistra, dovendo fare poi buon viso a cattivo gioco di fronte alla irriducibilità delle Forze Armate, della Chiesa Cattolica, della burocrazia, persino degli imprenditori. Salazar emerse come punto di equilibrio di una coalizione ultra conservatrice di interessi economici, sociali, culturali e religiosi che aveva avuto la meglio su gruppi di sinistra contadina, proletaria, lavoratori subalterni, frammentata, scarsamente organizzata che, una volta sconfitta, non riuscì a dare vita ad un’opposizione di cui tenere conto. Franco conquistò il potere dopo una sanguinosa guerra civile nel corso della quale iniziò la brutale distruzione dei partiti e dei sindacati di sinistra. Il doloroso ordine politico da lui imposto trovò immediatamente il sostegno e l’approvazione, più o meno passivi, di tutti quegli spagnoli che non volevano la ricomparsa e la prosecuzione di conflitti sanguinosi e esiziali.

Per temperamento, per spirito esibizionista, per l’essere stato catapultato sulle prime pagine dei giornali di un po’ tutto il mondo e nelle corrispondenze dei maggiori organi di stampa, Mussolini si acconciò e si beò della sua popolarità internazionale anche a fini di legittimazione. Lui era la novità politica, il fenomeno nascente di nuove modalità di governo, da osservare e studiare con tutte le sue ambiguità prima della stigmatizzazione e dell’eventuale ripudio. Tardivamente arrivarono entrambe. Meno importanti e rilevanti sulla scena internazionale, Franco e, soprattutto, Salazar, ricordiamolo un generale e un professore universitario, evitarono le luci della ribalta. Giornalista e politico dall’ego strabordante, Mussolini le cercò, le trovò, se ne giovò. Quelle luci non si sono mai spente del tutto sulla sua figura e sui suoi misfatti, ma anche sulle sue molto discutibili attività e realizzazioni: “Mussolini ha anche fatto cose buone”. Questa frase apre una discussione finora svolta in maniera tutt’altro che soddisfacente e richiede una valutazione basata su criteri generali, condivisi, comparabili.

Talvolta, gli squarci di luce più vivida gettati sugli autoritarismi e sui loro leader provengono dagli artisti. Monumento all’ironia, ma anche al senso della libertà, è il film di Charlie Chaplin Il grande dittatore (1940) che contrasta frontalmente con quelle produzioni cinematografiche che sottilmente, persino inconsapevolmente, creano curiosità che si traducono in simpatie postume. La cinematografia italiana, a cominciare da La marcia su Roma (1962) di Dino Risi, a continuare senza nessuna pretesa di completezza con Amarcord (1973) di Federico Fellini per approdare a Una giornata particolare (1977) di Ettore Scola, ha saputo sbeffeggiare il fascismo, non rendendolo certamente oggetto plausibile di affetto postumo e di mal posta nostalgia. A rendere la profondità della tragedia della guerra civile spagnola offre un contributo notevole Mourir à Madrid (1963) del francese Frédéric Rossif. Per entrare nell’atmosfera grigia e cupa del Portogallo sotto Salazar, opprimente come può essere la vita sotto un regime autoritario, non c’è niente di meglio del piccolo libro di Antonio Tabucchi Sostiene Pereira (1994), poi trasposto nel film omonimo. Nessuna fascinazione dell’autore con il regime, nessun eccesso nella implicita condanna.

Per quali motivi a cent’anni dalla sua ascesa al potere il fascismo continui ad esercitare interesse e attrazione fra gli italiani, a produrre conflitti fra le famigerate memorie non condivise e a essere oggetto di esecrazioni, per quanto meritate, talvolta pesantemente retoriche, è un quesito che non ha ancora ricevuto risposte soddisfacenti. Tuttavia, alcuni editori e alcuni editori si sono orientati a offrire ai lettori qualcosa di diverso, non necessariamente migliore, di quanto, che è molto, è stato scritto dagli storici, italiani e stranieri. Il passare del tempo ha persino fatto crescere l’interesse nei confronti della figura, non soltanto politica, di Mussolini. L’enorme successo di vendite della trilogia di Antonio Scurati: M. Il figlio del secolo (2019); M. L’uomo della Provvidenza (2020); e M. Gli ultimi giorni dell’Europa (2022) costituisce la prova provata della curiosità, forse, anche morbosa, degli italiani per la vita del “loro” famoso dittatore. In una (in)certa misura, il successo di vendite dei libri di Scurati segnala anche che l’insegnamento della storia nelle scuole e nelle Università non ha colmato il desiderio di conoscere, oppure, interpretazione più favorevole, ha acuito l’interesse. Biografie romanzate di simile genere sulla vita dei grandi o dei molti, piccoli dittatori non esistono per Hitler, Franco, Salazar e neppure per i numerosi dittatori latino-americani.

Il fascismo fu tragedia e farsa, allo stesso tempo, mentre le democrazie sono spesso accusate di essere noiose. Il fascismo non può e non deve essere ridotto, come in larga misura fa, quand’anche a fini polemici e forse catartici, Aldo Cazzullo, Mussolini. Il capobanda. Perché dovremmo vergognarci del fascismo, (Milano, Mondadori 2022), alle azioni sanguinarie di una banda di delinquenti che non rappresentavano esigenze, timori, ambizioni, rivalse, opportunismi diffusi nella società italiana. Molto meglio, allora, tornare a riflettere sulla penetrante e lungimirante definizione del nascente fascismo data da Piero Gobetti: “autobiografia della nazione”, ovvero fenomeno, peraltro non inevitabile, ma, a determinate condizioni probabile, derivante dai mali e dai vizi sia degli italiani nella loro generalità sia delle classi dirigenti stesse. Quell’autobiografia non è stata completamente riscritta dalla Resistenza e dai partigiani, ma tutte le premesse e tutte le indicazioni per andare oltre, superare, eliminare gli aspetti più negativi della nazione e della sua incultura politica e sociale, si trovano negli articoli della Costituzione italiana.

L’ottimo titolo Il fascismo pop (sottotitolo “Da tragedia a commedia: il segreto che lo tiene in vita”) del cap. 16 del libro di Sergio Rizzo e Alessandro Campi, L’ombra lunga del fascismo. Perché l’Italia è ancora ferma a Mussolini (Milano, Solferino, 2022) coglie un elemento cruciale, di cui è praticamente impossibile liberarsi, concernente la persistenza del fascismo nell’immaginario collettivo italiano. Non solo nell’immaginario, ma nella vita vissuta e nella coesistenza degli italiani si collocano le conseguenze della limitatissima e sostanzialmente, poche eccezioni a parte, mancata epurazione. Da un lato, le Forze Armate, la Chiesa cattolica, la burocrazia, le Associazioni imprenditoriali, l’Università non procedettero all’esclusione di quasi nessuno dei loro componenti che erano stati fascisti. Nel nuovo contesto di competizione e incertezza tutti gli apporti erano necessari e potevano servire per proteggere e promuovere interessi, preferenze, attività particolaristiche e il numero giustificava le richieste di accesso alla sfera politica. Dall’altro, un po’ dappertutto nel paese ciascuno aveva incontrato, conosceva, intratteneva relazioni con chi era stato fascista. Erano pochissime le famiglie nelle quali non c‘era il classico zio fascista, un nonno, un fratello. Nei comuni, in particolare quelli medi e piccoli, tutti sapevano che il medico condotto, peraltro bravo nella sua attività, il farmacista, l’avvocato erano stati fascisti, un po’ sopraffattori un po’ prevaricatori, complici ma abbastanza raramente responsabili di violenze. Nella burocrazia, il compagno di stanza, servizievole nel suo lavoro, e il capufficio, pomposo, ma poco oppressivo, erano stati iscritti al Partito Nazionale Fascista, per convinzione e/o per convenienza. Qualche prete e qualche parroco avevano espresso sentimenti di vicinanza e persino gratitudine al Fascismo per avere sconfitto quei comunisti nemici della religione. Nelle Forze armate gli ufficiali già fascisti furono, se prominenti, epurati e/o mandati in pensione, altrimenti rallentati nella carriera. Pur fascista, quell’imprenditore sapeva fare il suo lavoro, creava valore aggiunto, assumeva operai. Privarlo della sua azienda sarebbe stato una grave perdita per la comunità e per un sistema economico che cercava di riprendersi. Per i docenti bastò che si riciclassero cambiando il nome del loro insegnamento, i testi adottati e, quando non troppo complicato e esigente, i contenuti. Il resto lo fecero il pericolo comunista e l’ombra lunga di Stalin. Quel passato, come, in verità, quasi tutti i passati in vario modo importanti, non passa. Continua a insegnare molto.

La finanziaria la fa il governo (e la sua maggioranza). La versione di Pasquino @formichenews

Tutti i governi di coalizione che ottengono e mantengono la fiducia del loro Parlamento hanno il diritto, ma anche il dovere, di cercare di tradurre le promesse elettorali fatte dai loro partiti in politiche pubbliche. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica e socio dell’Accademia dei Lincei

La Finanziaria fa il governo la cui coalizione ha il diritto di respingere tutti gli emendamenti con un minimo di discussione.

La non emendabilità della Legge Finanziaria è il proposito fortemente espresso e ripetuto da Giorgia Meloni. Un cattivo proposito, ma non è né improponibile né incostituzionale. Al contrario. Tutti i governi di coalizione che ottengono e mantengono la fiducia del loro Parlamento hanno il diritto, ma anche il dovere di cercare di tradurre le promesse elettorale fatte dai loro partiti in politiche pubbliche. Su quelle promesse i partiti divenuti coalizione di governo hanno fatto la campagna elettorale ed è lecito pensare che, entro (in)certi limiti, gli elettori abbiano deciso di dare il loro voto con riferimento proprio ad una o più delle politiche promesse. Altresì, è probabile che buona parte di quegli elettori baserà il suo voto prossimo venturo proprio tenendo conto dell’attuazione o meno da parte del governo delle politiche da lui/lei preferite. Su questi presupposti, largamente confermati da tutte le ricerche sulle motivazioni del voto, la richiesta di Meloni è più che plausibile; è corretta e comprensibile. Naturalmente, ciascuno dei partiti di governo potrà, da un lato, cercare di “appropriarsi” di una o più tematiche specifiche; dall’altro, prendere le distanze da alcune altre, sperabilmente poche tematiche, preferite da altri partiti.

   Ad ogni buon conto, Meloni non può imporre disciplina di voto e astinenza da emendamenti tranne che ai parlamentari del suo partito. Primo, saranno i capi degli altri partiti a chiedere/imporre determinati comportamenti ai loro parlamentari. Secondo, saranno questi parlamentari, individualmente, personalmente, a decidere come comportarsi (remember art. 67: “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” c.vo mio). Cercheranno con competenza di migliorare testo e sostanza? Con i loro emendamenti vorranno comunque mandare un messaggio a determinati gruppi di elettori, a qualche potente lobby? Si proporranno soprattutto di ottenere visibilità personale e politica? Il dibattito sugli emendamenti, meglio non tranciarlo bruscamente e d’imperio, potrà/dovrebbe risultare chiarificatore con giovamento di tutti.

L’emendamento, a mio parere assolutamente da escludere, ma già “ventilato” nella versione “maxi”, è quello formulato dal governo che, per chiudere la faccenda, ingloberebbe tutte le eventuali variazioni, la cui approvazione verrebbe probabilmente affidata ad un voto di fiducia. Questo significherebbe calpestare l’autonomia del Parlamento, che dovrebbe essere difesa in primis dai Presidenti delle due camere, ma anche, non soltanto con la delicatezza e la riservatezza della moral suasion, dal Presidente della Repubblica. Proprio chi (come il grande studioso della Costituzione inglese Walter Bagehot e il consapevolmente meno grande docente di scienza politica qui scrivente) riconosce e attribuisce al governo il potere di fare la finanziaria e di ottenerne l’approvazione come desidera, è legittimato a criticare qualsiasi forzatura e a chiedere che sia sanzionata.

Accettabile e encomiabile è il tentativo del Partito Democratico di cambiare alcuni punti, di prospettare politiche diverse, di dimostrare che è possibile scegliere strade che portano più lontano. Tuttavia, mi pare improbabile che i 1.103 emendamenti preparati dai parlamentari del PD consentano di scrivere una finanziaria alternativa. Il loro numero, anche qualora non fossero, com’è probabile, tutti ammessi, comporterebbe inevitabilmente illustrazioni sommarie e frettolose e bocciature pregiudiziali. La forma sarà salvata, ma la sostanza non avrà nessuna chance di successo. La cultura dell’emendamento, come la definì 50 anni fa il Sen. Filippo Cavazzuti, mio collega nella Sinistra Indipendente, ha le gambe corte (e storte). Non serve a costruire nessuna alternativa.

Pubblicato il 28 novembre 2023 su Formiche.net

VIDEO La democracia en Europa- Discurso introductorio al VII SEMINARIO INTERNACIONAL: NUEVO EQUILIBRIO DE PODERES, ESTADO DE DERECHO Y GOBERNABILIDAD DEMOCRÁTICA , 17-18 novembre 2023 Monterrey

Algo que sé sobre la salud, el funcionamiento y la evaluación de la democracia y las democracias en Europa
Fuera de los esquemas mentales de cantantes de mal agüero, analizo la realidad y sugiero tendencias.
feliz escucha

INVITO Non so se si può dire… Il politically correct nella società e nella politica #Bologna #28novembre

28 novembre ore 18.30
Aula E Belmeloro
Via Andreatta 8, Bologna

Non so se si può dire…
Il politically correct nella società e nella politica

Incontro sul ruolo del politicamente corretto all’interno della società: come influenza la comunicazione, la politica e la vita

Relatori
Sergio Belardinelli
Gianfranco Pasquino

INVITO Fascismo: quel che resta e quel che manca della resistenza #26novembre #Guardabosone #VC

Domenica 26 novembre 2023 ore 11
Salone Parrocchiale di Guardabosone
Piazza della Chiesa

Gianfranco Pasquino
Fascismo: quel che resta e quel che manca della resistenza

dialoga con Michele Cella e Roberto Travostino

Dove porta l’antiparlamentarismo di sinistra. Scrive Pasquino @formichenews

Persino opinion-makers di lungo e onorevole corso non conoscono a sufficienza come funzionano il Parlamento e i parlamentari. Inoltre, non saprei quanto inconsapevolmente, quegli opinionisti gettano immeritato discredito non soltanto sui parlamentari, tacciandoli tutti di assenteismo, troppo pagati che lavorano troppo poco, ma anche sull’istituzione nel suo complesso, l’istituzione che, in una democrazia parlamentare, è programmaticamente centrale. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, accademico dei Lincei, già senatore della Sinistra Indipendente

Tristo è l’antiparlamentarismo, anche quello di sinistra. “L’aula del Senato che, durante il dibattito sulle violenza, alcune foto immortalano desolatamente vuota”. Comincio con le parole di Massimo Gramellini (Corriere della Sera, 24 novembre, p. 1) che ripetono stancamente la condanna al presunto assenteismo dei parlamentari. Per quel che ne so, il processo all’aula (tutt’altro che sorda e certamente neppure grigia) comincia con la foto postata, l’ho vista sul mio X, dalla senatrice del Pd, già segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso. Replicai subito “solo a causa della mia incurabile malattia di predicatore istituzionale. Non contano le presenze in aula a questo stadio. Gli uffici dei parlamentari hanno radio e TV [anche a circuito interno]. Conteranno i voti. Questa foto è #antiparlamentarismo di piccolo cabotaggio”. Poi è arrivato Giovanni Valentini, già direttore de L’Espresso e a lungo editorialista de la Repubblica citando Camusso e la sua foto: “Prova visibile di grande partecipazione e sensibilità” del Senato. Ritwittai con queste parole: “Prova provata. Le disposizioni contro la violenza di genere e il femminicidio sono state approvate all’unanimità dai 157 [su 200] presenti”.

Nel frattempo, Massimo Giannini, già direttore de La Stampa, editorialista de la Repubblica, aveva scritto: “Si parla di femminicidi, il Senato è deserto: ecco cos’è il potere patriarcale”. Al Senato ci sono 71 senatrici donne, tutte succubi del potere patriarcale? Poi, incurante, ma non me ne dolgo più di tanto, della mia replica, Giannini ha ripetuto lo stesso concetto in un Podcast. Forse repetita iuvant, ma non quando si tratta di errori: perseverare diabolicum. Nel frattempo, il Corriere della Sera aveva pilatescamente pubblicato la foto a colori senza commenti. Nessuno dei molti giornalisti ha cercato di scovare dov’erano tutti i senatori e tutte le senatrici assenteisti: nei loro uffici, alla buvette, in Piazza Navona? Che, per caso s’intende, fossero al corrente del contenuto del testo, che lo avessero letto, dibattito compreso, negli accurati resoconti dei lavori in Commissione, che si fidassero di chi fra loro ne sa di più? Fatto sta che al momento giusto, da qualsiasi luogo provenissero, si sono trovati al punto giusto, in aula a votare, ma, ahiloro, il fotografo se n’era già andato!

Sarebbe “bello” poter dire che questo neanche tanto sottile antiparlamentarismo di sinistra non porta da nessuna parte. Invece, primo segnala che persino opinion-makers di lungo e onorevole corso non conoscono a sufficienza come funzionano il Parlamento e i parlamentari. Punto da approfondire anche con riferimento al diritto/dovere del governo che i suoi parlamentari approvino la legge finanziaria come arriverà al voto. Another time. Secondo, non saprei quanto inconsapevolmente, quegli opinion-makers gettano immeritato discredito non soltanto sui parlamentari, tacciandoli tutti di assenteismo, troppo pagati che lavorano troppo poco, ma anche sull’istituzione nel suo complesso, l’istituzione che, in una democrazia parlamentare, è programmaticamente centrale. Difendere ruolo e prerogative del Parlamento a fronte del premierato prossimo (av)venturo diventerà molto più difficile e persino contraddittorio: perché “aspettare” il voto di parlamentari assenteisti e non auspicare e accettare rapidamente la decisione formulata e presa senza tanti fronzoli dal(la)Premier eletto direttamente dal popolo?

Pubblicato il 24 novembre 2023 su Formiche.net

L’identità del cuore Toro per me di bianconero esiste solo la Virtus #aspettandoBologna-Torino @Toro_News

La Repubblica Giovedì, 23 novembre 2023

Il professor Pasquino, tifoso granata aspettando Bologna-Torino