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Il Governo e quella ferita a un diritto costituzionale @DomaniGiornale

Qualsiasi sciopero che coinvolga settori importanti, come è quello dei trasporti, e che riguardi non soltanto un grande numero di addetti, ma anche più in generale di lavoratori, finisce per configurarsi come uno sciopero generale. Diventa rapidamente anche uno sciopero politico se e nella misura in cui l’obiettivo di fondo è contrastare, cambiare, bocciare la legge finanziaria e se e quando contro quello sciopero intervengono i governanti più o meno legittimati dall’essere responsabili specifici del settore chiamato a scioperare. Insomma, lo sciopero generale indetto da CGIL e UIL (troppo spesso, a mio parere, la CISL prende le distanze) e dichiarato improponibile nei tempi annunciati da una Commissione di nomina governativa si è inevitabilmente trasformato in uno scontro fra il segretario generale della Cgil Maurizio Landini e il Ministro dei Trasporti Matteo Salvini.
Poiché Landini ottiene prontamente e opportunamente il sostegno della segretaria del Partito Democratico Elly Schlein e di buona parte degli oppositori e a Salvini, anche per non lasciarlo lucrare da solo i frutti della contrapposizione, si accodano altri governanti, quello che è in atto deve essere considerato un vero importante scontro fra l’opposizione sociale e parlamentare, da un lato, e il governo Meloni, dall’altro. Non credo che lo scontro socio-politico possa essere derubricato a semplici divergenze sulle interpretazioni della normativa che regola gli scioperi. Comunque, non solo le molto impegnative dichiarazioni dei protagonisti da entrambe le parti sono andate parecchio oltre un confronto in punta di diritto, ma lo schieramento intorno a Landini e gli alleati di Salvini mirano ad ottenere qualcosa di molto differente da una soluzione salomonica.
Infatti, quelli che chiamerò gli ambienti governativi si sono incamminati lungo la strada scivolosa e compromettente del ridimensionamento del diritto di sciopero o quantomeno della valutazione discrezionale caso per caso della sua legittimità. A maggior ragione, Landini, Bombardieri, le opposizioni ritengono indispensabile, quasi imperativo procedere allo sciopero per ribadire il suo essere un diritto non sopprimibile. Non so se il Direttore mi consentirà di esprimere su questo giornale le mie riserve sulla efficacia pratica di alcuni scioperi. Da tempo, non da solo, auspico un ripensamento delle forme sindacali di lotta tali da andare oltre la componente talvolta poco più che simbolica della partecipazione dei lavoratori al fine di conseguire risultati concreti e duraturi senza creare danni e disagi alla cittadinanza.
Adesso, però, è in ballo un diritto costituzionale contestato, compromesso, a rischio di essere conculcato. Pertanto, lì bisogna ballare. Probabilmente, agli inizi il “conculcamento” del diritto di sciopero non era all’ordine del giorno del governo Meloni, ma nell’arco delle alternative disponibili è oramai considerato una eventualità tutt’altro che sgradita, nient’affatto da escludere. Poiché la narrazione governativa è che, nelle condizioni socio-economiche ereditate e date l’operato di Meloni e dei suoi ministri è stato positivo e ancor più lo risulterà nei prossimi mesi/anni, coloro che si oppongono, che remano e agiscono contro le scelte del governo: finanziaria e altro, premierato e autonomie differenziate, preferisco il plurale, vanno contro gli interessi e il futuro radioso della Nazione. Pertanto, se il prezzo da pagare è quello di essere criticato e insultato per avere ridimensionato lo sciopero, anche procurando una ferità al diritto di sciopero, il governo prenderà atto e andrà avanti. Non è ricattabile. Ma non è affatto detto che sia invincibile.
Pubblicato il 15 novembre su Domani
Autonomia per premierato. Pasquino mette in guarda da scambisti e semplificatori @formichenews

“Niente scambi di prigionieri, prima i cittadini poi le forme di governo”, dice il governatore leghista Zaia. Che dunque, contrariamente a Meloni, sembra pensare che le seconde non influiscano sulle condizioni da vita dei primi. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza politica
Nella Lega e in Fratelli d’Italia si annidano alcuni scambisti. Nessuna sorpresa e nessuno scandalo. C’è qualcuno che crede non da oggi di potere ottenere l’autonomia differenziata appoggiando, meglio, non obiettando al premieratino di Giorgia Meloni. Meno incline a fare la scambista è la stessa Meloni, preoccupata, non da oggi, dalle conseguenze scarsamente prevedibili dell’attuazione dell’autonomia differenziata. In aggiunta a difficoltà, tensioni e conflitti sulle risorse e sulle attribuzioni di poteri, regioni forti entrerebbero in contrasto con un Primo ministro rafforzato dall’elezione popolare. I più ottimisti, difficile dire quanto tecnicamente attrezzati, sostengono che lo scambio può essere evitato procedendo ad un coordinamento. Nessuno, però, è intervenuto in maniera concreta e precisa a chiarire termini e modalità del coordinamento. Forse qualche parente di qualche governante sta già affilando le armi dei suoi saperi politici e costituzionali e verrà individuato al momento opportuno e premiato con una qualche carica appositamente create.
Uno che ha le idee chiare in materia è il Presidente della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia: “Niente scambi di prigionieri [non capisco questa espressione, ma forse è del titolista del quotidiano che riporta le parole di Zaia. Semmai da scambiare sono gli ostaggi] tra premierato e autonomia [credo dovrebbe essere autonomie, al plurale, visto che sono “differenziate”], prima i cittadini poi le forme di governo.” Zaia, dunque, contrariamente a Meloni, sembra pensare che le forme di governo non concernano i cittadini, non influiscano sulle loro condizioni da vita. Strano, davvero, molto bizzarro visto che, invece, Meloni sostiene che l’elezione popolare diretta darà grande potere ai cittadini e che molto ritengono che le autonomie differenziate daranno potere ai governanti regionali non ai cittadini, comunque in forma molto indiretta. Per di più il potere dei governanti regionali Zaia vorrebbe ampliarlo con l’abolizione del limite dei mandati riforma per la quale Zaia non vede nessun inconveniente. Cito: “Se cambia il limite dei mandati per i presidenti di Regione non si crea nessuna cupola”. Chi sa cos’è la cupola di Zaia? Il problema, più che la concentrazione di potere, è l’incrostazione dei poteri. I democristiani, ex e post, dovrebbero averlo imparato. Si creano aggregazioni senza limiti e le innovazioni diventano rarissime, persino impossibili e i potenti senza limiti rischiano di essere oggetto di pratiche corruttive.»
Attendo le espressioni di giubilo e di ammirazione provenienti in maniera tersa da Vincenzo De Luca, il Presidente della Regione Campania. Senza limiti forse anche off limits. Dopodiché, come si potrà suggerire il limite ai mandati anche per il Primo ministro del premieratino? La precisazione di limiti, che per i capi di governi parlamentari non esistono (è il popolo a decidere chi premiare e chi cacciare) sarebbe segno di incoerenza, anzi un modo per surrettiziamente indebolirlo/a. Al secondo mandato potrebbe cominciare una vera e propria cacci al Primo ministro non più rieleggibile. Insomma: scambiare, coordinare, forse, ricominciare meglio, cambiare molto? Comunque, diffidare sia degli scambisti, con scambi inevitabilmente sempre al ribasso, sia dei terribili semplificatori.
Pubblicato il 12 novembre 2023 su Formiche.net
Pasquino: «Riforma Meloni mediocre e pasticciata. Ma la sinistra deve avere le idee più chiare» #intervista #avanti della domenica @Avantionline


Intervista raccolta da Giada Fazzalari
“Il Governo Meloni ha fatto poco, non ha dato il segno di una qualsiasi svolta significativa tranne per lo più quando parlano di diritti civili, diritti delle persone e diritti delle donne, dimostrano di essere abbastanza indietro con le loro proposte, un po’ bigotti e un po’ reazionari”
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, accademico dei Lincei, è autore di numerosi apprezzati testi. Il suo libro più recente, forse l’ultimo, è “Il lavoro intellettuale” (UTET 2023). È anche molto orgoglioso della quinta edizione, riveduta ed ampliata, del “Nuovo corso di scienza politica” recentemente uscita per Il Mulino, testo sul quale si sono formate generazioni di studenti. Pasquino, tra i più acuti intellettuali del nostro Paese, conoscitore, come pochi, dei meccanismi della politica, ci ha dato un parere sulla recente riforma costituzionale varata dal Consiglio del Ministri.
Allora professor Pasquino, che idea si è fatto di questa riforma che Meloni descrive come “la madre di tutte le riforme”?
«Prima di tutto non è la madre di tutte le riforme perché ci sono una serie di altri aspetti che non vengono neanche toccati, anche se vengono indicati vagamente: ad esempio la legge elettorale che potrebbe essere essa stessa la madre delle riforme. È una riforma mediocre, pasticciata, che non stava nel programma elettorale di Fratelli d’Italia, che diceva chiaramente di volere il semipresidenzialismo. L’opinione che mi sono fatto è che è una riforma sbagliata».
Ma Giorgia Meloni ha detto che l’obiettivo è garantire stabilità a chi governa. A suo avviso è così?
«Qui bisogna sapere distinguere tra la stabilità nella carica e la capacità di governare. Se vogliamo la stabilità nella carica, questa è assicurata certamente da un presidenzialismo vero, cioè quello degli Stati Uniti ad esempio. Trump è stato in carica quattro anni, ha governato molto male; Biden sarà in carica fino al 2024 governando un po’ meglio. Non sono uomini particolarmente capaci e sono anche piuttosto anziani, quindi privi di idee originali e proiettate nel futuro. Dunque, sì, il presidenzialismo garantisce stabilità nella carica. Se si vuole anche capacità di governare questa dipende naturalmente dagli elettori, da un lato, che sappiano scegliere bene, ma soprattutto dai partiti perché sono i partiti che producono le persone che vanno a occupare incarichi di governo. E nella riforma di Meloni non c’è assolutamente nulla sui partiti».
C’è chi sostiene che in Italia siamo già oltre il premierato: cioè che abbiamo un “capo”, un super premier che impedisce ai suoi parlamentari di presentare emendamenti su una legge fondamentale dello Stato come la legge di stabilità e, quindi, un Parlamento esautorato della sua prerogativa principale. Lei cosa ne pensa?
«In verità non è esattamente così: la premier può chiedere di non presentare emendamenti, ma il Parlamento lo può fare naturalmente. Di volta in volta si voterà, se le opposizioni sono in grado di trovare gli emendamenti giusti, nei momenti giusti sui punti giusti della legge finanziaria riusciranno comunque a illustrarli, che è quello che conta perché mandano così un messaggio ai gruppi di interesse, ai cittadini interessati, alla stampa e a farli votare. Meloni sta dicendo alla sua maggioranza di non presentare emendamenti, ma ogni parlamentare può avvalersi delle sue prerogative. Insomma, stiamo facendo un casino su cose che Meloni non può ottenere».
E il ruolo del Capo dello Stato in questa riforma pensata da Giorgia Meloni?
«Su questo punto si sono dette tantissime cose che mi permetto di chiamare ‘cazzate’. Se il premier viene eletto direttamente dai cittadini, il Presidente della Repubblica perde il potere di nominarlo, a meno che pensiamo che nominare sia semplicemente registrare, ratificare l’elezione diretta. Poniamo il caso che il premier eletto si dimetta e la sua maggioranza proponga un altro candidato all’interno della maggioranza. Il Presidente della Repubblica può opporsi? No. Inoltre, se il Capo dello Stato perde il potere di nominare il Presidente del Consiglio, perde anche il potere di sciogliere il Parlamento perché se la maggioranza continua ad avere il controllo del Parlamento non ne chiederà lo scioglimento. Poi, di tanto in tanto se lo ricordano, hanno detto che non ci saranno più i senatori a vita. Quindi il Presidente della Repubblica perderà anche il potere di nominare il senatore vita e Pasquino perderà l’ultima chance di entrare in Senato allegramente in pompa magna dall’ingresso principale». (sorride…)
Quindi questa riforma favorirebbe il bipolarismo?
«Il bipolarismo viene incoraggiato certamente, perché se sono gli elettori a dover elegge un Capo del Governo, è probabile, ma non del tutto certo, che ci saranno due soli candidati. Però se lo si voleva davvero incoraggiare, bisognava decidere con un sistema elettorale a doppio turno con ballottaggio. Non vogliono il ballottaggio perché pensano che magari vanno in testa al primo turno e però poi non riescono a raccogliere il consenso di altri elettori. Però non è così che si fa una riforma vera. Il ballottaggio è cruciale: laddove il Capo dello Stato di una repubblica presidenziale o semipresidenziale è eletto direttamente dai cittadini, è previsto sempre il ballottaggio. L’Argentina ha due belle regolette: se un candidato ottiene il 45% dei voti è immediatamente eletto; se un candidato ottiene il 40% dei voti e ha più del 10% di vantaggio sul secondo classificato, è automaticamente eletto, altrimenti si va al ballottaggio, come succederà il 19 novembre. Il governo ha voluto evitare il ballottaggio e ha sbagliato, perché è un potentissimo dispensatore di opportunità politiche: obbliga i due candidati a spiegare perché sono uno meglio dell’altro e c’è un maggior flusso di informazioni; inoltre sono due settimane intensissime nelle quali tutti vogliono sapere tutto e nelle quali si attrae grande interesse da parte degli elettori perché sanno che a quel punto davvero il loro voto è decisivo».
Ci sono ballottaggi famosi che confermano questa tesi…
«Sì. Quello in Francia nel 2002 quando c’erano Chirac e Le Pen: nel passaggio dal primo al secondo turno di ballottaggio, circa un milione e mezzo di francesi in più andò a votare. L’altro ballottaggio importante fu quello fra Giscard d’Estaing e Mitterrand del 1981. Nel passaggio dal primo al secondo turno Mitterrand, che vinse, di nuovo riuscì a mobilitare centinaia di migliaia di elettori in più. Quindi se i due candidati al ballottaggio sono credibili e offrono una vera scelta, gli elettori vanno a votare».
Professore, ma con una destra che supera il 40% dei consensi, la sinistra così frammentata cosa deve fare?
«La sinistra dovrebbe riuscire a convergere su determinate posizioni, come ha fatto sul salario minimo e cioè una riforma vera, importante e significativa su cui la sinistra è riuscita a mettersi d’accordo. Non dovrebbe essere difficile trovare l’accordo su che cosa davvero bisogna inserire nella Costituzione italiana. Il voto di sfiducia costruttivo è l’unico punto che può essere sollevato e introdotto nella Costituzione italiana senza toccare gli altri poteri, senza toccare nessun equilibrio. Tra l’altro, se andiamo a rileggere il famoso ordine del giorno Perassi in Assemblea Costituente, diceva che bisognava trovare i meccanismi di stabilizzazione del governo. La Costituzione italiana venne approvata nel ‘48, un anno dopo i tedeschi introducono il voto di sfiducia costruttiva; gli spagnoli quando tornano alla democrazia nel ‘78 si chiedono come stabilizzare i governi e adottano qualcosa che assomiglia al voto di sfiducia costruttivo».
Ma allora, se garantisce la stabilizzazione dell’azione di governo, perché secondo lei Meloni non vuole la sfiducia costruttiva?
«Questo non l’ho capito. Renzi, a questa domanda esplicita, rispose: “non me lo hanno lasciato fare”, ma non c’è nessuna traccia nel dibattito sulla sua riforma su questo punto. Non capisco perché il governo non voglia introdurla, perché questo è un vero meccanismo di stabilizzazione e la Germania e la Spagna lo dimostrano abbondantemente. È vero, consente un ribaltone ma il ribaltone è votato in maniera esplicita e trasparente dalla maggioranza assoluta dei parlamentari».
In chiusura, siamo ad un anno dall’entrata in carica del governo Meloni. Facendo un bilancio, che voto dà all’azione di governo e al tipo di opposizione che ha fatto la sinistra?
«Il governo Meloni ha fatto poco, certamente non ha dato il segno di una qualsiasi svolta significativa tranne per lo più quando parlano di diritti civili, diritti delle persone e diritti delle donne, dimostrano di essere abbastanza indietro con le loro proposte, un po’ bigotti e un po’ reazionari. Sul piano dei diritti proprio non ci siamo. Per il resto non sono particolarmente interessati alle diseguaglianze, hanno qualche corporazione da difendere come i balneari, adesso i tassisti, qualche volta i farmacisti e così via. La risposta è 6 meno. La sinistra invece si merita massimo un 5. Dovrebbe imparare a costruire alleanze (politiche, ma anche sociali), trovare delle risposte ad alcuni problemi e convincere quella parte di elettorato italiano che è disposta a cambiare il proprio voto. È una parte che non è grandissima ma è sempre decisiva, il 10 – 12% di italiani guardano quale ’è l’offerta politica e decidono su quella base. Gli italiani devono essere convinti che l’offerta politica della sinistra non solo è migliore di quella di destra, ma può essere attuata, perché non basta offrire la luna e poi non sapere come fare ad arrivarci».
Pubblicato il 12 novembre 2023 su Avanti della domenica

I patti bilaterali sui migranti non servono a nulla @DomaniGiornale

L’accordo raggiunto fra Giorgia Meloni e il primo ministro albanese Edi Rama per la costruzione di due Centri di Permanenza per i Rimpatri gestiti dal governo italiano, ma localizzati in Albania, pur molto diverso da quanto stabilito tempo fa in materia di controllo dell’immigrazione con il presidente della Tunisia Kaïs Saïd, risponde alla stessa logica. Troppo facile, ma indispensabile sottolineare che una parte non piccola dell’attivismo della Presidente del Consiglio italiana è deliberatamente orientata a costruirne, mantenerne, esaltarne la figura e il ruolo di donna politica molto presente, laboriosa, rispettata sulla scena internazionale, capace di fare eccellere l’Italia in tutti i consessi che contano, ma soprattutto nei rapporti bilaterali. Questo aspetto della logica dell’attivismo internazionale sembra anche volere suggerire che all’estero hanno una valutazione del governo Meloni di gran lunga superiore a quella, pure nient’affatto in calo, in patria, e soprattutto molto diversa dalle critiche, stridenti e non particolarmente né efficaci né originali, delle opposizioni. Però, l’attivismo internazionale è dispendioso in termini di tempo e di energie e per lo più non in vetta alle preoccupazioni degli italiani tranne forse proprio per quel che riguarda l’immigrazione.
L’altra componente della logica dell’attivismo internazionale meloniano è complessa, ma decifrabile. Per molti studiosi e operatori, forse anche per la stessa Meloni, l’immigrazione è un problema non soltanto destinato a durare, ma soprattutto non suscettibile di nessuna soluzione ad opera di un solo Stato, per quanto forte e ben governato. La soluzione, difficilissima, che richiederà adattamenti, innovazione, grande concordia, collaborazione convinta e prolungata, non può venire che da decisioni collettive, prese e attuate nella e dalla Unione Europea. Esclusivamente nel contesto di Stati dotati di risorse e di capacità, ma anche consapevoli che hanno già oggi e avranno ancor più domani bisogno di lavoratori da trasformare in cittadini integrandoli nel tessuto economico, sociale, culturale delle rispettive nazioni, si può legittimamente nutrire l’aspettativa di porre sotto controllo, se non addirittura di orientare al meglio flussi migratori epocali, che non cesseranno.
Probabilmente, sia perché conosce preferenze e posizioni dei suoi amici (?) sovranisti, a partire dal più protervo di loro l’ungherese Viktor Orbán, sia perché crede poco alle capacità dell’Unione di produrre una soluzione che accontenti tutti sia poiché vuole dimostrare di essere la prima della classe sia, da ultimo, ma niente affatto infimo, in quanto è alla ricerca di un grande tema di cui lei sia l’interprete più originale e più di successo, Meloni mira a dimostrare che esiste una soluzione nazionale e che lei passo dopo passo accordo dopo accordo bilaterale e bilaterale l’ha trovata quella soluzione e la pone in pratica, se necessario in splendido isolamento, quando possibile senza escludere, capitasse mai, limitate convergenze con Bruxelles. Nel frattempo, riserva alla Commissione una pluralità di rimproveri, in qualche misura appropriati, ma il tema migrazione è di competenza degli Stati nel Consiglio. Giusto che le opposizioni facciano notare che di risultati positivi dall’accordo con la Tunisia non se ne siano visti. Altrettanto opportuno individuare tutte le criticità tecniche e di gestione dei Cpr, ma, in special modo quelle riguardanti gli elementari diritti civili dei migranti, spesso abbondantemente non rispettati o palesemente violati. Al proposito, talvolta Guantanámo è un termine di riferimento non particolarmente polemico né assurdo. In assenza di un pacchetto di soluzioni alternative praticabili in tempi necessariamente brevi, Meloni sta sull’onda alta dei sondaggi sulla sua personale popolarità e si propone di veleggiare verso il Parlamento di Bruxelles con voti e seggi quantomeno quadruplicati.
Pubblicato il 8 novembre 2023 su Domani
Un’elezione per soddisfare gli istinti populisti indebolendo i contrappesi istituzionali #DemocraziaFutura @Key4biz


Pubblicato il 2 Novembre 2023 su Key4biz
I due punti cruciali del disegno di legge costituzionale presentato dal governo, secondo Gianfranco Pasquino: “da contrastare tramite referendum oppositivo”.
Nell’editoriale scritto per l’undicesimo fascicolo in chiusura di Democrazia futura, Gianfranco Pasquino commenta il disegno di legge costituzionale[1] presentato dal governo evidenziandone i due punti cruciali. Secondo il noto scienziato politico “L’elezione popolare diretta del Primo ministro” presenta numerosi rischi di incostituzionalità e sarebbe – così recita il titolo dell’articolo – “Un’elezione per soddisfare gli istinti populisti indebolendo i contrappesi istituzionali, da contrastare tramite referendum oppositivo”.
Secondo Pasquino “Da rimarcare e da criticare sono i due punti cruciali dell’elezione popolare diretta concernenti proprio le modalità dell’elezione: primo, per vincere non è necessaria la maggioranza assoluta dei voti/votanti; secondo, non è neppure specificato se esiste una soglia minima per l’attribuzione al (la coalizione del) vincitore/trice il 55 per cento dei seggi”. L’Accademico rileva da un lato l’assenza di un ballottaggio, giustificato per impedire ammucchiate nel fronte avverso di centrosinistra, dall’altro “L’espediente per evitare in caso di crisi il ricorso a governi tecnici o ribaltoni”. Ne uscirebbe un Presidente della Repubblica privo non solo del potere di nomina del Premier ma anche di quello di scioglimento del Parlamento “ridotto a figura cerimoniale dai contorni vaghi e sbiaditi”.
Elezione popolare diretta del Primo ministro è il titolo del disegno di legge costituzionale del governo che cambierebbe in maniera profonda e “originale” il modello di governo parlamentare delineato nella Costituzione italiana. Sappiamo della esistenza di molti giuristi favorevoli che già consigliarono Matteo Renzi quando formulò le sue riforme, poi sonoramente bocciate dal referendum (quindi, non confermativo!) e la sua legge elettorale Italicum che mezza Europa avrebbe apprezzato e imitato, ma che fu smantellata dalla Corte Costituzionale.
Il richiamo è doppiamente opportuno perché, primo, il disegno di legge innegabilmente si ispira al modello “sindaco d’Italia”; secondo, ha immediatamente ricevuto il sostegno di Renzi e di Maria Elena Boschi, la sua ex-ministra delle Riforme Istituzionali. L’obiettivo è garantire la stabilità del Primo Ministro nella carica in modo da migliorare l’efficienza/efficacia della sua azione.
Non solo stabilità nella durata nel tempo ma capacità politiche e solidità della coalizione. Da cosa dipende l’efficacia operativa di un capo di governo in una democrazia parlamentare
A proposito della stabilità alcune osservazioni comparate sulla durata in carica dei capi di governo e di Presidenti “presidenzialisti” e “semipresidenzialisti” possono essere utili. Il recordman assoluto di durata in carica come capo di un governo parlamentare è il socialdemocratico svedese Tage Erlander, 23 anni (1946-1969). Al secondo posto il Cancelliere democristiano tedesco Helmut Kohl, 16 anni (1982-1998), seguito, con una differenza di un paio di settimane, dalla democristiana Angela Merkel (2005-2021). Quarto il socialista spagnolo Felipe Gonzalez, 14 anni (1982-1996). Quinto, il socialista francese François Mitterrand, 14 anni (1981-1995), semipresidenzialista. Da ultimo, va collocato il più duraturo dei presidenti presidenzialisti, il Democratico statunitense Franklin Delano Roosevelt, 12 anni (1933-1945). Dunque, è possibile che nelle democrazie parlamentari i capi di governo siano significativamente stabili nella loro carica. La stabilità politica è una importante precondizione per l’efficacia operativa, ma questa efficacia dipende non dalla durata nel tempo, ma soprattutto dalle capacità politiche e personali del capo di governo e dalla solidità della coalizione.
I due punti controversi su cui sono probabili le obiezioni della Corte Costituzionale
Da rimarcare e da criticare sono i due punti cruciali dell’elezione popolare diretta concernenti proprio le modalità dell’elezione:
- primo, per vincere non è necessaria la maggioranza assoluta dei voti/votanti;
- secondo, non è neppure specificato se esiste una soglia minima per l’attribuzione al (la coalizione del) vincitore/trice il 55 per cento dei seggi.
Le probabilità che la Corte Costituzionale, sulla base della sua stessa giurisprudenza, obietti mi paiono elevatissime.
L’assenza di un ballottaggio per evitare ammucchiate
Praticamente, ovunque laddove il titolare della più alta carica viene eletto dai cittadini, in assenza di una maggioranza assoluta, è prevista la procedura del ballottaggio attraverso il quale il candidato vittorioso risulterà eletto dalla maggioranza assoluta dei votanti. Avrà, dunque, maggiore legittimazione politica, democratica. Il centro-destra teme e vuole scongiurare la formazione di schieramenti a lui contrari di tipo occasionale, opportunistico, eterogenei, puramente negativi. Tuttavia, è evidente che, in assenza di ballottaggio, quegli schieramenti, elegantemente le “ammucchiate” del centro-sinistra sarebbero costrette a formarsi prima delle elezioni. Invece, il ballottaggio renderebbe più trasparente il procedimento della loro formazione e consentirebbe all’elettorato di giudicare a maggior ragion veduta.
L’espediente per evitare in caso di crisi il ricorso a governi tecnici o ribaltoni
Anche se eletto dal popolo, il Primo ministro può essere sostituito senza nessun ritorno al popolo, ma in Parlamento purché la sua sostituzione venga effettuata dalla e nella sua maggioranza e con un parlamentare già appartenente a quella stessa maggioranza. L’espediente mira a rendere impossibile sia l’assunzione/ascensione di un “tecnico” al vertice del governo sia un cambio di maggioranza, cosiddetto ribaltone, fenomeni entrambi tanto rari quanto possibili in tutte le democrazie parlamentari et pour case: non demandare all’elettorato con il ritorno anticipato alle urne, quindi logorandolo, la soluzione di problemi prodotti dai politici. Qualora il sostituto prescelto non ne ottenesse la fiducia il Presidente della Repubblica ha l’obbligo di sciogliere il Parlamento.
Un Presidente della Repubblica ridotto a figura cerimoniale dai contorni vaghi e sbiaditi
Mi pare evidente che questo esito può essere procurato ad arte dalla maggioranza anche qualora sia in corso la sua disgregazione. Comunque, in questo modo relativamente soffice, avendo già perso il potere di nomina del Primo ministro, il Presidente della Repubblica si vede sottrarre anche il potere di scioglimento del Parlamento. Poiché il disegno di legge abolisce i senatori a vita per meriti sociali, artistici, scientifici e culturali, il Presidente della Repubblica italiana, da protagonista nel complesso intreccio di freni e contrappesi istituzionali e democratici, diventa figura cerimoniale dai contorni vaghi e sbiaditi, finendo confinato fra i passacarte irrilevanti
Dell’abolizione dei Senatori a vita non scrivo nulla poiché mi trovo in lampante conflitto d’interessi avendo presentato nel 1987 un disegno di legge intitolato “Soppressione dei senatori a vita art. 59” includendovi, dunque, anche gli ex-Presidenti della Repubblica. Costoro potrebbero giustamente continuare a fregiarsi del titolo di Presidente Emerito. I cittadini che hanno eccelso mei campi sociale, artistico, scientifico e letterario dovrebbero essere opportunamente onorati in altro modo.
La strada del referendum oppositivo in caso di approvazione della riforma
La valutazione complessiva del disegno di legge costituzionale del governo di centro-destra è senza esitazioni negativa. Il modello di governo parlamentare viene scombussolato non da un nuovo, coerente modello, ma da un’elezione che può soddisfare gli appetiti populisti indebolendo, se non sostanzialmente sconvolgendo i freni e i contrappesi istituzionali e democratici. Ciò detto, dando per scontato che il centro-destra ha i numeri e l’intenzione di approvare la sua riforma, rimane aperta e praticabile la strada del referendum costituzionale, ovviamente non confermativo, ma oppositivo.
[1] Le sue idee e proposte in materia sono esposte nel libro Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Milano, Università Bocconi Editore-Egea, 2015, 204 p.

Con la riforma Meloni il capo dello Stato diventa una specie di orpello #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti
Il professore emerito Gianfranco Pasquino al Dubbio: «La maggioranza fa un grave errore nel non volere la sfiducia costruttiva. Ed è quasi sorprendente che il centrodestra non la voglia. Basti pensare che tra i governi più longevi in Europa ci sono quelli tedeschi di Khol e Merkel e quello spagnolo di Felipe Gonzales»
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, sulla riforma costituzionale della maggioranza spiega che «la logica vorrebbe che se chi viene eletto direttamente dal popolo poi perde la carica, allora si torna al voto, senza passare dal Parlamento» e che «la figura del presidente della Repubblica rimane una specie di orpello e di certo non sarà più una figura di garanzia come è ora».
Professor Pasquino, la convince la riforma per cui il presidente della Repubblica non nominerà più il presidente del Consiglio ma gli conferirà l’incarico, sulla base del voto dei cittadini?
Il presidente della Repubblica sarà obbligato a dare l’incarico al primo ministro eletto dai cittadini e non avrà spazio di discrezionalità. Se poi quel primo ministro viene meno per dimissioni, sfiducia o altro, a quel punto il capo dello Stato può indicare un altro capo del governo purché sia un parlamentare appartenente alla stessa maggioranza. Ma questo implica che la seconda volta non siamo più di fronte a un’elezione popolare diretta.
Secondo la maggioranza andrà comunque bene agli elettori che hanno votato una certa coalizione: non crede sarà così?
Che vada bene politicamente è un conto, ma nei fatti non è più un’elezione popolare diretta. Deciderebbe la maggioranza attraverso un accordo al suo interno ma a quel punto diventerebbe capo del governo qualcuno o qualcuna che non ha vinto le elezioni. La logica vorrebbe che se chi viene eletto direttamente dal popolo poi perde la carica, allora si torna al voto, senza passare dal Parlamento. E infatti il modello da cui tutto questo parte è il sindaco d’Italia. Se un sindaco perde la fiducia del suo consiglio comunale si torna a elezioni. In questo modo invece non dico che la logica istituzionale è stravolta ma certamente non lineare.
L’obiettivo è evitare i cosiddetti “ribaltoni”…
Si scrive che deve essere un parlamentare della maggioranza perché non si vogliono più tecnici o non parlamentari, come i vari Ciampi, Monti, Draghi, Renzi. Tecnicamente è un presidenzialismo, e la figura del presidente della Repubblica rimane una specie di orpello. Lo si lascia soltanto per non dare fiato alla critica di averlo eliminato, ma di certo non sarà più una figura di garanzia come è ora.
La riforma parla di un premio di maggioranza del 55% ma non si è ancora parlato di legge elettorale. Cosa implica questo?
Tanto per cominciare l’elemento cruciale è che vince chi ha un voto più dell’altro. Ma questo significa che chi vince potrebbe benissimo non avere la maggioranza assoluta dei votanti. Questo è un punto delicato e che ritengo importante. A questa “non maggioranza” viene dato un premio in seggi, anche se resta da vedere se poi la Corte costituzionale riterrà che questo premio sia accettabile. Non sapendo quale percentuale ha avuto la maggioranza, il premio potrebbe essere enorme. Supponiamo che ci siano due schieramenti attorno al 40 per cento e gli altri voti: in questo caso un premio del 15% sarebbe molto consistente. E quindi molto criticabile. Di certo ci deve essere un’indicazione di legge elettorale e di quale legge serve per eleggere il primo ministro. Non si può rimanere silenziosi su questo.
Quale impatto avrà il disegno proposto rispetto all’attuale sistema dei partiti?
Questa è una domanda difficile. Di fronte al pericolo di perdere le elezioni contro un centrodestra attorno al 42- 44 per cento, il centrosinistra dovrebbe unirsi. L’ammucchiata, come la chiamano a destra, in questo caso è chiaramente necessaria. Insomma bisogna che si faccia una coalizione a sostegno di qualcuno che non deve essere né del Pd né del M5S e che tenga unita la coalizione mostrandosi al tempo stesso convincente per gli elettori.
Insomma questa riforma potrebbe favorire il bipolarismo?
Non userei il verbo favorire, preferisco incoraggiare, suggerire, spingere verso quella direzione. Di certo è un incentivo alla sinistra a mettersi insieme.
Questa riforma “mette in guardia” le coalizioni rispetto alla necessità di compattarsi, mentre i piccoli partiti dovrebbero rendersi conto che a loro conviene entrare in una coalizione, così da risultare decisivi. Entrerebbero in Parlamento grazie al premio di maggioranza e potrebbero chiedere ruoli di ministro. Insomma tutto quello che il centrodestra dice di rifuggere, cioè inciuci, accordicchi e via dicendo, è favorito da questo disegno.
A proposito di piccoli partiti: Renzi sostena la riforma, differenziandosi dal resto delle opposizioni.
Renzi ha detto che questa riforma gli piace e quindi si candida a far parte della coalizione di destra. Lui voleva il sindaco d’Italia, ma pur essendo stato molto critico su questo punto riconosco che almeno in quel caso il presidente del Consiglio veniva eletto dalla maggioranza assoluta dei votanti tramite ballottaggio, mentre in questo caso non c’è nemmeno quello. Il ballottaggio è un sicuro dispensatore di opportunità politiche perché consente agli elettori di dare un voto decisivo e acquisire ulteriore informazioni tra primo e secondo turno, obbligando i candidati a trovare alleati e affinare la propria proposta.
L’opposizione resta ferma sull’idea di sfiducia costruttiva, presente in Germania e Spagna, che però non piace alla maggioranza: che ne pensa?
La maggioranza fa un grave errore nel non volere la sfiducia costruttiva. Ed è quasi sorprendente che il centrodestra non la voglia. Basti pensare che tra i governi più longevi in Europa ci sono quelli tedeschi di Khol e Merkel e quello spagnolo di Felipe Gonzales. Cioè i due paesi dove c’è la sfiducia costruttiva. Di per sé quindi la misura stabilizzerebbe il capo del governo nella sua carica.
Un altro punto è l’abolizione dei senatori a vita: che idea si è fatto?
È un istituto anziano di cui si può fare certamente a meno ma bisogna capire come onorare al massimo alcune figure di spicco della società. Ad esempio negli Usa c’è la medaglia alla libertà, ma di certo dei senatori a vita è stato fatto un cattivo uso perché alcuni capi dello Stato hanno nominato dei politici e questo non si doveva fare.
Pubblicato il 2 novembre 2023 su Il Dubbio
Il premierato? Porterà conflitti e confusione @DomaniGiornale

Nel programma elettorale di Fratelli d’Italia, al quale molto spesso la Presidente del Consiglio si richiama, sta chiaramente scritto: presidenzialismo, stabilità di governo, Stato efficiente. La bozza di riforma costituzionale in circolazione che verrà presentata venerdì al Consiglio dei Ministri fin dal titolo parla, invece, di qualcosa di diverso e inusitato, cioè, di premierato: “elezione popolare diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri”. Le differenze istituzionali sono enormi. Attualmente, in nessun sistema politico il capo di governo è eletto direttamente dai cittadini. Per tre volte, 1996, 1999, 2001, il Premier israeliano fu eletto da maggioranze assolute, lo sottolineo, di votanti, ma quella elezione non produsse né stabilità né efficienza e venne abbandonata. Il disegno di legge del governo italiano non specifica quale maggioranza sia necessaria per l’elezione rendendo lecito e inevitabile pensare che potrà anche essere una maggioranza relativa. Dopodiché, a quel Presidente del Consiglio verrà consegnata una maggioranza parlamentare del 55 per cento dei seggi. Dovrà avere la fiducia espressa delle due Camere, ma non è specificato con quale sistema viene eletto il Parlamento. Qualora non ottenesse la fiducia, il Presidente della Repubblica potrebbe rinnovargli l’incarico. Una seconda bocciatura consentirebbe al Presidente di sciogliere il Parlamento. Il Primo ministro cessato dalla carica, non viene specificato come e perché, può essere sostituito dal Presidente della Repubblica con un parlamentare (dunque, nessuna possibilità di governi guidati da un non-politico, un tecnico) appartenente alla stessa maggioranza. Il governo avrebbe stabilità, ma il capo del governo eletto dai cittadini potrebbe, contraddittoriamente con l’obiettivo preminente della sua stabilità in carica, essere sostituito attraverso accordi fra i partiti. La macchinosità di queste procedure sembra essere dovuta essenzialmente al tentativo di salvaguardare i due poteri politico-istituzionali che caratterizzano la figura del Presidente della Repubblica nella Costituzione vigente: nomina del Presidente del Consiglio e scioglimento del Parlamento. Nella realtà, però, quei poteri risulteranno solo formali e il Presidente perderà qualsiasi discrezionalità nel suo esercizio.
Ferma restando la sottolineatura che uno di punti di forza delle forme parlamentari di governo è la loro flessibilità/adattabilità in particolare fronte alla rigidità introdotta da questo tipo di premierato, il disegno di legge di riforma costituzionale è esposto a due obiezioni. La prima attiene alla maggioranza non assoluta che può eleggere il Primo ministro, dunque, inevitabilmente, alla imperfetta legittimazione politica che ne deriva. La seconda obiezione riguarda le non specificate modalità con le quali la non-maggioranza che lo ha eletto in Parlamento godrà del 55 per cento dei seggi. Aggiungo che non c’è nessuna garanzia che la stabilità del Primo ministro non diventi paralisi politica e immobilismo legislativo che la sua maggioranza accetterebbe pur di non tornare alle urne obbligata ad accettare la responsabilità di quel che non è riuscita a fare e che il Presidente della Repubblica non potrebbe sbrogliare con lo scioglimento del Parlamento. Lasciare il terreno conosciuto delle forme di governo presidenziale, parlamentare, semipresidenziale richiede molto di più e molto meglio dell’elezione popolare diretta del Primo ministro. Esagerato è sostenere che è in gioco la democrazia in quanto tale, ma certamente lo è come migliorare il suo funzionamento senza aprire spazi ad un populismo vittimista. Quello che quasi sicuramente consegue da una brutta riforma è delusione e scontento, confusione e conflitti.
Pubblicato il 1° novembre 2023 su Domani

