Un anno non basta. La versione di Pasquino @formichenews

A un anno dalle ultime elezioni politiche, il prof. Pasquino passa in rassegna quanto messo in campo dal governo. Rapporti con l’Europa, questione migranti, proposte economiche. Un bilancio che può migliorare, secondo l’accademico dei Lincei
Non è l’anniversario di un anno di governo, ma quello di una vittoria annunciata, magari non con tanta chiarezza e non con un vincitore, chiedo scusa, una vincitrice tanto consapevole delle difficoltà di governare quanto convinta delle sue capacità, della sua superiorità sui competitors (uno dei quali, il capitano Salvini, si affanna pericolosamente, per sé e per la tenuta e operatività del governo).
Un più credibile e affidabile bilancio sarebbe possibile se Giorgia Meloni stessa estraesse dal suo programma quelle che lei riteneva/ritiene priorità. Arbitrariamente, lo farò io. Primo, “in Europa per cambiare tutto”, bilancio: non proprio così. In Europa cercando di mostrare competenza e affidabilità, ma al tempo stesso senza riuscire a comandare al cuore che continua a battere per Orbán, per Vox e per i polacchi. In Europa con Ursula von der Leyen, ma disposta a drasticamente ridefinire la maggioranza che ora la sostiene. In Europa, ma senza riuscire ad attuare il PNRR, lasciando riemergere la realtà di un’Italia che non riesce mai a rispettare fino in fondo gli impegni presi. Voto tra il 5 e il 6.
Immigrazione: nessuna delle ricette della destra funziona, ma di ricette davvero funzionanti confesso di non vederne … tranne la mia!: provando correggendo riprovando, mai con intenti punitivi che, invece, stanno nel profondo delle viscere di troppi esponenti del centro-destra. Sarò, però, generoso: espulsione dei violenti, no, non fra i migranti, ma fra gli esponenti del centro-destra, loro rieducazione e rinvio al settembre dell’anno prossimo per il Ministro degli Interni, i suoi collaboratori, i suoi consulenti.
Economia: le vacche grasse non abitano più qui, ma regalie e esenzioni, tasse basse e piatte, assenza di una concezione di ripresa della crescita dicono che neanche il più bravo, il Ministro Giorgetti, presiederà al miracolo economico prossimo venturo, concepibile solo se anche nell’Unione Europea faranno la loro comparsa solutori più che abili. Condivisione e compartecipazione sono le parole chiave che il centro-destra non riesce a declinare preferendo sussurrare sovranità e patria. Il patriottismo economico è quasi sinonimo di stagnazione.
Istituzioni: qui l’abbandono della proposta portante è clamoroso. Se è il (semi-)presidenzialismo quello che sta nel programma come modello di governo per garantire la stabilità governativa, ma non l’efficacia decisionale, che dipende dalla qualità dei decisori, il premierato è un tradimento programmatico, peggio poi se fosse una caramella data ad Italia Viva per avere un mucchiettino di voti, pur non sufficienti ad evitare il referendum. Zero.
Sondaggi e previsioni: le mie valutazioni sobrie e informate contano (sic), ma, giustamente, molto di più conta il parere del popolo, oops, degli elettori ai quali, non senza criticarli e senza cercare di fare loro cambiare opinione, mi inchino democraticamente. La Presidente del Consiglio continua ad avere un alto, maggioritario gradimento. Il suo partito è cresciuto passando dal 25 per cento di un anno fa a intenzioni di voto intorno al 30 per cento. Questo conta. Gli elettori promuovono Giorgia. Però, si può fare di più, di-verso, di meglio (anche come stile e come rilettura del passato). Studiare.
Pubblicato il 24 settembre 2023 su Formiche.net
Napolitano è sempre stato dalla parte della Costituzione @DomaniGiornale


Il primo Presidente della Repubblica italiana a essere rieletto è un dato statistico che a Napolitano, pur consapevole del fatto, non piacerebbe che venisse ricordato come suo grande merito. Non lo desiderò, non lo chiese, non lo gradì. Quel grande discorso di insediamento del suo secondo mandato, nel quale criticò, applauditissimo dai dirigenti di partito e dai loro parlamentari, incapaci di preparare e procedere ad una scelta da tempo nota, fu dettato dalla sua incontenibile irritazione, ma anche da notevole preoccupazione. Lui, coerente parlamentarista da sempre, si rendeva conto delle profonde, forse incorreggibili, degenerazioni del Parlamento italiano e della classe parlamentare. Lui, da sempre, con la quasi totalità dei “miglioristi”, conservatore istituzionale, si rese disponibile ad auspicare riforme anche costituzionali e a sostenere i loro tanto disinvolti quanti incompetenti portatori, a cominciare da Matteo Renzi. Dei rischi si rese rapidamente conto, quando a metà settembre 2016, in una intervista a “la Repubblica” denunciò “gli eccessi di personalizzazione politica” nella campagna referendaria del Presidente del Consiglio che voleva un voto sulle sua riforme, minacciando altrimenti la sua uscita di scena (“c’è altro da fare nella vita”) e adombrando quell’instabilità governativa e anche politica che il Presidente Napolitano voleva scongiurare e evitare come le sue scelte e i suoi comportamenti costituzionali avevano già ripetutamente, talvolta suscitando controversie, provato.
Accusato di provenire e di stare da una precisa parte politica, Napolitano prontamente rispose che era vero. Stava “dalla parte della Costituzione”. Qualsiasi lettura delle Presidenze, al plurale, di Giorgio Napolitano e, più in generale, della sua lunga, impegnativa e ricca, giustamente, di onori e di riconoscimenti, deve prendere le mosse dalla Costituzione italiana e procedere confrontandosi con l’interpretazione che Napolitano ne diede e con i comportamenti che in quanto Presidente, ne fece coerentemente e, talvolta, creativamente, discendere.
Troppo spesso nel passato i Presidenti della Repubblica italiana si erano fatti condizionare dai partiti che li avevano candidati ed eletti. Soltanto negli ultimi due anni del suo mandato, preveggendo la crisi politica e istituzionale incombente, Cossiga affermò la sua indipendenza con toni aspri, critiche mirate, indicazioni interessanti che quel che rimaneva dei partiti respinsero in articulo mortis (la loro). Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999) si trovò in mare aperto e procelloso. Lui, parlamentarista di lunghissimo corso, scelse quella navigazione che gli veniva dall’esperienza e che alcuni bravi consiglieri e costituzionalisti gli prospettarono. Presidente della Camera in due anni cruciali, 1992-1994, Napolitano colse con attenzione e intelligenza tutte le novità e le variazioni nell’interpretazione dei dettami costituzionali del settennato di Scalfaro.
Le sfide e le crisi da lui affrontate furono in parte inevitabilmente differenti anche perché aggravatesi. I principi e i valori costituzionali cui ispirarsi apparvero ancora di più in tutta la loro inesplorata rilevanza. Nominare il Presidente del Consiglio è compito, diritto e dovere del Presidente della Repubblica che mira a ottenere su quella nomina per il prescelto “la fiducia delle Camere”, unico requisito costituzionale per la formazione dei governi. Ma, spesso, Napolitano chiese e si impose di più: che il Presidente del Consiglio venisse appoggiato da una maggioranza operativa. Per intenderci, quella che portava con sé il segretario del PD Matteo Renzi nel febbraio 2014 era (sembrava) più operativa di quella, pure sussistente, di Enrico Letta. Nel 2011 la maggioranza a sostegno di Berlusconi, personalmente troppo assorbito da “cene eleganti e con decoro”, aveva perso qualsiasi operatività e stava facendo crollare il sistema economico italiano sotto il peso insostenibile dello spread giunto a quota 500. Ma una nuova maggioranza non era certa neppure dopo l’indispensabile passaggio elettorale e non esisteva nessuna garanzia di sua operatività.
Il potere costituzionale di scioglimento del Parlamento implica anche, come dimostrato dal doppio diniego di Scalfaro ai richiedenti Berlusconi (dicembre 1993) e Prodi (ottobre 1998), la facoltà di non sciogliere, di non logorare l’elettorato, di non attribuirgli responsabilità che non gli spettano e non può assumersi. Il rancore espresso fra i denti dei commenti degli esponenti/governanti del centro-destra in morte di Napolitano testimoniano la loro mancata comprensione di quello che è effettivamente il combinato disposto “democrazia parlamentare-competizione partitica”.
Sull’onda delle crisi e della precarietà delle soluzioni il conservatore istituzionale Giorgio Napolitano giunse alla convinzione che neppure la straordinari elasticità della democrazia parlamentare disegnata con enorme saggezza dai Costituenti italiani poteva continuare a supplire alle inadeguatezze e ai vizi, non della politica, ma della classe politica che lui conosceva per osservazione e anche frequentazione. Il suo sostegno alle riforme costituzionali volute e, seppure male, congegnate da Renzi, si spiega come ultima ratio, quasi effetto di disperazione costituzionale. La loro sconfitta la sentì anche come sua, dolorosamente. Fu un’altra, avrebbe detto Bobbio, delle dure lezioni che la storia impartisce non soltanto ai gregari, ma anche ai protagonisti. Vero protagonista senza smanie di protagonismo, Napolitano prese atto di quelle lezioni, lasciando alcune sue lezioni costituzionali, di politica e di europeismo (“rifare gli italiani per fare l’Europa” è il titolo del dialogo che svolse con me a Palermo l’8 settembre 2011 nell’ambito del Congresso annuale della Società Italiana di Scienza Politica) di cui credo sia possibile affermare che il suo successore Mattarella ha già fatto tesoro procedendo, quando è stato necessario, ad esempio con la nomina di Mario Draghi, alla loro attuazione. Non finisce qui. Grazie, Napolitano.
Pubblicato domenica 24 settembre 2023 su Domani

Insensato gestire le migrazioni come fossero un’emergenza @DomaniGiornale


Soltanto in parte è lecito e utile definire l’immigrazione una emergenza. Infatti, il fenomeno è strutturale, destinato a durare per un periodo di tempo indefinito. Uomini, donne e bambini continueranno a lasciare l’Africa, il Medio-Oriente, Pakistan e Bangladesh incessantemente. Nei loro paesi ci sono governi autoritari e repressivi, spesso aiutati e sostenuti dagli occidentali, ma anche dai russi e dai cinesi. Nei loro paesi non ci sono opportunità di lavoro, di istruzione, di una vita decente. Se ne vanno tutti coloro che hanno qualche conoscenza, qualche ambizione, qualche volontà di miglioramento. Così facendo impoveriscono ulteriormente il loro paese e indeboliscono le opposizioni agli autoritarismi. Nessuno dei governi occidentali che, trattando con quei regimi, li puntella, può incolpare chi se ne va. Nessuna delle opinioni pubbliche che accettano come fatti loro quei regimi e quei dirigenti oppressivi può girare le spalle ai migranti per fame, anche di libertà.
All’emergenza vera, cioè il grande e costante afflusso, bisogna rispondere, ma non in modo emergenziale, non con hot spot, confinamenti, trasferimenti. La risposta ovviamente dell’intera Unione Europea deve essere strutturale poiché quei migranti nell’Unione sono venuti, nell’Unione vogliono restare, qui vogliono che vivano i loro discendenti. Sbandati e espulsi molti cercheranno di tornare meglio attrezzati. La risposta strutturale è comprensibilmente molto costosa e esigente. Tutte le procedure di identificazione vanno espletate al contempo acquisendo le informazioni essenziali sulla personalità, sugli obiettivi e sulle preferenze dei migranti. Avvilente è vedere centinaia di uomini e donne giovani in grado di lavorare e studiare abbandonati per lunghi mesi a se stessi in baracche con nessuna attività da svolgere, nessun compito cui adempiere. Molti di loro non sono manovalanza, semplici raccoglitori di frutta e pomodori, ma hanno conoscenze e capacità di vario tipo acquisite e esercitate nei rispettivi paesi di provenienza. Molti sono disposti a imparare, a guadagnarsi la vita.
Nell’emergenza del quotidiano è possibile collocare due risposte strutturali: affidare lavori da loro eseguibili, insegnare la lingua a grandi e piccoli. L’inizio sarà molto difficile, ma di gran lunga preferibile e persino meno costo della detenzione nell’ozio forzato. Non è un compito effettuabile dalle sole strutture statuali, ma può essere affidato con lungimiranza, sostegno, controllo a una pluralità di associazioni private. Quel pluralismo di cui le democrazie occidentali giustamente si vantano è in grado di offrire molte soluzioni, non immediate e miracolose, ma costruite con pazienza e efficacia, anche, se necessario, rivedute e corrette. Una volta “ricollocati”, per lo più, nei limiti, numerici e di opportunità, del possibile, l’integrazione che nasce dal lavoro e dalla scuola dovrà essere perseguita con un monitoraggio costante che premi coloro che più s’impegnano e che punisca, fino all’espulsione, degli inadempienti.
Le informazioni circolano e raggiungeranno anche parenti, amici, conoscenti che intrattenessero a loro volta l’aspirazione a partire. In tempi relativamente brevi l’impatto economico dei migranti nei paesi di maggiore/migliore accoglienza si farà positivamente sentire. È immaginabile che le opinioni pubbliche si dividano, quindi è auspicabile che, anche nel loro interesse, i governi unitamente all’Unione Europea operino al meglio, senza conflitti egoistici e particolaristici, anche fornendo periodicamente i dati più significativi. Chi pensa che le migrazioni sono una sfida strutturale e culturale ha l’obbligo di affrontarla non (solo) con decreti congiunturali e emergenziali, come sta facendo il centro-destra italiano, ma con una visione. Forse quella che ho delineato, forse con visioni alternative che, però, le opposizioni italiane non stanno convincentemente delineando. Prima si inizia meglio sarà.
Pubblicato il 20 settembre 2023 su Domani
INVITO Il Lavoro intellettuale. Cultura e politica nel nostro tempo #Alessandria #21settembre #Giovedìculturale @culturaesvilupp @UtetLibri

L’Associazione Cultura e Sviluppo invita giovedì 21 settembre alle ore 18 alla conferenza dal titolo Il lavoro intellettuale. Cultura e politica nel nostro tempo con Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna, in dialogo con Francesco Battegazzorre. Introdurrà la conferenza e modererà il dibattito Marta Regalia, ricercatrice in Scienza Politica all’Università del Piemonte Orientale (è raccomandata l’iscrizione tramite il form in fondo alla pagina a questo link).
Il lavoro intellettuale. Cos’è, come si fa, a cosa serve [Utet 2023]
Associazione Cultura e Sviluppo
Piazza Fabrizio De Andrè 76
15121 Alessandria (Italy)
0131.222474
info@culturaesviluppo.it

Le prossime europee e la vera posta in gioco @DomaniGiornale


Qualcuno ha scritto che l’Europa è il nostro destino. Altri sostengono che l’Europa è un sogno, un’utopia magari in the making, in corso d’opera. Personalmente, sto con Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni e leggo nel Manifesto di Ventotene un progetto politico. Quanto l’attuale Unione Europea costituisca la realizzazione di quel progetto può certamente essere oggetto di discussione. Facile è sostenere che Spinelli, esigente e intransigente, avrebbe molto da criticare. Tuttavia, non vorrebbe affatto tornare indietro. Si impegnerebbe per indicare come andare avanti, come approfondire e accelerare il processo di unificazione in senso federale, non come rallentarlo e deviarlo secondo mal congegnate ricette sovraniste.
Ascolteremo oggi quale visione propone la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e quale ambizione la guida. Qualcosa, anzi, molto possiamo già dire sul pernicioso impasto di arroganza, ignoranza e provincialismo di cui sono diversamente portatori dirigenti e esponenti di Fratelli d’Italia e Lega. L’arroganza, formulata come una variante del motto trumpiano, si manifesta all’insegna dell’obiettivo Make Italy Great Again, come se l’Italia da sola fosse in grado di dettare i destini dell’Europa e non, invece, avesse assoluto bisogno di Europa a cominciare dagli ingenti fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. In una (in)certa misura l’arroganza della leader del governo di centro-destra si esprime anche nel perseguimento, pure legittimo, dell’obiettivo di conquistare una maggioranza che includa i Conservatori e Riformisti a scapito dei Democratici e Socialisti.
L’ignoranza si è espressa al suo punto, finora, più elevato nella critica al Commissario Paolo Gentiloni e nella richiesta che “giochi” indossando la maglia della sua nazionale. Signorilmente, Gentiloni non ha replicato, ma qualcuno ha ricordato il principio che presiede alle attività della Commissione e le informa: “i membri della Commissione non sollecitano né accettano istruzioni da alcun governo, istituzione, organo o organismo”. Per intenderci meglio, tutti i commissari sono tenuti a spogliarsi della maglia della loro nazionale e a indossare la maglia europea con la quale operare nella convinzione, aggiungo, che il conseguimento degli obiettivi gioverà all’Unione e si estenderà agli Stati membri. Naturalmente, il come e il quanto di questa estensione positiva dipendono anche dalle capacità dei governanti nazionali di tradurne l’attuazione sapendo costruire coalizioni con altri Stati-membri. Qui si inserisce il provincialismo dei governanti del centro-destra italiano.
Vanno alla ricerca dei partiti loro affini, lo spagnolo Vox, il Rassemblement National della francese Marine Le Pen, il partito dell’ungherese Orbán, Giustizia e Libertà dei governanti polacchi invece di costruire consenso sulle tematiche che più interessano e riguardano l’Italia. Non tengono neanche conto della contraddizione, già denunciata e spesso visibile che, nella misura in cui vogliono fare grande il loro paese, i sovranisti riescono a trovare accordi non su cosa fare, ma su cosa respingere. La linea politica divisoria futura, sta scritto nel Manifesto di Ventotene, non passerà più fra destra e sinistra, ma fra, da un lato, gli europeisti e, dall’altro, coloro che si esprimono e agiscono contro l’unificazione politica federale dell’Europa. La campagna, già iniziata, per l’elezione del Parlamento europeo, richiede che le espressioni di, talvolta sguaiato, sovranismo vengano contrastate da un europeismo convinto ancorché non acritico. Dall’Europa che c’è partiamo per andare avanti. Gli egoismi nazionali portano a guerre di ogni tipo, commerciali e culturali incluse. L’Unione Europea è nel solco della federazione kantiana fra “repubbliche”. Gli europeisti debbono agire per portare a compimento il progetto politico democratico di generazioni di europei.
Pubblicato il 13 settembre 2023 su Domani
Tra errori e pochi soldi. La nuova destra sembra vecchia @DomaniGiornale Meloni e il governo del nuovo che non avanza


Quali sono le priorità del governo Meloni? Avremo, forse, la risposta, almeno un abbozzo, nella Legge Finanziaria? Quel che si è intravisto finora è un misto che può essere utile alla leader di Fratelli d’Italia, ma che complessivamente non produce conseguenze positive per il paese. Meloni volteggia sorridente e apprezzata, anche perché le aspettative le erano contrarie, sulla scena internazionale. Sicura atlantista, vedremo se anche sulle spese militari, Meloni tiene bassissimo il suo sovranismo, ma sta lavorando per farlo crescere numericamente e politicamente con le elezioni per il Parlamento europeo. Le difficoltà, che paiono molto più grandi di quanto i governanti siano disposti ad ammettere, stanno specialmente nell’attuazione del PNRR. Suggeriscono, però, che alcuni nodi europei stanno venendo al pettine. Quei nodi hanno radici italiane.
Nei governi di coalizione alcune differenze programmatiche sono fisiologiche. Sono anche funzionali alla raccolta dei voti che provengono da una società segmentata e frammentata, di difficile ricomposizione come dovrebbero avere imparato i teorici del campo largo. Altre differenze, invece, si traducono in comportamenti concorrenziali patologici che la leader sembra avere scelto di affrontare flessibilmente: silenzio prolungato; spostamento dell’attenzione su altre tematiche; conciliazione, ricordando agli alleati che al governo sono arrivati grazie a lei e che, se vogliono starci e tornarci, non devono prendersi troppe libertà e fare balzi né in avanti né di fianco. Finora la strategia meloniana ha funzionato anche grazie al mediocre avventurismo mediocre di Salvini e allo stato di convalescenza di Forza Italia (per la quale neppure un buon, al momento imprevedibile, risultato alle elezioni europee sarà taumaturgico).
Con impegno puntiglioso Meloni cerca anche di colpire l’avversario principale. Si appropria, svuotandola, della tematica “salario minimo” per evitare che diventi un successo del Partito Democratico (e dei Cinque Stelle). Mira con determinazione a colpire il grande serbatoio di consenso elettorale e politico del PD che si chiama (Emilia-)Romagna. L’operazione ristoro e ripresa viene centellinata (dispiace che vi si presti anche il Gen. Figliolo). Avrà un rilancio e un’impennata quando si avvicineranno le elezioni regionali. La Finanziaria non è interamente un altro discorso perché il PIL emiliano-romagnolo e le sue propaggini contano, eccome. Almeno quanto i mal di pancia del Ministro Giorgetti al quale è cosa buona e giusta augurare una rapida guarigione anche se nei rumors che circondano l’elaborazione del Documento più importante per l’economia e la società della nazione finora non si individuano eventuali suoi apporti specifici.
Sembra che il governo Meloni si muova ancora, in parte inconsapevolmente in parte per malposta furbizia (favorire alcuni ceti di riferimento) in parte per incapacità, nel solco di molti governi delle cosiddette Prima e Seconda Repubblica. Sembrerebbe che in ordine sparso alcuni esponenti di Fratelli d’Italia preferiscano far vedere, con affermazioni talvolta risibili, che sono i primi della classe contro il politically correct platealmente e esageratamente praticato da alcuni settori della sinistra politica e intellettuale. Ma nessuna critica di destra delinea una visione alternativa se alla pars destruens non accompagna subito la costruzione del nuovo (e francamente, con riguardo, nessuno di quegli intellettuali si è ancora dimostrato all’altezza). Neppure in ordine sparso, però, governanti, parlamentari, consulenti del centro-destra hanno finora saputo dare un segno concreto del nuovo che vorrebbero fare nascere e avanzare cosicché nell’interregno si producono degenerazioni e fenomeni morbosi.
Pubblicato il 6 settembre 2023 su Domani
Quel che ricordo della Commissione su Ustica @DomaniGiornale


Negli anni Ottanta del secolo scorso ero Senatore della Sinistra Indipendente. Anche per un mio interesse personale e qualche competenza pregressa, il mio gruppo parlamentare decise di assegnarmi alla Commissione parlamentare d’inchiesta “sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi” istituita nel maggio 1988. Ovviamente, Ustica era una delle stragi sulle quali la Commissione aveva il compito di indagare. Nonostante il passare del tempo (ma: “mens sana et memoria longa”!), ho due ricordi di un qualche interesse. Il primo è l’audizione in materia dell’allora Ministro della Difesa il liberale Valerio Zanone. Lo conoscevo dal 1967 quando a Torino frequentavamo il Centro Einaudi del quale facevano parte anche Piero Ostellino, poi Direttore del “Corriere della Sera”, e Giuliano Urbani, poi, uno degli importanti ispiratori di Forza Italia e più volte Ministro. Il ministro Zanone, persona garbata e disponibile, mai sopra le righe, fu per tutto il tempo dell’audizione in grandissimo visibile preoccupatissimo imbarazzo. Ad alcune domande proprio non sapeva rispondere (non gli avevano fornito i dati? inadeguato, parziale, briefing degli uffici militari?); ad altre domande, con tutta evidenza, gli era stato detto (consigliato? imposto?) di non rispondere affatto, di eludere. Lo osservavo nervoso, si agitava sulla sedia, sudava.
Il secondo ricordo è che, già dopo le prime sedute e le informazioni variamente, anche se sommariamente, ottenute e discusse dalla Commissione, si era diffusa la sensazione/ convinzione che il Dc9 dell’Itavia era stato colpito da un missile. Che quella sera del 27 agosto 1980 fosse in corso un’operazione di guerra sembrava innegabile, soprattutto era testimoniato da molteplici tracciati radar. Non sembrava possibile identificare tutti i protagonisti delle scorribande aeree, ma erano numerosi e diversi. L’ipotesi bomba a bordo trovava fra i componenti della Commissione e fra gli esperti che venivano ascoltati pochissimi sostenitori, non particolarmente convinti e, mi pareva, non proprio disposti a impegnare la propria reputazione per sostenerla. Alcuni sembravano interessati a mantenere viva una pista alternativa per evitare una troppo facile e troppo rapida prevalenza della tesi del missile. Per quanto mi riguardava mi ero rapidamente fatto l’opinione che era stato un missile, indirizzato ad un altro obiettivo, lanciato da uno degli aerei in quell’improprio teatro di battaglia. Però, ero perfettamente consapevole che un conto è maturare un’opinione un conto molto diverso è disporre di prove sicure e inconfutabili. Come in altre commissioni fra i componenti c’erano esperti e alcuni parlamentari che si dedicavano maggiormente alla raccolta e all’analisi delle informazioni, mentre i loro compagni di partito li ascoltavano, li sostenevano e cercavano di trarre il massimo dal dibattito. La mia posizione era intermedia. Partivo con qualche conoscenza utile, mi fidavo degli apporti di un capacissimo consulente parlamentare della Sinistra Indipendente, seguivo con il massimo di attenzione le audizioni. Nel corso delle riunioni, duranti gli scambi informali negli intervalli, nei tragitti di andata e ritorno dal Senato al Palazzo di San Macuto, luogo nel quale si tengono gli incontri delle Commissioni bicamerali, parlavo con molti colleghi comunisti, democristiani, di altri partiti, mentre i socialisti erano abitualmente abbastanza “abbottonati”, non inclini a proseguire/ampliare i temi affrontati in Commissione. Sentivo, però, che fra tutti loro la (ipo)tesi della bomba risultava molto, molto minoritaria. La tesi del missile aveva, non scriverò moltissimi sostenitori, ma si presentava con maggiore plausibilità e, qui un vero punctum dolentissimum, con l’accompagnamento di enorme preoccupazione politica. La responsabilità di averlo lanciato era di un aereo da guerra francese. Che automaticamente coinvolgesse la NATO non era possibile sostenerlo (ed era preferibile non farlo). Nessuno dei colleghi parlamentari e dei giornalisti con i quali talvolta mi intrattenevo aveva la minima idea di che cosa potesse significare l’accertamento della responsabilità francese. Nell’intervista Amato ha parlato di “ragion di Stato” e di “ragion di Nato”. Entrambe andavano nella direzione di non approfondimento dei fatti e delle responsabilità. Eravamo in terra incognita quasi paralizzati dall’incapacità di prevedere impatto e conseguenze dell’accertamento dei fatti. E ora?
Pubblicato il 4 settembre 2023 su Domani
Pasquino: «Il premierato? Non esiste, questo testo è un pasticcio» #intervista @ildubbionews

di Giacomo Puletti
Il professore emerito di Scienza politica a Bologna: «L’idea di poter mantenere il potere di garanzia del Quirinale non sta in piedi: il presidente della Repubblica non potrebbe più nominare il capo del Governo né sciogliere le Camere»

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, definisce la riforma Casellati «un pasticcio» perché «il premierato non esiste» e spiega che l’Autonomia differenziata «è solo una questione negoziale» usata dalla Lega per mettere in difficoltà Fdi.
Professor Pasquino, che giudizio dà della riforma istituzionale proposta dalla ministra Casellati, che introduce una sorta di premierato all’italiana?
Ho scritto, credo nel 2003, un articolo accademico sulla rivista italiana di Scienza politica, nel quale affermavo che il premierato non esiste. E dunque inevitabilmente questa riforma risulterà un pasticcio. Quando si parla poi di “premierato all’italiana” è ancora peggio perché sappiamo benissimo che una cosa fatta “all’italiana” non è una buona cosa. Basti pensare all’Italicum, che non era una buona legge elettorale. Se poi premierato vuol dire elezione diretta del presidente del Consiglio, questa formula è esistita in un solo paese, cioè Israele, per tre volte. E ogni volta il progetto è stato poi abbandonato. Chi viene dopo dovrebbe imparare dagli errori, non imitarli.
La maggioranza, e anche Matteo Renzi, invitano a leggere i testi proposti, e guardano al modello inglese. Cosa non la convince?
Il premier inglese non è eletto direttamente dagli elettori. Il capo del governo è colui che ha una maggioranza assoluta, o quasi perché a volte ci sono degli escamotages, in Parlamento. Inoltre sappiamo che la forma parlamentare all’inglese si regge su un sistema maggioritario a turno unico. Non ho letto il testo della proposta Casellati ma ho letto quello di Renzi, ed è una stupidaggine colossale. È il tentativo di trasportare a livello nazionale il sistema per l’elezione dei sindaci. Ma come si fa a pensare che si possa governare l’Italia con il sistema con cui si governa, non so, Benevento? É un’idea sbagliata e per di più neanche originale. Il sindaco d’Italia non è un’idea di Renzi ma di Mario Segni, in qualche modo un riformatore, ma era già sbagliata all’epoca e lo è oggi.
Con la riforma cambierebbe anche la legge elettorale?
La riforma del sindaco d’Italia implica automaticamente un nuovo sistema elettorale, cioè quello già previsto per l’elezione del sindaco nei paesi con più di 15mila abitanti. Sappiamo che il sindaco viene eletto con il sistema a doppio turno e quindi con la maggioranza assoluta e anche con un premio di maggioranza che si trasforma in seggi. Ma si immagina a livello nazionale fin dove può arrivare un sistema che prevede un grosso premio di maggioranza? E infatti questo è uno dei motivi per cui l’Italicum fu dichiarato incostituzionale.
Cosa dovrebbe proporre l’opposizione per istillare il dubbio nella maggioranza?
Non è un problema della maggioranza, ma della maggioranza più Renzi. Ed è questo che la rende forte. La risposta dovrebbe essere una sola. Basterebbe puntare sul rafforzamento del governo attraverso il voto di sfiducia costruttiva di tipo tedesco. In Germania si vota contro il cancelliere in carica ed entro 48 ore a favore del nuovo cancelliere, sempre a maggioranza assoluta. In Spagna c’è la mozione di sfiducia il cui primo firmatario, se viene approvata, diventa capo del governo. Con un colpo solo, Sanchez è diventato presidente del governo. Il modello tedesco consente anche eventuali ripensamenti tra la prima sfiducia e la nuova fiducia. E consente in qualche modo adattamenti per decidere bene cosa fare in quelle 48 ore. Il tempo non è stato scelto a caso ma è il tempo tecnico affinché tutti sappiano che devono tornare da eventuali missioni all’estero e tornino.
La maggioranza dice che verrà mantenuto il potere di garanzia del presidente della Repubblica…
Questa storia di mantenere il potere di garanzia del Quirinale non ha senso. Perché il presidente della Repubblica non potrà nominare il presidente del Consiglio e non potrà sciogliere il Parlamento. Nelle città è il sindaco che decide se sciogliere il consiglio comunale, ma in quel momento cade anche lui. Insomma, sarebbe un disastro.
Crede che lo scambio riforma istituzionale- autonomia tra Fdi e Lega arriverà a conclusione?
Non mi faccia fare l’astrologo, diciamo che se vogliono probabilmente ci arrivano. Poi debbo ricordare che anche in quel caso la parola passerete agli elettori con il referendum.
Eppure le tensioni ci sono e la Lega sembra pronta a forzare la mano sull’Autonomia, vista la tenacia del ministro Calderoli…
L’Autonomia differenziata è la cosa meno sexy che si possa immaginare. È una cosa che serve alle regioni potenti per diventare ancora più potenti e a quelle più deboli per cercare di avere maggior potere che tuttavia difficilmente otterranno. Ma sono d’accordo sul fatto che sia solo una questione negoziale che serve alla Lega per dire “dateci l’autonomia sennò non votiamo la riforma istituzionale”.
Pensa che con l’opposizione alla riforma istituzionale il Pd di Schlein possa ritrovare la centralità che viene minacciata ogni giorno dal M5S di Conte?
Da un lato sono convinto che il Pd faccia bene a sottolineare il fatto di essere un partito nel quale si discute e si hanno posizioni diverse, entro certi limiti. E questo lo apprezzo. Dall’altro lato però su certe questioni deve dimostrarsi compatto. In primis sull’Europa. Il Pd è l’unico partito veramente europeista in Italia, con l’aggiunta di + Europa che però è un piccolo partito. Il punto di partenza deve essere l’europeismo, dividersi su questo è suicida.
E sul premierato?
Sulle riforme istituzionali è bene che dicano che si possono fare aggiustamenti precisi e puntuali senza stravolgere la Costituzione, che è un edificio nel quale se si toglie un mattoncino bisogna sapere dove ricollocarlo, altrimenti crolla tutto. Con due o tre piccole e mirate riforme il sistema può funzionare meglio. Detto questo, il problema italiano non è costituzionale ma politico, perché i partiti sono diventate macchine poco funzionanti che si aggrappano al guidatore. Ma il problema è annoso e parte da prima di Tangentopoli, quando i democristiani si sono cullati sul loro potere, i comunisti non hanno riformato il partito come avrebbero dovuto fare dopo la morte di Berlinguer, e i socialisti si sono buttati anima e cuore su Craxi.
Pubblicato il 31 agosto si Il Dubbio
Il premierato dei patrioti è simile al sindaco d’Italia di Renzi e per questo non funzionerà mai @DomaniGiornale


Nel programma elettorale di Fratelli d’Italia si trova la proposta del presidenzialismo. Poi, talvolta, Giorgia Meloni si è espressa senza precisione a favore del molto diverso semipresidenzialismo francese. Adesso sembra che il Ministro per le Riforme Istituzionali Maria Elisabetta Alberti Casellati abbia pronta una bozza che configura una forma finora ignota di Premierato. L’unico elemento che accomuna presidenzialismo, semipresidenzialismo e premierato all’italiana è l’elezione popolare diretta del capo dell’Esecutivo (nel premierato il Primo ministro) che implica la trasformazione della forma italiana di governo dal parlamentarismo ad un generico presidenzialismo.
Non ho abbastanza informazioni per discutere la bozza Casellati. Mi propongo di farlo a suo tempo. Tuttavia, non poche indiscrezioni suggeriscono che a suo fondamento sta il disegno di legge di revisione costituzionale intitolato “Disposizioni per l’introduzione dell’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri”, primo firmatario Renzi. Un inedito “presidenzialismo” ne sarebbe l’esito concreto. I firmatari preferiscono sostenere che si propongono il passaggio dalla democrazia rappresentativa ad una non meglio definita democrazia decidente. Questa aggettivazione, sostanzialmente assente nella discussione e nelle analisi delle democrazie realmente esistenti, fu ampiamente propagandata, fra gli altri dall’ex-presidente della Camera dei deputati Luciano Violante, dai sostenitori del referendum costituzionale del 2016 poi sonoramente bocciato dagli elettori.
Per definire la sua proposta costituzionale in numerose occasioni, per lo più senza essere contrastato e corretto, Renzi ha fatto ricorso alla nient’affatto originale espressione Sindaco d’Italia, inventata più di dieci anni fa da Mario Segni e mai precisata. Non approfondisco il problema, che dovrebbe immediatamente apparire evidente, della differenza enorme fra governare un comune e governare una nazione (sic). Non faccio neppure riferimento al fatto che, utilizzata tre volte in Israele, l’elezione popolare diretta del Primo ministro è stata poi abbandonata (Emanuele Ottolenghi, Israele: un premierato fallito, in G. Pasquino, a cura di, Capi di governo, Bologna, il Mulino, 2005, pp. 155-181). Mi limito, invece, a analizzare il disegno di legge Renzi et al. nelle sue carenze e nelle sue implicazioni. Della carenza più flagrante i proponenti sono consapevoli e lo dichiarano. Nel disegno di legge dedicato all’elezione del capo dell’esecutivo manca qualsiasi indicazione concernente, non dirò la legge elettorale (meno che mai l’improponibile semi-incostituzionale Italicum), ma il meccanismo con il quale quel capo sarà eletto. Peraltro, se all’origine stanno le modalità con le quali vengono eletti i sindaci dei comuni al di sopra dei 15 mila abitanti, quella legge la conosciamo: vince al primo turno il candidato/a che ottiene il 50 per cento più uno dei voti espressi altrimenti passano al ballottaggio le due candidature più votate. Importante è ricordare che i vincenti hanno diritto al 60 per cento dei seggi nel consiglio comunale. Si pone qui il problema dell’attribuzione di questo premio di maggioranza in una situazione di Parlamento bicamerale. Dal testo del disegno di legge sembra potersi dedurre che l’elezione del Presidente del Consiglio, pur contestuale a quella delle Camere, sarà separata, immagino su una scheda apposita sulla quale con ogni probabilità dovranno apparire i simboli dei partiti che lo sostengono.
L’eletto/a nominerà i ministri e avrà il potere di revocarli. Potrà essere sfiduciato dalle Camere. In caso di “dimissioni, morte o impedimento permanente”, il Presidente della Repubblica “scioglie le Camere”. In maniera data sostanzialmente per scontata (as a matter of fact direbbero gli anglosassoni), vengono colpiti i due più importanti poteri costituzionali del Presidente della Repubblica italiana: la nomina del Presidente del Consiglio e, su proposta di questo, dei ministri (art. 92) e lo scioglimento (oppure no) del Parlamento (art. 88). Nelle circostanze sopra elencate sarà obbligo costituzionale del Presidente sciogliere il parlamento. Perderà qualsiasi discrezionalità e qualsiasi ruolo configurabile nell’ambito dei “freni e contrappesi” di cui una democrazia liberal-costituzionale ha assoluta necessità e sui quali poggiano la sua democraticità e la sua flessibilità.
In attesa di conoscere i cruciali meccanismi con il quale il capo del governo sarà eletto/a, due rilievi fortemente critici sono già formulabili. Il primo attiene alla rigidità del modello previsto contro la flessibilità delle forme di governo parlamentare che consente loro di affrontare situazioni politicamente, socialmente, economicamente emergenziali. Il secondo è che il modello non garantisce affatto né decisionalità né governabilità, entrambe, affermerebbe il grande politologo Giovanni Sartori, derivanti più dalle qualità del personale politico che da scelte e strumenti istituzionali, ma soprattutto comporta il rischio dello stallo, dell’immobilismo. Per evitare lo scioglimento automatico, Presidente del Consiglio, parlamentari e partiti cercheranno regolarmente il minimo comun denominatore o il “nessun” comune denominatore, preferendo l’indecisione allo scioglimento. Dominus, però, sarà sempre il Presidente del Consiglio che avrà la possibilità di scegliere il momento migliore per lui e per il suo partito nel quale (ri)chiamare alle urne l’elettorato. Concludendo, nei termini nei quali è descritta nel ddl Renzi et al. l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri implica tre conseguenze a mio parere molto negative. Primo, sterilizza il Presidente della Repubblica strappandogli qualsiasi possibilità di essere e agire come “freno e contrappeso” al Presidente del Consiglio. Secondo, esalta in misura non valutabile il Presidente del Consiglio e il suo potere sulla sua stessa maggioranza e sul Parlamento. Terzo, irrigidisce la forma di governo in maniera esagerata e probabilmente controproducente. Rigidità e manipolazione vanno di pari passo e non comporterebbero in nessun modo un miglior funzionamento del sistema politico e della democrazia. Se la bozza Casellati si muove secondo le direttive renziane parte molto male.
Pubblicato il 1° settembre 2023 su Domani
