Tra errori e pochi soldi. La nuova destra sembra vecchia @DomaniGiornale Meloni e il governo del nuovo che non avanza


Quali sono le priorità del governo Meloni? Avremo, forse, la risposta, almeno un abbozzo, nella Legge Finanziaria? Quel che si è intravisto finora è un misto che può essere utile alla leader di Fratelli d’Italia, ma che complessivamente non produce conseguenze positive per il paese. Meloni volteggia sorridente e apprezzata, anche perché le aspettative le erano contrarie, sulla scena internazionale. Sicura atlantista, vedremo se anche sulle spese militari, Meloni tiene bassissimo il suo sovranismo, ma sta lavorando per farlo crescere numericamente e politicamente con le elezioni per il Parlamento europeo. Le difficoltà, che paiono molto più grandi di quanto i governanti siano disposti ad ammettere, stanno specialmente nell’attuazione del PNRR. Suggeriscono, però, che alcuni nodi europei stanno venendo al pettine. Quei nodi hanno radici italiane.
Nei governi di coalizione alcune differenze programmatiche sono fisiologiche. Sono anche funzionali alla raccolta dei voti che provengono da una società segmentata e frammentata, di difficile ricomposizione come dovrebbero avere imparato i teorici del campo largo. Altre differenze, invece, si traducono in comportamenti concorrenziali patologici che la leader sembra avere scelto di affrontare flessibilmente: silenzio prolungato; spostamento dell’attenzione su altre tematiche; conciliazione, ricordando agli alleati che al governo sono arrivati grazie a lei e che, se vogliono starci e tornarci, non devono prendersi troppe libertà e fare balzi né in avanti né di fianco. Finora la strategia meloniana ha funzionato anche grazie al mediocre avventurismo mediocre di Salvini e allo stato di convalescenza di Forza Italia (per la quale neppure un buon, al momento imprevedibile, risultato alle elezioni europee sarà taumaturgico).
Con impegno puntiglioso Meloni cerca anche di colpire l’avversario principale. Si appropria, svuotandola, della tematica “salario minimo” per evitare che diventi un successo del Partito Democratico (e dei Cinque Stelle). Mira con determinazione a colpire il grande serbatoio di consenso elettorale e politico del PD che si chiama (Emilia-)Romagna. L’operazione ristoro e ripresa viene centellinata (dispiace che vi si presti anche il Gen. Figliolo). Avrà un rilancio e un’impennata quando si avvicineranno le elezioni regionali. La Finanziaria non è interamente un altro discorso perché il PIL emiliano-romagnolo e le sue propaggini contano, eccome. Almeno quanto i mal di pancia del Ministro Giorgetti al quale è cosa buona e giusta augurare una rapida guarigione anche se nei rumors che circondano l’elaborazione del Documento più importante per l’economia e la società della nazione finora non si individuano eventuali suoi apporti specifici.
Sembra che il governo Meloni si muova ancora, in parte inconsapevolmente in parte per malposta furbizia (favorire alcuni ceti di riferimento) in parte per incapacità, nel solco di molti governi delle cosiddette Prima e Seconda Repubblica. Sembrerebbe che in ordine sparso alcuni esponenti di Fratelli d’Italia preferiscano far vedere, con affermazioni talvolta risibili, che sono i primi della classe contro il politically correct platealmente e esageratamente praticato da alcuni settori della sinistra politica e intellettuale. Ma nessuna critica di destra delinea una visione alternativa se alla pars destruens non accompagna subito la costruzione del nuovo (e francamente, con riguardo, nessuno di quegli intellettuali si è ancora dimostrato all’altezza). Neppure in ordine sparso, però, governanti, parlamentari, consulenti del centro-destra hanno finora saputo dare un segno concreto del nuovo che vorrebbero fare nascere e avanzare cosicché nell’interregno si producono degenerazioni e fenomeni morbosi.
Pubblicato il 6 settembre 2023 su Domani
Quel che ricordo della Commissione su Ustica @DomaniGiornale


Negli anni Ottanta del secolo scorso ero Senatore della Sinistra Indipendente. Anche per un mio interesse personale e qualche competenza pregressa, il mio gruppo parlamentare decise di assegnarmi alla Commissione parlamentare d’inchiesta “sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi” istituita nel maggio 1988. Ovviamente, Ustica era una delle stragi sulle quali la Commissione aveva il compito di indagare. Nonostante il passare del tempo (ma: “mens sana et memoria longa”!), ho due ricordi di un qualche interesse. Il primo è l’audizione in materia dell’allora Ministro della Difesa il liberale Valerio Zanone. Lo conoscevo dal 1967 quando a Torino frequentavamo il Centro Einaudi del quale facevano parte anche Piero Ostellino, poi Direttore del “Corriere della Sera”, e Giuliano Urbani, poi, uno degli importanti ispiratori di Forza Italia e più volte Ministro. Il ministro Zanone, persona garbata e disponibile, mai sopra le righe, fu per tutto il tempo dell’audizione in grandissimo visibile preoccupatissimo imbarazzo. Ad alcune domande proprio non sapeva rispondere (non gli avevano fornito i dati? inadeguato, parziale, briefing degli uffici militari?); ad altre domande, con tutta evidenza, gli era stato detto (consigliato? imposto?) di non rispondere affatto, di eludere. Lo osservavo nervoso, si agitava sulla sedia, sudava.
Il secondo ricordo è che, già dopo le prime sedute e le informazioni variamente, anche se sommariamente, ottenute e discusse dalla Commissione, si era diffusa la sensazione/ convinzione che il Dc9 dell’Itavia era stato colpito da un missile. Che quella sera del 27 agosto 1980 fosse in corso un’operazione di guerra sembrava innegabile, soprattutto era testimoniato da molteplici tracciati radar. Non sembrava possibile identificare tutti i protagonisti delle scorribande aeree, ma erano numerosi e diversi. L’ipotesi bomba a bordo trovava fra i componenti della Commissione e fra gli esperti che venivano ascoltati pochissimi sostenitori, non particolarmente convinti e, mi pareva, non proprio disposti a impegnare la propria reputazione per sostenerla. Alcuni sembravano interessati a mantenere viva una pista alternativa per evitare una troppo facile e troppo rapida prevalenza della tesi del missile. Per quanto mi riguardava mi ero rapidamente fatto l’opinione che era stato un missile, indirizzato ad un altro obiettivo, lanciato da uno degli aerei in quell’improprio teatro di battaglia. Però, ero perfettamente consapevole che un conto è maturare un’opinione un conto molto diverso è disporre di prove sicure e inconfutabili. Come in altre commissioni fra i componenti c’erano esperti e alcuni parlamentari che si dedicavano maggiormente alla raccolta e all’analisi delle informazioni, mentre i loro compagni di partito li ascoltavano, li sostenevano e cercavano di trarre il massimo dal dibattito. La mia posizione era intermedia. Partivo con qualche conoscenza utile, mi fidavo degli apporti di un capacissimo consulente parlamentare della Sinistra Indipendente, seguivo con il massimo di attenzione le audizioni. Nel corso delle riunioni, duranti gli scambi informali negli intervalli, nei tragitti di andata e ritorno dal Senato al Palazzo di San Macuto, luogo nel quale si tengono gli incontri delle Commissioni bicamerali, parlavo con molti colleghi comunisti, democristiani, di altri partiti, mentre i socialisti erano abitualmente abbastanza “abbottonati”, non inclini a proseguire/ampliare i temi affrontati in Commissione. Sentivo, però, che fra tutti loro la (ipo)tesi della bomba risultava molto, molto minoritaria. La tesi del missile aveva, non scriverò moltissimi sostenitori, ma si presentava con maggiore plausibilità e, qui un vero punctum dolentissimum, con l’accompagnamento di enorme preoccupazione politica. La responsabilità di averlo lanciato era di un aereo da guerra francese. Che automaticamente coinvolgesse la NATO non era possibile sostenerlo (ed era preferibile non farlo). Nessuno dei colleghi parlamentari e dei giornalisti con i quali talvolta mi intrattenevo aveva la minima idea di che cosa potesse significare l’accertamento della responsabilità francese. Nell’intervista Amato ha parlato di “ragion di Stato” e di “ragion di Nato”. Entrambe andavano nella direzione di non approfondimento dei fatti e delle responsabilità. Eravamo in terra incognita quasi paralizzati dall’incapacità di prevedere impatto e conseguenze dell’accertamento dei fatti. E ora?
Pubblicato il 4 settembre 2023 su Domani
Pasquino: «Il premierato? Non esiste, questo testo è un pasticcio» #intervista @ildubbionews

di Giacomo Puletti
Il professore emerito di Scienza politica a Bologna: «L’idea di poter mantenere il potere di garanzia del Quirinale non sta in piedi: il presidente della Repubblica non potrebbe più nominare il capo del Governo né sciogliere le Camere»

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, definisce la riforma Casellati «un pasticcio» perché «il premierato non esiste» e spiega che l’Autonomia differenziata «è solo una questione negoziale» usata dalla Lega per mettere in difficoltà Fdi.
Professor Pasquino, che giudizio dà della riforma istituzionale proposta dalla ministra Casellati, che introduce una sorta di premierato all’italiana?
Ho scritto, credo nel 2003, un articolo accademico sulla rivista italiana di Scienza politica, nel quale affermavo che il premierato non esiste. E dunque inevitabilmente questa riforma risulterà un pasticcio. Quando si parla poi di “premierato all’italiana” è ancora peggio perché sappiamo benissimo che una cosa fatta “all’italiana” non è una buona cosa. Basti pensare all’Italicum, che non era una buona legge elettorale. Se poi premierato vuol dire elezione diretta del presidente del Consiglio, questa formula è esistita in un solo paese, cioè Israele, per tre volte. E ogni volta il progetto è stato poi abbandonato. Chi viene dopo dovrebbe imparare dagli errori, non imitarli.
La maggioranza, e anche Matteo Renzi, invitano a leggere i testi proposti, e guardano al modello inglese. Cosa non la convince?
Il premier inglese non è eletto direttamente dagli elettori. Il capo del governo è colui che ha una maggioranza assoluta, o quasi perché a volte ci sono degli escamotages, in Parlamento. Inoltre sappiamo che la forma parlamentare all’inglese si regge su un sistema maggioritario a turno unico. Non ho letto il testo della proposta Casellati ma ho letto quello di Renzi, ed è una stupidaggine colossale. È il tentativo di trasportare a livello nazionale il sistema per l’elezione dei sindaci. Ma come si fa a pensare che si possa governare l’Italia con il sistema con cui si governa, non so, Benevento? É un’idea sbagliata e per di più neanche originale. Il sindaco d’Italia non è un’idea di Renzi ma di Mario Segni, in qualche modo un riformatore, ma era già sbagliata all’epoca e lo è oggi.
Con la riforma cambierebbe anche la legge elettorale?
La riforma del sindaco d’Italia implica automaticamente un nuovo sistema elettorale, cioè quello già previsto per l’elezione del sindaco nei paesi con più di 15mila abitanti. Sappiamo che il sindaco viene eletto con il sistema a doppio turno e quindi con la maggioranza assoluta e anche con un premio di maggioranza che si trasforma in seggi. Ma si immagina a livello nazionale fin dove può arrivare un sistema che prevede un grosso premio di maggioranza? E infatti questo è uno dei motivi per cui l’Italicum fu dichiarato incostituzionale.
Cosa dovrebbe proporre l’opposizione per istillare il dubbio nella maggioranza?
Non è un problema della maggioranza, ma della maggioranza più Renzi. Ed è questo che la rende forte. La risposta dovrebbe essere una sola. Basterebbe puntare sul rafforzamento del governo attraverso il voto di sfiducia costruttiva di tipo tedesco. In Germania si vota contro il cancelliere in carica ed entro 48 ore a favore del nuovo cancelliere, sempre a maggioranza assoluta. In Spagna c’è la mozione di sfiducia il cui primo firmatario, se viene approvata, diventa capo del governo. Con un colpo solo, Sanchez è diventato presidente del governo. Il modello tedesco consente anche eventuali ripensamenti tra la prima sfiducia e la nuova fiducia. E consente in qualche modo adattamenti per decidere bene cosa fare in quelle 48 ore. Il tempo non è stato scelto a caso ma è il tempo tecnico affinché tutti sappiano che devono tornare da eventuali missioni all’estero e tornino.
La maggioranza dice che verrà mantenuto il potere di garanzia del presidente della Repubblica…
Questa storia di mantenere il potere di garanzia del Quirinale non ha senso. Perché il presidente della Repubblica non potrà nominare il presidente del Consiglio e non potrà sciogliere il Parlamento. Nelle città è il sindaco che decide se sciogliere il consiglio comunale, ma in quel momento cade anche lui. Insomma, sarebbe un disastro.
Crede che lo scambio riforma istituzionale- autonomia tra Fdi e Lega arriverà a conclusione?
Non mi faccia fare l’astrologo, diciamo che se vogliono probabilmente ci arrivano. Poi debbo ricordare che anche in quel caso la parola passerete agli elettori con il referendum.
Eppure le tensioni ci sono e la Lega sembra pronta a forzare la mano sull’Autonomia, vista la tenacia del ministro Calderoli…
L’Autonomia differenziata è la cosa meno sexy che si possa immaginare. È una cosa che serve alle regioni potenti per diventare ancora più potenti e a quelle più deboli per cercare di avere maggior potere che tuttavia difficilmente otterranno. Ma sono d’accordo sul fatto che sia solo una questione negoziale che serve alla Lega per dire “dateci l’autonomia sennò non votiamo la riforma istituzionale”.
Pensa che con l’opposizione alla riforma istituzionale il Pd di Schlein possa ritrovare la centralità che viene minacciata ogni giorno dal M5S di Conte?
Da un lato sono convinto che il Pd faccia bene a sottolineare il fatto di essere un partito nel quale si discute e si hanno posizioni diverse, entro certi limiti. E questo lo apprezzo. Dall’altro lato però su certe questioni deve dimostrarsi compatto. In primis sull’Europa. Il Pd è l’unico partito veramente europeista in Italia, con l’aggiunta di + Europa che però è un piccolo partito. Il punto di partenza deve essere l’europeismo, dividersi su questo è suicida.
E sul premierato?
Sulle riforme istituzionali è bene che dicano che si possono fare aggiustamenti precisi e puntuali senza stravolgere la Costituzione, che è un edificio nel quale se si toglie un mattoncino bisogna sapere dove ricollocarlo, altrimenti crolla tutto. Con due o tre piccole e mirate riforme il sistema può funzionare meglio. Detto questo, il problema italiano non è costituzionale ma politico, perché i partiti sono diventate macchine poco funzionanti che si aggrappano al guidatore. Ma il problema è annoso e parte da prima di Tangentopoli, quando i democristiani si sono cullati sul loro potere, i comunisti non hanno riformato il partito come avrebbero dovuto fare dopo la morte di Berlinguer, e i socialisti si sono buttati anima e cuore su Craxi.
Pubblicato il 31 agosto si Il Dubbio
Il premierato dei patrioti è simile al sindaco d’Italia di Renzi e per questo non funzionerà mai @DomaniGiornale


Nel programma elettorale di Fratelli d’Italia si trova la proposta del presidenzialismo. Poi, talvolta, Giorgia Meloni si è espressa senza precisione a favore del molto diverso semipresidenzialismo francese. Adesso sembra che il Ministro per le Riforme Istituzionali Maria Elisabetta Alberti Casellati abbia pronta una bozza che configura una forma finora ignota di Premierato. L’unico elemento che accomuna presidenzialismo, semipresidenzialismo e premierato all’italiana è l’elezione popolare diretta del capo dell’Esecutivo (nel premierato il Primo ministro) che implica la trasformazione della forma italiana di governo dal parlamentarismo ad un generico presidenzialismo.
Non ho abbastanza informazioni per discutere la bozza Casellati. Mi propongo di farlo a suo tempo. Tuttavia, non poche indiscrezioni suggeriscono che a suo fondamento sta il disegno di legge di revisione costituzionale intitolato “Disposizioni per l’introduzione dell’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri”, primo firmatario Renzi. Un inedito “presidenzialismo” ne sarebbe l’esito concreto. I firmatari preferiscono sostenere che si propongono il passaggio dalla democrazia rappresentativa ad una non meglio definita democrazia decidente. Questa aggettivazione, sostanzialmente assente nella discussione e nelle analisi delle democrazie realmente esistenti, fu ampiamente propagandata, fra gli altri dall’ex-presidente della Camera dei deputati Luciano Violante, dai sostenitori del referendum costituzionale del 2016 poi sonoramente bocciato dagli elettori.
Per definire la sua proposta costituzionale in numerose occasioni, per lo più senza essere contrastato e corretto, Renzi ha fatto ricorso alla nient’affatto originale espressione Sindaco d’Italia, inventata più di dieci anni fa da Mario Segni e mai precisata. Non approfondisco il problema, che dovrebbe immediatamente apparire evidente, della differenza enorme fra governare un comune e governare una nazione (sic). Non faccio neppure riferimento al fatto che, utilizzata tre volte in Israele, l’elezione popolare diretta del Primo ministro è stata poi abbandonata (Emanuele Ottolenghi, Israele: un premierato fallito, in G. Pasquino, a cura di, Capi di governo, Bologna, il Mulino, 2005, pp. 155-181). Mi limito, invece, a analizzare il disegno di legge Renzi et al. nelle sue carenze e nelle sue implicazioni. Della carenza più flagrante i proponenti sono consapevoli e lo dichiarano. Nel disegno di legge dedicato all’elezione del capo dell’esecutivo manca qualsiasi indicazione concernente, non dirò la legge elettorale (meno che mai l’improponibile semi-incostituzionale Italicum), ma il meccanismo con il quale quel capo sarà eletto. Peraltro, se all’origine stanno le modalità con le quali vengono eletti i sindaci dei comuni al di sopra dei 15 mila abitanti, quella legge la conosciamo: vince al primo turno il candidato/a che ottiene il 50 per cento più uno dei voti espressi altrimenti passano al ballottaggio le due candidature più votate. Importante è ricordare che i vincenti hanno diritto al 60 per cento dei seggi nel consiglio comunale. Si pone qui il problema dell’attribuzione di questo premio di maggioranza in una situazione di Parlamento bicamerale. Dal testo del disegno di legge sembra potersi dedurre che l’elezione del Presidente del Consiglio, pur contestuale a quella delle Camere, sarà separata, immagino su una scheda apposita sulla quale con ogni probabilità dovranno apparire i simboli dei partiti che lo sostengono.
L’eletto/a nominerà i ministri e avrà il potere di revocarli. Potrà essere sfiduciato dalle Camere. In caso di “dimissioni, morte o impedimento permanente”, il Presidente della Repubblica “scioglie le Camere”. In maniera data sostanzialmente per scontata (as a matter of fact direbbero gli anglosassoni), vengono colpiti i due più importanti poteri costituzionali del Presidente della Repubblica italiana: la nomina del Presidente del Consiglio e, su proposta di questo, dei ministri (art. 92) e lo scioglimento (oppure no) del Parlamento (art. 88). Nelle circostanze sopra elencate sarà obbligo costituzionale del Presidente sciogliere il parlamento. Perderà qualsiasi discrezionalità e qualsiasi ruolo configurabile nell’ambito dei “freni e contrappesi” di cui una democrazia liberal-costituzionale ha assoluta necessità e sui quali poggiano la sua democraticità e la sua flessibilità.
In attesa di conoscere i cruciali meccanismi con il quale il capo del governo sarà eletto/a, due rilievi fortemente critici sono già formulabili. Il primo attiene alla rigidità del modello previsto contro la flessibilità delle forme di governo parlamentare che consente loro di affrontare situazioni politicamente, socialmente, economicamente emergenziali. Il secondo è che il modello non garantisce affatto né decisionalità né governabilità, entrambe, affermerebbe il grande politologo Giovanni Sartori, derivanti più dalle qualità del personale politico che da scelte e strumenti istituzionali, ma soprattutto comporta il rischio dello stallo, dell’immobilismo. Per evitare lo scioglimento automatico, Presidente del Consiglio, parlamentari e partiti cercheranno regolarmente il minimo comun denominatore o il “nessun” comune denominatore, preferendo l’indecisione allo scioglimento. Dominus, però, sarà sempre il Presidente del Consiglio che avrà la possibilità di scegliere il momento migliore per lui e per il suo partito nel quale (ri)chiamare alle urne l’elettorato. Concludendo, nei termini nei quali è descritta nel ddl Renzi et al. l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri implica tre conseguenze a mio parere molto negative. Primo, sterilizza il Presidente della Repubblica strappandogli qualsiasi possibilità di essere e agire come “freno e contrappeso” al Presidente del Consiglio. Secondo, esalta in misura non valutabile il Presidente del Consiglio e il suo potere sulla sua stessa maggioranza e sul Parlamento. Terzo, irrigidisce la forma di governo in maniera esagerata e probabilmente controproducente. Rigidità e manipolazione vanno di pari passo e non comporterebbero in nessun modo un miglior funzionamento del sistema politico e della democrazia. Se la bozza Casellati si muove secondo le direttive renziane parte molto male.
Pubblicato il 1° settembre 2023 su Domani
Manovra senza progetto. Il governo non sa ancora che paese vuole costruire @DomaniGiornale


La Finanziaria è sempre un banco di prova, per qualsiasi governo e governanti, per i partiti della coalizione, per l’opposizione(i). Non basta cercare di cavarsela con qualche aggettivo preoccupato, come quelli, ad esempio, “complicato”, giustamente usati dal preoccupatissimo Ministro dell’Economia Giorgetti. I soldi sono pochi? Lo dicono sempre (quasi) tutti. Ecco, allora, venuto il tempo delle scelte, quello che piace a Giorgia Meloni che potrà/potrebbe lasciare il segno del paese che vuole. Opportuno è che cominci subito. Si è visto chi vuole colpire, a cominciare dai percettori del reddito di cittadinanza e dai banchieri, categoria mai amata. Meno, molto meno si sta vedendo l’idea del paese che vorrebbe. Certamente, consentire ad alcune categorie relativamente piccole, assolutamente corporative, come i balneari e i tassisti, di continuare a sfruttare i loro privilegi, le loro rendite di posizione, non è il migliore dei segnali per un paese che voglia mettersi a correre. Non si vedono le grandi direttrici, una delle quali dovrebbe sicuramente essere la sanità, l’altra quasi altrettanto sicuramente, il complesso sistema dell’istruzione. Riforme profonde in entrambi i casi richiedono tempi lunghi, che è proprio la ragione per la quale sarebbe imperativo cominciare qui e subito.
Gli alleati della Meloni, non sembrano avere un loro progetto di finanziaria, vale a dire una visione centrata su elementi originali e innovativi che caratterizzino il tipo di rappresentanza politica che esprimono e al quale mirano. Comme d’habitude, Salvini, protettore dei balneari e oppositore di qualsiasi intervento che alzi l’età pensionabile, è costantemente alla ricerca di una tematica che gli dia visibilità e accesso a qualche categoria particolaristica. Oggi, in questo, sembra psicologicamente frenato da Giorgetti che non apprezzerebbe. Per voce di Tajani, Forza Italia sottolinea la necessità di un diverso prelievo dalle banche, ma non riesce a evidenziare altre tematiche che siano qualificanti e dirompenti. Ne sapremo di più quando il documento sarà disponibile e leggibile anche nei particolari nei quali, insieme al già noto diavolo, si incuneano le lobby e gli amici degli amici, forti in ricatti imprecisabili, qualche volta anche portatori di voti a qualche parlamentare accuratamente (auto)selezionato.
Al proposito, il problema italiano di fondo è la frammentazione/segmentazione, tutt’altro che solo geografica, della società italiana che si trasferisce nei partiti e nelle loro correnti, meno sembrerebbe in Fratelli d’Italia. Per le opposizioni l’attuale è la fase dello stare a guardare e cercare i punti deboli del documento che verrà. Da Filippo Cavazzuti, professore di Scienza delle Finanze e senatore della Sinistra Indipendente, credo di avere imparato due cose. La prima è la più difficile. L’opposizione, almeno quella che si ritiene più rappresentativa e più preparata, dovrebbe concentrare i suoi sforzi, certamente ambiziosissimi, nella preparazione di un contro documento contenente almeno le linee portanti di una Finanziaria alternativa. La seconda è meno difficile, ma richiede disciplina, autocontrollo, coordinamento. Rinunciare a quella che Cavazzuti criticava come la “cultura dell’emendamento”, vale a dire la presentazione di una miriade di emendamenti particolaristici, di bandiera, omaggi, improbabilmente coronati da successo, a associazioni di riferimento dei più vari tipi: sociali, culturali, professionali. Anche se fra loro non d’accordo su alcuni aspetti, le opposizioni dovrebbero, sulla falsariga del reddito minimo, concentrarsi sulla stesura di non più di tre o quattro grandi emendamenti sulle tematiche più significative per comunicare agli elettori dove stanno e cosa farebbero una volta al governo. Al momento, non vedo nulla di questo.
Pubblicato il 30 agosto 2023 su Domani
#INVITO Costituzione italiana: tra proposte di modifica e esigenze di attuazione #30agosto #ReggioEmilia @PdReggioEmilia @anpi_re
MERCOLEDÌ 30 AGOSTO 2023 ORE 21
Palco dibattiti- Festa provinciale PD
IREN GREEN PARK CAMPOVOLO Reggio Emilia
Incontro con
GIANFRANCO PASQUINO
professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna
sul tema
COSTITUZIONE ITALIANA: tra proposte di modifica e esigenze di attuazione
coordina Anna Ferrari
vicepresidente vicario ANPI Reggio Emilia
Vannacci si dimetta se vuole esercitare la propria libertà di parola @DomaniGiornale


“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” (art. 21). Questo principio liberale è inoppugnabile. Sicuramente, si accompagna all’assunzione piena della responsabilità di quello che ciascuno sceglie di dire, scrivere, diffondere. Anche l’assunzione di responsabilità personale è un principio costitutivo del liberalismo. Chi parla, scrive, diffonde è consapevole che le sue espressioni potranno influenzare altri, spingerli all’emulazione. Anzi, per lo più, vuole proprio dare diffusione più ampia possibile alle sue opinioni, talvolta, perché contrastano il sentire comune, da lui ritenuto sbagliato e pericoloso, talaltra, perché ritiene che le sue posizioni sono rappresentative di una minoranza, se non addirittura di una maggioranza silenziosa. A quelle donne e a quegli uomini, lui coraggiosamente, con grande sprezzo del pericolo, darà voce.
Tutto quello che ho scritto finora si attaglia direttamente al caso del Gen. Roberto Vannacci. Non c’è nulla di indiscutibile nel caso in sé e nelle moltissime reazioni, ma la discussione deve partire dalle fondamenta. Coloro che hanno cariche istituzionali (e anche politiche, non ho capito la distinzione fatta dal Ministro Crosetto) portano indubbiamente maggiori responsabilità dei “semplici” cittadini. Quello che dicono e scrivono non soltanto raggiunge un uditorio più vasto, ma inevitabilmente si riflette anche sull’istituzione di cui fanno parte, nella quale godono di una posizione di rilievo. Un generale, un alto magistrato, un professore universitario, tutte figure di funzionari pubblici, sono tenuti a sapere che esprimere in pubblico le loro opinioni politiche e sociali in qualche modo tocca l’immagine importantissima e, in qualche modo cruciale, può lederla, della loro imparzialità, della loro capacità e volontà di rappresentare, rispettare, esprimere, insegnare i valori della Costituzione. Nel caso in esame, quei valori di eguaglianza di fronte alla legge, di dignità sociale, di rispetto delle differenze, stanno tutti mirabilmente nell’articolo 3 della Costituzione italiana.
Nessun liberale e nessun democratico sosterrebbero che sui valori costituzionali è vietato nella maniera più assoluta discutere e che non è consentito auspicare e formulare alternative (nelle parole di Vannacci non c’erano alternative, ma anatemi). Però, i dipendenti e i funzionari dello Stato hanno giurato sulla Costituzione di rispettarla e attuarla. Qualora ritengano che i principi costituzionali e la loro traduzione in leggi siano incompatibili con le loro personali opinioni e valori hanno la facoltà di scegliere fra il silenzio (“obbedir tacendo”) oppure le dimissioni che aprono la strada alla pubblicizzazione di tutto quanto vorranno. Le Forze Armate, la burocrazia, gli atenei non sono campi di competizione politica nei quali è accettabile una sorta di bipolarismo di nuovissimo conio fra i sostenitori della Costituzione e delle leggi vigenti e coloro che li sfidano in nome di valori contrari alla Costituzione a prescindere che siano oppure no condivisi da parte, da quanta parte, dell’elettorato (“il popolo è con me”).
Non spetta a un generale, a nessun generale farsi orgoglioso portatore in divisa di quei valori. Il compito politico spetta ai parlamentari. La rivendicazione di responsabilità per quanto detto e scritto dal generale Vannacci dovrebbe essere altrettanto orgogliosa nella consapevolezza che qualsiasi conseguenza sul suo status e ruolo discenderà non da chi ha conculcato il suo diritto alla libertà di espressione, ma dal fatto di avere esercitato quel diritto in violazione dei suoi doveri istituzionali e professionali. Altrove, nelle democrazie liberali, le dimissioni sarebbero considerate, non la premessa ad una candidatura parlamentare, ma un atto dovuto.
Pubblicato il 23 agosto 2023 su Domani
Troppa competizione tra Pd e M5s danneggia il centrosinistra @DomaniGiornale


Dove condurrà la competizione in atto fra Elly Schlein e Giuseppe Conte? Può essere positiva per lo schieramento anti-governo Meloni oppure è un ostacolo alla convergenza su programmi, proposte, prospettive? Altrove, per intenderci, dalle democrazie scandinave al Portogallo, alla Spagna e, fino all’avvento di Macron, alla Francia (ma il sistema istituzionale e elettorale fa molta differenza), nell’ambito della sinistra e del centro-sinistra, spesso esiste un partito chiaramente più grande in termini di voti e di consenso. A quel partito spetta indicare la leadership dello schieramento che, se vittorioso, verrà premiata con la conquista della carica di capo del governo. Al momento, secondo i sondaggi e in base ai voti del settembre 2022, la distanza in termini percentuali fra il Partito Democratico e il Movimento Cinque Stelle non consente al primo di rivendicare in maniera inoppugnabile la guida dello schieramento più ampio. Inoltre, impegnato nell’estendere il più possibile il suo appello politico elettorale, Conte si dimostra maggiormente orientato a competere con il PD piuttosto che a convergere. Quello che è successo con il sostegno comune al salario minimo appare un’eccezione sicuramente raccomandabile e istruttiva, da valorizzare (anche se, temo, che verrà il momento delle bandierine di rivendicazione). Quello che, invece, è finora mancato ad entrambi (di “+Europa” e “Azione” non parlo poiché mi paiono molto carenti quanto a capacità di mobilitazione) è un disegno di recupero di quel 40 percento di elettorato che per varie ragioni non è andato alle urne.
La competizione Schlein/Conte non appare l’argomento di maggiore attrattività per quegli astenuti. Anzi, da altri luoghi e da altre elezioni, sappiamo che gli scontri nella sinistra smobilitano specialmente la parte di elettori che vogliono sì un’alternativa di governo al centro-destra, ma, al tempo stesso, vogliono che quel governo sia sufficientemente coeso, con il minimo di tensioni interne e credibilmente capace di attuare le sue promesse. Altrimenti, starsene, pur tristemente, a casa per loro rimane un’opzione preferibile.
Naturalmente, la competizione Partito Democratico/Movimento Cinque Stelle è nelle cose, nei fatti, nello stato del paese. Personalmente, non sono un cantore della necessità assoluta e prioritaria di ridurre le diseguaglianze soprattutto quelle economiche. So, però, che è ai ceti svantaggiati che la sinistra, non soltanto in Italia, sembra avere perso la capacità di parlare e, talvolta, persino, la volontà di andarli a cercare. La questione dovrebbe essere posta in termini di opportunità: aprire spazi di accesso alla buona istruzione, alla buona sanità, alle buone pensioni che possono seguire ad un mercato del lavoro accessibile anche in seguito a procedure di qualificazione e di reinserimento dei lavoratori/trici. Questa, sulle idee, sui progetti, sulle soluzioni, è la buona competizione nella sinistra. Il momento giusto è ora poiché il governo annaspa nel PNRR, colpisce malamente le banche, non ha ricette di ristrutturazione del welfare. Il non originale mantra dei centrodestri è che i problemi sono stati creati dai governi precedenti. La risposta dei due partiti che in quei governi erano le componenti più importanti, oltre a mettere in questione affermazioni infondate, deve consistere in singole proposte chiare, condivise, solidariamente sostenute, quello che si può chiamare “la pratica dell’obiettivo”. Valutando i contributi agli obiettivi conseguiti, PD, M5S e coloro disposti a collaborare saranno in grado di meglio scegliere la leadership più promettente per vincere le prossime elezioni.
Pubblicato il 17 agosto 2023 su Domani
Il salario minimo e la dialettica che serve tra governo e opposizione @formichenews

Un governo buono incontra le opposizioni che, unite, stimolano e sfidano l’esecutivo. Ecco cosa insegna il dialogo che si è aperto sul salario minimo, in cui è stato chiamato in causa il Cnel guidato da Renato Brunetta. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica. Recentemente ha pubblicato “Il lavoro intellettuale. Cos’è, come si fa, a cosa serve” (UTET 2023)
C’è del merito nel confronto fra Giorgia Meloni e le opposizioni sul salario minimo e c’è anche del metodo. Non sufficientemente sottolineato, il merito, vale a dire, stabilire per legge che tutti coloro che (circa 4 milioni di persone) svolgono un lavoro dipendente debbono ricevere come minimo 9 euro l’ora è molto importante. Non significa affatto che nella contrattazione collettiva i sindacati non potranno chiedere di più né, meno che mai, coloro che già ottengono di più verranno retrocessi. Certo, 9 euro l’ora non è quel salario ricco che chiede Tajani sventolando il cedolino (ricco) della sua indennità, ma porrebbe i lavoratori italiani più vicini ai lavoratori di 22 su 27 Stati membri dell’Unione Europea. Sul punto mi affido alla creatività del CNEL e del suo presidente Renato Brunetta che ricordo apprezzato docente di Diritto del Lavoro. Sarà utile operare nei dintorni e nei contorni del salario minimo senza perdere di vista il bersaglio rosso: migliorare le condizionidi vita di milioni di persone e delle loro famiglie.
La qualità del metodo è sbucata imprevista e imprevedibile dalla esigenza di Giorgia Meloni di uscire dall’angolo nel quale alcuni suoi troppo zelanti collaboratori l’avevano cacciata con i loro intransigenti mal motivati “no” al salario minimo (“e perché? Perché no”). La premier ha deciso di andare a vedere meglio le carte delle opposizioni e ha scoperto che c’è qualcuno che carte non ne ha e pensa che lo si nota di più se non lo si vede. Ma ha anche scoperto una inaspettata “granitica” (aggettivo di antico sapore) convergenza, quasi una coesione, fra gli oppositi politico-parlamentari con il sostegno perfino della CGIL (agli altri sindacati, soprattutto alla CISL, si deve chiedere il perché della loro assenza).
La convergenza si è manifestata nel disegno di legge presentato dalle opposizioni senza che nessuno procedesse ad una presa di distanza per piantare le sue bandierine. La convergenza “senza se senza ma” delle opposizioni non è venuta meno neanche nella fase successiva. Delusione solo parziale per avere tecnicamente ottenuto poco: un rinvio e un transfert al CNEL il cui parere servirò anche a Giorgia Meloni per ammorbidire e fare ragionare i suoi di fronte a dati inoppugnabili. Lungi da me parlare della necessità di una “cabina di regia” delle opposizioni affinché “stiano sul pezzo”. Però, forse, molti hanno imparato che su buone precise proposte condivise (la pratica dell’obiettivo) si può fare molto strada insieme. Che lo schieramento governativo ha qualche crepa e non poche differenze d’opinione e di preparazione. Che solo uno schieramento alternativo che si mostri convinto delle sue proposte riesce a diventare convincente. Che anche se non si vince subito e mai tutto l’incontro è quasi sempre preferibile allo scontro. Il resto è massimalismo, non meno nocivo quando lo praticano i governanti, ma improduttivo se esercitato saccentemente dalle opposizioni. Il resto a settembre, ma con la consapevolezza che in democrazia esiste costantemente la possibilità di imparare

Apologia del (vero) liberalismo. Così le istituzioni proteggono i diritti @DomaniGiornale


Il problema non è il neo-liberalismo (troppo spesso identificato con ricette economiche meglio definibili come neo-conservatrici). Il problema sono i sedicenti liberali che parlano di qualcosa che non conoscono. Per molti di loro, essere liberali significa porsi contro la sinistra in qualsiasi versione si presenti. Per molti di loro, soltanto i liberali possono scrivere e discutere di liberalismo. Dissento verticalmente e qui argomenterò, inevitabilmente a grandi, ma credo sufficienti, linee, perché e come.
Ricostruisco il liberalismo al quale sono stato esposto come studente da Norberto Bobbio, Luigi Firpo (docente di Storia delle dottrine politiche a Torino), Nicola Matteucci e Giovanni Sartori. Poi, sì, grazie a loro, ho letto molti altri libri importanti. A richiesta ne provvederò i riferimenti bibliografici. All’origine di tutto voglio porre tre essenziali principi derivati dagli scritti del sicuramente liberale John Locke (1632-1704), nell’ordine: libertà, vita, proprietà. Senza libertà non c’è vita degna di essere vissuta. Proteggere la vita non consiste unicamente nel garantire le condizioni minime di esistenza, grazie alla proprietà di alcune risorse, ma significa opporsi a qualsiasi ingerenza fisica a cominciare dalla tortura. Tre secoli dopo Locke, l’eminente filosofa politica ebrea nata in Lettonia Judith Shklar (1928-1992) denunciò la crudeltà come il peggior vizio illiberale. Concordo e mentre rimando ad una valutazione complessiva del suo importantissimo lavoro contenuta nel volume curato da Bernard Yack, Liberalism without Illusions: Essays on Liberal Theory and the Political Vision of Judith N. Shklar (University of Chicago Press, 1996), attendo di sentire l’opinione e dei (no, non scrivo più “sedicenti”) liberali italiani.
Stabiliti quei principi tuttora irrinunciabili, dunque, liberale non è mai colui che attenta, fatto salvo un discorso su come sia stata acquisita, alla proprietà delle persone, il liberalismo non esce come Minerva dalla testa di Giove. Si dipana, invece, gradualmente, da un lato, sul versante delle istituzioni, dall’altro, sul versante dei diritti, con la precedenza delle prime, troppo spesso trascurate dai liberali contemporanei, sui secondi. Strappare al re il potere giudiziario e il potere legislativo è quanto suggerisce Montesquieu nel suo De l’esprit des lois (1748), l’inizio della separazione/separatezza delle istituzioni. Il Re d’Inghilterra resisterà strenuamente, ma i coloni americani indipendentisti (1776) fecero delle istituzioni separate l’asse portante del loro presidenzialismo. Quelle istituzioni erano separate come origine anche elettorale, ogni 2 anni i Rappresentanti e un terzo dei Senatori, ogni 4 anni il Presidente, ma condividevano i poteri. Il Senato interviene nelle nomine presidenziali, persino dei Ministri (Segretari) e, ancor più significativamente, dei giudici della Corte Suprema nominati dal Presidente. Quei giudici possono fare decadere le leggi approvate dal Congresso e firmate dal Presidente che, peraltro, può porre il suo veto per lo più vincente su leggi sgradite.
Le istituzioni USA, hanno sostenuto alcuni studiosi recenti, non si limitano a condividere (sharing) i poteri fino ad una situazione di “governo diviso” (stallo e/o ingovernabilità) pur preferibile ad una Presidenza onnipotente, “arrogante” nelle parole del Sen. William Fulbright, “imperiale” nell’analisi dello storico Arthur Schlesinger Jr, ma sono entrati in una nociva, costante competizione per strapparli a proprio favore.
Qui si inserisce il secondo elemento istituzionale/costituzionale eminentemente liberale: checks and balances. Nessuna istituzione deve mai trovarsi in condizione di prevaricare sulle altre e nessuna di essere “prevaricata”. Freni e contrappesi sono meccanismi delicati costantemente bersagli di battaglie politiche e culturali. Coloro che ottengono attraverso elezioni libere, eque (fair), periodiche (qui l’importanza di buone leggi elettorali) e occupano cariche politiche debbono rispondere dei loro comportamenti agli elettori: accountability. Non è solo l’obbligo di accettare le proprie responsabilità e rendere conto di quanto fatto, non fatto, fatto male. L’accountability è la virtù liberaldemocratica per eccellenza, totalmente coerente con l’assenza di qualsiasi vincolo al mandato (art. 67 della Costituzione italiana) e sostanzialmente incompatibile con limiti temporali imposti ai mandati, misura di chiaro stampo populista.
Espressione del potere e delle preferenze dei cittadini, le istituzioni liberali proteggono e promuovono i diritti. Sancite la libertà di parola e opinione e libere elezioni, il Bill of Rights inglese del 1689 è tutto focalizzato sui rapporti istituzionali fra Re e Parlamento e sui rispettivi poteri. Cent’anni dopo la Costituzione USA è un documento tutto istituzionale. Nel 1791, il Bill of Rights USA entrò a farne parte integrante in qualità di primo emendamento. I diritti liberali sono di due tipi, civili e politici. Libertà di parola, di opinione, di stampa, di culto, di associazione e di movimento sono diritti civili essenziali. Votare e essere votati, costruire organizzazioni politiche e partecipare alla politica in varie forme attraverso tentativi di influenzare i detentori del potere politico con proteste e movimenti sono tutti diritti politici. Una società che riesce a esprimersi secondo queste modalità è, ricorrendo agli aggettivi frequentemente usati nel lessico politico/logico USA, “robusta e vibrante”. Poiché la competizione pluralista fra idee, proposte, soluzioni è quanto il liberalismo auspica, considera importante, ‘impegna a garantire quella società è definibile liberale. La competizione, non l’eguaglianza, è il suo tratto distintivo.
L’unica eguaglianza indispensabile e caratterizzante del liberalismo è quella davanti alla legge. La diseguaglianza intollerabile dal liberalismo è quella che deriva dall’uso del denaro per conquistare il potere politico. Il principio “una persona un voto” è eguaglianza politica liberale. Il conflitto di interessi fra le attività e le risorse economiche personali e l’esercizio di cariche pubbliche è la ferita più profonda inferta alla concezione e alla pratica dello Stato liberale.
Non sta nella concezione dello Stato liberale il terzo insieme di diritti, quelli sociali: istruzione, salute, lavoro, pensione. Nulla osta che, come scrisse il grande sociologo inglese T.H Marshall già nel 1950: Citizenship and Social Class, a quei diritti si possa pervenire. Sono diritti caratterizzanti le esperienze e le politiche socialdemocratiche, ma non per questo incompatibili con lo Stato liberale e dai liberali rigettati. Al contrario, rispetto ai diritti sociali le differenze fra liberali e socialdemocratici non stanno affatto nell’importanza attribuita a quei diritti, ma nelle modalità con le quali perseguirli. I socialdemocratici affidano il compito prevalentemente allo Stato e alle sue istituzioni. I liberali pensano che debbano essere i cittadini attraverso la libera competizione politica a stabilire, fatta salva una rete di sicurezza, se, come e quanto investire in istruzione e sanità, in lavoro e pensioni. Da questo punto di vista gli Stati Uniti sono molto più liberali della Gran Bretagna. Prova ne è che la riforma sanitaria di Obama è stata bollata come socialista, mentre il sistema scolastico viene fortemente criticato per la sua produzione e riproduzione di enormi diseguaglianze e privilegi.
Se l’assenza di qualsiasi intervento sostitutivo o correttivo o di indirizzo ad opera dello Stato che neghi la prospettiva formulata da John Maynard Keynes per l’economia e non la voglia/sappia estendere ai settori istruzione, sanità, lavoro è definibile come neo-liberalismo, allora la sua distanza dal pensiero liberale classico è, se non incolmabile, certamente considerevole. Ma, pur esigenti, non buoni/sti come troppi, questa volta la qualifica sedicenti merita di tornare, liberali italiani si compiacciono di essere, i liberali degni di questo nome non sono crudeli e una competizione politica ben regolata continua a promettere e spesso a conseguire esiti apprezzabili.
Pubblicato il 10 agosto 2023 su Domani