Orbán, Trump e Vox. La democrazia va protetta con l’impegno pedagogico @DomaniGiornale

Quando nel 1993 Fukuyama pubblicò il suo libro La fine della storia e l’ultimo uomo, nel quale, a beneficio di chi non l’ha mai letto, ricorderò che annunciava la vittoria definitiva delle liberaldemocrazie, delle visioni ideali e degli stili di vita sul comunismo, non pensava certamente ai problemi che quelle liberaldemocrazie avrebbero dovuto affrontare. Intratteneva una visione non ingenua, ma relativamente ottimista. Era consapevole della presenza del fondamentalismo, oggi, forse direbbe fondamentalismi al plurale, meno attento alla dinamica politico-culturale interna delle liberaldemocrazie.  Anche se, contrariamente a troppe affermazioni di male informati profeti di sventure sulla crisi/morte delle democrazie, nessuna è crollata, tranne quella del Venezuela già su piedi d’argilla, mentre Orbán spinge nell’illiberalismo l’Ungheria, oggi vediamo insieme all’autore di una possente ricostruzione storica delle modalità di affermazione dell’ordine politico, alcune grandi sfide antidemocratiche. Sono sfide politiche, istituzionali, ma soprattutto culturali. Il caso italiano ne offre un esempio.

Ascolto critiche incentrate sulla inadeguatezza, addirittura mancanza della classe dirigente, un argomento che mi pare degno di approfondimenti a tutto campo senza preconcetti. Sento anche da ambienti che si considerano vicini alla sinistra (ex apologeti del nazista Carl Schmitt) proposte di democrazia decidente (attendo inviti agli autoritarismi dialoganti). Qualcuno, più decisionista di altri, anticipa addirittura quanto Giorgia Meloni dovrebbe proporre come riforma costituzionale. Infine, vedo pullulare in regimi democratici che hanno riscosso grandi e duraturi successi liste, partiti, idee di destra che sembravano non avere più seguito e neppure cittadinanza. I “Veri Finlandesi”?, i “Democratici Svedesi”? in due grandi democrazie a lungo governate con benefici diffusi per tutti da partiti socialdemocratici sono entrati nei rispettivi parlamenti e addirittura sono indispensabili per la coalizione di governo. Fuori dal nazismo e fuori dal franchismo, Germania e Spagna hanno dato vita e sostanza a democrazie di successo. Eppure, in Germania Alternative für Deutschland ha molti voti e dà rappresentanza politica a molti elettori. In Spagna non è ancora escluso che Vox, che tanto piace a Giorgia Meloni, riesca a diventare determinante per la formazione del prossimo governo. Mi inquieto al solo pensiero che Donald Trump, che tutti i sondaggi danno molto competitivo, finisca per tornare alla Casa Bianca con conseguenze che sarebbero devastanti per tutte le liberaldemocrazie esistenti e per coloro che vorrebbero crearne nei loro paesi.

Quale fattore può spiegare casi che sembrano così diversi fra loro, con molti americani che non hanno mai smesso di considerarsi “eccezionali”? Chiaro che nessuna spiegazione monofattoriale è mai totalmente adeguata e convincente. Tuttavia, sono giunto alla individuazione di un fattore predominante. In tempi diversi e con modi diversi i governanti democratici, compiaciuti dei loro successi politici, istituzionali, economici hanno cessato qualsiasi attività di insegnamento della politica democratica, dei principi e dei valori della società aperta. Anzi, proprio in nome della libertà di competizione politica e culturale non hanno saputo/voluto opporre le loro idee a quelle in parte comuni in parte specifiche alle singole esperienze storiche che venivano espresse in maniera talora folcloristica talora anche violenta dalle destre. Soltanto l’impegno pedagogico culturale, qui e ora, senza speciose neutralità, sulla superiorità dei valori universali democratici può salvare le democrazie realmente esistenti, la democrazia che abbiamo e quella che vorremmo.

Pubblicato il 9 agosto 2023 su Domani

La rappresentanza politica è impagabile. Si costruisce con meccanismi e comportamenti @formichenews

Chi volesse soddisfare la sua voglia democratica di buona rappresentanza, sicuramente intrattenuta anche da Andrea Cangini, dovrebbe porre due veri problemi: le candidature multiple e il requisito di residenza. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica. Recentemente ha pubblicato “Il lavoro intellettuale. Cos’è, come si fa, a cosa serve” (UTET 2023)

Che brutto dibattito ha innescato Piero Fassino sventolando il cedolino della sua indennità di luglio 4.718 euro tralasciando tanto l’indennità aggiuntiva che riceve come Vicepresidente della Commissione Esteri quanto i vari rimborsi spese di viaggi e di telefono. Non è affatto stato un atto di coraggio, come ha scritto Mattia Feltri (“La Stampa”), e neppure un gesto esemplare di contrasto alla demagogia, come ha scritto qui Andrea Cangini. Dubito, ma posso essere smentito da chi porterà dati attendibili e comparabili, che Fassino (insieme a molti altri) abbia fatto impennare il suo impegno parlamentare per compensare la riduzione del numero dei parlamentari.

   Il lavoro parlamentare può essere migliorato con molti accorgimenti nelle mani dei Presidenti d’aula e di Commissione. D’altronde, l’indennità non è mai stata commisurata alle ore di attività né quelle in sede parlamentare né extra moenia. Poiché, si, è vero che un certo numero di parlamentari (quanti?) svolge attività politica sul territorio: per informare gli elettori? Per tenere rapporti con le associazioni? Per assicurarsi la continuità del sostegno del partito locale? Qualche volta, addirittura, per svolgere effettivamente il suo compito costituzionale di rappresentanza politica, ma è anche vero che tutto questo, oltre ad essere un compito spesso molto gradevole per chi crede nella politica democratica, non è obbligatorio. Non richiede un certo numero di ore di lavoro. Non impone di timbrare il cartellino.

   L’opinione di Cangini è che con grande senso di opportunità (questo lo dico io) Fassino abbia voluto affermare la dignità del lavoro parlamentare e porre il problema dei costi della politica. Né l’uno né l’altro mi paiono, da quel che so, e qualcosa so, terreni frequentati dal parlamentare Fassino, dal Ministro Fassino, dal segretario di partito Fassino. Insisto su di lui, ma quanto scrivo vale per la grandissima maggioranza degli attuali parlamentari, Infatti, nessuno ha dato seguito alla denuncia di Fassino. Potrebbe, forse essere che in un dibattito stanco Fassino abbia semplicemente voluto soddisfare, non per la prima volta, la sua voglia di protagonismo?

Il lavoro intellettuale
Cos’è, come si fa, a cosa serve

   Chi, invece, volesse soddisfare la sua voglia democratica di buona rappresentanza, sicuramente intrattenuta anche da Andrea Cangini, dovrebbe porre due veri problemi: le candidature multiple e il requisito di residenza. In primis, a rispondere dovrebbero essere Ettore Rosato (Italia Viva), relatore della legge che porta il suo nome, triestino, attualmente parlamentare della Campania; Maria Elena Boschi (Italia Viva), aretina, già indefessa sostenitrice delle liste bloccate dell’Italicum, candidata in Calabria e Lazio, parlamentare del Lazio; e, naturalmente, lo stesso Fassino (Partito Democratico), torinese, deputato del collegio di Venezia. Sono solo tre esempi, ma significativi.

   Non so quanti sono i pluricandidati/e e i paracadutati/e nella XIV Legislatura (incidentalmente, i secondi erano pochissimi nella cosiddetta Prima Repubblica), ma, in nome della rappresentanza politica, della trasparenza e della meritoria lotta alla casta (che si autoriproduce anche grazie alle leggi elettorali di sua invenzione) sarebbe un‘ottima azione se loro stessi rivelassero il loro status. Per i rimedi, sono pochi e facili da capire e da introdurre, un’altra volta on un altro contesto prima, spero, di un’altra elezione.

Pubblicato il 7 agosto 2023 su Formiche.net

I veri patrioti sono i cittadini che pagano le tasse @DomaniGiornale

La Magna Charta (1215) fu, fra l’altro, il tentativo riuscito dei Lords di imporre al re d’Inghilterra di consultarli se voleva il loro assenso e i loro soldi per finanziare sue attività, le sue guerre. Fu l’inizio della tassazione concordata fra il potere politico e i cittadini più eminenti, proprietari di castelli e di terre. cinque secoli dopo, dal 1765 in poi, alle origini delle democrazie anglosassoni, furono i coloni americani a ribellarsi al re d’Inghilterra al grido di “no taxation without representation”. Le tasse saranno pagate soltanto se decise da assemblee rappresentative elettive. Nacque o, meglio, si palesò il legame fra i cittadini e i governanti. Da allora è possibile sostenere che pagare le tasse è quello che fanno i buoni cittadini, i patrioti. Sono loro che danno mandato ai rappresentanti di formulare le decisioni con le quali esigere quante tasse, per quali obiettivi, con quali modalità. Sono decisioni importanti soprattutto perché quelle tasse servono allo Stato, al potere politico, per soddisfare alcuni compiti fondamentali fra i quali la sicurezza interna e la difesa dei sacri confini della patria.

    Nel corso del tempo la sicurezza interna è stata vista in una luce più ampia. Può essere effettivamente garantita al meglio quando tutti i cittadini godono di un minimo di risorse per vivere in maniera dignitosa, quando dispongono delle opportunità di perseguire i loro progetti di vita. In maniera molto diversificata, con tempi e modi peculiari, attinenti alle differenti concezioni dell’uomo e del mondo, un po’ dappertutto una parte notevole di tasse anche elevate è stata destinata alla costruzione, al mantenimento, all’estensione delle politiche sociali e assistenziali. I cittadini pagano quelle tasse sapendo che lo Stato le utilizzerà secondo le sue capacità per migliorare la vita dei suoi cittadini. Dal canto loro, i cittadini sanno che con il loro voto potranno cambiare quelle destinazioni. Soprattutto, hanno imparato che essere buoni cittadini significa in misura notevole pagare le tasse che consentono allo Stato di difendere le loro condizioni e di aiutare chi è in condizioni disagiate, i compatrioti e non solo.

Pagare le tasse forse non è, come sostenne Tommaso Padoa-Schioppa, “bello”, ma è giusto e patriottico. Laddove tutti pagano le tasse, chi più ha più paga, e vengono rispettati i due principi fondamentali della società giusta: universalità e progressività, si trova una democrazia robusta e vibrante. Eccezioni, elusioni, evasioni segnalano tre fenomeni molto gravi. Da un lato, sta l’incapacità dello Stato di riscuotere le tasse. Dall’altro, stanno le decisioni dei detentori del potere politico di favorire alcuni gruppi, per una molteplicità di ragioni particolaristiche, a scapito di altri, con clientelismo e spesso corruzione. Dall’altro ancora stanno cittadini egoisti, profittatori, parassiti che godono dei beni comuni senza contribuire al loro finanziamento. Da tempo immemorabile, ma questa non è un’attenuante, l’elevato tasso di evasione fiscale è il maggiore problema italiano collegato alla corruzione e ai privilegi che consentono agli evasori di fruire dei beni collettivi finanziati dai contribuenti onesti. La soluzione non è mai quella di condonare il passato, cattiva lezione che influenza il futuro, né quella di moltiplicare le leggi fiscali e le modalità di pagamento. Plurimae leges corruptissima Republica. La battaglia per la società giusta passa per l’educazione politica, sociale, economica, culturale dei cittadini. Il resto è fuffa, truffa.

Pubblicato il 2 agosto 2023 su Domani

“Yo soy europeo”, lo slogan del Pd da urlare contro quello di Meloni @DomaniGiornale

Giorgia Meloni non ha appoggiato il cavallo sbagliato. Fin dal suo truculento comizio :”Yo soy Giorgia”, Vox è il suo cavallo preferito. Con coerenza vi ha puntato molto, ma ha perso. Ieri in Spagna, domani in Polonia: in democrazia si vota regolarmente. Gli elettori capiscono quale è la posta in gioco e, pur talvolta sbagliando le loro valutazioni, sanno cosa vogliono e scelgono il partito/leader che promette in maniera più credibile. Gli elettori spagnoli hanno preferito i Popolari a Vox e li hanno premiati forse per l’annuncio che non avrebbero governato con Vox anche perchè sanno quanto importante è l’Unione Europea per il benessere del loro paese. Il segnale è chiarissimo.

La linea dirimente nelle elezioni del prossimo Parlamento europeo, giugno 2024, passa proprio là dove i Popolari vengono sfidati dai sovranisti della destra estrema. Dalla tenuta dei Popolari e dalla sconfitta degli estremisti del sovranismo politico, nazionale (patriottico?), culturale dipende il futuro dell’Unione Europea. Meloni ha ingaggiato una battaglia “europea” a tutto campo, mirando ad aggregare anche Orbàn e Mazowiecki, perchè è consapevole che il successo tanto delle sue politiche sovraniste quanto delle sue politiche identitarie dipenderanno dalla distribuzione del potere politico nel prossimo Parlamento europee e, di conseguenza, dalla composizione della prossima Commissione europea. Incidentalmente, non sono (ancora) convinto che per tenere “agganciati” i Popolari si debba fin d’ora prospettare la continuità di Ursula von der Leyen. Secondo gruppo dell’attuale parlamento europeo, i Socialisti e Democratici sembrano combattere di rimessa. A me pare, invece, che la strategia che ha pagato è stata quella del socialista Pedro Sanchez: riforme, anche identitarie, in patria (!) e sicuro aggancio con l’Unione Europea, lui stesso attualmente Presidente di turno nel semestre europeo.     Non so dalla tribuna di quale partito affiliato Elly Schlein dovrebbe esprimere in maniera profilata e affilata le sue preferenze politiche e posizioni europeiste. Sono convinto, però, che il Partito Democratico dovrebbe accentuare regolarmente il suo effettivo europeismo. Più di due terzi degli Stati membri dell’Unione hanno il salario minimo (e forti contrattazioni collettive), mediamente superiore ai 9 euro all’ora. Più di due terzi di quegli Stati hanno una legislazione efficace nei confronti della corruzione politica. Alcuni di loro si sono variamente e ripetutamente espressi a favore di una Unione a più velocità nella quale l’Italia potrebbe fare significativi progressi. La critica propositiva alle difficoltà del governo Meloni nell’attuazione del PNRR è doverosa. Collegare quello che in Europa si può fare o già si sta facendo servirebbe anche a coordinare e migliorare la qualità dell’opposizione in Italia. Chi ne sa di più parli.

Pubblicato il 26 luglio 2023 su Domani

Una cultura politica, anche libresca, per il Partito Democratico

Apprendiamo che Nicola Zingaretti, le cui benemerenze culturali non sono note né al grande pubblico né a me, sostituirà Gianni Cuperlo alla Presidenza della Fondazione del Partito Democratico. Dovrà, nelle parole della segretaria, avere quello sguardo “lungo e largo” necessario al partito. Quando ascolto queste banalità, mi intristico. Hanno quasi tutti smesso di studiare tempo fa, pochi lo avevano fatto e ancora meno, fra questi Cuperlo, hanno continuato.

Il mio tic di Pavlov consisterebbe nel chiedere a Zingaretti quale libro sta leggendo, chiedo scusa, quale è l’ultimo libro che ha letto (la domanda vale anche per Schlein). So che verrei sbeffeggiato. Non sanno i sbeffeggiatori che la loro reazione rafforza la mia convinzione che da tempo la cultura non abita più nel Partito Democratico. Anzi, probabilmente, nonostante le roboanti affermazione sulla raccolta delle migliori culture riformiste del paese, comunque giunte esauste e al capolinea nell’anno 2007 dopo Cristo, il PD di cultura politica praticamente non ne ha (ne ho discusso nel fascicolo di Paradoxa: La scomparsa delle culture politiche in Italia .

Cuperlo faceva del suo meglio, ma certamente era consapevole che quel suo partito frastagliato in correnti dedite alla riproduzione di posti, di cultura politica produrne non poteva, ma il galleggiamento garantiva che in qualche modo circolassero idee. Era, poi, nella sua, immagino piena, consapevolezza, la sua personale non centralità politica, a impedire che fossero le idee a guidare l’azione politica. La movimentista Schlein coerentemente si agita e agita alcune idee che, per quel che conta, spesso coincidono con alcune mie preferenze. Ma lo sguardo non mi pare né lungo né largo, abbastanza sbilenco e centrato sui dintorni, su coloro che l’attorniano. Da movimento a istituzione, poi, come hanno brillantemente scritto Max Weber e Francesco Alberoni, il passo è talmente lungo che, spesso, proprio non riesce.

Provocatoriamente, adesso subito, desidererei che Zingaretti suggerisse e/o si facesse suggerire quei cinque-sei libri non solo di autori contemporanei, ma anche di classici, non solo utile per la citazione ad effetto, ma per l’impostazione di una strategia riformista, progressista, pluralista, europeista. No, non mi sono dimenticato “pacifista”; l’ho omessa deliberatamente. Non ho l’aggettivo per giustizia sociale, ma questo obiettivo è la stella polare della cultura progressista. Se non lo fosse, un dibattito aperto, non per linee correntizie, dovrebbe costituire la prima attività lanciata da Zingaretti, magari con l’invito a Cuperlo a tenere una delle relazioni introduttive,

Come? Mi state dicendo che non funzionano così i partiti? Che questo tipo di dibattito non sta nel DNA del Partito Democratico? Mi piace avere ragione, ma sarei ancora più contento di averla a ragion veduta. A dibattito consumato. Realismo della ragione.

Pubblicato il 24 luglio 2023 su PARADOXAforum

Un Presidente della Repubblica molto persuasivo

In questi giorni i cosiddetti quirinalisti si affannano a difendere preventivamente il Presidente della Repubblica da eventuali, possibili critiche provenienti dalle opposizioni. Secondo molti di loro che conoscono, o almeno così dicono, i retroscena meglio della Costituzione, il Presidente sarebbe sostanzialmente obbligato dall’art. 87 a autorizzare la presentazione alle Camere del disegno di legge sulla riforma della giustizia. Però, non solo ancora non conosciamo il testo preparato dal Ministro Nordio, già ampiamente criticato su punti molto importanti, abuso d’ufficio e concorso esterno in associazione mafiosa, da esponenti di Fratelli d’Italia e della Lega, ma già sappiamo che Mattarella ha avuto un lungo colloquio con la Presidente del Consiglio Meloni proprio su alcuni punti rilevanti. Più che ipotizzabile, è certo che il Presidente della Repubblica abbia sollevato numerose obiezioni di merito.

    I quirinalisti, ma non solo, sottolineano che in questi colloqui e in altri, a seconda dei casi, il Presidente esercita la cosiddetta moral suasion. Quanto si tratti di persuasione morale è tutto da vedere e valutare. Molto più probabile è che il Presidente abbia messo in chiaro le sue perplessità suggerendo alla Presidente del Consiglio i cambiamenti necessari che non potranno essere solo cosmetici. Su almeno due aspetti, il Presidente deve essere stato molto fermo. Primo, nessuna parte della riforma può contraddire i principi dell’ordinamento giuridico dell’Unione Europea, ad esempio nel contrasto alla mafia. Secondo, nessuna riforma può essere congegnata come punitiva nei confronti dei magistrati. Agitare il cosiddetto garantismo che, un giorno bisognerà pure declinare nelle sue componenti, non implica affermare che i magistrati e coloro che li sostengono siano tutti “giustizialisti” e operino schiacciando e travolgendo i diritti dei cittadini.

   Il Presidente della Repubblica conta sull’accettazione da parte del governo di alcuni suoi rilievi. Sa anche che il governo potrebbe procedere senza tenerne conto, caso nel quale la sua autorizzazione non mancherà, ma verrà accompagnata da sue osservazioni puntuali derivanti dalla Costituzione e da quello che vige in Europa. Dopodiché, nel dibattito parlamentare, sperabilmente non troncato da apposizioni di voti di fiducia, maggioranza e opposizioni decideranno se e quali modifiche accettare e introdurre. A norma di Costituzione il testo che sarà approvato dal Parlamento tornerà sulla scrivania del Presidente (anche questo Mattarella ha sicuramente ricordato con cortesia istituzionale a Giorgia Meloni) che ha la facoltà di promulgarlo oppure di restituirlo al Parlamento con le sue critiche ai punti discutibili e anche con le indicazioni su come cambiarli e migliorarli. Questa procedura sì merita di essere configurata come in buona misura “moral suasion”. Certo, qualora la maggioranza di governo procedesse imperterrita senza cedere su nessun punto, si aprirebbe una situazione a dir poco delicatissima.

Pubblicato AGL il 16 luglio 2023

Tre berlusconismi per ieri, oggi e domani Lib- #10 del Partito Liberale Radicale Ticinese

Pubblicato in LIB, mensile del Partito Liberale Radicale Ticinese,  giugno 2023, p. 9

Il berlusconismo è un fenomeno molto complesso che ha radici nella storia italiana che precedono la “discesa in campo” di Berlusconi e ha propaggini di lunghezza indefinibile nella uscita di scena del discusso e discutibile protagonista. In verità, il berlusconismo è un fenomeno plurale. C’è il berlusconismo materiale espressione del potere economico e del potere mediatico che hanno condotto al potere politico e c’è il berlusconismo ideologico fatto di liberalismo immaginario, di europeismo altalenante, di garantismo proclamato per se stesso, di cristianesimo esclusivo (inteso per escludere i non-credenti, ma anche i credenti in altre fedi). Esiste, infine, un berlusconismo minore che chiamerò quotidiano, da sempre parte della storia di Italia, dell’Italietta, con radici profonde nella autobiografia della nazione, un impasto di atteggiamenti e comportamenti gonfi di anti-politica, anti-parlamentarismo, diffidenza nei confronti dello Stato, familismo, egoismo. Ciascuno di questi atteggiamenti e comportamenti può esprimersi periodicamente con minore o maggiore visibilità, rimanendo sottotraccia, ma sempre solleticabile e attivabile. 

La miscela, meglio la combinazione dei tre populismi ha consentito a Silvio Berlusconi di catapultarsi in maniera possente e brutale sulla scena politica italiana e di rimanervi per quasi trent’anni senza, però, dominarla politicamente, ma molto spesso condizionandone le scelte e le soluzioni. Diversamente da molti commentatori, non è mia opinione che il berlusconismo sia un fenomeno populista, anticipatore di simili sviluppi in altri paesi. Un qualche appello al popolo, una qualche striscia di populismo esiste sempre in tutte le democrazie, sistemi politici che tali sono poiché al popolo, δῆμος, attribuiscono potere, Κράτος, ma il potere di governo non è stato acquisito da Berlusconi in maniera populista, semmai, grazie a quello che chiamò il movimento politico Forza Italia, con enfasi nazionalista: “L’Italia è il paese che amo…”, e non è stato esercitato per il popolo, ma per obiettivi e fini spesso sostanzialmente personali.   

Il berlusconismo non ha una teoria politica. Non riconosce la separazione delle istituzioni e la loro reciproca autonomia. Chi vince le elezioni e conquista il potere esecutivo deve essere messo in grado di decidere a prescindere dal potere della magistratura e, persino, quando necessario, dal potere del Parlamento. In seguito ad una ennesima votazione parlamentare che, per le assenze e l’incompetenza dei suoi eletti, segnò una sconfitta, Berlusconi propose che votassero soltanto i capigruppo con il peso del loro voto corrispondente al numero dei loro parlamentari. Pur dichiarandosi favorevole al presidenzialismo secondo il modello USA (non essendo al corrente dei molti inconvenienti di quel modello a cominciare dal governo diviso), Berlusconi non seppe proporne l’introduzione in Italia.

Per quanto, sicuramente, in alcune democrazie il successo in Italia del berlusconismo politico abbia attirato l’attenzione di qualche politico particolarmente ambizioso, un po’ dovunque erano assenti le risorse indispensabili al berlusconismo materiale e non era possibile sfruttare il lascito delle mentalità che caratterizzano il berlusconismo ideologico. Piccoli berlusconi sono rimasti tali e risultati ininfluenti tranne che negli Stati Unito d’America. Anche se nel più intelligente dei libri alla ricerca delle spiegazioni del populismo, gli autori Pippa Norris e Ronald Inglehart (Cultural Backlash. Trump, Brexit, and Authoritarian Populism, Cambridge, Cambridge University Press, 2019) si riferiscono a Berlusconi soltanto due volte, il paragone con Trump può essere illuminante. C’è il trumpismo materiale del tutto simile al berlusconismo: patrimonio immobiliare, enorme presenza mediatica televisiva, denaro in quantità (e danarosissimi estimatori e finanziatori) e c’è il trumpismo ideologico sicuramente illiberale, che fa ricorso alle peggiori esperienze USA e condona le truffe, la violenza e, sottilmente, il razzismo.

Il berlusconismo materiale è finito con Berlusconi, il suo impero economico verrà suddiviso fra gli eredi. Il berlusconismo ideologico aveva in lui il migliore degli interpreti: né Beppe Grillo né Matteo Renzi hanno dimostrato di possedere capacità simili di manipolazione delle menti. Il berlusconismo come striscia nella autobiografia della nazione si è palesato in gradissimo spolvero molto più nel funerale di Berlusconi, nei numerosissimi commenti dei giornalisti, degli intellettuali di corte e di chiesa e, naturalmente, del pubblico, della audience a reti unificate di Mediaset e non solo. Questo berlusconismo che sta nella storia, nel corpo della nazione, non è mai sparito. Für ewig. Dunque, non di suo ritorno stiamo parlando, ma della sua presenza che soltanto un enorme, convinto, prolungato sforzo culturale in nome dei valori europei potrebbe estirpare. Al proposito, non sembrano esistere in Italia oggi né i politici né gli intellettuali volenterosi e capaci di questo sforzo. Dunque, non è possibile essere ottimisti sul futuro.

GianfrancoPasquino è Professore emerito di Scienza politica e socio dell’Accademia dei Lincei. Fra i suoi libri più recenti pubblicati da UTET: Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (2021); Tra scienza e politica. Una autobiografia (2022); Il lavoro intellettuale (2023).

Gli equilibrismi della premier tra l’Europa e i sovranisti @DomaniGiornale

Doveroso preoccuparsi giorno dopo giorno di quello che il governo e i suoi ministri fanno (“riforma” della Giustizia) e, ancor più, non fanno (PNRR) o hanno fatto (conflitti di interesse). Importante è, non solo contrastare, ma proporre. L’esempio migliore della proposta è il salario minimo garantito. Offre il segnale della convergenza delle opposizioni, ma potrebbe essere meglio argomentato e sostenuto, ad esempio, con riferimento a quanto c’è negli altri Stati-membri dell’Unione, anche in quelli nei quali i sindacati hanno dimostrato forte capacità di contrattazione collettiva. Che sia una proposta tanto significativa quanto imbarazzante per il governo è dimostrato dal fatto che il centro-destra cerchi di sopprimerla senza neppure discuterla nel merito. Sopprimere una tematica costituisce una delle varianti della strategia complessiva della Presidente del Consiglio. Ai ministri è consentito esprimere loro posizioni, ma se sono controverse e appaiono sgradite, immediatamente vengono etichettate e derubricate come non facenti parte del programma di governo per l’attuazione del quale gli elettori avrebbero espresso un mandato.

   Questa falsa narrazione, che non è sufficientemente contrastata dalle opposizioni, serve a Giorgia Meloni per bloccare qualche eccesso, ad esempio, la ventilata abolizione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Avendo definito “pizzo di Stato” quanto debbono pagare i commercianti evasori (il precedente illustre è il berlusconiano dovere morale di evadere le tasse troppo, a giudizio di chi?, alte), Meloni può non avere gradito la “pace fiscale” (scurdammece ‘o passato) proposta dal ministro Salvini, ma ha lasciato cadere. Probabilmente, ha anche lasciato cadere la Ministra Santanchè. Sarebbe un bell’esempio che ci sono limiti all’uso disinvolto dei rapporti di potere.

   Nulla di tutto questo, comunque, lo confermano i sondaggi, incrina il livello di gradimento suo personale e del governo che dipende anche e molto dalla sua presenza e attivismo sulla scena europea e internazionale. Certo, le photo opportunities con Macron, Ursula von der Leyen, Erdogan, Sunak, prossimamente Biden, e altre future, dell’underdog venuta dalla Garbatella, sono molto gratificanti. Sbagliano coloro che le criticano come un diversivo, un transfert freudiano su un terreno nel quale la visibilità di Giorgia Meloni quasi cancella i suoi problemi italiani. C’è, invece, una strategia: presentarsi nella misura del possibile, che non è piccola, come una player propositiva (il piano Mattei), affidabile in quanto solidamente atlantica e sostenitrice dell’Ucraina. Qualche scivolata per l’apprezzamento espresso a coloro che difendono gli interessi nazionale è del tutto funzionale al disegno di guidare i Conservatori e Riformisti a diventare alleato numericamente cruciale per i Popolari e una nuova maggioranza a Bruxelles. Opposizioni cieche e afone la aiutano.

Pubblicato il 19 luglio 2023 su Domani

Chi vuol essere europeo?

Condivido pensieri e preoccupazioni che non riesco a fare passare sui giornali e a introdurre nei salotti televisivi. Ovviamente, vi si può dare più sostanza. Si possono anche sfidare nel ragionamento e negli obiettivi. Ne sarei (abbastanza) lieto.

Sostengo da tempo che il modo migliore di cambiare la politica italiana consiste nel diventare più europei. Quindi, per esempio, niente Italicum e niente “Sindaco d’Italia”, due ricette non solo pessime, ma provincialissime. Bisogna, invece, guardare a come funzionano le democrazie, parlamentari e semipresidenziali (Francia, Portogallo, Polonia), non necessariamente per imitarle, ma per cogliere quanto di buono (e non buono) c’è.

   Più europei significa acquisire comportamenti che chiamo virtuosi poiché hanno prodotto risultati molto apprezzabili per le popolazioni dei rispettivi paesi. La massa di dati disponibili è enorme, troppo spesso poco e male utilizzata. L’Indice della Corruzione percepita, sempre vicinissimo alla corruzione effettiva, colloca l’Italia agli ultimi posti fra i paesi dell’Unione Europea. Lo stesso vale per l’Indice della Libertà Economica. Poiché spesso gli italiani si vantano di vivere in uno dei paesi (pardon, nazioni) più belli al mondo, noto con dispiacere che questo vanto non si traduce, secondo l’indice apposito, in Felicità dove siamo al trentesimo posto.

   La maggior parte degli studiosi e, forse, anche di coloro che si impegnano in politica ritiene che la politica debba servire a migliorare la vita dei cittadini/e. Da trentatrè anni le Nazioni Unite usano l’Indice di Sviluppo Umano per classificare le nazioni. Composto da tre dimensioni: conoscenza (anni di scolarizzazione); salute (aspettativa di vita); benessere economico (reddito medio pro capite), l’Indice di Sviluppo Umano classifica nel migliore dei modi quanto i sistemi politici, le classi politiche, sono riusciti a garantire ai loro cittadini. Due terzi degli Stati europei sopravanzano l’Italia che, complessivamente, si colloca al trentesimo posto.

   Alla luce di questi dati, nient’affatto congiunturali, la lezione mi pare chiara e semplice. Diventare più europei significa ridurre il peso della corruzione, non solo politica; garantire e ampliare la libertà economica; estendere il sistema dell’istruzione e della formazione professionale; intervenire sulla distribuzione del reddito; fare pagare equamente e progressivamente le tasse. Soltanto sulla sanità e quindi sulle aspettative di vita possiamo già rilevare una posizione italiana sostanzialmente di eccellenza.

Sulla base di quanto ho scritto, è evidente che sono le preferenze politiche e programmatiche a fare la differenza. I partiti, le coalizioni, i governi hanno obiettivi diversi che perseguiranno con la forza numerica che l’elettorato darà loro e con le capacità professionali e le competenze dei loro rappresentanti in parlamento e al governo. Anche queste capacità e le rispettive attività possono essere valutate, ad esempio, con riferimento, ai titoli di studio e alle esperienze, amministrative e professionali, pregresse. Tuttavia, il criterio complessivo più importante mi pare debba essere quello della probabilità con la quale le scelte politiche effettuate faranno avvicinare l’Italia ai paesi più avanzati e più virtuosi dell’Unione Europea. C’è molta strada da fare. 

Pubblicato il 13 luglio 2023 su PARADOXAforum

Ma la destra di oggi non è la sua #Berlusconi Formiche 193 #Rivista @formichenews

Su un punto non può esserci nessun disaccordo: Berlusconi ha “sdoganato” l’allora Movimento Sociale Italiano con la famosa frase pronunciata all’inaugurazione di un suo supermercato a Casalecchio, Bologna nel novembre 1993: “se fossi un elettore di Roma voterei Fini”. E il giorno dopo “la Repubblica” di Scalfari titolò: Il Cavaliere nero. Poi, seguì la decisione più importante, quella in occasione delle fatidiche elezioni politiche del marzo 1994 di costruire una duplice coalizione. Nei collegi uninominali del Nord Forza Italia si alleava con la Lega di Bossi: Polo della Libertà; nei collegi del centro-Sud l’alleanza, Polo del Buongoverno, Forza Italia la fece con il MSI diventato Alleanza Nazionale, grazie all’intelligenza politica del suo leader Gianfranco Fini consigliato da Domenico Fisichella. Di tanto in tanto Berlusconi sottolineava che era lui farsi garante degli ex-missini postfascisti e, in effetti, l’egemonia politica sulla coalizione dei tre partiti ai quali poi si aggiunsero molti democristiani di destra e alcuni socialisti fu sempre sua. Fu per l’appunto une egemonia sostanzialmente politica, di numeri e di potere. Berlusconi aveva bisogno di quei voti e sapeva ricompensarli con seggi parlamentari e cariche ministeriali, generosamente. In cambio, ovviamente e giustamente, pretendeva disciplina e sostegno, anche ammirazione, e non critiche e prese di distanze. Avesse o no ragione Fini era irrilevante, ma il suo dissenso frantumava il patto mai formalmente esplicitato, sempre sostanzialmente praticato.

   L’egemonia politica di Berlusconi sui suoi alleati non fu mai tradotta anche in egemonia culturale. In verità, il berlusconismo, impasto di elementi antipolitici, di modelli televisivi di costume e di vita, di libertà come elusione delle regole, era, e rimane, più che un progetto, la conseguenza della visione di Berlusconi contrapposta a quel che parte della sinistra riteneva doveroso e praticava senza peraltro sapere più teorizzare. La destra non riceveva quindi nessuno stimolo, nessuna indicazione, nessun incoraggiamento all’ammodernamento della sua cultura post-fascista. Sminuire il significato del 25 aprile senza sostituirlo con una elaborazione storica, politica, sociale per l’Italia di fine secolo e oltre, era/fu un’operazione di corto respiro per conquistare qualche voto, qualche pancia, non qualche mente. La destra ne traeva limitati vantaggi, ma cambiava nel profondo dove Fini cercò di lavorare, ma, infine, perse e venne espulso, escluso.

I quattro aggettivi “inventati” da Berlusconi per definire la cultura politica di Forza Italia: liberale, cristiana, garantista, europeista, sono tutti discutibili e, al tempo stesso, sostanzialmente estranei alla destra italiana come l’abbiamo conosciuta. Delineano sicuramente una cultura politica moderna, non conservatrice, esistente in qualche schieramento e partito delle democrazie occidentali, ma che non abita affatto in Italia. Qualche spezzone di quella cultura politica ha fatto capolino in Forza Italia attraverso il reclutamento di alcuni parlamentari e la loro non lunga parabola. Nessuno di quegli elementi ha neppure lambito la destra che oggi si riconosce e esprime in Fratelli d’Italia e nella loro leader. Conservatrice (e riformista), non interessata all’esibizione di un popolarismo neppure di facciata, incline all’imposizione dell’ordine piuttosto che delle “garanzie”, non europeista, ma sovranista, la destra italiana non è per nulla debitrice in termini culturali ai valori enunciati, ma poco praticati e quasi nulla predicati da Berlusconi e dai suoi collaboratori fra i quali da tempo non figurano più gli elaboratori di idee. L’unico lascito per la destra che può essere attribuito a Berlusconi è quello che la loro partecipazione al governo non implicava danni e conseguenze negative che lui non avrebbe tollerato. Senza allarmismi va rilevato che nella configurazione del governo Meloni non esiste più quel contrappeso che Forza d’Italia di Berlusconi era in grado di garantire.

Formiche 193, luglio 2023, pp. 72-73