Doveroso preoccuparsi giorno dopo giorno di quello che il governo e i suoi ministri fanno (“riforma” della Giustizia) e, ancor più, non fanno (PNRR) o hanno fatto (conflitti di interesse). Importante è, non solo contrastare, ma proporre. L’esempio migliore della proposta è il salario minimo garantito. Offre il segnale della convergenza delle opposizioni, ma potrebbe essere meglio argomentato e sostenuto, ad esempio, con riferimento a quanto c’è negli altri Stati-membri dell’Unione, anche in quelli nei quali i sindacati hanno dimostrato forte capacità di contrattazione collettiva. Che sia una proposta tanto significativa quanto imbarazzante per il governo è dimostrato dal fatto che il centro-destra cerchi di sopprimerla senza neppure discuterla nel merito. Sopprimere una tematica costituisce una delle varianti della strategia complessiva della Presidente del Consiglio. Ai ministri è consentito esprimere loro posizioni, ma se sono controverse e appaiono sgradite, immediatamente vengono etichettate e derubricate come non facenti parte del programma di governo per l’attuazione del quale gli elettori avrebbero espresso un mandato.
Questa falsa narrazione, che non è sufficientemente contrastata dalle opposizioni, serve a Giorgia Meloni per bloccare qualche eccesso, ad esempio, la ventilata abolizione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Avendo definito “pizzo di Stato” quanto debbono pagare i commercianti evasori (il precedente illustre è il berlusconiano dovere morale di evadere le tasse troppo, a giudizio di chi?, alte), Meloni può non avere gradito la “pace fiscale” (scurdammece ‘o passato) proposta dal ministro Salvini, ma ha lasciato cadere. Probabilmente, ha anche lasciato cadere la Ministra Santanchè. Sarebbe un bell’esempio che ci sono limiti all’uso disinvolto dei rapporti di potere.
Nulla di tutto questo, comunque, lo confermano i sondaggi, incrina il livello di gradimento suo personale e del governo che dipende anche e molto dalla sua presenza e attivismo sulla scena europea e internazionale. Certo, le photo opportunities con Macron, Ursula von der Leyen, Erdogan, Sunak, prossimamente Biden, e altre future, dell’underdog venuta dalla Garbatella, sono molto gratificanti. Sbagliano coloro che le criticano come un diversivo, un transfert freudiano su un terreno nel quale la visibilità di Giorgia Meloni quasi cancella i suoi problemi italiani. C’è, invece, una strategia: presentarsi nella misura del possibile, che non è piccola, come una player propositiva (il piano Mattei), affidabile in quanto solidamente atlantica e sostenitrice dell’Ucraina. Qualche scivolata per l’apprezzamento espresso a coloro che difendono gli interessi nazionale è del tutto funzionale al disegno di guidare i Conservatori e Riformisti a diventare alleato numericamente cruciale per i Popolari e una nuova maggioranza a Bruxelles. Opposizioni cieche e afone la aiutano.
Condivido pensieri e preoccupazioni che non riesco a fare passare sui giornali e a introdurre nei salotti televisivi. Ovviamente, vi si può dare più sostanza. Si possono anche sfidare nel ragionamento e negli obiettivi. Ne sarei (abbastanza) lieto.
Sostengo da tempo che il modo migliore di cambiare la politica italiana consiste nel diventare più europei. Quindi, per esempio, niente Italicum e niente “Sindaco d’Italia”, due ricette non solo pessime, ma provincialissime. Bisogna, invece, guardare a come funzionano le democrazie, parlamentari e semipresidenziali (Francia, Portogallo, Polonia), non necessariamente per imitarle, ma per cogliere quanto di buono (e non buono) c’è.
Più europei significa acquisire comportamenti che chiamo virtuosi poiché hanno prodotto risultati molto apprezzabili per le popolazioni dei rispettivi paesi. La massa di dati disponibili è enorme, troppo spesso poco e male utilizzata. L’Indice della Corruzione percepita, sempre vicinissimo alla corruzione effettiva, colloca l’Italia agli ultimi posti fra i paesi dell’Unione Europea. Lo stesso vale per l’Indice della Libertà Economica. Poiché spesso gli italiani si vantano di vivere in uno dei paesi (pardon, nazioni) più belli al mondo, noto con dispiacere che questo vanto non si traduce, secondo l’indice apposito, in Felicità dove siamo al trentesimo posto.
La maggior parte degli studiosi e, forse, anche di coloro che si impegnano in politica ritiene che la politica debba servire a migliorare la vita dei cittadini/e. Da trentatrè anni le Nazioni Unite usano l’Indice di Sviluppo Umano per classificare le nazioni. Composto da tre dimensioni: conoscenza (anni di scolarizzazione); salute (aspettativa di vita); benessere economico (reddito medio pro capite), l’Indice di Sviluppo Umano classifica nel migliore dei modi quanto i sistemi politici, le classi politiche, sono riusciti a garantire ai loro cittadini. Due terzi degli Stati europei sopravanzano l’Italia che, complessivamente, si colloca al trentesimo posto.
Alla luce di questi dati, nient’affatto congiunturali, la lezione mi pare chiara e semplice. Diventare più europei significa ridurre il peso della corruzione, non solo politica; garantire e ampliare la libertà economica; estendere il sistema dell’istruzione e della formazione professionale; intervenire sulla distribuzione del reddito; fare pagare equamente e progressivamente le tasse. Soltanto sulla sanità e quindi sulle aspettative di vita possiamo già rilevare una posizione italiana sostanzialmente di eccellenza.
Sulla base di quanto ho scritto, è evidente che sono le preferenze politiche e programmatiche a fare la differenza. I partiti, le coalizioni, i governi hanno obiettivi diversi che perseguiranno con la forza numerica che l’elettorato darà loro e con le capacità professionali e le competenze dei loro rappresentanti in parlamento e al governo. Anche queste capacità e le rispettive attività possono essere valutate, ad esempio, con riferimento, ai titoli di studio e alle esperienze, amministrative e professionali, pregresse. Tuttavia, il criterio complessivo più importante mi pare debba essere quello della probabilità con la quale le scelte politiche effettuate faranno avvicinare l’Italia ai paesi più avanzati e più virtuosi dell’Unione Europea. C’è molta strada da fare.
Su un punto non può esserci nessun disaccordo: Berlusconi ha “sdoganato” l’allora Movimento Sociale Italiano con la famosa frase pronunciata all’inaugurazione di un suo supermercato a Casalecchio, Bologna nel novembre 1993: “se fossi un elettore di Roma voterei Fini”. E il giorno dopo “la Repubblica” di Scalfari titolò: Il Cavaliere nero. Poi, seguì la decisione più importante, quella in occasione delle fatidiche elezioni politiche del marzo 1994 di costruire una duplice coalizione. Nei collegi uninominali del Nord Forza Italia si alleava con la Lega di Bossi: Polo della Libertà; nei collegi del centro-Sud l’alleanza, Polo del Buongoverno, Forza Italia la fece con il MSI diventato Alleanza Nazionale, grazie all’intelligenza politica del suo leader Gianfranco Fini consigliato da Domenico Fisichella. Di tanto in tanto Berlusconi sottolineava che era lui farsi garante degli ex-missini postfascisti e, in effetti, l’egemonia politica sulla coalizione dei tre partiti ai quali poi si aggiunsero molti democristiani di destra e alcuni socialisti fu sempre sua. Fu per l’appunto une egemonia sostanzialmente politica, di numeri e di potere. Berlusconi aveva bisogno di quei voti e sapeva ricompensarli con seggi parlamentari e cariche ministeriali, generosamente. In cambio, ovviamente e giustamente, pretendeva disciplina e sostegno, anche ammirazione, e non critiche e prese di distanze. Avesse o no ragione Fini era irrilevante, ma il suo dissenso frantumava il patto mai formalmente esplicitato, sempre sostanzialmente praticato.
L’egemonia politica di Berlusconi sui suoi alleati non fu mai tradotta anche in egemonia culturale. In verità, il berlusconismo, impasto di elementi antipolitici, di modelli televisivi di costume e di vita, di libertà come elusione delle regole, era, e rimane, più che un progetto, la conseguenza della visione di Berlusconi contrapposta a quel che parte della sinistra riteneva doveroso e praticava senza peraltro sapere più teorizzare. La destra non riceveva quindi nessuno stimolo, nessuna indicazione, nessun incoraggiamento all’ammodernamento della sua cultura post-fascista. Sminuire il significato del 25 aprile senza sostituirlo con una elaborazione storica, politica, sociale per l’Italia di fine secolo e oltre, era/fu un’operazione di corto respiro per conquistare qualche voto, qualche pancia, non qualche mente. La destra ne traeva limitati vantaggi, ma cambiava nel profondo dove Fini cercò di lavorare, ma, infine, perse e venne espulso, escluso.
I quattro aggettivi “inventati” da Berlusconi per definire la cultura politica di Forza Italia: liberale, cristiana, garantista, europeista, sono tutti discutibili e, al tempo stesso, sostanzialmente estranei alla destra italiana come l’abbiamo conosciuta. Delineano sicuramente una cultura politica moderna, non conservatrice, esistente in qualche schieramento e partito delle democrazie occidentali, ma che non abita affatto in Italia. Qualche spezzone di quella cultura politica ha fatto capolino in Forza Italia attraverso il reclutamento di alcuni parlamentari e la loro non lunga parabola. Nessuno di quegli elementi ha neppure lambito la destra che oggi si riconosce e esprime in Fratelli d’Italia e nella loro leader. Conservatrice (e riformista), non interessata all’esibizione di un popolarismo neppure di facciata, incline all’imposizione dell’ordine piuttosto che delle “garanzie”, non europeista, ma sovranista, la destra italiana non è per nulla debitrice in termini culturali ai valori enunciati, ma poco praticati e quasi nulla predicati da Berlusconi e dai suoi collaboratori fra i quali da tempo non figurano più gli elaboratori di idee. L’unico lascito per la destra che può essere attribuito a Berlusconi è quello che la loro partecipazione al governo non implicava danni e conseguenze negative che lui non avrebbe tollerato. Senza allarmismi va rilevato che nella configurazione del governo Meloni non esiste più quel contrappeso che Forza d’Italia di Berlusconi era in grado di garantire.
Una classe dirigente è davvero tale quando i suoi esponenti non soltanto sono convinti di avere le capacità e le competenze per occupare cariche importanti, ma riconoscono che anche altri nel loro partito/coalizione saprebbero fare altrettanto bene. A sua volta, il ristretto gruppo dirigente e il/la leader sanno che i collaboratori di vertice, ministri, sottosegretari et al. non obietteranno all’eventuale sostituzione per non imbarazzare partito e leader, certi che alla prima occasione buona saranno recuperati. Aggrapparsi con le unghie e con i denti alle cariche è, da un lato, un segno di debolezza, di sfiducia in se stessi/e, ma anche nel/la leader, dall’altro è imbarazzante per la leader obbligata a scegliere fra la lealtà personale e politica (ai limiti dell’omertà) e la coesione dell’organizzazione partitica.
Sono davvero così pochi e di rango inferiore gli esponenti di Fratelli d’Italia in grado di sostituire il Ministro Santanché e il sottosegretario Delmastro Delle Vedove? La loro sostituzione indebolirebbe Giorgia Meloni poiché in Fratelli d’Italia, come in altri partiti italiani (e no) esistono situazioni nelle quali, ad esempio, Milano, dove i voti e il consenso, come ha scritto Giulia Merlo, ruotano attorno al Presidente La Russa e al Ministro Santanché? Naturalmente, è comprensibile che la Presidente del Consiglio non sia disposta a concedere alle opposizioni di fare dimettere Santanchè. Proprio per questo è lecito attendersi dalla Ministra una nobile (sic) dichiarazione di dimissioni accompagnata dalla ri-rivendicazione dell’estraneità ai fatti e ai comportamenti che le sono attribuiti.
Se la classe dirigente della destra mostra limiti numerici/quantitativi, non meglio sembra procedere il tentativo di costruire la sua egemonia culturale. I suoi intellettuali di riferimento, scrittori, critici d’arte, giornalisti, hanno finora fatto notizia non per mirabolanti, straordinarie, innovative imprese culturali, ma per scurrilità, improvvisazioni, maschilismo, proprio mancanza di cultura. L’improvvisa visibilità non ha giovato all’autocontrollo che dovrebbe essere patrimonio degli intellettuali. Fermo restando che in democrazia l’egemonia culturale comincia dalla Costituzione, le sue clausole, le sue interpretazioni, che si affermi oppure no e esista dipende dal suo trascendere i confini nazionali.
Sono gli intellettuali degli altri paesi, gli organizzatori culturali, le case editrici, i direttori di musei e orchestre che riconoscono come eccellenti i prodotti che circolano sul mercato delle idee. Questo non è un altro discorso rispetto alla ristrettezza e alla qualità del gruppo dirigente di Fratelli d’Italia e dei governanti del centro-destra. Sono le loro nomine e i loro prescelti che potranno o no produrre e fare circolare cultura. Finora, poco o nulla.
Se la classe dirigente della destra mostra limiti numerici/quantitativi, non meglio sembra procedere il tentativo di costruire la sua egemonia culturale. I suoi intellettuali di riferimento, scrittori, critici d’arte, giornalisti, hanno finora fatto notizia non per mirabolanti, straordinarie, innovative imprese culturali, ma per scurrilità, improvvisazioni, maschilismo, proprio mancanza di cultura. L’improvvisa visibilità non ha giovato all’autocontrollo che dovrebbe essere patrimonio degli intellettuali. Fermo restando che in democrazia l’egemonia culturale comincia dalla Costituzione, le sue clausole, le sue interpretazioni, che si affermi oppure no e esista dipende dal suo trascendere i confini nazionali.
Sono gli intellettuali degli altri paesi, gli organizzatori culturali, le case editrici, i direttori di musei e orchestre che riconoscono come eccellenti i prodotti che circolano sul mercato delle idee. Questo non è un altro discorso rispetto alla ristrettezza e alla qualità del gruppo dirigente di Fratelli d’Italia e dei governanti del centro-destra. Sono le loro nomine e i loro prescelti che potranno o no produrre e fare circolare cultura. Finora, poco o nulla.
Gilet gialli, pensionandi, giovani: tre possenti ondate di proteste, anche molto violente, soprattutto quella dei giovani, contro i detentori del potere politico-istituzionale in Francia, in definitiva contro il Presidente Macron. La crescita del prezzo del carburante, l’aumento, peraltro contenuto, dell’età pensionabile, l’uccisione, questo sì, fatto gravissimo, di un giovane ad opera della polizia, sono sufficienti a spiegare gli scontri ripetuti, le proteste diffuse, le violenze e i saccheggi che hanno coinvolto forse qualche milione di francesi? È possibile formulare una sola interpretazione capace di coprire fenomeni che appaiono molti diversi per tematiche e partecipanti? Mi è tornata in mente una frase scritta nel 1832 circa dall’aristocratico francese Alexis de Tocqueville. Cito a memoria: “quando c’è un problema gli americani si associano”. La comparazione implicita, che spiega la sorpresa di Tocqueville, è con la Francia dove, se c’è un problema, i cittadini prennent la rue, scendono in piazza, pretendono la soluzione dalle autorità. Potrebbero fare altrimenti? Difficile immaginare i camionisti, che fanno un lavoro solitario e atomizzante, dare vita ad un’assemblea nella quale esprimere le proprie doléances, lamentele. Improbabile che uomini e donne non iscritti a associazioni professionali, che non si sentono tutelati da sindacati deboli, trovino forme di comunicazione, diverse dalla protesta in strada, che obblighino il potere a confrontarsi con le loro richieste. Fuori dalla scuola perché in vacanza, con istituti scolastici che non offrono luoghi e attività di aggregazione (“neanche un prete/un iman per chiacchierar”), niente biblioteche né sale cinematografiche, forse qualche spelacchiato campetto di calcio, privi di un lavoro anche occasionale, con genitori costretti a lunghi trasferimenti per raggiungere i loro posti di lavoro, quei giovani, spesso con la pelle non bianca, venti volte più suscettibili dei bianchi di essere fermati e infastiditi dalla polizia, hanno un’unica modalità per farsi vedere e sentire: la protesta. Possiamo stigmatizzare la loro violenza soltanto comprendendone, non necessariamente e non automaticamente giustificandola, le condizioni che l’hanno prodotta. La combinazione di una non modesta dose di autoritarismo dei detentori del potere anche poliziesco con la maturata convinzione che gli sbocchi della loro vita scolastica e lavorativa non sono affatto promettenti, certamente inferiori a quelli della maggior parte dei loro coetanei che non vivono nelle periferie, è inevitabilmente devastante. In assenza o per debolezza delle organizzazioni intermedie, sindacati, associazioni professionali e culturali, persino religiose, declino del cattolicesimo (un tempo ci furono i preti operai) e isolamento settario dell’Islam, tutto lo spazio viene lasciato alla protesta, non ultima, ma unica ratio.
Moltissimi studiosi si sono dedicati a spiegare come nascono le guerre. Gli studi sul come finiscono e sulle loro conseguenze sono poco diffusi. Chi vince impone la sua volontà e le conseguenze negative riguardano meritatamente i perdenti. No, non è esattamente così. Per porre termine all’aggressione russa all’ucraina sarebbe opportuna una mediazione nella sede più importante: il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite integrato con l’Ucraina. Adesso.
Il Meccanismo Europeo di Stabilità non entra in vigore perché, approvato da venti stati dell’Unione, non è ancora stato ratificato dall’Italia. La ratifica non costituisce nessun obbligo di utilizzo. Oramai è evidente che Giorgia Meloni sta ricattando, è il verbo più preciso, gli altri stati e l’Unione nel suo insieme con un comportamento di stampo orbaniano. Vuole più tempo e più discrezionalità per l’uso dei fondi del PNRR. Non è patriottismo. Deve essere considerato riprovevole antieuropeismo che molti capi di governo ricorderanno a scapito dei nostri interessi nazionali.
Si sottovaluta spesso il dialogo come se fosse astratto, come se la parola non avesse peso, come se fosse niente, come se non avesse anima, come se non agisse. Poi, ci lamentiamo delle conseguenze. La parola va ascoltata, va sentita dentro di noi. La parola va data e, allo stesso tempo, va mantenuta. Sembra un paradosso, ma non lo è. La parola è viva, è concreta. Altrimenti, è soltanto chiacchiera. Se ci pensiamo bene, la parola espressa è già un’azione. L’ascolto attento delle parole è già un’azione. Ecco perché abbiamo parlato di democrazia, libertà, riforme istituzionali, diritti, cittadinanza, legge elettorale, Europa e Partiti politici. Insomma, la Bellezza Radicale presente nell’intervista al prof. Gianfranco Pasquino non sembri soltanto un susseguirsi di parole. Perché le parole non sono soltanto parole. Perché, alla fine, quelle che restano, nella vita come nei pensieri, nelle azioni come nei gesti, sono proprio le parole. Ascoltiamole…
La Compagnia di mercenari nota come Wagner si muove per centinaia di chilometri sul territorio russo senza che le forze dell’ordine (i militari russi erano al fronte, tutti tutti?) e i sostenitori di Putin vi si oppongano in qualche modo. Poi, Prigozhin si ferma e accetta: cosa? asilo politico in Bielorussia? La guerra civile, se fosse diventata tale, è sventata, ma la debolezza di Putin appare in piena luce. Oppure, no.
Possiamo, e dobbiamo, rincorrere gli avvenimenti ora dopo ora, ma poco comprenderemo e poco si riuscirà a dire, se non si inseriscono quegli avvenimenti in una visione complessiva del regime russo. Despota, czar e altro Putin è il capo, nient’affatto carismatico, di un regime autoritario, non totalitario. Infatti, Putin non è al vertice di una struttura, ad esempio, un partito, solida, ampia, ramificata sul territorio, in grado di esercitare un controllo assoluto. Gli osservatori del regime sottolineano prevalentemente le caratteristiche personali del potere di Putin. L’organizzazione che controlla davvero, per ragioni storiche e di competenza, sono i servizi segreti. La burocrazia russa, come molte burocrazie, esegue senza porsi troppi interrogativi. Le Forze Armate hanno spazi di autonomia, ma anche problemi di efficienza. Gli oligarchi godono di una situazione di relativa, ma declinante, prosperità, nessuno di loro apparentemente molto vicino al capo, tutti loro consapevoli che il capo ha già punito i dissenzienti in maniera definitiva. Sono potenzialmente oppositori di una guerra che ha enormemente peggiorato il loro tenore di vita, ma non sembra che abbiano la capacità di organizzarsi e coordinarsi. Gelosie e paure li rendono, nel migliore dei casi, attendisti. I pochi oppositori della/nella società civile, politici, giornalisti/e, scrittori, sono tanto visibili quanto facilmente eliminabili, e lo sanno. Tutti, comunque, posseggono qualche brandello di potere politico, sociale, culturale, talvolta anche a livello locale dove è più difficile per gli operatori esterni acquisire informazioni.
I regimi totalitari sono per definizione monolitici, ma la loro rigidità si accompagna all’inesistenza di sostituti quando crollano. Nei regimi autoritari lo spostamento di una o dell’altra componente, alleanze tattiche e temporanee, la comparsa di oppositori capaci di coordinare le sfide al detentore del potere politico e alle sue basi di sostegno, non sappiamo quanto estese e opportunistiche, possono aprire la transizione. Prima, spesso, viene un cambio nel regime, quando emerge un’alternativa al capo, uno swing man che porta con sé parte di un’organizzazione; poi, ne segue anche un vero e proprio cambio di regime con i vincitori che, entro limiti incerti, ma insuperabili, disegnano un nuovo quadro politico. Non democrazia, ma la condizione che conduce a tregua e a trattative.
Quando si inizia la lettura di un libro riservato ad un tema apparentemente algido (non certo per le possibili conseguenti discussioni e polemiche) quale quello del lavoro intellettuale, il pensiero, da un lato corre ad evocare quanti già in passato vi si sono dedicati (in primis, uno tra tutti Max Weber), dall’altro ci si prepara istintivamente ad imbattersi in una serie di considerazioni metodologiche incasellate in fredde gabbie logiche.
Se la prima annotazione preliminare può essere accettata di buon grado, la seconda trova una smentita bruciante nelle pagine di quest’ultima opera di Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, allievo di due “mostri sacri”, quali Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, e lui stesso sociologo di chiara fama internazionale.
La smentita, cui prima si faceva riferimento, non solo è supportata dall’emozione con cui l’A. si congeda nelle pagine finali del libro dai propri lettori, quasi consegnando loro una sorta di testamento spirituale, ma anche e soprattutto dalla passione, dalle diverse sfaccettature, scientifica, civile e politica, di cui sono permeati, in modo traboccante, i capitoli di questo volume. Infatti, non credo sia esagerato affermare che, scrivendo questo libro, Gianfranco Pasquino abbia mentalmente rivissuto il film della sua vita, fin dai primi passi della sua formazione universitaria e segnata, poi, dai successivi momenti del suo prestigioso percorso accademico.
Lo testimoniano i numerosi episodi personali, sapientemente calati nell’itinerario proposto al lettore, lungo quelle sei tappe che vengono indicate dall’A., come altrettante pietre miliari del lavoro intellettuale: leggere, confrontarsi, ricercare e scrivere, insegnare, predicare, applicare.
Ne emerge il ritratto di “un’attività difficilissima, ma fruttuosa, spesso molto gratificante, ma, altrettanto spesso, destinata a rimanere incompiuta”, in una sequenza analitica, descrittiva e critica, che bene mette in evidenza le diverse problematicità.
Basti pensare a quanto sottolineato dall’A. sul reale significato del saper leggere e rileggere, cogliendo l’opportunità di “raggiungere risultati inaspettatamente fecondi”. Oppure, passando al versante del confronto e delle sue diverse modalità, all’individuazione degli obiettivi fondamentali delle recensioni: informare il lettore, valutare criticamente gli aspetti positivi e le eventuali carenze dei contenuti di un’opera, formulare possibili alternative perseguibili.
Oppure, ancora, spostandosi allo stadio del ricercare e scrivere, che occupa la parte quantitativamente più cospicua di questo di questo libro, mettere in rilievo l’importanza, sia di citare correttamente i prodotti culturali e i relativi autori nei nuovi lavori afferenti i temi collegati, sia di poter incidere concretamente sulla realtà.
La quarta pietra miliare del lavoro intellettuale, l’insegnamento, riconduce il lettore al monito di Max Weber, “la cattedra non è per i profeti e demagoghi”, in una visione che nulla concede a facili spettacolarizzazioni e banali pubblicità; fermo restando, che, condividendo l’orientamento dell’A., “né l’insegnamento, né il confronto, né il dibattito possono più essere limitati e ingabbiati nelle aule universitarie”.
Quanto al predicare, Gianfranco Pasquino incentra il suo focus di riflessioni sulle potenzialità applicative di cui nessuna delle scienze sociali è priva, pervenendo all’elaborazione di teorie dotate di adeguato potere esplicativo e ricorrendo ad un’esemplificazione probante in tema di tipologie democratiche. Da non dimenticare, poi, un tema collegato, che trova spazio in questa parte del libro, il controverso ruolo della figura dell’intellettuale pubblico.
Completa la rassegna degli stadi, di cui si compone il lavoro intellettuale, la descrizione della sua applicabilità, frutto di un lavoro “a monte” particolarmente coscienzioso e sempre aggiornato agli ulteriori sviluppi del tema trattato. Una tappa, in cui si affrontano anche due aspetti: da un lato la specializzazione estrema rispetto alla capacità di trattazione di più temi; dall’altro la funzione di sollevare dubbi, oltre a fornire certezze. Aspetti, indispensabili entrambi, a dare impulso a nuove ricerche e ad auspicabili avanzamenti.
In conclusione, due annotazioni di altrettante speranze da parte di chi ha scritto queste brevi considerazioni di recensione, augurandosi, comunque, di aver rispettato gli obiettivi fondamentali, prima ricordati dall’A. La prima è che possano rivelarsi utili ad illustrare anche il senso del sottotitolo di questa opera, “Cos’è, come si fa, a cosa serve”. La seconda speranza, che si rivelino sufficienti a giustificare la presenza di questo libro in una Rubrica dedicata normalmente ad opere di contenuto economico e giuridico, proprio perché non può disconoscersi, prescindendo dallo specifico campo tematico di appartenenza, la sua significativa potenzialità di bussola di sicuro orientamento, arricchita da preziose notazioni esperienziali.
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