Alla scoperta della Costituzione. Il contributo dato dalla cultura di sinistra #27gennaio San Martino di Venezze #ROVIGO
Parrocchia San Martino Vescovo
Unità Pastorale di San Martino di Venezze e Beverare
Alla scoperta della Costituzione
Venerdì 27 gennaio 2023 ore 21
c/o ex-Asilo Parrocchiale
San Martino di Venezze – ROVIGO
IL CONTRIBUTO DATO DALLA CULTURA DI SINISTRA
con GIANFRANCO PASQUINO – professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna

Mi chiamo COSTITUZIONE e possiedo 3 anime
Quella cattolico-democratica
Quella socialista-comunista
Quella liberale-repubblicana
Sono nata il 1 GENNAIO 1948 e sono il documento più importante della Repubblica Italiana. Scriverla fu un grande e importante lavoro di squadra da cui nacqui io, la COSTITUZIONE ITALIANA.
La COSTITUZIONE ITALIANA poggia su 12 principi fondamentali, un percorso meraviglioso e necessario da fare insieme e soprattutto da vivere responsabilmente e unitariamente..

La nostra Costituzione afferma che siamo un PAESE che accoglie le persone straniere, soprattutto quelle che scappano da situazioni difficili e che rischiano la vita a tornare nel loro Paese d’origine e che garantisce i diritti inviolabili delle persone e anche le loro lingue, anche se sono minoritarie. Uno degli articoli più belli e su cui si fonda tutta la CARTA: è l’uguaglianza.
“Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Donne e uomini, giovani o vecchi, qualsiasi sia la loro religione o colore della pelle, o lingua, ricchi o poveri, italiani o stranieri; MERITANO TUTTI LO STESSO RISPETTO. HANNO PARI DIGNITA’. “
Dopo Draghi l’Europa è uscita dall’orizzonte della politica @DomaniGiornale


Praticamente, le scelte politiche che il governo italiano deve fare implicano, quale più quale meno, un certo atteggiamento verso l’Unione Europa. Per i balneari il problema con soluzione già incorporata consiste nell’applicazione, dall’Italia continuamente rimandata, della direttiva Bolkestein. Per il prezzo della benzina c’è da chiedersi se non sia il caso, oltre a mettere i cartelli con il prezzo medio in Italia, di ricordare a tutti anche la composizione di quel prezzo con relativi confronti europei. Ha fatto bene la Presidente del Consiglio a proseguire la strada aperta da Draghi per negoziare importanti forniture di gas dall’Algeria. Forse, però, quando si tratta della politica energetica e della relativa transizione, sarebbe opportuno che l’Unione Europea sviluppasse una più solida e ampia iniziativa unitaria. Allo stesso modo, la fornitura di carri armati Leonard all’Ucraina non dovrebbe dipendere solo dalla Germania che li produce poiché in Ucraina si combatte una guerra che avrà, in qualsiasi modo finisca, un impatto notevolissimo sull’Unione Europea, sulla auspicabilità e attuabilità di una politica di difesa e di relazioni internazionali davvero condivisa e comune. Da ultimo, anche se con qualche inevitabile forzatura, per smettere di farci prendere in giro dagli egiziani e per giungere alla verità per Regeni e alla libertà per Zaki, meglio sarebbe se fosse l’Unione Europea a gettare il suo peso negoziale. Non alla luce del sole, ma neanche sottotraccia, Giorgia Meloni sta perseguendo un avvicinamento dei suoi Conservatori ai Popolari europei che, divisi al loro interno, cercano comunque di mantenere una posizione dominante. Da ultimo, nella sua opera a tutto campo di ridefinizione della politica del Movimento 5 Stelle, la visita di Conte a Ursula von der Leyen può indicare la propensione a riaggiustare una politica fin qui sembrata una presa di distanza senza prospettive. Inevitabilmente, è dalle parti del Partito Democratico, tuttora con qualche scricchiolio l’organismo più europeista e più federalista in Italia, che suona la campana. Le elezioni del Parlamento europeo sono relativamente lontane, maggio 1924, e prima si faranno i conti con le elezioni regionali in Lombardia e in Lazio (che, pure, dovrebbero essere consapevoli di quanto l’Europa è rilevante per la loro economia e società). Però, il sostanziale silenzio dei candidati e delle candidate (compresa Elly Schlein, già europarlamentare e dotata di non poca specifica competenza) alla segreteria sul ruolo che il loro partito svolgerà nell’UE appare inquietante. Più in generale, dopo Draghi, mancano gli interpreti e i predicatori credibili del futuro dell’Italia nell’Unione e di quale futuro l’Italia si impegna a costruire nell’Unione. Nel centro del gruppo, senza arte né parte? Fra i fanalini di coda? Hic Bruxelles hic salta.
Pubblicato il 25 gennaio 2023 su Domani
INVITO Libertà inutile @UtetLibri #21gennaio #Siracusa Fondazione “Fare Democrazia”

Saletta Congressi “M. Baranzini” Santuario
Viale L. Cadorna – Siracusa
Sabato 21 Gennaio ore 09:30
Fondazione “Fare democrazia”
Presentazione del Libro
di Gianfranco Pasquino
Libertà Inutile
Profilo ideologico dell’Italia repubblicana
UTET
Sarà presente l’autore
Coordina Laura Valvo
Introduce Raffaele Gentile
Intervengono Giuseppe Astuto, Elio Cappuccio, Egidio Ortisi
Le conseguenze politiche dell’arresto di Messina Denaro @DomaniGiornale


La cattura di Matteo Messina Denaro deve senza alcun dubbio essere considerata una importante vittoria dello Stato. Meglio, due sono gli apparati che, più precisamente, hanno vinto: qualche specifico settore della magistratura e i carabinieri del ROS. A coloro che si chiedono, alcuni perché vogliono effettivamente e legittimamente saperne di più, altri perché credono di saperne di più e adombrano trattive oscure e segreti inconfessabili, che cosa sta dietro, bisogna dare due risposte. La prima è che “dietro” stanno anni di indagini e di ricerche mai smesse, di raccolta e di selezione di informazioni leggibili e interpretabili attraverso la memoria storica che soltanto le istituzioni e i loro rappresentanti possono avere e sanno come utilizzare. Questa è la parte migliore dello Stato che, chi vuole, potrebbe anche chiamare lo Stato profondo, deep. La seconda risposta è che quelle informazioni, quelle conoscenze, quelle azioni che hanno portato al successo non possono e non debbono essere rivelate nella loro interezza. Gli informatori, le fonti hanno diritto (proprio così) all’anonimato. Ne va della loro incolumità, ma anche della possibilità di usufruire di loro apporti futuri nonché degli apporti che altri vorranno offrire contando sul silenzio degli apparati.
Con Messina Denaro in carcere, è opinione diffusa, non è finita la mafia in quanto tale, ma è finita una lunga epoca di mafia basata sulla violenza anche estrema e repellente. Messina Denaro era l’ultimo di questi esponenti e, a quanto se ne sa, non lascia eredi. Non è stato “lasciato solo”, come si dice, ma era inevitabilmente rimasto solo, e a giudicare dalla sua resa senza opporre alcuna resistenza, ne aveva preso atto. Gli applausi dei cittadini di Palermo all’arresto del boss, uscendo dalla retorica non parlerei di “boss dei boss” e di “re”, è confortante. Lo abbiamo sempre detto che parte, forse grande, del successo della mafia, dipende da quello che definirei non il consenso, ma l’accettazione, il senso di inevitabilità e di rassegnazione a fronte della criminalità organizzata di intimidire e ricattare, di punire, ma anche di premiare laddove lo Stato non mostri altrettanta forza e non crei opportunità. Su questo versante, la lotta contro la mafia continua e giustamente deve rivolgersi contro quelle frange di professionisti, avvocati, commercialisti, imprenditori e altre figure che hanno storicamente consentito ai mafiosi di infiltrarsi nel mondo degli affari e di moltiplicare i loro profitti. Al mondo della politica e ai governanti tocca il compito, prima di attuare qualsiasi intervento legislativo in materia (ma davvero i mafiosi non usano il telefonino?) di chiedere a coloro che hanno condotto l’operazione contro Messina Denaro quali sono gli strumenti irrinunciabili. Senza polemiche, un auspicio, forse un imperativo.
Pubblicato il 18 gennaio 2023 su Domani
Le istituzioni europee e il futuro dell’UE #Bologna #17gennaio #ParliamoneOra
17 gennaio 2023
ore 10:00 – 12:00
Incontro in presenza
Gli studenti e le studentesse dell’IIS Crescenzi Pacinotti Sirani, Bologna,
parteciperanno a:
LE ISTITUZIONI EUROPEE E IL FUTURO DELL’UE
Conversazione con: Gianfranco Pasquino
Professore emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna
Crossing Europe è realizzato in collaborazione con l’Associazione di docenti dell’Università di Bologna «Parliamone ora»
Garibaldi ha scritto un sms a Pasquino. Ecco cosa dice @formichenews

In tutti i governi di coalizione le tensioni sono fisiologiche. Ma alleati e competitor dovrebbero cominciare a preoccuparsi delle elezioni europee della primavera del 2024, e degli appoggi più o meno sovranisti che Meloni sta già trovando… Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica

La notizia è che, letti i giornali sul suo Black Berry, Giuseppe Garibaldi mi ha mandato un sms assicurandomi che l’Italia è già stata fatta e che non saranno né Calderoli né Ronzulli a disfarla. Ha aggiunto che nutre qualche timore in più sui comportamenti dei balneari e dei distributori. Più che europeista molto ante litteram, anzi globalista di sinistra, ma non ditelo al Ministro Sangiuliano, l’eroe dei due mondi sostiene anche che i bastoni fra le ruote del governo Meloni non sono soltanto quelli messi da alcuni forzitalioti in cerca di sopravvivenza e da Salvini in cerca di se stesso prima del Papeete, ma quelli che si trovano in proposte elettoralistiche imbarazzanti sulle quali adesso bisogna che il governo Meloni faccia marcia indietro. Lo ho scritto con grande nettezza Emanuele Felice (Come si evolverà la destra di governo, in “Domani” 15 gennaio 2023). Da italiano che ne ha viste tante, rimanendo con la schiena diritta e rifiutando di farsi ingabbiare nello spoils system, Garibaldi afferma che in tutti i governi di coalizione le tensioni sono fisiologiche. L’opposizione fa il suo mestiere a esagerarne l’importanza, ma la sorpresina è che, denunciando i nervosismi degli alleati, la Presidente del Consiglio un po’ li mette alla berlina un po’ li disinnesca. Questa strategia funzionerà poiché né Forza Italia né la Lega sanno dove andare.
Ciò detto, poiché da Caprera si riesce a vedere molto lontano, all’orizzonte si stagliano due momenti della verità. Il primo è costituito dalle riforme costituzionali; il secondo dalle elezioni per l’Europarlamento. Combinare l’autonomia differenziata con il semi-presidenzialismo finora indefinito non sarà un giochino da ragazzi poco esperti. Spiegare ad una parte almeno degli elettori patrioti che approfondire i solchi, non quelli tracciati dall’aratro, del regionalismo, rafforza la Patria, richiederà più di qualche conferenza stampa a reti unificate. Quanto al semi-presidenzialismo, l’unica certezza è che gli oppositori stanno dimostrando di non sapere cosa contrapporvi se non allarmismi e formule inesistenti e sbagliate: Sindaco d’Italia o Premierato, di recente diventato flessibile, ma sempre immaginario. Poi toccherà all’elettorato nel quale sicuramente Meloni sembra fare molta più breccia di qualunque competitor.
Alleati e competitor dovrebbero altresì cominciare a preoccuparsi delle elezioni europee della primavera del 2024 e degli appoggi più o meno sovranisti che Meloni sta già trovando. Una coalizione fra Popolari arrendevoli e Conservatori arrembanti sembra destinata, sulla base di loro varie avanzate elettorali nazionali, ad avere successo. Però, disfare l’Europa, ovvero ridimensionare le aree di collaborazione, non soltanto non servirà a fare né l’Italia né gli italiani, ma avrà contraccolpi pesanti sull’economia. Allora, davvero, finirà per tutti la pacchia.
Pubblicato il 15 gennaio 2023 su Formiche.net
La democrazia reale è lontana dall’ideale, ma è il meglio che c’è @DomaniGiornale


“Seduti in qualche caffè parigino, una Gauloise fra le dita e un Pernod sul tavolino; rifugiatisi nella loro casetta per il fine settimana su un lago tedesco; raggruppati in vocianti tavolate che criticano aspramente uno qualsiasi dei governi latino-americani; ad un congresso fra colleghi politologi e sociologi in una ridente località balneare esotica; partecipando alla riunione di redazione di un quotidiano progressista romano, molti pensosi intellettuali dei più vari tipi dichiarano con faccia triste e sconsolata che la democrazia è in crisi, è una causa persa, non può essere salvata. Rannicchiati in qualche prigione cinese; agli arresti domiciliari nel Sud-Est asiatico; braccati dalla polizia in diversi stati africani; nascosti sotto protezione perché è stata lanciata una fatwa contro di loro; malmenati in Piazza Tahrir, migliaia di oppositori, uomini, donne, studenti, lottano in nome della democrazia – sì, proprio quella, occidentale, che hanno visto in televisione e nei film americani, sperimentato come studenti a Oxford, Cambridge, Harvard, La Sorbona, Bologna – organizzano attività, reclutano aderenti, qualche volta mettono in gioco consapevolmente la propria vita. Per nessun altro regime, mai, così tante persone di nazionalità, di cultura, di colore, di età e di genere diverso si sono impegnate allo stremo”. Sono particolarmente affezionato a questo ritratto di quasi dieci anni fa (Politica e istituzioni, Milano, Egea, 2014, p. 118) che ritengo mantenga tutta la sua validità aggiungendo fra i combattenti per la democrazia i giovani di Hong Kong e le donne iraniane e afghane. Sono anche convinto che non pochi lettori lo condividano in buona misura e che, forse, altrettanti vorrebbero obiettare. In democrazia ne hanno facoltà. Altrove, qualora ci provino, siano consapevoli dell’alto costo che implica esercitare quello che in democrazia è la libertà di parola.
Da quando scrissi quei paragrafi, qualcosa di grave ha fatto la sua comparsa, non tale da dare per superata la contrapposizione da me allora delineata, ma certamente da richiedere osservazioni specifiche aggiuntive. Abbiamo assistito a due sfide lanciate dall’interno di due sistemi politici diversamente democratici: gli assalti al Campidoglio di Washington il 6 gennaio 2021 (Jill Lepore, docente di Storia all’Università di Harvard, ne ha mirabilmente scritto nel settimanale “The New Yorker” del 23 gennaio 2023 analizzando impietosamente l’appena reso noto Rapporto della Commissione d’Inchiesta su quei fatti) “e al Planalto di Brasilia l’8 gennaio 2023 (che si merita e avrà altrettanta attenzione). Che cosa provano sulla democrazia? Per una ampia parte dei commentatori la valutazione sembra essere fin troppo facile, lapalissiana: c’è una crisi della democrazia. Un’altra parte di commentatori, apparentemente meno numerosa, sostiene, invece, che siamo difronte alla prova provata che le democrazie sanno reagire con successo anche alle sfide più minacciose. Nelle mie parole, le democrazie riescono a rimbalzare.
Le sfide nascono dal cattivo funzionamento delle democrazie esistenti, da problemi contingenti, dai sottovalutati comportamenti delle elite, politiche, economiche, religiose, militari, da difetti congiunturali se non, addirittura, strutturali. Più di trent’anni fa, il grande sociologo politico spagnolo Juan Linz aggiunse all’elenco delle inadeguatezze delle Repubbliche presidenziali quella dell’elezione popolare diretta del Presidente che consente e facilita la discesa in campo di candidature a vario titolo folkloristico, difficili da fermare, esagerate nelle loro promesse, impreparate a governare. Non c’è bisogno di elaborare. Quel che importa è che sono libere elezioni quelle che selezionano le candidature. I politici di professione ne accettano gli esiti poiché vogliono mantenersi aperta la strada ad un ritorno anche dopo una sconfitta. I parvenus temono che la loro sconfitta produca la loro definitiva emarginazione. Dunque, si aggrappano ad ogni elemento per restare a galla. L’accusa di “furto elettorale” ai loro danni è oramai lanciata addirittura prima del voto. Lo ha fatto Trump negli USA; lo ha seguito Bolsonaro in Brasile. Facile immaginare altre emulazioni future. Giusto, pertanto, andare a valutare la qualità della democrazia elettorale. Dalle loro regole e procedure scaturisce la democrazia politica che andrà poi sostenuta da una rete di diritti e di istituzioni (tema importantissimo da analizzare a fondo another time another place).
Per sfuggire dalla confusione analitica e dalla manipolazione politica che viene effettuata sul concetto e sull’essenza della democrazia, due riflessioni sono cruciali sulla scia del più grande studioso della democrazia, Giovanni Sartori (1924-2017). La prima riguarda la definizione. Non è corretto accettare l’idea falsamente generosa che a ciascuno è consentito di avere la sua definizione di democrazia. Esiste una modalità definitoria convincente che è fatta di etimologia e di storia che soddisfa l’esigenza di chiarire cos’è la democrazia politica: regole, procedure, istituzioni, diritti e doveri (Democrazia. Cosa è, Milano, Rizzoli, 2007). Alla democrazia politica non si possono appioppare aggettivi che ne contraddicono la natura: democrazie guidate, popolari, autoritarie, illiberali. Ognuno può avere la sua democrazia ideale e la può usare come metro di valutazione per le democrazie realmente esistenti. La democrazia ideale continua ad essere senza nessun bisticcio un ideale perseguibile e perseguito. Le democrazie reali, realmente esistenti ne rappresentano le traduzioni pratiche possibili e, naturalmente, criticabili per le loro inadeguatezze che non necessariamente, anzi, solo, raramente, meritano di essere caratterizzate come “crisi” (della democrazia).
La seconda riflessione è diventata ancora più attuale in anni recenti. Riguarda il rapporto che può/deve intercorrere fra democrazia e eguaglianza. Per Sartori l’unica eguaglianza necessaria in democrazia è quella di fronte alla legge: isonomia. È eguaglianza di diritti, civili e politici, in assenza dei quali non c’è possibilità di democrazia poiché alcuni cittadini conterebbero più di altri. L’eguaglianza “democratica” di Sartori non è mai eguaglianza di esiti né economici né, più in generale, di condizioni. Non è neppure eguaglianza di opportunità se non sotto forma di rimozione di ostacoli (impropri) alla partecipazione politica. Al proposito mi sembra importante aggiungere che fra le molte promesse secondo lui non mantenute (ma che a suo parere non si potevano mantenere) della democrazia, Norberto Bobbio non menziona mai l’eguaglianza (La democrazia e il suo futuro, Torino, Einaudi 1984, 1991). Semmai, per Bobbio l’eguaglianza ovvero, meglio, il perseguimento della eguaglianza (anche sotto forma della riduzione delle diseguaglianze esistenti) è il criterio, la stella polare dell’azione politica della sinistra, di coloro che si collocano a sinistra. Aggiungo che è comunque da evitare qualsiasi sottovalutazione del rischio che l’attacco alle diseguaglianze possa essere portato da leadership populiste, come spesso è accaduto nelle Repubbliche presidenziali latino-americane, con esiti lampantemente non-democratici.
Non nutro aspettative ottimistiche sul ri-orientamento della discussione sulla democrazia/sulle democrazie con riferimento a quanto scritto da Bobbio e da Sartori, da me variamente sintetizzato e reinterpretato. Rimango del tutto convinto che in assenza di un qualche ri-orientamento serio e profondo, a cominciare dalla chiarezza dei concetti e dalla problematica relazione fra democrazia politica e eguaglianza economica, quella discussione è destinata a continuare in maniera confusa e manipolabile, persino pericolosa nella misura in cui legittima elaborazioni e azioni che nuocciono alla democrazia che è possibile instaurare, mantenere, fare funzionare, trasformare in meglio. Propongo di ripartire da due generalizzazioni. I regimi autoritari cadono al grido di “libertà, libertà”. Nessuna democrazia è mai caduta al grido di “eguaglianza, eguaglianza”.
Pubblicato il 15 gennaio 2023 su Domani
Sistema delle spoglie: chi vince si sceglie i collaboratori di vertice
Spoils system è la modalità, sicuramente democratica, quindi non, come scritto da chi non ne sa nulla, a cominciare dalla storia, un saccheggio, per attribuire a chi ha vinto le elezioni e dato vita a un governo la facoltà di nominare un certo numero di persone ai vertici e non solo della burocrazia locale, nazionale, federale. Le esigenze da soddisfare con le “spoglie”, vale a dire, posti/cariche sono principalmente due: prima, la selezione di collaboratori affidabili, ovviamente preferibili a coloro che hanno prestato la loro opera al servizio di precedenti governi, magari anche molto differenti per estrazione e provenienza; seconda, la quasi certezza che il rapporto fra i governanti e i burocrati potrà essere più facilmente e meglio valutato dagli elettori. Infatti, se le politiche dei governi falliscono, la responsabilità non sarà confusamente palleggiata fra i politici e i burocrati. I governanti che hanno nominato burocrati incapaci e/o formulato politiche sbagliate, saranno da considerarsi pienamente responsabili dei fallimenti. Ne consegue che non soltanto non sarà sufficiente rimuovere i burocrati sui quali i politici tenteranno di scaricare le colpe, ma dovranno andarsene anche i governanti.
Il sistema delle spoglie posto in essere e utilizzato da oramai più di due secoli negli USA, ma anche in altri sistemi politici, ha dato risultati di volta in volta positivi o negativi a seconda delle capacità di nomina dei politici, che, peraltro, possono anche procedere a sostituire e rimpiazzare i burocrati in corso d’opera, dopo averli messi alla prova. Dunque, almeno nella fase nascente è sbagliato criticare il governo Meloni per l’applicazione del sistema delle spoglie anche nei ministeri italiani. Altrettanto sbagliato lodare il suo governo prima che si vedano i frutti del sistema che ha selezionato e promosso nuovi alti burocrati. Un conto, pertanto, è la legittimità, innegabile, dell’applicazione del sistema. Un conto diverso è la valutazione preventiva dei selezionati. Il conto definitivo lo si vedrà dal successo delle politiche promosse e attuate.
A tutela di una selezione non scriteriata, non particolaristica, non clientelare stanno, comunque, i requisiti di studio e di pratica richiesti dalla legge per le cariche di vertice. Le opposizioni hanno il diritto e il dovere di criticare titoli inadeguati e la loro eventuale assenza. A meno che fra i partiti della coalizione di governo viga l’omertà, per ciascuno di loro sarà importante che gli altri reclutino non con riferimento alla fedeltà partitica, ma alla competenza professionale. Per i cittadini conteranno le conseguenze non solo di politiche mal formulate, ma di esecutori incompetenti di quelle politiche. I più attenti e meglio informati di quei cittadini faranno valere il loro giudizio con il voto. Il sistema delle spoglie non è perfetto, ma, per lo più, le alternative presentano difetti maggiori. Dunque, si potrebbe concludere all’inglese che la prova del budino (la qualità delle nomine) sta nel mangiarlo (nel metterle al lavoro). Avanti.
Pubblicato AGL il 14 gennaio 2023
Democrazia ideale, democrazie reali @C_dellaCultura
Un contributo alla discussione del libro


Un contributo alla discussione de LA DEMOCRAZIA NEL XXI SECOLO. Riflessioni sui temi di Alfredo Reichlin, a cura di Giuliano Amato, Roma, Treccani, 2022, pp. 329
1 Da quasi un decennio, la mia tesi, che esprimo ripetutamente e ripetitivamente è che, sulla scia di Giovanni Sartori, bisogna assolutamente distinguere fra la democrazia ideale e le democrazie reali, realmente esistenti, e che la crisi della democrazia non esiste, ma costantemente e più o meno frequentemente fanno la loro comparsa problemi, difficoltà, inconvenienti di funzionamento nelle democrazie realmente esistenti. Chi non coglie queste distinzioni finisce soltanto per contribuire alla confusione analitica prevalente, resa ancora più fitta dall’affermazione che ognuno ha/avrebbe la sua definizione di democrazia. Autore dell’importante volume Democrazia e definizioni pubblicato nel 1957 (Bologna, il Mulino) e variamente ristampato, ma oggi purtroppo non più disponibile, Sartori sarebbe profondamente irritato dalla faciloneria di quell’affermazione. Delle parole e dei concetti esistono sempre definizioni prodotte dalla storia e definizioni concordate (stipulate) dagli studiosi, non da ciascuno di loro, ma dalla convergenza delle loro vedute, opinioni, ricerche e analisi dopo confronti pubblici. In materia, nessuna definizione di democrazia può prescindere dalla etimologia: potere del popolo. Poi si tratta di chiarire le caratteristiche del popolo e il significato di potere. Ma, naturalmente, se il potere è nelle mani di uno, di pochi, di nessuno non possiamo avere dubbi: non è democrazia.
Chiudo questa premessa riportando con minime variazioni alcuni paragrafi che scrissi nel 2014 ai quali sono particolarmente affezionato e che ritengo mantengano tuttora la loro validità. Anzi.
“Seduti in qualche caffè parigino, una Gauloise fra le dita e un Pernod sul tavolino; rifugiatisi nella loro casetta per il fine settimana su un lago tedesco; raggruppati in vocianti tavolate che criticano aspramente uno qualsiasi dei governi latino-americani; ad un congresso fra colleghi politologi e sociologi in una ridente località balneare esotica; partecipando alla riunione di redazione di un quotidiano progressista romano, molti pensosi intellettuali dei più vari tipi dichiarano con faccia triste che la democrazia è in crisi, è una causa persa, non può essere salvata. Rannicchiati in qualche prigione cinese; agli arresti domiciliari nel Sud-Est asiatico; braccati dalla polizia in diversi stati africani; nascosti sotto protezione perché è stata lanciata una fatwa contro di loro; malmenati in Piazza Tahrir, migliaia di oppositori, uomini, donne, studenti, lottano in nome della democrazia – sì, proprio quella, occidentale, che hanno visto in televisione e nei film americani, sperimentato come studenti a Oxford, Cambridge, Harvard, La Sorbona – organizzano attività, reclutano aderenti, qualche volta mettono in gioco consapevolmente la vita. Per nessun altro regime, mai, così tante persone di nazionalità, di cultura, di colore, di età e di genere diverso si sono impegnate allo stremo” (Politica e istituzioni, Milano, Egea, 2014, p. 118).
2. Quanto di questo testo, che non è un appello alle emozioni, ma un invito razionale a fare qualche riflessione e qualche conto su che cosa è la democrazia, su che cosa può essere, su chi è in grado di costruirla, di migliorarne il funzionamento e di accrescerne la qualità si trova nelle pagine dei molti libri e articoli dedicati al ripiegamento e al disfacimento, al backsliding (scivolamento all’indietro) dei sistemi politici democratici e che giungono saccentemente a spiegare “come muoiono le democrazie”? La mia personale e preliminare risposta è davvero molto poco, quasi nulla. Ovvio che “armato” dalle idee che ho espresso sopra, non sono incline ad essere indulgente nei confronti di analisi che non escano dai binari già tracciati e troppo spesso battuti. Tuttavia, apprezzo gli sforzi tesi a illuminare le sfide, ad approntare le soluzioni, a valutarne le conseguenze. Proprio come scrive Giuliano Amato nell’introduzione a questo libro bisogna concentrare l’attenzione sui prerequisiti di una democrazia funzionante; sull’impatto sulle democrazie delle grandi innovazioni del nostro tempo; sulle condizioni delle democrazie le cui culle furono gli USA e l’Europa e sulla sfida non-democratica della Cina. E sia.
Purtroppo, moltissime riflessioni e analisi contemporanee (anche nei capitoli di questo libro) sono inquinate (sì, questo è il verbo che ritengo appropriato) da un grave equivoco, vale a dire che la democrazia abbia promesso l’eguaglianza. Giuliano Amato, curatore del volume, lo scrive in maniera più sfumata: “Sappiamo da molto tempo che non può esservi democrazia senza un tasso ragionevole di eguaglianza” (p. 11). Che cosa sappiamo esattamente? E da quanto tempo? È possibile essere più precisi riguardo a cosa è “ragionevole” in termini di eguaglianza, ad esempio, per i norvegesi e per i messicani? Per gli americani e per gli europei? Posso sentirmi autorizzato a pensare che se l’eguaglianza “ragionevole” non viene conseguita e mantenuta, ma, al contrario, crescono indistintamente le diseguaglianze, allora la democrazia ha fallito, è fallita, fallirà? No, non è affatto così. Una breve digressione è indispensabile.
Nella definizione e nel concetto di democrazia che nasce in Grecia non c’è nessun riferimento all’eguaglianza. Meno che mai all’eguaglianza economica e di esiti materiali. Quanto all’eguaglianza di condizioni, gli uomini greci che partecipavano al governo della polis condividevano condizioni sociali e culturali molto simili. Scherzosamente, ho spesso messo in evidenza come, in un modo o nell’altro, in tempi diversi, quegli uomini avevano appreso la filosofia passeggiando con Socrate, Platone e Aristotele: la “buona scuola” (!). Come ha giustamente sottolineato più volte Sartori (si veda, in particolare, il densissimo capitolo Eguaglianza nel suo volume Democrazia Cosa è, Milano, Rizzoli, 2000, pp. 178-194), i greci si riferivano ad una sola eguaglianza indispensabile per la democrazia: la isonomia, vale a dire l’eguaglianza di fronte alla legge. La mia interpretazione estensiva di questa eguaglianza va fino ad includere i diritti, civili e politici, di cui, in democrazia, debbono godere tutti i cittadini, diritti che debbono essere protetti e promossi appunto per tutta la cittadinanza. Grazie a quei diritti ciascuno e tutti saranno in grado di perseguire la felicità che, è presumibile, soltanto una minoranza interpreterà in termini economici, come eguaglianza di guadagni, e come livellamento delle condizioni di vita. Probabilmente, la grande maggioranza dei cittadini desidererà/desidera eguaglianza/e di opportunità. Forse, su questo punto, un libro che è dedicato al pensiero politico di Alfredo Reichlin e alla sinistra che lui voleva rinnovare, sarebbe stato cruciale prevedere un capitolo apposito.
Molto interessante è notare che l’eguaglianza non figura nel famoso elenco stilato da Norberto Bobbio delle “promesse non mantenute” della democrazia (Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi, 1984, 1991, 1995). L’eguaglianza, ovvero, meglio, la ricerca dell’eguaglianza, fece la sua comparsa dieci anni dopo nel fortunatissimo saggio Destra e sinistra. Ragioni di una distinzione (Roma, Donzelli, 1994) come criterio differenziante il pensiero e l’azione della sinistra rispetto alla destra sostanzialmente disponibile a prendere atto delle diseguaglianze come esito, sostanzialmente giusto e ineluttabile, delle attività, dell’impegno, delle capacità dei singoli, e ad accettarle.
3. Le mie osservazioni critiche non intendono affatto chiudere il discorso sui rapporti fra democrazia e (dis)eguaglianze. Al contrario, mirano a riorientarlo più produttivamente. Pur seriamente apprezzando lo sforzo di documentazione della dinamica delle diseguaglianze effettuato nel suo capitolo da Andrea Brandolini (Democrazia politica e eguaglianza economica) non posso non rilevare due carenze degne di essere accuratamente colmate. La prima riguarda l’individuazione la più articolata possibile dei fattori che conducono alle diverse situazioni di diseguaglianze misurate con riferimento ai mutamenti nelle distribuzioni del reddito. La seconda concerne l’impatto che ha la politica sulle scelte di ciascun paese. A utile essenziale integrazione (non completamento che altri elementi dovrebbero entrare in gioco) del capitolo di Brandolini, viene l’ottima ricognizione di Gianni Toniolo, Democrazia e stato sociale (avrei scritto tutto al plurale; infatti, “pluralista” è la trattazione dell’importante tematica). La creazione, la manutenzione, la trasformazione dello Stato sociale è stata storicamente la risposta della sinistra al problema delle diseguaglianze, non per farle sparire, impossibile, ma per contenerle, renderle tollerabili, meno influenti sulla vita delle persone, creare situazioni nelle quali a quelle persone si possano offrire opportunità che, poi, ciascuno sfrutterà secondo le sue capacità, le sue preferenze, i suoi obiettivi.
Nel quadro di regole, procedure e istituzioni che definiscono le democrazie, sono le donne e gli uomini che prescelgono le loro strategie di vita. Sappiamo che nel non troppo lontano passato dell’Europa occidentale, in alcune democrazie si giunse ad un insiemi di convergenze e accordi fra le forze sociali e politiche che andò sotto il nome di compromesso socialdemocratico. Consistette in triangoli virtuosi nei quali sotto l’egida di un partito socialdemocratico/laburista/dei lavoratori capace di vincere e rivincere le elezioni e di andare e rimanere al governo, sindacati unici potenti e rappresentativi della classe operaia accettavano di moderare e differire le loro richieste salariali in cambio di politiche di investimenti e di impiego ad opera delle associazioni industriali che, messe a conoscenza dei progetti e delle direttive dei governi socialdemocratici garanti del compromesso, agivano di conseguenza con sicurezza. Tutto questo, tranne la fiducia reciproca e la consapevolezza che le situazioni di conflittualità comportano alti costi specifici, particolaristici e sistemici, è venuto strutturalmente meno. La classe operaia è numericamente diminuita in maniera molto significativa e si è frammentata. Hanno fatto la loro comparsa ceti di persone “post-materialiste”, non organizzabili poiché convinte di potere difendere le loro preferenze e avanzare i loro interessi grazie alle proprie capacità personali. La tecnologia consente, spesso obbliga le imprese ad assumere personale specializzato a prescindere da qualsiasi accordo con i governi i quali, raramente, hanno solida base socialdemocratica. Infine, le politiche keynesiane di deficit spending sono state rese impossibili dalla globalizzazione e impraticabili nell’ambito dell’Unione Europea.
Densi capitoli di questo libro mettono in evidenza le sfide, ma anche gli spazi di eventuale democrazia economica, che vengono alla democrazia dalla tecnologia (Salvatore Rossi), dalla trasformazione energetica (Valeria Termini), dalla “Produttività perduta dell’Occidente” (Philippe Aghion), dai mutamenti dei valori (la mia interpretazione sarebbe piuttosto focalizzata sul mancato aggiornamento della cultura politica delle sinistre) nell’ambito di elettorati potenzialmente di sinistra (Colin Crouch). In questo contesto si situa l’Unione Europea della quale, forse troppo severamente, Lucrezia Reichlin mette in evidenza le inadeguatezze e gli errori piuttosto che le realizzazioni e gli apprendimenti concludendo con l’individuazione di tre scenari per il futuro: scenario autoritario (sovranismo economico e solidarietà transnazionale nel quale, però, non vedo l’autoritarismo); Scenario di democrazia deliberativa sperimentale, ritenuto lo scenario più auspicabile, ma ancora da concettualizzare e approfondire; Scenario dello status quo, da lei stessa ritenuto il più improbabile. Concordo e aggiungo che, in effetti, in ogni momento l’Unione Europea avanza e che, pertanto, dovremmo forse pensare ad un Scenario federale di maggiore integrazione. Sono rimasto affezionato ai tre procedimenti indicati circa una ventina di anni fa: Allargare, Approfondire, Accelerare, che mi paiono ancora tutti plausibili e esperibili. Un po’ estraneo dal resto del libro è il capitolo di Pietro Reichlin: L’Italia, il Mezzogiorno. Riflessioni sull’economia italiana dell’ultimo ventennio, dal quale mi sarei aspettato critiche non soltanto “economiche”, ma politiche, alle classi politiche meridionali che darebbero maggiore senso ad un’affermazione dell’autore altrimenti prigioniera degli stereotipi: “penso che il Mezzogiorno possa crescere più del resto del paese solo se ha la capacità di valorizzare le sue diversità, una vocazione specifica e non omogenea rispetto alle altre aree del paese” (p. 299).
4. Non so se lo scontro del XXI secolo sarà un duello fra gli Stati Uniti d’America e la Cina. Però, in qualche modo, non soltanto in maniera sotterranea, sia Pierluigi Ciocca (L’America, un colosso d’argilla?) sia Ignazio Musu (Democrazia ed economia in Cina) procedono a effettuare una serie di confronti. GLI USA non ne escono bene: “gli Stati Uniti sono in crisi profonda” (p. 221) scrive Ciocca; “la classe politica è frantumata e mediocre” (p. 222); esiste “un’insicurezza isterica del vertice di Washington che non può non preoccupare” (p. 223); “la democrazia USA è fragile” (p. 224). Dopo qualche cenno comparato Ciocca offre una conclusione che trovo molto discutibile: “la Cina antepone la soluzione dei problemi sociali del popolo ai diritti civili degli individui: l’economia prima, la democrazia dopo. Gli Stati Uniti, come le altre democrazie liberali, invertono la sequenza [più precisamente, osservo che non hanno mai avuto un’altra sequenza]. Forse i due sistemi sono destinati a convergere” (p. 239). Questa convergenza fra sistemi politici e economici tanto diversi fu suggerita sessant’anni fa da due grandi politologi: Zbigniew Brzezinski e Samuel P. Huntington ( Political Power: USA/USSR, New York, The Viking Press, 1963). Sbagliarono alla grande.
Certo, la Cina di Xi Jinping non è l’Unione Sovietica degli anni Ottanta dello scorso secolo, ma porre il problema della democrazia in Cina come se fosse all’ordine del giorno mi appare piuttosto sconcertante. Musu afferma che i cinesi “sembrano soprattutto preoccupati della libertà di scelta delle opportunità di consumo piuttosto che della libertà di espressione politica” (p. 250) e aggiunge che “in sostanza, il sistema politico cinese può contare su una sostanziale adesione da parte della società” (Ibidem) e, anche se non c’è il godimento delle libertà politiche, una quota crescente della popolazione gode della possibilità di decidere come vivere, dove abitare, come e cosa consumare, quali occupazione cercare, e dove e come studiare” (p. 251). Peraltro, conclude Musu, “quella cinese appare … come una società che tende volentieri a fare meno della politica” (p. 251, c.vo mio, lo accompagno con il quesito: come è possibile sapere che i cinesi sono disposti a fare a meno della politica?). Nel confronto con la Cina che garantisce il benessere sociale al prezzo che Musu sembra considerare adeguato del sacrificio delle libertà di scelta politiche individuali, l’autore avvisa l’Occidente che, se esalta senza limiti tali libertà, “corre il rischio di perdere la sfida, magari con il paradossale risultato che la conclamata esaltazione delle libertà di scelta individuale finisca per servire come base per l’ascesa a un potere di governo che verrà poi esercitato in modo autoritario” (pp. 261-262) Confesso di non avere mai visto nulla del genere a fondamento dell’ascesa dei regimi autoritari. Al contrario, l’espandersi del benessere e la crescita quantitativa di una classe media colta e benestante potrebbero diventare sfidanti temibilissimi del regime totalitario cinese.
5. Il capitolo conclusivo di Salvatore Biasco non tira le impossibili fila di discorsi talvolta troppo dispersi e dispersivi. Mi limito a citare la sua netta affermazione con la quale concordo: il “riconoscimento dello Stato come centro e guida della vita collettiva è un passo in avanti nella ripresa delle potenzialità democratiche” (p. 326). Ricominciamo da qui nella consapevolezza che quello “Stato” si trova Bruxelles e che la democrazia nella e della Unione Europea ha solide basi e notevoli capacità di attrazione e espansione.
Pubblicato il 13 gennaio 2023 su casadellacultura.it








