La rappresentanza politica non cade dal cielo

Le candidature al parlamento sono il volto e le gambe di un partito/coalizione. Sono il volto perché, politici di lungo corso e esperti provenienti dalla società “civile”, donne espressione di associazioni, giovani all’inizio della carriera, offrono l’immagine che il partito vuole dare di se stesso agli elettori. Le candidature sono le gambe del partito poiché tocca a loro portare il programma alle organizzazioni sociali, economiche, culturali e religiose, alle iniziative con gruppi di elettori, nei salotti televisivi. La disponibilità e la capacità dei candidati di “spendersi” sul territorio delle circoscrizioni elettorali, diventate molto ampie in seguito alla riduzione del numero dei parlamentari, sono qualità importanti che possono fare la differenza e che, pertanto, meritano di essere prese in seria considerazione e premiate.

   Le tensioni e le critiche che hanno accompagnato la formazione delle liste dei candidati del Partito Democratico sono, da un lato, inevitabili, dall’altro, istruttive. Il PD è un partito piuttosto grande e diversificato. Nel 2018 la maggioranza dei suoi parlamentari era stata scelta da Renzi. Inevitabile che il nuovo segretario Letta volesse procedere ad un rinnovamento. Per qualcuno/a di loro la non-ricandidatura o l’essere collocato/a in posizione di difficilissima eleggibilità può significare la fine della carriera. Tuttavia, chi fa politica “per passione” dovrebbe comunque impegnarsi pancia a terra per il suo partito/coalizione.

   In seguito alla riduzione del numero dei parlamentari, comunque vada il PD perderà un terzo dei suoi parlamentari. L’unico partito certo di guadagnare parlamentari, quasi triplicandone il numero, è Fratelli d’Italia che, dunque, dovrebbe riuscire a sfuggire a tensioni, conflitti, recriminazioni. Non soltanto Giorgia Meloni potrà permettersi di riconfermare tutti i parlamentari uscenti, ma sarà in grado di reclutare i nuovi in un ambito affollato di ambiziosi e pretendenti. Probabilmente, cercherà anche qualche colpo ad effetto: candidature inaspettate e prestigiose e sarà generosa con gli alleati.

   In chiave più ampia, anche perché le elezioni del 25 settembre saranno importantissime per il governo del paese, è mia opinione che gli elettori dovranno valutare le candidature con riferimento ad un criterio sovrastante: se eletto/a quel(la) parlamentare vorrà e saprà interpretare e rappresentare le mie preferenze, i miei interessi, le mie necessità in maniera “fedele” e efficace? Questo criterio implica che quanti più sono i paracadutati tanto più difficile e rara sarà una buona rappresentanza politica. Parlamentari che non vivono nel collegio nel quale vengono eletti non riusciranno, neppure con il più intenso degli impegni, a offrire quella rappresentanza politica che solo chi conosce un territorio e i suoi abitanti può dare. Se i cittadini si sentiranno poco e male rappresentati aumenterà tristemente la loro distanza dalla politica con conseguenze negative sia sull’opposizione sia sullo stesso governo.

Pubblicato AGL il 18 agosto 2022

Cosa non si dice sul possibile presidenzialismo. La lezione di Pasquino @formichenews

Presidenzialismo? Per lo più i suoi imperterriti proponenti non sanno di cosa parlano. Comunque, non dicono che cosa vogliono tranne un punto: l’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica, che, sia subito chiaro, non è l’elezione del governo, ma, nel migliore dei casi, del capo del governo. Se l’esempio sono gli USA, allora non è neppure vero che si tratta di elezione popolare diretta, fra il voto degli elettori e il Presidente si frappongono i Grandi Elettori. Può succedere che chi vince il voto popolare non conquisti la Presidenza: il democratico Al Gore nel 2000 ebbe 500 mila voti in più di George W. Bush; nel 2016 Hillary Clinton ottenne 3 milioni di voti in più rispetto a Trump. Succede anche che il Presidente eletto non abbia la maggioranza del suo partito in una o in entrambe le camere del Congresso: governo diviso (non “anatra zoppa”). Nella nomina dei suoi ministri (segretari), dunque, nient’affatto eletti/legittimati dal voto popolare, il Presidente USA deve sempre tenere conto delle preferenze dei Senatori che possono confermarli o respingerli.

Giorgia Meloni sembra essersi espressa per il semipresidenzialismo francese, presidente eletto con il 50 per cento più uno oppure dopo un ballottaggio. Se il partito del Presidente oppure la sua coalizione hanno la maggioranza assoluta nell’Assemblea Nazionale, il Presidente nomina il Primo ministro e i ministri, non tutti parlamentari quindi non eletti dal popolo. Se nell’Assemblea nazionale esiste una maggioranza diversa da quella presidenziale, il Presidente dovrà accettare come Primo ministro colui/colei indicato/a da quella maggioranza e i ministri da loro prescelti. È la situazione nota come coabitazione nella quale chi governa è il Primo ministro sicuramente non eletto da popolo. In entrambi i “presidenzialismi”, l’uomo/la donna sola al comando potrebbero essere costretti a fare i conti con Congresso/Parlamento. Sono sicuramente stabili, ma politicamente possono risultare deboli e inefficaci.

    Lascio da parte qualsiasi discussione sui freni e contrappesi, molto differenti fra USA e V Repubblica francese, ma segnalo che nessuna proposta di presidenzialismo merita di essere discussa se non è debitamente accompagnata dalla indicazione del sistema elettorale con il quale verrà eletto il Parlamento. Al momento, ma non da oggi, tutte le vaghe e confuse proposte “presidenzialiste” che sono state avanzate (formulate sarebbe un complimento immeritato) appaiono come terribili scorciatoie miranti ad attribuire e accrescere il potere decisionale del Presidente della Repubblica/capo del governo. Finirebbero fuori strada lasciando pesanti macerie istituzionali.

   Una volta approvata la riforma presidenzialista, Mattarella sarebbe obbligato a dimettersi? Non necessariamente anche perché la riforma potrebbe contenere la clausola che la sua applicabilità inizierebbe al termine del mandato di Mattarella. Ciò detto, da un lato, sono convinto che per ammirevole sensibilità costituzionale, Mattarella annuncerebbe le sue irrevocabili dimissioni un minuto dopo l’approvazione della riforma. Dall’altro, credo che chi fra i sedicenti riformatori presidenzialisti pone il problema del mandare a casa Mattarella segnala di essere personaggio costituzionalmente incolto e screanzato nei confronti del quale è doveroso avere il massimo di diffidenza. Buon Ferragosto parlamentare.

P.S. Dal punto di vista istituzionale e politico, il più forte e autorevole capo di governo al mondo è il Primo Ministro inglese, Margaret Thatcher (1979-1990) e Tony Blair (1997-2007) docent. Eletti in un collegio uninominale, ma leader del partito che ha conquistato la maggioranza assoluta in Parlamento, i Primi ministri del Regno Unito godono di un potere decisionale senza paragoni.     

Pubblicato il 12 agosto 2022 su Formiche.net

La guerra è un male. Ma l’autodifesa è un male minore @DomaniGiornale

Dalla sua città natale, Köenigsberg, purtroppo diventata Kaliningrad (ma “il reale è razionale”, dice di avere letto), Immanuel Kant mi comunica che, nonostante il blocco, continua a ricevere libri. Comunque, i più importanti sui temi “guerra e pace” li ha già letti e sono facilmente consultabili nella sua accogliente capiente biblioteca. Oltre alla guerra, quello che lo preoccupa davvero sono coloro che ne parlano senza avere mai letto uno dei classici in materia. No, dice, non è una preoccupazione narcisistica. Il suo piccolo saggio Per la pace perpetua (1795) è notissimo anche se non sempre effettivamente compreso. C’è molto altro anche sul pacifismo. Ma, sostiene Kant, bisogna sapere distinguere fra gli imperativi categorici: “non fare agli altri quello che non vorresti essere fatto a te”, certamente pacifista, e l’interesse nazionale, difendere la patria, efficacemente argomentato da Hans Morgenthau (1948 e 1951). Di recente, aggiunge Kant, è stato scritto e documentato che le democrazie non si fanno la guerra.

   Un conto, per le democrazie, è entrare in guerra per una varietà di obiettivi, ciascuno dei quali deve essere motivato: consentire l’autodeterminazione di uno Stato debole, minacciato e invaso; colpire le organizzazioni terroristiche e i loro santuari; persino rovesciare i dittatori e, sì, a determinate condizioni, tentare l’esportazione della democrazia. Molta è la letteratura disponibile, spesso controversa, talvolta illuminante. Un conto molto diverso è identificare situazioni e eventi nei quali lo scontro bellico avviene fra due o più democrazie. Sostanzialmente non esistono esempi di questa fattispecie. Al contrario, l’Unione Europea costituisce la conferma più clamorosa della generalizzazione “le democrazie non si fanno la guerra”. La sua formazione fu consapevolmente e deliberatamente perseguita, fra gli altri da Altiero Spinelli, proprio per impedire il rischio di un ennesimo conflitto fra Francia e Germania. Poi tutti gli Stati che liberamente scelsero di aderire all’Unione hanno rinunciato a qualsiasi soluzione armata dei loro eventuali e possibili conflitti. Da più di settant’anni l’UE è il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo. È anche, conclude Kant, la migliore prova provata che la pace perpetua può essere conseguita nell’ambito di Stati democratici che danno vita ad una Federazione. Questo è il modo per porre fine alla guerra: federare le democrazie.

   Non saranno i singoli che rinunciano a qualsiasi difesa personale, scelta nobilissima se coerentemente mantenuta, a produrre la pace fra le nazioni. Saranno le istituzioni democratiche e federali a conseguire e preservare questo auspicabile esito. Incidentalmente, nessun pacifista può pretendere di imporre la sua scelta ai suoi concittadini, meno che mai a uomini e donne militarmente aggrediti. Può solo tentare di convincerli che la non difesa (ma a quale costo in termini di vite, dignità e libertà?) è comunque la scelta meno grave, in prospettiva più promettente. Sicuramente, guerra è l’aggressione di uno Stato non-democratico a uno Stato democratico. Nessun pacifista può trovare sollievo nella eventuale scoperta di azioni dello Stato democratico caratterizzabili come sfide, minacce, intimidazioni nei confronti dello Stato non-democratico.

   Tutti dovrebbero sapere che la storia di aggressioni compiute da regimi non-democratici è ricca di esempi a riprova dei tentativi di quelle leadership di risolvere le loro contraddizioni con un successo militare, i più recenti essendo: la giunta greca nel 1974 alla conquista di Cipro; i governanti autoritari portoghesi con la strenua difesa delle loro colonie africane; i militari argentini nel 1982 per annettersi le isole Falkland. È confortante ricordare che gli sconfitti non hanno perso soltanto la guerra, ma anche il potere politico, il potere di intraprendere altre guerre di aggressione. La democratizzazione di quei regimi autoritari ha portato anche alla fine di qualsiasi mira espansionistica e di qualsiasi tentativo di ricorrere alla guerra per risolvere problemi politici nazionali. Non è azzardato, meno che mai scandaloso, pensare che la sconfitta della Russia abbia come conseguenza un cambio di regime a Mosca. Se, poi, emergesse un regime democratico sarebbe più che lecito pensare che non tenterebbe di risolvere i suoi problemi di funzionamento e di consenso ingaggiando una guerra. Nella piena consapevolezza che la guerra è male, farebbe sempre i conti con il male minore (che è quello che sfugge nell’articolo di Mario Giro, Critichiamo la guerra in sé, in “Domani”, 10 agosto p. 12): la guerra di autodifesa.

Pubblicato il 12 agosto 2022 su Domani

La disfida delle agende di fronte agli elettori @DomaniGiornale

Le coalizioni (elettorali, politiche, di governo) si fanno fra contraenti che si fidano, su programmi concordati, per obiettivi condivisibili e condivisi. La pessima legge elettorale Rosato (stretto compagno d’armi del Presidente Renzi) obbliga a fare tutte le coalizioni immaginabili sotto forma di accozzaglie e ammucchiate e le premia. Certo, l’omogeneità iniziale è auspicabile, ma non necessariamente utile quando il problema consiste nell’attrarre il maggior numero di elettori. Ripetutamente Calenda ha affermato che l’Agenda Draghi, ovvero quanto impostato e lasciato in eredità dal Presidente del Consiglio uscente, è il suo programma, la sua agenda. Molto generosamente, se Draghi non potrà essere richiamato, Calenda si è messo a disposizione per guidare il prossimo governo. Poi, però, ha dimostrato di non avere quel coraggio che costituisce una virtù politica per eccellenza rifiutandosi di fare parte di una coalizione che includa Fratoianni (e Bonelli) poiché il leader di Sinistra Italiana ha votato 56 volte contro la fiducia a Draghi, poi anche pervicacemente contro l’adesione di Finlandia e Svezia alla Nato. Calenda ha, dunque, avuto paura che nel campo largo di Letta le sue idee, la sua interpretazione dell’Agenda Draghi sarebbero state sconfitte dalle idee di Fratoianni e Bonelli. Di conseguenza, è logico dedurne che ritiene, o semplicemente spera, che la sua agenda troverà maggiore spazio se corre da solo o, a giudicare da ipotesi che circolano, in coalizione con Matteo Renzi (più affidabile di Letta?).

Un’agenda elettorale, politica, di governo è destinata a camminare sulle gambe dei suoi portatori. Farà molta più strada se i portatori sono numerosi e autorevoli. Un embrione di “terzo polo” non soddisfa questa esigenza che, al contrario di quel che sembra avere in mente Letta, può essere conseguita candidando nei collegi uninominali tutte le personalità più autorevoli del Partito Democratico, di +Europa, di Sinistra Italiana e dei Verdi. In quei collegi i candidati dispiegheranno la loro forza propulsiva con l’obiettivo di attrarre e convincere quei molti elettori indecisi persino se votare. In coalizione Calenda avrebbe potuto dimostrare di stare selezionando o di avere già un pacchetto di classe dirigente nuova, all’altezza della sfida.

Infine, già di per se un’agenda di governo contiene una presa di distanza e una critica a tutte le proposte diverse e alternative, più o meno coerentemente impacchettate. Non vedo grande coerenza in molte proposte e posizioni della destra. Sarà importante per Letta e, se lo vorrà, per Calenda ricorrere puntualmente e puntigliosamente a quanto hanno messo nelle rispettive agende per marcare le distanze dalla destra e l’originalità concreta di quanto promettono di fare. A mio parere questo è il modo migliore per sanare lo strappo di Calenda e per consentire agli elettori di pronunciarsi a ragion, pardon, a agenda veduta.

Pubblicato il 10 agosto 2022 su Domani

Il giorno della rottura tra Carlo Calenda & Enrico Letta @RadioRadicale intervista Gianfranco Pasquino

Controcorrente, puntata di lunedì 8 agosto 2022 , intervista condotta da Lanfranco Palazzolo

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Dizionario per capire il confuso dibattito politico di questi giorni @DomaniGiornale

Caro Direttore,

mi accingo, ancora una volta senza esitazione di sorta, ad assolvere al missionario compito – di questi tempi assi arduo e scomodo – di sgomberare il dibattito pubblico dai detriti dell’ignoranza, dalle macerie delle culture politiche degenerate e estinte, e dalle trappole della manipolazione per riportalo sui binari solidi e rigorosi della Scienza Politica.

Mi sento obbligato a cominciare esponendo le mie credenziali, forse un’aggravante. Per 43 anni ho insegnato Scienza politica nell’Università di Bologna. Ho tenuto anche corsi in università straniere da Washington, D.C. a Los Angeles, da Harvard a Madrid, da Oxford a Natollin (Polonia). Ho maturato esperienza e competenza nell’ambito dei Sistemi politici comparati. Ho scritto almeno cinque volumi specificamente in materia più un prezioso (sic) libretto sui Sistemi elettorali. Sono particolarmente orgoglioso di Restituire lo scettro al principe. Proposte di riforma istituzionale (Laterza 1985) dove, a scanso di equivoci che persistono, il principe non è il capo del governo, ma il cittadino sovrano già identificato da Lelio Basso. Nel dicembre 1985 il libro fu presentato a Torino da Norberto Bobbio e Pietro Ingrao (nel pubblico ricordo mia mamma molto emozionata). Ho scritto articoli accademici usciti in diverse lingue: inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, da ultimo, cinese. Ho pubblicato più di un centinaio di articoli di divulgazione su quotidiani e settimanali (ricordo con piacere “Rinascita”). Dal novembre 1983 al 1 febbraio 1985 ho fatto parte della Commissione Bozzi per le Riforme Istituzionali. Fra i molti colleghi parlamentari ricordo Roberto Ruffilli, capogruppo della DC, Pietro Scoppola, Beniamino Andreatta, Sergio Mattarella, Mario Segni, Gino Giugni, Stefano Rodotà, Augusto Barbera, Eliseo Milani (con il quale scrivemmo la Relazione di Minoranza della Sinistra Indipendente del Senato), provenienze e competenze diverse, ma nessuno tanto sprovveduto quanto i contemporanei. Nell’estate-autunno 2016 sono stato presente, spesso protagonista, in circa ottanta iniziative per sostenere il NO al plebiscito costituzionale indetto e cavalcato da Matteo Renzi. Da ultimo sono frequentemente presente nel dibattito con tweet, spero puntuti e chiarificatori, nel complesso, temo, inefficaci, ma non ho ancora avuto il coraggio di chiedere chi parla/scrive di tematiche istituzionali-elettorali quali libri/articoli scientifici abbia letto, quali sono gli autori a sostegno delle sue analisi e valutazioni.

Già durante l’esperienza referendaria mi resi tristemente conto di quanto diffusa e grande fosse/sia la confusione sotto il cielo delle regole e delle istituzioni. Da allora si è estesa e fatta persino più spessa. Su un solo punto, posso, credo, cantare vittoria. Sembra che quasi tutti i politici e i giornalisti abbiano imparato che in nessuna democrazia parlamentare, mai il governo è eletto dal popolo. In verità neanche nelle democrazie presidenziali e semipresidenziali il popolo elegge il governo, ma soltanto il Presidente che poi con modalità varie formerà e trasformerà quasi a piacimento libitum il suo governo, cambiando i suoi ministri, mai previamente presentati agli elettori.

Con il taglio, ovvero la riduzione del numero dei parlamentari è tornato in auge il bicameralismo perfetto che tale non è. Perfetto è aggettivo che si riferisce al funzionamento, mentre i bicameralismi esistenti, quello italiano compreso, possono essere paritari o differenziati secondo criteri appositi. Non parlerò delle leggi elettorali, quelle che portano i rappresentanti in parlamento, se non per menzionare due notissime firme del Corriere della Sera, la prima che concluse un suo denso articolo con lo scoop che sarebbe tornato un sistema proporzionale a turno unico, la seconda che, riflettendo sulle elezioni parlamentari francesi del giugno 2022 annunciò la probabilità di non pochi ballottaggi con tre o addirittura quattro candidati/e. Mi limiterò a sottolineare che il ballottaggio non prevede desistenze e non consente alleanze preventive. Invece, praticamente tutte le varianti di doppio turno offrono ampie gamme di opportunità a candidati, partiti, elettori.

L’instabilità governativa essendo notoriamente il più grave problema politico-costituzionale italiano di tanto in tanto qualcuno formula la proposta del presidenzialismo, anatema per la sinistra, ma oggetto largamente non identificato neppure dai suoi proponenti. Sembra che intorno a Giorgia Meloni abbiano deciso, riportato dal Corriere, che si potrebbe avere il semipresidenzialismo alla francese insieme al voto di sfiducia costruttivo previsto nella Costituzione della Repubblica parlamentare tedesca: una combinazione assolutamente e fecondamente europea. Esultano le cancellerie degli Stati-membri dell’Unione Europea che si interrogavano preoccupati sul tasso di europeismo di Fratelli d’Italia. Via tweet è arrivata la benedizione “mi auguro ci sia il presidenzialismo. Il mio modello è la Germania”, di Giovanni Toti (forse un omonimo, Professore di Diritto Costituzionale Comparato nell’Università della Liguria, non certamente il Presidente della Regione, ma non ho visto smentite).

Quod omnes tangit ab omnibus probari debet. Bisogna garantire a molti la possibilità di intervenire nel dibattito sulle regole e sulla loro eventuale riforma offrendo rappresentanza parlamentare. Irrompe così nel deprimente discorso sulle implicazioni e conseguenze della Legge Rosato il cosiddetto diritto di tribuna ovvero la più o meno graziosa e generosa concessione da parte dello schieramento guidato da Enrico Letta di qualche seggio a Sinistra Italiana e ai Verdi in cambio dei loro pochi, ma, chi sa, talvolta decisivi, voti nei collegi uninominali. I francesi ne hanno discusso, inconcludentemente per anni. Nei collegi uninominali a causa del sistema elettorale maggioritario candidati di aggregazioni che, complessivamente, potevano raccogliere 6-8 e più per cento di voti su scala nazionale finivano per non vincere mai. Si pensò di riservare un 10 per cento di seggi per garantire l’ingresso in parlamento di rappresentanti di quelle liste chiamandolo diritto di tribuna. Non se ne fece, giustamente (poiché candidature eccellenti trova-va-no accoglienza da leader intelligenti), niente. La logica italiana, offerta di seggi in cambio di voti, è sostanzialmente diversa da quella francese: ampliare la rappresentanza politico-parlamentare, da suggerire di non ricorrere all’espressione “diritto di tribuna”.

Concludo, almeno temporaneamente, criticando l’uso del termine front runner. Negli USA, front runner è colui/colei che in un affollato campo di partecipanti alle elezioni primarie per designare il candidato/a alla Presidenza della Repubblica si trova in testa dopo tre o quattro primarie negli Stati. Il front runner non è il capo di un partito, non il capo del partito più grande, non il leader o il tessitore di una coalizione. Sostanzialmente, è una terminologia che nel contesto italiano non ha senso e, comunque, se del caso, oggi la front runner è Giorgia Meloni.

So che questo mio ennesimo tentativo di pulizia e precisione terminologica difficilmente risulterà vittorioso. Pazienza: tornerò su questi e altri termini ogniqualvolta l’uso fattone sarà scandaloso. Nel frattempo, dixi et salvavi animam meam.

GIANFRANCO PASQUINO

Accademico dei Lincei

Pubblicato 7 agosto 2022 su Domani

Patto per una buona campagna elettorale e un buongoverno

Nel molto frammentato panorama partiti(ni)co italiano qualsiasi accordo che conduca a aggregazioni politiche ampie è da salutare con favore. Il patto elettorale e politico stilato da Partito Democratico, da Azione e da +Europa va nel senso giusto. Anche qualora non riuscisse a sconfiggere le destre, tutta avanti nei sondaggi, lo schieramento di sinistra e centro avrà una presenza numerica e politica importante nel ridimensionato Parlamento italiano. Sarà in grado di svolgere un’opera efficace di controllo su quanto farà il governo (a guida Meloni?), di controproporre sulla base delle sue proposte programmatiche, di mantenere utili legami di rappresentanza con l’elettorato, non soltanto il suo. Comprensibilmente criticato, perché temuto, dalle destre, il Patto fortemente voluto da Enrico Letta non è pienamente apprezzato neppure nella sua area di riferimento, quel campo largo nel quale il segretario del PD avrebbe voluto impegnare più giocatori. Ambizioni personali e vecchi e nuovi rancori continuano a essere presenti e dannosi non solo per i dirigenti che li nutrono, ma soprattutto per l’elettorato una parte del quale non è disponibile ad affidarsi a chi non garantisce stabilità politica e convergenza programmatica, ma si esibisce in distinguo e litigi permanenti, spesso l’unico modo per farsi notare.

In quanto ai programmi, alle cose da fare per l’Italia, il Patto ha una caratterizzazione abbastanza precisa. Lo sfondo è dato dall’europeismo e dall’atlantismo, mai così rilevanti per fare fronte all’aggressione russa in Ucraina e alle sue pesanti conseguenze politiche e economiche. Poi, praticamente su tutte le materie più importanti, Letta, Calenda e Bonino hanno opportunamente scelto di fare riferimento a quella che viene chiamata Agenda Draghi, ovvero a quanto il governo di ampia coalizione guidato da Mario Draghi stava facendo e aveva progettato di portare a compimento. Naturalmente, quell’Agenda non deve essere intesa come esaustiva e immodificabile. Lo stesso Presidente del Consiglio avrebbe introdotto modifiche e variazioni derivanti da mutate situazioni. D’altronde, anche a fini nient’affatto criticabili di accrescimento del suo consenso elettorale, il Partito Democratico ha assoluta necessità di potenziare gli interventi sociali che sintetizzerò nell’espressione “riduzione delle diseguaglianze”, anche economiche. Però, molti sanno che la ricetta migliore per ridurre le diseguaglianze è costituita dalla crescita economica, ambito nel quale toccherà a Calenda sprigionare il suo tasso di innovazione finora più declamato che tradotto in indicazioni concrete.

Fuori da accuse, recriminazioni, diffusione di notizie manipolate o semplicemente false, senza ipocrisie e senza illusioni, sembra arrivato il tempo del confronto, anche aspro, fra le destre e il Patto fra centro e sinistra, non soltanto sulle cose da fare, ma anche sulla competenza e sulla credibilità di chi si candida a farle. Potrebbe ancora scaturirne una campagna elettorale apprezzabile.

Pubblicato AGL il 4 agosto 2022

I candidati devono essere il volto della coalizione @DomaniGiornale

Se sia meglio procedere ad alleanze forzate da una pessima legge elettorale o correre liberi e leggeri in un campo largo verso una sicura sconfitta? This is the question alla quale Enrico Letta, segretario del Partito Democratico, invece di sognare ha dato una risposta realistica e costosa. Ai saccenti commentatori che per mesi si sono affannati a comunicare la loro preoccupazione, addirittra indignazione per il “ritorno alla proporzionale” è imperativo fare notare che la fin troppo vigente legge Rosato, un terzo maggioritari, due terzi proporzionale con la possibilità di candidature multiple salvaseggio (poltrona?), fra i suoi molti guasti, impone alleanze preventive inevitabilmente tendenti a ammucchiate. Una legge proporzionale avrebbe consentito a tutti di contarsi e agli elettori di valutare con maggiore chiarezza partiti e candidati, poi a ciascuno il suo.

   Nei collegi uninominali, le candidature sono il volto della coalizione che le esprime e le sostiene. Sono il veicolo dell’accordo programmatico. Agli elettori debbono offrire la garanzia che l’azione della coalizione, se vincente, si tradurrà nell’attuazione di quel programma. Il resto, emergenze e nuove tematiche, dovrà continuare a essere oggetto di discussione fra tutti coloro che compongono la coalizione. Se questa è l’interpretazione plausibile dell’accordo raggiuto fra PD, +Europa e Azione, i contraenti hanno di che rallegrarsi e i loro potenziali elettori sono messi in grado di esprimere una valutazione fondata su elementi chiari, il più evidente essendo quello dell’impegno a proseguire, con opportuni adattamenti, aggiunte e correzioni, l’agenda del governo Draghi. Forse dal punto di vista numerico il Partito Democratico è stato fin troppo generoso nei confronti dei suoi due comunque indispensabili alleati. Tuttavia, se l’alleanza avrà lo sperato effetto moltiplicatore i conti dovranno e potranno essere fatti meglio ad elezioni avvenute.

   Adesso l’attenzione deve necessariamente spostarsi e focalizzarsi sulle candidature, sulla loro qualità, sulla loro capacità di combinare esperienza e competenza, sul tasso di entusiasmo (“occhi di tigre”) che sapranno portare nella campagna elettorale. Dalle notizie estraibili da alcune, importanti, situazioni locali del PD sembra che il criterio dominante sia rappresentato dalla continuità della carriera, non dalle new entries che sembrano praticamente inesistenti. La mannaia del limite a due mandati quasi azzererebbe non solo i dirigenti del PD, ma i tre quarti e più degli attuali parlamentari e dei ricandidabili. A mio avviso sarebbe una scelta sbagliata, ma altrettanto sbagliata è la strada del ritorno di parlamentari, anche donne, di lungo e non proprio brillantissimo corso. Agli uomini e alle donne del PD non sarà sufficiente offrire la rassicurante rappresentanza in quanto usato sicuro. Le elezioni del 25 settembre 2022 non saranno in nessun modo simili a elezioni che abbiamo conosciuto nel passato. Si sprecheranno i paragoni (e non voglio suggerirne nessuno). Un punto deve essere sottolineato con forza: il 25 settembre si decidono collocazione e ruolo dell’Italia nell’Unione Europea e nella politica internazionale. Le candidature, non soltanto quelle del Partito Democratico, meritano di essere proposte e valutate con l’osservanza di questo criterio dominante, cruciale anche in caso di una sconfitta che rischia di segnare tristemente l’autunno del nostro scontento.

Pubblicato il 3 agosto 2022 su Domani

La strage di Bologna e le sfide della democrazia @formichenews

Non ho mai avuto nessun dubbio che il più grave fatto di sangue della storia dell’Italia repubblicana doveva essere inteso come attentato alla democrazia e come volontà di colpire la sinistra nel suo luogo simbolo del buongoverno. La democrazia italiana ha vinto quella sfida, ma le sfide non finiscono mai. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di scienza politica

Quel sabato 2 agosto 1980 stavo attraversando il campus di Harvard, noto come The Yard. Avevo terminato la penultima settimana di lezioni alla Harvard Summer School. A classi di un ventina di studenti ciascuna, insegnavo due corsi: “Eurocommunism” e “The Role of the Military in Politics”, due ore al giorno cinque giorni la settimana. Mi pagavano abbastanza bene, ma ero soprattutto interessato agli USA, a quegli studenti (uno di loro sinteticamente mi spiegò, much to my disbelief, perché Ronald Reagan avrebbe vinto la Presidenza, novembre 1980), ai pochi colleghi ancora in zona in una torrida estate. La notizia dell’esplosione di una bomba alla stazione di Bologna me la diede appunto un allarmatissimo collega che l’aveva appena appresa ascoltando il programma radiofonico BBCWorld. Poi sarebbero seguite alcune telefonate dall’Italia. Fin dall’inizio ebbi due tipi di pensieri/preoccupazioni. Il primo riguardava l’incolumità dei parenti, degli amici, dei colleghi. Seppi poi da molti di loro che l’interrogativo era stato condiviso. La stazione era un luogo da tutti noi molto frequentato, per motivi di lavoro e in agosto per le vacanze. Nessuno fu coinvolto. Poi, inevitabilmente, i colleghi americani vollero conoscere la mia interpretazione e le mie valutazioni.

   Non ho mai avuto nessun dubbio che il più grave fatto di sangue della storia dell’Italia repubblicana doveva essere inteso come attentato alla democrazia e come volontà di colpire la sinistra nel suo luogo simbolo del buongoverno. Bologna non era stata scelta a caso e certamente non soltanto perché snodo cruciale del traffico ferroviario (e stradale) Nord/Sud. Ai miei colleghi e amici dissi subito della mia convinzione che la strage era fascista. I terroristi rossi, i brigatisti assassinavano persone e rivendicavano, perfino giustificandoli, i loro omicidi. Colpendo indiscriminatamente I neo-fascisti miravano a creare un clima di panico che conducesse ad una svolta a destra, alla dichiarazione dello stato d’emergenza, a una soluzione autoritaria.

Dopo di allora, tutte le volte che mi è stato fisicamente possibile, moltissime, sono andato, da solo o con i miei figli, alla stazione per la commemorazione della strage. La mia tristezza non è mai venuta meno. Le mie aspettative, che si scoprissero e si punissero, non “esemplarmente”, ma secondo le leggi vigenti, i responsabili, non le ho mai abbandonato. Da parlamentare ho contribuito a sostenere e mantenere vivo il disegno di legge di origine popolare sull’abolizione del segreto di Stato sui fatti di terrorismo e strage, operazione tanto indispensabile quanto complicata poiché inevitabilmente coinvolge(va) i servizi segreti di molti paesi. Attraverso una lunga sequenza di processi tutti coloro che hanno fisicamente partecipato e collaborato all’attentato sono stati individuati, processati e condannati. Disapprovo fortemente coloro che sminuiscono la portata di questi esiti processuali attribuibili a magistrati che vi hanno lavorato indefessamente. Tuttavia, senza nessuna inclinazione complottistica, sono altresì convinto che nessuno è finora riuscito a individuare i mandanti politici della strage di Bologna.

   Vorrei potere concludere che nel corso del tempo sono stati fatti molti passi avanti nella direzione giusta, forse sì forse no. Ritengo giusto avanzare ipotesi e formulare congetture anche all’insegna del cui prodest, chiedendosi a chi il caos, il panico, l’emergenza avrebbero potuto portare profitto politico. Mi pare che la risposta più soddisfacente, forse l’unica plausibile, è che ne avrebbero ottenuto vantaggi visibili e concreti alcuni non marginali spezzoni dell’apparato statale e alcuni, neppure loro marginali, settori della destra politica italiana, non soltanto neo-fascista. Non riesco a spingermi fino all’affermazione del coinvolgimento di apparati stranieri. Continuare a cercare i mandanti risponde a effettive esigenze di verità e giustizia. Concludo sottolineando che la democrazia italiana ha comunque vinto quella sfida, ma le sfide non finiscono mai.

Pubblicato il 2 agosto 2022 su Formiche.net

Il nuovo bipolarismo senza più programmi @DomaniGiornale

Molto ipocritamente Silvio Berlusconi, che ha sempre impostato, e talvolta persino vinto, le campagne elettorali sul suo nome e sulla sua persona fisica: “il corpo del leader”, afferma di non appassionarsi alla ricerca della candidatura del centro-destra a Palazzo Chigi. Lui sta lavorando al programma, sapendo che non è affatto facile produrre altre proposte mirabolanti come quelle del lontano Contratto con gli italiani del 2001 (e trovare un conduttore televisivo accomodante come Bruno Vespa che gli offrì tutta la sceneggiatura possibile). Tuttavia, il milione di alberi (trascurando che nel Piano di Ripresa e di Resilienza ne sono già previsti sei milioni) e i 1000 Euro al mese di pensione minima per tutte le nostre nonne e mamme è già un bel programma. No, Berlusconi non scrive programmi. “Spara” priorità incontrollabili. Forse gli italiani, a giudicare dai sondaggi che danno Forza Italia in netta flessione, gli hanno preso le misure. Non pochi, importanti parlamentari lo hanno lasciato, “tradito” sostiene lui con poca classe.

   Giorgia Meloni teme giustamente che Berlusconi e Salvini si siano già messi d’accordo per tradire l’impegno che chi prende più voti andrà a Palazzo Chigi. Nel bene, la coerenza politica della leader di Fratelli d’Italia, all’opposizione, e programmatica, atlantista più sovranista che europeista, è fuori dubbio. Lei, la sua figura è il programma, facile da capire, facile da votare anche se il fantasma del fascismo eterno non può essere esorcizzato. Meloni si giova anche del ruolo di reale contendente opportunisticamente attribuitole dal segretario del Partito Democratico Enrico Letta che spera in questo modo in un lungo e alto sussulto antifascista che riempia il suo “campo”, largo e aperto, ma tuttora non sufficientemente frequentato.

   Neppure nel centro-sinistra i programmi stanno al centro della proposta per attrarre e convincere l’elettorato. Calenda tenta di egemonizzare il centro intorno alla sua persona che agita in maniera frenetica. Mette dodici punti nero su bianco, ma sostanzialmente sono una revisione di quanto stava facendo e progettando il Presidente del Consiglio Mario Draghi. Dulcis neanche troppo in fundo, Calenda afferma che Letta non può essere il candidato per Palazzo Chigi. Verrà stanato e candidato l’irreprensibile Mario Draghi. D’altronde chi meglio di lui, se non è stanco, come in maniera poco elegante ha sostenuto Berlusconi per giustificarne la mancata fiducia, potrà aggiornare e attuare la sua agenda? Meloni verso Letta; non-draghiani verso draghianissimi: come è bello, anche no, il nuovo bipolarismo italiano (alle vongole avrebbe certamente aggiunto Ennio Flaiano). Comunque, sia chiaro che se lo meritano molti italiani, soprattutto quelli del #iononvoto.

Pubblicato il 27 luglio 2022 su Domani