Teheran libera? solo se l’input verrà da dentro @DomaniGiornale

Che, insieme alle molte brutture, ferite, traumi e morti, la guerra possa aprire qualche finestra d’opportunità è noto a quasi tutti gli studiosi delle relazioni internazionali nonché i ai più colti e avveduti policy makers. Nel passato, certo, i famigerati neoconservatori intorno al Presidente George W. Bush (2000-2008) hanno esagerato nel credere all’abbondanza di opportunità che non sapevano cogliere e meno che mai coltivare. Oggi non è chiaro se intorno a Donald Trump, Commander in Chief, e lui stesso ci sia qualcuno che vede lucidamente che la sconfitta della Guida Suprema Alì Khamenei e la cacciata dal potere degli ayatollah significhino l’apertura di una enorme finestra di opportunità per cambiamenti profondi, rivolgimenti sostanziali.
Per capirne di più e meglio bisogna subito sgombrare il campo da un equivoco esiziale, nel quale sprofondarono i neocon di Bush e sembrano dibattersi troppi attori e commentatori. “Cambio di regime” non significa affatto che, affossata la teocrazia iraniana ne consegua senza colpo ferire l’avanzata trionfante di una democrazia. Il crollo del regime iraniano aprirebbe una benvenuta, ma del tutto indeterminata, transizione nella quale una pluralità di protagonisti: autorità militari, parte del clero, quel che rimarrà dei pasdaran, i movimenti delle donne, forse alcune elite di professionisti iraniani in una società schiacciata, ma non priva di vitalità, giocherebbero le loro carte dando vita a coalizioni composite. Ci sarà confusione e rimarranno tentazioni e comportamenti autoritari. Quello che appare improbabile, ma anche molto sconsigliabile, è una soluzione che venga da fuori, come prospetta il figlio dell’ultimo shah della dinastia Pahlavi. Quarantacinque anni di lontananza implicano che non ha basi né relazioni. Quando toccò a loro i meno famosi esuli iracheni, alcuni coccolati negli USA, mostrarono rapidamente la loro quasi assoluta irrilevanza. Fin d’ora meglio non illudersi e non operare per l’insediamento di un governo fantoccio a prevalenza di revenant.
Comunque, il problema da risolvere è la costruzione di un assetto che, certo per quanto non ancora democratico, sia in grado di garantire ordine politico, inteso come prevedibilità di comportamenti con riduzione al minimo di quelli oppressivi e repressivi. Sarebbe già una situazione positiva e promettente dalla quale, per esempio, a quasi quindici anni dal rovesciamento di Gheddafi, la Libia appare tuttora lontanissima. L’ordine politico è/dovrebbe essere l’obiettivo condiviso, non imposto, fatto valere senza eccessi, senza umiliazioni, senza mortificazioni degli sconfitti alle quali, però, Il Primo ministro israeliano non sembra volere rinunciare. Trump non si sa. Oggi sì, domani no, dopodomani sarà un altro giorno.
Oltre all’ordine politico interno all’Iran è indispensabile porsi l’obiettivo dell’ordine politico a Gaza che, ovviamente, non può essere affidato a Hamas, fermo restando che l’Autorità nazionale palestinese, che non ha finora dato buona prova delle sue capacità, deve imparare ad assumersi responsabilità vere e sostanziali. Al momento, è giusto nutrire dubbi. Nessuno di questi ordini politici, peraltro assolutamente auspicabili, fattibili e indispensabili è in grado di reggere se non viene accompagnato e sostenuto a livello superiore. Senza una visione sistemica conflitti, repressioni, oppressioni, comportamenti odiosi continueranno a ottenere risposte parziali e inadeguate. Ambiziosamente, i policy makers, non soltanto quelli volubili degli Usa, ma anche quelli degli Emirati del Golfo, dell’Arabia Saudita, finalmente dell’Unione Europea, e persino il turco Erdogan debbono impegnarsi a disegnare e coordinare una strategia che conduca anzitutto ad un ordine politico accettabile in e per tutto il Medio-Oriente. Allora apprezzeremo al meglio i frutti scaturiti dal regime change, che è giusto cercare di conseguirlo anche perché contiene generose ricompense.
Pubblicato il 25 giugno 2025 su Domani
Il regime change è una strategia di guerra @DomaniGiornale

Regime change, vale a dire il mutamento del regime di uno o più dei contendenti, è un obiettivo del tutto legittimo di qualsiasi guerra fra stati. Eliminare chi ha reso inevitabile lo scontro armato non serve soltanto a porre fine a quello scontro, ma anche a rendere meno probabili scontri successivi. In effetti, il regime change è sempre stato, più o meno palesemente, uno, non il minore, degli obiettivi perseguiti. Se la responsabilità di uno scontro bellico in atto oppure anche solo ripetutamente minacciato, è attribuibile ai detentori del potere politico in uno specifico assetto istituzionale, allora risulta comprensibile e giustificabile perché sia auspicabile, opportuno e accettabile porre l’obiettivo di cambiare quegli assetti istituzionali e di eliminare i detentori di quel potere politico.
Lo scetticismo manifestato da troppi commentatori sulle probabilità di successo di questa operazione è in buona misura malposto e fuorviante. Sicuramente il requisito essenziale per qualsiasi approfondimento è che chi persegue il regime change risulti vittorioso. Poi si apriranno le opportunità di cambiamento del regime, ma non è affatto improbabile che qualche cambiamento non del, ma nel regime, avvenga nel corso del conflitto con riferimento al suo andamento. Non è neppure detto che come, a cavallo fra ignoranza e ingenuità, credevano (volevano far credere) il Presidente George W. Bush e i suoi collaboratori, il regime change sarà coronato dall’avvento di un regime democratico. Peraltro, dopo il 1945 fu democratico l’esito del cambiamento in contesti tanto diversi come la Germania e il Giappone.
Altrove, negli ultimi vent’anni, la situazione si presenta molto variegata. In Iraq il regime change ha significato il crollo del regime sultanista di Saddam Hussein, ma istituzioni e pratiche democratiche, pure innestate, faticano ad affermarsi. Nell’altra situazione post-sultanista, la Libia, lasciata in macerie da Gheddafi, quelle pratiche sono ancora più lontane. Secondo molti il caso più clamoroso di fallimento del regime change è quello dell’Afghanistan nel quale il totalitarismo artigianale dei Talebani ha mostrato una straordinaria capacità di resilienza. L’intervento USA non ha prodotto nessun cambiamento significativo di regime, ma solo una sospensione temporanea, ancorché non breve, del dominio talebano che si è re-imposto con cambiamenti in peggio specialmente per le donne.
Che la teocrazia iraniana abbia sempre costituito una minaccia militare è valutazione molto largamente condivisa. Il suo sostegno a una pluralità di movimenti armati dagli Hezbollah agli Houthi e le sue prese di posizione favorevoli alla distruzione di Israele sono tanto risapute quanto ripetute. Le manifestazioni degli studenti e soprattutto le proteste delle donne, seguite inesorabilmente da pene crudeli crudelmente eseguite, segnalano scontento e opposizione esistenti, ma non sufficienti. Le uccisioni mirate ad opera degli israeliani dei dirigenti di rango più elevato della teocrazia iraniana vanno nel senso di indebolire il regime fino alla sua possibile caduta. Difficilissimo è sapere quanto gli oppositori interni siano già pronti e preparati a sostituire gli ayatollah. Quanto nell’ambito della teocrazia si trovino figure meno compromesse con i comportamenti oppressivi e repressivi in grado di garantire una qualche transizione non confusa e non segnata da eccessi di conflittualità ad una situazione da più parti accettabile. Sbagliato sarebbe pensare che, sbaragliata la sua teocrazia, l’Iran riesca a transitare, lo scrivo proprio così, “armi e bagagli”, ad una fase che conduca alla democratizzazione. Ancora più sbagliato, però, è ritenere che il regime change in Iran non contenga nessuna potenzialità di portare ad un ordine politico nel quale proliferino i germi democratici che esponenti interni, la cui storia e le cui credenziali li possano rendere protagonisti, sapranno far maturare.
Pubblicato il 16 giugno 2025 su Domani
Al fronte del sì serve più unità e leadership @DomaniGiornale

A fronte di “dure difficoltà”, sconfitte elettorali comprese (quella, brutta, dei cinque referendum lo è), chi ha vocazione per la politica, risponde con le parole di Max Weber: “Non importa, continuiamo!” Però, affinché lo “squoraggiamento” non diventi fenomeno diffuso e paralizzante s’impone l’obbligo di un’analisi realistica della situazione in grado di indicare prospettive percorribili. Sbagliato è sostenere che nei referendum sul lavoro (e sulla cittadinanza) si è manifestata una qualsivoglia crisi della democrazia. Al contrario, milioni di italiani hanno fatto uso di uno strumento proprio della democrazia, il referendum abrogativo, che contempla il non voto come modalità per incidere sull’esito. Il problema, semmai, consiste nel prendere atto che nella struttura sociale del paese, già da qualche tempo, i lavoratori dipendenti sono una, per quanto non trascurabile, minoranza. Né i quesiti né i loro sostenitori né la campagna elettorale sono stati in grado di convincere i moltissimi lavoratori autonomi a sostenere una pur nobile battaglia in grado di dare vita a una coalizione sociale e politica potenzialmente maggioritaria.
Certo, nei referendum le poste in gioco possono essere molte, al di là degli specifici quesiti. Cercare di coinvolgere il governo di destra quasi fosse possibile sfiduciarlo dandogli una spallata è stato fin da subito un errore, comunque, non la modalità giusta per portare elettori aggiuntivi alle urne. Al contrario, potrebbe avere convinto i sostenitori di quel governo a starsene comodamente e efficacemente a casa.
Gli elettori meritano sempre rispetto. Hanno mostrato interesse per il referendum. Si sono informati e hanno scelto con la loro cognizione di causa, come dimostrano i “no” al quesito inteso a rendere più facile il conseguimento della cittadinanza italiana. La loro affluenza alle urne ha implicato qualche costo in termini di tempo e di energie, forse anche di spese. Meglio, sempre, a mio parere, gli elettori che partecipano degli astensionisti. Il rispetto per i votanti non significa affatto che debbano, in questa circostanza, contare di più dei non votanti consapevoli. Di più, il rispetto anche degli elettori che hanno preferito non votare non implica affatto che commentatori, politici, gli altri cittadini debbano astenersi dal criticarli sul modo e sulla sostanza. Insistere sull’obiettivo di una democrazia partecipata è raccomandabile e positivo.
Magari i politici del “sì” e i sindacalisti potrebbero utilmente interrogarsi sui loro errori di comunicazione e sulle loro inadeguatezze di mobilitazione. Per fare tornare i conti, anzi, per migliorarli, non sarà sufficiente concordare con Weber e continuare le battaglie senza cambiare molto. Costruire una coalizione politica potenzialmente maggioritaria richiede l’individuazione dei settori sociali ai quali mandare una pluralità di messaggi che spieghino in cosa quella coalizione non soltanto differisce, ma è preferibile al governo in carica. Esige visibile coesione di intenti e non prese di distanza furbesche e frequenti. Per lo più gli elettorati democratici preferiscono la stabilità a qualsiasi prospettiva di ricambio che si presenti all’insegna dell’incertezza e del conflitto.
Max Weber ricorderebbe a tutti quanto importante, mediaticamente e politica, è la leadership. Senza controproducenti ipocrisie è tempo di riconoscere che Meloni ha saputo esaltare il suo profilo di leader, di partito e di governo, anche nella sceneggiata minore della visita al suo seggio elettorale. I contenuti, ovvero, le priorità programmatiche, continueranno a contare, ma senza una leadership alternativa, credibile, emersa/scelta tempestivamente, per tempo, le opposizioni italiane non andranno da nessuna parte. Non riusciranno a ottenere il voto di quel 10 per cento circa che fa sempre la differenza in tutte le elezioni democratiche. Non perché gli elettori non le hanno capite, ma proprio perché, come e più che nel referendum, ne vedono le contraddizioni e le carenze.
Pubblicato il 11 giugno 2025 su Domani
Una idea, un ideale di identità. Le identità italiane “il Mulino” n.2/2025 @rivistailmulino
Pubblicato ne “il Mulino” n.2/2025 pp. 98-105

“Sono un europeo nato a Torino”. Da una ventina d’anni faccio uso di questa frase dopo averla sentita pronunciare da uno studente della Johns Hopkins al quale, per fare una domanda nel corso di una conferenza, era stato chiesto per l’appunto di “identificarsi”. Nella sua riposta e nella mia “appropriazione”, non c’è nessun rigetto della identità nazionale. Sicuramente, c’è una presa di distanza da troppe fastidiose e pompose dichiarazioni di orgoglio nazionale. Soprattutto c’è consapevolezza che oramai da qualche decennio siamo entrati tutti in una fase storico-politica che richiede di (sapere) andare oltre qualsiasi nazionalismo, la degenerazione più frequente e più pericolosa delle identità nazionali, e c’è anche l’auspicio pensieroso (thoughtful wishing) che ci si impegni a costruire una nuova “superiore” identità, quella europea. Dati di sondaggio dicono che il processo è già spontaneamente stato avviato attualmente riguarda, pur con molte differenze, circa il 10 per cento dei cittadini degli Stati membri dell’Unione.
Non ricordo di essermi mai posto il problema dell’identità nazionale, né della mia né di quella dei miei genitori né dei miei compagni di scuola e di università né di quella dei docenti che ho incontrato ai vari livelli. L’ho sempre data per scontata. Riflettendo a posteriori ho cercato una spiegazione della assenza di problematicità nella mia traiettoria scolastica e nel contesto territoriale, sociale, politico e, in senso molto lato, culturale. Sarò più preciso e argomentativo nel corso di questa esposizione. Cercherò anche di fare, come mi pare opportuno, qualche schematico raffronto assolutamente indispensabile per capire e saperne di più.
Già nella toponomastica torinese c’era una certa idea d’Italia, quella risorgimentale nata e promossa dalla monarchia sabauda. La mia scuola elementare era intitolata allo scrittore Edmondo De Amicis. I miei compagni di classe erano tutti italiani, torinesi o dei dintorni, di classe media, di piccola borghesia, qualcuno figlio di artigiani e di operai. La scuola media porta(va) il nome del diplomatico Costantino Nigra e il Liceo classico quello di Camillo Benso conte di Cavour: indubitabilmente l’italianità di chi aveva fatto l’Italia. Per “fare gli italiani”, ambizioso obiettivo e compito additato da Massimo D’Azeglio (nome del più famoso liceo classico di quei tempi), molti nell’ambiente scolastico e, in senso lato, cittadino, pensavano che bastasse l’esempio. Non ho mai ascoltato frasi di critica per l’unità d’Italia, soltanto un po’ di rimpianto per avere ceduto la capitale, ma, si sa, i torinesi tengono fede alla parola data, rispettano i patti, agiscono di conseguenza, coerentemente. Il maestro alle elementari, raro caso di un insegnante uomo, era torinese, ma fra i professori alle medie e al liceo c’erano alcuni meridionali. Però, nessuno che criticasse l’italianità o ne prendesse le distanze dall’italianità. Data per scontata, l’italianità veniva sottolineata senza enfasi negli insegnamenti, letteratura italiana, storia e filosofia, storia dell’arte, che lo permettevano e richiedevano.
All’Università, Facoltà di Giurisprudenza, in quello che allora era il corso di laurea in Scienze Politiche, il clima di fondo era lo stesso. Nonostante le diverse posizioni politiche, ma di ex-fascisti fra i docenti ne ricordo uno solo, di antifascisti molti, però, uno solo davvero “militante”, l’identità italiana non era in nessun modo in discussione. Nessuno dei docenti la sbandierava. Nessuno la criticava, ma negli insegnamenti, storia, diritto, sociologia, scienza politica, aveva una presenza importante. Non ricordo nessuno dei miei compagni di università che se ne facesse portatore né che criticasse o che respingesse la sua appartenenza nazionale. Non mancavano le critiche all’Italia che c’era, mai, però, spinte fino a dichiarazioni di anti-italianità oppure di estraneità, neppure fra gli studenti comunisti. Piuttosto, c’era la ricerca diffusa di una Italia migliore. A quell’Italia, le cui fondamenta venivano indicate nel pensiero e nelle azioni della Resistenza al fascismo, facevano riferimento docenti illustri, non soltanto per la qualità del loro insegnamento, ma anche per il loro impegno pubblico, passato e presente, come, in ordine alfabetico: Norberto Bobbio, Luigi Firpo, Alessandro Galante Garrone, Marcello Gallo, Alessandro Passerin d’Entrèves Ettore Passerin d’Entrèves, Guido Quazza, della cui identità nazionale nessuno poteva dubitare. Ricordo perfettamente i libri che leggevamo, fra i quali i più pertinenti all’identità nazionale furono certamente quelli scritti dal grande storico valdostano di nascita Federico Chabod: L’idea di nazione(1961); Storia dell’idea d’Europa (1961); e L’Italia contemporanea (1918-1948) (1961)
In questo modo: il contesto, i docenti, loro insegnamenti e loro ruolo pubblico, le numerose letture consigliate e fatte si veniva, complessivamente e senza nessuna imposizione e costrizione, costruendo, definendo, aggiustando e adeguando, più o meno consapevolmente, la mia identità nazionale. Sappiamo che c’è una fase formativa che è destinata a durare nel tempo. Sappiamo altresì che si possono presentare con maggiore o minore frequenza situazioni e avvenimenti capaci di incidere sulle esperienze personali, anche, comprensibilmente sulla stessa autorappresentazione della propria identità nazionale. L’espressione inglese per quegli avvenimenti è molto appropriatamente defining moment, non per me, non allora.
Fintantoché ho vissuto a Torino, la mia identità nazionale, quella che si era formata in un contesto che mi appariva in materia privo di scosse e di sfide, era fondamentalmente “protetta”. Alcuni periodi di studio all’estero, Francia e Inghilterra, mi avevano messo in contatto senza sorprese con altre identità nazionali e con l’immagine che i portatori di quelle indennità si erano fatto e mantenevano dell’italiano inteso come persona. Spesso erano pregiudizi, dai quali non mi sentivo toccato, relativi ai nostri vizi nazionali che, naturalmente, ciascuno di noi scarica e attribuisce agli altri.
Qualcosa di molto importante colpì in maniera (da me) assolutamente inaspettata la mia non molto approfondita e non ancora formata e consolidata visione dell’Europa. Mi trovavo a La Rochelle, un tempo capitale degli Ugonotti, per perfezionare la mia conoscenza del francese in un Istituto apposito molto frequentato da ragazzi e ragazze della più varia provenienza: svedesi, norvegesi, inglesi danesi, finlandesi, olandesi, tedeschi, austriaci, polacchi, spagnoli, non saprei dire se ci fossero anche altri italiani (dai quali, programmaticamente, mi sarei comunque tenuto lontano per mantenere la full immersion nello studio del francese). Insieme alla chiara percezione di un ipertrofico orgoglio nazionalista di quei francesi e ad un notevole miglioramento della mia conoscenza del francese, mi è rimasto un ricordo tuttora dominante: il silenzio e la tristezza nelle sale per la colazione e nella grande radura che separava quelle sale dai dormitori quando quel sabato mattina 13 agosto 1961 giunse la notizia della costruzione del muro a Berlino. Senza nessuna retorica credo di potere legittimamente affermare che quei sentimenti rivelatisi comuni a tutti segnalavano in maniera potente l’esistenza di una idea condivisa di appartenenza e di identità europea, il riconoscimento dell’esistenza di una cultura politica democratica che esige la libera circolazione delle persone e delle idee senza barriere.
Anni dopo, immerso nello studio della scienza politica, più specificamente, della “modernizzazione e sviluppo politico” (titolo del mio primo libro pubblicato dal Mulino nel 1970), la sfida dell’identità era sottesa all’analisi dei molteplici processi di costruzione della nazione costretti a svolgersi in ostici e impervi contesti multietnici e multiculturali post-coloniali rispetto ai quali le tensioni italiane Nord/Sud erano rose e fiori. Comunque, non sentivo nessun bisogno né di approfondire né di problematizzare le componenti “contesto/istruzione/persone” a fondamento della mia identità nazionale. Non ricordo occasioni che richiedessero che vantassi quell’identità né che la considerassi qualcosa di cui sentire un peso negativo, un impaccio, la contraddittorietà.
Fu Bettino Craxi a lanciare la prima tanto inaspettata quanto significativa sfida sia a coloro che, come me, avevano una placida concezione di identità nazionale sia a coloro, parte della sinistra, fin troppo internazionalista, ma la cui identità comunista pencolava più o meno visibilmente verso l’Unione Sovietica. L’appropriazione craxiana del tema dell’identità nazionale si accompagnò deliberatamente e mostrò più di un eccesso di strumentalizzazione. Però, il vero spartiacque arrivò soltanto qualche anno dopo con lo spettacolare e memorabile incipit della cassetta di Silvio Berlusconi che annunciava la sua discesa in campo: “L’Italia è il paese che amo”.
Fu il segnale di quello che, con terminologia della politica USA, definisco “riallineamento”.
L’identità italiana non poteva più essere semplicemente un’identità legata a blande appartenenze famigliari, sociali, culturali, letture e interpretazioni della storia incluse. L’identità italiana diventava esclusiva, uno spartiacque fra chi condivideva la politica di Berlusconi e chi vi si opponeva: “comunisti, ex-comunisti, post-comunisti”. Molti oppositori, nient’affatto tutti collocabili nella triade succitata, caddero nella trappola. Incapaci di definire con chiarezza un’identità nazionale alternativa. Parte di loro, intellettuali scettici, dichiarò di vergognarsi di essere italiano. Con qualche sovrapposizione un’altra parte dichiarò che avrebbe lasciato il paese. Entrambe le posizioni, mai neppure lontanamente nel mio orizzonte identitario, erano, fin dall’inizio, perdenti sia sul piano culturale sia sul piano politico. Una terza posizione era possibile: indicare nella Costituzione repubblicana il simbolo più elevato dell’identità nazionale che, dunque, trascendeva qualsiasi posizione di parte. Molti si fecero forti di una espressione che veniva dalla Germania: patriottismo costituzionale, attribuita al famosissimo filosofo politico della Scuola di Francoforte Jürgen Habermas, ma in realtà coniata molti anni prima da un filosofo politico cattolico Dolf Sternberger.
Rapidissimamente, però, il rapporto fra identità nazionale e Costituzione divenne tanto problematico quanto conflittuale e controverso. Da un lato, a destra, in Alleanza Nazionale stavano anche moltissimi di coloro che con la Costituzione, che non avevano votato, non volevano assolutamente identificarsi. La loro identità italiana era del tutto indipendente dal patriottismo costituzionale. Anzi, trovava radici e referenti nel ventennio fascista. Comunque, quella Costituzione Berlusconi voleva riformarla profondamente, deformarla secondo gli oppositori. Dall’altro lato, et pour cause, cioè, di conseguenza, nacquero sulla spinta “profetica” di don Giuseppe Dossetti, e si moltiplicarono, gli intransigentissimi “Comitati per la difesa della Costituzione”.
Su questo versante, l’identità nazionale veniva, se non plasmata, (ri)definita con riferimento esclusivo o quasi alla Costituzione, alla sua storia, quindi all’antifascismo, ai suoi valori e alle culture politiche, liberale, cattolico-democratica, azionista, socialista e comunista, che la avevano scritta. E tutto diventava molto più complicato. Da allora, era e rimane lecito chiedersi che cosa venisse/venga insegnato della Costituzione, e come, nelle scuole di ogni ordine e grado dell’italico stivale da insegnanti sia da quelli politicizzati, in tutte le direzioni, sia da quelli non raramente intimoriti.
Quella, debbo scriverlo con il termine tecnico, socializzazione all’Italia come patria comune indiscutibile che avevo avuto quarant’anni prima a Torino era diventata persino più che impossibile, praticamente impensabile. Nel clima “berlusconiano” post-1994 apparve, meglio venne reso evidente, che di una identità nazionale condivisa seppure con non poche variante di intensità e di affetto, non si avevano quasi più tracce. Continua ad essere forse utile una esplorazione delle premesse sociali e culturali forse persino più importanti di quelle politiche: crollo del sistema dei partiti e scomparsa dei tre maggiori protagonisti della storia dell’Italia repubblicana, per spiegare quel che successe. Infatti, anche da quei partiti era passata una parte non trascurabile dell’identità nazionale tanto che, piccolo, ma significativo, esempio, uno spezzone del malamente sepolto Partito Comunista Italiano si denominò Comunisti Italiani.
La Costituzione è stata scritta da uomini e donne con storie politiche, professionali e personali e con culture politiche differenti, qualche volta contrastanti. Neppure una pur utile ricerca approfondita con gli strumenti più raffinati riuscirebbe a cogliere se, quanto e come ciascuno/a di loro si sia posto il problema dell’identità nazionale, come lo abbia risolto e quanto abbia tentato e sia riuscito a trasferirlo negli articoli della Costituzione. Comunque, sosterrei che ciò conta è l’esito. Non c’è nessun dubbio che la Costituzione italiana ha una concezione alta e chiara, esigente, ma nient’affatto escludente, del patriottismo italiano. Suggerisco di misurare questo tipo di patriottismo costituzionale con riferimento alla esplicita disponibilità a limitare la sovranità nazionale e a collaborare con le organizzazioni internazionali che assicurino “la pace e la giustizia fra le Nazioni” (art. 11) e al riconoscimento del diritto d’asilo allo straniero “al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana” (art.10).
Entrambi questi riferimenti sono al tempo stesso cruciali e altrettanto indispensabili per affrontare il discorso su quanto debbano e possano essere importanti i valori, anche e soprattutto, costituzionali, nel delineare l’identità italiana. Non sono mai stato convinto dalla concezione espressa nella frase ubi patria ibi libertas attribuita a Cicerone. Pur consapevole che meriterebbe di essere analizzata in tutte le sue complesse sfaccettature e implicazioni ne ho un po’ rozzamente proposto il capovolgimento: ubi libertas ibi patria. Se Cicerone intendeva comunicare che la libertà può essere garantita e usufruita soltanto dentro i confini della patria, il mio capovolgimento va nel senso di sostenere che dovremmo, invece, considerare patria soltanto quel luogo, quel contesto nel quale c’è libertà e impegnarci di conseguenza. Pertanto, costruire una patria significa lottare per ottenere la libertà: patriottismo della libertà che, forse confina forse conduce all’internazionalismo, se non addirittura al cosmopolitismo, programmaticamente situato ben oltre qualsiasi identità nazionale.
Dichiararsi europeo è, in un certo senso, indicare e sostenere che l’identità italiana è troppo poco per definire oggi nel mondo un universo personale valoriale. Quella identità deve essere, se non trascesa, comunque completata con riferimento al più grande fenomeno di integrazione sovranazionale politica e sociale di tutti i tempi. Significa anche che commetteremmo un gravissimo errore analitico e politico continuando a trattare l’identità nazionale come una qualità che, una volta acquisita, definita, interiorizzata, sia destinata a non cambiare, a rimanere ferma e fissa, quasi cristallizzata. Tutt’altro. Anche se non intendo a spingermi fino a sostenere provocatoriamente che le “migliori” identità nazionali sono quelle “fluide”, vale a dire disposte e capaci di adattamenti e di ridefinizioni anche molto profonde, imposte dalle sfide contemporanee, rimane che le identità che non si ammodernano finiscono per diventare reazionarie e, quel che più conta, sono inadeguate e conducono a inquietudini e disorientamenti, il terreno più fertile per i populisti. In effetti, finora e un po’ dappertutto, l’impatto delle sfide identitarie populiste sulle regole e sui valori è risultato devastante.
L’identità che, certamente, non può non essere nazionale/nazionalista (Make America Great Again), rischia di essere definita nel rapporto popolo/leader, ma, per lo più, è il leader che si arroga il potere di definire. Lo fa in maniera escludente: gli oppositori sono bollati “nemici” del popolo, anche per blandire e compattare il “suo” popolo. Non c’è bisogno di segnalare quanto diffusi siano oggi in Italia atteggiamenti, rivendicazioni e comportamenti di questo tipo e quanto risultino respingenti per settori molto ampi dell’opinione pubblica la cui identità risulta scossa e rimane inquieta.
La mia impressione è che le modalità: contesto, scuole, insegnamenti, docenti, attraverso le quali moltissimi anni fa ho personalmente “assorbito” l’identità nazionale di italiano, siano troppo cambiate; non esistano più; non siano recuperabili. I cambiamenti hanno interessato soprattutto le scuole, sostanzialmente travolgendo e sconvolgendo qualsiasi possibilità di socializzazione, di insegnamento e di trasmissione di una identità nazionale. Non bastano più neppure le trasmissioni televisive e il Festival di Sanremo per conquistare gli onori e pagare gli oneri relativi alla costruzione e/o alla ridefinizione dell’identità nazionale. Molto orgoglio nazionale/nazionalistico viene suscitato dalle imprese sportive: calcio, tennis, sci, automobilismo (la Ferrari), motociclismo (Valentino Rossi), ma è orgoglio contingente che, incidentalmente, a suo tempo non ha contato praticamente niente per l’identità nazionale dei miei compagni e mia personale.
Non saprei dire se abbia ragione chi ha sostenuto che per avere una identità europea è preliminare avere una identità nazionale. In parte piuttosto significativa la mia sottolineatura dell’europeismo come orizzonte identitario nel quale mi rifletto e, per l’appunto, mi identifico, tutt’altro che da solo, si sostanzia nel riconoscimento e nell’apprezzamento di valori condivisi fondamentali: libertà, eguaglianza di opportunità, giustizia, che sono minoritari, sempre traballanti, non adeguatamente perseguiti nel contesto nazionale italiano. Peggio. Talvolta, quei valori sono considerati di parte e oggetto di appropriazione o di respingimento nella lotta politica. Allora mi chiedo se il mio europeismo non sia anche il prodotto del rifiuto di entrare in dibattiti nei quali le prese di posizione sono visceralmente e ideologicamente di parte.
Concludendo, forse non abbiamo più bisogno di una identità nazionale. Forse le nostre identità nazionali potrebbero essere utilmente servire come elementi positivi di differenziazione nel quadro complesso e complessivo, sovraordinato della identità europea. La competizione sui contributi in termini culturali, sociali e politici delle diverse identità nazionali (quelle degli studenti a La Rochelle più di sessant’anni fa) alla formazione di una identità europea, che non è data, ma costantemente in movimento, sarà il modo migliore per fare gli europei che porteranno a compimento l’unificazione politica dell’Europa.
GIANFRANCO PASQUINO, dal 1970 socio dell’Associazione “il Mulino”, è Professore Emerito di Scienza politica, Università di Bologna
Meloni piccona il potere degli elettori @DomaniGiornale

Il referendum costituzionale non ha quorum. Pertanto, la sua validità non dipende dalla percentuale di votanti, dal partecipazione al voto della maggioranza assoluta degli aventi diritto. I Costituenti ritennero che, dopo due letture del testo in entrambe le Camere a distanza di almeno tre mesi, gli elettori avessero/avrebbero acquisito informazioni sufficienti per esprimere, o no, il loro voto. Parlamentari, uomini e donne di partito, associazioni e, non da ultimo, i mezzi di comunicazione di massa, oggi aggiungeremmo le reti, i social, sarebbero stati in grado di suscitare abbastanza interesse e di spiegare l’importanza del voto spingendo alla partecipazione. Opportuno e giusto che gli elettori interessati, informati, partecipanti venissero poi premiati. Chi vota conta e decide se approvare o respingere la revisione costituzionale. Possiamo legittimamente sostenere che almeno una parte degli elettori che non si è recata alle urne lo ha fatto consapevolmente affidando l’esito ai partecipanti.
L’art. 75 della Costituzione stabilisce che il referendum, richiesto per abrogare, in maniera “totale o parziale”, “una legge o un atto avente valore di legge”, è valido “se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto”. L’onere della diffusione dell’informazione sul quesito referendario e sulle conseguenze dell’abrogazione, ma soprattutto l’arduo compito di convincere la maggioranza assoluta dell’elettorato italiano a partecipare al voto, viene posto interamente sulle spalle dei promotori. Sono loro che debbono trovare le modalità operative e le argomentazioni mobilitanti per sconfiggere coloro che fra furbizia e opportunismo si esprimono a favore dell’astensione dal voto. La furbizia consiste nel trarre vantaggio dall’astensionismo “cronico” già abbastanza elevato che, imprevedibile e non previsto dai Costituenti, conferisce un notevole, immeritato vantaggio iniziale a chi mira ad impedire il raggiungimento del quorum. Sanno che a quorum conseguito perderebbero. Opportunisticamente fanno leva su e sfruttano disinteresse e disinformazione che non sono le migliori qualità degli elettorati in democrazia.
Meglio se le autorità istituzionali, come il Presidente del Senato, non si ponessero alla testa degli astensionisti (ma non sopravvalutiamo il loro seguito). Quanto all’annuncio del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che si recherà al seggio, ma non voterà, non è soltanto uno spettacolo mediatico, una sceneggiata, che verrà coronata da un più o meno grande numero di foto e di riprese televisive. In attesa di saperne di più, che cosa farà Meloni in quel seggio, oltre ad intralciare le operazioni di voto (nel qual caso diventa auspicabile, procedere al suo sgombero), è un modo di deridere chi ha impegnato parte del suo tempo e delle sue energie? Certo non di dare dignità alla politica, di assumersi qualche doverosa responsabilità istituzionali, di riconquistare credibilità anche per gli strumenti, come per l’appunto il referendum, di democrazia diretta.
Intenzionalmente, nell’annunciato comportamento di Meloni non c’è nulla di tutto questo. Piuttosto, si rivela una concezione di democrazia nella quale ridurre comunque il potere degli elettori. Questa concezione si è già manifestata nella forte propensione ad abolire il ballottaggio per le elezioni municipali e regionali, e ha raggiunto il suo culmine nel disegno di legge costituzionale per l’elezione popolare del Presidente del Consiglio, il cosiddetto ”premierato” (pienamente suscettibile di referendum costituzionale) senza che si sappia con quali specifici meccanismi elettorali procedervi. Con tutti condizionamenti esistenti, spetta agli elettori e ai loro rappresentanti eletti cercare di sventare i più o meno sottili tentativi di restringimento della democrazia. Anche se in democrazia si presenteranno altre opportunità, meglio cominciare già dalla occasione offerta dagli imminenti referendum del 8 e 9 giugno.
Pubblicato il 4 giugno 2025 su Domani
Buona politica ripartiamo dal vocabolario “Parole della politica” #recensione di Stefano Folli @repubblica #1giugno

Gianfranco Pasquino Parole della politica il Mulino pagg. 230 euro 17
Gianfranco Pasquino è un noto politologo, professore emerito all’Università di Bologna, socio dell’Accademia dei Lincei, saggista, coautore con Bobbio e Matteucci della prima edizione del Dizionario di politica nel 1976. Ma Pasquino non è rimasto chiuso nella fatidica torre distaccata dal popolo: si è rimboccato le maniche e ha partecipato alla vita politica. Ha vissuto intensamente gli anni dell’Ulivo di Romano Prodi, che ancora rimpiange. Parole della politica, il titolo della sua ultima opera, è in realtà la riedizione, rivista, rifusa e allargata, del volume edito nel 2000. Ma è come se si trattasse di un saggio nuovo di zecca, tanto l’Italia è cambiata in un quarto di secolo. E con lei è cambiato (in peggio) il modo di far politica, la comunicazione tra il “palazzo” e gli elettori, la diffidenza di questi ultimi verso i politici di tutti gli schieramenti, la fortuna di un termine che ha voluto essere la sintesi di fenomeni diversi, talvolta più complessi della loro definizione: anti-politica. La conclusione del libro è al tempo stesso l’espressione della nostalgia verso una stagione migliore per la sinistra italiana e un rimprovero sottinteso — ma non troppo — verso la realtà di oggi. Pasquino considera grave il venir meno di un’identità politica riconoscibile, come pure di un ideale calato in un programma riformatore. L’Ulivo, scrive, sapeva quel voleva: «primo, una precisa definizione del perimetro della coalizione; secondo, un esplicito impegno per la costruzione di una democrazia maggioritaria e bipolare; terzo, il ricorso alle primarie per la designazione dei candidati alle cariche elettive a tutti i livelli. (…) Forse bisognerebbe aggiungervi l’elaborazione di una cultura progressista. Quel che è certo è che nessuno oggi vi sta lavorando e che il “campo largo” non è neppure minimamente il tentativo di riprendere l’esperienza e rilanciare le promesse dell’Ulivo». Il libro è un viaggio nel vocabolario della politica, aldilà del velo del politichese che spesso ne maschera o ne stravolge il senso profondo. Gli intenti manipolatori della cattiva politica verso l’opinione pubblica non si scoprono oggi. Pasquino fa opera meritoria di pedagogia, imparziale ma non neutrale. L’obiettivo palese è contribuire a riavvicinare il cittadino alle istituzioni. Non è ambizione da poco.

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Il ballottaggio è una ricchezza per gli elettori @DomaniGiornale

Anche quando il numero di elettori coinvolti è piuttosto piccolo, le consultazioni elettorali hanno sempre qualcosa da insegnare. Naturalmente, bisogna già possedere qualche conoscenza di base e non leggere gli esiti elettorali e politici con lenti offuscate da ideologie fatiscenti e da mire di tornaconti di beve particolaristico respiro. La prima lezione è molto facile da imparare: nelle elezioni, soprattutto in quelle comunali (e regionali) vince chi riesce a costruire la coalizione più larga e meno litigiosa e conflittuale possibile. Sappiamo anche da non poche esperienze straniere che una parte, anche ristretta, ma spesso decisiva, di elettorato si astiene dal votare persone, liste, partiti che portino nella coalizione conflitti che nuocerebbero alla capacità di governare dopo un’eventuale vittoria. La esplicita condivisione di intenti, e magri anche prove precedenti di lealtà, hanno positivi effetti di attrazione. E, viceversa.
Quando il sistema elettorale utilizzato è maggioritario a doppio turno, il secondo turno essendo un ballottaggio fra le due candidature più votate, gli effetti di cu tenere conto sono molti. Se il menù offre una molteplicità di candidature, gli elettori sanno che debbono votare il candidato/a della loro area che ha maggiori possibilità di vittoria. I dirigenti accorti cercheranno di evitare la dispersione di voti, Quindi, il “campo” non deve soltanto essere “largo”, ma avere una squadra che gioca compatta. Con la variante di doppio turno che si chiama ballottaggio, molti elettori si troveranno privi della candidatura preferita fra le due rimaste in lizza: un problema, ma anche un’oppotrtunità.
Di recente, il centro-destra ha aperto il fuoco proprio contro il ballottaggio sostanzialmente perché, di solito più compatto, il loro schieramene ha spesso, ma non sappiamo in realtà quanto spesso, superato il 40 per cento al primo turno per venire poi sconfitto al secondo turno. Ovvio che hanno un problema politico che vogliono risolvere con un escamotage tecnico. Così facendo, però, dimostrano di non sapere apprezzare le molte virtù del ballottaggio (che valgono anche per le diverse varianti di doppi turni). In primo luogo, nel passaggio dal primo voto al voto per il ballottaggio, tutti i candidati, non solo i primi due, e i dirigenti di partito dovranno impegnarsi a fare circolare informazioni politiche aggiuntive e importanti. Ai candidati esclusi si chiederanno opinioni e endorsement che talvolta potrebbero preludere alla formazione di alleanze per il governo di quel comune.
Quello che conta forse ancor più è che tutti gli elettori vedranno chiare le differenze e sapranno che al ballottaggio il loro voto può risultare decisivo. Insomma, il ballottaggio è un meccanismo importante per chi pensa che bisogna interessare, informare, convincere gli elettori, premiando coloro che partecipano. Lo è anche per i candidati. Se hanno fatto una buona campagna elettorale, i sindaci eletti, naturalmente chi più chi meno a seconda delle loro qualità, ma anche chi ha perso, avranno appreso molto sulle esigenze e sulle preferenze dell’elettorato. Saranno in grado di governare con maggiore cognizione di causa e di offrire risposte più soddisfacenti alla loro intera comunità. Ovvero, comunque, di venire criticati per le loro inadempienze.
Il centro-sinistra ha alcune buone ragioni per rallegrarsi fin qui dell’esito e per proseguire con pazienza, ma senza esitazioni. Altre sfide stanno per arrivare. Il centro-destra non è imbattibile, a livello locale, poi, mostra più di qualche debolezza e talvolta fragile radicamento. Sono situazioni politiche alle quali non basta una, pur talvolta utile, risposta di ingegneria elettorale. Nell’ottica della auspicabile e indispensabile riforma della vigente legge elettorale, almeno una raccomandazione va fatta soprattutto da chi ritiene che il criterio dominante per valutare la bontà di qualsiasi legge elettorale è il potere degli elettori. Non pasticciate con il doppio turno.
Pubblicato il 28 maggio 2025 su Domani
Non genocidio, ma crimini di guerra #ParadoXaForum

Non ho nessuna ragione specifica, personale, famigliare, amicale, di tipo culturale, neppure politica nel senso di appartenenza, per sentire, continuare a provare un profondo senso di colpa per le leggi razziali e, soprattutto, in maniera dolorosa per l’olocausto. Quel binario 21 della stazione di Milano dal quale intere famiglie di ebrei furono deportate ad Auschwitz e le pietre di inciampo che si trovano anche Bologna per ricordare alcuni di loro colpiscono costantemente le mie emozioni più profonde. In maniera non del tutto spiegabile razionalmente. Nessuno della mia famiglia e dei progenitori è stato ebreo. Non ho avuto compagni di scuola riconoscibilmente ebrei, non professori al liceo e all’Università, e neppure colleghi identificabili come ebrei. I miei scrittori italiani preferiti Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Italo Calvino non hanno nulla a che vedere con l’ebraismo e di ebraismo non hanno scritto. Certo, Lessico familiare di Natalia Ginzburg è un romanzo che ho amato, ma il ricordo ammirevole e ammirato che Bobbio ha fatto di Leone Ginzburg sta su un altro piano. Il mio Pantheon degli antifascisti mette in ordine Piero Gobetti, Giacomo Matteotti, i fratelli Carlo e Nello Rosselli. Quando lessi Se questo è un uomo di Primo Levi mi ero già fatto un’idea di che cosa era stato l’olocausto. La foto dell’ingresso al campo di Auschwitz si era già stampata nella mia mente.
No, non riesco proprio a equiparare il genocidio programmato dai nazisti come “soluzione finale del problema ebraico” e da loro eseguito fino al 27 gennaio 1945 a nessun altro, per quanto grave, sterminio di massa. Pertanto, sono più che riluttante, nettamente contrario ad accusare gli ebrei in blocco e il governo di Netanyahu specificamene di genocidio dei palestinesi. Invece, colgo le sembianze di un possibile genocidio nello slogan From the river to the sea Palestine will be free, non so quanto inconsapevolmente pronunciato da molti, da troppi. Comunque lo ritengo ignobile e pericolosissimo. Non aggiungo controproducente poiché è evidente che quello slogan non agevola e non avvicina nessuna soluzione della rappresaglia, legittima, ma diventata enormemente sproporzionata, del governo israeliano contro Hamas. Vorrei che, da un lato, fossero continuamente segnalate le responsabilità in questo conflitto di Hamas e dei suoi sostenitori e finanziatori, e dall’altro, fosse e rimanesse chiaro che nessuna soluzione potrà diventare duratura fintantoché i terroristi di Hamas godranno di agibilità politica. La eliminazione di una potente organizzazione terroristica è un obiettivo bellico giustificabile. Non significa certamente genocidio del popolo palestinese. Però quello che va detto a chiare lettere è che anche nei confronti di Hamas e dei suoi sostenitori debbono valere alcuni principi relativi alla proporzionalità della risposta e alla salvaguardia nella più alta misura possibile dei diritti e della vita della popolazione civile. Da questo punto di vista, non solo è opportuno porre l’interrogativo se il governo Netanyahu abbia commesso crimini di guerra. Tenendo quei crimini nettamente distinti dalle accuse di genocidio, è assolutamente doveroso perseguirli imputandoli a chi ne sarà individuato come responsabile sia fra i governanti israeliani sia fra i dirigenti di Hamas.
Pubblicato il 22 maggio 2025 su ParadoXaforum

