Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia Repubblicana #Presentazione #28agosto 3° Meeting Antifascista A.N.P.I #ReggioEmilia @Anpinazionale @anpi_re @UtetLibri

sabato 28 agosto ore 20.30

Chiostro della Ghiara

via Guasco Reggio Emilia

Gianfranco Pasquino
Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia Repubblicana
(UTET)

con l’autore dialogano
Anna Fava
Irene Guastalla

Chiedetevi perché tanti lottano per la democrazia. @DomaniGiornale

Sul “Corriere della Sera” (23 agosto) Sabino Cassese ha scritto, cito per esteso: “La democrazia è un insieme di istituzioni maturate nel mondo occidentale e non è corretto ritenerla migliore di altri reggimenti [sic] politici e cercare di trasferirla in paese che hanno tradizioni diverse”. Mi è stato subito riferito che le frasi di Cassese hanno già trovato diffusa accoglienza e suscitato grande tripudio in alcuni non imprevedibili ambienti.

   Seduti in un caffè parigino, una Gauloise fra le dita e un Pernod sul tavolino; rifugiatisi nella loro casetta per il fine settimana su un lago tedesco; raggruppati in vocianti tavolate che criticano aspramente uno qualsiasi dei governi latino-americani; ad un congresso in una ridente località balneare fra colleghi politologi, sociologi e persino studiosi di diritto costituzionale; nella riunione di redazione di un quotidiano romano orgogliosamente progressista, molti pensosi intellettuali lamentano con faccia triste che la democrazia è in crisi, è una causa persa, non può essere salvata. Danno tutti ragione a Cassese: la democrazia è un “reggimento” che non regge più. Poi, inopinatamente, mi giungono altre notizie. Rannicchiati e picchiati in qualche prigione cinese, agli arresti domiciliari nel Sud-Est asiatico, braccati dalla polizia in diversi Stati africani, nascosti sotto protezione perché è stata lanciata una fatwa contro di loro, malmenati/e in piazza Taksim, ricacciate in densi burqa, centinaia di migliaia di oppositori, uomini e donne, lottano in nome della democrazia – sì, proprio quella, occidentale, che hanno visto in televisione e nei film americani, e sperimentato come studenti a Oxford, Cambridge, Harvard, persino alla Sorbona, a Berlino e a Bologna (l’ateneo del quale è studente Patrick Zaki da più di un anno in una fetida cella egiziana), organizzano attività, reclutano aderenti, qualche volta mettono consapevolmente a rischio la loro vita. Lo ha confermato di recente, dal carcere nel quale è rinchiuso per insubordinazione, il leader degli studenti di Hong Kong, Joshua Wong: “Anche se siamo lontani, la nostra ricerca di democrazia e di libertà è la stessa”.

   Per nessun altro regime (reggimento?), mai, così tante persone di nazionalità, di cultura, di colore, di età e di genere diverso si sono impegnate anche rischiando (e perdendo) la vita. Ritengono che la democrazia, quell’insieme di regole, procedure e istituzioni che promuovono e proteggono più estesamente e concretamente i diritti civili, politici, persino sociali, è la forma migliore di governo. Sanno che sarà sempre sfidata in nome dei suoi stessi principi e valori. Come scrisse mirabilmente alcuni decenni fa Giovanni Sartori, professore di Scienza politica, esiste una democrazia “ideale”, quella che ciascuno di noi intrattiene nelle sue speranze ed esistono democrazie “reali” con inevitabili problemi di funzionamento e con enormi capacità di apprendimento e di autoriforma come, Churchill conferma, nessun altro “reggimento” politico.

Pubblicato il 25 agosto 2021 su Domani

La passerella in festa. Pasquino detta l’agenda al Pd @formichenews

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, individua tre-quattro temi da discutere in chiave di programma politico e di impegno pedagogico alla Festa dell’Unità che si terrà a Bologna dal 26 agosto. Ma primo tra tutti: ridurre al minimo le passerelle dei capi e dei sottocapi correnti

Era da moltissimi anni, trentacinque?, che non ricevevo un invito tanto gratificante. Gli organizzatori della Festa dell’Unità che si aprirà a Bologna il 26 agosto mi hanno chiesto di individuare tre-quattro temi da discutere in chiave di programma politico e di impegno pedagogico di un partito a vocazione governativa –quella maggioritaria è andata perduta tempo fa. Rispondendo positivamente ho subito richiesto che siano ridotte al minimo le passarelle dei capi e dei sottocapi correnti.

Al primo posto dei temi ho collocato una discussione sulla Presidenza della Repubblica italiana: che cosa è stata e che cosa dovrebbe essere, con qualche candidato, per esempio, Casini, Veltroni e Franceschini, ma anche Casellati, chiamati a fare non tanto l’identikit, sarebbero sufficienti le loro biografie politiche, quanto l’elenco dei problemi che la prossima Presidenza dovrà inevitabilmente affrontare. Il secondo posto se lo sono guadagnato giustamente le afghane alle quali bisogna non solo offrire scuse e ospitalità, ma sostegno concreto, robusto, vibrante, incessante di prospettive di vita. Chiamare in causa l’Europa è indispensabile, esplorare come un partito progressista può formulare politiche nazionali è imperativo. Ne segue logicamente il tema della cittadinanza.

   La Festa dell’Unità sarà il luogo dove ministri e esperti definiranno esattamente le differenze fra ius soli e ius culturae, diranno come gli altri Stati-membri dell’Unione Europea si comportano in materia, spiegheranno quale Italia e quali italiani non solo immaginano, ma vorrebbero vedere nei prossimi vent’anni: meno, ma migliori? E allora, poiché finalmente tutti, insomma, quasi, hanno imparato che è l’istruzione la leva sulla quale poggiare per produrre crescita culturale e economica, il Ministero dell’Istruzione organizzerà tre o quattro incontri sulla qualità dell’istruzione a tutti i livelli, sulla necessità della valutazione di docenti e studenti, di corsi e istituti, di esiti, inoltrandosi nella selva, densissima, ma tutt’altro che oscura, intitolata “Premiare il merito”. Last but not least, ho chiesto che si tengano alcune vere e proprie lezioni sulla scienza: cos’è il metodo scientifico, come si fanno le ricerche, come si valutano e si aggiornano le conoscenze acquisite.

La Festa dell’Unità è il luogo più appropriato dove mettere a confronto i politici, i decision-makers, i portatori di conoscenze e di competenze. Gli organizzatori mi hanno risposto che prenderanno in seria considerazione tutte le mie proposte chiedendomi un supplemento di istruttoria relativo alle presentazione dei libri di Letta e di Renzi (ho suggerito di farne una congiunta) e i nomi delle giornaliste e dei giornalisti “amici”. Ne è seguito uno scambio un po’ acceso poiché sono un sostenitore di interviste non sdraiate. Ho vinto soltanto su un punto: non inviteranno nessuno di Formiche. Mi hanno anche detto che la mia presenza non è necessaria. Non debbo scomodarmi. Andrà tutto bene; anzi, meglio. La passerella, pardon, la Politica, al posto di comando.  

Pubblicato il 24 agosto 2021 su Formiche.net

#CuoreGranata “Storie di professionisti con il Toro nel cuore” A Gianfranco Pasquino la maglia n.12 @Toro_News #intervista

 “Abbiamo mantenuto la promessa fatta al Prof. Gianfranco Pasquino consegnandogli la maglia n. 12 che rappresenta noi Tifosi.”

GUARDA L’INTERVISTA QUI

Rubrica a cura di Andrea Arena

Che cos’è #CuoreGranata “Storie di Persone e Professionisti con il Toro nel Cuore”? Questa rubrica è il luogo in cui noi tifosi del Toro ci incontriamo, ci riconosciamo e innalziamo il nostro senso di comunità. È il luogo dove pratichiamo l’#inclusione e apriamo le nostre braccia alla ricerca degli altri. È il luogo dove siamo un #gruppo sentendoci diversi, imperfetti e invincibili. È il luogo dove ritroviamo l’#energia da impiegare nel nostro cuore di tifosi. È il luogo dove cresce l’#impegno e vince il nostro bisogno di #riscatto. Il nostro esempio è il Grande Torino che, partendo dalle rovine di una guerra, con il duro lavoro e l’organizzazione, ha fatto nascere in Italia la prima società sportiva moderna e capace di gestire le risorse. Il primo passo è rimboccarsi le maniche, proprio come faceva il nostro Capitano Valentino Mazzola e volgere lo sguardo verso di noi.

In questa dodicesima puntata Andrea Arena intervista il professor Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori. Associate Fellow della SAIS-Europe di Bologna, è stato direttore, dal 1980 al 1984, della rivista “Il Mulino” e, dal 2000 al 2003, condirettore della “Rivista Italiana di Scienza Politica”.

Dal 2010 al 2013 presidente della Società Italiana di Scienza Politica, è autore di numerosi volumi, i più recenti dei quali sono: Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (2019), Italian Democracy. How It Works (2019), Minima politica. Sei lezioni di democrazia (2020); Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (2021). Ha co-diretto insieme a Norberto Bobbio e Nicola Matteucci il celebre Dizionario di politica (2016, nuova edizione aggiornata). Ha insegnato nelle Università di Firenze e in quelle di Harvard, di Los Angeles, alla School of Advanced International Studies di Washington. Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei. Dal luglio 2011 fa parte del Consiglio Scientifico dell’Enciclopedia Italiana. Ha ricevuto quattro lauree ad honorem: dall’Università di Buenos Aires nel 1996; dall’Università de La Plata nel 2001; dall’Università Cattolica di Cordoba nel 2011; dall’università dello Stato di Hidalgo (Messico) nel 2018.

GUARDA L’INTERVISTA QUI

VIDEO La libertà: una possibilità necessaria #LectioMagistralis SALÌBER FEST 2021

Castello Normanno Svevo di Salemi

Sul canale YouTube Salìber Fest – Salemi Festival Del Libro il video integrale

https://www.youtube.com/watch?v=6S6QX…

Si ringraziano gli organizzatori per la concessione

L’autunno delle Sardine: nessun singolo vince contro l’apparato @DomaniGiornale

In una intervista rilasciata nella fase di nascita del Movimento delle Sardine Mattia Santori dichiarò che chi aveva frequentato le lezioni di Scienza politica di Pasquino non poteva diventare populista. Sono assolutamente d’accordo. Forte è la probabilità che in quelle lezioni il prof delineasse anche alcune alternative per i movimenti: tenere alta la mobilitazione oppure istituzionalizzarsi; tentare di cambiare i partiti e le loro politiche criticando e premendo dall’esterno oppure entrarvi. Mi pare che la mobilitazione delle Sardine, il cui contributo alla vittoria di Bonaccini contro Salvini (pardon, Borgonzoni) resta peraltro difficile da valutare, sia scemata e che nessuna istituzionalizzazione sia stata tentata. Non credo proprio che il Partito Democratico sia stato sufficientemente “premuto” dall’esterno affinché cambiasse alcune sue politiche e meno che mai la sua organizzazione. Vedo, invece, che Mattia Santori ha accettato di essere collocato nella lista del PD che sostiene la candidatura di Matteo Lepore a sindaco di Bologna. Entrismo?

   Certo, il PDB (bolognese) da cui Santori accetta la candidatura non è molto diverso da quello da lui e da tantissime sardine sfidato qualche anno fa. Anzi, è al punto massimo del suo inesauribile continuismo. Il decennale assessore Matteo Lepore ha vinto le primarie, ma non bisogna dimenticare che era stato praticamente incoronato suo successore dall’unico sindaco di Bologna, Virginio Merola, che dagli anni novanta è riuscito a rimanere in carica per dieci anni. In quello che l’incoronato promette non si vedono novità programmatiche né, tantomeno, vado con il politichese, “discontinuità”. Da quale fonte, da quale dichiarazione, da quale azione Santori abbia colto la possibilità di trovare spazio per esercitare un ruolo di pungolo, di stimolo, di orientamento per fare cambiare il Partito Democratico è impossibile dire. Lui non è stato preciso limitandosi a sostenere che rimarrà “indipendente”.

   Naturalmente, le scelte personali hanno motivazioni dei più vari tipi: mettersi alla prova, imparare di più sulle istituzioni, svolgere il compito di rappresentante di esigenze e di preferenze sottovalutate, dimenticate, escluse. Tutti compiti tanto nobili quanto difficili la cui esecuzione dovrà essere monitorata in maniera sistematica. Forse Santori cercherà anche di essere la cintura di trasmissione delle linee politiche, alquanto indistinte e stinte, delle Sardine di oggi. Precedenti esperienze suggeriscono che un qualche apporto elettorale al PD potrà venire dalla candidatura di Santori, in special modo se le Sardine bolognesi vorranno impegnarsi nella sua campagna elettorale. Quello che sappiamo con maggiore certezza è che, da un lato, lo spazio di autonomia e di influenza di un solo consigliere comunale è molto limitato e soprattutto che ci saranno numerose occasioni nelle quali le Sardine fuori dal Consiglio saranno frenate nelle loro iniziative e la Sardina nel consiglio entrerà in rotta di collisione o con quanto si muove fuori o con i detentori del potere politico dentro il Consiglio comunale.

   Dal punto di vista del cittadino elettore del PD e sostenitore delle Sardine è augurabile che si trovi (ma chi lo farà?) una non facile sintesi. Il punto di vista dell’analista politico è che nessun singolo vince contro un apparato che si è ricomposto in un clima di grande soddisfazione e compiacimento e che quel singolo dovrà prepararsi ai tempi duri non solo dell’irrilevanza, ma anche dell’indifferenza con ripercussioni negative, frenate e dissensi, sull’autunno del movimento.

Pubblicato il 23 agosto 2021 su Domani   

Come stare nella lunga notte dell’Afghanistan

Anche se ho sempre nutrito dei dubbi sul fatto che noi occidentali “avessimo” l’Afghanistan, adesso è sicuro che l’abbiamo “perso”. Inutile è dare tutta la colpa a Biden. Nei vent’anni di presenza, occupazione mi pare parola eccessiva, si sono succeduti quattro Presidenti USA e Biden ha ereditato una situazione fortemente compromessa. Le lamentazioni sui suoi errori e sulle inadeguatezze culturali e politiche degli occidentali continueranno. Come sono finora state impostate, mi pare che non porteranno a grandi miglioramenti strategici. Meglio, più importante, più politico e, nella misura del possibile, più “etico” concentrarsi su quello che si può e si deve fare adesso. Tatticamente. Naturalmente, la priorità assoluta è salvare le vite di coloro che hanno lavorato per gli occidentali come interpreti, guide, operatori nei vari servizi, ospedali e scuole, centri culturali, che gli occidentali avevano costruito. Su quelle attività si fondava la speranza di dare vita a una società civile afghana in grado di ottenere ordine sociale e sviluppo economico e, soprattutto, culturale.

   Nella loro prima conferenza stampa i talebani hanno affermato che rispetteranno il ruolo delle donne, ma hanno ribadito che applicheranno la sharia che quel ruolo lo vede tremendamente totalmente definito in termini repressivi. Da lontano, possiamo affermare che alle donne afghane debbono essere riconosciuti e preservati i diritti che la presenza occidentale aveva consentito loro di acquisire: avere un lavoro, andare a scuola, muoversi e vestirsi liberamente. Nell’Occidente l’abbiamo imparato un po’ dappertutto, anche se non del tutto: la qualità della vita di tutti si misura sul tasso di partecipazione delle donne alla vita sociale, culturale, economica e, non da ultimo, politico di ciascun paese. Salvare le donne in pericolo è cosa essenziale, ma decisivo è che gli occidentali si adoperino in qualsiasi modo utile ad aiutare le donne afghane a non perdere quanto faticosamente conquistato in un ventennio.

   Concretamente, questo significa che tutti i paesi occidentali, a partire dall’Italia, debbono tenere aperte le loro ambasciate e consolati, luoghi di rifugio e di sostegno. Debbono fare funzionare le scuole che avevano istituito o contribuito a creare al tempo stesso che mantengono gli impegni in tutte le strutture ospedaliere. Debbono continuare a operare in tutte le attività portate avanti dalle cooperative che garantiscono lavoro ad un numero considerevole di donne e uomini afghani. Ciascuna e tutte queste attività sono pericolose e quindi richiederanno la presenza di personale addestrato anche all’uso delle armi. Gli occidentali hanno il dovere di restare in Afghanistan ovviamente negoziando la loro presenza con le autorità talebane, chiarendo compiti e limiti loro propri, ma anche chiedendo agli afghani il rispetto delle vite. La nottata sarà molto buia e certamente lunga, ma una vita degna di essere vissuta non può che essere costruita con pazienza e con la convinzione nei valori di libertà e di eguaglianza. Ricominciamo da lì.

Pubblicato AGL il 19 agosto 2021

L’occupazione ha fatto emergere anche una società civile afghana @DomaniGiornale

In Afghanistan c’erano le truppe americane, ma anche quelle della NATO nonché i soldati italiani che, notoriamente, svolgono solo missioni umanitarie (sic). Prima, con nessun successo ci furono anche i sovietici, sonoramente costretti a ritirarsi dopo alcuni anni di guerra perdente. In Afghanistan gli USA non andarono per esportare la democrazia (il tentativo fu abbozzato in Iraq un paio d’anni dopo), ma per colpire i terroristi di Al Quaeda e distruggerne i santuari. Ci sono riusciti. La maggior parte del tempo e la maggior parte delle risorse, certo, inopinatamente ingenti, furono destinate a compiti definibili di nation-building, di costruzione di strutture in grado di produrre e mantenere l’ordine politico e sociale. Pur avendo rotto i rapporti (o forse proprio per questo) con i suoi colleghi al Dipartimento di Stato, Fukuyama indicò chiaramente gli obiettivi nel libro da lui curato Nation-Building. Beyond Afghanistan and Iraq (2006): addestrare e equipaggiare le Forze Armate, dotare le principali città di forze di polizia efficienti, dare vita a una burocrazia statale capace di fornire i servizi essenziali e di attuare le decisioni del potere politico, costruire ospedali e scuole, garantire il diritto a libere elezioni. Ma, come ha tanto intelligentemente quanto sarcasticamente scritto uno studioso argentino, Fabián Calle, “il potere del voto non potrà mai essere alla stessa altezza del potere dei messaggeri della volontà di Dio”.

   Quella americana non era, dunque, una “semplice” e criticabile, in effetti talvolta criticata (da chi?), occupazione militare. Non aveva inspiegabili obiettivi territoriali quanto, piuttosto, l’obiettivo, idealistico (proprio così) di fare emergere una società civile, a cominciare dalla libertà per le donne e da un loro ruolo, in uno dei luoghi più impervi al mondo. Parte di questi obiettivi, come rivelano le molti voci di donne terrorizzate dalla prospettiva di ripiombare nella sottomissione violenta ai talebani, erano stati conseguiti. Certo, è giusto andare alla ricerca di una spiegazione del collasso degli apparati statali afghani. Non so se tutta la risposta sta nella enorme corruzione soprattutto dei vertici, ma credo che una nazione e i suoi apparati non siano mai facilmente costruibili laddove i gruppi etnici, a cominciare dai Pashtun ai quali appartengono i talebani, non abbiano nessuna intenzione di giungere a compromessi.

   Chi critica l’occupazione militare USA non dovrebbe oggi, in maniera assolutamente contraddittoria, lamentare il “tradimento” degli USA che ritirano le loro truppe. Forse il segretario generale della NATO ha preventivamente espresso il suo dissenso rispetto alla decisione di Trump attuata da Biden? Si è levata alta e forte la voce di Macron, di Merkel e di Di Maio/Guerini? Nessuno degli analisti ha pre-visto un crollo tanto rapido e capillare quanto quello che in pochi giorni ha consegnato il paese ai Talebani. A furia di azioni umanitarie, le varie missioni europee non si erano mai preoccupate di quanti e quanto armati fossero i talebani? La delega data agli americani per i colloqui “di pace” ha implicato tappare le orecchie e chiudere gli occhi dei cooperanti, dei dirigenti, degli ambasciatori europei presenti e attivi in Afghanistan? Nessuno può mettere in dubbio che, adesso, salvare le vite e il futuro di chi ha collaborato con gli europei e gli italiani, sia l’obiettivo prioritario da perseguire. Non aggiungerò “senza se e senza ma” perché credo sia opportuno interrogarsi se la fuoruscita di tutti gli Afghani e Afghane che hanno lavorato con gli occidentali per un esito molto diverso non finisca per privare il paese proprio delle energie di cui ha più bisogno: quelle di coloro che vogliono un paese decente per donne e uomini, non schiacciato da un credo religioso e da leggi crudeli.

Pubblicato il 18 agosto 2021 su Domani

La libertà: una possibilità necessaria #LectioMagistralis #inpresenza al SALÌBER FEST Salemi #Trapani #20Agosto #LibertàInutile @UtetLibri #salìberfest

Ore 18 Castello Normanno Svevo di Salemi

Passettini, posizionamenti, e Presidenza. Riusciranno Conte e Letta a intestarsi qualche merito? @formichenews

L’elezione del Capo dello Stato e la gestione dei primi fondi europei saranno passettini nella direzione giusta, ma riusciranno Pd e Conte, Letta e il Movimento 5 Stelle a intestarsene qualche merito politicamente fruttuoso? Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica e Accademico dei Lincei

Giustamente, nella sua intervista a Formiche.net, il mio amico di lunga data Giuliano Urbani critica le mosse dei dirigenti dei partiti del centrodestra. Sicuramente, il declino di Berlusconi e di Forza Italia suggerisce che non saranno i moderati/centristi a dettare tempi e modi della coalizione di centrodestra. Di tanto in tanto, quasi come in un gioco dei quattro cantoni, un editorialista del Corriere della Sera, talvolta persino il direttore, lamentano la mancanza di un centro, meglio di un partito di centro, nel variegato sistema dei partiti italiani. Non sempre i vagheggiatori hanno consapevolezza del fatto inesorabile che un partito di centro che avesse qualche successo elettorale renderebbe impraticabile qualsiasi competizione bipolare e manderebbe in soffitta la famigerata democrazia compiuta, dell’alternanza.

Sul versante che non chiamerò del centrosinistra, ma più propriamente del Partito democratico e delle 5 Stelle, l’unica opzione praticabile sembra essere quella di un’alleanza che da mesi tutti i sondaggi danno minoritaria e perdente nelle intenzioni di voto degli italiani. L’attesa, adesso che ha ottenuto il mandato che desiderava, è tutta su Conte e sulla sua strategia: spostare il baricentro del Movimento verso il Nord. Da quel che le analisi elettorali hanno scoperto da tempo, non è affatto probabile che nel Nord esista un ampio bacino di elettori orientabili verso le 5 Stelle. Continuo a pensare, ma i dati mi confortano, che parte tutt’altro che piccola dell’elettorato pentastellato sia stata mobilitata dalla protesta e dall’insoddisfazione nei confronti della politica e del funzionamento del sistema politico. Nel Nord protesta e insoddisfazione sono, da un lato, meno diffusi che nel Sud, dall’altro, hanno storicamente trovato accoglienza nei ranghi della Lega. Le ambiguità di Salvini rappresentano adeguatamente buona parte di questo elettorato.

Lasciando Conte alla sua difficile ricerca, continua a non essermi chiaro che cosa effettivamente ricerchi il Partito democratico di Letta. I segnali sul terreno, per me importante, dei diritti: legge Zan e cittadinanza ius soli o ius culturae, sono più che apprezzabili, ma chi li apprezza è già da tempo un’elettrice/tore del Pd. Forse verranno corroboranti vittorie democratiche nelle elezioni amministrative e probabilmente sventolerà il vessillo di Enrico Letta nel collegio uninominale di Siena. Nulla di questo, però, fa prevedere uno “sfondamento” elettorale prossimo venturo. Non intravedo indicazioni e mosse che riescano a mobilitare parti della società civile abitualmente in posizioni “wait and see” né innovazioni specifiche in materia, ad esempio, di lavoro e diseguaglianze.

Forse hanno ragione quelli che si concentrano sugli obiettivi ineludibili: una buona elezione del Presidente della Repubblica e un’efficace utilizzazione della prima, già considerevole, tranche dei prestiti e dei sussidi dell’Unione europea. Saranno passettini nella direzione giusta, ma riusciranno Pd e Conte, Letta e il Movimento 5 Stelle a intestarsene qualche merito politicamente fruttuoso? Sapremo l’ardua risposta molto prima dei posteri.

Pubblicato il 14 agosto 2021 su formiche.net