Come battere l’astensione cronica sui referendum @DomaniGiornale

I riferimenti troppo frequenti, poco precisi e incompleti al referendum sulla preferenza unica del 9 giugno 1991 sono in parte inappropriati in parte inutili per illuminare tutte le problematiche concernenti i prossimi referendum, per brevità, sul lavoro e sulla cittadinanza. Apparentemente faccenda puramente tecnica, il referendum sulla preferenza unica colpiva il sistema di potere, in particolare democristiano, che si era costruito sulle “cordate” di parlamentari e sulle loro correnti. Era anche il grimaldello per una riforma più incisiva delle leggi elettorali proporzionali, come subito capì Giuliano Amato, vicesegretario del Partito Socialista Italiano, che cercò di bloccarla sul nascere dichiarando incostituzionalissimi i referendum elettorali. Gli inviti all’astensione vennero, certo sulla scia di Craxi e del suo andare al mare quella domenica (peraltro al Nord il tempo non fu buono), ma anche da altri leader politici come Bossi che dichiarò che avrebbe fatto una lunga passeggiata nei boschi padani, da De Mita che sarebbe rimasto a casa a giocare a carte, e, a proposito delle autorità istituzionali, dal democristiano Antonio Gava, Ministro degli Interni preposto ai procedimenti elettorali, che annunciò di trascorrere la domenica con gli “amici”. Quel 95 per cento dei 62,5 per cento di italiani che recatisi all’urne votò sì alla preferenza unica segnalarono non solo di volere una riforma elettorale che permettesse loro di scegliere i parlamentari, ma misero in evidenza quanto quella classe politica del pentapartito avesse perso contatto con la società.
I quattro quesiti referendari attuali sul lavoro invitano piuttosto a riflettere su un altro importantissimo referendum, per brevità, sul taglio della scala mobile (9-10 giugno 1985), molto controversa riforma voluta e ottenuta dal Presidente del Consiglio Bettino Craxi e molto contrastata dal segretario del Partito Comunista Italiano che volle il referendum appoggiato soltanto da una parte della CGIL, segretario generale Luciano Lama. Per qualche tempo, Craxi intrattenne l’idea di fare fallire il referendum chiamando l’elettorato all’astensione. Venne fortemente sollecitato in quel senso, è opportuno ricordarlo, dal leader radicale Marco Pannella. Alla fine decise di accettare la sfida che vinse (partecipazione 77,85 per cento, no all’abrogazione 54,3) mettendo in gioco la sua stessa carica. Un minuto dopo la eventuale vittoria degli abrogatori avrebbe lasciato la Presidenza del Consiglio. Una lezione di accountability, di accettazione di responsabilità politica e istituzionale seguita da Matteo Renzi nel 2016 e da segnalare a Giorgia Meloni quando il suo premierato arriverà al vaglio del referendum costituzionale.
Da queste esperienze discendono due importanti lezioni. Prima, se il contenuto politico della legge è effettivamente significativo gli elettori vanno alle urne. Seconda, nella misura in cui i partiti si attivano la partecipazione elettorale supera il quorum giustamente richiesto per abrogare leggi approvate da una maggioranza dei parlamentari.
Se il tasso di astensione fosse conseguenza del disagio, come troppi sbagliando ritengono, ai promotori del referendum basterebbe convincere i “disagiati” che l’abrogazione di alcune leggi sul lavoro migliorerà le loro condizioni di vita. Sappiamo che non è così poiché il tasso medio di astensionismo è cresciuto a livelli che i Costituenti non potevano neppure lontanamente immaginare. Parte non piccola di quell’astensionismo è cronica, strutturale, non recuperabile. Conferisce un vantaggio iniziale immeritato agli oppositori di qualsiasi quesito referendario. Esistono convincenti proposte per sterilizzare questo vantaggio e per premiare, invece, i cittadini che si interessano, si informano, partecipano. Queste proposte potrebbero essere utilmente esposte e dibattute anche durante l’attuale, un po’ sonnecchiante, campagna elettorale. Le strade della democrazia sono molte. Bisogna trovarle, aprirle, percorrerle.
Pubblicato il 21 maggio 2025 su Domani
Parole della politica @edizionimulino #video #presentazione

In politica, le parole, anche quelle che da qualche tempo circolano sulle più svariate reti sociali, servono a trasmettere messaggi e persino idee. Possono insegnare. Vogliono persuadere e talvolta mirano a manipolare. Sono, comunque, importanti. Pertanto, definire e chiarire il significato delle parole, vecchie e nuove, della politica e dei concetti che talvolta ne conseguono, e denunciare l’ignoranza e la manipolazione dei comunicatori, operatori dei mass media, commentatori ed esponenti della politica, è un dovere civico, ma anche un compito scientifico. Senza nessuna concessione diplomatica, l’autore offre definizioni etimologiche, storiche e derivanti dall’uso e abuso di alcune parole e di alcuni concetti che fanno parte del linguaggio contemporaneo della politica non soltanto di quella italiana. Un libro prezioso, da consultare, leggere e utilizzare per non farsi ingannare, per capire di più e meglio, per contrastare i manipolatori e per orientarsi senza esitazioni in una Babele che sta diventando pericolosa.
INDICE
Presentazione
Antipolitica
Astensionismo
Bipolarismo
Campo largo
Cancellierato
Colpi di maggioranza
Conflitto di interessi
Consociativismo
Cordone sanitario
Crisi della/e democrazia/e
Democrazia maggioritaria
Deriva plebiscitaria
Doppio turno (e Ballottaggio)
Egemonia culturale
Fine della storia
Fisarmonica del Presidente
Governi
Guerra
Ius scholae
Madre di tutte le riforme
Mandato/i
Mani pulite
Mattarellum
Muro di Berlino
Occidente
Par condicio
Patria
Picconatore
Porcellum
Poteri forti
Premierato (alla Meloni)
Primarie
Referendum costituzionale
Ribaltone
Scontro delle civiltà
Semipresidenzialismo
Sinistra
Sovranismo
Tangentopoli
Trasformismo
Ulivo
Nota bibliografica
Nazione Italia e Unione Europea. Riforme costituzionali e geopolitica #Rotary #15maggio #Budrio #Bologna

15 maggio 2025 ore 20
Luogo: Ristorante Giardino, Via Gramsci, 20 Budrio
Club: R.C. Bologna Valle dell’Idice
Nazione Italia e Unione Europea. Riforme costituzionali e geopolitica
Gianfranco Pasquino Professore Emerito di Scienza Politica presso l’Università di Bologna, già docente alla Johns Hopkins University di Bologna e membro dell’Accademia dei Lincei.
Prepotente e incompetente il micidiale riformatore USA @DomaniGiornale

Con un misto di superficialità, improvvisazione e prepotenza, il Presidente USA ha annunciato che intende riformare il mondo. Applicherà una dottrina semplice, bella pronta, ready made: Rifare Grande l’America. Apparentemente, né lui né i suoi collaboratori, scelti prevalentemente con il criterio del tasso di adorazione nei suoi confronti, si sono interrogati sulle cause del più o meno significativo declino dell’America nei grosso modo vent’anni trascorsi. Da lui in parte interpretata e rappresentata, anche visceralmente, e in larga misura guidata, la reazione è stata diretta contro la cultura woke. In sintesi, woke compendia tutte le tendenze socio-culturali e di stili di vita espresse e in parte, in maniera molto/troppo acritica, accettate e lodate dai democratici e dall’influente, ma tutt’altro che egemone, establishment nel mondo dell’informazione, delle università d’élite, del cinema. A quei comportamenti, peraltro non ancora adeguatamente valutati né nei loro eccessi né nella loro spinta positiva verso una società DEI, ovvero caratterizzata da Diversità, Equità, Inclusione, Trump ha contrapposto un ritorno al passato. Il suo annuncio è sembrato molto rassicurante, con qualche punta di risentimento e di rivalsa, all’elettorato che, per ragioni di conoscenze e tipo di attività lavorative, si sentiva e considerava non solo sfidato, ma lasciato indietro, umiliato e abbandonato. Un’America più grande darebbe più prestigio anche a loro, li renderebbe patrioti orgogliosi.
Da tycoon per il quale i soldi sono la misura non soltanto della ricchezza, ma dell’abilità personale e del successo ottenuto, Trump si è buttato anzitutto sui dazi per recuperare la potenza economica USA. Poi ha cercato di dimostrare che lui è in grado di rimettere gli USA al centro dell’ordine (disordine) internazionale. I dazi si stanno rivelando, come tutta la teoria economica ha sempre sostenuto, un fallimento gigantesco, costoso, non recuperabile. Anche la risposta ai due gravi conflitti in corso, pur molto diversi fra loro: aggressione russa all’Ucraina; e prolungata e sproporzionata rappresaglia israeliana contro Hamas e i palestinesi, evidenzia una visione inadeguata e persino pericolosa di Trump sia sul mondo che c’è sia su quello che si potrebbe/dovrebbe costruire.
Soltanto un megalomane poteva pensare di costruire qualcosa di decente nel conflitto russo/ucraino umiliando il Presidente Zelensky e stabilendo un rapporto personale diretto con Putin riconoscendo all’autocrate russo un potere da tempo perduto e irrecuperabile. Non ne sarebbe, comunque, derivata nessuna pace “giusta e duratura”, niente di cui vantarsi. Caduta l’opzione non si intravede nessuna strategia trumpiana alternativa. Anche nel Medioriente Trump non può sbandierare nessun successo. La striscia di Gaza non è destinata a diventare una “riviera” esclusiva per superricchi e sceicchi, spaventati dalla prospettiva di dover accogliere la diaspora palestinese. Quel che, da molti punti di vista, è peggio è che Trump non ha la minima idea di come convincere/costringere Netanyahu a concludere le sue oramai intollerabili, nei tempi e nei modi, e ingiustificabili operazioni belliche.
Nessun nuovo ordine internazionale potrà minimamente emergere se Trump continua a credere che l’Unione Europea ha sfruttato la “sua” America e concorda con il suo vice Vance che gli europei sono dei parassiti. Incidentalmente, non saranno i singoli governanti europei che asseriscono di comprendere le motivazioni del Trump sovranista piuttosto imperialista (a riprova le sue dichiarazioni su Groenlandia e Canada) a moderarne le mire e le politiche, ma neppure a trarne qualche vantaggio in esclusiva. Le photo opportunities, chiedo scusa, opportunistiche, diventano spesso rapidamente sbiadite. Al contrario, resistere a Trump e non lesinare motivate critiche è patriotticamente doveroso, ma, soprattutto, è politicamente indispensabile per porre le premesse di una strategia diversa, costruita su ampi accordi, mirati e lungimiranti. Quello che vorremmo dai volenterosi.
Pubblicato il 14 maggio 2025 su Domani
Bene il proporzionale, ma serve una soglia di sbarramento al 5% #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, spiega che sulla legge elettorale «bisogna riuscire ad avere una proposta seria e discutere su quella» perché «solo così un qualche tipo di dialogo acquista di senso» e che tuttavia «l’idea di un proporzionale con premio di maggioranza può essere una buona base di partenza ma servono paletti ferrei come una soglia di sbarramento al 5% e non più di dieci collegi».
Professor Pasquino, la convince la proposta di una legge elettorale proporzionale con un premio di maggioranza?
Bisogna essere chiarissimi: il proporzionale con soglia di sbarramento significa che ci saranno collegi elettorali nei quali verranno eletti 7-10-15 candidati ma a livello nazionale serve una soglia di sbarramento tra il 4 e il 5, come è in Germania e infatti lì funziona. Ma dipende come vengono ritagliati i collegi, se i parlamentari da eleggere (n. d. GP) sono più di dieci si frammenta troppo il sistema, al contrario se sono molti meno si concentra troppo l’esito elettorale. L’importante è che ci sia una clausola di esclusione del 5% su soglia nazionale senza eccezione alcuna. Bisogna superare il 5% e poi si va alla divisone dei seggi.
A partire da queste basi pensa sia possibile il dialogo tra maggioranza e opposizione?
Diciamo che mi pare una discussione penosa: bisogna riuscire ad avere una proposta seria e discutere su quella. Solo così un qualche tipo di dialogo acquista di senso. In ogni caso questa idea può essere una buona base per dialogare ma, come detto, servono paletti ferrei. E poi alla riforma del premierato che ha in mente Meloni sarebbe collegato anche un nuovo sistema elettorale, come si fa a fare l’uno e non l’altro?
Pensa che, a proposito dell’idea di indicare il premier, Meloni stia tirando la corda perché sa che dall’altra la leadership di Schlein è messa in difficoltà da Conte?
Credo di sì e penso sia anche un’operazione che può fare con grande facilità. Il centrosinistra da questo punto di vista è malmesso ma l’indicazione del premier non è una cosa buona perché limiterebbe i poteri del presidente della Repubblica. Mi pare anche questa una discussione molto sterile. Ripeto: bisogna scegliere un sistema esistente che sappiamo funzionare e non inventarsi qualcosa di nuovo. Andiamo a vedere cosa funziona: o il sistema tedesco o quello francese, ma Meloni non vuole il doppio turno quindi non rimane che quello tedesco così com’è.
Nel dibattito sulla legge elettorale si richiama spesso la stabilità dei governi: le due cose sono collegate?
La stabilità non dipende dal meccanismo elettorale ma dalla capacità di formare delle colazioni e di tenerle insieme. L’attuale stabilità di Meloni non dipende dalla legge elettorale con la quale si è votato ma dal fatto che il suo è il partito più grande, lei è una guida solida e decisa e gli altri non hanno un’alternativa praticabile. La stabilità dipende dalla capacità di dare vita a coalizioni sufficientemente coese, programmatiche e leali. Il meccanismo elettorale poi può aiutare ma serve leadership politica.
Il centrosinistra ne troverà mai una condivisa dall’intera coalizione?
No perché non arriveremo mai a una situazione in cui Conte accetta la leadership del Pd. Sta facendo tutto il possibile per smentire questa tesi e questo rende debolissimo l’intero centrosinistra. Ci si arriverebbe con un sistema elettorale a doppio turno ma senza di esso è praticamente impossibile. Sappiamo che anche dentro al Pd ci sono delle remore e degli scrupoli sulla leadership di Schlein ed è anche giusto che sia così visto che non può vantare tanti successi finora. Ma a meno che non emerga un’alternativa vera che passi attraverso un voto bisogna rispondere positivamente a quello che la segretaria fa.
Si parla anche dell’ipotesi di primarie per tutti i partiti: cosa ne pensa?
L’obbligatorietà non deve esistere. Le primarie sono uno strumento che ciascun partito decide se utilizzare oppure no. Se c’è un candidato straordinariamente capace, perché sottoporlo a primarie? Servirebbe solo a indebolirlo. Ma se un partito lo scrive in statuto poi le deve fare. Il Pd ce l’ha e quindi le fa, FdI no e dunque può “permettersi” di non farle.
Data quindi per scontata la leadership di FdI, a Fi e Lega conviene una legge elettorale proporzionale con un premio di maggioranza?
Che cosa può essere migliore di una legge proporzionale per partiti che hanno al massimo il 10% di voti? Ne hanno bisogno, quindi ne scrivano una buona e salveranno il loro 10%. Quello che partiti del genere devono fare è imparare a negoziare con persone di alta qualità e ottenere cariche nel futuro governo sulla base dei voti elettorali ottenuti.
Pubblicato il 6 maggio 2025 su Il Dubbio
La dura battaglia di Berlino (e dell’Europa) all’ombra dei sovranismi globali @DomaniGiornale

Pensata per dargli visibile legittimità, conferirgli maggiore autorevolezza e garantirgli significativa stabilità in carica l’elezione a maggioranza assoluta del Cancelliere della Germania ad opera del Bundestag ha ieri mattina offerto l’opportunità ad alcuni parlamentari tedeschi di esprimere nel segreto dell’urna i loro peggiori umori e malumori. Recepito il messaggio comunque inquietante di indisciplina, il democristiano Friedrich Merz è stato eletto cancelliere nel pomeriggio dalla coalizione CU/CSU+SPD. Sbagliato, quindi, prendere questo caso come un esempio di crisi della democrazia. Più che giusto e opportuno continuare a interrogarsi sui problemi di funzionamento e sulle sfide alla/e democrazia/e. Infatti, è molto plausibile che quella quindicina di voti mancati a Merz nella prima votazione provengano da parlamentari democristiani che sarebbero disponibili a trattare con Alternative für Deutschland, in qualche modo a coinvolgerla, anche adesso che è stato accertato che è una pericolosa formazione di estrema destra.
Quella che mi pare l’illusione già sperimentata, anche, drammaticamente, in Germania, di ridimensionare il consenso, meglio ridurre i voti, di chi vuole erodere i principi democratici, pur se non condivisa dalla maggioranza degli elettori tedeschi, circola anche in altri regimi democratici. Democrazia non significa affatto il governo di tutti né che al governo vadano i partiti in base alla loro forza elettorale. Non significa neppure che i numeri debbano obbligatoriamente essere l’elemento decisivo per la partecipazione al governo.
Le coalizioni di governo si formano intorno ad un programma condiviso che, nel caso tedesco, è stato debitamente approvato dagli iscritti dei due partiti contraenti. Il capo del partito di maggioranza relativa, ovvero, comunque, l’esponente designato da quel partito, diventa Cancelliere, capo del governo. Le proposte programmatiche di AfD in particolare riguardo all’Unione Europea, alla politica estera e a ad alcuni temi economici, non erano/sono soltanto distanti da quelle democristiane e socialdemocratiche, ma le contraddicono platealmente, verticalmente, deliberatamente. Elementi neanche troppo nascosti, se non di vero e proprio nazismo, certamente di pericolose tendenze autoritarie e repressive, hanno fatto più che capolino non solo nella propaganda elettorale del partito, ma nelle dichiarazioni di molti esponenti di primo piano. AfD non trova alleati (come, il paragone è appropriato, il Rassemblement National di Marine Le Pen in Francia).
Fare valere la Costituzione e i suoi fondamenti ideali e valoriali contro i nemici della democrazia è una scelta non soltanto necessaria, ma politicamente e eticamente doverosa. Venire meno da parte dei democratici, da un lato, alla protezione del regime democratico da interferenze esterne e, dall’altro, alla promozione di tutte quelle misure che rendano migliori i processi democratici, a cominciare dalla formazione di un governo coeso e operativo, sarebbe gravissimo, addirittura esiziale.
Senza retorica la Germania occupa uno spazio geografico, economico, politico e culturale centrale nell’Unione Europea. Insostituibile. La tenuta della sua democrazia e il funzionamento delle sue istituzioni sono cruciali anche per tutti gli Stati-membri. Il modello politico tedesco di Cancellierato e di federalismo ha a lungo funzionato in maniera esemplare e i due maggiori partiti hanno saputo utilizzarlo al meglio. Quel modello politico è positivamente responsabile della affermazione della Germania come gigante economico. Non a caso le sue difficoltà politiche si sono riversate anche sullo stato dell’economia.
Non è spingersi troppo in là sostenere che a fronte dei sovranismi USA e della Russia e degli egoismi nazionalistici di ritorno in troppi altri paesi, soltanto una maggiore integrazione europea, approfondimento e accelerazione, è in grado di portare la democrazia al necessario livello superiore. Questa è la battaglia in corso, in Germania e altrove.
Pubblicato il 7 maggio 2025 su Domani
AfD, cordone sanitario e la difesa della democrazia. La lezione di Pasquino @formichenews

L’Ufficio federale per la Protezione della Costituzione della Germania (Bundesamt für Verfassungsschutz, BfV) ha ufficialmente classificato il partito Alternative für Deutschland (AfD) come organizzazione di estrema destra. Abbiamo chiesto un commento al professor Pasquino, che ci ha inviato un estratto dal suo libro, “Parole della politica” (Il Mulino) in edicola in questi giorni.
Nota quasi esclusivamente nel lessico medico l’espressione cordone sanitario si riferisce alle misure effettuate per circoscrivere e bloccare infezioni e contagi e i loro portatori. La sua comparsa nel linguaggio e nella pratica della politica internazionale avvenne negli anni Venti del secolo scorso. Un po’ in tutti gli Stati europei, a prescindere dal loro tipo di governo, democratico oppure, più spesso, non democratico, si diffuse la paura del bolscevismo la cui rivoluzione si era affermata in maniera violenta e eclatante in Russia nel 1917. Molti governanti europei decisero che bisognava proteggersi dalla possibilità, che era anche il progetto lanciato, sostenuto e, finché ne ebbe le forze, perseguito da Lev Davidovic Trotskij (1879-1940), che trasportato dalla rivoluzione permanente il virus bolscevico infettasse la politica dei loro stati e delle loro nazioni e contagiasse le loro popolazioni. Stendere un cordone di sicurezza e protezione che isolasse quel virus impedendone in qualsiasi forma la sua diffusione era proprio questione di vita o di morte.
Tranne qualche insorgenza in special modo in Italia e in Germania, rimanendo nel linguaggio medico, nessuno dei focolai di infezione si allargò in maniera epidemica. Anzi, forse, fu proprio per spegnere quei focolai che movimenti, partiti, governanti di destra, antirivoluzionari e reazionari cedettero a sperimentazioni autoritarie rapidamente trasformatesi in regimi in Italia e Portogallo, in Ungheria, Romania e Polonia, in Germania e Spagna. Le davvero poche democrazie allora esistenti presero in seria considerazione l’idea di stendere una qualche variante di cordone sanitario per difendersi dal virus potenzialmente mortale dell’autoritarismo. Incapaci di coordinarsi fallirono e nello spazio di pochi anni tutta l’Europa fu infettata dal nazismo. Il bolscevismo ripiegò e rimase confinato in un solo paese.
La ricomparsa attuale dell’espressione cordone sanitario e la sua diffusione in molti paesi europei sono soltanto parzialmente riconducibili a quanto avvenne in Europa negli Venti e Trenta, ma qualche elemento comune vi si ritrova, capovolto. Infatti, oggi il nuovo cordone sanitario appare costituito dalla più o meno esplicita decisione di non includere in nessuna coalizione di governo le variegate aggregazioni e partiti di estrema destra, anzi, di sbarrare loro la strada.
Esclusioni preventivamente dichiarate di alcuni partiti dalla sfera di governo, concordate e mantenute nel corso del tempo, sono a lungo esistite in alcune democrazie europee. Mi limito a tre casi particolarmente importanti: Italia, Francia e Germania del secondo dopoguerra. Il Movimento Sociale Italiano e il Partito Comunista Italiano sono stati sempre tenuti fuori dalle coalizioni di governo dal 1947 al 1994. Giustamente ritenuti da Giovanni Sartori partiti anti-sistema poiché, potendo, avrebbero cambiato il sistema politico e costituzionale italiano, anche se liberi di fare politica e di partecipare alle elezioni e alla vita parlamentare, MSI e PCI venivano fermati lì. Appropriatamente, Piero Ignazi a suo tempo definì il MSI “polo escluso”, in verità autoescluso non avendo votato la Costituzione repubblicana. Contro il PCI, sostennero non pochi giuristi, venne fatta valere una conventio ad excludendum senza particolari grida di denuncia della discriminazione e dell’iniquità. In estrema sintesi, il PCI non ebbe mai abbastanza voti né seggi da risultare indispensabile alla formazione di un qualsivoglia governo. Quando li conquistò, nel 1976, fece il suo, sostanzialmente inevitabile, ingresso nell’area di governo.
In Germania, è giusto considerare una specie di peculiare cordone sanitario le sentenze della Corte Costituzionale che tra il 1953 e il 1956 misero fuori legge il Partito Comunista tedesco e tutte le organizzazioni di estrema destra che si richiamassero al nazionalsocialismo
Che il Parti Communiste Français, alquanto stalinista e di stretta osservanza sovietica, dovesse essere tenuto ai margini della politica francese non fu mai messo in dubbio. Che anche la destra reazionaria e filofascista meritasse di essere permanentemente esclusa dall’area di governo venne solennemente stabilito e coerentemente mantenuto da Charles de Gaulle. Più che un cordone sanitario, la discipline républicaine nelle parole del Generale è una discriminante non soltanto politica, ma anche etica. Seppur parecchio malandate, le sue propaggini ovvero quel che resta di quella disciplina continuano regolarmente a essere fatte valere dalla grande maggioranza degli elettori francesi nei confronti di Marine Le Pen e del suo veicolo partitico, oggi Rassemblement National. Qui, stanno i molti aspetti ritenuti, in maniera talvolta capziosa e pelosa, problematici.
Sostenere, in maniera più o meno mascherata, che l’accesso all’area di governo deve essere sempre concesso a qualsivoglia partito che abbia ottenuto una certa, impossibile da specificare, percentuale di voti, significa non conoscere i principi e i criteri che stanno alla base della formazione delle coalizioni di governo. L’aritmetica non può mai avere il ruolo decisivo nei processi di formazione dei governi nelle democrazie né contemporanee né del passato. I numeri contano, possono anche essere determinanti, ma senza vicinanza, programmatica, e compatibilità ideologica, di visioni del paese e del mondo e, senza reciproca fiducia, neanche, giustamente, si può cominciare a discutere. Come e, soprattutto, perché discutere con partiti che si sono dichiarati fuori dal e contro il “sistema”, che hanno fatto campagna elettorale attaccando e denigrando tutti quelli che il sistema sostengono e fanno funzionare?
Due considerazioni riassuntive e conclusive si impongono. La prima riguarda il passato dal quale dovremmo avere imparato che consentire l’ingresso al governo, anche in maniera inizialmente subordinata, dei nemici della democrazia non “addomestica” affatto quei nemici, ma offre loro l’opportunità di erodere dall’interno il sistema democratico fino a sovvertirlo. Le volpi nei pollai democratici hanno già variamente dimostrato di sapere come comportarsi. Inoltre, non è assolutamente vero, come talvolta sostenuto dai benpensanti moderati e opportunisti, che deplorevoli prestazioni di governo degli antidemocratici finirebbero per costituire una sorta di vaccino per gli elettori che li immunizzerebbe dal continuare a votarli.
La seconda considerazione è politicamente più importante, ma anche più facile da formulare. Infatti, è da ritenersi inaccettabile la posizione di coloro che stigmatizzano e condannano in nome della democrazia la liceità dei comportamenti definiti discriminatori dei democratici, di chiusura netta e insormontabile nei confronti dei nemici della democrazia. Nella misura in cui discriminazioni e chiusure vengono praticate secondo le regole costituzionali senza violare nessuna legge esistente, sono argomentate in pubblico e difendibili, siamo e rimaniamo con tutt’e due i piedi nel quadro democratico. Comunque, in tutte le situazioni nelle quali esistono partiti e dirigenti che hanno annunciato apertamente che non intendono fare coalizioni di governo con movimenti, partiti, personalità estremiste e antidemocratiche, l’esito elettorale farà testo. Se agli estremisti mancheranno i voti e i seggi per imporsi matematicamente come indispensabili partner di governo, i democratici saranno giustamente confortati e legittimati a stendere anche il più spesso dei cordoni sanitari.
Poiché coloro che criticano tanto il ricorso stesso al cordone sanitario quanto la sua legittimità democratica lo fanno spesso in nome di una loro presunta superiore democraticità, intesa come apertura, accettazione, accoglienza agli sfidanti antidemocratici, è imperativo bollare questa presunzione affermando che nessun democratico agirebbe mai per agevolare chi si propone in nome di criteri antidemocratici di sovvertire la democrazia. Pertanto, il cordone sanitario è uno degli strumenti che i democratici possono legittimamente usare se necessario per proteggere valori e strutture delle loro democrazie e di quelle degli altri. Anzi, sono costituzionalmente tenuti a usarlo proprio in nome e per conto delle democrazie
Pubblicato il 2 maggio 2025 su Formiche.net
Senza una pace decente saremo noi a pagarne le conseguenze @DomaniGiornale

Per condurre a termine “l’operazione militare speciale” lanciata il 24 febbraio 2022 dall’autocrate Vladimir Putin contro lo stato sovrano e democratico dell’Ucraina, molti commentatori e politici occidentali affermano che è necessaria una “pace giusta e duratura”. Divenuta una sorta di mantra, anche nel lessico del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, l’affermazione, altamente problematica, esige, per non rimanere un neppure abbastanza pio desiderio, approfondimenti e chiarimenti. La pace, parola di cui troppi si riempiono la bocca, sarà soltanto una parentesi di silenzio delle armi e di volo dei droni prima di un’altra guerra, mi correggo, di una nuova “operazione militare speciale”? Più concretamente, quale significato ha pace nel linguaggio di Putin e del Cremlino? Saranno forse i due aggettivi, giusta e duratura, a definire in qualche misura il sostantivo?
Definizioni accettabili condivise/ibili sono molto di più che “operazioni lessicali speciali”. Non solo in guerra, la propaganda definisce la situazione, (la bontà de-)gli obiettivi, i risultati conseguiti e, naturalmente, le modalità accettabili di conclusione. Per ragioni poi non del tutto differenti, Trump e Putin intendono esibire la loro capacità di porre fine all’uso delle armi in Ucraina. Trump dimostrerebbe che la sua America è già tornata grande sullo scacchiere internazionale, mentre gli europei si sarebbero, a suo parere, dimostrati inadeguati a mettere ordine sul loro stesso territorio. La Russia può ben rimanere un avversario, ma viene da Trump portata al tavolo delle trattative stabilendo una sorta di duopolio di potere nel contesto europeo. Naturalmente, Trump non dimentica che un bravo tycoon si cura anche e molto dei suoi affari. Insomma, ai russi verranno concesse la Crimea e altre zone già occupate, mentre all’America sarà garantito accesso alle terre rare e al loro sfruttamento. Giusto così? sarebbe questa una pace giusta?
Senza la partecipazione di ZeIensky ai negoziati e senza il suo, per quanto doloroso, assenso, nessuna pace di questo genere può essere definita giusta. A maggior ragione non può esserla se contempla il quasi totale conseguimento degli obiettivi militari e imperiali di Putin. Finire la guerra in questo modo non significa affatto pace giusta, ma pace imposta e tutta a carico e a spese del paese aggredito, dei cittadini dell’Ucraina democratica. Sarebbe il riconoscimento della sconfitta sul campo, tuttora non avvenuta, e addirittura una sorta di pagamento con territori e terre rare per una responsabilità sostanzialmente inesistente.
Non è detto che automaticamente le paci ingiuste siano destinate a non durare, essere precarie e effimere. Tuttavia, il disonore di una pace ingiustamente imposta all’Ucraina avrebbe conseguenze molto gravi sull’Unione europea, su come si è storicamente concepita: spazio di libertà, di diritti, di abolizione del ricorso alle armi, di apertura, e su come si è evoluta ed è diventata attrattiva per i molti Stati che hanno fatto e continuano a fare domanda di adesione. L’Unione europea deve difendere i suoi principi e i suoi valori fondanti, a maggior ragione a fronte di mire imperialiste di qualsiasi tipo e impronta. Defend Europe contiene tutte queste implicazioni. Non è solo una questione territoriale. Riguarda stili di vita, valori, cultura politica e democratica. Nessuna pace che voglia essere giusta e quindi possa diventare duratura può prescindere da questi valori, meno che mai contraddirli e sbarazzarsene. In attesa di conoscere come Trump e Putin intendono declinare gli aggettivi “giusta” e “duratura”, è opportuno ricorrere ai valori europei e usarli per intraprendere e tenere aperta la strada di una pace decente.
Pubblicato il 30 aprile 2025 su Domani

