VIDEO #Live Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana @UtetLibri


Libertà inutile
Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021)
Quando scelse la repubblica, il popolo italiano, appena uscito dalle rovine di una dittatura e di una guerra mondiale, affidò all’Assemblea costituente l’impegnativo compito, condiviso da tutti (o quasi), di costruire un paese migliore. Ma la repubblica che ne è uscita è stata all’altezza di quelle speranze?
Se lo chiedeva già Norberto Bobbio nel suo fondamentale Profilo ideologico del Novecento italiano, fermandosi però sulle soglie del 1968, e se lo chiede oggi Gianfranco Pasquino, raccogliendo l’eredità del grande filosofo torinese e provando a impostare nuovamente una riflessione che riesca a cogliere l’accidentato percorso della nostra mutevole e inquieta storia repubblicana.
A partire dalle fondamenta costituzionali, Pasquino sismografa gli smottamenti culturali, gli umori e i contrasti che, di decennio in decennio, hanno attraversato la nazione e coinvolto i suoi protagonisti. Così ci immergiamo nelle contraddizioni delle tre grandi culture politiche del Novecento: il liberalismo, fondamentale durante la Resistenza e sminuito nella ricostruzione del dopoguerra; il comunismo, lacerato all’interno dal dibattito fra i desideri di riformismo parlamentare e le pulsioni semirivoluzionarie, negli anni caldi delle contestazioni di piazza; l’area democristiana, appesantita dal troppo potere politico, economico e sociale accumulato senza controlli, fino alla resa dei conti di Tangentopoli.
E poi ancora i mutamenti delle stagioni recenti: la personalizzazione della politica propiziata dal berlusconismo e l’affermarsi di nuove culture che strizzano l’occhio all’antipolitica e al populismo.
Il quadro che ne viene fuori è un’inedita biografia della nazione: un paese di passioni ideologiche ed enormi contraddizioni, in cui le fortune dei leader durano il tempo di una stagione. E allora, attraversando le riflessioni di Pareto, Calamandrei, Gramsci, Sartori, prende forma il dubbio di Pasquino: la democrazia italiana ha disatteso le promesse costituzionali? Quella conquistata con tanta fatica è stata forse una Libertà inutile?

Gianfranco Pasquino
GIANFRANCO PASQUINO (Torino, 1942), allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Associate Fellow alla SAIS-Europe di Bologna, è stato direttore, dal 1980 al 1984, della rivista “il Mulino” e, dal 2000 al 2003, condirettore della “Rivista italiana di Scienza politica”. Dal 2010 al 2013 presidente della Società italiana di Scienza politica, è autore di numerosi volumi, i più recenti dei quali sono Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (2015), Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (2019, tradotto in spagnolo nel 2020) e Italian Democracy. How It Works (2020). È particolarmente orgoglioso di avere condiretto insieme a Norberto Bobbio e Nicola Matteucci per Utet il celebre Dizionario di politica (2016, nuova edizione aggiornata). Per Utet ha inoltre pubblicato La Costituzione in trenta lezioni (2016), L’Europa in trenta lezioni (2017) Minima politica (2020) e Libertà inutile (2021). Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei.
Dietro i civici, le sorprese
Succede un po’ di tutto nella ricerca spasmodica delle candidature alla carica di sindaco nelle maggiori città italiane. C’è Sala, il sindaco uscente di Milano, che incoraggia a suo sostegno la proliferazione di liste e listine, specchietti per le allodole, mentre il centro-destra oscilla tra la ricerca di un civico e la promozione di un politico. Ė davvero curioso come lo schieramento di centro-destra, in ordine casuale: Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, che tutti i sondaggi danno oramai da molti messi maggioritario nel paese e destinato a vincere le elezioni e quindi a governare, desideri porre ai vertici delle città personalità non politiche. Sta mandando all’elettorato un messaggio confuso e contraddittorio: “dimenticate i politici, meglio la società civile” che, però, il PD non può sfruttare avendo già scelto un non-politico per Napoli, affidandosi a Beppe Sala a Milano, neppure lui un politico, e dando il peggio di sé a Bologna. Il Partito Democratico ne ha già fatte di tutti i colori, pretendendo il sindaco di imporre il suo successore, esitando il partito a promuovere le primarie quando gli assessori in corsa erano tre, trovandosi sfidato da Isabella Conti, sindaco di successo nel non piccolo comune di San Lazzaro, ma esponente di Italia Viva. Stanno per entrare in campo i probiviri e si preparano, forse, anche gli avvocati.
A Bologna è questione di potere, quel potere diffuso che il PD non vuole neppure vedere scalfito. Altrove, invece, quel che sta succedendo è un brutto segnale non per vagamente “la politica”, ma per i politici e i loro veicoli che non hanno neppure il coraggio di chiamare partiti. Quei veicoli non sono strutture che reclutino iscritti, li facciano diventare militanti, li selezionino per le cariche elettive, promuovendo i migliori che hanno maturato esperienze e acquisito competenze. Sono mezzi di trasporto per il/la leader. Talvolta il PD deve soddisfare le esigenze di carriera dei suoi dirigenti, come avverrà a Roma e forse anche a Bologna, ma nel centro-destra da Meloni a Salvini evidentemente non si fidano della capacità dei loro esponenti a livello locale. Non saprebbero vincere. Dunque, bisogna andare a scovare il mitico candidato “civico” che porti la sua più o meno grande popolarità acquisita nel suo settore specifico, che abbia visibilità mediatica, che nella campagna elettorale faccia notizia e rumore, magari addirittura con qualche gaffe non micidiale.
Poi, la situazione sarà più dura se vincesse poiché governare Torino, Milano, Napoli e soprattutto Roma non è mai né una passeggiata né un pic-nic. Qui, però, si colloca il retropensiero dei dirigenti del centro-destra. Il loro candidato civico risultato vittorioso dovrà inevitabilmente fare riferimento ai consiglieri comunali delle liste che l’hanno sostenuto. Lì Fratelli d’Italia, Lega e, in misura minore, Forza Italia hanno piazzato le loro donne e uomini in carriera. Certo, aiuteranno il sindaco/a, ma lo condizioneranno notevolmente. Dietro la candidatura civica stanno i dirigenti politici. Meglio saperlo.
Pubblicato AGL 11 giugno 2021
La sfida di spiegare i diritti a comunità chiuse come quella di Saman @DomaniGiornale
Tutti i casi che segnalano sofferenze e discriminazioni per il colore della pelle, per il genere, per le scelte di vita debbono essere trattati come unici, esemplari. Cercare una causa generale che li comprenda e li spieghi tutti insieme indistintamente come il prodotto di una religione, di una (in)cultura, di un contesto ampio non solo non offre lezioni utilizzabili per una futura prevenzione, ma finisce per oscurare le responsabilità e per impedire le contromisure. Anzi, sostanzialmente la ricerca di una causa generale approda ad una assoluzione delle nostre incapacità di comprensione. Per spiegare la probabile uccisione di Saman Abbas ad opera dello zio, credo che il punto di partenza più utile sia quello espresso dal Presidente delle comunità islamiche in Italia: i matrimoni combinati sono “una pratica tribale che non ha nessuna giustificazione religiosa”. Naturalmente, è augurabile che questo sia l’insegnamento impartito in tutte le scuole islamiche non soltanto in Italia. Ė lecito dubitarne. Non dobbiamo, però, avere dubbi sul fatto che “pratiche tribali” sopravvivono in alcune, non poche, comunità di immigrati. Purtroppo, anche in Italia alcune di quelle pratiche hanno avuto lunga vita e, forse, non sono del tutto sparite. Non è questo il punto. Piuttosto, bisogna esplorare le modalità con le quali in maniera rispettosa delle persone e delle loro credenze è possibile insegnare quanto importanti debbano essere considerati i diritti, a cominciare da quelli delle donne e dei bambini e, più in generale, di tutti i “diversi”.
Ho la tentazione di sostenere che i problemi nascono e crescono nell’ambito di comunità chiuse che difendono e impongono le loro tradizioni sulle nuove generazioni che a contatto con la modernità vorrebbero liberarsene. Conoscere come funzionano e come si comportano quelle comunità è decisivo sia per liberare le componenti che desiderano vivere una vita diversa sia per aprire quelle stesse comunità a nuove opportunità e a nuove visioni. Talvolta, invece, vedo affermare/rsi una concezione di multiculturalismo che giustifica oppressione e persino crimini in nome del riconoscimento che “questa/quella è la loro cultura”. Poiché ho scritto che preferisco che non si proceda in maniera troppo generale che diventerebbe vaghissima, ritengo che le migliori risposte al multiculturalismo nella versione sopra delineata, si trovino nelle varie dichiarazioni dei diritti prodotte dalle Nazioni Uniti e, per quel che riguarda le democrazie occidentali, nelle rispettive Costituzioni. La domanda allora diventa ineludibilmente: quanto noi cittadini/e di queste democrazie ci comportiamo osservando e attuando quelle norme mostrando nei nostri comportamenti “universalistici” che nessuna discriminazione è accettabile? Quanto nelle scuole questo è il messaggio insegnato, ribadito, fatto valere? Quanto gli operatori culturali addetti all’accoglienza e all’inserimento dei migranti nei contesti europeo e italiano sfidano le tradizioni che vanno contro i diritti umani? Per essere convincenti e esaurienti, le risposte debbono essere molto documentate, nel tempo e nello spazio, in una molteplicità di contesti. Anche eventuali, possibili carenze da parte delle autorità, però, non debbono mai condurre alla conclusione di loro responsabilità salvo che si tratti di omissioni consapevoli e provate. La responsabilità di comportamenti contro la legge fino agli omicidi rimane sempre di coloro che si impegnano in intollerabili “pratiche tribali”. Poi discuteremo se, perché, quanto e come quelle pratiche trovino giustificazioni religiose, a mio modo di vedere, mai attenuanti, ma aggravanti.
Pubblicato il 10 giugno 2021 su Domani
Libertà inutile #live #10giugno ore 18 @UtetLibri

Libertà inutile
Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021)
Quando scelse la repubblica, il popolo italiano, appena uscito dalle rovine di una dittatura e di una guerra mondiale, affidò all’Assemblea costituente l’impegnativo compito, condiviso da tutti (o quasi), di costruire un paese migliore. Ma la repubblica che ne è uscita è stata all’altezza di quelle speranze?
Se lo chiedeva già Norberto Bobbio nel suo fondamentale Profilo ideologico del Novecento italiano, fermandosi però sulle soglie del 1968, e se lo chiede oggi Gianfranco Pasquino, raccogliendo l’eredità del grande filosofo torinese e provando a impostare nuovamente una riflessione che riesca a cogliere l’accidentato percorso della nostra mutevole e inquieta storia repubblicana.
A partire dalle fondamenta costituzionali, Pasquino sismografa gli smottamenti culturali, gli umori e i contrasti che, di decennio in decennio, hanno attraversato la nazione e coinvolto i suoi protagonisti. Così ci immergiamo nelle contraddizioni delle tre grandi culture politiche del Novecento: il liberalismo, fondamentale durante la Resistenza e sminuito nella ricostruzione del dopoguerra; il comunismo, lacerato all’interno dal dibattito fra i desideri di riformismo parlamentare e le pulsioni semirivoluzionarie, negli anni caldi delle contestazioni di piazza; l’area democristiana, appesantita dal troppo potere politico, economico e sociale accumulato senza controlli, fino alla resa dei conti di Tangentopoli.
E poi ancora i mutamenti delle stagioni recenti: la personalizzazione della politica propiziata dal berlusconismo e l’affermarsi di nuove culture che strizzano l’occhio all’antipolitica e al populismo.
Il quadro che ne viene fuori è un’inedita biografia della nazione: un paese di passioni ideologiche ed enormi contraddizioni, in cui le fortune dei leader durano il tempo di una stagione. E allora, attraversando le riflessioni di Pareto, Calamandrei, Gramsci, Sartori, prende forma il dubbio di Pasquino: la democrazia italiana ha disatteso le promesse costituzionali? Quella conquistata con tanta fatica è stata forse una Libertà inutile?

Gianfranco Pasquino
GIANFRANCO PASQUINO (Torino, 1942), allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Associate Fellow alla SAIS-Europe di Bologna, è stato direttore, dal 1980 al 1984, della rivista “il Mulino” e, dal 2000 al 2003, condirettore della “Rivista italiana di Scienza politica”. Dal 2010 al 2013 presidente della Società italiana di Scienza politica, è autore di numerosi volumi, i più recenti dei quali sono Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (2015), Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (2019, tradotto in spagnolo nel 2020) e Italian Democracy. How It Works (2020). È particolarmente orgoglioso di avere condiretto insieme a Norberto Bobbio e Nicola Matteucci per Utet il celebre Dizionario di politica (2016, nuova edizione aggiornata). Per Utet ha inoltre pubblicato La Costituzione in trenta lezioni (2016), L’Europa in trenta lezioni (2017) Minima politica (2020) e Libertà inutile (2021). Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei.
C’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico nel centrodestra unito. Scrive Pasquino @formichenews
Dov’è la novità nella proposta di Salvini tornato da Fatima? Soltanto il tentativo di ritagliarsi qualche spazio sui quotidiani, di “animare” i salotti televisivi, di essere presente sui social sperando in questo modo di rallentare l’irresistibile ascesa della signora della destra, dei Fratelli d’Italia?
Mio nonno trova entusiasmante l’idea di una Federazione di centro-destra. Sostiene, però, che non è una idea originale. Dice di averla già visto all’opera, addirittura vittoriosa, nel 1994. Era, in verità, una alleanza a due punte, con un centravanti di peso. Al Nord l’alleanza: Forza Italia-Lega Nord fu chiamata Polo della Libertà. Al Centro-Sud l’alleanza: Forza Italia-Alleanza si chiamò Polo del Buongoverno. Il Polo della Libertà vinse in tutti i collegi uninominali della Lombardia meno uno (Suzzara). Il Polo del Buongoverno si accaparrò tutti i collegi uninominali della Sicilia (compreso quello dove era candidato Sergio Mattarella, il relatore di quella legge elettorale, “recuperato” sulla lista proporzionale). Nel 2001 il centro-destra si presentò “federato” nella Casa delle Libertà e ottenne una grande vittoria elettorale. Nel 2009 Berlusconi diede vita con Fini al Popolo della Libertà nel quale confluirono anche un certo numero di “cespugli”. Insomma, conclude mio nonno, dov’è la novità nella proposta di Salvini tornato da Fatima? Soltanto il tentativo di ritagliarsi qualche spazio sui quotidiani e anche sulla newsletter di Formiche, di “animare” i salotti televisivi, di essere presente sui social sperando in questo modo di rallentare l’irresistibile ascesa della signora della destra, dei Fratelli d’Italia?
Suggerisce mio nonno che qualche politologo, che abbia letto almeno un libro sui partiti di destra e un articolo sui sistemi elettorali, sì, forse, ce ne sono ancora, rari e appartati, dovrebbe spiegare quando è utile e produttivo “federare” i partiti e quando no. Da tempo immemorabile i partiti e i loro dirigenti più capaci sanno che nei collegi uninominali è meglio essere presenti con una sola candidatura, a meno che la legge elettorale contempli il doppio turno grazie al quale si possono valutare le prestazioni e i voti al primo turno. Se la legge è proporzionale, divisi i partiti raggiungono elettori che altrimenti sarebbero meno inclini a votare un’indistinta aggregazione.
Ė questo, “federare, federare, federare”, si chiede mio nonno, il modo agognato, preferito dai pensosi commentatori dei maggiori quotidiani italiani, di ristrutturare il sistema partitico italiano? Fattasi la domanda, mio nonno si è data la risposta (sommessamente aggiunge di averla trovata in non pochi libri di scienza politica): no, nessun sistema partitico è mai stato ristrutturato creando d’emblée una federazioncina di due partiti uno dei quali è in via di sfaldamento. Poi, rivelando di essere molto antico, mio nonno ha anche chiesto quali siano le basi culturali della Federazione di centro-destra. Non potrà certamente essere il sovranismo l’asse portante. Sarà, dunque, l’europeismo? Esiste un pensatore europeista nella Lega (no, non lo era Alberto da Giussano, ma neppure Carlo Cattaneo, “filosofo militante” lo definì Bobbio)? Qual è l’europeista di riferimento di Forza Italia? Forse l’ex-Presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani? A questo punto, sconfortato assai, mio nonno ha affermato che triste è la storia di un paese in cui il dibattito pubblico si alimenta di notizie che non hanno senso e non aprono nessuna prospettiva. Mi ha suggerito di fare sempre commenti che ricordino la struttura delle situazioni e che non si appiattiscano sulla congiuntura. Se n’è andato con un sorriso portandosi via tutte le informazioni utili per partecipare da cittadino consapevole alla Conferenza sul Futuro dell’Europa.
Pubblicato il 6 giugno 2021 su formiche.net
Il Movimento Cinque stelle è entrato nella sua crisi di mezz’età @DomaniGiornale
Appare molto velleitaria la posizione di alcuni nel Movimento 5 Stelle che sembrerebbero inclini ad andare all’opposizione. C’è già un’opposizione al governo Draghi. Orgogliosamente e sulla cresta dell’onda, che è quasi tutta sua, si staglia Giorgia Meloni. Chiunque altro volesse schierarsi contro Draghi avrebbe pochissima visibilità e perderebbe qualsiasi influenza su quello che il governo fa, non fa, fa male (sì, succede anche questo). A meno che, naturalmente, i nuovi oppositori pentastellati intendano mettere in crisi il governo dei migliori, operazione che può essere fatta anche nel semestre bianco, ma probabilmente esiziale per chi la tentasse. Qualcuno di loro è consapevole che tutte le difficoltà che incontrano e nelle quali si dibattono, esistevano già da prima della caduta del secondo governo Conte e c’entra pochissimo con il governo Draghi.
Sono contraddizioni strutturali che il Movimento porta con sé fin dal primo successo nelle elezioni del febbraio 2013. Come passare da un ruolo anti-sistemico al governo del sistema politico. Come agire in Parlamento senza perdere la carica anti-parlamentare. Come “istituzionalizzarsi” senza comprimere perdere le caratteristiche di slancio e entusiasmo del Movimento. Non c’è nessuna risposta semplice e univoca a queste domande. Però, tutti, pentastellati compresi, dovrebbero avere imparato quanto, al tempo stesso, solide e flessibili (qui, forse, appropriatissimo sarebbe scrivere “resilienti”), possano essere le democrazie parlamentari, compresa quella italiana.
Privi fin dal principio di qualsiasi cultura politico-istituzionale, dirigenti e attivisti del Movimento non hanno saputo apprendere nessuna lezione specifica. Le espulsioni e le dimissioni non hanno quasi nessun riferimento al problema principale: come mantenere la carica di trasformazione dovendo affrontare e svolgere compiti di governo che sempre sempre implicano compromessi e mediazioni. Come rivendicare quanto fatto, almeno il reddito di cittadinanza e la riduzione del numero di parlamentari, anche se può apparire poco a fronte di promesse esagerate (ad esempio, in materia di democrazia diretta). Recuperare l’ortodossia che si è rivelata inadeguata e che ha ricevuto qualche dura lezione appare sostanzialmente improponibile. Mettersi duri e, almeno in parte, puri all’opposizione non garantisce nessun recupero. Procedere con e nel governo Draghi appare problematico per la visibilità e l’influenza del Movimento, soprattutto se, come sembra inevitabile, sarà Draghi a intestarsi le riforme “buone”. Non so quanto sia corretto definire eterodossi, devianti rispetto alla purezza originaria, coloro che intendono restare al governo e tentare di imprimere (anche) il loro marchio sui successi. Penso di sapere che qualche volta chiudere in maniera improvvisata una crisi, politica e culturale, come quella nella quale si dibatte il Movimento, è peggio che lasciarla fluire, meglio essendo al governo che all’opposizione.
Pubblicato il 5 giugno 2021 su Domani
“Libertà ch’è sì cara … ” #12giugno al Molino Scodellino #Bologna #LibertàInutile @UtetLibri
Associazione Amici del Molino Scodellino
Libertà ch’è sì cara…
Sabato 12 giugno 2021 alle 17.30
Incontro col professor
Gianfranco Pasquino
e presentazione del suo libro
LIBERTÀ INUTILE. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET, 2021)
Molino Scodellino
Castel Bolognese
via Canale 7
Serata con visita guidata al mulino e angolo ristoro
Per info Associazione Amici del Molino Scodellino – 339 6487370

L’Assemblea costituente dei migliori
Da qualche tempo, numerose sono le lamentele sulla bassa qualità della classe dirigente italiana, in particolare, della classe politica. Naturalmente, ciascuno dei critici, a sua volta, membro della classe dirigente, esclude se stesso e la maggioranza dei suoi colleghi dalle critiche. Proprio la presenza di Mario Draghi al vertice del governo certifica e accentua l’inesistenza di una classe politica adeguata. Non è sempre stato così. Anzi, una riflessione sui componenti dell’Assemblea costituente offre la possibilità di capire come si possa reclutare una buona classe politica capace di rappresentare al meglio un paese.
In totale i Costituenti furono 556 dei quali soltanto 21 donne: 9 della Democrazia cristiana, 9 del Partito comunista, 2 del Partito socialista e 1 dell’Uomo qualunque. Anche se non è giusto sostenere che erano tutti uomini e donne di partito, qualifica che sarebbe subito stata respinta dai 30 rappresentanti del Fronte dell’Uomo Qualunque, i Costituenti erano stati selezionati dai dirigenti dei rispettivi partiti e del Fronte e eletti anche, forse, soprattutto, in quanto rappresentanti di quelle liste. Dunque, vi si trovavano dirigenti di partito: Alcide De Gasperi, Lelio Basso, Pietro Nenni, Palmiro Togliatti, Ugo La Malfa, che avrebbero avuto una lunga carriera politica. C’erano molti che avevano combattuto il fascismo, finendo in carcere anche per diversi anni, come Vittorio Foa e Umberto Terracini poi presidente dell’Assemblea Costituente. Altri avevano avuto un ruolo importante nella Resistenza: Ferruccio Parri, Antonio Giolitti, Luigi Longo. Alcuni erano stati esuli come Leo Valiani in Francia e diversi comunisti in Unione Sovietica.
Le biografiche politiche dei Costituenti segnalano anche che un certo numero di loro, fra i quali Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 incaricata di redigere il testo costituzionale, era stato eletto in Parlamento per alcuni anni prima dell’avvento del fascismo. La componente della Democrazia cristiana era molto variegata. Accanto ai professorini, Fanfani, Lazzati, Dossetti, Moro, alcuni dei quali provenienti dalla Federazione Universitaria Cattolici Italiani, si trovarono esponenti delle professioni, avvocati e banchieri, persino alcuni notabili locali, cioè persone note e apprezzate nelle loro comunità. Poiché bisognava scrivere una Costituzione democratica, tutti i partiti decisero di fare eleggere nelle loro fila autorevoli professori capaci di dare un apporto scientifico altrimenti non disponibile: Piero Calamandrei per il piccolo Partito d’Azione, oltre ai professorini Costantino Mortati indipendente nella Democrazia Cristiana, Concetto Marchesi per il Partito Comunista, Francesco De Martino per il PSI, Tomaso Perassi per il Partito repubblicano.
Non socialmente rappresentativi, per estrazione sociale, titolo di studio, esperienze di vita, i Costituenti sono un esempio difficilmente imitabile di come si crea una classe politica. Nient’affatto specchio della società italiana, offrirono la migliore rappresentanza politica possibile: indicarono una strada e delinearono come intraprenderla.
Pubblicato AGL il 3 giugno 2021
La Repubblica siamo noi e dobbiamo averne cura @DomaniGiornale

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Letto nella sua efficace interezza, il secondo comma dell’art.3 della Costituzione italiana contiene molte lezioni che non debbono andare perse. C’è il limpido riconoscimento che è possibile che libertà e eguaglianza si accompagnino e vadano insieme, che contrapporle è un errore, che la libertà è la premessa indispensabile dell’uguaglianza. C’è l’indicazione più convincente che la Costituzione italiana è il prodotto della convergenza, non priva di qualche inevitabile differenza di opinioni e soluzioni, di tre grandi culture politiche. Nell’ordine, i “cittadini” stanno a fondamento della concezione liberale; la “persona” è l’apporto del pensiero cattolico-democratico; i “lavoratori” sono coloro ai quali si rivolge e dà voce l’ideologia socialista e comunista, in senso lato, marxista.
Una buona (“bella” non è l’aggettivo giusto) Costituzione mira a consentire ai cittadini di perseguire i loro obiettivi, anche la felicità, attraverso la partecipazione alla vita della comunità. Concretamente, chi deve rimuovere i molti ostacoli che si frappongono al conseguimento di questi obiettivi? In estrema sintesi, la Repubblica sono tutti coloro che ne fanno parte, che lavorano e operano secondo la legge e le norme costituzionali. La Repubblica siamo noi e con noi i rappresentanti da noi eletti, i detentori di cariche pubbliche chiamati ad “adempierle con disciplina e onore” (art. 54). Dimenticare oppure anche soltanto sottovalutare questo impegno significa rendersi responsabili del cattivo funzionamento delle istituzioni e della (bassa) qualità della democrazia. La Costituzione italiana è, proprio come la vollero i Costituenti, esigente sia per quanto vuole dai cittadini sia per quanto richiede da coloro che per qualsiasi periodo di tempo abbiano il ruolo di autorità.
Tutte le buone Costituzioni si configurano come un patto fra i cittadini e fra i cittadini e le istituzioni. Ė il grado di rispetto di quel patto e di adempimento delle aspettative che rende buona una Repubblica, migliore di altre, da un lato, quanto alla libertà goduta, dall’altro, quanto all’eguaglianza conseguita. Se la Repubblica siamo noi, cittadini e autorità pubbliche, allora la differenza, in senso positivo e negativo, sarà fatta proprio dalle capacità e dalle conoscenze di noi, cittadini. La Repubblica desidera cittadini interessati al suo rispetto e alla sua attuazione. Vuole che i cittadini siano informati delle sue norme, delle sue istituzioni e della loro evoluzione e eventuale trasformazione. Richiede che i cittadini partecipino esprimendo le loro preferenze, esplicitando i loro interessi, accettando responsabilità anche di rappresentanza e governo. Una Repubblica nella quale i cittadini siano consapevoli che il loro interesse per la politica, la loro informazione sulla politica, la loro partecipazione alla politica sono essenziali per “rimuovere gli ostacoli” che si frappongono al loro sviluppo complessivo pone le migliori premesse dei miglioramenti possibili. La Repubblica non è il capro espiatorio delle nostre inadeguatezze. La Repubblica non sono gli altri. Le promesse della Repubblica possono essere e saranno mantenute soltanto con l’impegno di chi riconosce che noi siamo la res publica.
Pubblicato il 2 giugno 2021 su Domani


