Dopo cento giorni, un bilancio sulle priorità di un uomo, certo non solo, al comando #GovernoDraghi

Cento e più giorni di Draghi: due grandi compiti, pandemia cum vaccinazioni e Piano di Ripresa e Resilienza. Entrambi affrontati costruendo su quel che di buono aveva fatto Conte, entrambi portati avanti con il PNRR giunto all’esame della Commissione. Draghi ha tutt’altro che sospeso la politica. Ha fatto e continua a fare scelte decisamente politiche fra le quali quella di “neutralizzare” i politici. Salvini rilancia e i dati gli rispondono. Letta propone e Draghi risponde che non è il tempo. Un uomo, non solo, ma certo al comando.

Per garantire la stabilità l’Italia dovrebbe imparare da Germania e Spagna @DomaniGiornale

Da qualche anno, il Direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana e quattro autorevoli editorialisti, Aldo Cazzullo, Paolo Mieli, Angelo Panebianco e Antonio Polito combattono due indefesse battaglie. La prima è quella per una legge elettorale maggioritaria. Però, il loro “maggioritario” preferito non è né quello inglese né quello francese entrambi caratterizzati dall’elezione dei candidati in collegi uninominali, ma un’imprecisata legge elettorale che offra un più o meno cospicuo premio di maggioranza. Tale era l’Italicum, ma in quanto leggi proporzionali con premio di maggioranza, che nessuno mai definì maggioritari, si collocherebbero in questa categoria anche la Legge Acerbo, utilizzata da Mussolini nel 1924, e la legge truffa del 1953. La seconda battaglia è per un governo eletto dal popolo, uscito dalle urne e non formato in parlamento. A loro si è finalmente aggiunto anche, last but tutt’altro che least, il più recente degli editorialisti: Walter Veltroni (“Corriere della Sera” 22 maggio, p. 1 e 36).

   La sua lancinante domanda è “come garantire all’Italia di avere governi scelti dai cittadini, che durino cinque anni, siano formati da forze omogenee per valori e programmi e che combattano l’avversario in ragione di questi”? La risposta necessariamente comparata è tanto semplice quanto drastica. Da nessuna parte al mondo esistono governi “scelti dai cittadini”. Nelle repubbliche presidenziali i cittadini eleggono il capo del governo che si confronterà con un Congresso/parlamento dove esistono forze disomogenee e si sceglierà i suoi ministri. Veltroni pone l’accento sulla necessità di un governo stabile, ma, come fece più volte rilevare Giovanni Sartori, la stabilità non è affatto garanzia di efficacia dei governi. Anzi, spesso la stabilità finisce per diventare immobilismo, stagnazione, rinuncia a prendere decisioni. Aggiungo che il governo che vorrebbe Veltroni, sulla scia degli altri editorialisti del Corriere, se fosse l’esito del premio di maggioranza innestato su una legge elettorale, sarebbe anche molto poco rappresentativo delle preferenze e degli interessi dell’elettorato. Potrebbe essere conquistato da un partito del 30 per cento con la conseguenza che il 70 per cento dei votanti sarebbero/si sentirebbero poco rappresentati.

   Certo, la Corte costituzionale potrebbe anche sancire che il premio non viene assegnato se il partito più forte non conquista almeno il 40 per cento dei voti espressi, ma allora il partito grande andrebbe alla ricerca di tutti i partitini possibili necessari per superare la soglia, a prescindere da qualsiasi omogeneità programmatica e valoriale. Ė una brutta storia che possiamo già vedere nella moltiplicazione delle liste e delle listine a sostegno delle candidature a sindaco. La pur impossibile elezione popolare diretta del governo dovrebbe anche comportare, ma Veltroni non ne fa cenno, che, se quel governo perde la maggioranza in parlamento, si torna subito alle elezioni poiché qualsiasi altra coalizione, pur numericamente possibile, non sarebbe legittimata dal voto. A sostegno della sua tesi, Veltroni cita, molto impropriamente, Roberto Ruffilli e Piero Calamandrei i quali, senza dubbio alcuno, avrebbero apprezzato governi stabili, ma, altrettanto certamente, si sarebbero opposti a qualsiasi premio di maggioranza. Per Calamandrei vale la sua campagna contro la legge truffa. E il maggioritario al quale si riferiva Ruffilli non prevedeva nessun premio in seggi.

   La proposta da citare fu quella avanzata il 4 settembre 1946 in Assemblea Costituente in un ordine del giorno dal repubblicano Tomaso Perassi, docente di diritto internazionale a La Sapienza, e che fu approvata da una ampia maggioranza:

«La Seconda Sottocommissione, udite le relazioni degli onorevoli Mortati e Conti, ritenuto che né il tipo del governo presidenziale, né quello del governo direttoriale risponderebbero alle condizioni della società italiana, si pronuncia per l’adozione del sistema parlamentare da disciplinarsi, tuttavia, con dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di Governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo» (c.vo mio, GP).

   In Italia non se ne è fatto niente, ma un anno dopo l’entrata in vigore della Costituzione italiana, i Costituenti tedeschi trovarono proprio il meccanismo stabilizzatore: il voto di sfiducia costruttivo. Il Bundestag elegge a maggioranza assoluta il Cancelliere. Può sfiduciarlo con un voto ugualmente a maggioranza assoluta e sostituirlo con un terzo voto a maggioranza assoluta per un nuovo Cancelliere. Se non vi riesce, il Cancelliere sconfitto può rimanere in carica, con l’approvazione del Presidente della Repubblica, fino ad un anno. Nel 1977-78 gli spagnoli, imitando i tedeschi, hanno introdotto nella loro Costituzione la mozione di sfiducia (costruttiva). Il Presidente del Governo può essere sfiduciato da una maggioranza assoluta dei deputati che automaticamente lo sostituiscono con il primo firmatario della mozione di sfiducia. In questo modo il 2 giugno 2018 è entrato in carica il socialista Pedro Sanchez. Non è casuale che Germania e Spagna siano i due sistemi politici europei che nel secondo dopoguerra hanno avuto il minor numero di governi e di capi del governo, dunque la più alta stabilità governativa. Il voto o la mozione di sfiducia rispondono all’esigenza, tanto accoratamente espressa da Veltroni, di un governo stabile. Richiedono una modifica costituzionale, sicuramente fattibile, di gran lunga preferibile e più promettente dei confusi e manipolatori dibattiti sulle leggi elettorali. Riuscirebbe persino a acquietare gli altri preoccupatissimi editorialisti del “Corriere”.

Pubblicato il 25 maggio 2021 su Domani

LIBERTÀ INUTILE Profilo ideologico dell’Italia repubblicana #webinar #26maggio @C_dellaCultura @Fer_Capelli @annafalc @marioricciard18

in diretta streaming su www.casadellacultura.it

su YouTube https://www.youtube.com/…/CasadellaCulturaViaBor…/videos

e Facebook https://www.facebook.com/casadellaculturamilano

Mercoledì 26 maggio 2021  ore 21
Tavola rotonda a partire dal libro

Gianfranco Pasquino
LIBERTÀ INUTILE
Profilo ideologico dell’Italia repubblicana
(UTET, 2021)

Dialogano con l’autore

Ferruccio Capelli
Anna Falcone
Mario Ricciardi

VIDEO My Generation #LibertàInutile @UtetLibri

Una riflessione sullo stato attuale della democrazia italiana che fa nell’ultimo suo libro Gianfranco Pasquino, noto politologo, saggista, professore emerito di Scienza Politica all’università di Bologna. Pasquino parte da lontano, dalle rovine di una dittatura e di una guerra mondiale. E si pone di fondo due domande: la repubblica che ne è uscita è stata all’altezza di quelle speranze? E quella conquistata con tanta fatica è stata forse una libertà inutile? Un libro prezioso, che prova a far chiarezza nel pensiero politico con un obiettivo ambizioso: individuare il profilo ideologico dell’Italia repubblicana.

GUARDA IL VIDEO Libertà Inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana

“Ne resterà soltanto uno!” Le primarie e il caso Bologna #webinar #26maggio @liberigiustiBo @liberiegiusti

Mercoledì 26 maggio 2021 ore 18


Zoom:
https://zoom.us/j/97828160801?pwd=U1dXRHBZNmdsSWc2K0pyaE1wRzVEdz09
ID riunione: 978 2816 0801 Passcode: 916603

“Ne resterà soltanto uno!”
Le primarie e il caso Bologna

Uno scambio di idee online con:
Gianfranco Pasquino, Mattia Santori, Nadia Urbinati, Piero Ignazi

info: m.bruni3@gmail.com

I 100 giorni di Draghi promossi dal prof Pasquino, ma… @formichenews

Piano di ripresa e resilienza, pandemia, equilibri parlamentari e con le forze politiche. L’alunno Mario Draghi passa a pieni voti gli esami dei primi 100 giorni di governo, eppure è utile non dimenticare che gli esami non finiscono mai. I voti di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, in libreria con “Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana” (Utet 2021)

Cento giorni non sono né tanti né pochi per valutare l’operato dell’alunno Mario Draghi, presidente del Consiglio. Reduce da un lungo periodo di Erasmus trascorso alla prestigiosa e ben frequentata Università di Francoforte, Draghi ha dimostrato di essere un alunno con notevoli basi nelle materie economiche. Il suo primo esame relativamente al quesito “Come scrivere un Piano di ripresa e resilienza” è stato svolto, con un qualche aiuto di provenienza Conte. La maggior parte dei commenti di più o meno improvvisati e preparati valutatori è stata positiva, ma quello che conterà davvero sarà il giudizio del professoroni della Commissione europea. Tuttavia, va segnalato che l’alunno Draghi ha dimostrato di avere le conoscenze necessarie anche ad una eventuale rapida riscrittura di alcune parti del suo tema. Si attende, pertanto, un voto buono, se non molto buono, probabilmente 8 più.

Il secondo esame che l’alunno Draghi ha dovuto affrontare è stato quello della pandemia in corso, il corso di Pandemia. Anche in questo caso ha saputo fare buon uso dell’aiutino da parte dell’alunno che l’aveva preceduto. Però, Draghi ha saputo (con qualche scambio con il suo vicino di banco, il ripetente Roberto Speranza) imprimere una accelerazione in particolare per quel che riguarda la vaccinazione e resistere a pressioni provenienti dal malvagio Franti Salvini per cervellotiche riaperture anticipate. La capacità di Draghi di saper fare di conto (non è chiaro alla Commissione se vi sia stato un pur legittimo ricorso ad algoritmi di vario tipo) e, soprattutto, la misurabilità dei fenomeni contagi, ricoveri, decessi, consentono di dare un voto alto, 9, all’operato in questo ambito, in attesa della molto ardua prova della produzione di un migliaio di Decreti Attuativi.

Fra le materie obbligatorie portate all’esame dall’alunno Draghi ve ne sono state due, particolarmente importanti per il proseguimento degli studi, ma anche abitualmente non prescelte per la loro difficoltà dalla grandissima maggioranza degli studenti: rapporti con il Parlamento e comunicazione politica. Il primo tema è stato affrontato inizialmente con grande cautela, con il rispetto dovuto, da un lato, alla complessità dei rapporti in un Paese nel quale vibra alto l’antiparlamentarismo, dall’altro, alla presenza in Parlamento, seppur non proprio frequentissima di vecchi volponi e di giovani volpine. Incoraggiato dal non avere sbagliato nessuno dei suoi primi colpi, l’alunno Draghi si è dimostrato capace di confrontarsi con tutti gli interlocutori, talvolta disarmandoli con le migliori conoscenze rese più gustose da un sottile sense of humour che alcuni componenti della Commissione giudicatrice (soprattutto chi redige questo verbale) hanno particolarmente apprezzato. Test superato con il punteggio 9.

Nel suo Erasmus, Draghi aveva dovuto comunicare con assemblee ristrette di persone che sostanzialmente parlavano la sua lingua e che non si attendevano grandi discorsi “esortativi” quanto piuttosto linee guida, decisioni e motivazioni convincenti. La prova orale della sua capacità di comunicazione politica, nota la Commissione, è avvenuta, oltre che nei discorsi al/in Parlamento, nelle conferenze stampa con giornalisti non molti dei quali particolarmente preparati. La Commissione ha rilevato con apprezzamento le propensioni dell’alunno Draghi alla precisione, alla concretezza, a risposte semplici, facilmente comprensibili, dirette anche ad un uditorio più vasto. Su questo terreno, il candidato ha mostrato notevoli e positive differenze rispetto ai politici verbosi e sussiegosi, ma anche ai professori inclini a presentarsi come quelli che ne sanno di più. Anche in questa materia Draghi merita un 9.

Nel giudizio riassuntivo allegato alla pagella, la Commissione ha sentito il dovere di segnalare due elementi. Primo, che molto alte sono le aspettative relativamente alle prestazioni future del diplomato Draghi. Rischiano di distrarlo dai compiti ancora in corso. Secondo, unanimi i Commissari ritengono di avvertire Draghi, promuovendolo con alti voti, che gli esami non finiscono mai.

Pubblicato il 23 maggio 2021 su formiche.net

C’è un tempo per la manipolazione, ma c’è anche un tempo per l’informazione?

Ė arrivata l’ora dell’ombudsman. Ripresento la mia candidatura at large, vale a dire per qualsiasi, no, non proprio tutti, quotidiano che mi desideri. Certo, leggerli dalla prima all’ultima pagina è un lavoraccio. Mi attendo, dunque, una proposta adeguata di compenso. Lasciamo che continui il dibattitto sulle fake news e sulle manipolazioni, anche sul ruolo degli influencer. Ma diamo ai quotidiani italiani un sano difensore civico dei lettori. Sono almeno più di vent’anni che tutti i lunedì, la seconda pagina del “New York Times” riporta in bella evidenza, scusandosi, gli errori commessi nel corso della settimana, segnalati loro dai lettori, ma anche scoperti attraverso altre modalità. Qui mi limiterò ad alcuni pochi esempi tratti dal “Corriere della Sera” dell’ultima settimana. Non direi niente su Shönberg senza “c” in bella evidenza nel titolo di un articolo sulla sua musica se non fosse che nel supplemento “7” del 14 maggio c’è un elogio a “Quei correttori umanisti e acuti che hanno salvato tanti di noi”. L’articolo pubblicato il 9 aprile 1990 lo si deve alla penna di Gaetano Afeltra indicato come vice direttore del Corriere fra il 1962 e il 1963, poi collaboratore dal 1983 alla sua morte nel 2005. Viene in questo modo passata sotto silenzio la sua lunga (1972-1980) direzione de “il Giorno” fase da ritenersi assolutamente importante anche perché su quelle pagine avvenne il mio esordio come opinionista da lui invitato nel 1977 (e subito criticato da Emanuele Macaluso, allora direttore de “l’Unità”).

   Il “Corriere” ha intrapreso una vasta attività di pubblicazioni in molti settori. Fra le sue “firme di spicco” figurano collaboratori che scrivono molto spesso e di tutto, che amano fregiarsi del titolo di storici. Fra le iniziative recenti c’è una storia della Repubblica italiana a puntate pubblicata nel supplemento del sabato “Io, donna” che i solutori più che abili possono scovare una volta sfogliate le tantissime pagine di pubblicità (sento irrefrenabile il bisogno di aggiungere l’aggettivo “patinata”). Le fotografie dominano sulle parole per raccontare la Repubblica italiana. Nella quarta puntata (8 maggio 2021), dedicata agli anni ’80, a p. 82, sotto il titolo, già discutibile, LA PRIMA REPUBBLICA viene annunciata la foto: Bettino Craxi in Piazza del Duomo, prima del terremoto di Mani Pulite, Milano, 1980

   Non ho ancora visto la Seconda Repubblica, e non è solo un problema mio. Un noto giornalista si è da tempo messo avanti con il lavoro e pubblica regolarmente i suoi interventi con il titolo Terza Repubblica. Chi mi conosce sa che da tempo ho espresso e motivato la mia preferenza per la Quinta Repubblica, ma il problema è un altro, duplice. La Repubbliche cambiano quando si danno istituzioni diverse e una nuova Costituzione. Nulla di tutto questo è avvenuto in Italia, nonostante tentativi deplorevoli bocciati due volte dall’elettorato, 2006 e 2016. Quindi, in assenza di una Seconda, Terza, Quinta Repubblica, l’Italia ha una sola Repubblica che non è necessario definire Prima. Anzi, è sbagliato farlo. Ma il distico che accompagna la foto di Craxi è sostanzialmente tremendamente manipolatorio, non so se debbo dire anche sottilmente, perché mi pare invece grossolanamente tale. Mani Pulite arrivò dodici anni dopo quella foto. A quei tempi non era prevedibile, ma, soprattutto, non è accettabile suggerire una stretta, tout court, identificazione di Craxi con Mani Pulite.

   Poi, certo, lamentiamo pure l’ignoranza degli elettori italiani, non escludendo in nessuno modo i lettori del Corriere ai quali il loro giornalone offre splendidi esempi di refusi, di cancellazioni, di manipolazioni. Faccio persino fatica a dire che ciascun paese ha la stampa che si merita. Ma, forse, il Corriere conferma che “così è, se vi pare”.  

Pubblicato il 20 maggio 2021 su PARADOXAforum

Quirinale, via al totonomine. Pasquino: «Draghi provocazione intelligente, ma non escludo un Mattarella bis»

Dopo le dichiarazioni del Presidente – «tra otto mesi potrò riposarmi» – si sono aperti gli scenari per il prossimo Capo dello Stato
Intervista raccolta da Samuele Damilano

«La proposta di Salvini di mandare Draghi al Colle è una mossa assolutamente imbarazzante e sorprendentemente intelligente. Per ora non vedo alternative valide dal centrosinistra, che non riesce a tirare fuori un candidato autorevole». Dopo il discorso di Sergio Mattarella in una scuola romana, in cui ha implicitamente ribadito la volontà di non ricandidarsi, è partito il consueto toto-nomi sul prossimo Capo dello Stato. In un paesaggio politico incerto e in rapida evoluzione. Tra chi, come Matteo Salvini e Giorgia Meloni, vorrebbe andare alle elezioni il prima possibile e chi, come il Pd e il Movimento 5s, è ancora alla ricerca di un’identità. Ne parliamo con Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna e autore del libro “Libertà inutile: profilo ideologico dell’Italia repubblicana”.

Dopo le dichiarazioni di Mattarella di ieri – tra otto mesi potrò riposarmi – si è aperto il toto-nomi per il prossimo presidente della Repubblica. Il nome sponsorizzato da Salvini, e temuto dal centrosinistra perché coinciderebbe con le elezioni, è quello di Mario Draghi
È un’idea che Salvini lancia con grande scaltrezza politica, perché se il centrodestra convince Draghi, il Pd avrebbe grandissime difficoltà a sottrarsi. È una mossa assolutamente imbarazzante e sorprendentemente intelligente.

Imbarazzante in quanto spregiudicata?
Imbarazzante nel senso che imbarazza sia il Pd che il M5s. C’è un giudizio dietro: se mandiamo Draghi a diventare presidente della Repubblica, o ci sono subito nuove elezioni o bisogna rifare un altro governo e possiamo proporre diversi candidati

Come potrebbe rispondere allora il Pd?
Non hanno una candidatura all’altezza, dovrebbero riuscire a influenzare il dibattito prima e poi trovare un nome forte, non possono dire “no” a Draghi senza una motivazione. Se Letta è coerente con sé stesso dovrebbe naturalmente cercare il nome di una donna .

Letta che però ha detto però di volersi concentrare su vaccini e Recovery, e che del Capo dello Stato non ne vuol sentir parlare prima di Natale
È comprensibile, affermare che bisogna andare avanti con Recovery e vaccini vuol dire anche sostenere fino in fondo l’operato di Draghi. L’unica altra possibilità che vedo è che Draghi dica che non è disponibile, non perché non sia all’altezza, ma per la volontà di portare a termine il mandato di governo, che termina nel marzo 2023.

Nel caso si andasse alle nuove elezioni, quale sarebbe il primo partito?
Il mio maggiordomo dice di non fare il profeta, né il mago

La Meloni come si pone allora in questa dinamica?
Interpreta alla perfezione il suo ruolo all’opposizione, da donna rigorosa, coerente e propositiva. Sta interpretando benissimo questo ruolo.

Sarebbe allora favorevole a una candidatura di Draghi?
Nessun dubbio. Non la può proporre lei, perché è stata molto critica sulla nascita di questo governo. Ma se la proposta è di Salvini, appoggiato da Fi, a questo punto la Meloni non può tirarsi indietro.

Un personaggio politico che ha dimostrato la sua imprevedibilità è invece Renzi, che potrebbe essere un’altra volta indispensabile: al centrodestra mancherebbero solo 50 elettori per proporre il loro candidato. Come si potrebbe giocare questa carta?
Renzi è tanto spregiudicato e privo di principi quanto Salvini. Probabilmente farà il conto e se riesce a mettere in imbarazzo il Pd, lo farà. L’uomo è bizzarro, potrebbe dare la sua disponibilità e poi fare una riconversione, sostenendo il prosieguo di questo governo. D’altronde Iv sta andando malissimo nei sondaggi, andare alle elezioni per lui sarebbe molto problematico.

I nomi che ha fatto il centrosinistra sono quelli di Sassoli, Veltroni e Franceschini. Sono alternative valide?
Questa è una domanda interessante. Per quanto riguarda Sassoli, credo che quando uno ha una carica a livello europeo non la debba lasciare per andare nel suo paese, mentre Veltroni è una candidatura molto leggera. Franceschini è un personaggio forte, ma con il solo appoggio del Pd e dei 5s non va da nessuna parte. Credo che in questo momento il centrosinistra non abbia una sua candidatura, e questo è molto problematico. A meno che non si tirasse in ballo, e si tratterebbe non di un risarcimento, ma almeno di un riconoscimento, chi ha messo insieme le membra del centrosinistra.

Ovvero?
Romano Prodi, a cui il Pd deve ancora tanto. Qualcuno potrebbe controbattere per l’età e per il fatto che è troppo identificato con il centrosinistra. In ogni caso la ricerca del candidato a mio parere deve essere fatta anche insieme a Fi. Le faccio una provocazione: lei prima ha fatto il nome di Sassoli, ma Forza Italia ha al suo interno un ex presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. Che certamente gode della stima di Berlusconi il quale, finché è vivo, è in grado di influenzare le scelte. È un nome che Salvini non gradirebbe.

Parlando di Forza Italia, si era fatto anche il nome di Casini
Per me andrebbe benissimo, non farebbe del male a nessuno. È un democristiano per eccellenza, è stato senatore del Pd eletto nel collegio di Bologna centro. È forte, ma c’è sempre il rischio di avere, come nel caso di Franceschini e Prodi un presidente della Repubblica di parte, quale non lo sarebbe Draghi.

Possiamo dire allora che il centrosinistra per proporre un candidato autorevole e scongiurare le elezioni avrebbe bisogno dell’appoggio di Forza Italia?
Esattamente, con gli attuali parlamentari, Pd e Forza Italia potrebbero proporre il loro candidato, sempre alla condizione che Draghi rinunci

Tutto questo sempre che Mattarella tenga fede alle sue dichiarazioni, che porterebbero a escludere una sua rielezione
Mattarella fa benissimo a ripeterlo, perché la rielezione del presidente della Repubblica non è mai uno scenario auspicabile. Ma l’attuale inquilino del Colle è un sincero democratico e un sincero repubblicano, se capisse che la situazione sta degenerando certamente accetterebbe, malvolentieri, l’elezione a termine per tenere insieme i cocci di un Paese che è in disfacimento. Draghi sta operando benissimo, ma il Paese non è cambiato nelle sue strutture profonde. Il sistema partitico è totalmente destrutturato, pensi a cosa sta succedendo tra i 5s, Fi viene tenuto in piedi da un uomo di 84 anni, e il centrosinistra non è riuscito a far emergere una candidatura adeguata in sette anni.

Oggi meno che mai?
Potrebbero arrivare, sempre con l’avallo di Fi, al punto di candidare Giuseppe Conte, che ha 56 anni e tutto sommato non è stato sgradevole con nessuno e potrebbe benissimo essere candidabile

Nonostante questi ultimi mesi piuttosto travagliati? Alcuni analisti su Repubblica sostengono che non se la sentirebbe di fare campagna elettorale
Ma il capo dello Stato non fa campagna elettorale, non c’è nessuno che deve dire niente, il che per me è un problema. Per me i candidati dovrebbero dire prima, e non dopo essere eletti, quale è la loro linea. È stato immaginato che quel ruolo andasse a qualcuno che fosse cerimoniale, automaticamente accettabile da una grande maggioranza.

Invece è sempre più politico?
Politico in senso lato, a partire da Scalfaro abbiamo capito che il Presidente della Repubblica ha molti poteri, che se esercitati bene potrebbero avere la funzione di rendere stabile una situazione che non lo è dal triennio 1992-94.

Se si andasse a nuove elezioni, stravincerebbe il centrodestra?
Le direi di aspettare, perché c’è una campagna elettorale da fare. Il centrodestra può fare degli errori, il conflitto tra Salvini e Meloni potrebbe degenerare. Non solo, bisogna fare delle alleanze, e bisogna farle in base alla nuova legge elettorale. Non do per scontato che il centrodestra con un sistema proporzionale riesca ad avere più seggi del centrosinistra. Pur riconoscendo il vantaggio iniziale, vorrei ricordare che c’è un terzo di elettori indecisi, e un terzo che ogni elezione cambiano voto, anche se spesso all’interno dello stesso schieramento. C’è comunque una volatilità elettorale, che io chiamo volubilità, perché questi elettori vorrebbero qualcosa di meglio.

Pubblicato il 20 maggio 2021 su La Sestina

Eleggere o rieleggere, questo è il problema? #Mattarella @Quirinale

“Sono vecchio. Tra otto mesi potrò riposarmi”. Questa impegnativa dichiarazione è stata fatta dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un discorso ai bambini di una scuola romana affinché intendano non soltanto i loro genitori, ma anche il variegato mondo politico a cominciare dai parlamentari. Dirò subito che Mattarella si è giustamente messo sulla scia di Napolitano che qualche tempo prima della fine del suo mandato aveva detto che, sia per ragioni d’età sia per non creare un precedente, non era disponibile alla rielezione. Poi, Napolitano fu costretto dagli eventi, vale a dire dalla palese incapacità dei parlamentari di convergere su un nome alternativo, ad accettare un secondo mandato da lui subito definito a termine, un termine che lui stesso avrebbe stabilito. Ė possibile che Mattarella abbia il timore che i parlamentari si stiano già “incartando” nelle loro ambizioni e operazioni di potere. Quindi, il suo è un avvertimento, ma è altrettanto possibile che accetterebbe un secondo mandato ugualmente limitato, qualora, per esempio, qualcuno lo convincesse che lui rimanendo al Quirinale per un anno e mezzo circa, Draghi porterebbe a termine la legislatura.

   Infatti, da un lato, ci sono coloro che desiderano eleggere Draghi al Quirinale, per il suo prestigio, per la sua statura europea e anche per meriti, quello che ha fatto come Presidente del Consiglio. Dall’altro, ci sono, però anche quelli che vorrebbero eleggere Draghi per avere elezioni subito poiché non sarà facile trovare un altro capo di governo in questo Parlamento. Per non interrompere l’azione di Draghi e trovarsi con una crisi al buio in una fase complicata, Mattarella potrebbe accettare una rielezione a termine. Tuttavia, preferisco interpretare la sua dichiarazione un avvertimento: “Cominciate subito a pensare al mio successore (anche donna) e preparatevi”. Mattarella ha anche sottolineato, punto che sembra trascurato nei primi commenti, che la Costituzione italiana delinea e sancisce il pluralismo degli organi decisionali. Non bisogna esagerare nell’attribuire alla Presidenza poteri che, invece, i Costituenti seppero assegnare a Parlamento e governo, alla Corte Costituzionale e alle autonomie locali.

   Il messaggio è indirizzato tanto ai difensori della democrazia parlamentare: “fatela funzionare come si deve con chiara ripartizione di compiti e poteri”, quanto ai presidenzialisti: “oggi non potete chiedere al Presidente della Repubblica italiana un ruolo dominante”. Al momento della sua elezione, Mattarella disse che il Presidente è un arbitro. Poi, forse inevitabilmente, si è trovato a giocare in prima persona entro un perimetro flessibile. Chi renderà eccessivamente travagliata e conflittuale l’elezione del prossimo Presidente in maniera più o meno consapevole opera a favore di coloro che sosterranno che, a fronte di oscure manovre in Parlamento, è giunta l’ora che il Presidente, già dotato di molti poteri consistenti, sia eletto dal popolo. Non è questa la preferenza di Mattarella.

Pubblicato AGL il 20 maggio 2021

Qualche punto fermo sul politically correct e sulla cancel culture @DomaniGiornale

“Non conosco un paese dove regni meno l’indipendenza di spirito e meno autentica libertà di discussione che in America …”. La frase non è stata scritta da un contemporaneo e non da un visitatore preconcetto, ma da Alexis de Tocqueville nel 1831. La preoccupazione dell’aristocratico francese si estendeva alle conseguenze sulla nascente democrazia USA del conformismo che sopprime il dibattito delle idee, opprime i loro portatori e li reprime. Potrei dire che Tocqueville non aveva visitato abbastanza paesi per avere dati comparati a sostegno della severissima valutazione. Sono ragionevolmente convinto che la libertà di discussione sia (stata) poco tutelata in molti paesi. Poi, sappiamo tutti che la libertà di parola (free speech) è solennemente codificata nel Primo emendamento alla Costituzione USA fin dal lontano 1791, facendo parte del pacchetto noto come Bill of Rights. Ma sono le tendenze contemporanee negli USA più che altrove (anche se dagli USA spesso si irradiano) che appaiono preoccupanti. “Le idee dei paesi dominanti spesso diventano idee dominanti”: politically correct e cancel culture.

Inizio un discorso inevitabilmente complicatissimo e che è già fortemente incrostato da una molteplicità di interpretazioni. Nella sua versione buona il politically correct serve a non offendere le persone talvolta inevitabilmente celando le proprie opinioni quando divergono da quelle della maggioranza e fare un omaggio meno verbale (lip service) a quanto i più dicono. Nella sua versione “cattiva”, il politicamente corretto è la tendenza portata agli estremi di stabilire quello che è accettabile dire e quello che non è accettabile e, naturalmente, di sanzionare i devianti vale a dire coloro che non si uniformano. Nella seconda versione il politicamente corretto può giungere fino a violare la libertà di parola imponendo una censura e punendo coloro che insistono a esprimersi in maniera difforme. Nei casi di grave censura gli scorrettamente politici possono appellarsi al primo emendamento della Costituzione USA e, in Italia, all’art. 21. Nei casi meno gravi difendersi dalla coltre del conformismo di gruppo, di ceto, di massai può essere difficilissimo, quasi impossibile.

 Boicottare coloro che esprimono posizioni e comportamenti considerati non in linea con la cultura attualmente dominante, è una degenerazione del politicamente corretto. Distruggere le statue del generale sudista e schiavista Lee e i monumenti a Hitler (e Stalin) è comprensibile, anche se, talvolta, i monumenti del passato potrebbero servire a insegnare la storia. Fare a meno di Shakespeare e di Mozart, uomini bianchi morti, mi sembra proprio un esempio deplorevole di, stiracchio il concetto a mio favore, di cancellazione della cultura. Tutt’altro è il discorso relativo al vilipendio delle istituzioni, all’istigazione a delinquere, all’incitare a comportamenti criminali e, persino, alle offese e agli insulti politicamente motivati. Non credo che la libertà di parola possa essere invocata a difesa di chi oltraggia deliberatamente, ma, certamente, riconosco la complessità delle situazioni e dei giudizi. So che, in democrazia, il conflitto delle idee deve essere il più libero e anche il più aspro possibile. Non vorrei, però, che con la scusa dell’asprezza e con il richiamo alla libertà si legittimassero parole e comportamenti che mirano a minare alle fondamenta le democrazie costituzionali. Di tanto in tanto vanno posti punti fermi. Qui e adesso, pongo il mio punto, democraticamente rivedibile e superabile.

Pubblicato il 19 maggio 2021 su Domani